giovedì 12 luglio 2018

POESIA = GIANFILIPPO GRAVINO

"IN RIVA A QUESTO MARE"

La luce era
nel colore dell’acqua
e non del cielo.
Ma non serve a molto
fondersi ora
con la tua continua epifania
che eccedendo recede
e risucchia e rigetta,
sensibile, avvolgente
dio, che di nessuno
conti i respiri né riempi
l’animo monco.

Ti insegui per sfuggirti
e dopo ti ritrovi
su un tempo di sabbia.
E in fondo anche in te si agita
qualcosa di placido:
nella tua iride immensa
un cielo sottile quanto un soffio
istilla una dolce e azzurra
bugia che – se l’assaggio –
ha lo stesso sapore della lacrima
di chi si è ritrovato
su questa riva in riva alla tua luce.

**

"TUTTO SCORRE E TUTTO BRUCIA"

I

Un vento è solamente un fiume d’aria
e un fiume non è che un fuoco fluido.

Ma aereo o liquido
il fuoco è sempre eterno
e proprio non ha tempo
per credere a questi
e ad altri insipidi dettagli,
visto che il fuoco è "già" nei dettagli,
sin da quando nel buio stellato
della sua officina
è come scintillato
quel caldo bagliore
che ancora oscilla in ogni cranio
e in qualsiasi altro cuore.

Così, se è vero che tutto è come
immerso in un fiume
che scorre via, lontano da se stesso,
è anche vero che in quel fiume
tutto è lava e tutto
brucia di una febbre
che viene dalla vita
e va verso la vita,
perché non è che vita – e perché non è.

(Visto che alla vita come al fuoco
piacciono l’essere e il non-essere
a un tempo e l’essere senza essere
nello stesso luogo.)


II

Il fuoco è sempre eterno,
ma non sempre riesce a respirare
al ritmo del proprio passo
e del suo stesso sangue,
e sono sempre tante
le volte in cui il fuoco
non vive di vita, ma della brace
più grigia
e delle sue ceneri disperse
tra le nausee più sazie
e i più stanchi rimorsi.

Però
la lena che riprende
pochi momenti dopo
è legna
umida di benzina,
ed è in questo modo
che il fuoco può di nuovo
tacere le sue colpe
danzando sulle punte
dei suoi capelli alti, rossi e scomposti
dal ritmo del proprio petto
e della sua stessa voce.

**

"MEMENTO"

Anche se un giorno (o nel corso di un sogno)
sicuramente torneranno a galla
in qualche palude della mente,
sul pelo livido delle sue acque,

memento che alcune cose è meglio
scordarle, ricacciarle nel niente,
di cui sono le madri e le figlie
a un tempo. (Almeno per qualche momento.)

**

"RONDINI"

«Un urlo dal dolore
è il vento cieco
che solleva e rigira
la polvere di stelle spente
che compone ogni cosa»,

spesso si è detto. Intanto, oltre lo specchio,
corpi celesti
senza un nome, perché hanno già tutto,

quasi si divertono
a disegnare ellissi a perdifiato
a bassa e svelta quota.
Sirio, il loro Sole.

Nere e come lame
hanno le ali, però la loro voce
dal chiaro del petto
volge pure quel vento in "virb"…

**

"LA MIA NONA"

A volte – ad occhi socchiusi – mi lascio
scorrere nelle geometrie friabili
di una foglia o in quella musica
che, riempiendola, colora l’aria
su cui galleggio e che mi avvolge.
E mi sembra davvero
di essere una sola cosa con
il mondo e la sua carne.
Ma, se ogni croce ha una sua delizia,
ogni splendore ha le sue miserie,
e così, ben presto, sono costretto
a tornare a me stesso
e al mio percorso,
visto che i miei inni alla gioia
muoiono giovani e quasi mai beati
(visto che la mia Nona
lascia loro il tempo
di un tramonto appena).

Sapienti saggi hanno
premura di spiegarmi che le gioie
sono un canto di cigno
o un ardere di paglia,
ma che è proprio questo retrogusto
di amaro a renderle
l’uva più sublime ed il suo miele.
Tuttavia, l’immagine del cosmo,
che alla fine mi vendono, è sempre
coperta dall’effetto
neve di una sfera che si infrange
in mille specchi al minimo contatto
con il suolo del reale.
E così – scorsa via la sabbia stretta
nel cavo della mano –
non stringo che un pugno
d’aria da offrire
al primo soffio che passa per caso
o per sbaglio sul mio percorso.

**

"PRIMA CHE"

È solo un vecchio desiderio
ed è solo un’altra notte
di neon e di luci rugginose,
eppure io vorrei
lo stesso farmi più forte del vento
che sforma e ruba l’anello di fumo
che hai come aureola.
Vorrei e forse posso.

Ti bacio le ali mozze, angelo rauco,
costretto a camminare sull’asfalto
di questi Campi Elisi
collusi con l’inferno,
e accarezzo l’aspetto malridotto
della tua anima offesa – fatta
di carne e di pioggia – in un abbraccio
di calore e di bianco

prima che intorno sia di nuovo l’alba
di un nuovo giorno sepolto e non nostro,
e prima che il suo freddo ci ricordi
che anche noi siamo rimasti nascosti
dietro lo schermo dei nostri contorni.

**

"ULTIMO PASSO (PRIMA DELLA DANZA)"

Danza nella sua mente
(al suono delle vene)
la voce di una strana
prima madre, che chiede
la testa del giovane
invecchiato in galera
in dono e in cambio
di un amplesso col sogno
del nuovo e vecchio padre
dai piedi ben calzati.

Danza e danzando è
(giunta all’ultimo passo)
sempre più sangue e ossa:
"Salomè" pronta e sola
e nera e lieve insieme.

**

"FRAGILE"

( "a C." )

Correre e tremare
come una luce incerta e ubriaca
che rincasa al mattino.
Correre, dopo aver corso
su una corda tesa
tra farsa e tragedia,
ma finalmente in cerca
di quel suono intravisto
in fondo al Silenzio più stonato.

È questo che hai impresso
a fuoco nelle vene:
correre per sfuggire al tuo sé,
alle sue volontà come al caso,
diventando più scaltro
perfino del dolore.
Sei un pacco con su scritto "FRAGILE"
che è stato spedito a migliaia
di indirizzi estranei,
ma che alla fine
ha trovato la sua casa: lo spartito
di una sinfonia ingiallita
ed ogni giorno più incompiuta.

**

"DI FRONTE AL MOTO"

Ripeto spesso che a questo mondo
non c’è gloria che non sia vana
né vittoria che non sia di Pirro

di fronte al Moto più vasto e perpetuo,

eppure brucia veramente tanto
stringere tra le mani le macerie
in fumo d’un altro lucente incanto.

**

"IN OGNI DONO UN GIOCO"

( "Un dono può anche essere sbagliato. Non piacere." )

Oggi non è il tuo compleanno
né un giorno prefestivo,
e io ho voglia di darti in dono
questa matrioska con la sua grazia
grossa e gravida di quattro o più
segreti dai colori
rumorosi ed estesi.

È solo un po’ di plastica prodotta
in serie, è solo un souvenir,
ma un souvenir che non serve a farti
rimpiangere un viaggio,
tra l’altro mai avvenuto.
Le sue gemelle sempre più piccole
sono già il tutto di un mondo
che di guscio in guscio
scende fino al seme
del suo nucleo solido:
la pressione e le ore
di un giorno fermo in fila.

Perché anche in un giorno stancamente
di serie può nascondersi un dono –
e un dono è come un gioco
che rinnova il ciclo e il carbonio
del primo dono che hai scartato:

il gioco originale
che non sempre diverte.
Quel gioco severo
che cambia ogni giorno le sue regole.

**

"SOGNO DI UNA SCALA"

Centoquarantanove
gradini ha questa scala – ogni volta
che sono io a contarli.

Centocinquanta ne ha invece quando
li numeri tu, che sei da sempre
più abile di me.

Certo, non stiamo parlando di qualche
scala magica tra Betel e il cielo,
tra una pietra e gli astri.

Nemmeno nei tuoi sogni
la percorrono stormi
di angeli con occhi di lapislazzuli.

Alta e stretta, da un brano di mondo
ci conduce ad un altro
brano di mondo in prosa – e viceversa.

Ed è questo il suo sogno,
la sua sempre incostante
e scritta col marmo chiaro magia.

**

"AL POTERE"

Le parole d’un paese senza case
non scorgevano suono,
tanto da perdersi e poi rinchiudersi
in riflettenti mani
che non stringevano né la seguivano,
la luce accennata negli occhi,
dalle dita già troppo unte
per posare la prima e anche
le altre pietre – dopo
che l’accelerata guida
dell’affiatato battito
fu coperta da quell’oro
che ne svelava il fango.

**

"NAPOLI ANNO ZERO"

Sirena annegata
tante volte sotto il peso
delle ombre e dei rifiuti,
dell’immondo e del sangue buio,
sotto i lapilli e la nube ardente
di mille vulcani al rogo,

hanno dettato alla tua voce
parole di zolfo, affinché
ti sporcasse di vuoto,
di vecchio Silenzio,
e non rivedessi più l’aria.

Adesso che hai assaggiato il fondo,
per un principio fisico,
sarai chi risale e nasce
sopra le sue onde di cenere –
ma dimmi questa volta
quanto durerà
la tua riemersione.

**

"CENERE"


L’alba non si era ancora aperta
del tutto, quando sono arrivati
e per due volte hanno
pesato e misurato l’inferno
fino all’ultimo grammo
dei suoi ultimi millimetri,
così da dargli un senso,
un sapore, un prezzo.
Inferno poi inviato,
venduto e riciclato
sotto gli occhi neri del Sole
e nel cuore corroso della notte.
Inferno tra altri inferni,
ma più infiammabile.
(Quando lo appicchi, ti scalda
il sangue più in fretta
e sempre più in fretta
ti arriva due volte al cuore,
salendoti alla testa.
I mille e dispari paradisi
promessi li mantiene tutti e tutto
trasforma in carezza e calore,
ti fa compagnia e diverte.
Così – se ti specchi – puoi vedere
la tua faccia che ti ride in faccia
tra le sue fiamme
di carta tutta crespa:
cenere all’istante.)

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GIANFILIPPO GRAVINO
****
Gianfilippo Gravino ha preso parte a diversi eventi culturali, tra i quali la rassegna “Una Piazza per la Poesia”, organizzata nel 2008 dalla Libreria Internazionale Treves di Napoli.
Oltre ad essere apparsi su quotidiani e riviste, suoi testi sono presenti in numerose antologie di Autori Vari.
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