venerdì 14 febbraio 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA -

Raffaele Piazza: "Alessia e Mirta" - Ed. Ibiskos - 2019 - pagg. 52 - € 12,00

Da tempo, dalla produzione poetica di Raffaele Piazza, abbiamo consuetudine con la fi-gura femminile di Alessia: che sta in un ripetuto amplesso (abbraccio o altro che sia) con Giovanni alter ego di un Io poetante che usa e riusa la parola per creare ammirabili effetti fonico-ritmici, espressioni di ermetico sapore analogico, vividissime immagini imprezio-site da non banali metafore, in una mistione di fantasie e di eventi autobiografici, dove il linguaggio di un’avventura (quella con/di Alessia) è coniugato con l’avventura del lin-guaggio, in un processo d’invenzioni tematiche e formali.
Ora, in Alessia e Mirta (Ibiskos Ulivieri, Empoli 2019), compare una nuova, diversa figura femminile. Novità relativa, perché alcune poesie intitolate a Mirta già stavano sul web1, e due di queste liriche si ritrovano, invariate, nel libro: Mirta ancora vicina (pag.38); Mirta Rem Picci ed io (pag.42). Si è parlato, a proposito di questa donna, di una Musa, di una fi-gura evanescente. Però, come si evince dall’ultimo titolo citato, di lei conosciamo nome e cognome, e anche la purtroppo realissima vicenda biografica, riportata dalle cronache: “ «Mirta era per me un’amica affezionata, più di una sorella e ci sentivamo telefonica-mente più volte il giorno. Ma negli ultimi giorni mi parlava spesso dell’idea del suicidio, io la imploravo di promettermi che non l’avrebbe fatto, poi invece è successo». A parla-re è un amico, il migliore amico di Mirta Rem Picci… Raffaele Piazza è colui che ha fatto l’ultima telefonata a Mirta prima che lei finisse sul selciato del cortile interno alla reggia vanvitelliana…”.2
Nella plaquette in esame, questa figura tragica già viene tematizzata nella sedicesima poesia dedicata ad Alessia: “[…] E Alessia campita / nella luminescenza del /plenilunio duale per lei e /Giovanni nell’abbeverarsi /a un filo di compassione / per Mirta suicida. Ri-pensa /a Mirta che è stata cremata /e alle sue ceneri inutili” (Alessia campita nel plenilunio, pag. 24). Riferimento chiarissimo. Ma sono davvero, quelle di Mirta, “ceneri inutili”? Parrebbe di sì, se si accosta la poesia che interrompe l’iniziale “ciclo di Alessia” (Alessia al
matrimonio, pag.36) con la prima lirica del breve “ciclo di Mirta” (Mirta Amica, pag.37). Là, c’è “aria di festa azzurra”, c’è “riso gettato di augurio buono”, per un’amica che si sposa incinta: c’è un destino di fecondità, c’è, in chiesa, la nuziale “funzione per la vita”. Qui, l’accorato rimembrare, un “fotocopiare la felicità”, di quanto avvenne prima della fine decisa dall’amica, la “ragazzina di 44 / anni dai molti amanti”: dai molti, ma infecondi, forse funesti, amori. Il nudo e crudo fatto tragico è ribadito senza infingimenti in ciascu-na delle sei poesie del “ciclo di Mirta”. Un nome che appare nel titolo della silloge pro-prio perché il poeta vuol segnalare la centralità di questa figura, che non soltanto rinvia a una traumatica esperienza, ma soprattutto inaugura una rinnovata poetica, uno stile nuo-vo perché meno “dolce”, rispetto alla precedente stilizzazione della storia quasi infinita di Alessia e del suo Giovanni. Si noti che qui manca quest’alter ego dell’Io poetante: qui è “io”, è Raffaele Piazza colui che ricorda e soffre in primissima persona: sono io ‒dice Piazza ‒ che “affido al mare del web il messaggio / per te ti voglio bene”: e fa andare tra le genti della rete, quasi immediatamente, le liriche effusioni del suo dolore, e poi qual-cuna e non tutte e alcune nuove le pianta nel proprio giardino cartaceo, in questa plaquet-te, dove Mirta diventa, come scrive la prefatrice Valeria Serofilli, «la musa dell’autore. .. che detta quanto scrive e che compone l’affresco del tempo» (pag.7), ed è insignita di «ri-ferimenti metafisici, dalla “sera firmamento” all’”oltrecielo”, al “vetro infinito”, all’“anima di ragazza e di Dio”», come ben notò Alessandra Paganardi.3

Ecco: Mirta Rem Picci, che come donna tragicamente muore, risorge come Musa ispira-trice di nuova poesia, a rinnovata conferma di come i discorsi, i luoghi, gli oggetti e gli avvenimenti condivisi con quella “donna per amico” possano ingenerare poesia vivifi-cante e consolatoria (e infatti: “Grazie per avermi dettato /questa poesia” (Mirta ancora vicina, pag.38)). Chiusa parentesi… e si ricomincia con le gioie di Alessia? Non proprio. Alle sei liriche dedicate alla donna suicida succede, è vero, la gioia di (per) un’ Alessia alla mostra di pittura (pag.43): nel Salon dei dipinti “campiti nel bianco / di pareti”, a ripararsi dal “fuori”, dove “piove acqua fredda ”, c’è l’ “interanimarsi con le tinte dei quadri”, per il tramite della “verità /dell’arte che è vita e battesimo / perenne”, per il tramite di una poesia “sottesa a redenzioni ad ogni /sillaba detta o non detta / a farsi parola”. Quasi un voler regredire ad altri, migliori tempi. Ma perché nel verso penultimo della penultima poesia (Alessia appassionata, pag.33), la ragazza abbigliata in modo super sexy (“slip e reg-giseno / rosa confetto e gonna corta /cobalto di cielo e a quadri /camicetta, scarpe ne-re/con i tacchi alti”: Alessia appassionata, pag. 47) è definita “donna dei boschi”, proprio come la tragica “Mirta, /donna dei boschi” (Mirta nel mio specchio pag.40)? E perché, negli ultimi due versi di Alessia e Ferragosto 2016 (pag. 48: proprio la poesia che chiude la sillo-ge!), dopo le ennesime dichiarazioni d’amore condite con l’ebbrezza della velocità e della guida sull’ autostrada ferragostana… dopo, insomma, gli “attimi rosapesca”, troviamo un esplicito riferimento ai morti (“Per le alberate del tragitto parlano /anche i morti con to-no leggero /e cullano le attese pari a /battelli all’ancora”) che connota di anfibologica densità le ultime, apparentemente birichine, parole del libro: “Previdente /Alessia sotto si è vestita /di nero”. Previdente di che? Di quel che capiterà all’ “Albergo degli angeli. Camera / 8 (tutto è pronto per l’amore) ”? Oppure, come legge la già citata Paganardi, perché il poeta vuol significarci che «il telos della vita è l’adultità con tutto il suo grigiore (quell’abito nero che Alessia, già presaga del dopo, indossa sotto i vestiti della gioia)»? Il grigio dell’esito tragico di Mirta, che forse ha reso i metaforici “attimi rosapesca” (di Alessia, cioè della lirica di Raffaele Piazza) un poco meno smaltati, ma forse li ha corro-borati di ulteriori forme espressive e di più complesse responsabilità semantiche.
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VINCENZO MORETTI

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