venerdì 30 dicembre 2022

UNA RIVISTA = KENAVO'


**E’ in distribuzione l’ultimo numero della rivista bimestrale Kenavò – fondata e diretta da Fausta Genziana Le Piane.
Nel sommario, ricchissimo, le firme di Fausta Genziano Le Piane, William Butler Yeats, Paolo Ruffilli, Valentina Speranza, Elio Camilleri, Michela Zanarella, Iole Chessa Olivares, Anna Manna, Anita Napolitano, Silvia Mazza, Leopoldo Attolico, Lidia Popa, Anna Avelli, Pasqualina Di Blasio, Antonio Spagnuolo, Maria Rosaria Catalano, Giuseppe Tacconelli, Marco Bruni.
Un’allegra rubrica di culinaria a cura di Giulia Ficara (sfoglina diplomata).
Un inserto in ricordo di Antonio Coppola a cura di Paolo Carlucci, con brevi interventi di Francesco Dell’Apa, Maria Rosa Catalano, Daniela Quieti.
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Per contatti : faustagenzianelepiane@virgilio.it –
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giovedì 29 dicembre 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALDO G. JATOSTI


**Aldo G. Jatosti – "Madri" - con poesie di Francesco Terrone su mamma Flora- iris edizioni – 2019 – pag. 423
Aldo G. Jatosti, curatore del testo che prendiamo in considerazione in questa sede, è un umanista romano. Poeta, saggista, critico letterario e d’arte, ha fondato l’Accademia Romana di Cultura Medievale, i premi di poesia “Calapetralana e Palau junior” ed è Segretario generale dell’A.I.AM. Accademia Internazionale d’Arte Moderna, con sede in Roma.
Ha diretto per anni la rivista europea “Regione oggi” ed ha tenuto decine di conferenze in tutta Italia sulla civiltà medievale e altrettante lectiones Dantis.
Collaboratore dei periodici “La Carta”, “Notiziario A.I.A.M” e “International urbis ed artis”, i suoi saggi, presentazioni, articoli, esegesi e poesie sono presenti in diverse antologie e pubblicazioni. La sua più corposa opera di esegesi artistica è “Naturaliter”, edita nel 2009. La pubblicazione più recente è “Beata Maria Luisa Merker” del 2012.
Francesco Terrone è nato a Mercato San Severino (SA) il 05 giugno 1961.
Ha conseguito la Laurea in Ingegneria Meccanica presso l’Università Federico II di Napoli e vi ha conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione.- Ha fondato con orgoglio la Società di Ingegneria Sidelmed S.p.A.
È autore di numerose raccolte di versi. La sua produzione poetica è trattata in varie opere pubblicate da Guido Miano Editore tra cui Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento, vol. IV (2015), Itinerario Organico delle Critiche Letterarie alle Poesie di Francesco Terrone (2016). Dizionario Autori Italiani Contemporanei (2017), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo a Francesco Terrone.
Madri è un testo composito e articolato incentrato sulla figura della mamma, della genitrice indagata e analizzata nella sua psiche con uno sguardo aperto al fenomeno madre in ogni tempo, cultura e religione, la madre come archetipo e come essere sacro nella sua potenzialità del procreare, la madre cantata e decantata da molti poeti per arrivare alla sua essenza di creatura e di persona. Il volume include poesie di svariati autori di ogni tempo e nazionalità oltre a quelle belle e commoventi di Francesco Terrone su mamma Flora e presenta una prefazione di Fabio D’Autore, docente presso l’Università di Salerno e una postfazione di P. Vincenzo Bertolone S.d.p. Arcivescovo di Catanzaro Squillace.
Per renderci conto del valore e della complessità intrinseca del libro, per entrare nel merito della sua completezza e profondità, nonché della sua acribia è il caso di riportare il suo indice per giungere ad uno sguardo che ne capti ogni sfumatura, nel suo insieme, anche se vista la sua complessità servirebbe un pezzo delle dimensioni di un saggio per un esauriente lavoro di scavo e non solo una recensione perché è un testo veramente denso e corposo caratterizzato da un forte spessore concettuale.
Nella prima parte, preceduta dalla prefazione e dall’introduzione, leggiamo: 1. Cenni linguistici e pedagogici, 2. La Bibbia, 3. Madri nel mondo giudaico,, 4. Profilo spirituale di Maria, 5. Maria nei vangeli apocrifi, 6. La figura materna nelle altre religioni universali, 7. Madri nelle mitologie. Nella seconda parte ritroviamo, 8. Altre madri, nella terza parte 9. Madri nelle letterature, nella quarta parte 1. Flora, 2 Mamma Flora Terrone, 3. Poesie scritte da Francesco Terrone alla madre, 4. Esegesi di Aldo G. Jatosti.
Un volume originale nella sua completezza che diviene una mappa variegata per comprendere la figura materna nella sua straordinaria pregnanza nell’accostarsi empaticamente ad essa attraverso la poesia e le religioni.
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Raffaele Piazza
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Poesie di Francesco Terrone dedicate a mamma Flora
1. "Nella speranza"
O mamma,
sono qui, in questa camera ardente,
vicino a te
nella speranza
che qualche cosa accada
rimani ancora un po’ con i figli tuoi,
figli che hai accompagnato nella vita
e loro ti hanno esaltato
nel vincere le bufere del mondo
che si ostina e si ostinava a divorare le gracili carni,
Dammi, fammi vivere ancora un po’
la felicità di avere una mamma!
*
2, L’,
"L’ultimo sguardo"
L’ultimo sguardo e poi la fine!
Chiusa in una bara ad aspettare
che la stessa carne divori la carne,
pietra su pietra
che si consuma
fino a divenire cenere,
un pugno di energia
pronto a rientrare sull’altare della vita.
Sembrava tutto finito,
ma la morte non è altro
che l’inizio di una nuova vita.
Il tempo che ci trasforma è la nostra anima,
quel soffio divino che non smette mai di soffiare,
nemmeno quando il nostro pianto
tenta di dire: “è la fine”
*
2. "Mortali spoglie"
Senza parole, immobile,
osservavo le tue mortali spoglie.
La notte ingoiava il giorno
il vento e l'acqua
impietosi
si scatenavano,
si abbattevano sul funesto pianto
il mio animo sconfitto e stanco
attendeva il mattino.
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mercoledì 28 dicembre 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = NAZIM HIKMET


**Nazim Hikmet : "Poesie d’amore" – Oscar Mondadori 2022 – pag.228 - € 13,50
Si presenta per l’ennesima edizione negli oscar Mondadori il volume fortunatissimo di Nazim Hikmet. Un ininterrotto canto della disperazione, alternato a frasi di devastazione per le città nella quali è stato costretto a vivere il poeta. Il tutto d’amore non ha che la fascinazione del titolo posto alla raccolta.
Mi sono più volte chiesto come mai abbia avuto tanta accurata accoglienza dalla critica, e sono giunto alla conclusione che forse io personalmente non sono capace di interpretare le aride metafore proposte in queste pagine.
Si alternano momenti di vertigine asciutta: “Io mi abituo, mia rosa,/ io mi abituo/ al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle/ è tempo di andare/ mischiato/ al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare” ad improvvise illuminazioni della memoria: “eravamo sullo stesso ramo insieme/ eravamo sullo stesso ramo/ caduti dallo stesso ramo ci siamo separati/ e tra noi il tempo è di cent’anni/ di cent’anni la strada/ e da cent’anni nella penombra/corro dietro a te.”
Componimenti a tratti validi, ma privi di ritmo, di musicalità, di flusso cromatico, di emozioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 26 dicembre 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA D'ERRICO


**Francesca D’Errico – "Grigio ardesia" - Aletti Editore di Altre Sembianze S.r.l. – Villanova Di Guidonia (RM) – 2022 - pag. 49 - € 10,00
Grigio ardesia, la raccolta di poesie di Francesca D’Errico che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Alessandro Quasimodo sintetica e ricca di acribia.
Il testo è architettonicamente concentrato e per, la sua unitarietà formale e contenutistica, può essere letto come un poemetto.
I componimenti scorrono fluidi pari ad acque sorgive di ruscello e traspare nella versificazione un amore creaturale per la vita che ricorda quello espresso nel poiein del poeta indiano Tagore.br />< Ma poi da creatura, proprio tramite il mezzo della poesia, l’io-poetante stesso si fa persona, essere sotto specie umana capace di affrontare le situazioni dell’esistenza e di sconfiggere il male che, inevitabilmente, è sempre in agguato nei frangenti dell’esistenza stessa, che sono del tutto antitetici ai sentimenti espressi dalla poesia elevati e nobili anche nel nostro liquido postmoderno segnato adesso anche dallo spettro del fenomeno pandemia.
Notevole la densità nei versi che è semantica, metaforica e sinestesica e la D’Errico crea tessuti linguistici che, se sono molto immediati ad un primo livello di lettura, con uno sguardo più attento. sottendono una scaltrita coscienza letteraria e l’ordine del discorso procede per accensioni e spegnimenti veloci icastici e pieni di una grande forza espressiva.
Cifra essenziale della poetica di Francesca è quella di una scrittura definibile tout-court neolirica pervasa talvolta da espressioni elegiache, sintesi che vanno del tutto controtendenza nel panorama attuale della poesia contemporanea non solo italiana, e in questo alveo l’autrice produce forme che hanno caratteristiche inconfondibili e uniche nella loro originalità e questo è un grande pregio.
È un cuore quello della poetessa che porta con sé l’abbraccio boschivo del mattino e la vita in versi sembra farsi inno di lode se anche gli alberi sono vivi e animati e a questo proposito viene in mente il verso di Ponge sarebbe bello se un albero potesse parlare. Del resto la natura è protagonista nelle composizioni dell’autrice, natura idilliaca e sensibile che porta pace alla mente inevitabilmente immersa nel tran tran quotidiano che è decisivo, anche se è stato scritto da un poeta che anche pagare le bollette può essere vissuto come poesia e del resto Borges ha scritto che si dovrebbe vivere ogni momento poeticamente.
Proprio tramite il naturalismo connesso alla capacità di stupirsi e meravigliarsi di fronte ai sembianti che potrebbero essere del tutto estranei alla realtà urbana e che solo la poesia può evocare e materializzare in assenza, la D’Errico riesce a creare una poetica che è anche dell’ottimismo sconfiggendo il dolore e l’inesorabile limite che è la gabbia del tempo.
In ogni metafora, in ogni sinestesia, si realizza magicamente l’uscita dal tempo lineare e si perviene ad attimi infiniti che emozionano il lettore piacevolmente proprio come la bella tinta grigio – ardesia nelle sue venature che tendono all’azzurro.
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Raffaele Piazza

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**“Chiarore”
S’impasticciava di sogni nel chiarore
infinito della luna,
immersa in pensieri corallo
donava la carne e rifiniva le stelle.
Dalla voce rotonda una quinta
storia dai versi tristi di stagione,
trasparente come il vetro lo sguardo.
Entrato nei suoi occhi
vedo i rami degli alberi,
vedo i gabbiani volare,
vedo farfalle impazzite,
e sembra uno scherzo giovanile
lo scambio di baci
guadagnati per la mia felicità.
Ora so che ancora non è finito
l’abbandono nell’arco delle sue braccia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLO OLIVARI


Carlo Olivari – Poemetti e Poesie---EDIEMME CRONACHE ITALIANE – Salerno 2022 – pag. 101 - € 14,00
Carlo Olivari è nato a Genova, dove risiede attualmente. Laureato in Filosofia è stato per anni docente di ruolo nel Liceo Scientifico Martin Luther King della sua città. Appassionato di poesia fin dall’adolescenza, ha pubblicato numerosi volumi di liriche. È inserito in varie antologie e collabora a riviste come “La Nuova Tribuna Letteraria” e “Le Muse”. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti. Molti i critici accreditati che si sono occupati della sua produzione.
Poemetti e Poesie, il volume di Carlo Olivari che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Annunziata Vitagliano, Docente di Lettere e Critico Letterario, sensibile e ricca di acribia nel cogliere il messaggio in bottiglia lanciato dal Nostro con questa raccolta.
Il libro è strutturato in modo composito e articolato a livello architettonico essendo suddiviso nei seguenti capitoli: Parte Prima Sulla via del Dolore e della Speranza, Parte Seconda Mors e Post, Parte Terza Recuperi classici, Parte Quarta Ultime Poesie.
Come scrive la Vitagliano il testo si può considerare una sorta di mappa dei sentimenti, della memoria e delle emozioni, in un dialogo intimo e profondo, tra ricordi e immagini di persone amate, perdute e tuttavia mai dimenticate, che nel tempo egli sembra aver fermato, e tramite le quali s’interroga sull’ineluttabilità del destino e sul mistero che avvolge l’esistenza.
Per accedere nell’universo poetico di Olivari è doveroso sottolineare, come già si evidenziava nella sua raccolte precedenti, che il comune determinatore, il fattore x che sottende tutta la sua produzione è quello di un misticismo cristiano vissuto profondamente interiormente ed esteriormente e che è alla base di ogni argomento trattato nei suoi versi.
Il suddetto misticismo si rivela nell’approccio del poeta con le figure alle quali si rivolge o delle quali parla nelle sue poesie e anche nei confronti della Storia che è quella dolorosissima del nazifascismo e della Seconda Guerra Mondiale e c’è nel dolore trattato frequentemente a livello umano un’identificazione con quello del Calvario di Cristo e della sua crocifissione.
Una vena che ha qualcosa di narrativo e affabulante caratterizza le composizioni connotate da una fortissima densità metaforica, sinestesica e semantica nell’incontrovertibile matrice lirica che permea questi componimenti che sono connotati da una forte icasticità e dal dono del turbamento.
I versi sembrano spesso gridati e debordanti ma hanno l’intrinseco pregio di essere sempre controllati e lo stesso dolore per una vita che dà scacco tra malattia, vicende belliche e morte si sublima proprio tramite la parola detta con urgenza e questa capacità di Olivari rende il Nostro sicuramente una delle voci più alte e originali nel panorama contemporaneo della poesia italiana.
Il poiein di Carlo prosegue sempre per accumula e le immagini sgorgano le une dalle altre nei testi compatti e sublimi e sono frequenti in tanto dolori epifanie di Gioia nella Speranza che coincide con la pienezza del bene che alla fine vince sempre sul male.

Raffaele Piazza

venerdì 23 dicembre 2022

BIZZARRIE DELLA CRITICA / POESIA CONTEMPORANEA


Salve ! Tra le pagine di una rivista trimestrale molto diffusa trovo , tra le altre simili, la seguente poesia, della quale taccio l'autore :
"quando tremante affaccio
testa su foglio (su foglio
tremante quando affaccio testa)
testa tremante su foglio
quando affaccio ( o ancora
testa quando tremante)
non è più testa
nè foglio
mentre nè suo precipuo
spazio ma gelo fassi
di quel foglio / testa
ustione quella testa / foglio."
*
La mia povertà di critica, personale, chiede un commento spassionato al lettore che incappa in questi "versi".

mercoledì 21 dicembre 2022

UN PENSIERO = ANTONIO SPAGNUOLO


**OGNI POETA E' IL PRIMO DESTINATARIO DELLA SUA CREATIVITA'. STRUMENTO CHE CERCA IN SE STESSO LE RAGIONI PROFONDE DELL'ESSERCI, ESPLORANDO TRA LE REGOLE FERREE DELL'INCONSCIO E NEL LABIRINTO DISPERSIVO DELLA REALTA'.
ANTONIO SPAGNUOLO .

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARMELA POLITI CENERE


**Carmela Politi Cenere: “La vita privata e gli amori di un monarca illuminato” – Ed. Graus 2019 – pag. 144 - € 12,00-
Federico II di Svevia, un arcobaleno che illumina anni di storia per quella elastica sospensione di una vita privata ricca di avvenimenti e di imprevisti, nel dettagliato racconto capace di sedurre e di affascinare in pagine sorprendentemente incisive.
Un’attempata maestra, intenta alle novità del giorno, prendendo spunto da un documento che riesce a trovare fra le carte ed i volumi del suo antenato, e che contiene preziose informazioni, inizia un racconto emozionante e semplicemente policromatico.
“Ha fatto molti giri quel prezioso scritto prima di giungere a lei e prima ancora al suo papà: era nelle mani di una loro lontanissima, veramente, lontanissima ava, donna Elisabetta, poi venne nelle mani del suo meraviglioso padre, celebre, fecondissimo studioso!”
Sotto la tenda, nel 1194 durante la festa di Santo Stefano a Jesi, esplode il pianto del primo ed unico figlio di Costanza ed Enrico IV. Da qui le luminose giornate che arricchiscono la giovane esistenza, tra poeti, filosofi, scienziati che discutono e fervono sia con dispute feroci e infine con poesie d’amore, o coinvolto nel profumo di cibi genuini e gustosi della cucina napoletana, o impegnato a corteggiare la giovane Bianca Lancia da buon conoscitore di ogni piega dell’animo femminile.
I brani di Carmela Politi Cenere si ricamano con particolare attenzione agli eventi che avvinghiano il biondo rampollo, mescolato alla folla o attento al tramonto, avvinto dalle cerimonie di corte o abilmente attento ai consigli politici, tra parentesi di struggente sensualità,o orgogliosamente coinvolto in una partita di caccia.
Una scrittura accattivante, ricca di rivelazioni preziose, con la frequenza ritmata di memorie attente e ispirate, tra cori e silenzi, tra sospensioni e commozioni, tra mediazioni che tentano di interpretare vibrazioni personali e sobrie morbidezze.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 19 dicembre 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE


FRANCESCA LO BUE: "I Canti del Pilota" - Società Editrice Dante Alighieri 2019 pp.137 Euro 9.50
La poesia è parola emblematica che illumina la grotta delle nostre interiorità sconosciute ( p.9): questo afferma l’autrice nella bellissima introduzione ai Canti del pilota in cui si possono leggere ancora altre sue convinzioni sulla poesia in generale e su tutto ciò che è necessario per intuire e assaporare i significati, le emozioni e le suggestioni del suo ultimo lavoro. Qui, il verso introduce alla Valle della visione, che è la patria dell’Abisso Sacro “ e il presente che respira con l’unicità delle proprie parole.”
Mai come in quest’ultima raccolta la poetica visionaria, onirica ed enigmatica di Lo Bue affonda tra le pieghe dei sogni, nelle foreste del Mito e, come Pizia evocata nel titolo della Presentazione, è oracolo del profondo, rivelazione del nome assoluto, ricerca dell’abbecedario dell’origine, quello da sempre inseguito da Francesca per la costruzione dei nomi, senza i quali il mondo è buio e l’uomo resta cieco.
Con il nome il poeta può conoscere e far conoscere altri nomi, nominando altri paradisi e aprendosi al canto del mistero.
L’autrice è convinta che soltanto nel nome assoluto c’è salvezza e verità e compito del poeta è di avvicinarvisi il più possibile, pescando parole di luce dal fondo della passione e del sogno dove abita il fuoco mirabile, lontano dal quale diveniamo pane di tenebra ( da Scrivere la poesia pp115-117).
Il nome assoluto è l’ispiratore della poesia, è il premio del poeta, è la sua patria, è dimora della parola che salva, lucerna per distinguere le voci necessarie capaci di accendere la visione.
Il Nome, secondo Lo Bue, è anima del rito delle lucciole./ Ed è il cielo seminato di cembali e arpe,/ il cielo del cuore./ Ed è il raggio di un ritmo,/ di un’eco che dimora nelle voci.
Questa è la metafora della Poesia, il lago del cuore dove si specchia l’Infinito, è il suono delle corde più intime e fonde dell’anima, quelle che riecheggiano e fanno intravvedere il Mistero.
Nel suo ultimo libro l’autrice tenta di solcarne le acque fulgide di oscurità addormentate divenendo, lei, Francesca, la timorosa e audace Pilota della sua nave, pronta ad affrontare i geroglifici dell’Ignoto.
*
C.B. 19 dicembre 2022----- Mariagrazia Carraroli

sabato 17 dicembre 2022

POESIA = EDITH DZIEDUSZYCKA


** "In quell'ora"**
In quell’ora un po’ storta
ballavano obliqui
nappa di zucchero
i fiochi vaporosi
Con loro si spandeva
ovattato il silenzio
trafitto dal ronzio
lontano d’un aereo
Pronti alla raccolta suolo ed alberi
con i tetti in attesa della linda mantella
Fu allora in quel vuoto
colmo d’incognita
che percepì l’orecchio
un ronzio lontano
Ben presto tramutato
in rombo lacerante
e perforato il cielo
entità cieca e muta
diventò freccia
onda nera e selvaggia
pronta a lanciare
sulla città dormiente
il suo carico
di bombe intelligenti
*
EDITH DZIEDUSZYCKA
Da “Speciale veramente”, raccolta inedita sulla guerra in Ucraina. 2022

venerdì 16 dicembre 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = ENEA ROVERSI


**Enea Roversi : “Incidenti di percorso” – Ed. puntoacapo 2022 – pag. 82 - € 12,00
In quarta di copertina leggiamo: “certi tragici amori non corrisposti che cos’erano in fondo se non banali incidenti di percorso piccole macchie da cancellare” quasi ad indicare il tragitto esistenziale che questa poesia cerca di rivelare, articolando tra sussurri plastici e incisioni quotidiane.
Le pagine si inseguono con un ritmo costante cercando di ritrovare le occasioni perdute, il sorriso delicato, gli spazi del silenzio, le ombre della solitudine, gli entusiasmi della gioventù, le variazioni di un codice, la vitalità di un incontro, la contemplazione della natura, sublimando l’elemento costitutivo della materia invocata.
“Perdere il tempo a pensare/ cercare un frammento/ la chiave di accesso/ alla verità non detta/ mentre fuori il sole scalda/ e i respiri si dilatano/ sugli avanzi lasciati/ là, a crogiolare/ su piatti ormai gelati.” Ecco un incidente di percorso che avvinghia il poeta e gli mostra quanto inutile sia il filosofare, il vagheggiare inseguendo i fantasmi di una spada che ferisce e lascia storditi.
Il ritmo continua: “si cerca la felicità/ sagome a brandelli/ file interminabili lungo/ le autostrade dei soli/ cataste sacre e profane/ accomunate dal prezzo/ per ogni forma di godimento” in un oscillare di illusioni disincentivate e drammaticamente in opposizione, per una realtà della cui articolazione la soggettività e l’assertività è qualcosa di difficilmente definibile.
Gli elementi di questa poesia si possono quasi tutti ricomporre in aggregamenti che ben delineano la personalità del poeta, avvinto in un tumulto di rappresentazioni, ricche di musicalità ed avvolte nella intelligente dinamica della scrittura.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 13 dicembre 2022

PREMIO DI POESIA = EMILY DICKINSON


****** È stata bandita la XXVII Edizione del Premio Letterario Internazionale EMILY DICKINSON”. Ad organizzarlo è stata l’omonima Associazione, presieduta dalla scrittrice e giornalista pubblicista Dott.ssa Prof.ssa Carmela Politi Cenere.
II Premio si articola in 7 sezioni: libro edito di narrativa o saggio edito; libro edito di poesie, anche in dialetto; libro o racconto inedito, silloge inedita (massimo 10 poesie), poesia inedita in lingua o in dialetto (massimo 40 versi); sez. speciale riservata agli studenti; sez. speciale “Dott. Ing. Ruggiero Cenere” (opere incentrate su tracce valoriali di rilevante peso: autenticità dell’ amore, impegno etico, legalità, etc.).
I testi in triplice copia dovranno pervenire all’Associazione culturale entro il 20 dicembre 2022. Gli interessati dovranno ritirare il Bando presso la Segreteria del Premio (Via Elio Vittorini, 10 – Napoli) o telefonare al numero 081556 98 59.
È stato istituito, inoltre, su segnalazione, un riconoscimento, nell’ambito dello stesso Premio, a personalità del mondo della cultura e delle istituzioni che si sono distinte per meriti e per elevate doti umane.

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** “Attesa”
Quando la notte incide il suo freddo
e afferra il vuoto delle coltri, vertigine
per rammentare il tuo corpo,
per riascoltare il respiro che non è più forma.
Attesa infinita quella parte di tempo
che pulsava alle tempie, a sbalzi e solfeggi
ancora intrappola fra le rughe.
Un demone porge di nuovo le bende
nelle ore senza più valore, senza lusinghe,
ove il tepore delle labbra scarnite,
povere, distrutte dalle assenze,
inventa le arsure dei ricordi,
e le braccia protese confondono
lo specchio infranto con riflessi e illusioni.
Strepito improvviso annulla ogni voce,
invoca il nodo che ti esalta
sul guanciale gelato.
*
ANTONIO SPAGNUOLO
*=
Esper
Cuando la noche graba su frío
y aferra el vacío de las cubiertas, vértigo
para recordar tu cuerpo, y
volver a recordar la respiración que ya no es más forma.
Espera infinita de aquella parte de tiempo
que pulsaba en la cabeza, en brusquedad y solfeos,
en trampa entre las arrugas.
Un demonio me alcanza de nuevo las vendas
en las horas sin más valor, sin deleites,
donde la tibieza de los labios descarnados,
pobres, destruídos por las ausencias,
inventa el ardor de los recuerdos,
y los brazos tendidos confunden
el espejo roto con reflejos e ilusiones.
Estrépito improviso anula toda voz,
invoca el nudo que te exalta
en la almohada helada.br /> *
Traduzione Francesca Lo Bue

lunedì 12 dicembre 2022

SAGGIO CRITICO = GIOVANNI CARDONE


"L'INCONTRO TRA PIER PAOLO PASOLINI E EZRA POUND" ---- Giovanni Cardone --
In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Pasolini e l’incontro con Ezra Pound apro il mio saggio dicendo : Pier Paolo Pasolini uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo il suo pensiero ancora attuale, nel festeggiare i cento anni dalla nascita e nel ricordare questo grande Poeta, volevo evidenziare attraverso una mia ricerca storiografica e scientifica la sua figura apro questo saggio dicendo: La complessa e articolata vicenda artistica e intellettuale di Pier Paolo Pasolini, l’ossessione per l’esprimere e l’esprimersi si pone come forza trainante della sua magmatica produzione, che spazia dalla poesia dialettale alla narrativa, dalla scrittura critica e giornalistica alle sceneggiature teatrali e cinematografiche, dalla pittura alla canzone, dagli interventi radiofonici e televisivi alla grande avventura del cinema. Per lo scrittore, infatti, il linguaggio rappresenta al contempo un elemento di estrema privatezza, che gli consente di instaurare un contatto immediato con le proprie diverse dimensioni di appartenenza, e un veicolo, eminentemente sociale, in grado di superare l’autoreferenzialità per farsi strumento d’azione nel mondo e sul mondo. La ricerca linguistica pasoliniana si inscrive allora in una più ampia concezione dell’esperienza artistica come forma di azione, inscindibile quindi dalla figura dell’autore, che in quanto tale entra a far parte, con ogni suo gesto, parola, presa di posizione, manifestazione pubblica, della totalità della propria opera. La sperimentazione linguistica incarna quindi una condizione necessaria di esistenza, in quanto riflette e al contempo garantisce il suo grado di partecipazione alla realtà circostante: allora, il suo furore comunicativo, al contempo gioioso e tormentato, non può evidentemente essere soddisfatto solo dal patrimonio espressivo del linguaggio verbale, nel quale egli scorge anzi il pericolo dell’impoverimento semantico, ovvero di un graduale scollamento dalla realtà delle cose, che egli rifugge volgendosi a una molteplicità di codici linguistici differenti, nell’ansiosa ricerca di strumenti comunicativi il più possibile autentici e trasparenti. Per tutta la sua vita, Pasolini vive in effetti una sorta di «sofferenza del linguaggio» dovuta alla reciproca estraneità dei differenti codici, i cui confini gli appaiono come barriere rispetto “alla cattura di una presunta realtà immanente» al di fuori di essi: è per questo che egli «non si è mai lasciato andare veramente e sino alle estreme conseguenze alla specificità dei vari linguaggi via via adottati e poi accantonati, per poi essere recuperati, mescidati, contaminati con altri”. In effetti, la pulsione del poeta verso l’universo linguistico incarna l’urgenza esistenziale del doversi esprimere per sopravvivere, il che richiama alla mente la concezione wittgensteiniana del linguaggio come «parte di un’attività, o di una forma di vita» e davvero, per Pasolini, i differenti linguaggi costituiscono altrettante forme di rapportarsi agli altri e al mondo, oltre che di entrare in connessione profonda con i diversi aspetti della propria identità. Il dialetto rappresenta in questo senso sicuramente uno strumento d’elezione, capace di suscitare nel poeta echi profondissimi, riconducendolo al Friuli della sua prima giovinezza e quindi a un’età in cui gioia, purezza, tormento e desiderio erano in lui ancora vivissimi e indistinti: nella visione pasoliniana, il dialetto coincide infatti con l’intero paesaggio naturale e umano delle campagne friulane, configurandosi come lingua dei desideri, della memoria e, soprattutto, come lingua per la poesia, una lingua «che più non si sa» e in cui egli invece scorge la straordinaria capacità di restituire alla Parola il suo potere primigenio, quello di ‘agganciare il mondo’ e contenerlo in sé. Così, non solo egli sceglie di conferire dignità letteraria al dialetto materno di Casarsa, privo di tradizione scritta, utilizzandolo per la sua prima raccolta poetica nel 1942, ma indaga e impiega il romanesco per i suoi romanzi degli anni Cinquanta, dedica numerosi articoli e saggi critici alla riflessione sul ruolo e l’importanza del dialetto fino all’ultimo intervento, a pochi giorni dalla morte, dedicato appunto al ‘volgar’eloquio’, e si impegna con passione e acribia filologica nella riscoperta sia delle opere, misconosciute, dei poeti dialettali novecenteschi, che dei canti popolari tradizionali.
La lingua italiana, d’altro canto, agisce sullo scrittore come un irresistibile fulcro di riflessioni tanto stimolanti quanto problematiche, che vanno dalle considerazioni in merito alla consunzione della lingua letteraria, esprimibile dato anche le vicende storiche succedute, fino alla celebre denuncia nel saggio Nuove questioni linguistiche del 1964 della drammatica assenza di una lingua nazionale in Italia, cui fanno seguito il proclama dell’imminente avvento di una neo-lingua tecnologica e antiespressiva e i vari tentativi, teorici e narrativi, di individuare e sperimentare nuovi ambiti e nuovi usi dell’italiano, per giungere infine agli angosciati appelli degli ultimi anni in merito alla progressiva trasformazione della lingua italiana in uno strumento asservito al Potere borghese, e pertanto degradato, vacuo e menzognero. Parallelamente agli articolati sviluppi della riflessione pasoliniana sulle condizioni e le sorti della lingua italiana, lo scrittore non manca di sperimentarne le differenti varietà: non solo l’italiano colto e letterario, dunque, ma anche differenti linguaggi settoriali, come l’italiano scientifico dei suoi scritti critici, il linguaggio giudiziario si veda il volume Cronaca giudiziaria, persecuzione e morte: «in un paese orribilmente sporco e quello politico-ideologico da intellettuale impegnato, l’italiano giornalistico e quello delle sceneggiature teatrali e cinematografiche, oltre ai registri più bassi dell’italiano informale-trascurato e gergale, cui Pasolini, a partire dagli anni Cinquanta, si interessa particolarmente. Quest’ampia gamma di usi del linguaggio verbale non sembra però soddisfare la frenesia espressiva di Pasolini, che lavora con molti altri materiali diversi, da quelli grafico-pittorici ama disegnare e dipingere alla musica scrive versi che poi diverranno canzoni grazie a maestri quali Ennio Morricone o Piero Piccioni, e saranno interpretati da personaggi del calibro di Domenico Modugno e Sergio Endrigo, fino a quel grande «amalgama di linguaggi eterogenei» che dà vita e sostanza all’universo cinematografico. Il cinema rappresenta in effetti per Pasolini un’esperienza teorica e sperimentale particolarmente significativa, in grado di attrarre a lungo il suo interesse semiologico, dando origine a un’importante serie di riflessioni ispirate alla sua visione del cinema come «lingua scritta della Realtà» , o lingua scritta dell’azione, moderna proiezione del «primo e principale dei linguaggi umani», ovvero “l’azione stessa: in quanto rapporto di reciproca rappresentazione con gli altri e con la realtà fisica” . Egli scorge infatti nella realtà «che è sempre azione» la fisionomia di un vero e proprio linguaggio, in cui gli oggetti sono segni di se stessi, non certo scritti-parlati, ma “iconico-viventi, che rimandano a se stessi» di questo Linguaggio della Realtà, allora, le lingue verbali ‘scritto-parlate’ non sarebbero che un’integrazione, o meglio, delle «traduzioni per evocazione», mentre il cinema ne costituirebbe «il momento “scritto” , in quanto sarebbe in grado di riprodurre meccanicamente tale lingua, dotandola al contempo di una funzione estetico/espressiva. Secondo il regista, allora, «oltre a essere la lingua scritta di questo pragma, il cinema «è forse anche la sua salvezza, appunto perché lo esprime e lo esprime dal suo stesso interno: producendosi da esso e riproducendolo» di qui, la scelta del cinema come strumento d’elezione per una rappresentazione autentica all’immediatezza dell’esistere, che solo attraverso questo linguaggio è possibile, finalmente, trasformare in arte. Così, attraverso questo peculiare strumento comunicativo, l’esperienza artistica non è svincolata dal contatto con il reale, e può anzi realizzare l’eterna utopia pasoliniana di una forma espressiva che sia anche, e soprattutto, un mezzo di intervento nella vita sociale. Ecco quindi che nel cinema si sublima l’ideale pasoliniano dell’espressione come forma di vita, cioè presenza attiva nella realtà; Pasolini sa bene che il cinema non è solo un mezzo di riproduzione del reale, ma è anche, e soprattutto, un mezzo di espressione della propria soggettività più volte parla del ‘cinema di poesia’, inteso come possibilità di svincolarsi dalle tradizionali norme cinematografiche per attingere ai sotterranei aspetti onirici, barbari, irregolari, aggressivi, visionari, arricchendo quindi la lingua del cinema delle caratteristiche «irregolari» proprie di uno stile personale, ma ciò che scorge in questo strumento è soprattutto la possibilità di interagire direttamente con la realtà, ‘inseguendone la sacralità’ e rappresentandola in forma mitica, come manifestazione di energia vitale. Nell’ottica pasoliniana, infatti, è proprio grazie all’accumulo e al reciproco scambio tra linguaggi eterogenei come appunto avviene nel cinema che si può sperare in una rappresentazione sufficientemente complessa, vitale e dinamica della realtà, perché solo «la complessiva interazione tra linguaggi diversi, come nella realtà, garantisce la massima continuità fra la realtà e le sue rappresentazioni.» Questa volontà di «dizione totale della realtà» si realizza in Pasolini come “interscambio, contaminazione e fusione dei generi e dei linguaggi tradizionalmente e rigidamente separati” egli, infatti, non si limita a portare avanti una serrata ed appassionata sperimentazione multimediale, ma oltrepassa ogni confine fra linguaggi e materiali, trasgredisce le loro normali condizioni di utilizzo, le norme e i limiti, e già col giustapporli in tal numero li trasforma, li violenta. Allora, la sua smania comunicativa onnivora e insaziabile, connotata dalla giustapposizione di stili, generi e finalità espressive, dilata all’infinito gli universi del discorso, oppure esonda fino ad attribuire alla parola artistica finalità pratiche, come in una straordinaria performance di cui i testi costituiscono in fondo solo un residuo; così, l’arte di Pasolini finisce per identificarsi con la «disperata vitalità» della sua intera vicenda biografica, in un cortocircuito che ben esemplifica la sua acuta consapevolezza del «senso profondamente vitale e culturale delle scelte linguistiche». La bruciante volontà di esserci, di comunicare, che «fa del linguaggio il centro vitale e propulsore della sua sperimentazione multimediale» , di ogni sua opera artistica, dei suoi saggi critici e degli interventi giornalistici, è infatti la stessa che anima le sue scelte private, umane e civili: riprendendo una bel pensiero di Tullio De Mauro che, a proposito di Pasolini, cita Rilke e la sua formula ‘Gesang ist Dasein’ , nel caso dello scrittore-poeta-regista, si può certamente affermare che, per lui, esprimersi è esistere, nel duplice senso di una vita vissuta sempre sulla scena, fino a diventare parte integrante della propria arte, e di una voce che, con il suo canto, ma anche con le orazioni, i lamenti, le battaglie, coincide con la ragione stessa del proprio esistere. In un intervento, rapido e folgorante, apparso sul “Tempo” del 5 aprile 1974, Pasolini si confrontava per un finale sguardo critico con l’opera e il pensiero di Ezra Pound, in particolare con i Cantos CX-CXVII, traendone spunto anche per una definizione, a suo modo consuntiva, del fascismo del poeta americano e delle ragioni che ne avevano determinato la scelta. L’argomento era delicato e incandescente, dentro la stagione italiana degli anni Settanta infiammata dalle contrapposizioni ideologiche. Ma per Pasolini si trattava di conciliare e giustificare l’ammirazione per le “incantevoli ecolalie” del poeta , fonti anche di lettura “inebriante” così scriveva in un altro appunto del 1973, sempre apparso sul “Tempo” e di poco precedente , con il rigetto per l’orientamento dell’ideologo ammiratore di Mussolini, e infatti stigmatizzato altrove e in più occasioni come artefice di un delirio farneticante, quando non francamente segnato dalla follia.Poteva dunque fiorire il prodigio linguistico di una poesia coltissima, vertiginosa e contaminata di oralità anche sul terreno avversario della destra reazionaria? Fin qui il dilemma. Ma Pasolini trovò una risposta, mettendo in campo la sfida del suo pensiero, sempre inappartenente e liberamente disorganico. Si spinse anzi fino a rintracciare provocatori ma mai equivoci fili di parentela tra sé e quella sorta di monumentale e ingombrante padre statunitense. Pound, dunque, aveva potuto lanciare la sua tumultuosa “chiacchiera al cosmo” in conseguenza e in virtù di una traumatica scoperta, che, molto in anticipo sull’Europa, l’aveva reso “inadattabile a questo mondo” e isolato in un altrove di esule visionario. “Con abnorme precocità”, il Pound cantore dei pionieri di frontiera aveva compreso cioè l’inconciliabilità tra il mondo contadino e il mondo industriale, quasi fossero competitori di una sorta di lotta epocale per la sopravvivenza. “L’esistenza dell’uno – commentava Pasolini- vuole dire la morte (la scomparsa) dell’altro”. Quella tragedia storica, intuita da Pound già sul suolo degli States ma verificata poi in Europa, poteva dunque con legittimità fondante porsi alla radice, più o meno consapevole, di un pensiero e di una scrittura proiettati all’indietro e tesi alla venerazione di un mitico passato rurale delle origini, da contrapporre a contraggenio al presente borghese e alle sue devastanti derive capitalistiche e plutocratiche. Ed era dunque su quei presupposti che si poteva collocare l’adesione poundiana al fascismo, equivocato in motore di “progresso conservatore”, malinteso e, nella sostanza, retorico e di facciata, il quale doveva esercitare “uno strano fascino nell’astoricistico Pound, che lo accepiva in modo del tutto aberrante, ma non senza logica” . Diverso, come è ovvio, e altrettanto inequivocabile, era invece il discorso su quanti si erano poi voluti appropriare dell’autore e della sua opera, per ragioni interessate di furbizia tattica. Ai suoi vampiri di destra, per Pasolini, questo Pound continuava ad opporre lo schermo della sua “altissima cultura”, capace di preservarlo “da una strumentalizzazione sfacciata”. “Il serpentaccio fascista – scriveva con immagine biblica- non ha potuto ingoiare questo spropositato agnello pasquale”.Dato dunque a Cesare quel che è di Cesare e piantati i paletti utili a marcare i necessari confini, a metà degli anni Settanta Pasolini regolò i conti con la complessità controversa di quel colosso della poesia del ‘900, finendo per sovrapporvi la propria fisionomia di intellettuale corsaro e per leggervi in filigrana il motivo condiviso di una comune polemica radicale contro la modernità, responsabile di sviluppo senza progresso e, negli esiti ultimi, di un (irreversibile?) genocidio culturale. In questa convergenza, Pasolini corroborava con altre esplorazioni e superava la settorialità della sua precedente attenzione critica al Pound poeta, di cui infatti aveva isolato la sola esperienza letteraria, e non sempre con afflato di empatia. E’ dalla fine degli anni Cinquanta, con l’esperienza di “Officina”, che il nome di Pound occhieggia tra le parole del Pasolini studioso e recensore in sporadiche e brevi incursioni, che genericamente lo ghettizzano nei recinti del neo-sperimentalismo e della neo-avanguardia, con sottesa sottovalutazione. Apertamente limitativo, in un inedito del 1965, è anche il dantismo di Pound, in quanto fabbro da “laboratorio” che tende a sottoporre il significato di ogni opera di riferimento a “violentazioni addirittura sadiche”: nel caso del poeta della Divina Commedia, poi, con un “uso del tutto arbitrario ed estetizzante”. Insomma, con finale stilettata, per il Pasolini ancora refrattario o non del tutto disponibile, il Dante di Pound è “esattamente come un ebreo nelle mani di Hitler”. Il complesso itinerario pasoliniano di avvicinamento a Pound, in vista di un possibile dialogo, è dunque lungo, conosce una sua evoluzione interna, si articola in un ventaglio sfrangiato di passaggi concettuali e di riverberi testuali. Ma piace ipotizzare che un momento decisivo di svolta sia stato fornito dall’incontro diretto tra i due che avvenne a Venezia sul finire dell’ottobre 1967, con l’occasione delle riprese per una intervista televisiva del più giovane poeta, allora di 45 anni, al vecchio e stanco patriarca statunitense, all’epoca di 82 anni. L’idea era venuta al regista-scrittore Vanni Ronsisvalle, che da parecchi mesi di quell’anno stava lavorando ad un documentario-focus su Pound, ormai autorecluso in un emblematico silenzio nelle sue due residenze italiane, in Liguria e, appunto, nella città lagunare, in Calle Querina. Si era trattato di vincere anche la preconcetta ostilità di Olga Rudge, timorosa che il marito Ezra potesse essere messo sulla graticola o fosse mandato al macello ideologico dal poeta italiano, ormai regista affermato e soprattutto così difforme per scelte di vita . Nulla di tutto questo, invece, si verificò e l’incontro-scontro tra il diavolo e l’acqua santa, paventato alla vigilia, si incanalò piuttosto nei morbidi binari di un gentlemen agreement improntato al reciproco rispetto e ad una insospettabile empatia umana.Lo stesso Pasolini, avvertito dell’incontro solo tre giorni prima e pur di non mancare a quella occasione a suo modo storica, accettò anche le condizioni-capestro poste dallo stesso Pound, che aveva preteso la visione di domande scritte, a cui poi egli avrebbe risposto in seconda battuta. Così appunto avvenne, nei retroscena di una conversazione i cui dettagli sono stati rivelati e chiariti da Ronsisvalle nel 1985. Pasolini, arrivato con l’amato treno da Roma, si presentò nella abitazione di Pound con le sue quattro paginette di appunti, che –ricorda Ronsisvalle- “recitò disciplinatamente”, seduto alla destra del vecchio poeta e intento con intermittenza a schizzare qualche ritratto di lui su dei fogli bianchi. In seguito, Pound fornì con calma le sue ponderate risposte, poi cucite al montaggio nel documentario finale di un’ora che, con la voce pastosa di Arnoldo Foà a leggere i versi poundiani, fu trasmesso dalla Rai nel giugno 1968 all’interno della rubrica “Incontri” di Gastone Favero. Tra l’altro, fu un esempio memorabile di televisione alternativa, poi non più imitata nel degradato intrattenimento permanente del piccolo schermo, di lì a poco commerciale. Fu Pasolini, in apertura, a dichiarare la resa delle armi e la ricerca del dialogo, personalizzando per questo il primo verso della poesia poundiana Patto e sostituendo il nome dello stesso Ezra a quello originario di Walt Whitman.. La risposta di Pound non si fece attendere, quanto alla condivisione di un analogo spirito di disponibilità: “Bene … -disse- Amici, allora … Pax tibi”. Avviata da queste premesse -di ascolto assorto, per il vecchio patriarca; di riverenza mite e visibilmente emozionata, per il più giovane sodale in versi-, non scattò dunque alcuna polemica e anzi lo scambio di parole e sguardi si dipanò nei modi pacati dell’incontro pensoso, come per un passaggio di testimone ideale tra generazioni poetiche pur diversamente atteggiate, da un vecchio di severo aspetto, quasi biblico, ad un erede contemporaneo e, lui pure, non conforme. Singolari, talora, furono anche le consonanze, sollecitate dagli spunti di riflessione suggeriti da Pasolini o dalla sua lettura di poesie poundiane, come nel caso di alcuni versi da Testamento spirituale, e dell’invito in essi contenuto a deporre la “vanità” e a considerare l’”amore” come sola e vera eredità umana. Solidali nel deprecare il saccheggio del paesaggio italiano, impegnati a indagare i valori della poesia e la sua moderna condizione da neo-sperimentalismo linguistico, ovattati in una sorta di rarefatto ed esclusivo cenacolo, i due non mancarono di divergere su una parola carica di senso, usata da Pasolini per instaurare un collegamento logico tra lo stato delle “nazioni industrializzate” e la conseguenza del loro essere “quindi culturalmente avanzate”. Proprio su quel “quindi” Pound ebbe da eccepire, quasi anticipando l’imminente pensiero apocalittico di Pasolini che di lì a poco infatti un “quindi” con quel senso non lo avrebbe usato più . Evidentemente, per i rapporti con Pound, quell’intervista rappresentò un giro di boa e forse Pasolini vi investì anche una sua personale ricerca del padre, recuperato in quei tardi anni Sessanta anche nella riconciliazione con il padre reale e nel bilancio retrospettivo di un tormentato rapporto personale e familiare.Ed è coincidenza, solo apparentemente singolare, quanto avvenne otto anni più tardi, il 21 ottobre 1975, con l’ultimo discorso pubblico di Pasolini pronunciato al Liceo Palmieri di Lecce e noto come Volgar’eloquio, che tra l’altro è espressione poundiana. Lì il rapporto padre-figlio, fondatore-erede appare invertito e ora è Pasolini a sentirsi e autodefinirsi in versi un “anziano” che consegna ad un “ragazzo” un suo decalogo vagamente testamentario di dieci comandamenti rifatti e mutuati dai Cantos. “Hic desinit cantus”, in un congedo definitivo nel nome di un Pound quasi nume tutelare e perfino con elogio depistante della “Destra sublime”. Ma è una Destra da proiezione mentale, utopia “completamente idealizzata”di forza vitale del Passato, su cui la destra storicamente reale non ha punti possibili di contatto, né diritto alcuno di appannaggio. La mostra racconta quindi l’omaggio che Pasolini tributa al poeta (addirittura presentandosi come un figlio che si riconcilia con il padre) dopo anni di rifiuto e ostilità, presentando anche una selezione di documenti storici, articoli di giornali e libri che contestualizzano l’evoluzione del rapporto tra Pasolini e Pound e ripercorrono una storia di devozioni, dubbi, perplessità, considerazioni sul ruolo della poesia e il disastro delle idee. Tra i documenti eccezionali e inediti in mostra, una lettera di Ezra Pound del 1959 indirizzata a Giorgio Almirante contenente una “presa di posizione” e un “Programma alla ricerca di un partito”. Alle narrazioni che emergono dai numerosi materiali d’archivio si aggiungono gli interventi di Allison Grimaldi Donahue, Olaf Nicolai e Luca Vitone, tre autori contemporanei invitati a dare la loro lettura di quanto è avvenuto e a indagare gli echi e le risonanze del pensiero di questi due protagonisti controversi del Novecento letterario, nel solco dei culti sotterranei di fedeltà alla poesia che lo hanno attraversato. * GIOVANNI CARDONE

PREMIO DI POESIA = MACABOR


**PREMIO NAZIONALE DI POESIA--“Vincenzo Pistocchi”
(Prima Edizione)
Macabor Editore (www.macaboreditore.it ) e l’Associazione Culturale Lavisana di Lavis (Trento), con la collaborazione della rivista di poesia “Il sarto di Ulm”, nell’ambito del Festival Internazionale di poesia “POLLINO IN VERSI”, indicono la prima edizione del Premio Nazionale di Poesia intitolato a Vincenzo Pistocchi.
Il concorso si compone di un’unica sezione riservata alla raccolta inedita di poesie.
Ogni autore potrà inviare una raccolta inedita di poesia in lingua italiana (minimo 30 poesie, massimo 70) tramite email a: premiovpistocchi@libero.it - entro e non oltre il 20 febbraio 2023.
La raccolta deve essere completa dell’indirizzo, del numero di telefono e dell’email dell’autore.
La partecipazione al concorso è gratuita.
Tra tutte le sillogi partecipanti la Giuria sceglierà le tre opere migliori che saranno considerate vincitrici ex-aequo del Premio.
Il premio riservato ai tre vincitori del concorso consisterà nella pubblicazione di ognuna delle loro opere in una delle collane di poesia di Macabor Editore. Gli autori riceveranno un contratto regolare di pubblicazione e 20 copie gratuite del proprio libro.
Non ci sarà cerimonia di premiazione. Le opere vincitrici saranno presentate nell’ambito della prima edizione del Festival Internazionale POLLINO IN VERSI (che si svolgerà in Calabria nell’estate del 2023) alla presenza degli autori vincitori che saranno ospiti dell’Organizzazione.
L’esito del Concorso sarà a suo tempo pubblicato sul sito dell’Associazione Culturale Lavisana (www.associazioneculturalelavisana.it ) e sul sito di Macabor Editore (www.macaboreditore.it ).
I nomi dei componenti la giuria saranno resi noti al momento della comunicazione del risultato del Premio.
L’operato della giuria è insindacabile. La partecipazione al Premio impegna all’accettazione di tutte le clausole del presente regolamento.
**
Notizie storiche per Vincenzo Pistocchi
Il caporale Vincenzo Pistocchi nacque a Cerchiara di Calabria (Cosenza) il 20 gennaio 1916 e morì di tubercolosi nel campo di concentramento di Gorlitz (Stalag VIII – A), a quei tempi in Germania (oggi Zgorzelec, in Polonia) il 25 gennaio 1945. A lui è legata la vicenda della gavetta dimenticata a Lavis, un paese del Trentino, che dopo settant’anni, grazie a una famiglia di Lavis che l’ha custodita, è stata consegnata ai familiari del soldato calabrese.
Per conoscere meglio la storia del Caporale Vincenzo Pistocchi e della gavetta dimenticata: https://www.ilmulo.it/2020/07/26/mamma-ritorno-da-te-la-storia-della-gavetta-dimenticata-a-lavis-e-del-soldato-che-la-possedeva.

domenica 11 dicembre 2022

POESIA = RAFFAELLA PLUTINO


** I **
È notte fonda.
Tra anelli di fumo
avverto il sapore dell'alba.
Gli occhi sono spenti,
ma il cuore trova la strada.
*************
** II **
Sono triste,dammi un bacio.
Sfiora le onde del destino,
di una linea confusa.
Forse un giorno
ripaghero' quel tocco,
quel vento che vorrei respirare.
Non voltarti,chiudi gli occhi.
Io sono altrove,a declinare
giorni e rimpianti,canti.
*************
** III **
In questo tempo di cartapesta
il buio si fa padrone,comanda,
rimanda,s'attanaglia
guarda oltre la cortina di pizzo,
fa un vezzo,s'attorciglia,
s'impiglia tra la paglia,
gioca con la luna,fa un guizzo.
S'attarda,mente,si staglia.
*
Raffaella Plutino

lunedì 5 dicembre 2022

POESIA = PIER FRANCESCO GRASSELLI


**Orbite**
Come il fiume deve scorrere verso il mare,
così io devo correre verso di te.
Come la terra ha bisogno che la pioggia
la renda fertile e capace di produrre frutti,
così io ho bisogno che le tue carezze
instillino in me ardori che divampino in parole.
Dicono che solo i pianeti hanno orbite da seguire,
ma io so che anche i poeti ne hanno.
E come tutto rientra nel disegno delle cose,
è inevitabile che fra noi sboccino le rose.
**
**È tornato l’amore**
Stanotte come un lampo è tornato l’amore
e nel tuono che è seguito ho sentito il dolore,
il dolore di Platone, d’esser sempre divisi
il bisogno di fusione di cui siamo intrisi.
Stanotte come un lupo è tornato l’amore
e nel folto del suo pelo ho sorpreso il dolore,
il dolore di Platone, d’esser sempre lontani
di non potersi mai toccare neanche con le mani.
**
**Fiamma**
La vita
non è che un vago tremolio di candela:
un alito di vento
o il soffio di un bambino
dispettoso
possono spegnere la fiamma.
Ma che cos’è meglio? – tenere la candela
dentro la casa
al riparo dal vento
in modo che illumini gli oggetti, i mobili
e le stanze a noi familiari
nelle quali potremmo orientarci
persino nel buio più fitto
o poggiarla sul davanzale
ed esporla con coraggio
al volubile carattere del vento,
rischiando di veder la fiamma spirare nel volgere
di un istante, purché faccia luce e rischiari il cammino
al viandante incerto sulla strada da prendere?
In ogni caso, mai tenere la candela
sotto una campana di vetro:
la fiamma si spegnerebbe
per mancanza di ossigeno.
*
PIER FRANCESCO GRASSELLI
dal volume "Sempre meglio che lavorare"

martedì 29 novembre 2022

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** “Vagabondo”
Trappola l’autunno con i boccioli che non potrai toccare!
Che tu possa ritornare è un assurdo, eppure io cerco ancora,
tra le pieghe che le coltri disegnano, le forme della tua carne.
Nel letto, che la morte ha concesso, il tuo nudo è di marmo rosato.
E il tempo sembra interrompere vibrazioni di luci
mentre l’immagine allunga a sbalzi timorosamente.
Nella dissolvenza dell’abbandono ho visto giungere il buio
ad occhi aperti, e resta l’improbabile vagabondaggio
fra le memorie, insieme con l’apprensione del sopravvivere,
vigile e insonne nel terribile frastuono del pensiero.
La divina follia è un festoso scattar dalla tomba
tra i colori dei vetri ed il filtrare dei fiori profumati,
più oltre si udiva il canto di un flauto solitario
lento nello staccare le note in attesa del segreto di un’ora tarda.
Avrei dovuto aspettare il riflesso di un raggio,
ma la fuga gioca con la punta delle scarpe.
*
ANTONIO SPAGNUOLO
(dal volume "Proiezioni al crepuscolo" - Ed. Macabor 2022)

domenica 27 novembre 2022

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Alessa e il cielo polito**
Sera azzurra a scendere
nell’anima e nel corpo
di ragazza Alessia rosavestita
per la vita.
Si sono schiuse le abetaie
che al Parco Virgiliano
portano in esatta armonia
(tanto Giovanni non mi lascia).
A poco a poco il volo radente
e di platino delle rondini
squarcia il cielo in un arabesco
di stelle e va la luna a detergere
ferite con lattescente balsamo.
La strada per l’albereto dell’amore.
La strada del per sempre.
Il cielo polito libera di Alessia
il pensiero e ci sarà raccolto.
*
*
"Al cinema Alessia"
Sala pari a golfo mistico
cinema per Alessia
mano nella mano con Giovanni.
Guardano “Il posto delle fragole”.
Sequenze in bianco e nero contro il mal d’aurora per Alessia
pervasa dagli occhi di Giovanni.
Attimi rosapesca e la fabula
si fa favola ed entra Alessia
nello schermo e attrice diviene.
Recita la vita. Segue il film
Alessia nell’uscire dal suo,
dove era prigioniera. Si libera
Alessia.
*
Raffaele Piazza

giovedì 24 novembre 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = DELMA CIGARINI


**Delma Cigarini – "Sensazioni" -- Metafore in movimento - Roma – 2022 - pag. 161 - € 16.00
La presente raccolta di Delma Cigarini presenta una prefazione di Giulia Calfapietro esauriente e ricca di acribia.
Intitolare un volume di poesie Sensazioni pare essere un elemento di carattere implicitamente ridondante perché è ovvio che la poesia stessa ipostaticamente trasmetta nel lettore sensazioni e il discorso della Cigarini, impostato sul piano del neolirico e dell’elegiaco, bene si adatta per veicolare questo tipo di messaggio che è universale nella storia della poesia di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Del resto sottotitolare l’opera con la definizione metafore in movimento è un elemento che pare essere sotteso alla consapevole coscienza letteraria di Delma perché l’epifania della poesia stessa è fatta di metafore e se si sottolinea che le metafore stesse sono appunto fluttuanti sulla pagina, sono il precipitato della poetica stessa e del poiein dell’autrice, si coglie nel segno perché la poesia della Cigarini, nel suo essere debordante e carica di senso, bene si adatta alle denominazioni suddette.
Il volume non presenta scansioni e per la sua unitarietà formale, stilistica e contenutistica potrebbe essere considerato un poemetto. Un inno alla vita attraverso l’amore e l’esaltazione della natura pare essere questa raccolta della raffinata poetessa. E questo a partire dalla poesia eponima che apre il libro e ci trasmette appunto la sensazione di un universo naturalistico caleidoscopico e magico. La buona esplosione della stagione aurorale e primaverile pare dipanarsi nei versi carichi di sospensione e visionarietà. La poetessa in un discorso che sembrerebbe spinoziano secondo la definizione deus sive natura dice con urgenza la primavera che ha la forza vitale dell’aurora in un salutare naufragare nelle cose della natura che ci riporta alla memoria L’infinito di Giacomo Leopardi. Il tutto s’inserisce in un discorso panteistico di fusione con la natura stessa, discorso che è anche neoclassicistico secondo la definizione di Goethe della natura stessa di abito vivente della divinità.
E tra i riferimenti possibili alla cifra essenziale della poetica di questa autrice non può non venire in mente il premio Nobel della poesia del 1913 Tagore che espresse mirabilmente il suo amore per la vita e per la natura nel suo Il canto per la vita.
Nell’amplesso cosmico dell’essere che abbraccia l’universo si ritrova la chiave d’accesso per entrare nelle ragioni di questo libro, e, del resto, l’autrice potrebbe anche essere definita poetessa della metafora vegetale, per le tante specie vegetali che nel fitto discorso vengono nominate e si fanno correlativo oggettivo delle tonalità affettive della gioia dell’esserci sotto specie umana.
E in quel fasto multicolore di erbe officinali in un campo odoroso svettano forsizie e fior di pesco e inflorescenze di alberi da frutto a corollare sulla nostra pelle SENSAZIONI.
È quindi tutto un interanimarsi dell’io-poetante con il creato, che sembra riportare alla memoria e alla mente il Cantico delle creature di San Francesco, che non è a caso il santo proterrote dei poeti.
*
RAFFAELE PIAZZA

POESIA = RODOLFO GRANAFEI


**EPIFANIA**
Come una fiammante Ferrari
Procedendo al minimo
Attraversa le file grigie
Di noi che passo passo
Strisciamo verso la cassa
- L’effetto è la stessa
Torsione del collo
A inseguire il rossofiamma
Del cappottino su minigonna viola,
le lunghe toniche gambe
ben piantate sul tacco 12
e lo chignon che la eleva
verso/oltre i 190 centimetri.
Ma il suo fondo terrestre
Si rivela nella lite con la vecchietta
- Lei non sa leggere! -
Che poco più alta del pianocassa
Alza gli occhi verso l’apparizione
Flebilmente osservando: - Però è maleducata..
Come non parlasse nessuno
La fanciullaFerrari resta in fila sbuffando,
un padre o chi ne fa le veci
tracagnotto mezzo metro più basso
traffica con merci varie,
lei col naso al soffitto
a volte lo abbassa degnandosi di scostare
con la punta delle unghie
pacchetti sottovuoti buste.
Poi aspetta impazientemente
Che il vicepadre imbusti tutto,
gingillandosi con una miniminerale.
14-16.10.20
*
RODOLFO GRANAFEI

martedì 22 novembre 2022

NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DI PIER PAOLO PASOLINI


Giovanni Cardone
*
PIERPAOLO PASOLINI E L'ESPRESSIONE LINGUISTICA NELCENTENARIO DELLA SUA NASCITA
Pier Paolo Pasolini uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo il suo pensiero ancora attuale, nel festeggiare i cento anni dalla nascita e nel ricordare questo grande Poeta, volevo evidenziare attraverso una mia ricerca storiografica e scientifica la sua figura apro questo saggio dicendo: La complessa e articolata vicenda artistica e intellettuale di Pier Paolo Pasolini, l’ossessione per l’esprimere e l’esprimersi si pone come forza trainante della sua magmatica produzione, che spazia dalla poesia dialettale alla narrativa, dalla scrittura critica e giornalistica alle sceneggiature teatrali e cinematografiche, dalla pittura alla canzone, dagli interventi radiofonici e televisivi alla grande avventura del cinema. Per lo scrittore, infatti, il linguaggio rappresenta al contempo un elemento di estrema privatezza, che gli consente di instaurare un contatto immediato con le proprie diverse dimensioni di appartenenza, e un veicolo, eminentemente sociale, in grado di superare l’autoreferenzialità per farsi strumento d’azione nel mondo e sul mondo. La ricerca linguistica pasoliniana si inscrive allora in una più ampia concezione dell’esperienza artistica come forma di azione, inscindibile quindi dalla figura dell’autore, che in quanto tale entra a far parte, con ogni suo gesto, parola, presa di posizione, manifestazione pubblica, della totalità della propria opera. La sperimentazione linguistica incarna quindi una condizione necessaria di esistenza, in quanto riflette e al contempo garantisce il suo grado di partecipazione alla realtà circostante: allora, il suo furore comunicativo, al contempo gioioso e tormentato, non può evidentemente essere soddisfatto solo dal patrimonio espressivo del linguaggio verbale, nel quale egli scorge anzi il pericolo dell’impoverimento semantico, ovvero di un graduale scollamento dalla realtà delle cose, che egli rifugge volgendosi a una molteplicità di codici linguistici differenti, nell’ansiosa ricerca di strumenti comunicativi il più possibile autentici e trasparenti. Per tutta la sua vita, Pasolini vive in effetti una sorta di «sofferenza del linguaggio» dovuta alla reciproca estraneità dei differenti codici, i cui confini gli appaiono come barriere rispetto “alla cattura di una presunta realtà immanente» al di fuori di essi: è per questo che egli «non si è mai lasciato andare veramente e sino alle estreme conseguenze alla specificità dei vari linguaggi via via adottati e poi accantonati, per poi essere recuperati, mescidati, contaminati con altri”. In effetti, la pulsione del poeta verso l’universo linguistico incarna l’urgenza esistenziale del doversi esprimere per sopravvivere, il che richiama alla mente la concezione wittgensteiniana del linguaggio come «parte di un’attività, o di una forma di vita» e davvero, per Pasolini, i differenti linguaggi costituiscono altrettante forme di rapportarsi agli altri e al mondo, oltre che di entrare in connessione profonda con i diversi aspetti della propria identità. Il dialetto rappresenta in questo senso sicuramente uno strumento d’elezione, capace di suscitare nel poeta echi profondissimi, riconducendolo al Friuli della sua prima giovinezza e quindi a un’età in cui gioia, purezza, tormento e desiderio erano in lui ancora vivissimi e indistinti: nella visione pasoliniana, il dialetto coincide infatti con l’intero paesaggio naturale e umano delle campagne friulane, configurandosi come lingua dei desideri, della memoria e, soprattutto, come lingua per la poesia, una lingua «che più non si sa» e in cui egli invece scorge la straordinaria capacità di restituire alla Parola il suo potere primigenio, quello di ‘agganciare il mondo’ e contenerlo in sé. Così, non solo egli sceglie di conferire dignità letteraria al dialetto materno di Casarsa, privo di tradizione scritta, utilizzandolo per la sua prima raccolta poetica nel 1942, ma indaga e impiega il romanesco per i suoi romanzi degli anni Cinquanta, dedica numerosi articoli e saggi critici alla riflessione sul ruolo e l’importanza del dialetto fino all’ultimo intervento, a pochi giorni dalla morte, dedicato appunto al ‘volgar’eloquio’, e si impegna con passione e acribia filologica nella riscoperta sia delle opere, misconosciute, dei poeti dialettali novecenteschi, che dei canti popolari tradizionali. La lingua italiana, d’altro canto, agisce sullo scrittore come un irresistibile fulcro di riflessioni tanto stimolanti quanto problematiche, che vanno dalle considerazioni in merito alla consunzione della lingua letteraria, esprimibile dato anche le vicende storiche succedute, fino alla celebre denuncia nel saggio Nuove questioni linguistiche del 1964 della drammatica assenza di una lingua nazionale in Italia, cui fanno seguito il proclama dell’imminente avvento di una neo-lingua tecnologica e antiespressiva e i vari tentativi, teorici e narrativi, di individuare e sperimentare nuovi ambiti e nuovi usi dell’italiano, per giungere infine agli angosciati appelli degli ultimi anni in merito alla progressiva trasformazione della lingua italiana in uno strumento asservito al Potere borghese, e pertanto degradato, vacuo e menzognero. Parallelamente agli articolati sviluppi della riflessione pasoliniana sulle condizioni e le sorti della lingua italiana, lo scrittore non manca di sperimentarne le differenti varietà: non solo l’italiano colto e letterario, dunque, ma anche differenti linguaggi settoriali, come l’italiano scientifico dei suoi scritti critici, il linguaggio giudiziario si veda il volume Cronaca giudiziaria, persecuzione e morte: «in un paese orribilmente sporco e quello politico-ideologico da intellettuale impegnato, l’italiano giornalistico e quello delle sceneggiature teatrali e cinematografiche, oltre ai registri più bassi dell’italiano informale-trascurato e gergale, cui Pasolini, a partire dagli anni Cinquanta, si interessa particolarmente. Quest’ampia gamma di usi del linguaggio verbale non sembra però soddisfare la frenesia espressiva di Pasolini, che lavora con molti altri materiali diversi, da quelli grafico-pittorici ama disegnare e dipingere alla musica scrive versi che poi diverranno canzoni grazie a maestri quali Ennio Morricone o Piero Piccioni, e saranno interpretati da personaggi del calibro di Domenico Modugno e Sergio Endrigo, fino a quel grande «amalgama di linguaggi eterogenei» che dà vita e sostanza all’universo cinematografico. Il cinema rappresenta in effetti per Pasolini un’esperienza teorica e sperimentale particolarmente significativa, in grado di attrarre a lungo il suo interesse semiologico, dando origine a un’importante serie di riflessioni ispirate alla sua visione del cinema come «lingua scritta della Realtà» , o lingua scritta dell’azione, moderna proiezione del «primo e principale dei linguaggi umani», ovvero “l’azione stessa: in quanto rapporto di reciproca rappresentazione con gli altri e con la realtà fisica” . Egli scorge infatti nella realtà «che è sempre azione» la fisionomia di un vero e proprio linguaggio, in cui gli oggetti sono segni di se stessi, non certo scritti-parlati, ma “iconico-viventi, che rimandano a se stessi» di questo Linguaggio della Realtà, allora, le lingue verbali ‘scritto-parlate’ non sarebbero che un’integrazione, o meglio, delle «traduzioni per evocazione», mentre il cinema ne costituirebbe «il momento “scritto” , in quanto sarebbe in grado di riprodurre meccanicamente tale lingua, dotandola al contempo di una funzione estetico/espressiva. Secondo il regista, allora, «oltre a essere la lingua scritta di questo pragma, il cinema «è forse anche la sua salvezza, appunto perché lo esprime e lo esprime dal suo stesso interno: producendosi da esso e riproducendolo» di qui, la scelta del cinema come strumento d’elezione per una rappresentazione autentica all’immediatezza dell’esistere, che solo attraverso questo linguaggio è possibile, finalmente, trasformare in arte. Così, attraverso questo peculiare strumento comunicativo, l’esperienza artistica non è svincolata dal contatto con il reale, e può anzi realizzare l’eterna utopia pasoliniana di una forma espressiva che sia anche, e soprattutto, un mezzo di intervento nella vita sociale. Ecco quindi che nel cinema si sublima l’ideale pasoliniano dell’espressione come forma di vita, cioè presenza attiva nella realtà; Pasolini sa bene che il cinema non è solo un mezzo di riproduzione del reale, ma è anche, e soprattutto, un mezzo di espressione della propria soggettività più volte parla del ‘cinema di poesia’, inteso come possibilità di svincolarsi dalle tradizionali norme cinematografiche per attingere ai sotterranei aspetti onirici, barbari, irregolari, aggressivi, visionari, arricchendo quindi la lingua del cinema delle caratteristiche «irregolari» proprie di uno stile personale, ma ciò che scorge in questo strumento è soprattutto la possibilità di interagire direttamente con la realtà, ‘inseguendone la sacralità’ e rappresentandola in forma mitica, come manifestazione di energia vitale. Nell’ottica pasoliniana, infatti, è proprio grazie all’accumulo e al reciproco scambio tra linguaggi eterogenei come appunto avviene nel cinema che si può sperare in una rappresentazione sufficientemente complessa, vitale e dinamica della realtà, perché solo «la complessiva interazione tra linguaggi diversi, come nella realtà, garantisce la massima continuità fra la realtà e le sue rappresentazioni.» Questa volontà di «dizione totale della realtà» si realizza in Pasolini come “interscambio, contaminazione e fusione dei generi e dei linguaggi tradizionalmente e rigidamente separati” egli, infatti, non si limita a portare avanti una serrata ed appassionata sperimentazione multimediale, ma oltrepassa ogni confine fra linguaggi e materiali, trasgredisce le loro normali condizioni di utilizzo, le norme e i limiti, e già col giustapporli in tal numero li trasforma, li violenta. Allora, la sua smania comunicativa onnivora e insaziabile, connotata dalla giustapposizione di stili, generi e finalità espressive, dilata all’infinito gli universi del discorso, oppure esonda fino ad attribuire alla parola artistica finalità pratiche, come in una straordinaria performance di cui i testi costituiscono in fondo solo un residuo; così, l’arte di Pasolini finisce per identificarsi con la «disperata vitalità» della sua intera vicenda biografica, in un cortocircuito che ben esemplifica la sua acuta consapevolezza del «senso profondamente vitale e culturale delle scelte linguistiche». La bruciante volontà di esserci, di comunicare, che «fa del linguaggio il centro vitale e propulsore della sua sperimentazione multimediale» , di ogni sua opera artistica, dei suoi saggi critici e degli interventi giornalistici, è infatti la stessa che anima le sue scelte private, umane e civili: riprendendo una bel pensiero di Tullio De Mauro che, a proposito di Pasolini, cita Rilke e la sua formula ‘Gesang ist Dasein’ , nel caso dello scrittore-poeta-regista, si può certamente affermare che, per lui, esprimersi è esistere, nel duplice senso di una vita vissuta sempre sulla scena, fino a diventare parte integrante della propria arte, e di una voce che, con il suo canto, ma anche con le orazioni, i lamenti, le battaglie, coincide con la ragione stessa del proprio esistere.
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GIOVANNI CARDONE

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANDREA ROMPIANESI


Andrea Rompianesi: “Tracce di pellicola da film sulla costa di ponente” – Book Editore– pag.80 - €15,00
Già dal titolo il lettore frettoloso ha un impatto un poco rugginoso, nell’ accettabile dubbio che un tale avvio suscita per la molteplice possibilità di interpretazione. Ma appare chiaro il coinvolgimento dell’autore in un vertiginoso carosello di flash, che diventano pagina dopo pagina dei veri e propri fotogrammi, luminosamente alternati al lampeggiare dei ricordi e alle figurazioni inseguite dall’intreccio pirotecnico delle comparse.
Scrittura serrata, scelta del vocabolo con accurata sobrietà, per un racconto a sbalzi e ritorni, soste e sguardi, sospetti e riferimenti, pennellate e riflessi scoppiettanti, nel distendersi di un afflato poetico del tutto ricamato dalla fuga immaginativa.
Sono giorni trascorsi tra le luci che seducono e scandiscono i tempi, tra le attese di antiche terrazze sospese sul mare, tra le sagome di personaggi ormai lontani, tra i passi ancora leggeri lungo un viale inanimato, tra imprevisti dietro gli angoli rapidi, tra gli striduli richiami dei gabbiani e i tavoli invitanti di una trattoria.
I ritmi del presente si intrecciano così nel fascino avvolgente di un percorso intimamente disegnato, fondendosi a volte nella storia più grande del quotidiano, riflesso con perfetta distribuzione dei tempi in una catena poliedrica di inflorescenze armoniche.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 21 novembre 2022

UN COMMENTO AL VIDEO ARCA DELLA POESIA del 22 novembre


** I miei più sinceri complimenti, caro Antonio Spagnuolo, per l'attenta e profonda cura con cui hai dialogato con i relatori convenuti sulla tua poetica e stilema, nella trasmissione "L'arca della poesia". Ho ascoltato con molto interesse i temi e le tematiche che prendendo spunto solo da alcuni versi della tua vasta poesia, e portano in ogni dove a perquisire, osservare, scrutare diversità, cambiamenti epocali i quali mentre si registrano effettivi, concreti, conclamano al loro fianco, sull'altra parallela, una vacuità di essere, di viversi, vivere, vedersi vivere che negli ultimi decenni sta scivolando nelle più ombratili e melmose sabbie mobili....Altro elemento molto caro a Spagnuolo il quale, intervenendo qui in diretta, lo dispiega e illumina con pacata ed anche rattristita sicurezza, nella consapevolezza di non poter essere smentito, é il sentimento della decadenza che sta deteriorando lentamente, i virgulti alti che hanno sempre portato, la linfa della grande cultura, della narrazione dell'umanità quale distintivo eccellente del transitare terreno... Spagnuolo lo dice chiaramente e con partecipata esperienza negativa, che un uomo senza memoria, è un uomo fantoccio, un uomo che si piega su se stesso e si spezza, si discioglie e dissolve lasciando di sé.... ai posteri.... non si sa cosa.... Cosa? Dunque, cosa è domanda implicita che Spagnuolo formula alla platea sensibile a costruire e fondare universi infiniti, attraverso lingue e linguaggi, affinché giammai l'uomo lasci scadere il valore, la ricchezza, la bellezza estetica, unana, sociale, politica e non solo, di narrarsi nel suo tempo e, narrandosi, costutuirsi testimone di progresso, evoluzioni e civiltà... " La Poesia è scavo"... ci dice con trasporto fisico e sensoriale, il poeta Spagnuolo... Bisogna continuare a scavare, anzi è d'uopo estendere gli scavi, in ambiti forse non ancora intaccati, per insorgere e vivificare altro ed altro ed ancora altro... perché la poesia stessa è altro, ciò che diviene in mano senza che il poeta abbia fatto nulla per forgiare quella forma e non un'altra!...Egli segue perpetuamente la scia, la fragranza, la sua essenza che annusa nell'aria, come profumo acre e delizioso d'incenso..... Complimenti, caro Antonio Spagnuolo....
ALFONSINA CATERINO

domenica 20 novembre 2022

NOVITA' IN RETE = BALESTRIERE E GLOSSE


Nuovo Blog alla ricerca della poesia, ricco di novità e di speranze. Pasquale Balestriere ha dato vita ad una nuova palestra scrivendo: **Perché Glosse alla vita**
La vita è un testo che si dispiega in una sorta di libro, in cui convivono forme, suoni, colori, parole, azioni: per ognuno di noi, esseri caduchi, precari, transeunti. Tuttavia non sempre siamo in grado di leggere questo libro che pur ci appartiene. O forse non vogliamo. Eppure il libro c’è, sta lì, si arricchisce giorno per giorno, ci invita, ammicca… Se accade di leggerlo, può capitare di annotarlo: con riflessioni, constatazioni, opinioni. Glosse, se vogliamo usare una voce nobile e antica; glosse che qui sono espresse prevalentemente in poesia. GLOSSE ALLA VITA, dunque.
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contatti : https://glosseallavita.it ---

venerdì 18 novembre 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE


**Francesca Lo Bue, Albero di alfabeti, Árbol de alfabetos, Raccolta poetica bilingue, pp. 69, € 8,00, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2020
Albero di alfabeti è una nuova interessante prova poetica di Francesca Lo Bue, poetessa italo- argentina, da anni trapiantata a Roma, che ha già al suo attivo diverse raccolte di poesie tra cui Moiras, Edizione Scienze e Lettere, Bardi editore Roma 2012, Itinerari- Itinerarios, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2017, con le quali si è fatta conoscere al pubblico, ottenendo lusinghieri apprezzamenti dalla critica.
Quello di Francesca Lo Bue è un caso davvero singolare di un doppio espatrio: lasciata l'Italia ancora bambina con la sua famiglia che, alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, si traferì in Argentina da Lercara Friddi nel palermitano, vi ritorna nel 1979, dopo la laurea in Lettere e Filosofia conseguita presso l'Università Nazionale di Cuyo di Mendoza, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri Italiano, stabilendosi nella capitale, dove, tra l'altro, ha l'opportunità di specializzarsi in Filologia Romanza alla “Sapienza” sotto la guida del professor Aurelio Roncaglia, il quale intuì per primo le sue potenzialità di studiosa della parola.
Le due lingue: l' italiano, appreso in età pre-scolare, verosimilmente mescolato al dialetto ( in seguito riconquistato attraverso gli studi universitari e a contatto con la lingua viva) e lo spagnolo (la lingua acquisita in Argentina e che l'ha fortemente plasmata culturalmente) sono rimaste entrambe dentro di lei ponendosi all'incrocio del suo lavoro poetico. Francesca, di fronte alla scrittura, si trova perennemente davanti alle sue due lingue-come alle due patrie che si porta dentro- senza poter scegliere tra l'una e l'altra. Per questo le sue poesie presentano una doppia redazione in spagnolo e in italiano, dove la prima non va considerata, come erroneamente si potrebbe pensare, il testo a fronte della seconda, bensì un testo che coesiste accanto al primo.
Con questi presupposti non sarà difficile comprendere come il linguaggio sia presto diventato il fulcro del suo itinerario poetico che in questo Albero di alfabeti trova la sua formula più esplicita e radicale.
Citando in esergo un verso del poeta spagnolo Gerardo Diego: “La vida es un único verso interminable”, Francesca Lo Bue costruisce, misurandosi con la tecnica dell'acrostico alfabetico - partendo dalla A fino alla Z- una doppia sequenza di componimenti in versi liberi in italiano e in spagnolo (e viceversa) proprio come fa un albero che propaga le sue fronde. L'incipit del suo discorso poetico è aperto dalla lettera A “Aspirazione è dissotterare il ritmo del tuo/ alfabeto./Acque solenni desidera il mio cuore che mastica desolazione,/aria limpida e sedili di pietra per leggere nei solchi del tuo/abaco enigmatico” - Aspiración es desenterrar el ritmo de tu /alfabeto./ Aguas solemnes quieren mi corazón que mastica desolación,/ aire limpido y asiento de pietra para leer en los surcos de tu/ abaco enigmático”, p.9.
Si tratta indubbiamente di una dichiarazione di poetica, ma per comprenderne appieno il significato vale la pena di richiamare qui di seguito alcune riflessioni premesse dalla stessa autrice nell'Introduzione e che ci guidano nella decifrazione di una raccolta che a una prima lettura appare criptica se non addirittura astratta: “L'alfabeto germina dal caos”...”L'alfabeto è vita e ordine di suoni che divengono sensi, sentimenti, pensieri, visioni, armonie del vero, intuizioni dell'universale” (p.5); “Nel grande alveo dell'alfabeto - il linguaggio- c'è un io che dice testardamente i nomi”(p.6).
E' del tutto evidente da queste annotazioni che Francesca non ha fatto ricorso a questa tecnica come ad uno strumento ludico con cui sperimentare le sue capacità retoriche (e il sospetto, in un primo momento, potrebbe essere giustificato), al contrario per lei l'alfabeto è fertile humus in cui sono depositate le parole che aspettano di essere chiamate ad una ad una a nuova vita . Leggiamo la poesia a p. 53 corrispondente alla lettera P: “Palabra, de ti espero. Apojo mis / pasos claudicantes en las sendas de tus melodìas”. “Parola aspetto da te/ passi nel sentiero delle tue melodie”.
La ricerca della parola poetica non è mai agevole, spesso coincide con l'attesa (Pazienza! Nell'aria /plumbea dello stagno le/paulonie imputridiscono”, p.24) oppure con la solitudine (Solitudine,/ salice nel declivio,/ sapore di esilio, crogiulo bruciato” - “ Soledad, / sauce en el declive./ Sabor de exilio, alquimia quemada”, p. 27). Talvolta sembra invece germogliare del tutto inaspettata come nei bellissimi versi dell'acrostico contrassegnato dalla G “Girasoli feriti dal vento d'aprile, /girandole di fecondità”- “Girasoles se abren al viento de abril /griales de fecunditad” p.15).
Francesca raramente fa trapelare dai versi il suo vissuto: la sua poesia è visionaria, allusiva; sta al lettore coglierne gli indizi che potrebbero riguardarla e ci sembra che questo accada, ad esempio, nei versi del componimento contrassegnato dalla lettera B “Braccia fraterne s'annodano nella cella di una prigione sperduta e nelle / bocche il silenzio è devastato dal grido” - “Brazos hermanados se jiuntan en la oscura celda de una prision perdida y en las / bocas el silencio devasta el grito”, p.10 dai quali sembra affiorare il ricordo mai sopito del golpe militare avvenuto in Argentina nel 1976, proprio negli anni della sua giovinezza. “La storia, di per sé obliata, si vivifica quando c'è un lettore” (Itinerarios, p.3): e quel lettore Francesca l'ha trovato.
La raccolta si chiude con una piccola silloge di traduzioni da Pablo Neruda, Emily Dickinson e Kavafis, poeti lontani tra loro, ma qui accomunati dal tema dell'esilio, della lontananza e della prigione, temi molto sentiti dall'autrice.
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Gabriella Milan