mercoledì 27 novembre 2019

POESIA CONTEMPORANEA = COMMENTI DI GINO RAGO


Aldo Palazzeschi (1885-1974)

"Lo Scrittore"

Scrivere scrivere scrivere…
Perché scrive lo scrittore?
C’è modo di saperlo?
Si sa?
Per seguire una carriera come un’altra
o per l’amore di qualche cosa?
Chi lo sa.
Amore della parola
per vederla risplendere
sempre più bella, lucida, maliosa,
né mai si stanca di lucidarla.
Per questa cosa sola
senza neppure un’ombra
della vanità?
Scrive con la speranza
di trovare una mano sconosciuta
da poter stringere nell’oscurità.
*
(da Via delle cento stelle)

In questa sua lirica la «febbre» espressiva di Aldo Palazzeschi (Aldo Giurlani il suo vero nome) si fa quasi ansia di comunicazione se non aspirazione ansiosa alla fratellanza di un uomo, coincidente con l’Io poetico, che manifesta il terrore della solitudine, di un uomo-poeta che non vuole restar solo perché non può sentirsi solo. Desidera febbrilmente l’accensione di un palpito di solidarietà con i fratelli (possiamo dire «i suoi lettori») smarriti, sperduti nell’oscurità del vivere in un mondo anch’esso senza luce.

Talune istanze didascaliche, ancorché più forti e più diffuse nella poesia di Rebora già in precedenza commentata, perdurano anche in questi versi . Ma in Palazzeschi vibra continuamente la domanda sul significato del proprio lavoro letterario, rincorrendo quasi la sentenza gelida, e saggia, nello stesso tempo, di colui che contempla gli uomini e le cose del mondo dall’alto di una specola privilegiata, ovvero di un osservatorio speciale: quello del poeta consapevole.

Tuttavia in questi versi non è difficile cogliere anche la requisitoria mordace contro inclinazioni classicistiche, contro istanze estetizzanti proprio nel ritmo prosastico e nel tono diciamo “iconoclasta” e irriverente dei suoi versi e che anche per questo entra di diritto nel substrato della sensibilità contemporanea.

Un’altra cifra, comune ai due “frammentisti vociani”, va individuata nell’adesione di Rebora e di Palazzeschi all’arcinota affermazione di Gertrude Stein: «Scriviamo per noi stessi e per gli sconosciuti».

Affermazione che con Harold Bloom possiamo ampliare nell’apoftegma direi “parallelo”:

«leggiamo per noi stessi e per gli sconosciuti», nell’ardente speranza di imbatterci nel potere estetico di un’opera o più semplicemente in quella che Charles Baudelaire definì «la dignità estetica» di un’opera poetica.

Appartata e singolare viene giudicata da certa critica l’esperienza poetica di Aldo Palazzeschi, qua e là capace di rifarsi ad alcune istanze cubiste deformando in una sorta di collages fatti di malinconia sia lo squallore di ciò che lo circondava, sia le strade sentite dal poeta come veicoli pubblicitari o come simboli del vuoto urbano che lo assaliva, incalzandolo nelle sue rare camminate in città, ma senza mai abbandonare la parola di poesia.

Parola poetica da Palazzeschi sempre «abitata» nel suo perimetro del dire, parola di poesia sentita sempre come l’unica speranza e/o possibilità di potere stringere una mano « amica» , anche se di uno sconosciuto, nella oscurità, nella spesso troppo lunga mezzanotte del suo mondo, senza vanità.

Gino Rago

1 Commenti:

Alle 27 novembre 2019 alle ore 02:30 , Blogger Giacomo Jimmy Caruso ha detto...

L'accurata analisi della lirica visualizza nitidamente il pensiero e i sentimenti dell'autore nei confronti della poesia: l'arte nel rapportarsi con il lettore.

 

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