venerdì 20 maggio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = GUGLIELMO APRILE


*Guglielmo Aprile: "La scoperta del fuoco" - Ed.Leonida 2022 - pag. 72 - € 14,00
*Tentare la via del canzoniere amoroso ai nostri giorni appare impresa poetica avventurosa e non priva di rischi, perlomeno in Italia, dove tale filone tematico è stato battuto nel secolo scorso soltanto in maniera obliqua e trasversale, anche per ossequiosa deferenza a una tradizione aulica di lontana e illustre ascendenza, che avrebbe avuto un peso troppo condizionante sui suoi moderni continuatori. Un testo come La scoperta del fuoco si presenta perciò come un aperto azzardo, in parte moderato dal fatto di attingere i suoi riferimenti letterari non tanto dal canovaccio nazionale, quanto in alcuni autori stranieri, primi fra tutti Neruda, Salinas, Jimenez, Aragon, Ritsos (sebbene la celebrazione dell’amata si svolga qui su un piano più onirico e fiabesco che carnale), che in piena crisi novecentesca dei linguaggi e dei valori elessero l’archetipo femminile a paradigma di una nuova sacralità, radicata in una mistica dei sensi che ebbe in Baudelaire il suo antesignano.
La torrenziale ricchezza della vena immaginativa sembra essere la cifra marcante di questa poesia. Il linguaggio ha una qualità peculiarmente pittorica e affida la sua forza suggestiva a una sequenza incalzante di quadri visivi accesi e smaglianti, come anche all’affabulazione suscitata da melodie e profumi, sinestetico sortilegio che consente di leggere in filigrana all’inesausto fantasticare amoroso una sorta di invitation au voyage che si snoda sui sentieri del desiderio o della nostalgia.
Un paesaggismo interiore dai lineamenti scolpiti e vibranti oppure soffusi e sfumati, esaltati dalla plastica aderenza di una versificazione ariosa eppure controllata, che sfrutta la nominazione di luoghi e tempi lontani mai fine a se stessa e a un vuoto esotismo, ma allo scopo di tradurre la lettura in assidua e appassionata esplorazione dei territori dell’eros. La camera da letto racchiude arcipelaghi, giardini, antri in cui i due esuli smarriscono memoria di se stessi e del mondo; i fianchi della donna diventano spiagge lungo cui andare in cerca di perle; le sue ciglia evocano palmeti tra i quali si intravede un volo di colibrì, e il canto dell’uccello richiama di nuovo la voce della donna, chiudendo così il cerchio delle corrispondenze tra l’elemento umano e quello naturale: ogni immagine ne contiene un’altra, in un gioco a cui l’autore si abbandona per puro edonismo verbale, cullando il proprio gusto visionario in scenografie lussureggianti e preziose.
Centrale, fin dal titolo, è il ruolo metaforico del fuoco, strumento retorico che consente la sublimazione della passione, il suo trascendere la dimensione della semplice relazione umana per innalzarsi a delirio ed entusiasmo dionisiaco, brivido che fa divampare le stelle e primordiale energia che governa tanto il cercarsi delle bocche quanto la danza di albe e stagioni. Con una abnegazione esclusiva e solitaria, che fa venire in mente certi passi dei “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, l’autore si immerge in una meditazione totalizzante intorno al proprio idolo erotico, mettendo da parte ogni altra tematica e declassando implicitamente a superflua ogni compromissione con preoccupazioni di altra natura. Se la salvezza amorosa consiste in fuga ed evasione obliante dalle ristrettezze di una quotidianità opaca e insensata, ne consegue una concezione del mondo reale che, pur non formalizzata in modo diretto, recupera un repertorio simbolico di impostazione gnostica, e perciò coerente con l’amaro esistenzialismo praticato nella precedente produzione dell’autore, come Farsi amica la notte o Falò di carnevale; anche in quest’ultima prova, al di là delle concessioni al lirismo dello stile, si rinviene una cognizione chiara e lancinante del male e dell’angoscia, nerbo e sostanza dei giorni che si succedono come sbarre di una cella, ma l’orrore del vivere è esorcizzato, o comunque ammansito o precariamente anestetizzato, dalle virtù taumaturgiche di colei che “ammansisce i temporali” e “dirada col suo sorriso le nebbie”. L’anima ha comunque una “foresta dai cupi tentacoli” da attraversare, ma la narcosi amorosa lenisce la piaga e distrae dall’incubo dei “lunghi corridoi armati di ombre”, mutando per incanto in conchiglie e festa di uccelli la “corona di spine sulla fronte del mondo”, o seppellendo la “livida falce sotto i clarini dell’erba”. Nello sguardo che gli è caro, il prigioniero scorge lo spiraglio attraverso il quale respira la luce che lo tiene in vita; e l’amata, simile forse alla Shekhinah della mistica ebraica, fa fiorire i suoli aridi e rende possibili tutti i prodigi, vestendo di colori e “altalene e vasche di pesci rossi” i luoghi più squallidi, redimendo la pena del vivere in lago calmo che specchia un paradiso di alberi e nuvole: destinataria di una “assurda idolatria” da parte del suo zelante adoratore, che riconosce nella sua bocca “l’ultimo luogo sacro” e vede in lei “foce e croce” di ogni proprio respiro, la sua apparizione ha la forza di una epifania; tedofora di gioia, leggerezza, innocenza, “evangelista della pioggia estiva” e ambasciatrice di sconosciute regioni astrali, venuta al mondo “per insegnargli a cantare” e per avverare la promessa canora che dai rami al primo mattino si leva, ella inchina al suo più semplice gesto il moto degli astri e delle maree, il corso dei venti e degli stormi migratori, ma è vano chiedersi da quale “miniera di giada” provenga o in quale bosco faccia il nido la sua risata.
Indicando in un eros liricamente sublimato una possibile via d’uscita dal negativo, La scoperta del fuoco costituisce un tentativo, forse ingenuo ma sicuramente coraggioso, di tirarsi fuori, attraverso una rinnovata fede nel linguaggio e nella sua esuberante creatività figurativa, dalle paludi del nichilismo largamente setacciate dall’autore nelle sue prove più recenti, e un possibile punto di svolta nella maturazione del suo itinerario poetico.
*
Bernardo Rossi
*
"Da dove viene il fuoco"
Mi immergo nella tua bocca ed è come
se entrassi in una grotta:
dalle sue ombre estraggo
la scintilla che è madre di ogni incendio,
e apprendo bacio su bacio la formula
che innesca la combustione dei fulmini
e fa le stelle bruciare e i vulcani,
e palpita negli uragani e in danza
li conduce ebbri, e dà
al corallo e alla rosa il loro fuoco,
e tempra la pupilla del rubino.
La pietra d’oro dell’estate canta,
il rosso verbo che parla nell’alba
sussurra il mio nome sulle tue labbra.

SEGNALAZIONE VOLUMI = GUGLIELMO APRILE


**Guglielmo Aprile: "Sinfonia del mare" - Ed. Il Convivio - 2021 - pag. 104 - € 12,00
**Con "Sinfonia del mare", edito da Il Convivio, Aprile sembra procedere verso una deliberata presa di distanze dall’ansiosa auscultazione solipsistica delle sue precedenti raccolte, a favore di un’idea di poesia tendente verso l’immedesimazione panica e la dispiegata celebrazione vitalistica delle energie naturali. Recuperando l’arcaica e originaria vocazione al canto propria della parola poetica, l’autore tenta di dare voce all’anelito romantico dell’individuo che, per mezzo dell’immersione purificante nel respiro delle onde, ambisce a liberarsi della tirannia del proprio ego; la contemplazione del mare e del suo ritmo incessante e monotono è eletta a viatico di un catartico scioglimento nell’onnicomprensivo palpito della vita universale, entro cui ogni grumo della sofferente soggettività umana è assorbito e dissolto.
Sinfonia del mare può leggersi interamente come un ininterrotto panegirico al padre di tutte le cose, una preghiera in lode alla qualità proteiforme dell’elemento equoreo, e di riflesso alla tensione mitopoietica di un linguaggio che nella natura trova sterminate occasioni per esercitarsi nel suo gioco di reinvenzione del mondo, rinnovando così il gesto del fanciullo eracliteo che innalza e disfa con la sabbia gli universi per proprio esclusivo e disinteressato piacere. Il ruolo dell’immaginazione è sovrano: fedele alla teoria baudelairiana delle corrispondenze, come anche alle tesi espresse da Shelley nella sua Defence of poetry, essa scopre nel paesaggio marino un serbatoio senza fondo di metafore, convertendo ogni aspetto del percepibile in qualcosa di altro e di sorprendente e intrecciando relazioni analogiche tra tutte le forme: così, in un delirio metamorfico che ha in Ovidio il suo precursore, nelle onde è possibile riconoscere sillabe di una lingua estinta, indecifrata come il concerto mattutino dei passeri o il geroglifico di rughe sulle pareti rocciose, come anche bighe in corsa al comando di un auriga impazzito, scorrerie di predoni, bocche che pronunciano oracoli, mani che frugano la terraferma, lingue guizzanti di un rogo, furie di Menadi; oppure, la vista degli scogli suggerisce sembianze di sentinelle o di pizie o di vestali, patriarchi o profeti fulminati, torri di un tempio diroccato, inabissati ruderi atlantidei, schiene e membra di titani dormienti; e ovunque è possibile scorgere tracce del mito: orme di sirene calcano la battigia, dove la schiuma ritraendosi lascia un labile segno del suo passaggio, mentre ciottoli e conchiglie potrebbero leggersi come ossa di creature antidiluviane, o schegge di navi colate a picco e superstiti monete dei loro tesori, e nei fondali percorriamo in sogno sale di palazzi, logge e porticati di un regno inghiottito da un naufragio o travolto da lave e burrasche, a cui fanno le acque da sudario perenne. E il mare stesso indossa maschere sempre diverse: bardo e cantastorie vaneggiante, che col suo salmodiare fa risuonare i golfi di inascoltati vaticini, oppure ossesso in catene, che sfoga i suoi soliloqui sulle spiagge deserte, o ancora re accigliato e offeso, mendico e in esilio, divinità scorbutica, indifferente ai suoi stessi figli, perduta in una solitudine senza tempo, assorta in un segreto da cui l’uomo è escluso; mare che è tante cose opposte insieme, saggio e al contempo folle, muto oppure sproloquiante, vecchissimo e bambino, ossimorico specchio della totalità.
Una scrittura straripante, che nel suo sforzo di oltrepassare i confini della pagina sembra ripetere l’incedere delle mareggiate che assaltano la costa; una veemenza verbale che vorrebbe catturare la furia demiurgica delle ondate, per farsi eco del tormento della genesi e dello spasmo violento che plasmò il pianeta, ancora pulsante nel profilo di isole e promontori, nel rombo di raffiche e burrasche, nella lotta tra l’acqua e la pietra. Doveva essere così che guardavano al mare i primi maestri presocratici, sulle isole della Ionia, che nelle acque riconoscevano un emblema dell’arché, e nel moto dell’onda, nel suo rifrangersi contro la riva per ogni volta rinascere, una figura della metamorfosi, dell’eterno circolo; ma questa è una poesia che modula la sua curvatura sapienziale su accenti che richiamano anche il concetto spinoziano di natura naturans, raffigurata in termini di un “arazzo” intessuto dallo sconosciuto tessitore cosmico, del quale ogni esistenza costituisce un minuscolo quanto imprescindibile filo, come anche il visnuismo induista, in particolare nella sezione “Mare solo maestro”: i flutti, nel loro dissolversi, incarnano l’illusione del divenire, mentre reale è solo la forza che senza posa li genera.
Il titolo della raccolta rimanda alla ricerca di musicalità che anima questa poesia, che a una fitta trama di rime e figure foniche affida la sua voce, a volte una rapsodia selvaggia ed altre una tenera nenia, ma la stessa cura metrica a cisono sottoposti i testi lungi dal ridursi a vacuo esercizio formale, vorrebbe farsi carico del compito ditradurre in parole umane le note del mare, nell'illusione di restituire nell'idioma in cui quelle pagine di sabbia schizzi sono scritte,la parabola senza tempo dell'odissea umana.
*
BERNARDO ROSSI
*
"È come se abbia un suo segreto, il mare"
Nessuno vide mai
il suo vero voltoperchè
lo seppellì per sempre nei fondali,
nessuno mai saprà
da quali amplessi di fulmini fu
generato, da quali parti astrali;
chinarsi rive e promontori sembrano
in ascolto della sua confessione,
ma quale colpa ignorano
l’una all’altra incateni le sue onde;
e inutilmente, quando vedo incombere
ombre sulla sua fronte, anche io interrogo
l’ostinato silenzio
che al brusio della terraferma oppone.
Mare, rivelaci da dove vieni,
qual è il rimorso che squassa i tuoi seni,
e di quale tremendo senso sia
la sfinge del tuo volto allegoria.

martedì 17 maggio 2022

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**“Uscio”
Dispersi per sempre ora il cielo
appare vuoto fantasma, accattivante,
anonimo e insondabile requiem.
Nelle ombre non si riconoscono
canzoni d’amore, alcunchè di estremo
in una primavera che volentieri
lascremmo alla cenere, con parole
che hanno il color verde mare.
Cerco l’uscio che apriva al tuo letto
mentre rotoli fra le coltri ed il tuo piede
ha bianchi accenni di addio.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MAIRA MARGHARET GRIMALDI


**Labirinto**
Sono qui ma allo stesso tempo no...
sono intrappolata in un labirinto senza uscita
assieme ai dubbi
le incertezze
continuano a tormentarmi
non so come uscirne
non so che fare
dove andare
per rifugiarmi.
in questo momento vorrei spegnermi anche se per poco tempo
ma preferisco essere roccia
e non soffrire
per finzioni irrealizzabili.
E mi chiedo :
Potrò mai uscire da questo labirinto?
Senza rimpianti?
La risposta è incerta
Sono troppi per riuscire
a sopprimerli
a dimenticarli.
*
**Mi sarebbe piaciuto**
Mi piacerebbe tanto poter dire
non mi manchi più...
Mi piacerebbe poter dire
che non mi manchi e che non ti penso...
Mi sarebbe piaciuto averti potuto amare di più
anche se per un attimo,
Mi sarebbe piaciuto dire
che il tuo amore per me era vero
e non passeggero...
*
MAIRA MARGHARET GRIMALDI

lunedì 16 maggio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = SANGIULIANO


**Sangiuliano: “Nuovo Bestiario” – ed.Joker 2022 – pag. 88 - € 15,00
La dotta ed esaustiva prefazione di Plinio Perilli, tra passaggi policromatici e messaggi di accorta cultura, immerge il lettore, con il garbo di chi usa la penna con l’abilita dell’affabulatore, per incursioni classiche e rintocchi germinanti, in un viaggio fantasioso che insegue gli animali tra le impreviste condizioni dell’albicante e le illusioni della favola.
“Come su un’affollata passerella c’è tutto un drammatico scorrere di figure e di gesti – scrive il compianto Ugo Piscopo in quarta di copertina – di esistenze svariate e tutte germinanti, lo si voglia o no, di inserimenti e di comparse, che si affacciano nella quotidianità, meravigliandosi di se e del tutto, accettando a volo l’occasione di esserci e di avere un ruolo nel dramma affastellato, contraddittorio e sostanzialmente buffo della quotidianità.”
Il rincorrersi di figure abilmente cesellate ha la tonalità delle parole a goccia, intorno a noi e in un senso di armonia e di pace, che soltanto la fioritura della natura riesce ad offrire, qui con il tratteggio saltellante degli animali tutti, da cortile o da bosco, da pantano o da prato, da mare o da cespuglio, da pascolo o da fabula.
Sangiuliano sembra volerci accompagnare pagina dopo pagina tra le abbaglianti proposte che ruotano intorno agli animali in un percorso unico che a tratti appare quasi come un poemetto che cerca riscontri nella sacralità degli spazi della meditazione e della contemplazione. Insegue simboli attraverso i quali il sogno reale ritorna alla semplicità originaria del mondo.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 15 maggio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALESSANDRA CORBETTA


**Alessansra Corbetta: “Estate corsara” E. Puntoacapo - 2022 - € 15,00
Quella di Alessandra è una poesia giovane, detta però con gli accenti maturi di chi ha saggiato il varco di un possibile non ritorno alla felicità della gioventù, come preannunciava la sua precedente raccolta, un’imperdibile, dolente riflessione sulla stagione più bella, ma effimera, della vita. Un difficile percorso tornare alla vita per ogni essere umano toccato da un’assenza inspiegabile, forse presagita, ma non accettata, da una cancellazione improvvisa del “tutto”, quando quel tutto è l’amore. Ma da questo lutto, da questa assenza la poetessa trae spunto per ripercorrere le fasi esistenziali che inglobano la sua storia : Prima, Dopo e Durante, le sezioni di “Estate corsara “quasi un vascello che torna in porto, depredato dei suoi forzieri, ma ormai forte e pronto a riprendere il mare. Così i giorni che vediamo sfilare si cristallizzano, ormai compiuti, certi atti rimangono vitrei ritratti di un’ombra mentre la rielaborazione del vissuto diviene autentica parola poetica. I giorni, anche se perduti, sono fermi nella memoria, come accade nei versi di Cardarelli:
“Penso ai giorni /che, perduti nel tempo, ci incontrammo”
E se scompare piano, giorno dopo giorno, la cicatrice dal cuore, se si dissolvono il profilo, le mani, la bocca, lo sguardo, il suono della voce, restano le città, con le loro piazze, strade e monumenti a testimoniare una bellezza che mai potrà essere cancellata e che si mostra al lettore attraverso le liriche della raccolta. L’assenza si fa poesia, non nel desiderio di tornare indietro, ma di andare oltre: fermi nella memoria gesti e parole appartengono nel bene e nel male alle vicende umane. Ma quei giorni hanno germinato un dono grande: la forza poetica di raccontare.
ESTATE CORSARA--PRIMA
La frase-pensiero della ragazza che osserva la vita degli altri apre la raccolta e fissa negli ultimi versi di “Primo piano” la dimensione della gioventù rispetto al mondo degli adulti: l’ascensore emblematico ricorda- come scrive l’autrice- il gioco facile di “bloccare l’ascensore,/ intrecciare le mani, bastarci”, di creare un luogo-non luogo dove anticipare o fermare il tempo. “Il lato migliore del sole -scrive Alessandra- somiglia a un occhio di bue intatto, a una parola in buona traduzione” Altre sono le cose incomprensibili e comunque la ricerca di senso assale la poetessa che cerca sempre dove stare, dove “non fa pegno avere detto/sì senza saperne il senso”. La gioventù deve spesso fare i conti con le emozioni e gli squarci al cuore, il tempo non è gentile, non si ferma: con lancette acuminate d’acciaio, con “multipli di sette da contare all’indietro”, la sequenza dei giorni trascrive le sensazioni, l’amore dato, l’inizio dell’inizio, gli incontri sottolineati dall’uso del futuro in “Giorni di luglio “ e già riconsiderati con l’aggettivo umbratile nella lirica “Estate” , con l’immagine dei papaveri che fioriscono tra le dita, nell’avvertimento di “un occhio chiuso e e l’altro cieco ”e sempre, nel buio contrapposto alla luce, all’ingenua certezza del bene.
L’ombra avanza, lunga ormai. La ragazza sapeva che appartenersi aveva voluto dire lasciare tutto, ma solo per uno dei due.
DURANTE
La seconda sezione dell’opera porta in esergo alcuni versi di Fiori “Lo senti
l’abbraccio che una volta tu mi hai promesso
come non ha mai smesso di illudermi?”
in cui c’è già la premonizione di qualcosa destinato a finire. Tutta la sezione è permeata da un senso di attesa incombente che si infiltra nei giorni e li vela, come accade nella poesia ABCD che ripercorre con parole centrate la storia di un amore come tanti, con la capacità di renderlo di tutti, sia all’interno di una stazione sia nei luoghi dove si è svolto.
Ma ormai è passato, ormai l’amore dolente è diventato musica, note e parole che si possono ascoltare. Si può parlare dei luoghi che titolano molte poesie, sono lì, con le loro piazze, le strade, i monumenti: Parma, San Marino , Firenze, Arezzo, Siena che nei versi che costellano i ricordi della sezione appaiono come quadri, sono analisi e presa di coscienza, ricerca di un tempo fermo. I luoghi menzionati offrono immagini di straordinaria efficacia ed hanno il fascino delle cartoline illustrate di una volta, ma talvolta assumono un tratto inquieto, come in “San Marino”: “…rimane l’altezza/ della rocca, la paura di vedere che/ è tutto precipizio” Le città continuano a susseguirsi: Pietrasanta, dapprima testimone di una “gioia sfrontata” poi di “quanto sia esatto il congedo”, Siena che compare “con un profumo di isole spagnole” ma poi si fa fredda nel ricordo:
“Che Siena sia stata una bugia?"
E Arezzo, la città che l’autrice definisce azzurra nei bei versi “schegge di Libia negli occhi del tempo”. La bellezza colpisce, lascia il segno ciascuna di loro, immagini sognanti “dei luoghi dispersi dentro i luoghi”: scompariranno anch’essi come chi sorrideva? Improvvisa ci appare Marradi e di Campana ci fa trasalire il ricordo della follia che “aveva il sapore di pioggia e caldarroste”. Monteriggioni poi, struggente e intensa, fortemente intrisa di significati nei versi scritti in corsivo, è un richiamare “l’indicibile”.
DOPO
La terza sezione si apre con una citazione da “Le Rane” di Baustelle: “E porterò morendo quella gioia corsara con me” seguita da versi di Umberto Fiori che dicono: “E ti sento mancare/ così profondamente/ che non so/ nemmeno più cos’eri” Da qui la poesia introduce ai versi dell’assenza e poi a quelli del congedo dal dolore, congedo che avviene in modo diverso da persona a persona: qualcuno sparisce senza alcuna spiegazione, qualcuno sceglie di rimanere, sempre “a patto che”. La percezione dell’assenza permane fino a che lucidamente avviene la scelta e la scelta è quella della vita: “Scegliere di vivere è non averti mai incontrato” Da questo momento hanno inizio faticosamente i giorni del dopo, della ricostruzione. Affiorano immagini e sono fotografie in bianco e nero, il pensiero di luce si è oscurato. I giorni del dopo vanno a rilento e i versi accettano, si adeguano, vivono un’estate di solitudine scandita solo dalla quotidianità delle azioni: “il patto stringerlo solo coi gradini delle scale” “Dopo” è la sezione più drammatica di “Estate corsara”: è lucida cronaca, senza sfaldamenti in immagini consolatorie, è presa di coscienza dura e coraggiosa per affrontare la vita. Il negativo è ombra, “ombra nell’ombra”, come accade quando il bene si trasforma in male, la sera dentro, le orme dei passi da cancellare. E ritornare alla luce poi, emersi dal fondo di un pozzo, liberati dall’oscurità. In questi versi si coglie la fermezza ricostruttiva, senza sbavature di senso. L’impossibilità di capire rimane, le ore, il tempo si fanno pressanti e sfuggenti insieme. Chi legge prega perché la scrittura poetica sia salvifica e benedetta, che lei , la poetessa, non corra più pericoli, che possa finalmente dire:
“ma in quei giorni
cos’è stato?
Forse, un fischio di treno”
Poi, nei versi l’accettazione diventa impegno vitale:
“Chi resta vince. Chi resta sopravvive / e traduce la memoria”
In questo tradurre, traducere, condurre oltre, si colloca il senso finale dei versi di Alessandra Corbetta.
*
CARLA MALERBA

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA EROVERETI


**MARIA EROVERETI: “FIORI DI LUNA”, ATB EDIZIONI, TORINO, 2022 PAGINE 95 – 16,00 €
PREFAZIONE DI LAVINIA ALBERTI
Fin dal titolo questa raccolta di Maria Erovereti, i cui versi sono talora affiancati da suggestive immagini fotografiche, si preannuncia accattivante, se non altro per l’accostamento dei due termini antitetici tra loro; il primo, infatti, ci riporta al mondo terreno e bucolico: i fiori che appaiono all’inizio della raccolta, sembrano galleggiare immersi in una luce quasi lunare, segno di un legame tra la terra e il cielo, dove è quest’ultimo a prevalere nell’universo poetico di chi scrive. Il secondo elemento che dà il nome alla raccolta è, appunto, quello più alto, dell’etereo. Fiori e Luna sono dunque due termini quasi contrapposti che danno vita a un mosaico di sensazioni, di vissuti, ma anche di attese e di speranze rivolte al futuro.
Il rapporto con la natura è fondamentale, una natura che è fonte d’ispirazione e conforto quando è proiettata verso l’alto (il cielo, la Luna come evasione, come dispensatrice di suggestioni). Essa è ciò che consente all’autrice di superare gli affanni della quotidianità, è un’entità che con la sua bellezza allevia stati d’essere e malinconie quotidiane, come quando, alludendo alla Luna, Maria la definisce “disco incantato” e “palloncino d’argento”.
L’intera silloge della poetessa è un iter che si snoda tra il passato e il presente, un caleidoscopio variegato in cui è riversato un universo multiforme.
C’è l’universo degli affetti, in cui ci si immerge già dalle prime poesie dove è delineata tra le altre la figura del padre: tra lui e la natura c’è un misterioso legame, come quando, lui morente, il mondo esterno sembra rivolgergli un estremo saluto: “Tutto parlava di lui. / Quel giorno il sole declinante / traboccava di mio padre”. C’è poi un momento più introspettivo, di autoanalisi, come quello in cui la poetessa sembra talvolta smarrire la propria identità, non sapendo se identificarsi “con mare o montagna”, mentre “dilaga nel cuore / il vuoto di infinito”. Vivide emozioni che si dissolvono nel tempo, fatte di malinconici ricordi ma che mantengono uno sguardo lucido e ottimista verso un futuro ancora da vivere. Nei suoi versi – di leopardiana suggestione e memoria – la natura è un riferimento costante, talvolta dispensatrice di consolazione, talvolta elemento di smarrimento.
Nella raccolta non manca, infatti, il riferimento all’attualità, e ciò la poetessa lo fa ben capire quando allude alla pandemia che ha stravolto le vite di tutti noi e portato via in alcuni casi anche illustri nomi della letteratura odierna. La solitudine risulta in alcuni versi la costante di un animo poetico che sconta così una sensibilità singolare, e ciò si evince dalle immagini fotografiche di una tapparella abbassata, di una finestra con le tende chiuse, barriere fisiche erette più di recente anche dalla malattia, forse rivincita di una natura ferita dal noncurante uso umano della stessa.
Ecco che la poetessa non può fare a meno di riportare alla luce le immagini mentali di “Lugubri cortei / di insalutate bare / senza nome / allo sguardo naufragato / nell’abisso dell’irrealtà”, ma anche percezioni che rimandano ad un senso di claustrofobia tale per cui “rinchiusi nelle case / separati da muri / uniti da identici gesti / ci avvolge l’attesa / in un solo sentire / che lenisce l’inerzia / e rappacifica il cuore”. Ma non sempre la natura si rivela matrigna, perché altre volte invece essa è entità in cui volersi fondere, cosicché “s’intrecciano le parole ai tramonti” e “lievitano sensazioni irruenti”.
La voglia di vivere però è tale che l’autrice trova conforto regalandoci le immagini gioiose di panni stesi come quando lei scrive: “con voluttà m’inebrio / al profumo terso / dei panni al sole. / Immemore m’immergo nell’esistenza / per fugare gli affanni / che lacerano il cuore. / Per non farmi rapire l’anima / e rubare la vita”.
Nella raccolta vi è comunque anche la volontà di “sottrarre al silenzio / frammenti di emozioni”, espressione che ci riporta a una sua precedente raccolta poetica, intitolata in modo omonimo. È proprio il silenzio che si ritrova nella poetica dell’autrice, un silenzio che non è però vuoto, ma pieno di significati, eloquente, che “deflagra / da finestre sgomente / dilatando l’assenza / di strade deserte”. Poi ci sono i muri delle stanze, che sembrano essere un “riparo da dilaganti / disarmonie / che annegano le menti”: catalizzatori che fungono da elemento introspettivo per l’anima della poetessa?
È una poesia che scava a fondo, in cui chi scrive vuole guardare le ombre e le luci del proprio essere, che cerca consolazione negli affetti, nella natura, nei piccoli gesti del quotidiano. Non mancano però come nella precedente silloge – e in quella intitolata “Un piccolo mondo” – un alone di malinconia in cui “Ombre desolate / inseguono desideri di memoria / illusioni di eternità / per sfuggire sgomente / al silenzio mortale” e al contempo un sentimento d’angoscia derivato dal fatto di non sapere dare un nome al futuro. È un tempo che incalza, quello descritto in Fiori di Luna, in cui vi sono “ormeggi che imbrigliano il cuore / e annegano la mente”, un tempo che trattiene anche una “mente ingabbiata” da un passato che si ripresenta sotto forma di immagini nella vita della poetessa. Tuttavia l’autrice sembra voler vivere con fiducia certi momenti, immergendosi nella speranza di allontanare gli affanni che lacerano il cuore. Quel mondo terrestre in qualche modo “rinnegato” in quanto portatore di affanni, trova comunque il suo riscatto nell’urgenza di ancorarsi alla terra, e ciò si deduce in modo suggestivo dallo scatto di un albero secolare e nodoso che tiene tutti quanti noi essere umani legati come da radici invisibili: “dagli squarci profondi / un monito: / gli esseri sono una sola anima”.
Nonostante lo smarrimento nei confronti dell’imprevedibilità che la vita ci pone dinanzi, la silloge lascia trasparire dunque una profonda fiducia e insaziabile voglia di vivere. Qui Maria ancora una volta, dopo le precedenti raccolte, vuole con forza rammentarci che il dolore per la perdita o la sofferenza di persone a noi care o l’amarezza per le occasioni perdute lasciano sempre una traccia, un solco, ma che niente può spegnere in noi il desiderio di vita e di resilienza.
Lavinia Alberti

sabato 14 maggio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANNA MARIA GUIDI



** Anna Maria Guidi: “Responsorio breve” – Ed. Balda 2022 – pag. 48 - € 8,00
Agile raccolta di versi, impregnati di una profumatissima essenza personale che contatta il delicato sbocciare della natura primaverile, o tenta di risolvere un duello con il tempo che aggancia e distrugge.
Poesie scritte con le gocciole dell’armonia, quasi la fragranza dell’abbandono alle varie ombre del quotidiano, che in forme minimali racchiude e conclude tutto il mondo. “Sei vermido, tempo:/ lezzi/ come l’aborto di un feto/ gettato nel letame”(p.21).
Ma le passioni o i desideri, anche se si alternano alle preoccupazioni, sono a tratti la resurrezione illusoria, evocazione sacrale e misteriosa di uno sguardo paterno: “Padre/ è rimasta nel tuo sguardo/ quella consegna d’anima/ sospesa/ in un’estrema carezza/ senza più respiro.” (p.23).
Un percorso che ruota intorno alla meraviglia e al disincanto, dove la scrittura diventa agilmente silenzio del vuoto, che accoglie i luoghi della contemplazione e della meditazione.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 12 maggio 2022

POESIA = MARIKA VITALE


"Dimezzare"
Io non ero pronta a dimezzare il mio cuore e
distribuirne una parte a chi, sapevo, non l'avrebbe
trattato con premura. Ma nonostante fossi
terrorizzata dall'idea di sapermi a brandelli, avevo
l'urgenza di riprovare un dolore, crudo, straziante,
succulento. Ero una fallita masochista ma la
sofferenza era l'unico castigo che valeva la pena
superare pur di sentirmi ancora una volta viva.
***
"Carnefice"
Vivevo col desiderio di ometterti
per l'eternità dal mio cuore. Mi
imploravi di compatire la mia
carneficina, ma come avrei potuto
perdonarti? Avevi osato sacrificare il
nostro amore e ti eri dileguato senza
nemmeno congedarti, come una
vigliacca che fugge dalle sue colpe.
'avevi consegnato all'inquietudine
e avevo convissuto con la brama
delle tue labbra, della tua carne, del
tuo cuore. Mi illudevo di poter aprire
gli occhi al mattino e godere di giorni
di cui tu non facevi parte. Ed era solo
utopia, una lusinga che mi
concedevo per scordarmi del fatto
che se tu avessi fatto ritorno, oggi,
stanotte, domani o tra cent'anni, io
t'avrei prontamente assolto.
*
MARIKA VITALE

mercoledì 11 maggio 2022

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Alessia a Salisburgo**
Poi in quel treno veloce
nelle cose dell’Austria,
con sinfonia di Mozart
nell’anima e nel corpo
(l’ha sentita con le cuffiette
al bar della stazione),
in quell’immedesimarsi stellante
con la pagina delle Affinità
elettive, nel chiedersi il seguito
e se sia uguale a Giovanni,
in quel vento fino al Teatro
delle Marionette o alla
Grande Sala del Festival
di Pasqua ad ascoltare un mito
vivente (Herbert von Karajan)
al concerto per la
vita, fino ai Giochi d’Acqua
della gita o escursione
nel tornare al primo
innamoramento dell’adolescenza
contro un tetto di cielo
da sfondare con mano affilate
e con il violino e l’archetto
che restano intatti,
melodie nelle vene di un amore
con Giovanni nella fine pensione:
m’ama, non m’ama
m’ama ad interanimarsi
con fondale oceanico delle cose
e della vita musicale
tesse nel chiaroscuro lunare
un filo di luce a farsi alba
nel silenzio gioia.
*
**Alessia al termine della notte"
Mistico prealbarelucore lucore
ad angolo con il sogno più bello.
Si sentono dei gabbiani i suoni
candidi d’ali fuggenti nell’incielarsi
ancora per ragazza Alessia
in estasi fiorevole (la gioia).
Tutta la notte fino al termine
ha fatto l’amore con Giovanni,
sudata, spettinata, nuda allo
specchio la bellezza acquorea
di se stessa contempla
e pensa al primo orgasmo
da sola.
Isola di felicità inaudita
e stasera al Bar Celestiale.
*
Raffaele Piazza

martedì 10 maggio 2022

POESIA = BERNARDO ROSSI


**Elegia.**
L'albero il mare il cielo
coprono il mio io di un velo
di tristezza, l'amarezza
di sentirsi vivi a metà.
Là in alto un usignolo
canta il mio animo triste,
non esiste modo di fermarlo,
se non amarlo in quel canto
che mi spinge a un pianto
a dirotto: dei degl'inferi
rubate il mio corpo;
alteri
venite muniti di lance;
le bilance del destino
mi sono avverse:
perse sono oramai
tutte le mie battaglie.
*
"Elegia per Luciana"
Vola senz'ali il pensiero
ma il corpo è attratto dalla
cera fusa del prode Icaro
che caro non fu agli dei
degli inferi: tu cara sorella
bella da giovane e intatta
nello schianto del volo
che solo dopo aver aggiustato
le pantofole facesti non folle,
ma gesto ponderato come
avvicinare la sedia al balcone,
quale passione posso cantare,
se non un'elegia funebre,
Luciana dai capelli turchini,
invisi alle dee che senza
inchini passarono davanti
al tuo corpo ormai privo
di vita, ma vivo di forza
per un gesto estremo
che l'animo desto un istante,
fece di te l'amante del signore
dell'amore e della morte,
un gesto forte, che solo la forza
di chi quarantotto anni
ha vissuto nel dolore,
ne può capire l'amore.
*
BERNARDO ROSSI

lunedì 9 maggio 2022

POESIA = FRANCESCA LO BUE


"Il saluto della pietà/El saludo de piedad"
(Presentazione della Prof.ssa Rosa Rempiccia)
Questa poesia di Francesca Lo Bue corre sulla polarità buio-luce, notte-alba, aridità-genuinità.
Vediamo infatti che i vv. 1-18 sono dominati da un orizzonte cupo. Abbiamo gemito d'assenza, pensiero fragile, pianto, ira, notte, mani annerite, nerume di radici. Poi, come un bagliore, la ripresa. Nei vv. finali, 19-27, si fa giorno, luce, splendore. Abbiamo colombe salutifere, lucore, rugiada, sole, dolcezza...
Il passaggio è mediato da una mano invisibile che accompagna l'ipotetico interlocutore su un mare rosso di fauci (forse una reminiscenza biblica?). Il punto di approdo è però sì un nido accogliente, ma labile, fatto di cristallo, dunque come il pensiero fragile richiamato al v. 3, a sua volta esito del mutismo di un gemito che non trova espressione all'esterno e deve ripiegarsi verso la terra, indicata come cuore di polvere. Questo deserto emotivo - per cui si può trovare un parziale riscatto solo nel rapporto viscerale con la natura - è riproposto nella metà positiva e luminosa della poesia, probabilmente richiamato dal deserto azzurro del terzultimo verso. Abbiamo ancora la secchezza, l'aridità; ma questa tirannia del vuoto è in parte attenuata dalla bellezza del sole, dalla delicatezza dell'azzurro.
Siamo quindi di fronte a un testo che presenta un abile gioco di rimandi tesi a costruire una precisa architettura di sensi e sentimenti. Di essi il significato forse principale è ricordare al lettore che la realtà non è dipinta solo di nero, ma rimane un'esplosione di colori, vita, luce.
*
"Il saluto della pietà"
C’è un gemito d’assenza,
è un gemito senza spazio
che s’attenua nel corpo e si fa pensiero fragile.
Arriva al cuore di polvere,
arriva a lei, la terra antica,
che chiama e accenna.
È un sussulto che nasce dalla terra,
lava il pianto e l’ira turpe.
Lo porto dentro, soldato reietto e tenace!
Distrugge il giardino delle frecce del sole,
abbaia come cane nella notte,
assale con cognizioni silenziose e respiro trafelato,
vuole un ruolo brillante di corone e sorrisi.
Passerai il mare,
rosso di fauci e di mani annerite,
di piatti con cadaveri fraterni.
Che non vi sia tempesta nera,
brulicare di tafani e nerume di radici aggrovigliate.
Ti porterò a un nido di cristallo
dove riposano colombe salutifere
nel lucore di alberi argentati.
Che i nomi dei canti scorrano,
che l’anno sia irrigato di rugiada
e la superficie del suolo accarezzata dal sole.
Dolcezza di deserto azzurro,
ti porto saluti di pietà
da un numero delizioso e intero.
*
"El saludo de piedad"
Hay un sollozo de ausencia
hay un sollozo sin espacio
que en el cuerpo se atenúa y se hace débil pensamiento
llega al corazón de polvo
llega a ella, la tierra antigua
que llama y señala.
Es un sollozo que nace de las aguas de la tierra
lava el llanto negro y la torpe ira.
¡Lo llevo dentro mísero soldado tenaz!
Destruye el jardín de las flechas del sol,
aúlla como perro en el atardecer,
se abalanza en merodeos silenciosos, en jadeo entrecortado,
quiere un rol brillante y coronas de sonrisas.
Pasarás el mar
rojo de fauces y manos ennegrecidas de desgarraduras
de platos de cadáveres fraternos.
Que no haya tempestad negra,
pulular de tábanos y negrura de raíces anudadas.
Te llevaré a un nido de cristal
donde reposan palomas salutíferas
en el relumbre de árboles plateados.
Que los nombres de los cantos se pronuncien
que el rocío fructifique los años
y la superficie del suelo sea acariciada por el sol.
Dulzor de desierto azul,
te llevo saludos de piedad
de un delicioso número entero.
*
Francesca Lo Bue

venerdì 6 maggio 2022

POESIA = BERNARDO ROSSI


**PER MARTA**
Marta che non riesce a darmi del tu,
professore lei, ma ti senti
quanto sei strana; appartieni
alla razza umana, il collega
è collega, non conta l'età,
poi ti risenti quando parlo
di fragilità: ritieni di essere forte.
Sei bellissima, come mia figlia
Martina, ma con tua gran sorpresa,
lei mi manda anche a quel paese.
È una gioia per gli occhi
la mattina quando ti vedo,
e come per Martina, guai
a chi osasse farti del male:
per te e per lei sono un padre normale.
*
(per Marta De Marino 🌹)
*
Bernardo Dino Rossi

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** “Le mie dita”
Miriamo lo specchio dei giorni
nel declino delle dissolvenze
mentre la farsa di una vita stringe
l’almanacco che divora ogni gesto.
Poter dire frenesie alle chiese
che sembrano incise nei colori,
poter dire degli dei del cielo e dell’abisso!
Improvviso tremore dei polsi
nave dai rapidi remi
quando verranno numerosi i gabbiani
e faranno sentire il fruscio delle loro ali.
Senza armare di violenza la mano
al bagliore di un giaciglio
c’è qualcosa che luccica;
tanto breve è il tragitto degli anni,
quasi un ricciolo del dolore
nel benigno riflesso delle mie dita spente.
*
ANTONIO SPAGNUOLO
****
"Mis dedos"
Miramos el espejo de los d¡as
en el declive de las disoluciones
mientras la farsa de una vida aprieta
el almanaque que devora cada gesto.
Poder decir el frnes¡ a las iglesias
que parecen cinceladas en los colores,
ípoder decir de los dioses del cielo y de los abismos!
Improvisamente tiembla el pulso
nave de rápidos remos
quando vendrán numerosas la gaviotas
que harán sentir sus aleteos.
Sin armar de violencia la mano
al resplandor de un lecho
hay algo que brilla:
tan breve es el trayecto de los años
casi un rizo del dolor
en el benigno reflejo de mis dedos apagados.
*
Traduzione di Francesca Lo Bue

giovedì 5 maggio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA D'ERRICO


** Francesca d’Errico – "Blu cobalto"--Libroitaliano – Caltanissetta – 2022 – pag. 47 - € 10,00
Francesca d’Errico è nata a Capua nel 1953. Vive a Caserta, dove esercita l’insegnamento. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni di poesia ed è presente in varie raccolte antologiche. È stata il personaggio del mese su la rivista “Le Muse” giugno 2021, rivista della quale fa parte del Comitato Letterario di Redazione.
"Blu cobalto", la raccolta di poesi che prendiamo in considerazione in questa sede, è inserita nella collana Poeti italiani contemporanei Serie Oro delle Edizioni Libroitaliano, che ospita poeti italiani il cui fine è quello di lasciare al mondo una traccia utile capace d’incarnarsi nel segreto fluire delle cose. È un compito difficile, come è scritto in quarta di copertina, ma la poesia e tutta l’arte non avrebbero senso se non tentassero d’imprimere i propri sogni sulla realtà. Non ci è dato di sapere in che misura la poesia segna il destino degli uomini, ma anche un minuscolo evento rappresenta un segno di progresso.
Il blu cobalto del titolo evoca una tinta intensa del cielo della sera quando il tempo atmosferico è sereno e si è in attesa delle stelle e della luna. Il volumetto non è scandito e per la sua unitarietà contenutistica e semantica, con i suoi componimenti che tendono alla verticalità, potrebbe essere considerato un poemetto.
Filo rosso che lega i testi pare essere quello della natura amata dalla poetessa e trasfigurata attraverso la vena elegiaca e neolirica ma non mancano componimenti i cui destinatari sono persone, uomini e donne.
Si respira immergendosi nelle pagine un’atmosfera di reverie e di linearità dell’incanto, la felice capacità si sapersi ancora stupire e meravigliare di fronte alla bellezza del creato per divenire da creature persone anche nel terzo millennio quando si sono persi proprio il contatto e la fusione con la natura che proprio la poesia e tutte le arti riescono a fare riacquistare. Nella sua leggibilità questa poesia presenta una forte densità metaforica, sinestesica e simbolica che ne costituisce uno dei pregi fondamentali e la semplicità è solo apparente e la parola è sempre raffinata e ben cesellata nella sua urgenza di essere detta nel suo energico decollare negli incipit per planare nelle chiuse di ogni singolo componimento.
Sono nominati spesso animali come il corvo, il gatto e il granchio e specie vegetali come i pini che conquistano il ruolo di correlativi oggettivi.
Colpisce il lettore la capacità di Francesca di creare atmosfere stabilmente ludiche e giocose in quella che si potrebbe definire una poetica della gioia, tipo di espressione artistica che va controtendenza rispetto al fenomeno poesia stesso che a partire da Leopardi ha come contenuti dolore e pessimismo cosmico sublimati attraverso la parola. Non c’è tormento e come raramente avviene i versi irradiano pace nell’intimo del lettore che ne resta appagato.
Il piacere del testo è accresciuto dallo stile e dalla forma che sono egregiamente controllati e sorvegliati nell’essere ogni singola poesia perfettamente risolta.
*
Raffaele Piazza

lunedì 2 maggio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = GENNARO OLIVIERO


**Gennaro Oliviero: "Il mio Proust" - Il ramo e la foglia edizioni - 2022 - € 20,00
Per la prima volta, mi sembra del tutto inutile recensire un libro, perché ciò che ha fatto l'autore per diffondere Marcel Proust in Italia, parla da solo. Noi italiani possiamo leggere Proust nella disorganica traduzione einaudiana, iniziata dalla Natalia Ginzburg, e portata a termine da altri traduttori; oppure, in quella più organica, uscita per i Meridiani Mondadori, tradotta tutta dal poeta compianto Giovanni Raboni. Torniamo, però, al meritorio lavoro di Gennaro Oliviero, edito dal " Il ramo e la foglia edizioni" , (Roma 2022).
Iniziamo con le parole dell'autore " Cosa è oggi per me Proust? Un amico sempre presente, un interlocutore silenzioso, direi addirittura l'osservatore a distanza della mia vita: una sorte di " mise en abyne", due specchi che si fronteggiano, immagini collocate nell'infinito: talvolta una " decente aux enfers", ma sempre risalite gioiose."
Il saggio si dipana in diciassette capitoli, con una scrittura limpida e cristallina, che non viene meno al rigore della ricerca: qualche titolo: " Alla ricerca dell'hotel di Jupien"; " Apparizioni pittoriche nelle "Recherche" ".
Non di poco conto l'introduzione di Lorenza Foschini e la curatela di Giuliano Brenna.
Che rimane da dire, basta scorrere la biografia dell'Oliviero e il gioco è fatto; senza dimenticare prima la folta bibliografia.
Nato a Portici nel 1940, ha insegnato nelle Università del Molise, Bari e Napoli, discipline giuridiche. Fondatore dell' Associazione Amici di Marcel Proust; pubblica il Bollettino d'informazione proustiane; la rivista Quaderni Proustiani. Ha promosso la realizzazione della Saletta Marcel Proust di Napoli. Ha allestito un " museo" proustiano. Ha pubblicato, liberamente scaricabile, l' e- book " Proust e le Cattedrali, La Recherche.it, 2011.
*
Bernardo Rossi

sabato 30 aprile 2022

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**"Alessia al cinema"
(Il posto della fragile)
Attimi di Alessia al cinema
fiorevole con Giovanni
nell’interanimarsi con lo schermo.
Calma di ragazza Alessia
nel fluire delle immagini
per gioco di quinta stagione
ai pensieri nell’agglutinarsi
della trama con quella del
suo film felice.
(Stasera fa l’amore all’Albergo
degli angeli).
L’adolescenza di Alessia
è una camera per due
calcinata con un poster
azzurro e un letto.
Pensa Alessia al prossimo
dono dell’amato.
Poi escono dal film per giungere
alla vita dietro l’angolo.
*
Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUCIO ZANIBONI


**Lucio Zaniboni: “Dissolvenze di una vita” – Ed. Laterza – 2022 – pag.176 - € 18,00-
“Spero che Caronte/ non voglia un lasciapassare/ e che Cerbero si distragga/ al mio arrivo./ Sono tante le ombre/ sul mio viso/ a riflettere le colpe./ Spero che Dio/ abbia misericordia/ e a chi chiede perdono/ apra le braccia.” Nel cerchio magico dell’immedesimazione si riflette un gioco di parole che formano preghiera e illusione, il pensiero assillante del post mortem che ci avvinghia inconsapevolmente per gemmazione spontanea .
Strumenti espressivi sempre fedeli ad una vulcanica ispirazione, all’unisono con il battito cardiaco e con l’affanno, ricamano un disegno architettonico con folgorazioni improvvise e riflessioni profonde, così da realizzare una poesia dal timbro inconfondibile, quella che Lucio Zaniboni offre “come un invisibile orecchio cosmico, teso a catturare l’eco di ogni suono – scrive Carmelo Aliberti in prefazione- lievi bisbigli della cronaca, le veliniche immagini delle cose, i palpiti sottesi dell’alfabeto dei minimi o macroscopici eventi quotidiani in un’umile omogena sinfonia universale, dove la cognizione del tempo si scioglie nel naufragio della luce e il disinganno del paradosso si trasforma in sentimento ferito d’amore appena venato dal tono sottile di un’ironia disciolta e resa evanescente dal vento lieve di una misurata musicalità che fermenta in armonie omogenee tra i minuscoli spazi interni dei versi.”
La sapiente tessitura è per Zaniboni il gioco di un lirismo denso e ricco di sorprese, che accompagna l’insopprimibile culto per la bellezza classica e sfocia nella partecipazione alla sperimentazione.
A volte acutamente ironico, a volte cautamente acceso da una vivissima volizione conoscitiva, a volte sorpreso da quelle istintive allucinazioni del quotidiano, a volte avvinto dal distillato ad oltranza, il poeta, fumigante tra sogno e realtà, riesce a presentare concrete materializzazioni di un invisibile filo che trascina, ma non ci fa smarrire.
E’ la sua poesia, è la sua scrittura,piena e contagiosa, una fermentazione attiva inquieta e caparbia allo stesso tempo, che gioca spesso ad imbrigiliare fantasia e destino esistenziale.
**
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 25 aprile 2022

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** “Silenzi”
Affidare al fondale riverberi inesatti
il peso delle assenze quale semplice
tintinnio delle illusioni,
così prolungo l’attesa come un pugno
a ricomporre gli scaffali del tempo,
mentre i denti sono torce in dettagli.
Sostanza dei silenzi l’ora eterna
insufficiente a domare il numero
che ha dato nome alla sconfitta.
Impazienti di allontanarsi braccia conserte
indugiano agli strappi di un languore
che spaventa avido ancora di luce.
Un’ombra cerca la via della memoria
incrociando sentieri di scadenze
che bruciano nel vuoto.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 22 aprile 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA


**Raffaele Piazza – "Alessia e Mirta" - Ibiskos Ulivieri 2019
Un rifugio, qualcuno direbbe non sicuro, ma spalancato veramente, sguardi di storie tra amore e amicizia, che un po’ ti cambiano, allo specchio della vita. Accoglie così, la freschezza offerta della versificazione, tra un giardino appassionato, sognante, e un giardino fiorito meno, di un fine vita ingiusto.
Si corre tra occhi negli occhi, riflessi di come siamo e di come vorremmo essere, per non vergognarci, o forse, solo per sentirci amati, un po’ per sempre, senza pensieri, né addii. Bastano pochi minuti per percepire il profumo di aria pura, al solito posto la chiave per entrare nella cascina fiorita dei ricordi congiunti alla nostra pelle, marchiati. La poesia di Raffaele Piazza è espressione vera del tempo esatto o estratto, purissimo, il tempo dove in cui tutto nasce e in cui ogni cosa può cambiare e finire. Il tempo di un sempre fotografico, scatto immortalato di gesti, pensieri che non devi scegliere, sono loro che scelgono te, nel tempo del ricordo primo, in cui l’amore scorre come il fiume che lambisce, fiero e senza freni, verso l’anima ampia del mare. Un luogo preciso in fondo – È il 1984, costeggia la 127 una scia di strada / la vita nelle nuvole fiorite, a forma / di pesce o di giraffa / e ci sarà il raccolto – il luogo del cielo sopra il cielo di tutti, il luogo trasognato delle vie, dei parchi e delle stazioni, senza invito e senza far male.
Non mancano riferimenti più nobili e aurei a riportare in vita sere estive quasi dimenticate, in realtà ancora sotto il nostro braccio sinistro, mal custodite dal cuore, che tanto sanno di un balcone al chiaro di luna, un semibuio per ritrovare le generosità di parole immortali, tanto ardenti quanto indimenticabili, come un Ti AMO!!! ricomposto sui vetri appannati di un amore importante.
Perfettamente reinterpretate come nel diario di scuola e con maestria per noi dirette da Piazza, nell’incontro terreno e primordiale di Alessia con il suo Giovanni, fonte di vita e di sangue, un sangue che non secca ma irrora e impone germogli negli anni della giovinezza che non sfiorisce subito, che incontra danze scalze, fantasie estive che muovono treni e accorciano le distanze dei tempi tutti.
E nel ricordare che tutto ha un inizio e una fine, aggiunge balsamica una pioggia fine che scioglie dolore e ciglia finte, di troppo, su una bellezza non distratta e che non dorme, nell’età dei primi corpi. E non solo. Si cade, dall’alto, all’improvviso e senza stelle a cui appellarsi, e il giorno diventa incerto, annuvolato il senso e rabbuiato il domani privato. Mirta, un inciso al ristorante dei vivi, fino all’attimo prima del suicidio, in tenera età. Mirta, a soli 44 anni, che ci porta per mano ad incontrare l’autore che diviene soggetto in prima persona, una Musa che offre l’altro lato del prato, non più margherite da annusare a perdifiato, ma solo terra, e freddo, e prigionia. Una riflessione alla stessa luna, che conosce in Alessia la storia a cui ebbra in amore ogni anima ambisce, ma che, nei panni Mirta (furtiva giusto il tempo di qualche poesia), esprime il cupo tagliente e fulmineo di una storia di vita sgorgata, sgorgata e via. Con dolore e senza Dio a cui chiederne chiarore. Incontro di una forma di amore etereo, superiore, forse chiamato amicizia vera, per un Piazza che spacca così il monte in due, e negli anfratti più profondi raccoglie le forme più diverse dell’adorazione: da un lato dello spaccato l’amor ai primi passi che non vuole essere giudicato ma solo vissuto, e dall’altro, all’opposta metà del nulla, l’amor epistolare alto, che nulla cela oltre i segreti di troppo che non in esistenza sfoceranno.
È in chiusura che le carte vengono nuovamente coperte, quasi balsamicamente, tornando con Alessia nella panacea di un amore che protegge dalle brutture del mondo. All’opposto del buio oltre la morte decisa per mano propria, come a volerci consolare, a riportarci in abbraccio alla materna vita, seppur non più completamente ebbra di immersione viscerale, con un velo di malinconia sulla fronte, verso il turbamento del fato che, prima o dopo, nulla perdona. Arriverà dunque, sembra voler ricordare, il tempo della lagrima a rigar di rughe il viso del dolore, ma a pochi, per fortuna, è dato sapere quando.
Un inno alla bellezza rigogliosa e botticelliana in ogni sua forma, a questa figura prima, sublime, che tanto ha da offrire, e di cui tanto la natura ci vien narrando da secoli nei secoli. Un viaggio senza tempo, al centro esatto delle emozioni che non conoscono punti di separazione e che bucano dritti dritti lo stomaco come - Un cutter attraversa un’altra estate – al pensier turbato di una verginità perduta, così al pari passo di - resurrezioni ad ogni passo – o – è sereno tempo delle fragole al loro posto esatto -. Un incontro al sapore di arancio, fichi, filodendro, cedro, piante, frutti e fiori per dissetarci di un terreno fertile di poesia che inverdisce, graffia ma non lascia. Esiste.
Una Mirta, tanto importante quanto Alessia (entrambe equilibrate nel titolo ma opposte nel simbolismo malcelato che esprimono) per ricordare come anche il sole cancelli, come anche il grano muti in pane e dunque in fondo solo briciole da dimenticare. Un monito alla vita, un’evocazione dei momenti apparentemente felici, istanti rubati anche, se vogliamo, futuri brandelli di lagrima al sapore del sale sulle ferite, pronunciati con la lingua tra i denti, entrambi degni di essere vissuti nel pieno del succo agrodolce di stagione… e ancora più in là – la quinta che oltre gli orologi esiste –.
Consiglio la lettura di questa raccolta letteraria in particolare a chi, sui banchi di scuola, ha tanto assaporato l’emblema dell’amore nell’allora immoralità della lirica “Le Fleurs du mal”, di Charles Baudelaire. E non solo per i temi ricorrenti in rincorsa tra morte e amore e passione e peccato, ma in particolare per questo dono di saper cogliere le esatte corrispondenze tra i profumi e gli elementi della natura, e, non in ultimo, per l’assonanza con la tormentata vita di Baudelaire, che ritrova nell’amata un’amante passionale nonché musa ispiratrice, fino a quando, proprio all’età di 44 anni, dopo aver anche tentato il suicidio senza riuscire nell’intento, perì. E torno allora a Raffaele Piazza, familiare, tra le sue sere, le sue stagioni, la musicalità dei corpi forse non lontana dal dopo che finisce.
*
Barbara Calcinelli

giovedì 21 aprile 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO MONTANARI


**Giorgio Montanari: “Abituarsi all’invisibile” – Ed. Giacovelli – 2022 – pag. 70 - € 12,00
L’invito ad abituarsi all’invisibile diviene gioco indiscutibile di probabili allucinazioni, o addirittura di improbabili lampeggi che avvolgono il nostro sub conscio, per avviarci alle immaginazioni policromatiche dell’irreale. Un fantasticare sottoposto al flusso irrefrenabile del quotidiano e alle armonie di un dettato poetico che punta a dei cardini irrinunciabili della mente.
Dobbiamo quindi arrischiare, osare una intuizione momentanea che in fondo è libero fluido di più contese del simbolo, nutrito da ansie erratiche, da controlli dell’ora, da sorvegliate incertezze della emotività, da sottaciute cicatrici.
Il volume si suddivide in quattro sezioni: “L’ingiustizia del tempo”, “Paura degli sguardi”, “Le conseguenze della notte", "Cosa conta davvero”, ma il ricamo della scrittura si presenta concretamente omogeneo in un benevolo approccio di fermentazione per una poesia radicata e sempre in gemma delle immagini, fermate da una camera oscura che poi da sola conduce alla retina radiosa.
“Il tempo divora se stesso;/ la lancetta svolge il suo compito/ nell’indifferenza, mentre domandi/ quante persone sarai stasera:/ difenderai la maschera, il mantra/ di chi accetta che, nel soccombere,/ il vento logori se stesso.”
Soverchiato, annichilito dalle parole che l’assediano da ogni dove il poeta sembra imbrigliare le domande per tastare la spontaneità del sopravvivere.
“Il cemento della nostra volontà/ riporta alla mente i solidi dubbi:/ traballanti fondamenta del corpo/ avranno pienezza per sorreggere/ i pensieri, soliti lamentarsi/ che gli avvenimenti sono prigioni/ nel panorama delle possibilità?”
Scegliere, onorare, staccare, strappare come i fiori selvatici del campo per riparare una probabile sconfitta del tempo. Così pure la luce che acceca diventa canto in un boato, o improvvisamente l’incomunicabile si presenta come “Nelle crepe del muro penetra/ l’edera fra le fessure che si dilatano.”
Giorgio Montanari riesce con il gesto del simbolo a ricamare il metodo che salva l’armonia del verso ed eleva a sistema l’immaginativo e l’emotivo nell’avvolgente proposito di coinvolgere il lettore nel flusso dell’invisibile.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 19 aprile 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA EROVERETI


**MARIA EROVERETI: UN PICCOLO MONDO - poesia e fotografia - ATB Edizioni (Torino) - 2020 - pagine 65 - € 28,00
PREFAZIONE DI ROSA SORDA
Ispirate dallo stato di grave malattia della propria madre, le poesie di “Un piccolo mondo” di Maria Erovereti esprimono la complessità di sentimenti, emozioni, riflessioni che scaturiscono da una partecipazione profonda, quasi empatica, alle condizioni di sofferenza del proprio familiare.
Nel linguaggio misurato che le è proprio, ma nello stesso tempo colto, Maria ci consegna una sorta di diario, quasi una confessione, spietata e sincera, in un’apertura direi totale del suo animo, rivelando inoltre una disponibilità incondizionata alla comprensione e all’ascolto. Non c’è più spazio per i propri bisogni, desideri, ora le urgenze sono altre, ora è il tempo, in una sorta di trasmutazione alchemica, del superamento del proprio io con le sue recriminazioni, esigenze e richieste. Ora è il tempo di assolvere ad un compito forte, intenso: accompagnare l’anziana madre malata verso il compimento dell’esistenza, la conclusione della sua parabola di vita, seguirla nell’inevitabile declino, assisterla nei momenti in cui più inequivocabili diventano i segnali della fine. Esperienze a cui Maria non si sottrae, spinta dal suo senso etico, ma soprattutto dall’amore; esperienze che considera, paradossalmente, una sorta di privilegio perché le danno la possibilità quasi di condividere uno dei momenti più alti e misteriosi della vita.
E così vediamo snodarsi, sfogliando le pagine del libro, insieme ai bellissimi scatti analogici realizzati da lei stessa, ricordi, momenti intimi, rammarico per ciò che non è stato e avrebbe potuto essere, in versi di toccante sincerità in cui non si avverte mai una nota falsa, stonata, né tentativi di costruzioni artificiose. Il tutto in un linguaggio quasi di uso quotidiano, eppure colto, incisivo. Del resto questa è la cifra stilistica di Maria, che accomuna queste composizioni a quelle pubblicate di recente in “Frammenti di emozioni”, cifra stilistica che nella sua essenzialità fa maggiormente risaltare il dato poetico. L’analogia, però, tra queste poesie e quelle del precedente volumetto si ferma qui; diversa infatti è l’atmosfera, le esperienze vissute, il percorso compiuto e, se proprio si vuole trovare un punto di contatto, lo possiamo individuare nell’apertura all’arte, nell’approdo ad una dimensione quasi contemplativa che permette di guardare all’esistenza con animo persuaso, nella consapevolezza della problematicità del vivere.
Molti sono i nuclei tematici che affiorano nelle composizioni di “Un piccolo mondo”, coprendo un’ampia gamma di vissuti ed esperienze.
Alla visione della madre sofferente si sovrappone, quasi per una forma di compensazione, l’immagine della fanciulletta felice che correva spensierata per le stradine del borgo “quando bambina / Uccellaccio / volavi agitando le braccia” e che poi, divenuta giovinetta, ha iniziato a sognare la sua vita di sposa e di madre. A tal proposito Maria la ricorda quando giovane e bella giocava al crepuscolo con la sua bambina. Ma poi col passare degli anni il rapporto è diventato meno sereno: i condizionamenti sociali hanno iniziato a frapporsi al libero fluire degli affetti, tanto da vedere nella propria madre una nemica da combattere “per non essere la tua argilla / da plasmare “. Da qui il rammarico per non aver potuto o saputo creare complicità, “il silenzio è calato / su sogni inseguiti / e attese tradite /…il silenzio è calato / sui tuoi giorni incantati / fluiti nella mia vita / che ha supplito la tua”. Quindi i sensi di colpa e “tanta pena per il …tempo donato”, per quello “sguardo / consumato dal tempo / che di tutto ti ha derubato senza nulla concederti”. Quella madre così pronta a donarsi e così poco compresa “La mia mente / altrove protesa / non ha mai varcato / il mistero dei tuoi pensieri”, quella madre sollecita ora è sempre più sofferente e indifesa e allora la tenerezza prende il sopravvento e con essa il bisogno di trasmetterle energia e di accudirla. I ruoli si sono invertiti, adesso è la figlia una volta ribelle che, con infinita pazienza e amore, si accinge ai rituali gesti giornalieri dell’accudimento, scoprendone la bellezza e il significato e accorgendosi che il suo “animo si rigenera e il cuore trabocca d’interezza”. Anche una carezza, un abbraccio possiedono un valore taumaturgico e così le mani si cercano “per afferrare / e trattenere l’esistenza. / S’intrecciano le dita /si propaga la vita…” E ancora: le mani “si congiungono / ma non sono due / una sola linfa alimenta / le stesse cellule.”
A volte, però, nonostante i tentativi di infondere energia e di suscitare risposte vitali, si è accolti dalla sua “fievole voce” mentre il suo sguardo si schiude “sul vuoto del nulla” e i giorni “brancicano faticosi nell’angusta prigione …del corpo ferito”. È talmente angosciante questo stato di assenza e di vuoto, “Mamma / il tuo golgota / ha spento il piacere / e annegato la vita”, che si teme di “cedere all’abisso viscido e oscuro che annienta” e così, per non cadere risucchiati in questo gorgo, ci si aggrappa “alle altrui visioni”. Si cerca quindi di reagire, appigliandosi a ciò che per se stessi è importante: l’arte, la scrittura, coltivando quegli interessi ai quali Maria ha dedicato la vita sottraendosi ad un destino che la voleva appiattita sul modello consacrato dalla tradizione.
Le poesie e anche le foto di questo libro, infatti, oltre ad essere una testimonianza d’amore, assolvono essenzialmente a questo compito, quello cioè di preservare la propria incolumità spirituale, filtrando attraverso la comprensione e uno sguardo consapevole i sentimenti e i vissuti sperimentati. Perché il potere salvifico della scrittura e dell’arte consiste proprio in questo: nella possibilità di realizzare quel distacco necessario alla rielaborazione ed espressione delle nostre esperienze in modo tale che esse, assurgendo ad un valore universale, non ci facciano troppo male. Niente più ci fa paura, neanche la morte, quella nostra e quella dei nostri cari e così possiamo riflettere sulle “effimere luci” che “nel Nulla sconfinato / nell’infinito silenzio …accendono e declinano / lo sguardo / sull’immensità del Tutto”. Ormai consci della realtà della vita, dell’inevitabilità della malattia, della sofferenza, della morte possiamo contemplare “…Miliardi di labili luci / noi /scintillio continuo/ di nascite e morti/ che sfavillano/ fugaci/ frammenti di Coscienza."-
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ROSA SORDA

lunedì 18 aprile 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERGIO MESSERE


**Sergio Messere – "Fibre di possibilità" - Ed. Lea Publisher - 2021- € 15,00
Sarebbe bene stringere uno e più fasci di nervi, come se fossimo stati dati alla luce da una durevolezza esterna, per la quale si avanza morbosamente e in alternativa si aleggia, bestemmiando nella speranza di nutrirci dell’essenziale. Messere inquadra un’euforia segnata dallo sconforto come dalla liquidazione di una libertà non affatto introvabile nei percorsi che tracciamo; incuriositi d’anime trascinanti, che ci consigliano di distinguere la sostanza dalla forma per ogni bene primario, consumato da criminali perdonabilissimi, che preparano in complicità con le loro prede un pasto rappacificante.
“Siamo decadenti: sempre e poi sempre insaziabili
(…)
ove è la vita sterminato biliardo”.
Succede allora di assistere lungi dall’identificarsi allo scorrimento altrettanto non evidente di entità, esseri disperati, dotti, folli, combattenti, malati, vittime estremizzate e dittatori, tutti uguali dacché irriconoscibili!
Sergio armonizza la parola rievocando una stagione come quella autunnale, arrotondando a suo modo d’immaginare per sempre ciò che l’umano si riserva; per una forma di detenzione scioglibile con la novità esprimibile da un nostro simile, purché umile e solidale volendo masticare la vita e quindi sacrificarci prontamente per l’estraneità pulsante, come se capaci di attrarre e basta. “vita mia, sei stata la nota più squillante in uno spartito mai suonato”. Effettivamente l’osservazione dell’Io si estende su un vetro di riflesso spiazzante, e se ne accresce il dolore tra il cuore e l’idea di ascoltarlo, almeno per chi come Messere, che si muove cogliendo in sé desolazione, invocando il divino per i poveri, a ricostituire, irremovibile, la naturale sortita.
Il mondo fa venire i brividi ai sentimenti che s’imbestialiscono, fedeli alle loro origini tanto da rinchiudercisi, per una chiara esasperazione, agevolante l’alimentazione e l’animazione di ogni cosa (soffermatevi pure sulle raffigurazioni di Pietro Tavani all’inizio dei capitoli). Per il poeta, fibrilla una clessidra, come a dover numerare l’infinitesimale, quasi a offendere degli esserini, innocentemente incapaci ancora di tendere la mano come lo sguardo, di una delicatezza inconciliabile.
“l’ozio fiuta l’inganno e non ne vuol sapere
(…)
Bimbo dai pugni chiusi e dalle palpebre di seta
(…)
La tua voce (…) lenta e incessante emorragia dell’anima
(…)
Voglio vedere un questuante saltellare (…) nuvole di desideri volteggiare”.
Successivamente il nostro rimarca quel dono reintegrativo, elevato al femminile, di una Lei che ha sofferto, però fatto salvo il candore; proporzionale all’intervento anch’esso imprevisto, elevato al maschile, eseguito in modo rinsaldante, affettuoso.
“La mia mano ruvida sulla tua fronte”.
L’ascolto consiste in un percorso interiore, languido, di una rigidezza da sciogliere, a fronte dell’annunciazione in grande stile se non addirittura insensibile degli strumenti che ricominciano a rendersi efficaci.
Un sentimento convincente dà luogo a nessuna condanna, in particolare a quella del rosicare… piuttosto agevola l’indipendenza, quella buona per ritornare prima o poi a confortare, con un vissuto duro, quando dall’altra parte si è in stato febbrile. C’è spazio pure per i ricordi, quando si era bambini e ci accartocciavamo fuori dalle lezioni, giocando indiscutibilmente in mezzo a una natura chiusa e decadente, con un filo di sguardo da garantire alle pretese ormonali. Ma oggi soffriamo della mediocrità altezzosa, carta straccia in preparazione dell’Io; come se sicuri di limitare un elemento sovrumano, emarginando così soggetti insipidi, in fondo capaci di starsene isolati, a costituire il chiaro desiderio di rivalsa sull’oggi alquanto irrefrenabile, potendo far battere il cuore per istinto animale, senza perdere di mordente, con umiltà.
“È il dominio degenere del surgere ansimante di fantocci di possibilità”.
La più grande delle falsità si determina con l’imbarazzante insieme di principi circa il buonsenso, mentre dell’autorevolezza s’espande uscendo dal proprio essere spontaneo… da qui al bisogno di precisare una condizione vitale al calar del buio quotidiano il passaggio pare unico, obbligato.
È come stare dentro a una chiesa incantevole benché intima, aldilà degli effetti salutari, con l’ispirazione a levarsi fuori ancora per la prima volta, immortale, per bagnare di luce possibilmente un viso di persona che si confessi a pelle. Affermazioni irrilevanti, miste agli attimi d’approfondimento e al pomeridiano infinito, comportavano la maturità per chi come Messere, che aspetta d’essere smossa nel bene come nel bene come nel male male, umanamente… poeticamente.
CATTEDRALE
Nulla
ti porta a danzare
all’estremo
come quando si è soli con se stessi.
Un silenzio incessante,
imponente,
che è musica.
All’interno di una cattedrale,
la propria.
O stai bene o stai male.
Tecnicamente, generalmente lo stile di Messere è malinconico.
Egli mostra d’essere cosciente della necessità di adattare il verso alla situazione vissuta o immaginata; dunque è aulico nei temi che tocca più che nei termini che impiega.
La sua esperienza individuale diventa certamente universale, tra scorrevolezza, intima direzione ed essenzialità.
Figure e atmosfere di attendibilità sociologica o di rappresentatività antropologica assumono un’intensità visionaria ma anche realista. I profili, tracciati con familiarità e imprendibilità, affascinano per l’estremo, lo straziante e il passionale. La simbiosi con i lavori ad arte di Tavani da primo impatto “possibilista”, orbene, è di un’apologia morale, meccanica. Le citazioni, ma soprattutto i riferimenti musicali classicheggiano velatamente, alla fine di alcune singole poesie. Fisicità e sacralità sono intrise di parole spesso e volentieri lapidarie, perciò efficaci e dirette, a evitare inutili percorsi verbosi dilatanti le sensazioni fino all’annientamento. Lieve come il vento o evocativa come un’opera d’arte, la poetica interessa strutturandosi quasi in maniera ipnotica.
Parole allora persino potenti e dure, se nella loro radice di fedeltà e nell’ansia di bellezza e giustizia.
Implicazioni di simbolica forza cercano di accendere la luce sul senso del destino… di parole che in fondo passano e legano, di un autore che sa bene del suo onore.
*
VINCENZO CALO'

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA


***EDITH DZIEDUSZYCKA: "ALGHE E FANGHIGLIA" Poesia – Genesi – 2021 - pag. 156 - € 15,00
“Alghe e fanghiglia”, il titolo della nuova silloge di Edith Dzieduszycka, nella prefazione definita da Plinio Perilli, “fumigante tra sogno e realtà”, mi ha fatto meditare a lungo sul suo significato al primo approccio enigmatico. Poi, leggendo i componimenti poetici, con lentezza è apparso nella mente uno scorcio di paesaggio marino, o per lo meno acquatico, che mi ha incantata col fluttuare leggero, coi moti sinuosi della vegetazione avvolta e sospesa nell’amniotico elemento vitale. I ricordi della primissima infanzia, i sogni, le parole della poetessa aleggiano lievi come le alghe accarezzate dall’acqua, ma radicate nella fanghiglia della realtà, una realtà e un passato piuttosto grevi.
Perilli definisce le parole di Edith, “sogni, fanghiglia onirica e detriti di archetipi”; e spesso, infatti, le parole nascono nella notte, come i sogni: “…Una parola sola / solo quella ricordo / di una poesia comparsa nella notte / l’inizio lacunoso / l’indizio insufficiente // all’alba stamattina / ...è sparita anche quella / risucchiata nel gorgo in cui spariscono / d’una memoria labile i ritrosi detriti”. Detriti “morali e mentali” secondo la definizione del prefatore.
La silloge è suddivisa in cinque sezioni, la prima, “L’affiorare”, è legata proprio alle parole, al mondo creativo della poetessa che dalla vita reale fluisce nel sogno: “…mi do cinque minuti / minute briciole rubate alla ragione / per estrarre / furtiva / dalla mia cesta / un frutto / un fiore // perché no / un pensiero / con cui giocare / inventare una storia / risvegliare i tizzoni / e se non ci riesco / spengere la candela / per nel sogno afferrare / l’invisibile filo che mi ci porta”.
L’atto del creare è un viaggio in un mondo incontaminato al di fuori di ogni limite reale: “Mai / − me ne accorgo – / quando scrivo / che sappia dove vado / né quale strada prendo // ché potrei camminare / incauta / sui fili tesi alti sopra le nuvole / costeggiare le rive di laghi senza fondo / varcare soglie segrete verso luoghi incantati…”. Ma è anche un viaggio faticoso all’interno di se stessa alla scoperta della propria anima tuttora sconosciuta: “…scendere / sul fondo irraggiungibile / e nel mentre raspare / incrostazioni / ruggine / asperità e nodi / frugare ogni livello / senza tregua forare // fintanto si riesca / a strappare alla melma / filamenti / scintille / del sé l’essenza / ancora ignota”.
La seconda sezione è dedicata all’infanzia, ma è di breve durata il tempo spensierato e felice dei “verdi prati” del “…bicchiere di schiuma / lattiginosa e tiepida che i baffi perlacei /sotto il naso tracciava”, del regalo dei cinque anni, una colomba bianca “bestiolina gentile”. E anche la gioia del dono viene turbata dalle raccomandazioni degli adulti: “Se gente sconosciuta incontrata per strada / ti fa domande strane sulla nostra famiglia / …devi fare la stupida e dire: / Non lo so, io sono piccina”. Infatti, presto il mondo della piccola Edith viene sconvolto: “Successe una mattina plumbea di novembre / mai più adatto il giorno / − due, quello dei Morti − / che rimarrà per sempre nella mia memoria. // Calzata da stivali / serrata in vert-de-gris / irruppe a mezzogiorno abbaiando / una squadra feroce / che alla vita vera e a noi tre sorelle / strappò all’improvviso padre e madre”. Solo la madre, nel 1944 rinchiusa nella prigione militare tedesca di Clermont-Ferrand, tornerà a casa dopo quattro “mesi d’incubo”, presentandosi alla bambina “Curva e fragile / sotto l’immane peso della Storia”. Ma, anche se “Sfumano / nella nebbia / piano piano / gli anni indifferenti. // Uno dopo l’altro / se ne vanno / esausti ma necessari / i testimoni / di un passato atroce / e sempre in agguato”. Tuttavia “…non può / non deve morire / cancellata dalla memoria stanca / la verità / perché la Verità va curata / annaffiata / raccolta / tramandata”, anche se è un fiore pregiato dalle radici marce e dall’odore pungente. Il passato pesa sulla vita di Edith come una ferita non cicatrizzata di cui non bisogna staccare la crosta, anche se a volte sembra che questa stia per cadere perché “ostinato invece un suo lembo ancora / ombra di un ricordo / alla fragile pelle sottostante / aderisce testardo”.
La terza parte, “La nuova vita”, rivela i sentimenti che hanno accompagnato l’incontro e la storia con Michele, l’anima gemella. La sezione si apre gioiosamente col “canto soave e puro” di un usignolo sulla cima più alta di un cipresso, prosegue con l’abbandono ai profumi inebrianti, erba tagliata, tiglio, mentuccia, gelsomino, su cui la notte stendeva una cupola disseminata di gemme, mentre la vita pulsava “lenta / interminata”; narra lo sprofondare nella musica di Richard Strauss come “dentro una caverna / pozzo di armonie dalle pareti soffici” in cui Edith, trasformata “in liana ondeggiante / un lazzo d’arpeggi dai flussi rinnovati”, volteggiava e si dissolveva. Ma la felice parentesi della “…tana del piacere / sotto la coltre calda dell’amore” sarà chiusa senza pietà da un “accanito silenzio”: “Da due /…in uno / ricomporsi / …e ritrovarsi / in mare aperto / sulla scialuppa vuota”.
Nella quarta sezione, “L’ego”, Edith affronta la nuova solitudine, “…da sola preferisco / girare per conto mio / smarrirmi / ritrovarmi / non importa davvero…” e il rapporto incerto e altalenante col mondo e con se stessa: “…con me la sera trascorrerò // In fondo ci sto bene / gli stessi gusti abbiamo…” ma conclude il componimento: “A ripensarci bene / non so se rimarrò insieme a me / da sola / questa sera”. La poetessa e la sua mente sono inseparabili, fanno “bon ménage”, ma “certe volte mi capita di dirle / …fatti un po’ da parte / lasciami respirare…”, e la compagnia di se stessi può diventare insopportabile: “…di me mi son stancata / con me non sto più bene / da me vorrei staccare…”. Eppure, nonostante ciò, nonostante lo stretto rapporto con se stessa, Edith ancora continua a cercare la propria essenza, che rimane impenetrabile: “a dire il vero – vi confesso − / ancor non ho capito / in realtà chi sono…” e tutto quel che sa è che sarebbe contenta se potesse lasciare una traccia di sé, “anche se minima” per vincere l’oblio.
Nell’ultima sezione, “Le somme”, Edith riflette sul senso della vita e la sua caducità, sull’inutile sforzo di penetrare il mistero dell’esistenza, sul nostro essere insignificanti di fronte all’universo: “Lontano firmamento popolato d’ignoto / a soltanto pensarti viene una vertigine / la misura imprecisa del nostro breve corso…”. Tentare di trovare il senso del proprio essere al mondo è una pura illusione: “Riempirsi la vita / che così sembri tale / che così sembri vita / e fingere di credere abbia questo / un senso nel tracciato segnato / da non si sa che cosa”. Ci sforziamo di lasciare una traccia del nostro passaggio sulla terra ma siamo solo “Speranzosi bambini / illusi di sopravvivere / in una bolla d’oro / all’ottusa valanga che senza fine / rotola”.
Maria EROVERETI

sabato 16 aprile 2022

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**“Mutevole”
Mutevole il battito senza partita
da oscurità a oscurità ripreso
abitato dal verbo più che mozzafiato.
Lungo il muro dell’orto anche il tramonto
ha le braccia che scivolano sui fianchi
ed ho intrecciato il sentiero dei frantumi
nel ricordo del tuo corpo rosso di febbre:
comprammo piccoli fiori per la nostra stanza,
perché un tempo conoscevi il manto delle stelle.
Guizza un lampo di quanto più vago
mentre io parlo di nubi leggere
e con amplesso ricucio respiri.
Vibrerà dubbioso anche il trionfo
di un ultimo soffio.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 15 aprile 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = PASQUALE BALESTRIERE


**Pasquale Balestriere “Glosse alla vita” – Ed. the writer – 2022 – pag. 70 - € 12,00 –
Esplorare le fasi del giorno e della notte, indagare sul quotidiano e inseguire variazioni sociali significa tentare di capire l’ordine indiscreto che regna nel vissuto, quasi un immergersi nei flutti che il susseguirsi dei giorni batte contro il nostro arrendevole sub conscio. Il pensiero errante non è mai stanco di scendere dentro la cavità dei sentimenti alla ricerca del dicibile, tra insicurezze confidate al vento o inseguire illusioni, impegnato poeticamente nel ritmo che diventa pagina dopo pagina musicalità del verso.
“Venite qui, poeti, qui venite/ al grido doloroso. Già il Paese/ è preda di corrotti e se ne muore/ per pavida indolenza. Su, poeti,/ la voce di rampogna su levate,/ parole di rivolta e di speranza/ o che vi colga l’afasia più bieca./ Senza paura dite la vergogna/ e lo squallore del potere ingordo/ d’uomini adunchi, ditene la lue/ o vi si secchi ogni corda vocale.” Anche il sommesso urlo politico/sociale ha, in questo poeta avvezzo alla cultura elevata, un suo ben centrato verbo intellettuale che esige il suo diritto a spronare contro il malcostume che impera. Poesie dettate dal gioco degli avvenimenti, anche quelli che potrebbero apparire banali, come una semplice applicazione di Holter.
“Occasioni”, “Di terra, di cuore”, “Memorie”, “Luoghi” sono i quattro capitoli che compongono questa silloge.
“Sempre s’avverte comunque nelle poesie di Balestriere – scrive Elio Andriuoli in prefazione – una diffusa gioia di ritmi, che ognora ci vengono incontro con immediata freschezza, sull’onda di una musica piena ed intensa o anche sommessa e sfumata, ma che sempre colgono momenti di sereno abbandono al canto.”
Scrittura densa e viva, direi palpitante che non trascura di annotare momenti della realtà e ripropone sentimenti che diventano ragione dell’imponderabile, nello scorrere di avvenimenti e di memorie.
*
ANTONIO SPAGNUOLO