domenica 15 gennaio 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Le mie sere”
Le mie sere hanno il ghiaccio della solitudine
e nessun nome riesce a contenere l’anelito
del tuo sussurro , sempre più lontano e indecifrabile.
Cancellate o dissolte le parole che affollavano il tuo labbro
ritornano ombre del sogno , scintillando,
in quella lunga eternità che ci illude
al confine del cielo.
Ho inventato le curve dell’incanto
in quella strana pezzatura del pensiero
per comporre altro ritmo precario e intermittente
nel doloroso senso dell’irrequietezza.
L’immagine schizza in misteriosi segni
e mi avvolge.
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 14 gennaio 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia e il bianco di gennaio"

Viene gennaio del nevaio
per Alessia il mese. Soavità
del freddo nell’interanimarsi
ragazza Alessia con dell’aria
l’ossigeno a giungere a di
donna l’anima. Cammina
Alessia sulla superficie del
tempo e delle cose. Attimi
sublimi o sciare a Cortina
dopo nell’albergo degli angeli
con Giovanni l’amore.
L’ha fatto ieri anche con Luca
e spera che lui non lo scopra.
Sul bordo della neve ha acceso
una candela.
*

"Alessia ride nell’anima"

Sera di cobalto infinito
nell’anima di Alessia.
Partono verso il cielo
di fragola pensieri
(stasera fa l’amore con
Giovanni). Nei jeans
sdruciti come la vita
tesse incanti Alessia
e come una donna ride.
Si sveglia su Napoli
del sole l’epifania e
Alessia ragazza dalle
mani sottili attende
del vento il freddo a
invaderla pari a segreto
giardino sul farsi
delle cose sentiero
per della gioia la sorgente.
Aurora assente nel
ricordarla, Alessia.
*
RAFFAELE PIAZZA

SEGNALAZIONE VOLUMI= MARIOLINA LA MONICA

Mariolina La Monica : “Vagheggiando Itaca” – Ed. Thule – 2016 – pagg. 92 - € 10,00
“I versi di Mariolina La Monica – scrive Franca Alaimo nella postfazione – hanno allo stesso tempo il fuoco dell’impegno esistenziale e quello etico-estetico che rimanda più alla poesia di un Luzi o di una Spaziani che a quella contemporanea. E tuttavia è poeta assolutamente attuale e la sua Itaca non può che essere l’unico progetto esistenziale dell’Uomo. Il mito di Itaca infatti è rivisitato in senso moderno, come già avevano fatto Foscolo o Kavafis…”
A prescindere dagli accostamenti che si possono o si vogliono fare l’importanza che assume il tessuto di questa poesia è oltremodo luminoso , per quella capacità rigeneratrice che dal quotidiano avvolge il pensiero irrequieto delle memorie e delle illusioni, delle oscillazioni e delle improvvisazioni , delle urgenze e delle folgorazioni. Ulisse ha momenti che immergono nel vorticoso inseguire una meta , una meta psicologica o metafisica , materiale o illusoria , che nel tempo affonda nella leggenda , in un ampio e fragile abbraccio di stagioni che scivolano. Il sogno , nel taciturno ombreggiare , diventa mistero della vita stessa , una rivelazione che ha il palpito degli orizzonti , raggiungibili nel dissolversi dei colori. La duttile incoscienza del passato si rivela più bella del presente per quel sapore dolce della carezza che la favola ha donato ai frammenti. La voce tremula diviene canto ed il ritmo del verso melodia.
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 13 gennaio 2017

RIVISTA = NUOVO CONTRAPPUNTO

NUOVO CONTRAPPUNTO - anno XXV - luglio - settembre 2016
Sommario :
La redazione : Ricordo di Giusi Verbaro
Elio Andriuoli : Grecale , Se qualcosa
Silvano Demarchi : Ti chiamavamo passerotto , Il gabbiano
Guido Zavanone : Le cose , Richelieu e la scimmia
Liana De Luca : Mira...Mare , Dopo
Piera Bruno : Un giorno
Franceasco D'Episcopo : Antitelefono
Silviano Fiorato : Dalla finestra dell'anima , La soglia
opera grafica di Gian Paolo Rubin
Recensioni a cura di Alio Andriuoli e Davide Puccini-
riferimento : elioandriuoli@alice.it

martedì 10 gennaio 2017

POESIA = BUCCI - LIUZZI


Rossana Bucci-Oronzo Liuzzi

“NEON”
rivolto verso il divenire / Sono
fermati e guarda
sveglio sudato e rigido e
percorro il contorno del disegno
non accorgi l’essere
privo del divino affranto / forse una consolazione
e i Sogni parlano nell’aria / ingannano e li Vedo.
non sono non spazzano via il Dolore
destabilizzano il centro
sogni che ammaliano / Sono.
Non Sono.
La paura è coprirsi del niente

latenti diventano metafore
di uno stato di infiammazione
Cronica disastrata
luogo immaginario di perdizione
diventa salvezza la vita ottusa
e di orizzonti è priva.

è un dolore indeciso / ambivalente
e in crisi / è MISTICO
distratto sconcertato sfumato
in tensione / è fuori tensione
consapevole forse inconsapevole / mi dice.

nel nostro percorso di vita
il Vagare risuona insoddisfatto
e produce sfumature
sempre nuove di Solitudine / di paura /
NO.

Cerca se stesso il vagare
nel fare il sub-reale
e l’aria intorno ha il colore del rosa
tutto attende ORA.

Lascia che sia
non so il dove
IO SONO il dove.
vaghiamo nell’universo di folgorazioni
frammentarie / casuali nell’ingiustizia
privi nella dignità scegliamo l’Universo
Inverso.
nelle tempeste dei social media / il sovrano ottuso
cerca lo spettacolo
nei cortocircuiti sparsi dell’essere nell’essere
della / nella cultura schizofrenica
assente al meritocratico
testimoni del tempo / lo Siamo
testimoni del non tempo / lo diventiamo
e non ci interroghiamo.
Il senso ha perso senso.

Disperazione Dipendenza
Crollo Esistenziale si prestano a basse frequenze
di disorientamento
un flusso di stimoli interiori
cerca AMORE IN
una umanità che dolente Trasuda
vuoti desideri occidentali.
CERCA.

l’ Acqua Luminosa del Mattino
selvatica e acre
raccoglie il dolore nel rumoroso silenzio
filtra nella fauna del nudo linguaggio
ormai inutile richiesta
del pensare la Realtà.
Agognata. Diversa.
nulla rimane all’orizzonte.
scomoda e imbarazzata
l’Acqua si ritira dal destino dell’uomo.
Raccoglie lacrime STORICHE
ataviche nel dolore
non ha più senso trasformare / Dice. DICO.
*
ROSANNA BUCCI - ORONZO LIUZZI

lunedì 9 gennaio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ITALO SCOTTI -

Italo Scotti – “Dee – Idee” - Fermenti Editrice – Roma – 2016 – pagg. 75 - € 16,00

Italo Scotti è nato a L’Aquila, dove è cresciuto e si è formato. Vive a Roma e ha lavorato per oltre 30 anni come consigliere parlamentare e poi di governo. Attualmente è consigliere della Corte dei conti. Ha pubblicato nel 2011 la sua prima raccolta di poesie: “Il privilegio dell’amore”. Altre sue poesie sono state pubblicate successivamente nella rivista letteraria “Fermenti”. Una prima e parziale anticipazione delle poesie che fanno parte della presente raccolta è apparsa nell’Antologia “Dentro spazi di rarità”, presso le edizioni Fermenti, nell’aprile 2015.
“Dee – Idee” è un libro non scandito e, anche per l’unitarietà tematica e stilistica, può essere letto come un poemetto. Il linguaggio è composito e rarefatto e i testi sono sottesi alla riattualizzazione del mito classico. Il volume presenta un commento finale di Paolo Guzzi intitolato “Dee di ieri, dee di oggi”.
Il libro è illustrato da tavole disegni collages di Bruno Conte in bianco e nero con sfumature di grigio, lavori che si armonizzano con i componimenti, creando un felice connubio tra arte figurativa e poesia.
Ogni singolo verso inizia con la lettera maiuscola e questo contribuisce ad intensificare l’icasticità del tessuto linguistico.
Nelle poesie si individua una vena ironica e ludica anche attraverso il modularsi delle assonanze, delle allitterazioni e dei giochi di parole. L’andamento delle proposizioni è leggero e veloce e produce un ritmo sincopato che ha per effetto una suadente ed efficace musicalità.
I periodi procedono per accumulo e sgorgano l’uno dall’altro e l’aggettivazione è frequente. Caratterizzano il volume magia, sospensione e chiarezza e il dettato è nitido e luminoso. L’andamento delle frasi ha spesso una connotazione affabulante.
Esiste un’eterogeneità nelle strutture delle composizioni, quelle iniziali brevi e verticali, le altre quasi sempre corpose e costituite da più strofe.
Spesso l’io – poetante crede d’interagire con le dee stesse inserendosi nelle situazioni da loro vissute e questo provoca un senso di irrealtà e di straniamento. I “tu” ai quali Scotti si rivolge sono le stesse divinità. Ogni dea nominata ha una peculiare personalità, una propria indole e, nella galleria delle rappresentazioni, si va dalla figura di Diana forte e titanica a Demetra sorgiva e ingenua.
Cifra essenziale della poetica di Italo pare essere quella di una forma elegante e controllata in sintonia con il discorso mitologico, nel suo realizzarsi attraverso l’ideale di bellezza, armonia e compostezza.
In Settembre siciliano anche i luoghi come l’isola divengono mitici attraverso le loro bellezze naturali come la voce femmina del mare, le canne di lato alle fiumare e le erbe selvagge. La natura stessa, detta nei minimi particolari, pare diventare, nella visione di Scotti, l’abito vivente della divinità, per usare un’espressione di Goethe. Quest’ultimo, vissuto tra Settecento e Ottocento, si ispirava infatti ad un ideale neoclassico andando controcorrente in un’epoca dominata dal romanticismo soprattutto nella sua Germania.
Una delle poesie più alte della raccolta è Preghiera in blu, già presente nell’antologia Dentro spazi di rarità. Questa è suddivisa in nove dense strofe, delle quali le due finali sono distici.
Nella suddetta la tinta blu diviene simbolo del sacro nella sua immanenza per la vita in tutte le sue sfaccettature. Tutte le strofe iniziano anaforicamente con il sintagma Blu è. Ogni elemento del paesaggio, interiore ed esteriore al tempo stesso, è blu, dal cielo del deserto alla notte prima degli addii, dall’invocazione al dio alla vertigine panica.
Notevole la composizione “La Settimana Bianca”, suddivisa in tre strofe verticali, che si distacca un po’ dal motivo conduttore della raccolta. In questa il protagonista è un paesaggio montano innevato nel quale s’inseriscono gabbie separate simili a provvisorie gogne che ascendono alla sommità del monte lentamente come uno skilift.
Poesia inquietante anche per un sussurro che invade l’aria con le parole crocifiggi! crocifiggi! scritte non a caso in tedesco. Un elemento della composizione, che si ricollega al tema della classicità, è quello dell’immagine degli alti abeti argentei in processione che potrebbero costituire una ierofania vegetale.
Non manca, in sintonia con l’argomento dominante, il tema della metamorfosi nelle opere “Un granchio” e “Meditazione mediterranea”. In Un granchio il poeta afferma che, poiché fu irriverente verso una potente dea, si scelse il castigo di essere trasformato in granchio. Poi si rivolge ad un’ interlocutrice, della quale ogni riferimento resta taciuto, e le dice che starebbe lì a guardarlo come si guarda un granchio e che se volesse prenderlo prenderebbe un granchio. In questo modo il Nostro usa un modo giocoso nell’assemblare le parole raggiungendo un piacevole effetto. Il componimento è illustrato da una tavola di Bruno Conte costituita, a partire dall’alto, da un volto triste, uno sorridente e uno sereno, inserito dentro un granchio, testimonianza della trasformazione dell’uomo in crostaceo e dell’unione delle due nature.
In un panorama dominato dalla poesia neolirica, dagli sperimentalismi di vario genere e dagli orfismi, “Dee – Idee” si colloca in una posizione appartata e, per i suoi contenuti originalissimi nel loro fascino, costituisce un unicum.
*
Raffaele Piazza





domenica 8 gennaio 2017

UN SAGGIO DI PLINIO PERILLI PER ANTONIO SPAGNUOLO

L’IMMAGINE SCHIZZA VIA DALLE FORME

Omaggio indiscutibile ad Antonio Spagnuolo


"L’armonia di un attimo,
che ritorni al destino…"
*

Incantati come per uno struggimento profondo, evocato a specchio, nomato e rinominato poi con la parola, il verbo incarnato della poesia… Sempre così giungiamo ai testi, ai libri di Antonio Spagnuolo (Napoli, 1931), oramai innumerevoli, solo a pensare che il primo data 1953, ed ebbe il plauso d’un padre burbero e benefico del nostro ’900, come Umberto Saba… S’intitolava Ore del tempo perduto, e paradossalmente salda il cerchio con quest’ultimissimo, felice e denso Non ritorni,( Robin edizioni – 2016 ) in cui il poeta partenopeo arrischia un’accelerazione gnomica e una temperatura “lirica” di altissima pregnanza epocale, e insieme, significazione, profezia escatologica…
L’éschaton, il “fine ultimo”… Ma qual è quello profondo della Poesia?

Urlo alle stelle il candido risvolto che corre
ai piedi della solitudine, sgomento ad ogni risveglio
oltre le trasparenze, oltre il tremore ribelle
delle molecole per ritrovare la pelle inaridita,
fossile sgranato nell’incendio della trasgressione.

L’impeto, e insieme l’affilata esattezza d’un lessico che chiede al proprio stesso pathos ogni consenso, una sorta d’ebretitudine celeste rimasta qui in terra a preparare il cielo, prigioniera d’una carne che però libera l’anima – suffragano, nobilitano da sempre l’espressionismo lirico di Spagnuolo a categoria di Pensiero, raggiungimento non meno intimo che metafisico:

Quasi tremante per le distorsioni di un tempo
che cerca, bruciando, inutilmente nuovi artigli,
chissà se durante il pregare non riesca
ad agguantare tutte le bugie che ho sciolto
distillando un alambicco di lacrime
senza la vergogna delle medesime ombre
o le diverse ferite nella carne scomposta.

Anche questo testo (strutturato in un proemio incalzante, tumultuoso, infibrato di versi lunghi, ma giammai prosaico anzi semmai ancor più fervoroso e poiètico – e due parti, due sezioni cadenzate di stanze o meglio blocchi lirici accesi da un ritmo trafelato d’amore eppure quasi immobile per dono pervaso di saggezza, grazia sensibile, credo insomma di Fede, loico e insinuante), noi amiamo leggerlo, percorrerlo – al solito – come un unico poemetto, un compianto vitale, poderosamente intriso e lievitante d’affetto. Addirittura come un moderno canzoniere dell’Amore che è stato, dunque che rimarrà per sempre, da qui all’eternità, in domestico (id est universale!) tempietto di parole:

Fuoco era la fretta degli spazi, leggera
nella meravigliosa tua gioventù,
quando il tuo passo toccava il balzo
dei miei timori e mi rapiva nel bacio.

Nessun uomo è un’isola – diceva John Donne – e la campana suona sempre anche per noi… Questo suono ci chiama, in Non ritorni, questo continuo, inesausto coinvolgimento metafisico, ma infibrato dentro, come un bilancio epocale e corporale nello stesso modo – innervato (io ci credo) nei tessuti trasparenti o nascosti ed esemplari del Puro Spirito, temprato d’esistenza!

Ogni ritorno ha il sapore del mare,
ma tu non torni, sei ansia
che di nascosto adombra il mio respiro
e nei silenzi recita antiche scritture.
L’eucaliptus penetra nel verde rugginoso,
ha sospetti di magie,
troppo nuda incertezza nel misero destino
che partecipa a cadenze.

*********

Compianto, sì, lo evocavamo… Da quando Antonio ha perso la sua sposa, consorte d’ogni destino, umano e forse ultraterreno, la Sua poesia è per incantevole amorosa adesione ancora più vitale e mossa all’anelito… Bizzarro, ennesimo inopinato (aulico) caso di un vigoroso petrarchismo “post-moderno” che mischia, assimila rime in vita e morte di Madonna L’Aura (la sua propria compagna) nello stessissimo modo…

Lasciami ancora uno sguardo
nei giorni in cui non trovo più parole
ed il mio passo ricorda i fili d’erba
che intrecciavano dita, nude per colori.

Ed anche il lessico lirico, che in Antonio Spagnuolo, è sempre stato reboante e densissimo, pulviscolare d’empatie o viceversa distonie, qui si riaggrega in un ritmo e un destino emotivo di ammirevole sicurtà, fedeltà ispirativa. L’Aura è tutto (non più quella dell’autore del Canzoniere, ovviamente, ma semmai quella rimpianta e inseguita a suo modo da Benjamin, col suo zoppo Angelo della Storia, minorato ad una sola ala…).
E come volare se non con due? Può dunque essere un’altra ala, la poesia?

Il geranio, aggrappato alla controra,
tenacemente accompagna la mia storia,
che stilla i giorni senza fantasia,
che ripete il tuo nome inutilmente.

Giunto non alla fine dei tempi (lasciamole ai filosofi fin troppo contemporanei, o ai sociologhi à la page, queste romanzesche teoresi sulle modernità liquide, i secoli brevi e la fine della Storia!), ma alla controra ripetuta e irripetibile d’ogni sua giornata, ormai Antonio scrive a tutti noi come scrivesse semplicemente delle poetiche missive alla moglie: e noi ci rispecchiamo, perché il suo coniugio è esattamente quello che vive e “scompare tra la pagina bianca ed una sillaba / che sussurro nel timido violino”…

Ora frantumo lo specchio che deforma
La mia immagine di vecchio,
e finisco nell’ossessione della tua assenza.
Prigioniero solo della prossima morte
indosso una maschera tribale.

Maschera tribale. Pare un appunto, uno scorcio d’un diario di Jung… Qui lo Spagnuolo dottore di Psiche, scienziato di Animus e Anima, torna a farsi (a farci!) coraggio… E noi non dimentichiamo che questo poeta, già caro a figure diversissime ed egualmenti eminenti, laiche o d’educazione cattolica che fossero (da Raboni a Pomilio, per intenderci), ha impostato tutta la sua vocazione letteraria, ansia espressiva, sull’“adesione a un’idea psicanalitica della poesia,” – scriveva Franco Pignatti Morano già nel 1992, incoronando e rubricandone la voce nel Dizionario della Letteratura Italiana del Novecento, curato per Einaudi da Alberto Asor Rosa – “intesa come affiorare di un elemento prelogico nell’esperienza mentale, comporta in Spagnuolo il rifiuto di una sintassi vincolante, sul piano del linguaggio come su quello del senso. È costante nella poesia di Spagnuolo la rappresentazione di nuclei tematici come la centralità dell’eros, la relazione eros/ thanatos e libido/morte – cui risponde il ricorso a una terminologia clinico-psicologica, evidente soprattutto in ‘Melania’ (sezione centrale di Candida, Guida, Napoli, 1985)”.

È tempo che io raggiunga altri spiriti
per raccontare meraviglie del passato, di presagi
che nessuno comprende, quasi fantasia di un filo
confuso a quegli attimi sospesi della delusione.

Praterie freudiane da percorrere e investigare – poetare poi a occhi aperti come se una Gradiva volesse infine raccontarci le gesta vere dei suoi sogni, i romanzi che vive alle radici, nel limbo onirico del sub-conscio, questo sì, prelogico; dunque, sommamente, sottilmente poetico… Perché va in scena il lutto e ogni rinascita; il rimpianto e l’essenza che resta; la perdita e l’immutabile; l’amore che fu e quello identico che è, dunque che resta:

Ricordo l’orizzonte arrossarsi
prestato ai colori dell’amore,
e il tuo concedere al cucirsi della favola
per fermare il frammento.
Improvvisa la sera mi dilania
nell’imminente disfarti.

Ma ora il lutto, l’attesa, il rimpianto, lo stillicidio (e la salvezza) memoriali… sono ancora elementi “prelogici”, o non invece bilanci e slanci definitivi, infinitesimi approdi – scorci – concessioni superne di una rinnegata/ritrovata infinità?!…

L’infinito non ha segni per il mio gioco
e le incertezze strappano attese
nel turbinio delle figure.

*********

Ma ci sono i versi belli, come stelle, a guidarci nella notte dei tempi, nel periglioso ondeggiare, turbinare del Cuore.
Endecasillabi a costellazioni per capire, pellegrinare il cielo…

Nei giorni in cui non trovo più parole…
Il geranio, aggrappato alla controra…
Cede al pensiero e frantuma il meglio…
L’abbandono delle forme del nulla…

C’è questo insorabile, iterato verseggiare in continuum, che è come un monologare (o se vogliamo dialogare), discettarsi il cuore, le emergenze minime o i massimi sistemi tra vita e poesia…
C’è un abisso che “ha squarciato ogni tempo”, ed ora “l’immagine schizza via dalle forme”… (Che poi è il destino schietto, vero ed eterno dell’Arte)…
Ci sono esclamazioni cocenti, ansie insopprimibili: “Ecco l’inganno!”; “Esiste l’urlo!”. Ansie irredenti e purissime, che sommuovono e il testo e l’animo – fra marosi spezzati d’infinito, scogli aguzzi di dubbi, e spuma iridescente, evanescente, magniloquente e cruda come l’ultraismo dei migliori poeti spagnoli della generazione del ’27, da García Lorca ad Alberti…
C’è la Natura trasfigurata non come sfondo, ma come Deità e figurazione delle figure, affresco interiore che si denuda ad abbronzarsi di sole, battezzarsi di luce:

Ogni ramo si inclina a cercare la terra ancora desideri
rubati all’accanita volontà di energie, mentre si allontana
la fragile presenza del tuo amore.

Ci sono ascendenze classiche, meditanti rivelazioni diremmo lucreziane:

Rapido il registro del cancello stride per la speranza
di ritrovare oltre, un’altra parte, l’incertezza
delle figure interrotte, un’iride delusa dal luccichio
delle allegorie.

E pennellate d’un pittore di prima grandezza – non importa ora periziare se è in capriccio brioso d’impressionismo o arcano rancore, plumbeo lucore espressionista:

Poca luce il mormorio della vecchiaia, intrattabile…
La ferita è come luce carica di dolore, nelle sere…
Tra le tempie imbianchite ed il cuore ormai oscurato
gli attimi del chiarore sono ingannevoli…
Tutto diventa ombra nei lacerti
della mia solitudine, per sfiorare il tempo
che soffoca il mio singhiozzo.

Ci sono vigorosi echeggiamenti dei poeti più amati…
Estri insomma à la Rimbaud!: “Anche le radici inventano l’antico naufragio / sull’orlo delle sorprese, caleidoscopio / di sterminate aurore, spezzettate / nelle follie degli affetti”…
Sentenze marcescenti à la Baudelaire!: “Nebulosa la tenera tessitura delle tempie / per il corrotto sembiante del tuo viso”…
E finalmente, teoremi fulgidi, elegiaci, degni del miglior Rilke: “Beffarda e dolorosa l’ossessione / che corrode per insegnarmi il perdono / nel rincorrere affanni dell’addio, incontenibile gioco, / e condanna il rimorso che perseguita il tempo.”

Ma è l’inesauribile dono d’esistenza – questo giudizioso sperpero di gioie e dolori, illusioni e certezze, amenità e rimpianti, questa cascata inesorabile di colori caldi e stigmi raggelanti, languori carezzevoli e atrocità dell’Essere, che fanno di questo libro davvero un caleidoscopio di sterminate aurore, duttile e sognante, eppure anche rigoroso, fiero, imperdonato e imperdonabile per positura d’integrità, deriva pronta a vincersi, a lasciare, rinnegare ogni mora irrisoria, ogni irrisolutezza mondana in nome veramente di “Dimensioni” più degne ed eccelse, più alte e abbacinate vertigini…
Quando l’immagine schizza via dalle forme, e dentro o dietro la Poesia noi ritroviamo la nostra libera idea di Dio, la nostra certezza, le nostre vertiginose, appunto, nozze d’amore con l’Amore – tutto l’amore, l’amore di tutti:

Vertigini
nello stacco che intende il frullio dell’arteria,
soltanto la parola che inceppa
corteggia il pensiero sbiadito in fantasmi di gioco,
perduto lo sguardo al magico colore
dei frammenti del fato che incide.
*

Plinio Perilli