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Tra sperimentazione e durata: riflessioni aperte=
Contributo per il dibattito, di
Marianna Colafati
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Oggi, osservando il panorama poetico, mi sembra evidente che la vera forza della poesia risieda
proprio nella sua straordinaria, quasi caotica, molteplicità. Se penso a tutto quello che accade
intorno a noi – dallo slam poetry alla poesia algoritmica, passando per l’empatismo o le
scritture performative – mi rendo conto che il concetto stesso di “testo” sta esplodendo. Per
me, la poesia non è più soltanto quella cosa che leggiamo sulla pagina: è diventata voce, corpo,
evento, rete. È un’esperienza che vive di interazione.
Guardando al futuro, credo che non potremo fare a meno di una contaminazione sempre più
spinta tra i linguaggi. L’intelligenza artificiale o gli spazi digitali non mi spaventano: al contrario,
penso che ci offrano strumenti di esplorazione immaginativa inediti. Certo, ci costringono a
chiederci cosa significhi ancora essere “creativi”, ma è una sfida che trovo stimolante. Non
credo affatto che la tecnologia sostituirà l’autore; credo piuttosto che saremo chiamati a
collaborare con essa per costruire qualcosa di nuovo.
D’altro canto, però, sento forte il bisogno di tornare a una dimensione comunitaria, e credo che
il successo dello slam e dello spoken word sia la risposta a questa necessità. In un mondo che
corre troppo veloce, la performance poetica ci restituisce qualcosa di prezioso: l’ascolto, la
presenza, il valore della condivisione. La poesia torna a essere un’esperienza collettiva,
smettendo di essere soltanto un momento solitario di lettura.
Eppure, a mio parere, ogni spinta verso il nuovo perde di senso se non sa fare i conti con la
tradizione. Non vedo la poesia “classicheggiante” come un nemico, ma come una palestra
necessaria: è lì che impariamo il lavoro sulla lingua, sul ritmo, sulla memoria culturale.
Tuttavia, per me, legarsi a ciò che è stato non significa rifugiarsi in un passato cristallizzato.
Anzi, credo che oggi sia fondamentale mantenere un legame saldo con i maestri, ma con la
consapevolezza che non è più il tempo dei lirismi eccessivi o di certi cliché che hanno fatto il
loro tempo.
Secondo me, la poesia deve sapersi adeguare al presente. Non possiamo continuare a parlare
come se il mondo fuori non stesse cambiando drasticamente: abbiamo il compito di
confrontarci con temi attuali, con le urgenze del nostro tempo, rendendo la scrittura al passo
con la realtà che viviamo. Le opere che trovo più interessanti sono proprio quelle che riescono
a far dialogare questa solida eredità classica con una sensibilità contemporanea, che non ha
paura di sporcarsi le mani con l’attualità.
Il rischio, altrimenti, è l’autoreferenzialità. La poesia, per me, è viva solo quando riesce a
tradurre l’esperienza umana in conoscenza sensibile, che si usi una penna, una voce o un
algoritmo.
In conclusione, non credo che il futuro appartenga a una singola “scuola” di pensiero. Credo
che apparterrà a quelle opere capaci di tenere insieme profondità espressiva, consapevolezza
culturale e apertura totale al nuovo. Le etichette critiche passeranno, ma ciò che resterà, da
Omero alle scritture digitali, sarà sempre lo stesso nucleo: la nostra necessità di dare forma,
attraverso la parola, a ciò che altrimenti resterebbe indicibile.=

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