giovedì 22 aprile 2021

SEGNALAZINE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA


**PIAZZA A PRIMAVERA***
"In limine alla rosa" di Raffaele Piazza (Puntoacapo, Pasturana 2020) è un testo complesso, ben illuminato dalle interpretazioni del prefatore Ivan Fedeli («la poesia dell’ultimo Piazza tende al completamento duale: alfa e omega, principio maschile e femminile, si compenetrano, come se l’Autore trovasse, finalmente, senso di completezza, comunione»), nonché dalle recensioni di Valeria Borsa («Natura e Tempo paiono le vere costanti, il cemento unificante» della poesia di Raffaele Piazza) e di Carlangelo Mauro, secondo cui «quella di Piazza è una poesia lirica, che nasce tra le pareti di casa», in quanto «chi scrive, di fronte agli orrori del mondo, concepisce la scrittura come tradizionale rifugio in una perenne primavera». «La poesia di Piazza è poesia che genera e si rigenera», ha scritto un altro acuto recensore, Enrico Marià. Come la primavera (si può concludere per analogia) genera e rigenera foglie fiori e frutti, così da sempre Raffaele Piazza genera e rigenera ammirabili effetti fonico-ritmici, vividissime immagini impreziosite da non banali metafore, poetismi, arcaismi, termini peregrini, parole composte ascrivibili a una gloriosa tradizione sapientemente rinnovata, vocaboli dal significato non comune, esasperati enjambement, assonanze, rime, iterazioni di parole e di enunciati. Queste figure di suono e di pensiero producono sovrabbondanza di senso, spessore di significato, ulteriori connotazioni affettive o meditative, in testi e contesti che vedono la compresenza di fantasie e di mai troppo spiattellati eventi autobiografici, di incursioni nei territori della poesia metafisica o squisitamente lirica e di ritorni in ambienti consueti, casalinghi, situabili in una familiare topografia. La primavera, effettivamente, è predicata in ogni suo aspetto e connotazione: «gemmante», «fiorevole», «rosafiorevole», «iridi», «fragole», «rinascita», «azzurro», «pioggia amniotica» ecc.…Con la primavera si rinnova il miracolo della nascita (quanti riferimenti al «figlio»!) e della rinascita,ricomincia il ciclo delle stagioni. Può essere, la primavera, anche allegoria del ciclico nascere e rinascere della ispirazione poetica? È un’ipotesi.
Procediamo ancora per ipotesi. In limine alla rosa si conclude con una sezione a sé stante, “Ancora Alessia e Mirta”, che rinvia al titolo dell’opera penultima di Raffaele Piazza, Alessia e Mirta (Ibiskos Ulivieri, Empoli 2019). Qui, come già altrove, il poeta coniuga il linguaggio di un’avventura (quella con/di Alessia) con l’avventura del linguaggio, in un processo di invenzione, innovazione e ricerca formale. Stravolge cronologia e principio di causa-effetto, si abbandona alla frammentazione del continuum narrativo e ai capricci della mis-memoria, creando un discorso poetico che abolisce ogni pretesa di verità unitaria e che di proposito si presenta desultorio sebbene mai ascitizio. E ancora: in Alessia e Mirta compariva una inedita e differente figura femminile, laddove un traumatico fatto di cronaca (il suicidio di un’amica) veniva presentato e ribadito senza infingimenti in ciascuna delle sei poesie del “ciclo di Mirta”. La carissima amica, così tragicamente scomparsa, risorgeva come Musa ispiratrice di nuova poesia, a rinnovata conferma di come i discorsi, i luoghi, gli oggetti e gli avvenimenti condivisi con quella “donna per amico” potevano ingenerare poesia vivificante e consolatoria. Nella succitata sezione del nuovo libro, però, una sola delle undici poesie si riferisce a Mirta: quella intitolata La luna del libero arbitrio. Al pari di tante altre liriche della silloge, una rete di originali immagini rendono il testo denso e complesso. «Mi decido e scrivo mentre /piove acqua di sorgente /di platino dal cielo /e sento Mirta accanto /sempre così bruna e così /donna anche se è cenere. / Sensazioni nel bere un filo /di compassione nel lunare /raggio a pervadermi /nel chiedermi se Mirta / aveva ancora il ciclo. / Mi rivelava i suoi amplessi /ma di questo mai avevamo / parlato, Mirta che si è /ammazzata per il suo libero /arbitrio. […] /E tu Evelina felice mi chiedi /la parola ed è solo silenzio.». Provo a unire alcuni nodi della rete testuale. Un’analogia: CICLO LUNARE – CICLO MESTRUALE. Una opposizione: PAROLA vs SILENZIO. Un rapporto di relazione-opposizione: LIBERO ARBITRIO DI SCRIVERE (dell’Io poetante) vs LIBERO ARBITRIO DI UCCIDERSI (nel caso di Mirta). E mi chiedo: davvero abbiamo il libero arbitrio, la facoltà di scegliere come agire? Di vivere o di darci la morte, di essere fecondi o sterili, di scrivere o di chiuderci nel silenzio? Oppure no? La voglia di vivere può venir meno, a prescindere dal nostro volere? Anche la Chiesa cattolica insegna oggigiorno che «gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida. Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l’occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita.»” (articoli 2282 e 2283 del Catechismo della Chiesa Cattolica (URL: https://www.vatican.va/ archive/catechism_it/p3s2c2a5_it.htm [consultato il 21/04/ 2021])). Parimenti, può venir meno la fecondità dell’ispirazione, può disseccarsi la scaturigine donde rampolla il desiderio di dire e di saper dire, di praticare il «gioco della musa» che salva dalla «selva oscura» (Un gioco della musa, pag.47), di operare il sortilegio della «trasmigrazione /di sillabe di gioia nel centro dell’anima» (Nel fulcro delle cose, pag.17). Perché, se la Musa tace, significa che la battaglia, o addirittura la guerra, l’ha vinta l’antiMusa. Che ci ha gettati nell’abisso dell’impotenza creativa, del tutto ignota a Raffaele Piazza, poeta gioioso e “primaverile” che ciclicamente riesce a creare versi simili a rose tanto belle (rubo l’immagine a Carlangelo Mauro che si rifà al «grande Saba») da nascondere al lettore l’abisso, coprendolo, appunto, di rose. Non però e non sempre davanti al gesto di Mirta, «così bruna e così donna» ma forse sterile perché amenorroica. Lei che «è cenere», da quando «si è ammazzata per il suo libero arbitrio». Parole così dure, crude ed esplicite sono un apax, ricorrono una sola volta in questo libro.
Sono le parole dell’anti-Musa.
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Vincenzo Moretti

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