venerdì 29 novembre 2013

SEGNALAZIONE RIVISTA FERMENTI

Rivista “Fermenti” 240: "Considerazione su testi creativi" facenti parte del n. 240 (2013) di “Fermenti”.
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Prosa

Molto interessanti, nella parte di “Fermenti” 240 dedicata alla narrativa, i racconti Gli asini di Giuseppe Neri, Nancy lo sa di Gemma Forti e La figlia del vicino di letto di Velio Carratoni.
In Gli asini sembrano essere protagonisti gli asini stessi, come dal titolo; il testo è caratterizzato da realismo ed è ambientato in un clima rurale, in un contesto paesano, durante una fiera, espressione della civiltà contadina.
La vicenda ha inizio un venerdì, quando i contadini scendono in paese per sbrigare le loro faccende, ma anche per rifornirsi di provviste.
Si recano al pittoresco mercato, anche Menico Santopadre e Antoniuzzo Nespolo con i loro asini, un maschio e una femmina. Elemento centrale del plot è l’episodio dell’attrazione sessuale di uno degli asini per l’asina; l’animale cerca di possederla, e lei non accetta l’accoppiamento nonostante l’insistenza della bestia.
Fatto fondamentale è la disperazione isterica dell’asina che per evitare di essere penetrata si mette a scalciare, facendo cadere le bancarelle una sull’altra, come castelli di carte.
Dopo il disastro i venditori denunciano i due amici per i danni arrecati alle loro mercanzie e viene indetto un processo a carico dei due.
Il racconto ha termine con le parole: sono trascorsi alcuni anni da allora e non c’è stata ancora una sentenza definitiva; il verdetto resta indeterminato.
Le descrizioni sono molto pittoresche e minuziose e tutto è pervaso da un’atmosfera paradossale, che pare avere venature pirandelliane.
Serpeggia una certa ironia e, in questa,, e negli elementi suddetti, è riconoscibile la cifra del testo.
In Nancy lo sa viene narrata la condizione dolorosa di una quarantenne ancorata al suo triste passato.
Le descrizioni sono molto minuziose; la protagonista, il cui vero nome è Viola, cambia identità e va a vivere in un’isola.
Nel suo soggiorno rievoca i ricordi tristi che affiorano nella memoria, sotto forma di incubi, come un urlo dalle viscere.
Gran parte della narrazione è composta da un’analessi, nella quale viene detta la provenienza di Viola che ha vissuto un’intensa storia d’amore con un architetto.
La descrizione del ritorno al passato viene detta quasi come una vita precedente della donna.
Viola – Nancy dall’uomo ha avuto un bambino che è morto neonato tragicamente, a causa di un gesto impulsivo del padre, che viene condannato a venti anni di carcere.
Il soggiorno sull’isola non riesce a lenire le pene della donna che spera di essere uccisa da fattori atmosferici.
Nella sua residenza, vissuta come un esilio, trova conforto nell’affetto dei bambini del luogo..
Nancy sa che solo lei può essere artefice del proprio destino, ma ha un atteggiamento verso la vita di passività e di rassegnazione e non trova pace.
In La figlia del vicino di letto l’autore si esprime con una scrittura precisa ed equilibrata.
L’ambientazione si svolge in un ospedale romano descritto in modo minuzioso., come un luogo che dà il senso di qualcosa di squallido ed imbrattato, trattando temi crudi e drammatici.
Nella clinica si assiste ai passaggi di infermieri, portantini ed addetti ai lavori e la struttura viene paragonata a una caserma trasandata o quasi abbandonata.
Il personale medico e paramedico viene detto attraverso le sue conversazioni che vertono su questioni professionali, sugli stipendi e sulle decisioni della Direzione sanitaria e della Regione
. Prevale un efficace realismo nelle immagini che l’autore ci presenta.
Protagonista è l’affascinante figlia del vicino di letto, molto affezionata a suo padre ammalato, che va a trovare nella clinica.
E’ molto approfondito lo scavo psicologico dei personaggi e il rapporto padre – figlia è descritto in modo molto intenso.
La ragazza, che faceva sempre il suo ingresso lisciata e profumata, ricorda con nostalgia la figura paterna che era stata sana e vitale prima di ammalarsi.
Secondo il racconto della figlia, il padre, che aveva fatto il macellaio, era sempre stato un genitore iperprotettivo e aveva fatto studiare la ragazza trasmettendole forza interiore, per superare le avversità, accettare i compromessi.
L’uomo era stato un padre padrone molto autoritario che generava nella ragazza cariche interiori e una certa dolcezza
Chiamato con dolcezza “Papà”, l’uomo, ormai agonizzante, rispondeva con occhi tra lo sbarrato e l’immobile, restando in un silenzio prolungato.
Il malato aveva perso parte delle sue facoltà intellettive e sensoriali e percepiva la figlia come un’ombra oscura.
Non manca il tema della velata malizia della ragazza, nel suo relazionarsi con la figura del primario, che ha in cura il padre, con il quale si comporta in modo seducente, anche se nel plot non viene narrata nessuna pratica erotica tra i due e tutto resta nel vago e nel presunto.
Viene comunicata al lettore tutta l’ansia dell’oceano di dolore inesorabile che si avverte davanti ad un caso incurabile.
Carratoni affronta il tema della carne, paragonando quella umana a quella animale nelle loro differenze intrinseche.

Poesia

Nella sezione dedicata alla Poesia, nel numero 240 di “Fermenti”, ci soffermiamo su L’eterno viaggio della poesia di Umberto Piersanti di Chiara Maranzana, Cantico di stasi (2011-2013) di Marina Pizzi e Roma/Sorrentino di Velio Carratoni.
In L’eterno ritorno della poesia di Umberto Piersanti Chiara Maranzana, in un brano in prosa, che contiene anche poesie, ci parla della sua frequentazione di casa Piersanti e del toccante e intenso rapporto di Umberto con il figlio Jacopo, un bel ragazzo, destinatario di molti pensieri e poesie da parte del poeta.
Jacopo è un giovanissimo diverso dagli altri, più sensibile nella sua dolce semplicità, amatissimo dal padre.
Nei luoghi naturalistici, mitizzati da Umberto, padre e figlio fanno lunghe passeggiate.
Jacopo corre felice ed ingenuo, godendo profondamente della bellezza dei posti, nei quali il genitore lo conduce, con tutto il suo affetto empatico e la sua dolcezza.
Del resto le ambientazioni idilliache paesaggistiche, espressione di una natura incontaminata, sono peculiari nella poetica del nostro e molti libri del poeta di Urbino hanno titoli che hanno esse per riferimento.
Seguono le stesse poesie di Umberto Piersanti Presso il tronco del tiglio e Se t’inquieta primavera, che possono essere considerate dei poemetti.
I suddetti presentano il carattere di una forte verticalità della scrittura.
Entrambi sono connotati dalla suddivisione in brevi segmenti ed iniziano con la lettera minuscola.
Protagonista delle due opere pare essere una natura rarefatta, rocciosa, fatta di campi, monti, alberi, elementi che vengono praticati dall’io – poetante, in tersa armonia e sintonia col tutto e non senza uno sforzo fisico, nelle passeggiate e nelle escursioni compiute dal poeta in compagnia del ragazzino.
La scrittura di Piersanti è cristallina, nitida e leggera e si plasma in un perfetto dominio della forma, per cui i versi sgorgano senza sforzo, gli uni dagli altri, pieni di bellezza e nitore.
Si respira quasi un senso di epicità del quotidiano, in questa poetica ricca di bellezza e precisione.
C’è un tu che accompagna il versificatore nelle sue ricognizioni en plein air, che si svela, presumibilmente, nella figura dello stesso Jacopo, che viene detto con molti riferimenti.
In Cantico di stasi (2011-2013) Marina Pizzi conferma la sua poetica, nella quale, la cifra essenziale è quella di una scrittura anarchica, che si poteva già individuare nelle sue raccolte precedenti (per esempio in Il solicello del basto, Fermenti).
La silloge è costituita da undici poesie numerate, scritte in lunga ed ininterrotta sequenza, in un fluire che si potrebbe definire come neobarocco.
La poetica dell’autrice sfiora la forma alogica; è presente un tu al quale l’io poetante si rivolge, quello dell’amato e non manca una forte componente di visionarietà.
Notevole l’icasticità del dettato, ottenuta tramite versi fluidi e scattanti.
Il ritmo è intenso e dà ai versi un’aurea di arcana musicalità.
S’intravedono accensioni e subitanei spegnimenti
Una scrittura originale, quella della poeta, connotata da una certa magia, raggiunta tramite la sospensione.
Dal tessuto linguistico emerge una notevole inquietudine e vengono dette specie vegetali come cipressi o pioppi, che sembrano permeati da una vena simbolica.
In Roma/Sorrentino di Velio Carratoni, è detta la città di Roma.
Il poeta tramite uno scatto e scarto memoriale, afferma di preferire la Roma del dopoguerra, quando la città riprendeva a rivivere, con una grande voglia di riscatto, a quella attuale, bella ma finta e molto violenta.
Armonico e compatto è il versificare del nostro, che si esprime attraverso periodi brevi, anche di una sola parola.
La composizione è risolta in un’unica strofa.
Notevole la chiarezza del dettato, in questo componimento, nitido, veloce e scattante.
Il poeta si rivolge alla città, pregandola di non rinascere più artefatta, dicendo di preferire la Roma della borsa nera a quella attuale.
La poesia è risolta in un’unica strofa;; nitore, luminosità e limpidezza del versificare .
Poesia descrittiva e intensa del tutto antilirica e antielegiaca, che presenta una vena intellettualistica, senza perdere un afflato teso alla leggerezza e allo stupore.
Molto elegante la forma e lo stile è asciutto ed essenziale.
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Raffaele Piazza




mercoledì 27 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = DE LORENZO

MARIA DE LORENZO – “La tenue vita” - Fermenti Editrice – Roma - 2012 – pp. 101 - € 12,00

Maria De Lorenzo, autrice di cinque raccolte poetiche, è nata a Roma dove vive.
Traduttrice dal russo di opere di narrativa e per Einaudi de La mia vita nell'arte di Stanislavskij, ha vinto il Premio Minturnae 2002 con Diario d’utopia, 1999 .
La tenue vita è scandita nelle seguenti sezioni: Nel tempo del ritorno, La fiamma del crogiolo, Il bello dell’infanzia, quella eponima La tenue vita e Sinopie e dissolvenze; al testo segue la postfazione di Nino Borsellino, Cronaca di un risveglio di mezz’estate.
I versi della poeta sono svolti tramite un linguaggio contenuto e concentrato. Lo stile è nitido, la forma icastica, la struttura misurata e controllata.
Il ritmo è sempre sostenuto e incalzante, creando suggestioni di arcana bellezza.
La prima composizione inserita come emblema di uno svolgimento da svelare è strutturata in tre strofe: ognuna ha per incipit il sintagma Carta bianca (esempio riuscito di anafora).
In questo brano l’autrice ha per interlocutore il supporto materiale della sua scrittura.
Da sottolineare che la citata poesia è scritta in corsivo, diversamente dalle altre della raccolta; ciò ne fa risaltare l'originalità.
In L’attesa la versificatrice chiede alla pagina di suggerirle le parole, di specchiare ancora il suo cuore, di riaccendersi del fuoco che arde e non consuma.
Leggiamo nella postfazione che il pensiero anima e raccorda il testo, non dissimulando nella varia misura, lunga e breve, narrativa e aforistica, versificazioni, meditazioni, scaturite dalle immagini e dalle parole “chiare”, non “ossidate”, capaci di rigenerarsi nell’attimo della loro pronuncia.
Nella sezione La fiamma del crogiolo emergono squarci di gioia. In Con lui lontano, c'è il tema dell’amicizia dell’io poetante con dio, visto in modo immanente e che viene più volte pronunciato con la familiarità della lettera minuscola, come fosse un emblema da decifrare o svelare, perché non, anche in chiave pagana.
In Nel tempo del ritorno, la parola rievoca promesse, affetti e ricordi. In Da quell’umido ventre, il tono diviene mistico-surreale.
Qui l’io-poetante promette in dono al suo interlocutore un cetaceo, che lo tenne chiuso tre giorni e tre notti nel suo stomaco e che poi lo gettò sulla spiaggia, come avvenne al profeta Giona
Le composizioni della sezione La tenue vita, senza titolo, hanno una forte compattezza nella loro brevità. In esse è presente un tono vagamente gnomico. Un filo rosso lega questi testi.
Sono menzionati animali, quali la rana, il grillo o le lucciole palpitanti. Incontriamo anche figure della cerchia ultraterrena come la Madonna gli angeli, i santi che stimolano suggestioni di atmosfere indefinite.
Prevale un senso di sofferenza, quando si parla di un addormentarsi nell’afflizione sperando in un altro giorno.

RAFFAELE PIAZZA ---
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Lieve come farfalla vorrei posare
sul cuore degli uomini
e impollinarli d’amore
ma la mia carne come piombo pesa
e organo non c'è
che sollevar mi possa
per iniettare così soavemente
quel nettare assai raro.
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Da corpi in disuso

Cuori e cervelli nudi e crudi
espiantati da corpi già in disuso
bramano nuove forme
e amplessi nuovi
altri vincoli vogliono.

E’un motivo assordante
dirompente
un rock inebriante
un richiamo arrogante
per un giammai provato
amore tanto grande.
--

PREMIO DI POESIA = PORTO RECANATI

CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA “Città di Porto Recanati” -- XXV edizione - 2014

In collaborazione con il fondatore Prof. Renato Pigliacampo,
“il salotto degli artisti”
e con il Patrocinio della Città di Porto Recanati e della Regione Marche

Art. 1 - Il Poeta invierà una sola poesia a tema libero.
L’organizzazione tuttavia consiglia di trattare tematiche sulla disabilità, sulla solitudine degli anziani, sui “nuovi poveri”, sugli extracomunitari, sugli eventi climatici ecc., affinché si rifletta sulla condizione esistenziale dell’uomo, ideazione che portò all’istituzione del Premio «Città di Porto Recanati» quasi 30 anni fa.
Comunque sia, il tema vuole essere solo indicativo.
La poesia inviata, che non dovrà superare i 35 versi, potrà anche essere stata edita, ma non vincitrice del primo premio in altri concorsi.
L’originale riporti: Nome e Cognome dell’autore, indirizzo postale, n.ro di telefono e/o cellulare, indicazione della eventuale e-mail e la dicitura: «Dichiaro di essere l’autore dell’opera inviata al concorso».
Art. 2 - La Giuria, composta da quattro elementi, sarà resa nota il giorno della premiazione; la medesima stilerà una graduatoria dei tre poeti vincitori dei premi in denaro e dei sette “segnalati dalla Giuria”.
La Giuria, a suo insindacabile giudizio, deciderà di premiare quei poeti che, con l’impegno culturale e la propria testimonianza di vita, hanno contribuito a superare una condizione esistenziale difficile, o rendendola addirittura fonte di ispirazione.
Art. 3 - I Premi in denaro sono:
1° Classificato € 500,00 (cinquecento/00) e Pergamena.
2° Classificato € 300,00 (trecento/00) e Pergamena.
3° Classificato € 200,00 (duecento/00) e Pergamena.
Dal 4° al 10° classificato verrà assegnata la targa “segnalato dalla Giuria”
Art. 4 - La poesia dovrà essere spedita entro il 15 luglio 2014 (farà fede il timbro postale di spedizione) in quattro copie, per posta ordinaria al seguente indirizzo: Prof. Renato Pigliacampo c/o Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati», XXV Edizione 2014 - Casella Postale n. 61 - 62017 Porto Recanati (MC).
Solo la "copia originale" dovrà riportare i dati.
La poesia potrà essere inviata anche per e-mail a: pigliacampo@cheapnet.it
Quota di partecipazione € 20,00 (venti/00) (per rimborso dei costi sostenuti, non ultimo il monte-premi).
Da versare sul conto corrente postale n.ro: 29 68 76 21 intestato a Renato Pigliacampo c/o Casisma, o tramite altra modalità a scelta del partecipante.
Informazioni:
La premiazione avverrà a Porto Recanati, ed è prevista nella prima quindicina di agosto 2014.
Riferimento: pigliacampo@cheapnet.it


domenica 24 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = VELSO MUCCI

VELSO MUCCI:. “Tempo e maree” - Fermenti Editrice, 2012, pagg, 83, € 12.00

Velso Mucci nacque a Napoli nel 1911. Tempo e maree comprende poesie tratte dalle seguenti raccolte del nostro; Continuum, 1962 – 1963, Umana compagnia, 1930 – 1953, Oggi e domani, 1934 – 1957, L’età della terra, 1958 – 1961, Lettere 1953- 1964. La raccolta è pubblicato con il contributo della Fondazione Piazzolla, diretta da Velio Carratoni.
Come scrive Massimo Raffaeli, nell’acuta introduzione, Velso Mucci è poeta di un solo libro, autore peraltro vulnerato da trascuratezza e oblio, fino ad essere espulso dal senso comune dei lettori. Il poeta, solo relativamente tardi, decise di dare una forma compiuta e ufficiale alla sua opera, nonché di formulare, anzi di anticipare, una vera e propria autogiustificazione.
La sezione Continuum è costituita unicamente dal poemetto eponimo Tempo e maree; in questa composizione riscontriamo una chiarezza vagamente narrativa, affabulante; il poemetto è composto da brevi o brevissime strofe, alcune formate da distici eleganti; l’opera si articola in un’unica e ininterrotta sequenza di versi, mancando del tutto, in essa, segni d’interpunzione, e il suo tono è vibrante e onirico. Si avverte nell’opera la presenza di una natura rarefatta e non manca un tono epico nelle descrizioni; i versi, in questo poemetto, procedono per accumulo, in uno sgorgare gli uni dagli altri, che ha un carattere che si potrebbe definire fluviale e c’è una certa visionarietà. Possiamo scorgere in Tempi e maree molte immagini icastiche e il tono è improntato ad una certa magia; le figure che l’autore ci presenta sono molto ben calibrate ed hanno effetti molto suggestivi. S’intravede anche un certo tono filosofico e si avverte fortemente il senso del tempo che passa. I sintagmi sono nitidi e caratterizzati da una certa chiarezza, mista a nitore. Il poemetto può essere definito come una riflessione interiorizzata sulla temporalità, oltre che sulla vanità delle cose. Una strofa del poemetto è simile ad una scenografia di una sceneggiatura teatrale, perché vengono indicati dei personaggi, anche se tutto resta sotteso ad un alone indefinito: in questo procedimento si nota una vena di sperimentalismo;. c’è da sottolineare che Tempo e maree è stato scritto a Londra tra il gennaio e il febbraio del 1963 e, anche per questo, in esso, l’ambientazione è quella inglese, con paesaggi materici e figure come la regina Elisabetta, che ci riportano a situazioni che a noi possono sembrare lontane; sicuramente si tratta di un’opera molto originale, pervasa da un senso di forte inquietudine.
In L’umana compagnia si riscontra un tono del tutto visionario ed è presente un forte straniamento; anche qui, a volte, sono presenti atmosfere britanniche, come nella prima poesia intitolata Five o’ clock, le cinque pomeridiane, che sono le ore del rito del tè in Inghilterra; in questa poesia vengono dette una carneficina, mani ghigliottinate, oltre che uno squalo sventrato, immagini che danno un tono brutale e quasi orrido alle descrizioni. C’è un tu, a volte, in L’umana compagnia, al quale il poeta si rivolge con un forte slancio emotivo; di questo tu ogni riferimento resta taciuto;-“… Non volgere gli occhi al mare aperto...”; questo verso che troviamo nella poesia Avviso, riecheggia vagamente alla scrittura di Montale. Contrariamente ai versi di Tempo e maree,, quelli tratti da L’umana compagnia, sono costituiti da segmenti staccati e iniziano con la lettera maiuscola.
In Dell’amore e di qualche altra passione, che è un poemetto tratto da L’età della terra, in un versificare scattante e nervoso, si avverte un tono desolato e il poeta fa una meditazione sulla morte e sul tempo che passa, riflessione che pare avere un afflato cosmico.
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RAFFAELE PIAZZA ----
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Tempo e maree -

noi viviamo in un tempo
che la morte è sospesa

vola un piccione grigio alla lavagna
del cielo di Charing Cross

i più vecchi tra noi
hanno strani ricordi

a quest’ora nella piana di Pirilico
la Luna alza le strade
e sul ponte di Londra
le acque umane si gonfiano
da un limo all’altro del fiume

se la memoria indugia
è sommersa

questo è l’ultimo tonfo della chiatta
alla chiatta che attracca
c’è il sottoterra e le domeniche
per covare i ricordi

noi viviamo in un tempo
che la Morte è sospesa
e i più vecchi tra noi
non hanno il cuore facile
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Five o’ clock -

Carneficina all’ora del tè
le mani ghigliottinate
e olimpiche
sotto il cristallo di una vita torbida
sotto la coltre pesante
le dame di chez Maxime
e la frana e la flora marine
dentro lo squalo sventrato.
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SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE MANITTA

GIUSEPPE MANITTA : “Il giullare del tempo” – Ed. Il Convivio – 2013 – pagg. 64 – s.i.p.
Il rincorrersi dei versi in queste pagine appare come un luminoso accordo che tratteggia il poemetto, tra elementi incalzanti che si aprono ad un canto decisamente sereno e coinvolgente. La conquista delle immagini possiede il ritmo della canzone , tra le improvvise piume di Icaro e lo stridore delle auto, tra le crepe del muro e le vertigini della nebbia, tra l’armonia di una danza e il rossore degli aironi . La clessidra , lievemente sospesa tra le dita incerte , affanna nel contare il tempo che inesorabilmente scompone il respiro ed i riflessi. Ed il rito si ripete, in un pensiero più vicino alla visione che le cose hanno di se stesse, in una alternativa sapienziale, che le invocazioni sono capaci di elaborare. Il recupero di un realismo sottinteso prende forma , ed il fenomeno delle metafore ha l’immediatezza della grande sceneggiatura , coniata per una poesia da contemplare.
ANTONIO SPAGNUOLO ---

venerdì 22 novembre 2013

POESIA = PIER LUIGI GUERRINI

IL TEMPO DEL PAZIENTE

Sentire, aspettare, rincorrerlo,
consumarlo.
“mi manca e non lo riavrò più”.
Da bambino, non passava mai!
…poi, quante ansie, che batticuore!
A un certo punto,
mi appellavo alle virgole. Erano grandi,
smisurate, cercavano comprensione,
desideravano affetto che si presentava spesso in ritardo.
Dilatato d’estate (un ticchettio grondante),
condensato d’inverno nell’umido freddo buio anaffettivo,
sognante nelle rade giornate sboccia fiori,
d’un’insaziabile malinconia recriminosa tra solchi di foglie.
Un pensiero notturno mi rincorre, mi rilancia scadenze inutili,
esami da superare e mi sveglio col cuore in subbuglio…
Che strano il tempo, questo tempo d’inutili speranze!
(2013)
PIER LUIGI GUERRINI ----



giovedì 21 novembre 2013

RIVISTA = NUOVO CONTRAPPUNTO

NUOVO CONTRAPPUNTO - N° 4 - ottobre-dicembre 2013 -
Sommario :
Lucio Pisani : Quo vadis ?
Liana De Luca : Non si era accorta ; la castellana pallida dei sogni
Carmelo Pirrera : Estate ; Archeornis
Domenico Camera : Neve ; Anfiteatro verde
Nazario Pardini : L'anello mancante
Eleonora Bartone : Laudes Francisco ; A Giuliana per il suo compleanno
Maria Carmela Chianca : Autunno ; Il mare
Melissa Delclitte : Nascita di una scrittrice
Remigio Bertolino : Ent la borgà sdotan-a ; Ratababuere ; Specc ed pata
Recensioni . a firma di Elio Andriuoli e Liliana Porro Andriuoli.
Riferimento : elioandriuoli@alice.it

mercoledì 20 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARINA PIZZI

MARINA PIZZI: – “Il solicello del basto” - Fermenti Editrice – Roma – 2012 – pag. 53 - € 12,00

Il solicello del basto, testo poetico scritto nel 2006, è una plaquette costituita da 101 frammenti numerati, brevi o brevissimi; nell’insieme il libro è un’opera non compatta, nella quale è difficile trovare un filo rosso, che leghi i vari componimenti, o un motivo conduttore. Tutto l’ordine del discorso del testo ha, per cifra dominante, un marcato carattere visionario, un procedere per accensioni e spegnimenti, generati da sintagmi icastici e luminosi. Il tessuto linguistico, che ci presenta Marina Pizzi, pare possedere un carattere spesso alogico, una dizione carica di forza espressiva, che si mantiene sempre su un tono alto, grazie alla fortissima densità metaforica e semantica. I versi di Marina Pizzi, in questa plaquette, come nelle sue altre opere, sono assolutamente antilirici e antielegiaci e molto originali, caratterizzati da un andamento nervoso e scattante. Quella dell’autrice è una poetica rarefatta ed evocante, che ha per elementi caratterizzanti il rigore, l’anarchia e la svagatezza, che si trasfondono e si potenziano insieme; poesia oscura, quella di Marina Pizzi. Leggendo Il solicello del basto, sembra di inoltrarsi in un bosco fitto e intricato, anzi in un sottobosco, pieno di segni e segnali, di sintagmi, che nella loro libertà espressiva , producono molto senso. Prevalentemente il testo è costituito da periodi, che sono di carattere descrittivo e che sembrano provenire, per usare una metafora teatrale, da una voce fuoricampo, e, piuttosto raramente, nel versificare, emerge la voce dell’io – poetante, che, talvolta, si rivolge ad un tu. Una certa tragicità, un pessimismo inquietante,, che non di rado pare sfociare nel nichilismo, caratterizza l’opera, che però a volte presenta la tensione risolta verso una certa solarità, a partire dal titolo, in cui è detto un solicello, un elemento felice nella sua luminosità. Il senso del drammatico lo si avverte a partire dai primi tre versi del poemetto, nell’incipit del componimento numero uno:-“Contumacia effigie il gusto gotico dell’eclisse// morsi di calvario al calendario”.- Si tratta di immagini inquietanti e misteriose, come molte di quelle che caratterizzano questo testo, in cui è presente, anche se raramente, una certa dose di figure un po’ più rassicuranti; il ritmo è incalzante e nei componimenti si avverte una certa musicalità e pare che le immagini, dette dalla poeta, sgorghino l’una dall’altra. Sembra che le figure siano giustapposte, simili a schegge metalliche e incandescenti, nella loro icasticità. Si può affermare che, alla base della struttura del testo, ci sia una voce monologante che, attraverso i frammenti, parla al lettore e a se stessa, esprimendo una vivida polifonia di nomi e cose, che vengono detti in maniera incalzante Identificare una tematica, qui, appare impresa ardua, se non impossibile, visto il carattere anarchico della scrittura, che, tuttavia, non degenera mai nel caos. In queste pagine il pregio può essere colto in sintagmi e sequenze folgoranti, metafore e sinestesie veramente alte, che emergono nella disorganicità del tessuto linguistico. Per la sua mancanza di scansioni e per la struttura intrinseca (i 111 frammenti numerati), la plaquette può essere letta come un poemetto, anche se manca, nelle sue varie parti, una coesione interna; motivo unificatore dei versi può essere un certo tono gridato e fortemente icastico che caratterizza il fluire ininterrotto dei sintagmi, da sequenza a sequenza. Una poetica intellettuale è quella che l’autrice ci presenta in questo libro, tutta giocata con epifanie e sensazioni mentali, tattili e visive. Si ha la sensazione che il testo trasmetta quello che si potrebbe definire un mal d’aurora, una visione pessimistica del mondo e delle cose. Il solicello del basto è caratterizzato da un senso incombente e ciclico del tempo, che pare riprodursi di giorno in giorno nella quotidianità, come leggiamo nel frammento 22.
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RAFFAELE PIAZZA

martedì 19 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = LEONE D'AMBROSIO

LEONE D’AMBROSIO: “Liturgia de amor” – La Garua edizioni – 2013 – pagg.78 – s.i.p.
Nella attenta e musicale traduzione di Carlos Vitale e con la prefazione in spagnolo di Lia Bronzi ecco una silloge tutta serrata nelle attese. Attese che il sentimento , le chimere, le ansie cercano di ricamare tra verso e verso , per un ritmo sempre incalzante e disincantato. “Il cuore consacra silenzi / e allunga il mio solstizio d’ attesa …” così le memorie graffiano profondamente le radici del silenzio per ricucire gli attimi che l’animo inquieto rintraccia nello scricchiolio delle stelle, quasi frantumi dell’eternità sospesi nel cielo , ora limpido e luminoso , ora scuro e nebbioso. Leone D’Ambrosio riesce a cesellare , con plastica energia , le fioriture quotidiane , inseguendo l’amore oltre le attese, oltre le assenze , oltre le carezze , per stabilire un contatto che vada oltre il fluire delle immagini sullo schermo provvisorio della illusione. La forza misteriosa che ci spinge ad oltrepassare la soglia della intimità, per cercare nel baricentro della nostra esistenza il momento in cui si schiude l’amore verso il risolversi dell’incantamento.
ANTONIO SPAGNUOLO -

lunedì 18 novembre 2013

NOTIZIA = PRIMO PREMIO

Premio ad Antonio Spagnuolo -----
Il primo premio assoluto per la undicesima edizione del concorso Nazionale di poesia Città di Santa Anastasia è assegnato al volume di ANTONIO SPAGNUOLO : “IL SENSO DELLA POSSIBILITA’ “ – edizioni Kairòs 2013 -
La cerimonia di premiazione avverrà nella Sala Consiliare del Comune di Santa Anastasia il 21 dicembre prossimo alle ore 10,30 . ------------

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALERIA SEROFILLI

VALERIA SEROFILLI : – "Chiedo i cerchi" --puntoacapo ed. – Novi Ligure (Al) - 2012 – pagg. 79 - €10,00

Valeria Serofilli è nata a Parma, ma vive a Pisa; il fatto di essere toscana d’adozione è strettamente connesso, nella sua poetica, alla presenza di una spiccata impronta luziana, della quale è pervasa la sua scrittura, nella quale trovano inserimento, addirittura, citazioni luziane dirette. Oltre alla presenza, di Mario Luzi, nelle poesie dell’autrice riscontriamo un solido richiamo montaliano.. E’ indiscutibile, in ogni, caso, che la poetessa, pur assimilando i modelli suddetti, riesca a trovare una cifra originale, nei suoi testi, un’autonomia espressiva, che è il dato rilevante di ogni bravo poeta. Chiedo i cerchi è composto da poesie che sono tutte fornite di titolo e che si differenziano molto tra loro a livello formale: infatti, nel libro, possiamo leggere sia poesie lunghe, articolate in strofe, sia poesie brevissime, costituite da pochissimi versi scarni e scabri. Elemento da mettere in rilievo è che la poesia della Serofilli sia di natura tout-court lirica, fatto molto raro nel panorama poetico italiano contemporaneo, una poesia lirica del tutto moderna, ben controllata, leggera e icastica. Il testo risulta articolato e interessante, anche a livello architettonico, nelle sue scansioni che sono- quella eponima,, intitolata, appunto, Chiedo i cerchi, Gli ulivi abbacinavano il sentiero, Se caso mai spronato, Omaggi, Acqua d’Arno, Oltre, Sapide parole, Sei il bimbo., I versi di Chiedo i cerchi sono caratterizzati anche da una dosata musicalità e da chiarezza e nitore e, tematica fondamentale, è quella naturalistica , per cui troviamo spesso nei testi la presenza di animali e piante:: è una natura rarefatta e interiorizzata, quella della Serofilli: ad esempio, in una poesia della sezione Gli ulivi abbacinavano il sentiero incontriamo n un componimento gli ulivi che pervadono non solo il sentiero, con la loro semplice presenza, ma anche l’enigma del pensiero dell’essere umano. Originale e interessante la sezione Omaggi, nella quale troviamo cinque poesie dedicate rispettivamente a Mario Luzi, Pablo Neruda, Dino Campana, Lionello Fiumi, e Pier Paolo Pasolini: in questa sezione c’è raramente un “tu”, al quale la poeta si rivolge e in esse c’è un interanimarsi della scrittura dell’autrice, con le poetiche degli autori a cui si rende omaggio. Nelle liriche di questo libro Valeria Serofilli, porta avanti il discorso intrapreso fin dall’inizio dell’esplorazione dell’universo poetico. Come già accadeva nella produzione precedente dell’autrice,, ci sono in questo volume anche componimenti che si muovono in modo autonomo, e in qualche caso perfino del tutto controcorrente rispetto a tali orientamenti e a tali ascendenze.. Ci sono inoltre alcune poesie particolari, in cui un’ironia diretta, a volte tagliente,, si sposa ad un ritmo incalzante.

RAFFAELE PIAZZA

domenica 17 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIA LICCI

"Caterina di plastica" -- Recensione per :
Giulia Licci, “Piripicchio ladro” (Gr edizioni, 2013)
**

Ho l’insano sospetto che si aggiri nel leccese, pervasivo, in cielo in terra per ogni dove, un personaggio altolocato mezzo artista che ha la fissa di costruire ex novo cioè nihilo la biografia di qualcun altro, probabilmente una donna, impelagata con le parole, che ha fatto di lui il depositario delle sue aspirazioni frustrate a raggiungere nel suo campo le più alte vette.
L’Innominato fa questo per motivi ignoti, forse per adempiere ad una promessa, forse per tacitare oscuri sensi di colpa o forse e meglio per delirio di onnipotenza: beffarsi degli altri riducendoli a topi obbedienti al comando del suo piffero che, per dare il buon esempio, ha suonato per primo avviando un’ampia campagna di consensi. Tutti giù ad ubbidire zitti e muti.
E finché si trattasse di dare una mano, nel lecito, ad una persona amica, potrebbe anche comprendersi.
Senonché Costui per raggiungere il suo scopo pare non esiti a rubare versi altrui. Non si sa se per utilizzarli personalmente nell’agiografia posticcia o per metterli in bocca a chi, di plastica (inesistente), o altrimenti impedita (un talento morto) non ha voce.
Inganna tutti. Ma non Giulia Licci, anziana e autentica poetessa di Ruffano (Lecce), che con “Piripicchio Ladro” (Gr edizioni, 2013) lo denuncia elegantemente e audacemente tra le righe di una metafora santifica.
Nelle cinque poesie che compongono la silloge, in realtà la Licci narra momenti della vita di una tal Caterina, da piccola sino alla sua beatificazione, ma lo fa con tale sorniona ironia e iperbole irriverente, da lasciare intendere chiaramente che non è della vera Caterina da Siena che ci vuole parlare ma di un illecito processo di beatificazione in atto. Introduce infatti elementi e particolari tali da palesare senza ombra di dubbio il suo intento. A Licci non interessa la vicenda terrena di questa Caterina con le sue traversie, delusioni, liaisons pericolose e aspirazioni frustrate, ma per onestà vuole solo divulgare il furto di poesia di questo Soggetto che chiama Picchio (per la sua ostinazione incrollabile, una vera fissazione); soprannomina Piripicchio (nome per antonomasia di cantastorie nel Salento); lo dice operante sul colle (di Monticchio); lo indica come punto di riferimento e confessore di Caterina, che a lui ritorna («riprese il volo» fa pensare ad un precedente “round”), avendo l’”uscio aperto” (un rapporto compiacente?), ma fa lunga anticamera prima di incontrarlo sul «picco di Monticchio» e confessargli le sue speranze di riconciliazione generale, totale e di tensioni alte nei cieli. Negli ultimi versi della prima poesia Licci definisce apertamente il Picchio “ladro raro di più rari / nobilissimi valori/”. La Poesia appunto, di chi la pratica veramente e onestamente da sempre. Senza infingimenti, senza interposta persona.
E che il rovello di Giulia sia l’appropriazione indebita del patrimonio artistico altrui, è ribadito dai versi dell’ultima poesia dove Piripicchio, nella pifferata celestiale, di taglio del nastro iniziale, fa «un oboe in cielo / trasvolare rubacchiando /raggi al sole di Poesia».
Sole che la Licci degnamente mantiene alto e puro.
NADIA CAVALERA -



POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


MEMORIE ----

Hai donato meraviglie di passione
negli anni tuoi , nelle tue moine,
ed ho bevuto al tuo labbro sino a disperdere
ogni malinconia.
Oggi non sei che memoria, illusione vagante,
che rincorre le mie strane inquietudini.
Resto in attesa dei passi, delle dita,
del sorriso che ti distingueva,
eppure sei altrove forse addormentata
nel luccicore della luna che mi inganna,
nel gioco dell’eterno che ci inganna,
nel buio irraggiungibile.
Una lama che poggia sul vetro le tue dita,
lampo irrequieto che sfuggiva al tempo,
privilegio nell’ombra della morte
che ti allontana per lasciarmi solo.
Mi accompagna il segreto che ho rapito,
come frutto che scoppia,
tra il colore e il fragore della tua parola.
Morde l’angoscia ogni epifania
che assottiglia l’incendio e il disinganno
inconsueto silenzio che ti porti via.

*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 16 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = ACHILLE CHIAPPETTI

ACHILLE M. CHIAPPETTI : “L’inafferrabile presente” – Ed- Passigli poesia – 2013 – pagg. 128 - € 14,50 –
Può la memoria recuperare il passato e farlo perdurare luminosamente nel presente, in una melodia che accompagni il vissuto attraverso le impreviste riprese del sub conscio ? Il poeta ricerca le figure e le emozioni cercando con tutte le sue energie di non farsi coinvolgere dal nulla che ci circonda , nel convincimento che la capacità di vivere il presente riesca ad alimentare l’amore per la vita stessa. I ricordi allora si accavallano e cantano l’infinito attimo, nella scoperta di giochi divini ed immortali, di illusioni ridotte a grumi, di brame ardenti e carnose assopite nelle sembianze del profumo, di rombi che squarciano la camera oscura come un filtro magico alla scoperta di schegge residue. “Succoso, come carnosa matura papaia, / miele troppo dolce, indolente / è il tuo tempo presente, gioventù; / uscio che troppo adagio s’apre / verso gloriosi avvenire con ansia attesi; / soglia che senza rimpianto varchiamo /con esasperante mal tollerata lentezza …” - Uno stile colloquiale caratterizza questa scrittura , tutta tesa a rielaborare sentimenti e misteri che potrebbero rivelare inattesi miraggi, misteriosi brividi, improvvise ombre, nel sussurro delle occasioni perdute. Le metafore hanno un lievito vorticoso, che si prepara a non dar tregua alle ormai lontane nebulosità e per rinverdire le quotidianità senza più lo schermo del silenzio.
ANTONIO SPAGNUOLO --

SEGNALAZIONI VOLUMI = CARLA BARONI

CARLA BARONI : “VERSI D’OTTOBRE” – Edizioni Confronto – 2012 -
C’è il sapido languore dell’autunno, reale e metaforico, con tutto il suo carico semantico e allusivo in questi “Versi d’ottobre” della nota poetessa ferrarese Carla Baroni; e c’è l’assorta ma disincantata atmosfera in cui si muove chi per la vita è passato, cogliendo e cospicuamente registrando sensazioni e affetti che rendono l’esperienza umana degna di essere vissuta.
Questa pubblicazione, impreziosita da splendide incisioni di Vito Tumiati che rappresentano le costellazioni dello zodiaco, è frutto di un premio editoriale: la silloge ha vinto infatti il concorso nazionale di poesia “Libero de Libero” del 2011, XXVII edizione.
Io non so se il senso di misura e di equilibrio, che gradevolmente si coglie nel progressivo snodarsi dei versi e delle liriche, sia il pregio più notevole di quest’opera e di tutta la poesia di Carla Baroni.
So però con certezza che questi due elementi danno dignità al suo modo di esprimersi poeticamente: i toni non sono mai smodati; i sentimenti, mai urlati, appaiono smussati da ogni retorica e ridotti all’essenzialità; persino i versi hanno cadenza endecasillaba pressoché fissa, con ritmi quasi sempre piani e riposati.
Centrale è, sotto il profilo dei contenuti, l’elemento biografico (senza il quale - a mio parere- non può esistere in alcun modo la poesia, visto che questa ha nella vita dell’uomo l’unica possibilità di uscire dalla virtualità), il quale è spesso letteralmente sommerso da una fibrillazione creativa che genera versi di grande intensità e bellezza con qualche venatura gnomica. In questo contesto, con il supporto della memoria, il presente fa i conti con il passato: o forse è il contrario, senza che cambi il risultato. Perché è proprio da questo cozzo di tempi o di epoche, di realtà diverse e dalla percezione di esse, che prorompe la forza poetica della poetessa ferrarese: da un lato il passato della possibile felicità, dall’altro il presente, spoglio di piaceri e segnato dalla solitudine (“Ora il dopo è venuto senza odori ,/ senza una voce a vellicare l’aria / la fiamma che ci ardeva un’onda spenta / disperse le sue ceneri nel vento.”), che precipita all’occidente della vita. Un presente dolorosamente percorso dai postumi di una sottrazione, di un furto di felicità operato dalla natura malvagia nei confronti di “una come me / segnata (...) da maligna stella”.
Eppure una soffusa dolcezza spesso trama il mondo artistico di Carla Baroni, animandolo con presagi e risorgenti speranze: “E i sentieri usati rinverdiscono, / scoprono muschi nuovi a fecondare / i sassi lastricati del deserto / dove la sabbia luccica alla luna / la luna nuova, luce che ritorna / per impervi tracciati a riattizzare / l’ostinato stoppino alla speranza.” Una dolcezza che arriva alle orecchie e al cuore del lettore con la musicalità di un endecasillabo armoniosamente fluido e rotondo. Accattivante.
La poesia della Baroni procede per intuizioni e svelamenti, per stupori e rapimenti, per ricordi e dolorosi rimpianti. E sempre attinge a piene mani dalla vita.
“Versi d’ottobre” è un percorso poetico di ventitré liriche che, in modo carezzevole e suadente, ci offrono una splendida realizzazione artistica, frutto di una passione creativa profonda e durevole, intensa e partecipata.
Il lettore accorto vi sentirà pulsare un cuore. Che indomito passa attraverso la vita, cogliendone i fiori della gioia e del dolore. In estenuati autunni, in versi d’ottobre.

Pasquale Balestriere

giovedì 14 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTON PASTERIUS

ANTON PASTERIUS : –“ Parole lesse e connesse” -Fermenti Editrice – Roma – 2012 – pagg. 135 - € 18,50

Antòn Pasterius, di origini moldave, vive da sempre a Parigi. Il suo lavoro poetico, edito esclusivamente in Italia, comprende una raccolta di testi (L’amore dentro), prefazione di Donato Di Stasi, 2007 e altre piccole raccolte poetiche, che sono state incluse in due antologie “Bugie discrete” in “Lo sguardo senza volto”, 2009 e “Fare poco e di notte” in “Parole in circuito”, 2010.
Tutti i libri del Nostro sono pubblicati da Fermenti Editrice.
Il testo è scandito in diciotto capitoli ed è costituito da oltre trecento aforismi molto eterogenei tra loro e che iniziano quasi tutti con la lettera minuscola, elemento che crea sospensione e un senso di arcana provenienza.
Gli aforismi sono tutti numerati, ma non seguono una sequenza lineare e sono strutturati in due, tre o più righi o anche in un solo rigo.
Il primo capitolo ha per titolo l’ossimoro Illuminazioni spente e, addentrandoci nella lettura, possiamo facilmente constatare come il carattere distintivo dei testi che Pasterius ci propone, l’etimo della sua poetica, sia quello dell’ironia mordace che caratterizza tutti i versi del poeta, nella varietà delle tematiche trattata, che sono molto eterogenee tra loro.
Possiamo constatare che la suddetta vena ironica, che Pasterius esprime, è presente fin dal titolo della raccolta Parole lesse e connesse.
In questo titolo, con la definizione di parole lesse e connesse, l’autore fa un accostamento tra tre termini eterogenei tra loro uno astratto, parole, al quale seguono gli aggettivi lesse e connesse.
In tale avvicinamento il versificatore compie un’operazione del tutto originale per quanto può riguardare un libro di poesia.
Il poeta gioca con le parole che si delineano secondo una vena ludica che sfiora il non senso e l’enigmatico.
Da notare l’eleganza formale degli aforismi che si dispongono sulla pagina sempre in modo molto bene controllato e risolto efficacemente in maniera icastica.
Il genere dell’aforisma ha avuto una certa ripresa nell’ ambito della poesia contemporanea italiana di inizio millennio, e sono numerosi gli autori che lo praticano
Pochissimi sono i segni d’interpunzione che incontriamo nella lettura e questo è dovuto anche alla loro intrinseca brevità.
C’è anche una vena vagamente filosofica in questo libro che si stempera in asserzioni vagamente gnomiche.
Come scrive Antonino Lo Cascio nella sua esauriente introduzione, nei suoi meandri subtestuali, il titolo definitivo nasconde l’ambizione goliardica d’illustrare sia l’uso frivolo e irresponsabile delle parole, sia la loro cottura levystraussiana, parole lesse di questi aforismi.,
Imprevedibili, compaiono sovente nel suo odierno lessico alcune intriganti screziature di pura amorevolezza raramente riconoscibili nelle sue precedenti opere.
Inoltre va ricordata l’onnipresente dimensione surreale, sempre più egemone.
I testi sono connotati da grande compattezza e, tra le tematiche ricorrenti, ci sono quella mistica e quella erotica, che s’intersecano tra loro.
**
RAFFAELE PIAZZA --
**
1
a volte bisogna costruire un caso
per uscire dal casino

3
la verità
è sempre alterata
dalla realtà

4
la visione della realtà
è sempre alterata
dai punti di vista

266
un autentico libertino molto ricco
usa unicamente profilattici su misura:
gli stanno a pennello

40
sei calzini
stanno sotto i calzoni
le mutandine stanno
sotto le Ande?

mercoledì 13 novembre 2013

POESIA = GIANFILIPPO GRAVINO

IN RIVA A QUESTO MARE-
La luce era
nel colore dell’acqua
e non del cielo.
Ma non serve sciogliere
ora l’ombra o la pelle
dentro la tua continua
epifania come
nello spirito di una
notte. Il tuo alito
salino non respira
mai il mio affanno, sensibile
dio, che di nessuno
conti i passi né riempi
l’animo monco.

Ti insegui per sfuggirti e
ti mescoli per perderti
in un tempo di sabbia,
e in fondo anche in te si agita
qualcosa di placido:
nella tua iride immensa
un cielo, sottile
quanto un soffio, istilla
una dolce e azzurra
bugia, che – se l’assaggio –
ha lo stesso sapore
della lacrima di
chi si è ritrovato
su questa riva in riva alla tua luce.
**

"UN PO’ PIÙ"

Non sono dei codici informatici
e neanche la scia di qualche satellite,
ma le anime nomadi e salve
che plasmano il vento a loro immagine,
standosene un po’ più
in alto pure dell’invidiarle.

Non sono una cortina
di nebbia o biossido di zolfo,
ma Vie Lattee di giorno che giocano
a rincorrersi nella troposfera,
standosene un po’ più
in là di quel che è detto “buono” o “nero”.

Non sono niente e nient’altro che
le nuvole, e le nuvole
danzano e poi danzano
a piedi bianchi e senza graffi sopra
i cocci rotti dei mondani sogni
e sopra le macerie infrante
di quelle nostre promesse un po’ più
nostre, perché non dette.
*

"TUTTO SCORRE E TUTTO BRUCIA"

I

Un vento è solamente un fiume d’aria,
se un fiume non è che un fuoco fluido.

Ma aereo o liquido
il fuoco è sempre eterno
e non ha tempo per credere a questi
e ad altri insipidi dettagli,
visto che il fuoco è "già" nei dettagli,
sin da quando nel buio
della sua officina è riuscito a
forgiare la scintilla di calore
che ancora trema al centro di ogni cranio e
di qualsiasi altro cuore.

Così, se è vero che
tutto è immerso in un fiume che scorre
via, lontano da se stesso, è
anche vero che in quel fiume tutto
è lava e tutto brucia di una febbre
che viene dalla vita
e va verso la vita,
perché non è che vita - e perché non è.

(Visto che alla vita come al fuoco
piace essere e non
essere ad un tempo ed
essere senza essere
nello stesso luogo.)


II

Il fuoco è sempre eterno,
ma non sempre riesce
a respirare al ritmo
del proprio passo e del
suo stesso sangue, e sono
sempre tante le volte
in cui il fuoco non vive
di vita,
ma della brace più
grigia e delle sue ceneri
disperse
tra le nausee più sazie
e i più stanchi rimorsi.

Però
la lena che riprende
pochi momenti dopo
è legna
umida di benzina,
ed è in questo modo
che il fuoco può di nuovo
tacere le sue colpe e
danzare sulle punte
dei suoi capelli alti,
rossi e scomposti dal
ritmo del proprio petto e
della sua stessa voce.

**

Memento



Anche se un giorno (o nel corso di un sogno)
sicuramente torneranno a galla
in qualche palude della mente
o nell’eco dei suoi mille meandri,

memento che alcune cose è meglio
scordarle, ricacciarle nel niente,
di cui sono le madri e le figlie ad
un tempo. (Almeno per qualche momento.)
**
Rondini

«Un urlo dal dolore è il vento
che alza la nostra polvere
o si veste di onde o bandiere»

spesso si è detto. Intanto, oltre lo specchio,
uccelli senza un nome,
perché hanno già tutto, sono delle

nuvole di mosche nell’aria azzurra e
come pianeti disegnano ellissi.
Sirio, il loro Sole.
Nere e come lame
hanno le ali, però
la voce dal loro candido cuore
volge pure quel vento in un "virb"…
**



"La mia Nona"


A volte – ad occhi socchiusi – mi lascio
scorrere nelle geometrie friabili
di una foglia o nella
musica che, riempiendola, colora
l’aria su cui galleggio e che mi avvolge.
E mi sembra davvero
di essere una sola cosa con
il mondo e la sua carne.
Ma, se ogni croce ha una sua delizia,
ogni splendore ha le sue miserie, e
così ben presto sono
costretto a far ritorno a me stesso
e al mio percorso,
visto che i miei inni alla gioia
muoiono giovani e quasi mai beati
(visto che la mia Nona
non lascia loro che
il tempo di un tramonto o
di una serata appena).

Sapienti saggi hanno
premura di spiegarmi che le gioie
sono un canto di cigno
o un ardere di paglia,
ma che è proprio questo retrogusto
di amaro a renderle
l’uva più sublime ed il suo miele.
Tuttavia, l’immagine del cosmo
che alla fine mi vendono è
coperta dall’effetto
neve di una sfera, che si infrange
in mille specchi al minimo contatto
con il suolo del reale.
E così – scorsa via
la sabbia dal cavo della mano –
non stringo che un pugno
d’aria da offrire
al primo soffio che passa per caso
o per sbaglio sul mio percorso.
*

"Nostro"

È solo un vecchio desiderio
ed è solo un’altra notte
di neon e di luci rugginose,
eppure io vorrei
lo stesso farmi più forte del vento
che sforma e ruba l’anello di fumo
che hai come aureola.
Vorrei e forse posso.

Ti bacio le ali mozze, angelo rauco e
costretto a camminare
sull’asfalto di questi Campi Elisi
collusi con l’Inferno, ed
accarezzo l’aspetto malridotto
della tua anima offesa – fatta
di carne e di pioggia – in un abbraccio
di calore e di bianco,

prima che attorno sia di nuovo l’alba
di un nuovo giorno sepolto e non nostro, e
prima che la nuova alba ci ricordi
che anche noi siamo rimasti nascosti
dietro lo schermo dei nostri contorni.

**

Ultimo passo (prima della danza)

Danza tra i suoi pensieri
al suono delle vene
la voce di una strana e
prima madre, che chiede
la testa dell’uomo unto
di fiume e di galere in
dono ed in cambio d’un
amplesso con il sogno
del nuovo e vecchio padre.

Danza, lei danza ed è
( giunta all’ultimo passo )
sempre più se stessa:
"Salomè" dolce e sola
e nera e lieve insieme.
**
FRAGILE

("a C").

Correre e tremare
come una luce incerta e ubriaca
che rincasa al mattino.
Correre, dopo aver corso su una
corda tesa tra farsa e tragedia,
ma finalmente in cerca di quel suono
intravisto in fondo al
Silenzio più stonato.

È questo che hai impresso
a fuoco nelle vene:
correre per sfuggire al tuo sé,
alle sue volontà come al caso,
diventando più scaltro
perfino del dolore.
Sei un pacco con su scritto "FRAGILE"
che è stato spedito a
mille indirizzi estranei,
ma che alla fine ha trovato la
sua casa: lo spartito
di una sinfonia ingiallita
ed ogni giorno più incompiuta.
**
Di fronte al Moto

Ripeto spesso che a questo mondo
non c’è gloria che non sia vana
né vittoria che non sia di Pirro

di fronte al Moto più esteso e perpetuo,

eppure brucia veramente tanto
stringere tra le mani le macerie in
fumo di un altro lucente incanto.
**
"In ogni dono un gioco"

( “Un dono può anche essere sbagliato. Non piacere.” )

Oggi non è il tuo compleanno
né un giorno prefestivo,
e io ho voglia di darti in dono
questa matrioska con la sua grazia
grossa e gravida di segreti dai
colori rumorosi ed estesi.

È solo qualche pezzo
di plastica prodotto
in serie, è solo un souvenir,
ma un souvenir che non
serve a farti rimpiangere un viaggio,
tra l’altro mai avvenuto.
Le sue gemelle sempre più piccole
sono già il tutto di un mondo
che di guscio in guscio
scende fino al seme
del suo nucleo solido– il nucleo
interno di un giorno fermo in fila.

Perché anche in un giorno stancamente
di serie se ne sta nascosto un dono,
e un dono per te è come un gioco
che rinnova il ciclo e il carbonio
del primo dono che hai scartato:

il gioco originale
che non sempre diverte.
Quel gioco severo
che cambia ogni giorno le sue regole.


***

"Sogno di una scala"

Centoquarantanove
gradini ha questa scala – ogni volta
che sono io a contarli.

Centocinquanta ne
ha invece quando li numeri tu,
che sei sempre più abile di me.

Certo, non stiamo parlando di una
scala magica tra Betel e il cielo,
tra una pietra e gli astri.

Non la percorrono stormi di angeli
che negli occhi hanno
l’oro e il lapislazzuli.

Da un brano di mondo ci conduce,
alta e stretta, ad un altro
brano di mondo in prosa – e viceversa.

Ed è questo il suo sogno:
la sua sempre incostante
e scritta col marmo chiaro magia.

**

“Al potere”

Le parole d’un paese senza case
non scorgevano suono,
tanto da perdersi e poi rinchiudersi in
riverberanti mani,
che non seguivano né la sfioravano
la voce dentro agli occhi,
dalle dita già troppo unte
per posare la prima e anche
le altre pietre – dopo che
l’accelerata guida
dell’affiatato battito
venne coperta da quell’oro
che ne svelava il fango.


**


"Napoli anno zero"

Sirena annegata
più volte sotto il peso
delle ombre e dei rifiuti,
dell’immondo e del sangue
più buio, sotto i piedi di
mille vulcani al rogo,

hanno dettato alla
tua voce parole
di zolfo, affinché
ti sporcasse di vuoto,
di vecchio Silenzio, e
non rivedessi più l’aria.

Chissà se ora che hai
assaggiato il fondo,
per un principio fisico,
sarai chi risale e
nasce sopra le sue onde
di cenere, o cenere.
**
GIANFILIPPO GRAVINO
****
Gianfilippo Gravino ha preso parte a diversi eventi culturali, tra cui la rassegna “Una Piazza per la Poesia”, organizzata nel 2008 dalla libreria internazionale “Treves” di Napoli.
Suoi testi sono presenti nelle antologie di Autori Vari: Dolce Natura, almeno tu non menti (Editrice Zona, 2009); Accenti (Società Dante Alighieri, 2010); Le Strade della Poesia: il Fuoco (Delta 3 Edizioni, 2012); Salon Proust (e-book, LaRecherche.it, 2013); Le Strade della Poesia: l’Aria (Delta 3 Edizioni, 2013).
Selezionato nel Concorso Letterario di Poesia "Città di Tolentino", è stato pubblicato nella relativa antologia, Non ho saputo tessere parole (Edizioni Montag, 2013).
Selezionato nel Concorso Internazionale di Poesia Inedita "Il Federiciano", sarà pubblicato a breve nella relativa antologia, Il Federiciano (Libro Amaranto), dalla Aletti Editore.
Altri suoi testi sono apparsi sulla rivista di filosofia, arte e letteratura "Ameba", su “TRACCE/Rivista multimediale di critica radicale”, sul quotidiano “Il Roma” e sulla rivista letteraria libera on line “LaRecherche.it”.
Collabora alla rivista di architettura “Mète”.

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martedì 12 novembre 2013

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

SOGNO DI SELENE ---

Nel letto Selene pari ad acqua
in un’anfora piano respira:
nel sonno calore del corpo
di ragazza:: entra in una camera
segreta, estensione della casa,
e trova una lunare mensola
con i suoi diari, trascrizioni
di sogni con affilata
grafia al colmo della grazia.
della terra. Apre un balcone
e sorride della fragola la
pianta. Ne prende una rossa
e la mangia tra segreti serrati
nella stanza della mente
(quello che non dirà a nessuno,
che il fidanzato non la lascerà).
Vede sulle cose del divano
i doni, la conchiglia rosa,
la bambola e la pietra levigata
bianca. Si sveglia Selene
e trascrive il sognato nel diario
in una duale preghiera..
**
ATTESA DI SELENE --

Di Selene attesa, la sera
precedente che non torna:
delle fragole il sapore
nell’anima di vetro
di ragazza. Camera della
mente a intessersi con il
cielo polito sul mare
delle cose.
Un battere d’ali di gabbiano
a solcarlo…
La linea immaginaria
delle immagini di ragazza.
Selene : la maglietta
rosa, il jeans sdrucito:
l’attesa che tutto resti
pari a sé e arrivi l’amato,
nel sottendere altre
navigazioni nella città
fino al Parco Virgiliano
dove era già stata.
***
ALESSIA E IL FULMINE---

Sera delle lamine di cielo,
il tempo attende la disadorna
via serale: la percorre
Alessia rosavestita per la vita:
attimi di silenzio
una spiga ha in bocca Alessia
per respirare. Viene dal sagrato
Giovanni, le va incontro,
negli occhi i vetri-cattedrale
per entrare nelle sclere
di Alessia e le pupille dilatate
dalla luce. Silenzio di Alessia,
il cielo s’incendia di un fulmine
sulle cose dell’amore e dei
baci la storia.
**

SELENE NEL FUTURO ANTERIORE --


Sarà stata le festa vissuta
a casa di Alessia (fusione
con le piante della serra
vicino al garage e alla
portineria-acquario).
Oggi Selene si è svegliata
con il mal d’aurora;
rimane nel letto tre
ore senza alzarsi. Selene
spia le cifre digitali
dall’orologio visore di
fronte al letto nel
dormiveglia vede
il paesaggio iridato
di Napoli a soccorrerla
la zona franca (Posillipo
e il Parco Virgiliano dove
guidando come una donna
va da Virgilio, il cane
amato).
Si alza Selene in limine
con la vita, nuda davanti
allo specchio, madonna
medievale, occhi azzurri
e il biondo dei capelli,
entra nella doccia, acqua
caldo-freddo a rigenerarla.
Nel futuro anteriore sospesa
ai fiori e ai frutti le fragole
e le rose, tocca l’orsetto
azzurro della fortuna,
dell’amato dono.
**

DI SELENE IL LAGO DELLA GIOIA --

Selene in limine con la vita
(campo di gioco le strade e
le piazze e il Parco Virgiliano
per prendere ossigeno).
L’incanto nell’abetaia e il
lago adiacente nel riverbero
dell’acqua verde per navigazioni
senza nesso entra negli occhi
di Selene ai lieti colli dell’
esistere, piove sullo sguardo
di ragazza e ci sarà raccolto,
una misura buona per resistere
nel campo della pace
del grano dove ha fatto l’amore
con l’amato.
Lago della gioia per Selene,
per nuotare e pescare:
si iridano degli occhi le sue lune
di gioia rossofragola naufragio.
**

DI ALESSIA RESISTENZA --

1
Di Alessia resistenza tra i rami
nella nebbia, azzurro sembiante
visore nella campagna
al vento a levigarla, stanca…

2
Nell’albereto a indifferenziarsi
di pini e del Mediterraneo la presenza
immensità per sopravvivere
ossigeno nel sangue di ragazza
felice nel fondersi con il grano
il biondo dei capelli, gli occhi
azzurri a guardarmi

e ricominciamo.

3
Bella Alessia nelle tre dimensioni
dello spazio azzera il tempo
col verde di un filo d’erba in bocca
pensa parole senza dirle
la prossima poesia

squilla il telefonino
tra le piante, ascolta
il sangue nelle vene ansia di gioia.

4
Ansia stellante, Alessia nella chiave
del tempo nella rondine di platino
che piange sotto il cielo
e sta infinitamente e con la mano
risponde digitando ed è Giovanni
crede che domani in città
supererà l’esame e il bacio.

5
L’appuntamento è all’Albergo
degli angeli, pomeridiano
amore dopo la natura interanimata
nelle fibre in quel rigenerasi
e il sonno con i capelli
su di Giovanni il volto
e il sogno bello.

6
Ha sognato il bianco del cavallo
lo steccato saltare e lei amazzone
dopo la paura, non è caduta Alessia
poi la palizzata di fianco altro
spavento e resiste e gioisce;
scarta Raggio il cavallo e nelle
vene di ragazza la bellezza
e la felicità d’essere salva iniziatica
prova nel maneggio e il fieno
afrodisiaco domenica fantastica...

7
Risveglio a resistere con Giovanni
accanto, nuda Alessia a tendere
le mani sul suo volto: mi ami!!!

Amore di Alessia senza tempo
adesso guida la Nissan verde petrolio
come una donna Giovanni accanto
pensa al lavoro di domani in banca
e agli interessi di una vita in amore
ed euro e non tradisce Alessia.
**

ALESSIA E GRANDINE---

Di novembre grandine a scendere
da del cielo polito una lastra,
un tetto, sugli occhi di Alessia,
nella forma di città senza tempo
che sale nel riverberarsi del sole
in rigagnoli amniotici di arcobaleno
dalle sette tinte proteso su della
tranquillità un mare nelle fibre
di Alessia attraverso la pelle
di ragazza fino a di vetro l’anima
nell’ovale del volto di medievale
madonna, l’azzurro degli occhi,
dei capelli il grano, gettati nell’
affresco della vita, fino al letto
con Giovanni per affilare piacere
e orgasmo.
**

L’ICONA RESTITUITA---
*

Prologo

Dal caldo delle
tue mani alle mie
un fiore azzurro
d’erba sotto il sole
ad accadere per
altre generazioni.

1
Hai percorso il tempo
in auto e sei venuta
a dare il senso del
latte al figlio diciottenne,
amato e non voluto e

2
nella chiostra prealbare
nel felice movimento
dello specchio
la tua icona ad entrarmi
per gioco negli occhi e

3
il treno blu che ti ha
trasportato l’anima
d vetro nel fondersi
della notte con la
visione dei pini piantati
nel primo ‘900 e

4
qui si respira aria tersa
incanto di sorgente
dai tuoi fianchi di ragazza
nel tendere alla via serale e

5
una scala per salire alle cose
del cielo è rimasta nel
tempo incantesimo tra
i nostri genitori e i nostri
figli e

6
sei giunta per altre navigazioni
oltre lo squillo del
telefono e la lettera alla
portineria arrivata
o il nuovo libro,
per accedere al luogo
dove eravamo stati
col bambino quando
aveva cinque anni e

7
ora è la stagione delle
spighe e il figlio ha
18 anni, la forza
trasparente dell’aria
nell’accadere di ore
al mio polso sottile

a stringere la giovinezza
a respirare, la brezza
di un luglio dove tutto
è fermo anche del sole
la lamina, il dischetto
che vedi alle diciannove
dall’incanto del Parco
Virgiliano e

8
poi la forza nelle gambe
che vengono da me
se sei l’icona a scendere
nel cuore fino a isole
altre.
**

--SELENE RINASCE DALLE ACQUE--

Mediterraneo di aprile
per Selene: sul suo bordo
ha acceso una candela
senza vento. Freddo delle
acque di Posillipo, le fibre
le attraversa in magica gioia
fisica: la tinta delle acque
nello specchio degli occhi.
Barchetta al filo d’orizzonte
nella conca d’arancia
del tramonto. Nuota Selene
(stile libero ad intessersi
a rigenerazione).
(Mi ama o non mi ama?
pensa senza delle margherite
dei petali il bianco).
S’immerge e sulle cose
del fondale una stella di
conchiglia tra le mani
(è rosa e le porterà fortuna
nel limpido orizzonte
della vita se non è
esistere nuotando).
****
RAFFAELE PIAZZA ---

giovedì 7 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADELE DESIDERI

ADELE DESIDERI : “Stelle a Merzò” – Ed. Moretti e Vitali – 2013 – pagg. 76 - € 12,00-
Un diario serrato (luglio- agosto- settembre – ottobre ) di un anno che esplode senza risparmi in un amore che “segnerà la strada che porta alla follia”. La voce della poesia si eleva a tratti imbevuta di angoscia , a tratti illuminata da splendori improvvisi , tra il cielo e la terra , tra l’acqua e la luce , per un uomo ed una donna che si “con/fondono” nella carne e nell’animo. La pagina di apertura di questo volume porta inciso con evidenza la frase : “Questo lavoro è la trascrizione in prosa poetica di una storia di amore che mi è stata raccontata – non senza lacrime e sospiri – dalla viva voce della protagonista.” Per cui la lettura diventa intrisa di una delicata curiosità , alla ricerca di quei tratti o di quei momenti che evidenziano le realtà di un desiderio o di un’utopia , lo smarrimento di un sorriso o la illusione del dubbio. Il vortice affascina :”Tesoriera del dubbio,/ fui vergine un tempo,/ poi sono Lolita./ Ora sono favola,/ passeggiata nel bosco,/ latrice di grazia …” - Le figure alternano lacrime e gioie , tracce di una fuga irrequieta, che cerca di allontanare le ombre della quotidianità per immergersi nei subitanei silenzi, sospesi tra le labbra o le ciglia. Il filo di un tempo perduto si dipana nel turbinio di un amore dolcissimo ma sbagliato : “… Taciturna, anzi muta /traditrice, impudica / l’età del sangue /- quando vivo sgorgava - / attendeva che nel silenzio / tu nascessi sbattendo l’uscio …” –Il verso non rientra nella finzione scenica, ma ricostruisce brevi frammenti composti nella intercapedine della suggestione. Il linguaggio nel mentre viene scelto come strumento principale del racconto si rivela nella sua limpida fattura , inanellato fitto e deciso, particolarmente incisivo per l’inatteso quanto inquietante registro conclusivo-
ANTONIO SPAGNUOLO --

mercoledì 6 novembre 2013

SEGNALAZIONE VOLUMI = ENZO VILLANI

ENZO VILLANI – “Gli dei sono malattie” -Fermenti Editrice – Roma - 2012 – pagg. 79 - € 13,00

Enzo Villani ha pubblicato varie raccolte di poesia: tra queste ricordiamo Girasoli bruciati, Fermenti, 2008, ed è autore anche di romanzi; vive tra Istanbul e Roma.
Il testo, che presenta il sottotitolo Epigrammi ed è prefato da Gualtiero De Santi, non è scandito ed è strutturato in modo omogeneo.
Ogni pagina della raccolta include due poesie, quasi sempre molto brevi, e, in chiusura, incontriamo l’unica composizione lunga che ha anche un contenuto programmatico, intitolata Gli Die.
Gli dei sono malattie costituisce una rilettura in chiave postmoderna della classicità, attraverso una estesa galleria di personaggi dell’immaginario, spesso dei o dee, a volte altre entità.
La scrittura è permeata da una vena di sottile ironia, ma è anche nominato un forte senso del dolore e si percepisce la sensazione di un sentimento di perdita e di caduta, detto con tono sarcastico e irriverente.
Nel panorama odierno l’opera si colloca in una posizione di assoluta originalità per i suoi contenuti: infatti un libro intriso tout-court di cultura e tematiche relative al mito è veramente un unicum.
Ogni poesia è dedicata ad un personaggio della sfera della leggenda, che si esprime in prima persona, ed è presente un aspetto ludico in questa poetica, che si manifesta in un tono lapidario e originale.
Si deve sottolineare che ogni verso inizia con la lettera maiuscola e termina con il punto: questi elementi contribuiscono a dare compattezza formale ai vari segmenti, li rende molto concentrati e anche icastici, simili a schegge acuminate.
L’’insieme delle poesie costituisce un caleidoscopio di immagini, una polifonia di argomenti e situazioni molto eterogenee tra loro, sempre in bilico tra gioia e dolore.
La dizione è vagamente lirica, caratterizzata da precisione e velocità, che si coniugano ad eleganza stilistica ed ogni componimento è efficacemente risolto; le composizioni sono suddivise in varie stringhe minime di parole da una frequente punteggiatura.
Spesso ’incontriamo situazioni scabrose ed erotiche, senza cadute nella pornografia, e non manca il tema della metamorfosi, in sintonia con il mondo atavico, che fa da sfondo, anche se talvolta vengono detti elementi della contemporaneità, come il bus, il condominio e l’ecstasy, che creano slittamenti temporali.
Come scrive il prefatore, con bella concisione epigrammatica, il testo che ci avvia alla lunga suite dei ritratti antichi, proclama che stare al mondo è angoscia, è cura (al modo leopardiano): asserisce che i nostri indugi sulle illuminazioni momentanee, persino quelle del sesso e insieme del desiderio di conoscenza ed espansione, valgono l’affanno, i deliri e le inquietudini; che tutto ciò che rimane alla conclusione di una vita come di un’esperienza, corrisponde alla falsità oppure al martirio.
C’è da mettere in rilievo che una forte chiarezza espressiva caratterizza il tessuto linguistico del libro, che può essere letto come un poemetto, per l’unitarietà del tema che accomuna tutti i frammenti, simile ad un mosaico, del quale ogni poesia è una tessera.

RAFFAELE PIAZZA -
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Gerione

Ero il più forte del giro mani da per tutto.
Uno mi denunciò: i buoi nutrivo con la carne.
Allarmai l’opinione pubblica. Venne un Ispettore..
Dall’Alto e fu la fine: me li tolse tutti.


Dioniso

Con un bicchiere passa la malinconia.
Poco e vi scioglie delle pene.
Per i miei gusti mi vedete effeminato?
Vi farò sbranare da una delle mie donne.
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