sabato 25 luglio 2026

DIBATTITO = SECONDO INTERVENTO

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GIANFRANCO ISETTA==
DOVE VA LA POESIA==
Come materia siamo una delle tante forme della natura, siamo qualcosa solo in relazione con gli altri essenti. E con la poesia c'è la possibilità di descrivere le cose attraverso la capacità delle parole, di metterle in luce in un istante, attraverso intuizioni improvvise come un salto quantico. Un istante della nostra esistenza che può essere contemporaneamente verità e bellezza. Perché a fronte del destino necessario, che ci imprigiona per nostra volontà, la bellezza è ciò che la poesia ci può regalare, al di fuori di ogni ricerca di senso., che non ha senso alcuno per ogni essente che è sé. Poesia può allora diventare ricerca di una via d’uscita dalla stessa filosofia anche attraverso l’inconscio che ci guida, disarticolando le visioni convenzionali del mondo. Nello stesso tempo attingendo dal pensiero contemporaneo e passato, patrimonio eterno, un pensare vagante che percorre il tempo e gli essenti. La poesia per me e costruzione di una realtà che è anche rappresentazione del mondo, un mondo fatto di relazioni tra esseri viventi e non, tutti parti di un’unica natura. Un’altra riflessione che mi ha spinto a scrivere riguarda i limiti della percezione umana: non possiamo vedere la natura fondamentalmente bizzarra della realtà fisica, perché viviamo in un piccolo spazio dell’universo dove le velocita sono piccole e gli oggetti troppo grandi per lasciarci scorgere le dimensioni minime. E questa natura ambigua del rapporto con l’esterno – e in fondo con noi stessi – che mi attrae nel fare poesia, nel “costruire” (poiein) poesia. I temi fondamentali diventano la natura, il tempo e i ricordi legati al tempo. Cerco di affrontarli attingendo al lirismo classico reinterpretato sui temi dell’attualità, nell’idea dell’incontro tra poesia scienza e filosofia. La scienza e per me una lente per indagare l’ambiguità dell’esistenza: da Passaggi curvi – Poesie non euclidee a Salti quantici, la geometria e la fisica diventano metafore di trasformazioni dell’anima e della percezione. L’ambizione e quella di cercare di integrare concetti della fisica moderna (come il principio di indeterminazione, il concetto di probabilità e di caso, i salti quantici, o l’entanglement) nella poesia. Partendo da una idea chiave e cioè che la realtà non e solo ciò che vediamo, (o forse non e proprio questo), ma un insieme di relazioni invisibili ai nostri sensi limitati, che influenzano la percezione. Il salto quantico, per esempio, può essere una metafora che si riferisce al passaggio improvviso di un elettrone, che cambia orbita istantaneamente, senza percorrere uno spazio intermedio, appunto fa un salto tra livelli energetici diversi. E come fosse il simbolo di momenti di illuminazione o di una trasformazione interiore che accade all’improvviso, cambiando la nostra percezione della realtà.
Allora si pone la domanda: cosa e la percezione? E cosa è lo sguardo sulla realtà percepita? In meccanica quantistica guardare significa modificare inevitabilmente la realtà, nel senso che la realtà stessa non è decisa fino a quando qualcuno non la osserva. Questo, come dicevo, cambia la natura stessa della percezione che diventa, attraverso il corpo, il soggetto in grado di modificare la realtà o comunque un altro modo di vederla e di descriverla attraverso il linguaggio, nel nostro caso poetico.
Il linguaggio creativo non trasmette un significato già conosciuto ma crea un senso nuovo e originario, come la poesia. Quindi molto importante è il rapporto tra ciò che percepiamo e ciò che improvvisamente comprendiamo, perché la conoscenza non cresce gradualmente ma attraverso intuizioni improvvise momenti di consapevolezza che per salti improvvisi e profondi. Perchè la vita non scorre sempre in modo lineare, ma per scatti. L’esperienza umana appare fatta di fratture e passaggi come ricchezza, originalità ed efficacia di voler cogliere la bellezza, sia nel mondo a livello di significati, che indipendentemente dall’approccio alla vita, con le sue fragilità, accettandone i limiti dentro una visione del mondo che lega scienza e poesia, dove anche la morte, fa parte di questo ciclo incessante di distruzione e ri-creazione, come le particelle nel vuoto quantico, e quindi deve essere accettata con serenità e con qualcosa di simile all’abbandono alla gioia, come direbbe Emanuele Severino ricordandoci di questo passaggio dalla apparenza all’eternità dell’essere In sintesi, credo di essere un poeta che nasce in piena maturità da una formazione scientifica: la statistica, la fisica, la filosofia non sono ornamenti culturali ma il vero motore del mio sguardo sul mondo.
Qui torna il concetto di RELAZIONE con gli altri esseri intesi in senso lato, comprendendo cioè le cose, gli altri esseri viventi e inanimati, trasferendo ad essi la dignità e la libertà di esistere, in quanto pensati e in relazione tra di loro e con noi stessi. Perchè tutte le cose sono un unico, dalle pietre, agli alberi, ai respiri, al manifestarsi dei sensi e accoglierle in questa luce consente di vedere la realtà con altri occhi.
Inoltre c’è la possibilità di dare al lettore di poesia la possibilità di riviverla, in sostanza il poeta deve definire le cose di cui abbiamo bisogno dai luoghi di natura, alla stessa terra mostrandone la bellezza: dal corpo umano, alle emozioni, alle pietre, ai fiumi, ai comportamenti infantili e adulti, recuperando la visione della realtà, anche oltre a quella che ci appare, attraverso i nostri limitati sensi e la nostra ridotta capacità di ricostruzione a livello cerebrale.
Liberare la realtà da questa visione che la imprigiona e forse la distrugge, quindi ben al di là dell’immaginare, la poesia diventa lo spazio della ragione, fuori da ogni tendenza al narcisismo e pienamente figlia di una parola decisiva e importante. Non c’è bisogno di proporre un messaggio, o una verità che si possa decifrare, spiegare quindi un impegno che possa comportare per chi legge la possibilità di essere sé stesso.
C’è poi il problema dei media in cui la poesia è presente, come sappiamo, anche in misura o dismisura e non solo attraverso i versi ma anche ad esempio nella canzone o nei film, dove si lavora sempre con la parola oltre che con le immagini e i suoni.
In questo contesto la poesia scritta è la meno frequentata, forse anche perché chi la fa spesso non sa più percepire le esperienze e anche le intuizioni della lingua popolare, quindi non sa essere leggibile a molti lettori, e anche costringendosi a un rapporto non sempre profondo con sé stesso.
Forse c’è una frattura tra una lingua un po’ da intellettuali e il linguaggio popolare, Il dramma è che la poesia stessa dovrebbe essere un linguaggio di comunicazione che deve saper vedere oltre il guardare, in una situazione non di gara ma di possibilità di potersi esprimere in versi.br />< La scuola dovrebbe educare alla ricchezza del linguaggio, puntando ad elaborare una lingua comune a fronte di questa mancanza che ostacola l’azione della poesia, nel suo rapporto col mondo e gli altri esseri.
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Gianfranco Isetta - giugno 2026

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