mercoledì 4 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CAROLINA ANNA FALBO


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Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili” Ed. Centroluna – 2025 – pag. 82 – € 14,00
* “Il gusto confettato della parola ‘confezione’/ risale nei seni paranasali/ accendendo compiacimento irriflesso. / Una confezione inferente mi è stata ingerente. / Volevo legarmela al dito, /ma non avvertivo la mano/e l’aria di famiglia, /tra la mano/ e il mondo fuori.”
Sembra poter toccare, con polpastrelli intinti nello iodio, la sostanza plasmabile delle parole. Un attraversamento tra la lingua individuale e una caratteristica ricomposizione del pensiero, dell’immaginato, della irrequietezza del nostro sub conscio.
Carolina Anna Falbo cerca di intrecciare la parola simbolo con le realtà del quotidiano tentando di conservare una specie di liturgia tra avanzamenti ed indietreggiamenti di un obiettivo fotografico.
La poesia si muove in uno spazio di rarefazione linguistica e affettiva, dove la parola appare insieme necessaria e colpevole. Fin dall’incipit di alcuni testi il linguaggio è percepito come strumento di potere e di esclusione: nominare significa togliere autorità, ridurre l’altro a oggetto discorsivo. L’espressione “per noia di replicazione” suggerisce un logoramento del senso, una ripetizione sterile che svuota la comunicazione e impedisce un vero “giro”, un rinnovamento dell’incontro. In questo contesto, “Scrivere non evoca / nel tempo dei gigli di clausura”: l’immagine dei gigli – simboli di purezza ma anche di isolamento – rimanda a una chiusura monastica del sentimento; la scrittura non riesce più a far fiorire presenze, resta segregata in un tempo immobile.
La sua scrittura insiste su una tensione irrisolta, “la fatica di tenere lo iato”: lo iato è distanza, scarto tra significante e significato, tra carezza e pugno, tra amore e silenzio. L’equivalenza paradossale di “Carezze e pugni senza differenza” esprime l’ottundimento emotivo di chi non riesce più a distinguere il gesto affettivo dalla violenza, tanto è grande lo sforzo di mantenere aperta la frattura. Gli “oblii profondi” che “divengon mutazioni (due volte)” suggeriscono una trasformazione lenta e irreversibile: la dimenticanza non cancella, ma altera, deforma l’identità.
Molte le immagini felici, anche se in tutto l’elaborato gravita una non celata soddisfazione di saper scrivere ribellandosi alle intimazioni della poesia classica. Anche l’amore non manca nei suoi versi e affonda nelle intimità più ombrose lasciando il soggetto “colpito da tutte le apparenze” dentro frammenti della sensualità, tra dimensioni di autoanalisi e gesti che evocano un presente stagnante.
La lingua è aspra ma controllata, capace di accostamenti audaci (“sillaba di silenzio”, “sapore del rovescio dell’evidenza”) che aprono varchi interpretativi senza chiuderli in un significato univoco. La frammentazione sintattica rispecchia la crisi tematizzata, trasformando la difficoltà del dire in forma poetica.
È un testo esigente, che chiede al lettore di abitare lo iato anziché colmarlo, e proprio in questa tensione trova la sua forza: una poesia che non consola, ma illumina con precisione il disagio contemporaneo della parola e dell’amore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

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