mercoledì 23 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO VITOLO

ANTONIO VITOLO : " L'ultimo porto" - Ed.Centro di promozione culturale del Cilento - 2017 - pagg.76 - s.i.p.
Componimenti pregni di una caldissima musicalità spirituale , quasi tutti raffinati in una particolare atmosfera, che raccoglie le gocce di un pensiero dominante e le moderazioni di un palpito vitale multicolore. Tutti portano in calce la data in San Mauro del Cilento (2013-2015), paese dove l'autore ha dato il meglio di se stesso sia professionalmente che culturalmente , in una quotidianità autentica e sicuramente connaturata con il sacrificio morale e sociale. Una energia simpatetica ci avviluppa , quasi nella doppia accezione di arcaico e di classico , mentre la parola si chiude in una scorza come se volesse giocare una partita al di fuori di ogni trucco, nella tensione che custodisce l'armonia segreta del paesaggio e si fa canto , sensazione concreta, per figure e ombre , mitiche o reali.Nel miracolo del vissuto , nell'illusione delle memorie , nell'intimo mosaico dell'anima ,il linguaggio, sempre generosamente propenso allo scavo, si libera proponendo incisioni ritmiche di plasticità personale. Arricchiscono questo agile volume dodici foto del giovane Federico Scarpa.
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 22 agosto 2017

POESIA = GIOVANNI PERRI

"Cose"
Ho sistemato, sai, con cura, ogni piccola cosa: il rubinetto che perde,
la scala che da al seminterrato, il piede del tavolo in giardino. Ho messo
persino una lucina al ripostiglio, che tanto, dicevi, mancava. E ora che tutto è a posto
in questi cavi minuscoli del giorno, io mi sistemo: e riesco persino a parlarti, per ogni
goccia, passo, inclinatura del mondo.
A volte, lascio il televisore acceso su quei canali che vendono tappeti
e lì mi addormento: antenna, fossile, conchiglia. Più di ogni cosa
soffro lo squillo del telefono, ma anche lo specchio nell'armadio,
l'odore di questa saponetta che scappa dalle mani.
Sono le cose che restano, questioni antiche da sopportarne ogni piccola dose:
isole idiote, poesie che girano gli occhi
nidi all'orecchio che fanno paura.
*
"Cinema di pomeriggio"
Sembriamo due miracolati, io e te,
venuti via da chissà quale dramma,
salvati con la bocca, due bambini intaccabili.
Siamo legati con la lava, una sola memoria, frusta, vetusta, bandita.
Appena un grammo di dolore ci sbilancia
e la trama ci avvolge.
Siamo noi il cinema, il buio: poltrone reclinabili
che inghiottono bottiglie, borselli, storie.
*
"Figure"
e non soltanto gli occhi, quelli davanti al giorno che muore:
mi prende la parola, il gesto, ed ogni resto di luce incastrata,
l'ora che in un suo giro d'onde mi ritorna:
e riconosco i suoi sottomarini,
la gioia che inchioda l'acqua e più su, le vette avvistate lamelle
della malinconia.
Son'io lo spazio prolungato, il volto venuto dalla sabbia
l'uomo che studia al tavolino le costellazioni,
la carica dei pesci sotto il materassino.
*
GIOVANNI PERRI

POESIA = LIDIA POPOLANO

"Malinconia"

Indugio, e non dovrei,
talora in pensieri
rassegnati,
a volte
compiaciuti,
(un nonnulla di amaro
che condisce la giornata
e stuzzica le sfumature)
come di abrasivo,
mortifero e mortale,
colorati.
Inquieta vago
nei pensieri grigi
e nubiformi
senza trovarne
il senso o la forma.
Pastelli che tracciano
ombre tenui e solide,
tangibili.
Ora, posa la tua
amorevole mano,
i tuoi freschi pensieri
e dammi motivo
di tacere.
*


"Demetra"

E ora che ho chiuso gli occhi alle illusioni
Ora che ho lasciato per sempre gli inferi
Ora che maternamente amo Persefone,
In tutte le donne, e dolcemente venero
Ade caro, nell'uomo che tanto ho amato,
ora apro il cuore mio al presente e vivo.
Vivo così, come Demetra deve e può.
*

"Specchio"

strappati questo artificio con le unghie!
basterebbe una goccia di pioggia per svelarlo
vai a testa alta con le tue imperfezioni
non hai altro da presentare di te.
*
LIDIA POPOLANO
(da "Mura diroccate" - inedito)
*

Lidia Popolano è nata a Trapani, dal 1974 vive a Roma, dove ha studiato Scienze Biologiche all’Universita La Sapienza e, oltre ai master relativi alla docenza, ha frequentato i seminari interdipartimentali di Neuroetica e Cognizione Sociale NeuCoS.
Alterna l'attività creativa, all’insegnamento.
Ha scritto un romanzo, dal titolo Via Trionfale, una donna senza qualità.
Autrice dei monologhi teatrali "Di notte per i vicoli di Roma antica" e "Di notte per i vicoli di Firenze antica", messi in scena dal 2007 al 2013, nell’ambito dell’Estate Romana e dell’Estate Fiorentina, quali itinerari notturni narrati, recitati e accompagnati da musica dal vivo.







lunedì 21 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = NICOLINO LONGO

NICOLINO LONGO : "La sottomissiva funzione dei verbi servili" Ed. Bastogi - 2017 - pagg.104 - € 15,00
Strano libro , questo che Nicolino Longo presenta con le edizioni Bastogi , ricco di varianti e di sorprese . Un volume che raccoglie una quindicina di poesie e in seconda "parte" scritti critici, interventi , memorie , letture , lettere e numerose testimonianze bibliografiche . Il poeta calabrese cuce e ricuce nei suoi versi pensieri originali , con la delicatezza della satira o con l'impulso del suggestivo, con l'acribia del ricercatore ormai incallito , e l' intarsio dei sentimenti , sia nel proporre le sfaccettature dell'amore , sia nell'incidere del sarcastico , dell'ironico , del piacevole. Versi brevi , penetranti , accattivanti , tesi al guizzo di parafrasi o intessuti di una realtà sempre colorata e limpida. La seconda parte ha pagine in prosa di notevole interesse , dal testo che interroga la lingua madre , alle riproduzioni di articoli di stampa pubblicati negli anni, dal discorso cultural/politico pronunciato per una intitolazione di un plesso scolastico allo scritto memoriale del medico di base. Moltissime le notizie biobibliografiche , che ci fanno conoscere la lunga e ricca militanza dell'autore.
ANTONIO SPAGNUOLO .

martedì 15 agosto 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Ferragosto senza Mirta Rem Picci" (morta suicida il 17/7/2017)

Un anno fa, Mirta, per telefono rosa
pesca ci sentivamo prima dell’
incontro di gennaio del nevaio
il mese. Villeggiatura laziale
per te, Napoli sempre Napoli
per me. Lieta andavi al
supermercato. Facevi i bagni
della termale gioia a entrare io
nella tua vita (ora vado a bere
chiamami tra un’ora). Tua madre
e tua zia a stellarti nel senso
buono del domestico profitto.
Eri serena non ci pensavi a morire.
Ci sentivamo solo prima dei 4
incontri del 2017. Sana mi rispondevi
poi ci vedremo e ci siamo visti.
Chiedevo a Dio di perdonarmi
i pensieri per te, Mirta, così bruna
e così donna. Le tue ceneri, Mirta,
eppure una voce, una presenza
di te ineffabile, mi dice che mi
sei ancora più vicina e m’inviti
a non avere paura.
*

"Un po’ del mio tempo migliore con Mirta Rem Picci"

L’auto segue una scia di resurrezione
(è gennaio del nevaio il mese)
arrivo al cancello dopo sforzi per
giungere alla meta di materica gioia.
Ti ho telefonato con il cellulare
per il percorso nel giorno dell’Epifania
che è vita. Mi hai gettato il filo
d’Arianna e sono giunto. Sei felice nel
vedermi, Mirta, così come ora che
la tua anima mi è accanto nel folto
dello studio. Bruna e sexy come una donna
leggi sul divano la quarta di copertina
di “Alessia” a donartelo trepido. Poi
mi hai portato nella tua camera e mi
hai mostrato i tuoi lavori di architettura
al monitor. Dovevo andarmene a mezzogiorno
e invece mi hai invitato a pranzo
il giorno della fredda luce. Abbiamo
passeggiato in della villa il giardino
e hai colto un’arancia e ho lanciato
un ramo al cane e mi hai donato la fortuna.
Poi il sonno senza sogni e il risveglio
e il tuo invito a dormire a casa tua.
Ricordo le nostre risate in un soffio
di brina e le ricordi anche tu, Mirta.
*

"Ti ricordo, Mirta"

Tu, Mirta, nel desiderare
la tua sorgente anche
nella sensualità di luglio
e le tue parole nel giocare
alla vita. Donna dei boschi,
prostrato dal dolore davanti
alle tinte della tua fotografia.
Più matura di prima ti
definivi nel toglierti la fisicità
ma non l’anima.
Ti ricordo, Mirta, sorella, amica,
icona dei momenti perfetti,
anima di stella a sussurrarmi
a cose fatte questa poesia.
*

"In viaggio con Mirta"

Ora ci sei più di prima
sull’autostrada per Viterbo
nel guidare sicura come
una donna. Ti siedo accanto
e ridiamo dei tuoi segreti
benedetta innocenza,
verginità morale. Siamo
arrivati ai bagni termali
e ci immergiamo nelle
sulfuree acque che fanno
bene, Mirta, perché ancora
esisti. Poi nella tua villa
enorme leggiamo poesie
e mi dici come si pronuncia
Alessia in francese. Sempre
più amici affermi con gioia
come quella dell’erba azzurra
di mistico cielo nel dedicarti
questo sogno ad occhi aperti
ora che non posso più
telefonarti o dividere con
te il pane della felicità.
*

"Mirta ancora vicina"

Anima di luna, tu Mirta
nelle cose aurorali ancora
mi parli e mi dici di non
avere paura. Abbiamo attraversato
il sentiero azzurro della vita
la tua villa faro per me
per la nostra connivenza.
Sei volata via dal terzo
piano della Reggia e hai
aperto in me la ferita.
Ora passano i giorni
senza te e non si ricompone
l’affresco del tempo che nelle
nostre risate si fermava
nella gioia.
Grazie per avermi dettato
questa poesia.
*
Raffaele Piazza

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

"QUADERNO"
Le immagini che annottano,
che avanzano , sempre in contraddizione
tra la veglia ed il sonno
sono la danza delle tue folgorazioni,
sono i segni a sorpresa che riscopro
immerso nell'illusione delle tue pupille.
L'ultimo abbandono fra le carte ingiallite
cerca di decifrare il timore della memoria,
del tuo avorio intarsiato , delle impudiche carezze,
preludio del tremore di parole proibite.
Resta sospeso il capogiro
nel quaderno sgualcito.
*

"IMPROVVISA"
Schiavo dei segreti improvviso gli aromi
che la notte mi offre in penombre.
Perduto negli ultimi battiti della malinconia
abbandono lo sgomento, ebbro del colore dell'avorio,
e parlo ad ogni segno che perseguita
l'inafferrabile carne ormai fantasma.
Il grido schiude sorprese
troppo in fretta consunte.
*
Antonio Spagnuolo

lunedì 14 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

Raffaele Piazza ( a cura di ) : "Inquiete indolenze" – Ed. Fermenti 2017 – pagg. 280 - € 22,00 –
Volume antologico , nel quale diciotto autori , presentati in stretto ordine alfabetico , svolgono i loro connotati poetici nei seguenti filoni : Giovanni Baldaccini (interpretazioni onirico psicologiche), Franco Celenza ( analisi interiori tout-cout), Bruno Conte ( scrittura reinventata), Antonino Contiliano ( sperimentazioni magnetiche), Gianluca Di Stefano (trasgressività mordace) , Edith Dzieduszcka ( trasfigurazioni rarefatte ) , Marco Furia ( filosofizzazioni anti maniera), Maria Lenti (tragiche rievocazioni epocalo-contingenti) , Loris Maria Marchetti (amorose sintesi), Dario Pesaro ( dialetto piemontese con guide a fronte), Antòn Pasterius (ludismo giocoso), Pietro Salmoiraghi (nichilismo cosmico), Italo Scotti ( politicità sociale), Antonio Spagnuolo (distacco rievocativo-sublimato), Liliana Ugolini ( misteriose formule ontologiche), Silvia Venuti (grazie e levità trasfigurate),Vinicio Verzieri ( connubio di segni e parole da legare e slegare ), Giuseppe Vetromile ( erotismi essenziali). Una tale catalogazione , puntualizzata dal curatore in una prefazione esaustiva e ricca di appunti critici, offre un panorama multicolore e caleidoscopico di una scelta schiera di poeti , che nella ricerca della parola hanno fondato in passato e fondano tuttora la propria scrittura , realizzando il corpo nutrito di certa produzione contemporanea. Testimonianza senza alcun dubbio redatta con scrupolo e attenzione , nella quale le molteplici espressioni vengono lette nel denominatore comune , che sembra dipanare un filo musicale nella metafora incisa. Raffaele Piazza , da par suo , riesce a stilare per ogni autore pagine critiche che hanno sintesi e approfondimento, elaborati in acuta risoluzione linguistica: un dettato che presenta pagina dopo pagina una forte densità speculativa, creando sospensioni e concentrazioni degne di un conio adamantino.
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 12 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIETRO CORDONA

Pietro Cordona – “L’ascesa e la rinuncia”---puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2016 – pagg. 55 - € 8,00

Pietro Cordona è nato nel 1976 a Torino, città dove vive e lavora; nel 2005 ha pubblicato la prima raccolta poetica “Ritratti a tempo” (Edizioni Palomar, Bari). La seconda raccolta è “Racconti dell’attesa” (Novi Ligure, 2007).
“L’ascesa e la rinuncia” è preceduta da un poemetto senza titolo dal carattere programmatico, costituito da sette strofe.
La suddetta composizione è di carattere decisamente verticale ed è formata da sette strofe; in essa è presente una forte inquietudine esistenziale e un grande senso di angoscia.
Aleggia un forte senso della morte in tale poemetto connessa ad una corporeità dell’io – poetante vissuta morbosamente; vi si legge un forte senso di rinuncia (come dal titolo) alla solarità e vi si respira un’atmosfera kafkiana vaga ed indeterminata, pervasa da un alone di mistero.
Si ripete spesso, in questo testo introduttivo, il sintagma sono caduto e la parola dignità, come se il poeta, di fronte al dolore, temesse di avere perso la stessa dignità, in una caduta simbolica del suo essere.
L’io – poetante, neolirico in modo ombroso, vive la ricerca costante di se stesso, della propria identità, delle coordinate per uscire dalla nevrosi e dall’ossessione di un esistere al quale non si può né si deve rinunciare.
Allo scritto iniziale segue il testo composto da 25 frammenti numerati, tutti provvisti di titolo che,, per la sua unitarietà intrinseca, può essere letto come un poema.
Una netta linea di demarcazione divide il poemetto introduttivo dalla raccolta vera e propria, in quanto il carattere pessimistico del primo segmento, non si riscontra in L’ascesa e la rinuncia.
Finora abbiamo parlato di rinuncia, ma c’è pure una pars costruens a livello emotivo da parte dell’autore che, tramite lo strumento privilegiato della poesia, ricerca il seme di una vita che possa approdare ad un minimo di serenità, a una certa gioia.
Nelle 25 poesie la dizione è elegante e molto leggera e il tono è più disteso e venato da una certa solarità, rispetto alle poesie dell’incipit.
Qui il poeta riesce a trasfigurare in versi una visione armonica della vita e della parola stessa.
Il ritmo è incalzante e la forma è eterea e il poeta riesce a raffigurare anche la figura di un tu (probabilmente femminile) al quale si rivolge in modo calibrato ed empatico.
E’ presente una vera armonia nei versi, permeata da una vaga musicalità. In Via Sant’Antonio il poeta descrive un viaggio in macchina in compagnia di un interlocutore del quale ogni riferimento resta taciuto e, fatto saliente, il nostro dice attraverso le prime immagini che, mentre percorreva non solo svincoli vertiginosi a capofitto, non aveva paura.
L’atmosfera qui, come dicevamo, perde il pathos del brano poetico iniziale, tutto il suo sentimento del dolore, per trasferirsi i in un’aurea di quotidianità che si apre ad orizzonti e approdi più distesi.
Cordona riesce a produrre testi ben risolti, privi di cadute, e in “L’ascesa e la rinuncia” ci offre un’opera caratterizzata da una forte coscienza letteraria e da una chiarezza d’intenti. .
Chiude il libro lo scritto in prosa dell’autore, dalla forte componente autobiografica, intitolato “Agli addetti e ai non addetti ai lavori”.
*
Raffaele Piazza


RIVISTA = CULTURA E PROSPETTIVE

CULTURA E PROSPETTIVE - N° 35 - Aprile - Giugno 2017 - edito da Il Convivio
Sommario:
-Saggi e studi-
Asteria Casadio : Un monologo inedito di Rosso di San Secondo
Lucia Bonanni : Significati , anomalie e liminarità in "Aspettando Godot" di Samuel Beckett
Anna Gertrude Pessina : Attualità , modernità , esoterismo ne "La Jena delle Fontanelle" di Francesco Mastriani
Angelo Manitta : Ugo Piscopo : un omaggio alla cultura- Numero monografico di "Risvolti"
Claudio Guardo : Tiresia a New York . Il tono profetico di Allen Ginsberg
Carlo Di Lieto : "Tormento ed estasi" nel sodalizio artistico di Tina Vaira e Carlo Felice Colucci
Aldo Marzi : Totò , Dario Fo , Alberto Sordi e le maschere.
Giovanni Tavcar : Schubert : il Lied e la forza terapeutica della musica.
Domenico Cara : Etica dell'istanza (arsioni del tempo, dal dirupo)
Silvana Del Carretto : La monaca di Monza è nata in Capitanata tra storia e letteratura .
- Letture -
Carmine Chiodo su Pier Paolo Pasolini
Maristella Dilettoso su AngeloManitta
Giuseppe Iuliano su Carmen Moscariello
Antonio Spagnuolo su Anna Santoro
Carmine Chiodo su Francesco Curto
DomenicoPisana su Daniela Cecchini
Francesca Luzzio su Elio Giunta
Antonio Crecchia su Elio Dessi
Giovanna Cangelosi su Calogero Cangelosi .
- Riferimento : enzaconti@ilconvivio.org

venerdì 11 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUANA FABIANO

Luana Fabiano – Respiri violati--puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2014 – pag. 79 - € 10,00
Luana Fabiano nasce a Catanzaro nel 1978 e vive a Squillace. Esordisce nel 2013 con la sua opera prima, la silloge "I canoni della speranza" che vanta la prefazione di Dante Maffia e che è risultata finalista al Premio Internazionale di Poesia, Prosa e Arti Figurative “Il Convivio 2013”.
“Respiri violati”, la raccolta della poetessa della quale ci occupiamo in questa sede, presenta una prefazione esauriente e ricca di acribia di Antonio Spagnuolo.
Il libro è scandito nelle sezioni “Bellezza confinata” e in quella eponima.
Come scrive lo stesso Spagnuolo, per comprendere a pieno i segreti di questa raccolta, immersa faticosamente nel non senso e nelle impossibili tracce dell’inconscio, bisogna conoscere qualche passo del pensiero creativo della poetessa. In questa silloge - ella suggerisce – ha cercato di dare respiro a tutta quell’umanità dimenticata, nel caso dei manicomi, ad esempio, o all’umanità abusata dei bambini, tanti cappuccetti rossi “scoperti” da lupi “domestici”, alla bellezza dilapidata delle donne che hanno labbra consumate, ridotte in mozziconi di duro asfalto.
Nella scrittura della Fabiano si riscontra un fortissimo scarto rispetto alla lingua standard con un andamento anarchico che sfiora il prelogico e l’alogico.
Si arriva ad una particolare definizione delle immagini attraverso la frequente aggettivazione in un discorso che si fa magico e magmatico attraverso la sospensione. Il discorso di dipana tramite la notevole densità metaforica, sinestesica e semantica.
Lo stile della poetessa è del tutto antilirico e anti elegiaco e le immagini, che scaturiscono le une dalle altre, procedono per accumulo, s’intersecano e spesso sono irrelate tra loro.
I componimenti sono spesso corposi e sempre molto icastici.
Si potrebbe affermare che l’atteggiamento della poeta, pur scaturendo da una vena che, come si diceva, mette in scena il peggio nell’ambito dei settori umani, si apre sempre ad una vaga speranza di riscatto, identificabile già nel fatto di dire con urgenza i mali della vita, di esporli facendoli riemergere, di farne oggetto di poiein.
La scrittura è sempre controllata, in parallelismo, in sintonia, con i sentimenti espressi dall’autrice, lucidi e distaccati nel non gemersi mai addosso.
Le descrizioni sono molto crude e l’approccio all’esterno avviene tramite la corporeità.
Non mancano a fare da sfondo descrizioni di una natura rarefatta e intensa e a volte nella lettura c’imbattiamo in un tu del quale ogni riferimento resta taciuto.
Non manca una vena neo orfica nelle descrizioni, dove aleggiano mistero e atmosfere di grande onirismo purgatoriale se non addirittura allucinato.
Cifra distintiva della poetica della Fabiano è quella di una forma intellettualistica e sempre fortemente avvertita e alle cose descritte si aggiungono idee su di esse in una forma di autoriflessione simultanea per la quale sono forti gli effetti stranianti.
Anche il tema amoroso – erotico si ritrova nella raccolta anche se non è tra i dominanti. Per esempio, in Reliquia, con raffigurazioni visionarie l’io – poetante si rivolge all’amato con trepidazione in bilico tra gioia e dolore e anche qui l’esito va verso il positivo, la realizzazione, la pienezza perché, come scrive Luana, “la pelle del nostro amore non raggrinzisce”.
La poeta modula i versi con intelligenza secondo una scaltrita coscienza letteraria.
*
Raffaele Piazza


martedì 8 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

Il male di vivere è pozzo e pace
“Fiori dell’anima” di Giuseppe Iuliano

La più recente raccolta di poesie di Giuseppe Iuliano (“Fiori di carta”, Delta3 Edizioni, Grottaminarda (Av) 2014 con una prefazione e una postfazione rispettivamente di Dante Della Terza e Peppe Lanzetta, e una nota sul risvolto di copertina di Paolo Saggese) è la conferma di una fedeltà intatta incrollabile a una vocazione laica e totale di resistere resistere resistere sul crinale, dove si incontrano parola poetica e contraddizioni della storia, accensioni di slanci ed echi di sofferenza. La storia e la sofferenza qui sono contattate e testate sotto l’aspetto del Mezzogiorno di oggi e di sempre, con riferimenti specifici al territorio di appartenenza, cioè l’Irpinia, dove, se si gratta la vernice di superficie della nostra tormentata contemporaneità, si scopre puntualmente fatalmente che lì dietro stanno in attesa di venire alla luce gli affreschi intriganti e paurosi dei primordi. E’ un vulnus, questo, che non si è mai rimarginato finora e che rischia di non rimarginarsi neppure domani, secondo il poeta, il quale, a rispecchiamento, fa sua tale ferita aperta, consapevole che in quella identificazione si giochi anche il suo destino, senza riserve, anzi con l’orgoglio di essere la costola in sofferenza di un’identità a rischio, ma ricca di tensioni al culmine, e di tanta memoria, che fa da bordo di abbrivio per il viaggio nella quotidianità e nella realtà più complessiva materiale e ideale. Così, la scansione e la pronunzia di ogni sillaba dei suoi tracciati avviene in stretta omologia col suo sentire o, meglio, col suo essere uomo del Sud. La sua parola, quindi, impegnata a vivere e a rappresentare il dramma di un mondo che cerca riscatto e risarcimento per i torti patiti, si sottrae in premessa alle distinzioni di generi letterari, di stili, di poetiche e di estetologie, attraversa i linguaggi trasversalmente e incurantemente delle sottigliezze stilistiche e retoriche, per aderire a quell’altra musica che è il dramma ineludibile e travolgente del suo, del nostro Sud. Nella sua voce egli è attentissimo a catturare e a far vibrare le voci delle situazioni reali nel loro porsi in essere per spirali, per frammenti, per urti all’interno e all’esterno. Per tale via, le parole diventano cose, incisioni di cose, voci di cose. Perciò, quando il poeta nomina il sale, il vino, la mensa, la semina, il campo lavorato, dice certamente quello che dice, ma dice anche tanto altro che è alle spalle del sale, del vino, della mensa. Il suo sale, il suo vino sono “più sale”, “più vino”, come si potrebbe dire parafrasando Alfonso Gatto (“Premessa” al “Capo sulla neve”), e, sotto tale aspetto, acquistano decoro e danno ornamento al messaggio. Giustamente, nella prefazione, Dante Della Terza sottolinea la qualità di questo dire, fatto di “parole ornate […] aggiuntive di nuovo calore poetico”.
**
Ugo Piscopo

SEGNALAZIONE VOLUMI = LOTIERZO & FORTUNATO

Antonio Lotierzo e Antonio Fortunato
Una utile e deliziosa sosta, con documenti, sui canti popolari lucani

I canti popolari, dall’Ottocento in qua, cioè dal romanticismo in poi, hanno acquistato sempre più nettamente e dignitosamente cittadinanza nella cultura ufficiale, ovvero dei vincitori. Da espressione di ambienti e ceti marginali, essi sono diventati patrimonio linguistico, musicale, artistico di tutti e per il godimento di tutti e, sul piano degli studi, hanno assunto una grande importanza per varie e fondamentali discipline, dalla letteratura alla storia, dall’antropologia alla sociologia e ad altre scienze umane. Ne dà riscontro la ricca, articolata, diramata bibliografia critica ed esegetica, che è tuttora in crescita. Oggi, questi documenti preziosi di arte e di cultura, soprattutto in Italia, attraverso l’accoglimento sempre più favorevole anche fuori degli ambiti accademici e scientifici, sta contribuendo a delineare un nuovo profilo del gusto, della sensibilità, della lingua in senso popolare, cosa che finora è stata abbastanza stentata e deficitaria da noi.
In questo mosaico di situazioni in svolgimento, degli utili tasselli sono inseriti da un volumetto gradevole e insieme culturalmente rigoroso, curato da due addetti ai lavori, Antonio Lotierzo, saggista e poeta, con notevoli contributi dati agli studi antropologici, e Antonio Fortunato, che, col figlio Giovanni, si dedica da anni al recupero e allo studio dell’oralità lucana. Ambedue lucani, essi, con la collaborazione anche di un musicologo, Riccardo Fittipaldi, ci regalano un volumetto gradevolissimo, agile, denso di suggerimenti: “Io tengo un organetto. Canti lucani”, Delta3 Edizioni, Grottaminarda (AV) 2015, pp. 119.
In esso, sono compresi 26 testi in originale, ognuno accompagnato da traduzione nell’italiano letterario e da note critiche, linguistiche, antropologiche essenziali, ma pertinenti e vibranti di guizzi intellettuali. Esauriente è il saggio introduttivo curato da Lotierzo, e opportuno il dialogo da lui intrattenuto con Fortunato. La materia raccolta non è di riporto, ma è fatta di documenti pubblicati adesso per la prima volta, con la consapevolezza dei giuochi variantistici complessi, che sono propri dei canti popolari. Come afferma un maestro di statura internazionale, quale lo spagnolo Menéndez Pidal, fondamentale deve essere in questi recuperi e complessivamente in questi studi la rigorosa attenzione per la geografia e per la storia dei canti popolari. E qui, gli autori hanno rispettato, senza adulterazioni e banalizzazioni testuali, i genuini reperti di una miniregione che va da Montella in Irpinia all’area cilentana nel Salernitano e a quella lucana, soprattutto del versante occidentale, come essi erano in realtà diffusi in un preciso periodo storico, secondo Novecento. La genuinità risulta da molteplici riscontri, tra i quali sono particolarmente significativi gli inserimenti del linguaggio della piccola borghesia, con il “suo italiano regionale”.
Tanto ancora bisognerebbe aggiungere sui procedimenti e i risultati conseguiti. I quali appartengono all’ambito delle ricerche, ma riescono in genere anche gradevoli alla lettura. Come in questo simpatico calco di una situazione furbesco-pulcinellesca:
“Care cumbare facimme nnu mmite,
tu puòrte a carna e ìje lu spiède.
Tu porta lu ppane, ca lu mìje è ndustate
porta lu vine, ca lu mìje è acìte.
Porta a miglièreta ca la mia è malata.
Care cumbare, che bella penzata!” (p. 59).
**
Ugo Piscopo

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia chiede felicità"

Furba Alessia nella malizia
ha atteso di Giovanni la telefonata
ed è arrivata con mezz’ora
di ritardo. L’ha invitata ragazza
Alessia a fare l’amore.
(Ero fessa se chiamavo io).
Chiede felicità alle stelle
infiorate per gioco di natura.
Una melodia di Mozart
dura nell’anima di Alessia.
Si veste e scende ad attenderlo
all’azzurro del prato sottesa
pari a una donna
sedici anni contati come semi.
*

"Alessia si rivolge alla pianta"

Silenzio nel folto della casa
per ragazza Alessia al colmo
della grazia nel mattinale
incantesimo di nuvole a giocare
con il cielo. Alessia ragazza
si rivolge alla domestica pianta
da rinominare e l’essenza vegetale
le dice: “stavo morendo nel
candore di gennaio e tu, Alessia,
mi hai dato acqua e sono risorta
e ho gettato fiori bianchi
per il tuo amore che sarà infinito”
Alessia sorride nell’illuminarsi
dell’anima di 18 grammi.
Poi prende di sorgente acqua
e l’innaffia felice come una donna.
*

"Alessia contempla"

Sembiante iridato per ragazza
Alessia al Parco Virgiliano,
le tinte dell’arcobaleno della
quinta stagione per Alessia
nel cogliere al varco la gioia
sottesa alla sorgente dell’anima.
Dopo d’agosto la pioggia
e naviga in stupore Alessia
stellata dalle pozzanghere
e il celeste dei prati del cielo
specchi a invaderla di grazia
oltre l’esame della vita.
*

"Alessia e il gabbiano felice"

Vicino all’albereto dei sogni
in limine a di Napoli il mare
dell’amore paesaggio mistico
a iridarsi per Alessia vitavestita
di rosso della sera e domani
fa bel tempo. Anima di Alessia
di 18 grammi dove era già
stata due anni fa e aveva il
gabbiano felice scorto librarsi
leggero verso i lampi del mare
senza pioggia. Rivede quel
gabbiano Alessia ragazza nel
rasserenarsi in prossimità del
balcone dell’esistere a illuminarsi
sotto nuvole grandiose.
*
Raffaele Piazza

lunedì 7 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = SANDRO PIGNOTTI

Sandro Pignotti – “L’opera suona”--puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2016 – pag. 95 - € 11,00

Sandro Pignotti (Sanremo 1953) ha pubblicato varie raccolte di poesia e ha vinto numerosi premi nazionali.
E’ presente nell’antologia del “Premio Astrolabio 2009” edita da puntoacapo Editrice.
“L’opera suona”, preceduta da una Nota dell’Autore, è una raccolta di poesie composita e bene strutturata architettonicamente.
Non a caso è scandita nelle seguenti sezioni: “Guitto, Dedicato alla zia Dieci”, “Q/P”,” Jazz”,” La notte”… e …”Dei sortilegi”.
Nella Nota introduttiva l’autore afferma che gli pare di aver scritto molto e di aver detto molto, tanto che addosso gli si è incollata la squinternante sensazione che non riuscirà più a scrivere altro.
Il poeta dice anche di aver ritoccato e rivisto ogni parte di questa raccolta sino all’ultimo istante, adeguandosi alla regola aperta che afferma: “Un lavoro è terminato ogni qualvolta viene pubblicato”.
Da notare l’eterogeneità delle strutture delle composizioni di Pignotti nel loro realizzarsi sulla pagina: infatti, mentre alcune sono scritte nella maniera canonica, altre presentano i versi centrati sul foglio e altre ancora si delineano con versi disposti irregolarmente.
Per quanto suddetto si può affermare che Sandro realizza a livello formale, nel modello della disposizione del tessuto linguistico, una sorta di originalissima sperimentazione.
Lo stile del poeta è del tutto antilirico e anti elegiaco e caratteristiche dominanti del poiein sono una forte e stabile ironia che consiste nel riflettere in modo sarcastico e dissacratorio.
La stessa connotazione si realizza nel rivolgersi ai vari interlocutori, ai molti “tu” che non danno risposta all’io – poetante, ma che restano immersi in un’atmosfera di onirismo purgatoriale.
Infatti le parole, i sintagmi di Sandro, che producono immagini cariche spesso di sospensione e visionarietà, sembrano emergere, nel loro inverarsi in scrittura poetica, da una densa nebbia che potrebbe essere considerata come il preconscio o l’inconscio del poeta, che così raggiunge esiti alti e originalissimi.
Sicuramente la poetica de Nostro è intellettualistica, oscura e il lettore sembra affondare nei versi sempre avvertiti e caratterizzati da una vena scattante e luminosa, e anche la leggerezza del dettato è una caratteristica costante del discorso mai ripetitivo ma che tocca tutti i temi dell’esperienza umana.
Costante in questa maniera è un andamento anarchico che tocca in più punti l’alogico.
Anche la corporeità, la fisicità, sembra essere un tema affrontato dall’autore e gli stessi versi sembrano scaturire dalla tensione biologica, che si realizza nello scatto e nello scarto memoriale.
Un esercizio di conoscenza tout-court sembra essere a fondamento del discorso di Pignotti che usa la penna per scavare in profondità con realizzazioni lusinghiere, sottese ad un’ispirazione spontanea e controllata.
Infatti, pur nella materia magmatica descritta, le immagini che emergono risultano, nel loro magico assemblarsi, sempre sorvegliate e le emozioni forti rientrano sempre in un canone di armonia.
*
Raffaele Piazza



POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Menzogne”
La tenerezza ancora mi ripete
il tuo sussurro.
Ad occhi chiusi , a volte tremando,
rincorro le parole che il ricordo
intreccia nelle stanze e lentamente
s’acqueta .
Il vortice non tace, altalenando
nei ritmi di una musica ormai grigia,
per il cristallo evanescente della malinconia.
Il candore è senza più il profumo
del tuo sembiante,
è l’avventura finita nel mistero,
spolpata in mille assedi di menzogne.
*

"Percorsi"
Un altro sguardo consuma le mie attese,
nell'offrirti per l'ultima volta
ti prego svelami il segugio
che racchiude la mia disperazione.
Dico anche il fascino dei sogni,
la caduta che morde le promesse
senza più sprechi per alterne agonie .
Tali sono i meandri dell'oblio:
mura crollate e zone d'ombra
nel flutto delle antiche fantasie.
Qualcosa che sorprende a vertigini,
finge le allucinazioni attraverso artifici,
e carbonizza il percorso del mio linguaggio.
*
Antonio Spagnuolo

POESIA = GIOVANNI CHIELLINO

- I -
Ho lasciato ciuffi di capelli dal barbiere
e futili pensieri sul tempo,
i costumi , la fede e la Res publica,
a volte profonde riflessioni sullo sport,
rarissimamente sull'arte e sulla storia:
uno dei miei barbieri era un poeta.
*
- II -
Al riparo di una catasta di legna
ho guardato gli aerei
sfiorare le chiese di Catanzaro
e le bombe cadere a grappolo
sulla città dei tre colli
disorientata e incredula:
i campanili erano silenti,
stretti in una morsa di paura,
e il mare spaventato stava muto.
Solo la morte strizzava lo sguardo
sulla sconvolta e depressa vallata
sventolando su colline affrante
le sue bandiere macchiate di sangue.
Con gli occhi appesi all'arco del cielo
contavo gli assurdi rimbombi
e percepivo, nel silenzio del cuore,
il tumultuoso coro del dramma
che attraversava di corsa la scena
seguendo una falce lucente
e una croce. Poi venne la sera
e si spense ogni cosa.
Nel silenzio dell'ombra
non hanno volto il pianto e la gioia.
*
- III-
Perché non ti fermi, tempo,
sugli attimi che segnano
una vita?
*
GIOVANNI CHIELLINO
( da "Il tempo e la memoria" - Genesi editrice 2017 )
*
Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (Catanzaro) nel 1937 - Laureato in Medicina e Chirurgia ha sempre coltivato la poesia ed è stato presente in numerosi ed importanti impegni culturali. Collabora con indiscusso successo a riviste . Pensionato , vive a Caselette.

giovedì 3 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO CHIGI

Matteo Chigi – Radici nell’etere -- puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) - 2016 – pag. 81 - € 11,00

Matteo Chigi è nato a Genova dove risiede, nel 1952. Laureato in Medicina, esercita attualmente la professione di medico. Ha pubblicato “Mosaici e intarsi” (2005) “e Scavo mobile” (2008).
“Radici nell’etere”, il libro del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede, è una raccolta di poesie eterogenee tra loro per argomento e non scandita in sezioni.
Cifra essenziale della poetica dell’autore è quella di una poetica intellettualistica del tutto antilirica e anti elegiaca.
Il tono dei componimenti è tout-court filosofeggiante e riflessivo tendente alla ricerca del senso della vita.
Il poeta è cosciente di usare il poiein, la pratica della scrittura, per realizzare un esercizio di conoscenza che tocca tutti i campi dell’esperienza umana dal tempo alla fortuna, dall’anima al sogno.
I versi sono caratterizzati da una suadente e pervasiva musicalità e il ritmo è sempre incalzante.
Elemento di grande rilievo e originalità nei tessuti linguistici del poeta è l’uso di una parola magica nel suo scaturire da un’urgenza del dire che provoca suggestione ed una partecipazione empatica del lettore.
Per quanto riguarda quanto suddetto sono emblematici i versi iniziali di Come una Veronica nelle quali sono espressi in maniera vaga la febbre leggera di un mattino nel quale la nebbia fiorisce d’impalpabili rose e si realizzano convalescenza antiche in versi virtuosistici e senza autocompiacimenti.
Per realizzare i suoi effetti stranianti il poeta si serve di una notevole tastiera analogica.
Forti sono la densità metaforica e soprattutto quella sinestesica che si coniugano ad una maniera anarchica del dire che a volte sfiora l’alogico.
Viene spesso rappresentata un’incantevole natura rarefatta che s’inserisce in una visione tranquillizzante dell’esistere, della vita che fluttua nel suo colore e diviene mare ampio di sostanza e si destina all’esito mai compiuto d’affinità tra mare e cielo.
Non manca una venatura neo orfica nei versi di Chigi che si coniuga a sospensione e visionarietà.
Sembra che il versificare del poeta proceda per accensioni e subitanei spegnimenti.
In Tempo, una delle composizioni più alte, l’io poetante molto autocentrato dichiara che la sua identità è sottesa al corpo e immersa nel tempo.
In Il messaggio, in una disanima su mente ed anima è detto che il porto franco è solo nei sogni.
Una vena surreale sembra spesso pervadere la scrittura scabra ed essenziale nel creare Matteo atmosfere di una vaga e arcana bellezza ad un livello naturalistico che sottende quello etico.
Il dettato è icastico e fortemente denso semanticamente e le immagini sono costituite da sintagmi vari ed efficaci.
Nel componimento Esistenza l’autore dice che desiderò talora un’ora estranea alle abitudini celesti.
Non manca quindi un vago misticismo che parte dalla materia per giungere a spazi infiniti.
Un’opera originaria che, come dal titolo, pare avere radici nell’etere, nell’aria che pur invisibile si fa principio primo e matrice dei versi stessi.
*
Raffaele Piazza

sabato 29 luglio 2017

RIVISTA = NUOVO CONTRAPPUNTO

NUOVO CONTRAPPUNTO - anno XXVI - N° 2 -- aprile/giugno 2017
Sommario :
- Ricordo di Giorgio Bàrberi Squarotti
- Luciano Luisi : Un uomo
-Carmelo Consoli : Nell'ora rosata dei tramonti ; Tornare a Grezzano
-Lucio Zinna : Il cannello ; Cognizione della parola
- Liana De Luca : Ma iera un sogno
- Andrè Ughetto : Isle fortunèe ; La tansparence, Le massque ; Le haut seuil de 1993 ; Les oliviers.
- Opera grafica di Mimmo Sarchiapone
- Recensioni a firma di Elio Andriuoli -
riferimento . elioandriuoli@alice.it

giovedì 27 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = LORIS MARIA MARCHETTI

Loris Maria Marchetti – "Il laccio, il nodo, lo strale"---Achille e La Tartaruga – Torino – 2016 – pag. 53 - € 8,00

Loris Maria Marchetti, torinese di residenza e di studi, dal 1976 ha pubblicato numerose opere poetiche, volumi di racconti ed elzeviri, saggi su argomenti letterari e musicali per lo più otto – novecenteschi (e con particolare riguardo alle relazioni degli scrittori con la musica), ricevendo importanti riconoscimenti. Dal 1989 dirige la collana di letteratura “La linea d’ombra” per le Edizioni dell’Orso di Alessandria.
Da notare che nella Nota l’autore ringrazia Francesco Petrarca per avergli fornito la materia verbale per il titolo complessivo del libro che è “Il laccio, il nodo, lo strale”.
L’opera, che sostanzialmente può essere letta sia come un canzoniere amoroso, sia come una serie di riflessioni sulla capacità d’amare stessa, è tripartita nelle seguenti sezioni: “Fotocronaca di un amore”,” Amore ancora” e “Spreco d’amore”.
Leggendo i componimenti della prima scansione sembra quasi di contemplare delle fotografie fatte di parole.
Il tessuto linguistico delle poesie è connotato da chiarezza e il tono è colloquiale nel realizzarsi di un’armonia formale attraverso i sintagmi che costituiscono immagini avvertite.
C’è un tu al quale il poeta si rivolge che, ovviamente, vista la materia trattata, è quello dell’amata, della quale vengono detti vari riferimenti.
In realtà, nello svilupparsi del libro, ci s’imbatte non in una singola figura femminile ma in varie donne dette dal poeta, delle quali, tramite il sentimento, avviene un forte scavo psicologico, interiore.
Spesso è affrontata la tematica del passato che viene riattualizzato e rivissuto come provenienza nei versi vibranti e icastici: per esempio in una fotografia della prima sezione il poeta ripensa che stava per fare l’amore nella chiesa di Sant’Apollinare, non con la persona destinataria del messaggio, ma con una bruna nel Sessantotto.
Nello stile dalla vena affabulante emerge spesso la quotidianità delle varie situazioni della vita.
C’è coscienza nell’io – poetante della tipologia spesso utopica dei desideri come quando afferma che gli sarebbe piaciuto prendere casa in via De Togni nel quartiere Magenta e avere un attico traboccante di piante, bambini, animali e risate.
Centrale nella poetica di Marchetti in questa raccolta, il tema del desiderio per l’amata che supera i sensi e diviene cosmico.
Del resto la descrizione dell’amore nelle sue infinite e caleidoscopiche sfaccettature è stato affrontato dal Nostro molto spesso nell’ambito della sua copiosa produzione di raccolte.
Da notare che le figure femminili dette dal poeta sono delle presenze – assenze, delle figure evanescenti, concrete e idealizzate, quasi delle muse ispiratrici.
Si evince dai versi l’acuto percorso di autoanalisi compiuto dall’io – poetante nel suo trasmettere al lettore i resoconti sui suoi innamoramenti e sui suoi amori e se, incontrovertibilmente l’amore fa soffrire può provocare anche una felicità indicibile e i lettori possono facilmente identificarsi con il poeta.
Emerge velatamente anche un aspetto mistico dell’amore stesso:-“…/è amarti veramente/ l’anima del tuo corpo/…”.
Loris sa essere anche ironico, soprattutto in alcune composizioni brevi che sembrano epigrammi.
Frequente la tematica del viaggio con descrizioni di numerose affascinanti località italiane ed estere che fanno da sfondo agli attimi magici degli amanti in un notevole libro che rimanda ad Ovidio e alla sua “Ars amandi”.
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Raffaele Piazza

martedì 25 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = SILVIA COMOGLIO

Silvia Comoglio – “scacciamosche” (nugae) - puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2017 – pag. 61 - € 10,00

Silvia Comoglio (1969) ha pubblicato diversi libri di poesia e ha vinto il Premio Lorenzo Montano – XXXIX Edizione – Sezione raccolta inedita; suoi testi sono apparsi su vari blog, numerosi siti e su riviste. E’ presente in alcuni saggi e antologie.
“Scacciamosche (nugae), presenta una prefazione di Marco Ercolani e un profilo critico di Marco Furia.
Come scrive Ercolani in “Per un libro di voci” si denominano nugae le composizioni minori di autore, quelle che lui ritiene tali.
Per esempio Francesco Petrarca denominava “nugae nugaelle” le poesie in volgare del suo “Canzoniere”, per differenziarle da quelle che per lui erano più importanti scritte soprattutto in latino.
Tuttavia, nel caso della Comoglio, le sue “scacciamosche” non sono affatto da considerarsi inferiori. Infatti questo libro apre al lettore traiettorie inattese, per nulla minori.
Pregnanti nella raccolta, come afferma lo stesso Ercolani, il verso “tu dissognami perduto”: una simile dichiarazione di poetica, un dissognare, turba il lettore: tornare alla condizione del non – sognare appare una forma di smarrimento.
La forma del libro si può considerare del tutto antilirica e anti elegiaca e vagamente appartenente alla linea neo orfica, per l’aura arcana e misteriosa delle atmosfere evocate.
Il tema fondamentale è quello della ciclicità del dualismo sogno – veglia, connesso a quello dell’amore che trova pienezza in sogni duali e simultanei e sogni da raccontarsi.
Spesso le descrizioni sono ambientate nel buio della notte con i suoi misteri e le immagini sono venate da una vaga bellezza che affiora dall’inconscio attraverso un movimento verso il preconscio.
La partita si gioca nell’attimo heideggeriano tra sonno, sonno e veglia e, potremmo aggiungere, dormiveglia.
E’ frequente e iterativa la presenza di un tu al quale l’io – poetante si rivolge e del quale vengono detti vari riferimenti che lo delineano.
Tale presenza è presumibilmente quella dell’amato che sembra in sintonia con la poetessa nel ricambiare il suo sentimento.
L’amato s’incontra anche in sogno in un interessante descrizione di stati di coscienza che presuppongono una buona conoscenza della psicoanalisi freudiana.
Il linguaggio di Silvia è nel tempo e sembra fuori dallo spazio pur essendo illuminato da una magica luce.
Da notare che le composizioni scabre ed essenziali della poeta, che sono brevi e concentratissime e che hanno una connotazione epigrammatica, sono tutte senza titolo e questo ne accresce l’indeterminatezza.
Alcune di esse sono scritte in corsivo e altre in carattere standard elemento che crea sospensione nei tessuti linguistici.
Lo stile di tutte le poesie è criptico e ha una parvenza iniziatica nel suo generare fascino anche attraverso le strutture anarchiche che tendono al prelogico.
Ogni singolo frammento, pur essendo autonomo, anche perché la raccolta non è scandita, si può considerare la parte di un insieme più vasto e l’opera in toto può essere considerata per certi versi un poemetto.
Versi che sembrano sgorgare da sensazioni materiche notturne che divengono, attraverso la mente, immagini non irrelate tra loro.
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Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANA LUCCHINI -

RASSEGNA A “DELLA PERDITA DELL’ALA” di GIULIANA LUCCHINI
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Con “Della perdita dell’ala”, edito nel 2016 per i tipi de La Cromografica di Roma, la poetessa Giuliana Lucchini implementa la sua già notevole produzione poetica che annovera, fra le opere principali, “L’Ombra gestuale” (2011), “Donde hay mùsica” (2012), “Amare” (2013), “Solas Luce” (2016).
Volume dalla veste grafica elegantissima, impreziosita dalle immagini dell’artista Marta Maria Olga Bochicchio, già una rapida scorsa alla rubrica dei testi poetici offerti al lettore, rende edotti della densità concettuale, meglio filosofica, che ne innerva le pagine.
Titoli quali “Principio”, “Inizio”, “Terra”, “Mondo”, “Bellezza”, “Amare”, “Corpo”, “L’infinito”, “Lutto”, “Morire”, “Ascesa”, “Dio”, paiono tracciare l’itinerario umano e spirituale di ogni individuo, ripercorrendone, nei passaggi essenziali, la trama esistenziale di nascita, compimento e ri-nascita ad una dimensione superiore.
Esistenza che viene poeticamente compitata non secondo una traiettoria banalmente lineare ma nella sua irriducibile circolarità, ove ciò che è iniziante e ciò che è concludente si ammicca, si allude, si incontra, si confonde, si compone.
Non per un caso la poetessa ci rammenta, aprendo la silloge, “dove comincia, anche / finisce ogni parola / d’amore”; in maniera quasi programmatica, nel chiudere il brano “Inizio” (pag. 13), la poetessa ha cura di ricordare che “Ogni fine è l’eco di un inizio”; prendendo a prestito, a pagina 46, T. S. Eliot “The end is where we start”.
La prospettiva prescelta è quella dell’Angelo, protagonista della raccolta ma anche, forse, allegoria del Poeta, di un determinato fare poetico che si colloca nel crinale impervio tra umano e oltre-umano.
Chi è l’Angelo? Nella tradizione giudaico – cristiana l’Angelo è il ponte tra l’uomo e il divino: emissario di Dio presso l’Uomo, dell’Uomo è il più fido custode.
L’Angelo è intelligenza, è grazia incorrotta latrice di purezza (“Dice l’angelo del candore: ‘Questa è la terra dell’amore’”, in Piangendo, pag. 34), è sostanza eterea danzante (e le ballerine effigiate nel testo dalla Bochicchio ben ne sono la specchiatura umana), è spirito del divenire (“Entità d’angeli, anima dell’accadere”, in Celti, pag. 18).
L’Angelo, mai appreso fisicamente dalla miopia umana (“Hanno ombre che non si vedono / non li conosciamo, chi sono mai / (la luce divina non ha forma da visualizzare)”, in Amati, pag. 53), dell’uomo è alleato operoso e indefesso (“Per farti ordine in stanza l’angelo / mette tutti i tuoi libri a pila / sul pavimento, e ti ci pianta in mezzo / un bulbo narciso che fiorirà”, in Stelo, pag. 55).
L’Angelo presidia la convivenza umana (“Angeli di città tumultuose, con ali aperte / a guardia dei ponti, sopra Berlino, / Roma, Parigi, o altri sopra grattacieli, / tutte le città moderne, e New York.”, in Stella, pag. 51). All’Angelo guarda l’uomo come esempio inimitabile (“Per diventare angeli, / il difficile è morire”, in Morire, pag. 22), talvolta certuni sublimi uomini divengono incarnazione di angeli (Lutto, pag. 38), ad ogni uomo è dato di essere angelo (“everyman’s an angel”, nella citazione di Alan Ginsberg).
Come non vedere, negli affreschi della Lucchini, la simbiosi angelo – poeta? Il ruolo di nume tutelare, di fiaccola, affidato al poeta e al suo poetare?
Nota particolare merita lo stile della poetessa.
Il verso, nella silloge, si fa essenziale, alieno da voluttà linguistiche fini a se stesse, ma al contempo procede melodico, fluendo leggiadro e morbido come un adagio di Chopin; quel Chopin che dà il titolo alla poesia, a pagina 81, a chiusura della raccolta praticamente, quasi a suggellarne lo spirito lirico che ne costituisce la preziosa filigrana.
Verso che, nella elegante officina poetica della Lucchini, riesce a coniugare con garbo e mestiere la citazione dotta – la cui abbondanza ben rivela, ad un tempo, e la cultura della Lucchini e la preferenza di quest’ultima per l’esperienza anglosassone – con il gusto intimo, quasi etimologico verrebbe da dire, della parola.
*
Giovanni Rempiccia
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GIULIANA LUCCHINI è nata a Fivizzano (MC) il 27 maggio 1929 ed è deceduta il 10 marzo 2017 -

venerdì 21 luglio 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Del sole candele"
(In memoria di Mirta Rem Picci, Amica suicida il 17/7/2017)

Tu così bruna sottesa
alle accese candele del sole
tra favola e fabula
e sto dove vivi.
Incanto nella villa del bene
e vedo tra le piante
della quinta stagione
i morti e li sento
parlare tra i segreti dei sagrati.
E stai infinitamente come
per consecutivi di gioia
pomeriggi nell’abbeverarmi
alla tua di parole sorgente.
*

"Di nuovo per Mirta Rem Picci"

Di talenti ne hai tanti
nella luce di stella che
scorgo dal davanzale
che s’illumina. Architetto,
di flamenco ballerina,
interprete, cameriera
parli inglese, francese,
spagnolo, italiano. Dio
ti ha fatto bella e sensuale
e ottima poeta anche.
Amica Mirta, sempre più
anici, dicevamo di noi
e sublime innocenza
ogni sera ti chiedevo
la tinta degli slip che
avevi addosso e tu dicevi
neri, rosa, color prugna
o melanzana, a volte
azzurri nella risata infinita
e poi ti domandavo cosa
volevi sognare. Mi
chiedevi se era peccato
rifiutare degli amici
gli inviti. Chiamami
tra dieci minuti, mi dicesti,
e poi la tua morte nello
spazio scenografico
della vita che è tutta
una recita.
*

"Dolore per il suicidio di Mirta Rem Picci"

Parole di nulla nell’aria di piombo
terra dell’anima devastata. La bellezza
eri. Tanti felici, molti contenti
nei cinque continenti di questo mondo.
Gioiosi solo di esserci. Tu, Mirta,
non avevi malizia e questo ti ha persa.
Bambina di anni 44 andavi e vincevi
ma non lo sapevi nel presentarti a Dio
l’ultima volta che è la prima
senza vita il corpo dopo il volo. Dal nulla
l’anima è emersa azzurra e invisibile.
Dopo il naufragio nell’infinito oltre
la siepe stai con i morti che a volte
avevi sognato. Sorridi a me.
Passo e chiudo, Mirta.
*

"Mirta Rem Picci ed io"

Scherzavamo sulla canzone
di Battisti Una donna per amico
ti definivi il mio portafortuna
mi svelavi tuoi intimi segreti.
Giocavamo con le poesie:
io ti leggevo miei versi e ti
chiedevo di chi erano e tu
spesso sbagliavi e rispondevi
di Luzi o di Montale. Diventavo
Montale nella tua vergine anima.
Ora ti sei tolta la vita e non
possiamo più giocare.
Volevi la mia felicità, Mirta,
fiore rarissimo l’amicizia
uomo donna. Eppure esisti
più di prima ora d’estate
anima di ragazza e di Dio.
*

"Ora con Mirta Rem Picci"

Otto giorni fa il tuo gesto,
Mirta, mi hai spezzato le fibre
dell’anima. Ora mi sei accanto
e coltivo le piante a noi care.
E’ riemerso delle foglie il verde
brillante dopo la calura e la vita
che era bella continua sottesa
a meraviglia di presagi, Mirta,
tu dal nome profano come
in un campo di grano l’amore
sei più viva di prima, luna piena
sul mio mare delle cose.
Sei la luce rossa nell’intermittenza
del mio porto dove rientro,
Mirta, dopo tante navigazioni.
*

"Amica Mirta Rem Picci"

Libro fiorevole e diario
aperto per me sei ancora,
Mirta dopo il tuo gesto
di disperazione. Tocco la
moneta che mi hai donato
sottesa al tuo sorriso.
Avevi il flamenco, il mare,
il lavoro di architetto,
il parrucchiere e l’estetista.
Sei volata via pari ad angelo
e sei caduta nell’altrove
e il vento qui non può
pettinare il mare. Senza tempo
per me il tuo ricordo
l’attimo. Leggi quanto sto
scrivendo mi sei accanto
senza addii perché esisti
nella fabula dei giorni
consecutivi alla tua vittoria
accanto alla Madonna
sotto il Manto non avendo
colpe da scontare
nella tua morale verginità.
*

Raffaele Piazza

mercoledì 19 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = CINZIA DELLA CIANA

Cinzia Della Ciana : “Passi sui sassi” – Effegi edizioni – 2017 – pagg. 96 – s.i.p.

“Passi sui sassi” : -Quando il tuono suona/ a te innanzi,/ alzi il palmo della mano/ e allontani. Poi remi nell’arrembaggio,/ il male ti mangia ed è matta energia/ fino che la giostra l’ingranaggio blocca./ Stranita allora scatti, ti giri/ e la voce che non avvisa dice:/ è finita, vai via, non sei più ostaggio./ Questo strambo effetto fa lo strazio:/ arriva e non ci sei,/ se ne va e non è mai stato./ Si rimuove sempre il patire,/ lo smemorare è parte del dolore./ E tu riparti col ricordo del futuro/ nel seminare passi sui sassi/ eterni il presente. - Con questi versi , che sono esemplari per una recitazione musicale , si chiude la raccolta di poesie che Cinzia Della Ciana propone con luminosità dichiarata e visibile , tra pagine volutamente cesellate , in armonia con una strana profondità delle relazioni, che l’esperienza e il quotidiano descrivono in attimi fuggevoli. Il volume si divide nei capitoli “manifesto” , “scorticati passi” , “stazionati passi”, “a spasso” , “sorpassi” , “sassate” , più per il desiderio di uno specchio che realizzi tempi e tessere multicolori che per la necessità di interrompere il canto che si scioglie invece uniforme nell’intero collage. La strada , l’attesa , la solitudine , il silenzio, il frastuono , l’apparenza dell’ignoto , divengono l’intero apparato scenografico nella plasticità dei versi, ove dimensioni e gestualità costruiscono una semantica nella quale gli scambi all’interno della commedia umana esplodono nel preciso indice delle apparenze, per continua ricerca della parola. Le stanze , per la poetessa , forse sono senza uscite , quasi che il labirinto possa incastrare le illusioni e divenire soffio di una preghiera , di un rosario . Le mani “affannano fili” per intrecciare ricordi o per lenire memorie nel bisogno incessante dell’attesa o nella inabitabilità degli spazi.Qui i sentimenti e le emozioni nel rtmo cadenzato del passo rimbalzano le''immaginaria idea contenuta nel sub conscio per inseguire parole semplici e nel contempo ricucire frammenti dell'ignoto. In controluce i paesaggi , le vacanze , le passeggiate , i borghi , tra un sasso e l’altro , vengono raccontati nelle variopinte possibili sfaccettature , e le inquadrature ripropongono le radici omogenee della formula poetica.
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 18 luglio 2017

POESIA = FOSCA MASSUCCO

- I -

È ora di separare il sottile dallo spesso, il frutto
dalla pianta, il seme dal frutto. Vaghi la notte,
il naso rivolto alla balena gareggiando con Menkar,
fiammeggiando di pena tra i rittani cupi del San Michele.
Liberata Giaffa ed i suoi scogli a primavera
non attendi altri destini, comito d’una flotta di biche –
il ricino è spuntato troppe volte sopra il tuo capo,
senza che sapessi esultare, il vento caldo tra le vigne
scongiurava dio e tu eri il verme.
Prova ancora, distingui la destra dalla sinistra
esci dalla balena solo a risanare te stesso.
**
- II -

Il tempo scatta acuto
con le sue lamelle, suona chiarissimo
per ciascuno e diverso. Senza tetto
m’imbroglio nella luce
trovo pietre nella cenere del pane.
Se le masche scagliano la fisica
sulla porta scardinata, i fuscelli in croce
non frenano la danza – in fila si allontanano
i pidocchi, via da questa morte
senza morte appesa ai fili del ragno.
Ogni sera ho vestito il manico di scopa
con la sua camicia, colte le ossa dal camino
per vederlo sorridere di nuovo
ma la collina resta un cranio che risuona
nella notte della langa.
**
- III -

– Oggi è martedì – nella quiete ascolto
i tarli masticare,
gli schiocchi ultimi dei ceppi.
Temo le parole come il luppolo
aspre, ruvide le cime. Con me
sta l’anima della faina,
i denti puntuti dentro le uova
e dei coniglietti in affanno
restano solo crani, nella stalla
minuscole orecchie a terra.
– Oggi è martedì – la bruma bassa
mozza le colline, galleggiano
le cime nella laguna e tutto qui
possiede un’aria anfibia, sterile
come il tutolo,
decisiva.
Si tuffano i bufoni grassi
se sbuca la mia ombra –
tra riva e ripa
inutili al contraccolpo dell’acqua,
oscillano i nodi dell’equiseto –
mi scruto severa tra i gusci
di mandorla spaccati dai topi.
**
FOSCA MASSUCCO
*

FOSCA MASSUCCO (Cuneo, 1972) è laureata in Fisica e specializzata in Acustica; sposata con il contrabbassista e compositore Enrico Fazio, sviluppa progetti di musica jazz e poesia. Insieme vivono in un casale su una collina del Monferrato astigiano, dove producono musica in un personale studio di registrazione.- Ha pubblicato “L’OCCHIO E IL MIRINO” (Ed. L’Arcolaio, 2013), prefato da Dante Maffìa e “PER DISTRATTA SOTTRAZIONE” (Ed. Raffaelli, 2015), con introduzione di Elio Grasso. Collabora con il Laboratorio di Poesia di Modena di Carlo Alberto Sitta e con la rivista di poesia e critica letteraria STEVE. -E’ stata tradotta in rumeno dalla poetessa Eliza Macadan e in spagnolo dalla prof. Giulia Bertagnolio. -Sulla sua poesia hanno scritto, tra gli altri, Carlo Alberto Sitta, Elio Grasso, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffìa, Giorgio Bàrberi Squarotti, Fabio Simonelli, Plinio Perilli, Claudio Morandini, Gianni Martini. --Una sezione del primo libro è stata sonorizzata dai musicisti E. Fazio e G. Malfatto e presentata in anteprima alla Rassegna “Precipitati e Composti” che segue annualmente il Premio di Poesia Anna Osti. Un testo del secondo libro è stato sonorizzato e inserito nel disco MOODS [CMC,2015] di C. Lodati e E. Fazio.

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia e il passerotto"

Panchina ad angolo con il cielo
al Parco Virgiliano per ragazza
Alessia. Seduta scorge la gioia
senza peso di un passerotto
nel volteggiare nell’aria nella
leggerezza del volo. Si stupisce
Alessia (sarà un segno buono).
Prende Alessia dei biscotti le
briciole e a sinistra le getta
presso dell’erba il verde. Si
avvicina felice il volatile
sotteso alla luminosità dell’aria
e le becca. Gioiosa Alesia
in quel frullo d’ali che è
presagio buono per l’amore.
*
Raffaele Piazza

lunedì 17 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ATTILIO GIANNONI

Attilio Giannoni – "Nella forma e nel respiro" - puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2017 – pag. 71 - € 12,00

Attilio Giannoni è nato nel 1948 a Toceno (VB) e risiede a Castelletto Ticino (NO). Ha militato come cantante in diverse formazioni musicali. Nel 1990 vince il premio pubblicazione al concorso di poesia “Monferrato” con la raccolta dal titolo Sul dorso della spiga. Questo libro arriva, dopo anni di esitazioni, ad avere forma e respiro.
“Nella forma e nel respiro” è una raccolta non scandita e presenta una postfazione di Emanuele Spano ricca di acribia.
Una sensibilità che fluttua tra il concreto e il visionario sembra connotare i componimenti di Giannoni, che sono antilirici e anti elegiaci anche se qualche squarcio di liricità a volte in essi si apre come un’accensione alla quale segue uno spegnimento subitaneo.
Alcune composizioni sono scritte in prima persona mentre altre sono descrittive. Una materia incandescente ma sempre ben controllata sembra permeare i tessuti linguistici del Nostro carichi di densità metaforica e sinestesica.
Eppure c’è chiarezza, insieme a nitore e luminosità, nelle poesie che Attilio ci presenta.
Per le intrinseche diversità dei componimenti, a livello strutturale e contenutistico, “Nella forma e nel respiro”, può essere letto e considerato come una polifonia, un’opera che esprime a vari livelli le inclinazioni dell’autore, che si realizzano in immagini sempre icastiche e suggestive ben cesellate e modellate, attraverso una parola detta sempre con urgenza, che si apre continuamente a nuovi sentieri e possibilità.
Spesso una suadente e sapiente ironia trapela dalle parole del poeta come nel componimento I capelli nel quale è detta una ragazza dal nome Cinzia che si è tinta i capelli di rosso.
Nell’incipit della suddetta poesia la ragazza cammina con il suo ragazzo che sta a testa bassa mentre Cinzia viene schiaffeggiata da nuovi sguardi.
La nuova tinta della capigliatura della giovane le dà un fascino permeato di trasgressione e si sente oggetto di occhiate e afferma il poeta che domani vedrà strizzate d’occhio e avrà forse sulla pelle le prime lacerazioni del dubbio.
Nel rosso dei capelli il fidanzato vede la possibilità dell’infedeltà e tutto si risolve nel sarcasmo per la scelta della sensuale protagonista di cambiare look e divenire provocante.
Del resto la vena ludica è costante in questi componimenti nella loro multiformità di cui si diceva.
Anche il tema del dolore è affrontato da Giannoni come in Dov’è arido dove è pronunciato l’urlo di dolore del soldato che muore e viene detta anche l’angustia della madre che affonda in tre secondi nella sabbia.
Bella la prima composizione intitolata I camion che pare avere un carattere programmatico. Qui il mezzo viene visto come personificato: per esempio nell’incipit viene affermato che gli stessi camion non passano mai le sere davanti al caminetto e non sono fatti per ascoltare le favole di Karen Blixen.
Con un vago procedimento anaforico in cui la parola camion viene ripetuta in modo cantilenante nella sua efficacia, i mezzi si fanno testimoni di scenari nei quali si situano storie di varia umanità attraverso i tragitti che compiono nel trasportare le loro merci.
Anche il tema amoroso è trattato in “Non lasciarmi”, toccante composizione nella quale l’io – poetante, da padre, soffre per la figlia diciannovenne lasciata dal fidanzato e dice che la scena diventerà pezzo di film.
Una vena caleidoscopica e avvertita connota la poetica di Giannoni nelle sue forme che sembrano respirare.
*
Raffaele Piazza





SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE

FRANCESCA LO BUE : ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017)--
(lunedì 26 giugno 2017)
*
L’autrice non ha bisogno di presentazioni per il semplice motivo che risulta già nota negli ambienti letterari italiani e in quelli di lingua spagnola essendo essa nata sì in Italia, ma vissuta anche per lungo tempo in Argentina, segnatamente nella città di Mendoza dove ha compiuto tutti gli studi compresa la laurea in Lettere e Filosofia.
Molte le sue opere, in prosa e in versi – in edizione bilingue - come, per citarne solo alcune, ‘Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi’, ‘Por la Palabra, la Emociòn’ (2009), ‘Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), 2003-2009, ‘Il libro Errante’ (El Libro Errante), 2012-2013 e così di seguito.
Ora, Francesca Lo Bue si è ripresentata, proprio in questi giorni, all’attenzione della critica con una silloge poetica, che già dagli interessanti titoli - ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017) - lascia intravedere le linee-guida lungo le quali si è mossa mercé, son sue parole dell’’Introduzione’, “un raggio che si apre nella nebbia, raccogliendo dal nulla e dal caos, per divenire visione di quello che già fu e parola di ciò che dovrà essere”.
E già, dalla prima lirica, ‘Casa’ (Casa antigua), la poetessa mette in atto i propri ricordi cercando il cippo del Padre (el cipo del Padre) e chiedendo alla Madre sia l’albero del sogno, sia la protezione dal pianto della colpa; tanti sono i temi affrontati, nella raccolta, dall’Autrice la quale, ad un certo punto, chiede al Signore “la beatitudine della verità” (la beatitud de la verdad), visto che tutto è monade, vale a dire fiore.
Ad un certo punto, l’artista chiedendosi che cosa sia il profondo risponde con i seguenti versi: “E’ come un alone senza confine (…)/ lampo di arcobaleno e riverbero lontano”(es como un halo sin limite/ (…) rélampago de arco irys); profondità e lampi che si aprono all’arcano il quale permette che le tombe, alla fine, “si sveleranno” e riveleranno l’impronta dell’aquila miracolosa.
E, a proposito di sigilli, gli ‘Itinerari’ della scrittrice italo-argentina sono ricchi di simboli e di riferimenti emblematici relativi, cioè, alla figure dell’”unità senza forme” (infinitesimal sin forma), quali Pizie, oracoli, responsi, interrogativi e “Sibille nel nugolo delle visioni” (Sibilas desde los cirros de las visiones).
E sempre riguardo alle profezie e ai vaticini, l’artista dedica un componimento anche ad Artemidoro (II sec. d.C.), noto esperto di materia onirica, i cui ultimi due versi così suonano: “A Te che ami il respiro sacrificale/ la freccia del tuo amore nutra il sangue” (A Ti que amas el respiro sacrificador/ la flecha de tu amor nutra la sangre).
Restando ancora nei temi misteriosi ed occulti, occorre rilevare che molti versi sono pregni di significato metafisico come quando, ad esempio, leggiamo le seguenti significative parole inerenti, appunto, alla natura che “non chiede pane né sedili” (no pide pan ni assentos) dato che essa, prosegue la poetessa, “è sola, immensa” (està sola, inmensa) presentandosi come “aspro muraglione dell’esistere e cifra nulla” (àspero murallòn el esistir y cifra nula).
Profondi si ergono, dunque, i menzionati versi di Francesca Lo Bue mentre il vento le si presenta sposo del cuore nel tentativo di “abbandonare i labirinti aggrovigliati di ingiustizia” (para abandonar los laberintos enredados de injusticia). Tali motivi diventano, ad un certo punto, preminenti nella sua visione del mondo visto che quest’ultima celebra, per un verso, gli occhi del verde magico e la pietra di una torre che risplende ai viventi, ed esalta, e per l’altro, l’eternità della poesia che “ricostruisce, / trasmuta/ richiama i ritmi delle sorgenti” (reconstruye, /transmuta,/ reclama los ritmos de las surgientes). Non manca, naturalmente, la stessa, di rendere i dovuti omaggi alla Divinità la quale, “non viene in una nube maestosa/ ma appare come calamita di bellezza,/ desiderio di pietà e vendetta” (El no viene en una nube majestosa,/ aparece como imàm de belleza,/ es deseo de piedad y venganza).
Anche perché - essa prosegue, nella lirica ‘Il passato’ - “gli occhi di Lui, presenza di giovinezza,/ sono sostanza che abbaglia” (Los ojos de El presencia de juventud, / son sustancia que reverbera); Francesca Lo Bue non tralascia di magnificare anche la maternità tant’è vero che, opportunamente, traccia un profilo di tale importante figura che geme, ansima ed è felice di portare il proprio frutto in grembo.
Ma, come abbiamo sottolineato, molteplici risultano i soggetti presi in esame dalla poetessa italo-argentina non escluso quello concernente ‘L’ape del sogno’, come si intitola un’altra lirica, la quale, son sue parole, spìa la sua solitudine mentre “la nube dell’iride/ (…) sale dalla notte, nella notte” (la nube del iris/ (,,,) sube en la noche, en la noche).
Un’ultima osservazione: l’Autrice usa diverse volte il termine ‘seme’ (semilla) come simbolo di pace, quale “grotta profonda”,/ dove la pernice pasce col leopardo/ assetata di segreto vivo” (gruta profunda,/ donde la paloma se arrulla con el leopardo/ sedienta de vivo secreto). Tutto da leggere e da meditare, in definitiva, il presente bel libro di Francesca Lo Bue.
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LINO DI STEFANO

domenica 16 luglio 2017

POESIA = GILBERTO ANTONIOLI

"sulla scia dell’esistenza"

attendo che tramonti la luce della sera
e che le tenebre si posino e trascinino
le prime sensazioni di riposo
(è l’attimo che anticipa la notte)

attendo che si formi un cono di silenzio
che dona allo spirito la quiete
e momenti di aspra riflessione
(il giorno è troppo irriverente)

che solo il buio riesce a contenere
nell’arco di meditazioni, che sfuggono
rumori di piacere, ed angoli di noia
*

"assillo"

pensieri in fuga avvolti nella nebbia
smarrimenti acuti in gusci solitari,
indifferenza che copre nel silenzio
la marea del golfo che scivola il brusio

ed è la mente che ascolta il bisbiglìo
delle ultime foglie dell’autunno,
che salutano prima di migrare
verso tensioni che non possono sfuggire

io capto in lontananza il loro assetto
che attendo prigioniero sugli scogli,
riporto la speranza sul mio tempo
che non coglie le stagioni del passato

arrivato in formazione c’è chi vola
disteso sulle ali sopra l’onda,
s’immerge dentro tronchi di burrasche
sono guizzi o sono cariche di vento

non è un groviglio ma un mare indifferente
idea che cruccia, assillo, turbamento
*
GILBERTO ANTONIOLI

venerdì 14 luglio 2017

POESIA = FEDERICA GIORDANO

Inediti -
***
Quando collassa la fede
il corpo si fa carcassa.

La ruga ferita delittuosa.

Si resta come pietra senz’occhi
che guarda come guarda il Baltico.


***


(Mosca, aprile 2017)
"Qual è il punto che ti duole?"
Elitis
*
Mi guardò l’uomo russo e mi sentii a casa.
Guardava una straniera.
Mi guardò lei e vidi pianure gelate
e chilometri di storie tra noi.
Ho visto Mosca in quegli occhi
e l’impronta del regime.
La lingua russa è stato solo racconto
e suono.
Negli occhi abbiamo tutti
la temperatura e l’unica domanda.



***

La musica dell’Est
Suona un suo dolore:
C’è dentro la malinconia un chiarore,
perché scompare l’uomo
dentro il suo strumento






(Lipsia, maggio 2017)
*
Nera e periferica la notte dell’Est.
Ingoiate dal buio ci sono industrie a riposo.
Il tacco schiocca forte dove non si può vedere.
In un rifugio musicale, tanti uomini
Scuotono le teste in sincronia.
Il buio e il freddo dei boschi si combattono
Col canto, fischio d’aquila:
in picchiata sul mio petto mediterraneo
una freccia che proviene dal gelo.
Da lontano si rianima l’industria
Di una meccanica minore.
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Federica Giordano
*

Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui “ Nuovi Argomenti” e “Poesia” di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta “Porcellana – Poema sulla distruzione della mia città” di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista “Poesia”. Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico “Ifigenia siamo noi”, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett “Cycling the frame” e “The invisible frame” presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista Poesia, numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica “Utopia Fuggiasca” con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.
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venerdì 7 luglio 2017

NOTIZIA = MARIO LUNETTA NON E' PIU' CON NOI

MARIO LUNETTA lascia un vuoto notevole nel panorama della cultura contemporanea - Nato a Roma nel 1934 è deceduto ieri , silenziosamente , delicatamente , come era suo costume. Ha pubblicato decine di volumi di poesia , di narrativa , di teatro ,di saggistica , incidendo con il suo bagaglio culturale nella ricerca della parola , come segno di profonda codificazione del simbolo , del senso , della interpretazione e reinterpretazione dei testi pubblicati in Italia. Critico attento, letterario e d'arte, ha collaborato a numerose testate italiane e straniere , fra le quali L'unità,Il corriere della sera , Il messaggero , Rinascita , il Manifesto , Liberazione.
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martedì 4 luglio 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Riverberi”
Per saziarmi e tormentarmi ho lasciato che le sere
inaridissero nelle foto , il lume spento.
Là dove i ricordi spezzano la luna
la mia e la tua ombra hanno sfaccettate speranze
sempre in inganno , per radici rinsecchite,
e parlo spesso del tempo che ci avvinse
quasi stordito dal silenzio delle coltri.
Per qualche istante piego le pareti nel sospetto
che tutto ormai ha il suo vuoto
nella vulnerabile attesa del ritorno.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 3 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA

Edith Dzieduszycka – “La parola alle parole” - Edizioni Progetto Cultura – Lavis (TN) – 2016 – pp. 127 - € 12,00


Edith de Hody Dzieduszycka è nata a Strasburgo, Francia, dove ha compiuto studi classici e lavorato per 12 anni al Consiglio d’Europa. Dopo il suo arrivo in Italia si è diplomata all’Accademia di Arti Applicate di Milano. Ha pubblicato libri di poesia, di racconti, di fotografia e un romanzo. Disegna, realizza collage, scatta fotografie. Ora vive a Roma.
“La parola alle parole”, il libro dell’autrice che prendiamo in considerazione in questa sede, è scandito nella sezione eponima in poesia e da un’appendice costituita da diciassette frammenti in prosa intitolati “Il paese di là”.
L’opera presenta una prefazione di Giorgio Linguaglossa ricca di acribia.
Intrigante il titolo della raccolta che esprime l’idea intellettualistica, chiara e distinta nella coscienza letteraria della poetessa, di voler riflettere sulla parola stessa, di volere scrivere poesie sulle poesie medesime che sono formate da parole, compiendo così un accattivante divertimento liberissimo e mirato sullo stesso verbo, per usare una metafora di genere musicale.
Viene in mente leggendo i versi della poeta la famosa poesia di Edgar Lee Master intitolata Il silenzio, che ha per tema proprio il gioco ambiguo ed elusivo, fondante, fatale o benedetto che sia, che è proprio quello del linguaggio, scritto o orale che infrange il silenzio stesso.
Del resto la poesia, come la musica, e tutte le arti sono sorelle, deriva dallo stato di quiete infranto da ogni sillaba di unità minima o da una anche vaga sonorità.
La parola come forma di comunicazione che è diventata velocissima nel nostro postmoderno al tempo del villaggio globalizzato e dei media come internet, la radio o la televisione.
“La parola alle parole”, dove i lessemi sembrano sgorgare limpidi e cristallini, come acque di chiara e refrigerante sorgente, si può considerare come un poemetto unico nel suo genere nel quale tutte le strofe sono costituite da quartine tranne che in rarissimi casi.
C’è un aspetto ludico nell’architettura ben strutturata dei componimenti e Edith sembra giocare con i suoi versi, producendo atmosfere nelle quali domina l’io-poetante che scrive all’infinito variazioni sullo stesso tema.
Musicalità e geometrizzazione delle parole stesse, sottese ad ironia amara o sorridente che sia animano le pagine che possono essere lette tutte di un fiato, provocando sollievo e stupore nel lettore con la loro magia.
Come è detto nella poesia iniziale, che ha un carattere programmatico, la poeta dichiara che la parola le serve come l’acqua alla pianta, per poi soffermarsi sulla genesi della parola stessa che sembra nascere nel cavo della mente.
Con la sua vis giocosa Edith afferma che le parole le potrebbe anche comprare in un negozio e portarsele a casa disponendole in ogni luogo fino a quando la dimora ne sia piena e viene il tempo di traslocare.
Protagonista dell’ordine del discorso pare essere nella sua invisibilità proprio la mente umana, nella quale tutto avviene il nostro esserci e dalla quale sembrano sgorgare le parole stesse che hanno per genesi, momento fondante, proprio il pensiero stesso.
Il tema della parola è strettamente legato a quello del tempo perché tra due parole dette in sequenza può aprirsi la feritoia dell’attimo heideggeriano e così la durata si può fermare e proprio tramite il tessuto linguistico si può entrare nel non tempo.
Del resto ammonisce l’Antico Testamento biblico affermando che nessuna parola sarà senza effetto e che vita e morte sono in potere della lingua. Un esercizio di conoscenza scaltro e intelligente.
*
Raffaele Piazza

venerdì 30 giugno 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia in treno"

Pari a un fiume il treno
dalle acque invisibili
a inalvearsi nel letto
del binario per ragazza
Alessia in limine alla
vita dopo nell’albereto
con Giovanni l’amore.
Intravede case e campi
anima vestita Alessia
ragazza e poi il romano
acquedotto nel giungere
a Termini stazione
per l’esistere felice
come una donna
sedici anni contati come
semi. Ha al collo una
bucata moneta e della
Vergine la medaglietta
d’oro. (Ieri l’ho persa
la verginità e mi è piaciuto
speriamo che ora non
mi lasci e che non ci
sono rimasta), pensa
Alessia.
*

"Alessia e della pace il lago"

Segue il bagno nuda nel lago
per Alessia dopo essere uscita
dallo spogliatoio dell’anima
e degli indumenti (le scarpe,
gli slip, il reggiseno e l’azzurro
cielo del vestito). La speranza
di non essere lasciata per vivere
ai lieti colli dell’anima di ragazza
sotto di luglio ad abbronzarla
il sole infinito come ragazza Alessia.
Si distende sull’erba emersa
dalle acque nella con natura
la fusione e dispone fotogrammi
per la vita nell’intessersi
i pensieri con del cielo le nuvole
fatate.

*

"Alessia nella pioggia"

Aria nell’umidità dell’
acquata estiva per Alessia
ragazza appoggiata
all’edera di fiorevole
gioia sul muro e attende.
Pioggia verticale a bagnare
di Alessia i capelli e l’anima
dove era già stata nell’
abbandonare il prato azzurro
di cielo antistante la villa
della gioia. Pioggia nell’
inalvearsi di Alessia il pensiero
fino alle braccia di Giovanni
sincero e trarne felicità
per di vacanza un chiaro mattino
di sosta a fare nell’albereto
l’amore sotto fresche gocce
ad accadere.
*

"Alessia riscopre le stelle"

Attimi di sera per Alessia
nel mettersela nella tasca
dei jeans sdruciti. Il buio
interrotto dalle lampade
per Alessia ragazza al bar
Virgilio nel leggere di Foscolo
i sonetti e uscire dalla
resistenza dell’aria a riscoprire
le stelle nell’intermittenza
del lucore di nuova vita
in vita per rinnovarsi pari
ad astro per riaccogliere
Giovanni levigata dal vento
e si stupisce Alessia della
gioia.

*

"Alessia allegra"

Ride Alessia dopo l’esame
d’italiano superato. Gesto
simbolico getta contro del cielo
l’azzurro con i libri la borsa.
Esultanza di Alessia nell’
abbeverarsi alla quinta stagione
nella camera della mente.
Allegria di Alessia nel
di gioia naufragio nell’
interanimarsi alla sorgente
dei sogni più dolci nel
tendersi al ramo dell’arancio
per prendere il frutto e
dissetarsene nell’infinita
vita a proseguire ed esistere
già nel mondo di ora
cosmo di ragazza Alessia
nel trasfigurarsi nell’estasi
tra delle piante del giardino
la bellezza.
*

Raffaele Piazza

giovedì 29 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

Felice Serino – “La vita nascosta” - (poesie 2014 – 2017)
Copyright 2017 by Felice Serino

Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, autodidatta, è un poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici e che ha vinto molti premi letterari. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia.
Gestisce svariati siti su Internet di ottimo livello e qualità, che ospitano anche poeti prestigiosi. E’ stato tradotto in otto lingue.
“La vita nascosta” è un’opera corposa nel suo racchiudere le raccolte del Nostro “Trasfigurati aneliti” (2015) e “Nell’infinito di noi” (2016) ed è corredata da una presentazione di Giovanni Perri ricca di acribia.
Cifra essenziale, che connota la poetica del Nostro, di raccolta in raccolta, è una vena originalissima che parte da una visione del sacro, visto sia in maniera trascendente che immanente. Serino si pone nei confronti della realtà, del mondo, del cosmo, che nella nostra contemporaneità spesso diviene caos, inizialmente come creatura che anela ad un essere superiore tramite una religiosità che supera e va oltre le forme confessionali e ritualistiche della Chiesa. Sono spesso nominati da Felice Dio, Gesù, la Madonna e soprattutto gli angeli, ma il poeta non cade nel dogmatismo, credendo in un amore interessato per Dio, in un rapporto con Lui non mediato, tipico dei mistici, e che trova la sua realizzazione, il suo inveramento proprio attraverso, le sue poesie, che presentano unitarietà del discorso e coerenza. Proprio in questo modo e in tal senso egli da creatura si eleva a persona, che vive criticamente in una società, relazionandosi con essa secondo una sua personalissima visione del mondo. Tema essenziale del suo “riflettere in versi” è quello dell’amore per la vita, che lo porta ad una certa forma di ottimismo. Per Serino l’esistenza umana è degna di essere vissuta e anche la morte non è considerata come la fine di tutto, ma come il passaggio dalla transitorietà all’eternità. Non solo i contenuti sono originali nel poiein dell’autore, ma anche la forma dei suoi testi in massima parte brevi. Il poeta attraverso gli occhi si rivolge alle cose che lo circondano, che vengono trasfigurate in versi, divenendo cariche di senso e di pathos. Ecco dunque il sentire di Serino in “Trasfigurati aneliti”, che esprime la stabile tensione del poeta verso l’universo e anche verso il microcosmo. Il libro è costituito da 45 componimenti tutti forniti di titolo e non è scandito in sezioni. Trasfigurati aneliti potrebbe essere letto come un poemetto vista la sua unitarietà e tutte le poesie che lo compongono fluiscono in lunga ed ininterrotta sequenza e sono risolte in un unico respiro. S’incontrano diversi interlocutori in questa raccolta, ai quali l’io-poetante si rivolge, figure che sono Dio, Gesù, gli angeli e anche esseri terreni dei quali ogni riferimento resta taciuto. Una vena epigrammatica connota il dettato del poeta che pratica una poesia neolirica. Si notano precisione, velocità, leggerezza, icasticità, grazia e armonia nel versificare di questo autore. A volte il tema del sacro si coniuga con quello della classicità, in versi sempre luminosi e controllatissimi.
In “Nell’infinito di noi”, Serino continua ad elaborare la sua personalissima e originale ricerca letteraria. La raccolta è suddivisa in due sezioni, entrambe costituite da quarantacinque componimenti, “Lo sguardo velato” e quella eponima. Se la poesia è in se stessa sempre metafisica, si deve mettere in evidenza che, di raccolta in raccolta, Felice riesce a produrre componimenti collegati tra loro che, oltre ad essere metafisici, sono connotati sempre da un forte alone, o ancora meglio, da un’aurea di sorprendente misticismo postmoderno. Il suddetto si può evincere, sia in testi che hanno come oggetto o tematica figure tratte dall’immaginario religioso, come il Cristo o gli angeli, sia quando il poeta proietta la sua vena trascendente in situazioni del tutto quotidiane, nelle quali l’io – poetante e le varie figure protagoniste, dette con urgenza, sono in tensione appunto verso l’infinito (e qui giocano un ruolo importante le tematiche della nascita e della morte). Un accentuato senso del sacro caratterizza “Nell’infinito di noi”. Esso qui trova la sua espressione estrema, rispetto alle raccolte precedenti del Nostro, nelle quali già si notava. Il poeta sembra suggerirci, con il titolo della raccolta, che noi esseri, come persone, pur vivendo sotto specie umana, per dirla con Mario Luzi, già nel nostro transito terreno siamo infiniti e che le nostre anime sono immortali. I componimenti sono tutti connotati (e non potrebbe essere altrimenti per quanto già affermato), da sospensione e magia che si realizzano nei versi icastici, veloci e leggeri. Stabile è la tensione verso il limite nella ricerca dell’attimo in senso heideggeriano, della vita oltre il tempo degli orologi. Così Serino produce tessuti linguistici pieni di illuminazioni e spegnimenti, nei quali è visibile una luce, che è appunto quella di una realtà soprannaturale, che si proietta tout-court in quella delle nostre vite, restituendoci una notevole carica di senso. Particolarmente affascinante, nella sezione eponima, la poesia intitolata proprio Nell’infinito di noi, nella quale sono stabili visionarietà, sospensione e dissolvenza. In questa il tu, al quale il poeta si rivolge, e del quale ogni riferimento resta taciuto, è Nina, una figura che, nell’incipit, volteggia nelle stanze viola della memoria. Qui si evidenzia una forte tensione attraverso una parola sempre raffinata ed avvertita. Particolarmente alto il verso apparire o entrare nello specchio/ dell’essenza, nella quale è presente una forte valenza ontologica. Nella seconda breve strofa della composizione il tu afferma che qui siamo affratellati nel sangue con la terra e la morte. Poetica mistica, dunque quella di Serino, la cui cifra essenziale è quella di una parola che scava in profondità per riportare alla luce l’essenza dell’esistere in tutte le sue sfaccettature.
Perché il titolo onnicomprensivo La vita nascosta? La risposta risiede nel fatto che nel mare magnum del nostro postmoderno occidentale l’umanità è alienata e vittima del consumismo e del mondo dell’avere che prevale su quello dell’essere su uno sfondo dove Dio è morto e i valori non esistono.
I poeti in generale, e tanto più Serino che oltre ad essere un poeta è un mistico, nel loro pensiero divergente, trovano la felicità in altri modi e la vita nascosta di cui ci parla il Nostro è una vita parallela a misura umana perché sottende l’atto di fede nell’esistenza dell’eternità e non la credenza nel nulla eterno foscoliano.
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Raffaele Piazza


mercoledì 28 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = MAKSIM GOR'RKIJ

Maksim Gor’rkij – Minacciosi schiumano i flutti
Versi tra fine ‘800 e inizi ‘900
Fermenti Editrice – Roma – 2017 – pp. 94 - € 15.00

Nota a margine del curatore Paolo Galvagni


Maksim Gor’kij (“Massimo l’Amaro”, pseudonimo di Aleksej Maksimovic Peskov, 1868 – 1936) entra nella letteratura russa e sovietica come narratore. Da semplice giornalista di provincia diviene di colpo – accanto a Lev Tolstoj – il narratore russo più famoso del suo Paese. Il potere sovietico lo dipingerà come il più grande autore russo del suo tempo, padre del “realismo socialista”. Tuttavia testi poetici come “Il canto del Falco”, “Il canto della Procellaria”, “La fanciulla e la Morte” consentono di parlare di lui a pieno titolo anche come poeta. I versi sono una parte imprescindibile dell’opera di Maksim Gor’kij; egli si cimenta in vari generi: la poesia, la ballata, la canzone. “Io scrivo versi ogni giorno”, confessa egli nel 1933 al poeta russo Ivanov. In una delle prime poesie egli si definisce “poeta autodidatta”, che canta inni al futuro: “Non rimproverate la mia musa”. Molti dei suoi versi sono basati sull’ottimismo: la vittoria del principio vitale, del coraggio. “La fanciulla e la Morte” si conclude con l’immagine della Morte che “Costruisce instancabile, indefessa./ Le gioie d’Amore e la felicità della Vita”. Ne “Il canto del Falco” e ne “Il canto della Procellaria” gli elementi naturali (il mare, la tempesta) hanno un chiaro significato simbolico: alle nubi fosche si contrappone la potenza vittoriosa del sole; le forze creative vincono sul lato oscuro della vita, il pessimismo sull’ottimismo.

Gor’kij, narratore, drammaturgo, pubblicista e critico, anche nelle poesie riesce a dire la sua…

Riportiamo alcuni brani tratti dal testo:

…Non accogliete la mia musa
con negligenza e indifferenza;
in questa vita mala e sventurata
io canto inni al futuro
io nuoto, dietro di me
Minacciosi schiumano i flutti.
La via marina è ignota all’anima.
La lontananza è coperta dal manto del buio.

...La Morte taceva e i discorsi della fanciulla
Le struggevano le ossa col fuoco dell’invidia.
Ma il cuore della Morte cosa rivelava al mondo?
La Morte non è madre, ma donna, anche in lei
Il cuore è più forte dell’intelletto.
Nel cuore buio della morte ci sono germogli
Di compassione, d’ira e di malinconia.
A quanto lei amerà di più
A chi è punto nell’anima da perfida malinconia,
Con quanto amore di notte le sussurra
Della grande gioia della quiete!
“Ebbene, - disse la Morte –
sia il miracolo!
Ti concedo – vivi pure!
Ma io sarò accanto a te,
Sarò in eterno vicino all’Amore”…
*
PAOLO GALVANI


martedì 27 giugno 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Specchio”
Il mio pensiero annega nel sogno
ed apre spazi indecisi
che il mistero riesce a dominare.
Non so piangere !
Non so trasformarle lacrime in versi
e versi in lacrime.
Guardo il silenzio del cielo nella notte
e in quel buio luminoso
riparo la fragile cura.
Un istante lontano potrebbe fiorire,
disperdendo i riflessi,
illudendo il ritmo degli spartiti,
l’ombra scheggiata nello specchio.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 19 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTOLOGIA FERMENTI n° 11

"Inquiete indolenze" - antologia a cura di Raffaele Piazza . Ed. Fermenti 2017 - pagg.278 - € 22,00
Raffaele Piazza , con l'impegno ormai noto che lo distingue nel riferirsi alla poesia che oggi si affaccia timida nella ricerca culturale , ha riunito in volume alcune poesie scelte di diciotto autori . In rigoroso ordine alfabetico sono presenti : Giovanni Baldaccini , Franco Celenza , Bruno Conte , Antonino Contiliano , Gianluca Di Stefano , Edith Dzieduszcka , Marco Furia , Maria Lenti , Loris Maria Marchetti , Dario Passero, Anton Pasterius , Pietro Salmoiraghi, Italo Scotti , Antonio Spagnuolo , Liliana Ugolini , Silvia Venuti , Vinicio Verzieri , Giuseppe Vetromile . Per ciascun autore una breve scheda di presentazione , stilata con il garbo della della riflessione e dell'incipit critico, ed in riferimento al registro che l'inquietudine dei versi riesce a trasmettere fra le sensazioni musicali e visive della parola. Le voci si rincorrono armoniose per sobrietà di scoperta, nelle atmosfere multicolori che riescono a realizzare un panorama abbastanza ricco , in questo momento esistenziale così torturato e complesso. La poesia continua a sorprenderci anche nella illusione del tempo.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 18 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = MAURO DE MARIA

Mauro De Maria, “Beatritz”, Book Editore, 2017, con una nota critica di Giuseppe Marchetti.

Ci sono libri di versi che si aprono fiduciosi al nostro sguardo, che se ci vedono indugiare smarriti ci offrono immediatamente delle tracce, degli indizi, tali da permetterci di proseguire agevolmente la lettura. Ci sono al contrario volumi di poesia più ostici e oscuri, quasi arroccati; la loro parziale impenetrabilità ci tiene un poco in disparte e però, proprio per i segreti che sembrano gelosamente custodire, allo stesso tempo fortemente ci attirano.
Di fronte al primo tipo di libro dobbiamo evitare di scivolare fra le pagine, di credere che la lettura sia facile (troppo facile); nel secondo caso dobbiamo invece evitare di arrenderci presto (troppo presto), di abbandonare subito il campo, di non accettare la sfida.
Le raccolte di versi di Mauro De Maria, sia il primo e precedente “Trame e orditi” sia, soprattutto, l’attuale “Beatritz” (entrambi pubblicati da Book Editore), hanno l’aspetto di una fortezza compatta, dove i pieni prevalgono sui vuoti, dove non si scorgono comode vie di accesso. Allora bisogna prendere tempo, girare pazientemente attorno ai suoi recinti finché, come premio della nostra costanza, all’improvviso si spalanca una porticina che ci invita ad entrare.
Una volta dentro, scenari e paesaggi radicalmente mutano. Ci si trova proiettati e immersi nel medioevo prezioso e incantato dell’amor cortese, dei trovatori e dello Stilnovo. Nella “Nota a margine” l’autore di questo libro davvero originale, insolito e sostenuto da notevoli maestria e abilità stilistica, precisa: “Beatritz si configura come una riproposizione, il più possibile personale, dell’idealizzazione della donna amata e della sua trasformazione in una sorta di figura angelicata. Al contempo abbondano nel testo dichiarazioni di fede nell’arte e nella poesia che divengono elementi di potenziale superamento del tempo e si delineano come un credo parallelo a quello della donna trasformata in elemento divino”.
Beatritz è la principale, quasi assoluta protagonista. Evitiamo qui di inoltrarci e di lasciarci irretire dal labirinto di citazioni e riferimenti colti, limitandoci a segnalare, per il momento, che le poesie (cinquanta, più un incipit e un congedo) formano una coesa collana di versi dove la parola conclusiva di ogni singola composizione diviene quella iniziale della successiva. Giustamente il critico Giuseppe Marchetti, nella sua Nota conclusiva, sottolinea che l’opera di De Maria è “una conversazione ininterrotta con l’oggetto amato”.
L’amore di cui nel libro si parla è fondato sulla gentilezza d’animo e dei modi; è casto e spirituale. Tra innamorato e amata si frappone una distanza incolmabile, ad ogni slancio in avanti del primo segue uno spontaneo retrocedere della seconda. E questa impossibilità di raggiungersi, di sfiorarsi, di toccarsi, genera contemporaneamente sofferenza e desiderio. L’incontro è perennemente rinviato e procrastinato, il tempo dell’attesa si dilata a dismisura; “la compenetrazione di due corpi” e la fusione di “due esistenze” si rivelano mete impossibili. Lui (“il vinto trovatore”) e lei (la “dama irraggiungibile”) si muovono all’unisono e in maniera sincronica, mantenendo inalterata la loro distanza. Non esistono varchi e scorciatoie, esiste invece un “flusso d’amore / che migra verso te ogni giorno / varcando le colline / e di notte riporta tue notizie / avanti e indietro senza posa”.
Al poeta non resta che tradurre in versi questo amore sfolgorante e sfuggente, intenso e negato; alla poesia spetta la magia di farlo vivere in parole e di renderlo memorabile: “Guardare la tua vita a me negata / ha mutato i miei tremuli silenzi / in parole posate sulla carta / nella fragile attesa che i tuoi occhi / guidassero nei solchi della stampa / anche il tuo cuore che il mio sempre scarta”.
*
Giancarlo Baroni