martedì 27 gennaio 2026

POESIA = MARIA PIA MISCHITELLI


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Dalla raccolta inedita “Microchimere”
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Ho visto morire mia madre. I suoi occhi verdi divenuti oceano non erano abbastanza grandi per contenere tutta la sua tristezza nel lasciarci. Allora, sono tornati piccoli occhi di passero ed ella è volata via senza rumore, così come era arrivata in questo mondo. Un piccolo passero posato su un ramo: è il destino di ognuno di noi.
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Un gabbiano abbassa il volo ed è il cielo che si stende su tutta la terra. Si scrolla ed è la Grazia in gocce d'acqua marina che si sparge sugli uomini. Le gocce sono i minuti che mi restano, le ore, gli anni sul Rosario del tempo che la Vita mi ha destinato.
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Il silenzio tra le tue parole, l'uccello che volge il capo, il soffio del Mezzogiorno nella Provenza rasa, sono questi i pochi segni dell'amore che muove il mondo, questo indecifrabile algoritmo divenuto:
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«L’inno all’amore», «Le città invisibili», «Il rumore dell'altalena», «L’ottava sinfonia di Chopin», affinché lo si comprenda, un poco, il mondo.
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"Ulivi"
Ulivi,-
carne del vento
tronchi muscoli di legno
annodati alla sete
si torcono
ad attendere acqua.
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Non chiedono:
loro sono già preghiere
scagliate contro la roccia,
loro sono già profezie
che la terra tenta di tracciare
senza mai riuscire a stendere.

L’argento delle foglie
abbaglia l’occhio del meriggio:
un brivido di lame fredde
sopra il corpo arso del monte.
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Nell’olio denso e scuro
spremuto dalla pazienza dei secoli,
il silenzio ha il sapore della rivincita,
sulle città ricche di sdegno.
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Ulivi,
non hanno radici, ma artigli.
Loro hanno tutto il tempo,
basta afferrarlo per non cadere.
Ad accarezzare la loro speranza-scorza
le mani dei padri si son fatte corteccia
gli occhi mare verde
di un sogno d’altrove rimasto qui
rannicchiato nel sonno
delle radici.
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Restano lì,
soldati d’ombra nella calce viva,
mentre il vento pettina l'invincibile
e insegna che per restare vivi
bisogna imparare a piegarsi
senza mai cedere.
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"Mezzogiorno di pietra"
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Si fissa
il sole
nel centro del cielo
un occhio tumefatto
sopra l’arsura dei greppi.
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Qui non c’è voce d’acque,
ma un ronzio di luce
che scava le tempie del monte dell'Angelo,
mozzando l’alito.
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Le case bianche,
chiuse nel guscio di calce,
paiono ossa levigate dal tempo,
attenderò che la mia ombra
lasciata tra i sassi
torni a farsi carne con loro.
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Attenderò il ritorno mio
nella vita che si raggomitola
dentro il sonno delle radici,
mentre l’anima s’incide
sul muro caldo del mondo,
ferma,
come il riverbero della controra.
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MARIA PIA MISCHITELLI

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