mercoledì 13 novembre 2013

POESIA = GIANFILIPPO GRAVINO

IN RIVA A QUESTO MARE-
La luce era
nel colore dell’acqua
e non del cielo.
Ma non serve sciogliere
ora l’ombra o la pelle
dentro la tua continua
epifania come
nello spirito di una
notte. Il tuo alito
salino non respira
mai il mio affanno, sensibile
dio, che di nessuno
conti i passi né riempi
l’animo monco.

Ti insegui per sfuggirti e
ti mescoli per perderti
in un tempo di sabbia,
e in fondo anche in te si agita
qualcosa di placido:
nella tua iride immensa
un cielo, sottile
quanto un soffio, istilla
una dolce e azzurra
bugia, che – se l’assaggio –
ha lo stesso sapore
della lacrima di
chi si è ritrovato
su questa riva in riva alla tua luce.
**

"UN PO’ PIÙ"

Non sono dei codici informatici
e neanche la scia di qualche satellite,
ma le anime nomadi e salve
che plasmano il vento a loro immagine,
standosene un po’ più
in alto pure dell’invidiarle.

Non sono una cortina
di nebbia o biossido di zolfo,
ma Vie Lattee di giorno che giocano
a rincorrersi nella troposfera,
standosene un po’ più
in là di quel che è detto “buono” o “nero”.

Non sono niente e nient’altro che
le nuvole, e le nuvole
danzano e poi danzano
a piedi bianchi e senza graffi sopra
i cocci rotti dei mondani sogni
e sopra le macerie infrante
di quelle nostre promesse un po’ più
nostre, perché non dette.
*

"TUTTO SCORRE E TUTTO BRUCIA"

I

Un vento è solamente un fiume d’aria,
se un fiume non è che un fuoco fluido.

Ma aereo o liquido
il fuoco è sempre eterno
e non ha tempo per credere a questi
e ad altri insipidi dettagli,
visto che il fuoco è "già" nei dettagli,
sin da quando nel buio
della sua officina è riuscito a
forgiare la scintilla di calore
che ancora trema al centro di ogni cranio e
di qualsiasi altro cuore.

Così, se è vero che
tutto è immerso in un fiume che scorre
via, lontano da se stesso, è
anche vero che in quel fiume tutto
è lava e tutto brucia di una febbre
che viene dalla vita
e va verso la vita,
perché non è che vita - e perché non è.

(Visto che alla vita come al fuoco
piace essere e non
essere ad un tempo ed
essere senza essere
nello stesso luogo.)


II

Il fuoco è sempre eterno,
ma non sempre riesce
a respirare al ritmo
del proprio passo e del
suo stesso sangue, e sono
sempre tante le volte
in cui il fuoco non vive
di vita,
ma della brace più
grigia e delle sue ceneri
disperse
tra le nausee più sazie
e i più stanchi rimorsi.

Però
la lena che riprende
pochi momenti dopo
è legna
umida di benzina,
ed è in questo modo
che il fuoco può di nuovo
tacere le sue colpe e
danzare sulle punte
dei suoi capelli alti,
rossi e scomposti dal
ritmo del proprio petto e
della sua stessa voce.

**

Memento



Anche se un giorno (o nel corso di un sogno)
sicuramente torneranno a galla
in qualche palude della mente
o nell’eco dei suoi mille meandri,

memento che alcune cose è meglio
scordarle, ricacciarle nel niente,
di cui sono le madri e le figlie ad
un tempo. (Almeno per qualche momento.)
**
Rondini

«Un urlo dal dolore è il vento
che alza la nostra polvere
o si veste di onde o bandiere»

spesso si è detto. Intanto, oltre lo specchio,
uccelli senza un nome,
perché hanno già tutto, sono delle

nuvole di mosche nell’aria azzurra e
come pianeti disegnano ellissi.
Sirio, il loro Sole.
Nere e come lame
hanno le ali, però
la voce dal loro candido cuore
volge pure quel vento in un "virb"…
**



"La mia Nona"


A volte – ad occhi socchiusi – mi lascio
scorrere nelle geometrie friabili
di una foglia o nella
musica che, riempiendola, colora
l’aria su cui galleggio e che mi avvolge.
E mi sembra davvero
di essere una sola cosa con
il mondo e la sua carne.
Ma, se ogni croce ha una sua delizia,
ogni splendore ha le sue miserie, e
così ben presto sono
costretto a far ritorno a me stesso
e al mio percorso,
visto che i miei inni alla gioia
muoiono giovani e quasi mai beati
(visto che la mia Nona
non lascia loro che
il tempo di un tramonto o
di una serata appena).

Sapienti saggi hanno
premura di spiegarmi che le gioie
sono un canto di cigno
o un ardere di paglia,
ma che è proprio questo retrogusto
di amaro a renderle
l’uva più sublime ed il suo miele.
Tuttavia, l’immagine del cosmo
che alla fine mi vendono è
coperta dall’effetto
neve di una sfera, che si infrange
in mille specchi al minimo contatto
con il suolo del reale.
E così – scorsa via
la sabbia dal cavo della mano –
non stringo che un pugno
d’aria da offrire
al primo soffio che passa per caso
o per sbaglio sul mio percorso.
*

"Nostro"

È solo un vecchio desiderio
ed è solo un’altra notte
di neon e di luci rugginose,
eppure io vorrei
lo stesso farmi più forte del vento
che sforma e ruba l’anello di fumo
che hai come aureola.
Vorrei e forse posso.

Ti bacio le ali mozze, angelo rauco e
costretto a camminare
sull’asfalto di questi Campi Elisi
collusi con l’Inferno, ed
accarezzo l’aspetto malridotto
della tua anima offesa – fatta
di carne e di pioggia – in un abbraccio
di calore e di bianco,

prima che attorno sia di nuovo l’alba
di un nuovo giorno sepolto e non nostro, e
prima che la nuova alba ci ricordi
che anche noi siamo rimasti nascosti
dietro lo schermo dei nostri contorni.

**

Ultimo passo (prima della danza)

Danza tra i suoi pensieri
al suono delle vene
la voce di una strana e
prima madre, che chiede
la testa dell’uomo unto
di fiume e di galere in
dono ed in cambio d’un
amplesso con il sogno
del nuovo e vecchio padre.

Danza, lei danza ed è
( giunta all’ultimo passo )
sempre più se stessa:
"Salomè" dolce e sola
e nera e lieve insieme.
**
FRAGILE

("a C").

Correre e tremare
come una luce incerta e ubriaca
che rincasa al mattino.
Correre, dopo aver corso su una
corda tesa tra farsa e tragedia,
ma finalmente in cerca di quel suono
intravisto in fondo al
Silenzio più stonato.

È questo che hai impresso
a fuoco nelle vene:
correre per sfuggire al tuo sé,
alle sue volontà come al caso,
diventando più scaltro
perfino del dolore.
Sei un pacco con su scritto "FRAGILE"
che è stato spedito a
mille indirizzi estranei,
ma che alla fine ha trovato la
sua casa: lo spartito
di una sinfonia ingiallita
ed ogni giorno più incompiuta.
**
Di fronte al Moto

Ripeto spesso che a questo mondo
non c’è gloria che non sia vana
né vittoria che non sia di Pirro

di fronte al Moto più esteso e perpetuo,

eppure brucia veramente tanto
stringere tra le mani le macerie in
fumo di un altro lucente incanto.
**
"In ogni dono un gioco"

( “Un dono può anche essere sbagliato. Non piacere.” )

Oggi non è il tuo compleanno
né un giorno prefestivo,
e io ho voglia di darti in dono
questa matrioska con la sua grazia
grossa e gravida di segreti dai
colori rumorosi ed estesi.

È solo qualche pezzo
di plastica prodotto
in serie, è solo un souvenir,
ma un souvenir che non
serve a farti rimpiangere un viaggio,
tra l’altro mai avvenuto.
Le sue gemelle sempre più piccole
sono già il tutto di un mondo
che di guscio in guscio
scende fino al seme
del suo nucleo solido– il nucleo
interno di un giorno fermo in fila.

Perché anche in un giorno stancamente
di serie se ne sta nascosto un dono,
e un dono per te è come un gioco
che rinnova il ciclo e il carbonio
del primo dono che hai scartato:

il gioco originale
che non sempre diverte.
Quel gioco severo
che cambia ogni giorno le sue regole.


***

"Sogno di una scala"

Centoquarantanove
gradini ha questa scala – ogni volta
che sono io a contarli.

Centocinquanta ne
ha invece quando li numeri tu,
che sei sempre più abile di me.

Certo, non stiamo parlando di una
scala magica tra Betel e il cielo,
tra una pietra e gli astri.

Non la percorrono stormi di angeli
che negli occhi hanno
l’oro e il lapislazzuli.

Da un brano di mondo ci conduce,
alta e stretta, ad un altro
brano di mondo in prosa – e viceversa.

Ed è questo il suo sogno:
la sua sempre incostante
e scritta col marmo chiaro magia.

**

“Al potere”

Le parole d’un paese senza case
non scorgevano suono,
tanto da perdersi e poi rinchiudersi in
riverberanti mani,
che non seguivano né la sfioravano
la voce dentro agli occhi,
dalle dita già troppo unte
per posare la prima e anche
le altre pietre – dopo che
l’accelerata guida
dell’affiatato battito
venne coperta da quell’oro
che ne svelava il fango.


**


"Napoli anno zero"

Sirena annegata
più volte sotto il peso
delle ombre e dei rifiuti,
dell’immondo e del sangue
più buio, sotto i piedi di
mille vulcani al rogo,

hanno dettato alla
tua voce parole
di zolfo, affinché
ti sporcasse di vuoto,
di vecchio Silenzio, e
non rivedessi più l’aria.

Chissà se ora che hai
assaggiato il fondo,
per un principio fisico,
sarai chi risale e
nasce sopra le sue onde
di cenere, o cenere.
**
GIANFILIPPO GRAVINO
****
Gianfilippo Gravino ha preso parte a diversi eventi culturali, tra cui la rassegna “Una Piazza per la Poesia”, organizzata nel 2008 dalla libreria internazionale “Treves” di Napoli.
Suoi testi sono presenti nelle antologie di Autori Vari: Dolce Natura, almeno tu non menti (Editrice Zona, 2009); Accenti (Società Dante Alighieri, 2010); Le Strade della Poesia: il Fuoco (Delta 3 Edizioni, 2012); Salon Proust (e-book, LaRecherche.it, 2013); Le Strade della Poesia: l’Aria (Delta 3 Edizioni, 2013).
Selezionato nel Concorso Letterario di Poesia "Città di Tolentino", è stato pubblicato nella relativa antologia, Non ho saputo tessere parole (Edizioni Montag, 2013).
Selezionato nel Concorso Internazionale di Poesia Inedita "Il Federiciano", sarà pubblicato a breve nella relativa antologia, Il Federiciano (Libro Amaranto), dalla Aletti Editore.
Altri suoi testi sono apparsi sulla rivista di filosofia, arte e letteratura "Ameba", su “TRACCE/Rivista multimediale di critica radicale”, sul quotidiano “Il Roma” e sulla rivista letteraria libera on line “LaRecherche.it”.
Collabora alla rivista di architettura “Mète”.

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3 commenti:

  1. Poesie che toccano anche le terre napoletane. Complimenti. Ciao Simo

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  2. Davvero una scoperta, complimenti per l'originalità e le immagini descritte

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