martedì 19 novembre 2019

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

Antonio Spagnuolo – “Rapinando alfabeti”- Ed. L’assedio della poesia – Napoli – 2001 – pag. 95 - fuori commercio

Antonio Spagnuolo è nato nel 1931 a Napoli dove vive. Poeta e saggista, è specialista in chirurgia vascolare presso l’Università Federico II di Napoli. Redattore negli anni 1957 – 1959 della rivista “Realtà”, diretta da Lionello Fiumi e Aldo Capasso, ha fondato e diretto negli anni 1959 – 1961 il mensile di lettere e arti “Prospettive letterarie”. Condirettore della rivista “Iride”, fondatore e condirettore della rassegna “Prospettive culturali”, ha fatto parte della redazione del periodico “Oltranza”. Ha pubblicato numerosissime raccolte di poesia, per le quali ha riportato molti prestigiosi premi, e varie opere in prosa. Ha curato diverse antologie ed è presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali. Collabora a periodici e riviste di varia cultura. Attualmente dirige la collana “Le parole della Sybilla” per Kairòs editore e la rassegna “poetrydream” in internet. Tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo, rumeno. Della sua poesia hanno scritto numerosi autori tra i quali A. Asor Rosa nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento” e nella “Letteratura italiana” (Einaudi).
Il libro di poesia di Antonio Spagnuolo, del quale ci occupiamo in questa sede, risale al lontano 2001 e presenta stilisticamente e formalmente caratteristiche differenti rispetto a quelli dell’ultima produzione dell’autore che sono monotematici avendo per argomenti quelli del dolore per la scomparsa della carissima consorte Elena e della conseguente forte volontà della riattualizzazione della sua figura e della sua persona, cosa della quale il Nostro è perfettamente conscio nel farla rivivere nell’unico modo possibile, cioè attraverso la parola poetica che è sempre detta con urgenza nel suo frugare nelle pieghe della mente provenendo dall’inconscio controllato nel creare un felice connubio di fisicità e spiritualità attraverso i versi sempre densissimi a livello semantico, metaforico e sinestesico.
“Rapinando alfabeti” presenta una corposa prefazione di Plinio Perilli che per la sua estensione e la sua forte dose di acribia emerge quasi come un breve saggio per la sua acutezza e completezza.
A proposito di quanto suddetto rispetto allo stile e alla forma della poetica e del poiein di Spagnuolo, è doveroso e fondante mettere in evidenza che, nonostante tutta la produzione del poeta si configuri nel tempo come un continuum coerente con delle caratteristiche precise e stabili, nella fase del tema dell’addio, della quale si diceva e che dura ormai da circa sette anni, l’autore è giunto all’elaborazione di tessuti linguistici che emergono con una maggiore chiarezza pur rimanendo invariato nelle scritture il fortissimo scarto poetico dalla lingua standard per cui nella fruizione dei testi nell’emozione si affonda nelle pagine pervasi sempre dalla luminosa bellezza dei versi nei quali nulla è affidato al caso.
In “Rapinando alfabeti” prevale una scrittura più anarchica se non alogica in un discorso di incroci di versi che sono di grande icasticità pur nella loro leggerezza.
La raccolta non è scandita e anche per questo, nella sua sequenza di sessantasei componimenti tutti senza titolo e numerati, può essere considerata un poemetto nella sua consequenzialità.
Emerge nell’ordine del discorso una coerenza dell’io – poetante molto autocentrato nel suo meditare sul senso della vita con una certa rabbia nel costante tentativo di afferrarne il bandolo e da questa tensione scaturisce nei versi un’irrepetibile fantasmagoria di immagini sempre uniche e originalissime nel loro emergere connesse logicamente tra loro, schegge che rimandano ad una fortissima dose d’ipersegno.
È stabile il tragitto, il viaggio che parte dal dato corporeo, che passa per i sensi, che poi divengono pensieri e parole sublimi.
Frequente la presenza di un tu femminile al quale il poeta si rivolge del quale vengono detti pochi riferimenti e tutto è presunto qui a partire dal titolo “Rapinando alfabeti” che sembra evocare la salutare ansia trasgressiva di Spagnuolo in nome del pensiero divergente e salvifico che ne mare magnum della vita emerge solo nell’arte e in particolare della poesia stessa.
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Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO MONTANARI

GIORGIO MONTANARI : "NELLA PUREZZA" - Ed.Bertoni - 2019 - pagg.76 - € 12.00
Prefazione ---
Aprirsi alle alterità per poter esprimere la propria interiorità è come immergersi in una scommessa, al di là di un orizzonte multicolore e variegato, che disegni una non essenza e ripeta il falso movimento dell’apparenza per incidere alla fine semplicemente nel senso quotidiano dell’esistere. Il candore diviene allora la comprensione degli accadimenti al di là della piega del velo che appanna le trasparenze ed illude nell’inaccessibile.
In questa pagine il carattere episodico dei testi, realizzati nel verso quasi sempre molto breve e martellante nel ritmo musicale, rivela l’imprevedibilità del dettato poetico in un fraseggio che sfida anche la linearità narrativa per agganciarsi al momento simbolico della metafora o del sussulto esistenziale. La serrata progressione da un lato e la svelta concisione della frase dall’altra mettono in risalto i varchi della figurazione, suggerendo a tratti anche un collage ininterrotto per incastri e stupori che rendono la lirica vibrante, da confrontare e centellinare.
“Il mio corpo/ è una cornice appesa storta,/ una fotografia che, sbiadendo,/ acquista ricordi e nostalgie…” Il poeta spinge la sua mimesi in un processo di disintegrazione corporale intravisto nello sbiadire della fotografia e nello sciogliersi doloroso della memoria. Una memoria che nasce dalla fascinazione delle figure e si sgretola nella illusione della quotidianità.
Forse le verità non possono essere dislocate nell’impulso della domanda, “nel solenne silenzio/ della basilica/ il vuoto mi circonda. / Volgo gli occhi verso l’alto/ e il respiro mi strozza.” fino a quando l’assenza ha un ordine immaginario che al giusto richiamo accenna ad una risposta quasi sempre in ombra.
Allora gli accadimenti hanno la piega del velo e come “la farfalla/ prima attirata dalla/ luce/ ora si agita/ cercando di salvarsi/dalla lampada..” così la parola ha il groviglio della fuga, e come una spugna imbevuta di meraviglia cerca di levigare la roccia della coincidenza. La seduzione delle immagini rompe, nella poesia di Giorgio Montanari, ogni vincolo, perché l’autore riflette sulla sua parola, che insorge ad ogni accenno di immersione, tale è il tempo della vita che è nell’istante, o che era, o che sarà. “Uno, è il cuore che dimora in noi. / Uno, l’astrazione dei numeri primi. / Uno, solitudine non colmata. / Uno, l’anima in ascolto accoglie il mondo. / Uno, sono io. / Ci si evolve, quindi Due.” Il numero DUE ed il numero TRE li troveremo diverse pagine più avanti ad interrompere le pennellate divenute protagoniste della catena poetica.
L’accento filosofico che imbeve molti versi di questa raccolta mostra orizzonti fuori del tempo, ossia nasconde il pericolo di Thanatos, che è sempre in agguato, per toccare le grazie dei ricordi o delle schermaglie adatte al sub conscio, ove le cose non svaniscono, ma ghermiscono lo schermo delle visioni oniriche per i contraccolpi dell’assoluto.
Particolarmente suggestiva al seconda parte: “Lettere dal Paradiso”, ove l’autore si chiede ingenuamente come sarà morire, quando nella tenebra ombre di luce indicheranno la direzione, o quando la musica sarà finita, ma potremmo incontrare di nuovo Tenco, Ciampi, Stratos, Mia Martini ed altri, nel refluire di note indescrivibili. Allora anche i simboli, di ritmi temporali o di figure spaziali, si succedono nelle composizioni, in configurazione di grafie luminescenti o nei richiami che consentono di elevarsi nel magnetismo che suggerisce la fantasia.
Anche la semplice umile materia ha un suo ruolo di mediazione , ed insiste nella immobilizzazione fuori da ogni mito, perché “ la seconda/ pietra, / rivolta al collo, / mi soffoca per/ un istante. / Inondo la terra/ di lacrime.”
Sino all’oblio il poeta attinge dai sorrisi magnifici che si offrono oltre l’asfalto, o insegue la risposta del proprio DNA, o sigilla i segreti per condividere l’essenza delle cose, o interroga il mistero della sfinge la cui chiave sono rebus traducibili e nuovamente compare il numero UNO. La sapienza compositiva dell’autore è plastica, mobile, aderente ad una ricerca che lo pone tra le raffinate scelte del verso, anche se la musicalità si ripete in una coscienza enigmatica, collocandosi tra la tradizione ed il ripensamento di una crisi fluttuante.
Il testo dunque è come l’argilla da plasmare, una gemmazione segnata dalla esperienza, che avvolge, e da una fioritura virtuale che racchiude alterne soste, momenti in cui la sorpresa sorride al mistero, lo sguardo riconosce spaesamenti, l’affermazione dissolve il paradosso in gioco tra la rappresentazione e la metafora.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANNA VENTURA

Anna Ventura, Streghe, One group, L’Aquila, 2018, pagg.124, 16 euro

Forse è difficile apprezzare appieno l’icasticità, la leggera ironia del dettato poetico della poesia di Anna Ventura, «la Szymborska italiana» come è stata definita nella rivista on line “L’Ombra delle Parole” da Giuseppina Di Leo, sospeso tra attenzione e ritenzione, interrogazione e risoluzione. Nella poesia della Ventura assistiamo alla poesia delle «cose», dove sono le «cose» che ci parlano tramite la loro distanza; è l’allestimento della «distanza» che qui ha luogo, l’allestimento di un luogo dove sia possibile l’incontro tra la voce parlante e l’occhio di chi legge e ascolta. È una poesia che nasce da Atena che «conosce la superficialità degli dei», dalla Sibilla che non cerca la verità delle «cose» ma il loro «evento», da Antigone, che invece cerca la verità delle «cose» al di là e al di fuori dei discorsi discordi dell’agorà, lontana mille miglia dai reumatismi dell’intelligenza e dalle insolvenze dei discorsi suasori della politica e della poesia corrotta dalla retorica e dai sofismi dei sofisti. La loro parola è ora lieve ora tragica ora soffusa di melancolia. La Sibilla, anch’essa è leggera, scrive le proprie sentenze sulle foglie degli alberi, abita la superficie della materia, cambia umore, e così cambia anche i suoi responsi. La poesia della Ventura è poesia politica e ermeneutica perché nasce dalla meditazione sopra le «cose», siano esse “Gli sposi etruschi”, o “Le case” o le poesie dedicate alle “streghe”, siano “Due fili d’erba” o qualsiasi altro argomento, come il poeta Nerone, preso ad emblema della follia poetica, o Giulio Cesare che celebra inconsapevole il suo trionfo che sarà la sua rovina, o “La guardiana delle oche”, così misteriosa e insondabilmente autentica. “La neve di ovatta” è un ricordo dell’infanzia, una stregoneria che rievoca il mondo in cui tutto era un mistero. L’ultima poesia dell’antologia (che qui viene riprodotta per prima) è il testamento spirituale di Anna Ventura: la parola che pronuncia «il dissenso, come in In nome dello spirito:«Questi piccoli fogli bruceranno/come tutto il resto, se è già scritta l’ora dello sterminio./ Ma, poiché ancora ci è data la parola,/ pronunciamo il dissenso». Ma poi continuando a scrivere versi Anna Ventura si dirige verso nuove fono prosodie. La testimonianza viene ai lettori con Streghe, il suo libro poetico fresco di stampa. Suggerirei al poeta del nostro tempo di recarsi nel borgo di Via delle Streghe, (borgo noto e Via ben familiare ad Anna Ventura), riuscirà egli a scorgervi la porta nel vicolo, incorniciata da pietra candida di quelle montagne, sulla quale le Streghe operarono la magia di poterla vedere soltanto loro, come unica via di salvezza? Quella porta (lo afferma Cesare Ianni nel suo denso scritto nel risvolto di copertina della raccolta “Streghe”), quella Via esistono ancora, ma non a tutti è dato di vederle… [Ergo, Via delle Streghe e Porta, invisibile ai più, come metafore della Poesia]. Ho voluto vedere nel dato reale che la stessa autrice rimarca e rivendica per la Città dell’Aquila, la possibilità di estrarne una valenza di correlativo oggettivo e, appunto, di metafora: la «Porta delle Streghe», esistente realmente ma visibile soltanto a certi individui portatori di ben precisi valori di cultura, di potenza immaginativa, di sentimento di apertura e di accoglienza verso l’indicibile, l’insolito e il Mistero del vivere è ben riuscita metafora della poesia. E quegli uomini, in fondo un po’ speciali, sono i poeti. Mi piace interpretarla così la poesia di questa recente raccolta di Anna Ventura anche perché soltanto un certo tipo d’uomo può conquistare una strega e può con lei costruire un nido. Interpretando i versi con i quali l’autrice magnificamente chiude il suo poemetto (”[…]Quando ciò accade,/ l’arcobaleno ha i colori più intensi, i ruscelli/ scorrono più veloci e le mucche/ fanno il latte buono.”) si nota che da essi pare che si distacchi la volontà del poeta di volervi suggellare il miracolo alla portata dell’atto poetico vero, un evento del tutto simile alla “sorpresa” anche nella sua accezione cristiana «Ogni atto di Dio genera una sorpresa…». E questa sorpresa può essere in grado di “mettere fretta” a certe persone o di lasciarle nella stasi della indifferenza, come può succedere con ‘altre’ persone. Le donne che si recarono al Sepolcro notarono la pietra appoggiata alla parete sepolcrale e non videro il corpo di Gesù in esso depositato morto, dopo la deposizione dalla Croce. Una sorpresa, per il cristiano ‘la massima sorpresa’. E le donne in fretta si misero in moto per annunciare l’evento. Altri di fronte allo stesso evento rimasero immobili, non sentirono la spinta a mettersi in movimento, in fretta. Com’è per la poesia anche di Anna Ventura, poesia-creatrice-di-sorpresa, che mette in moto alcuni, che lascia fermi altri, ma chi si mette in moto per la sorpresa poetica si mette in moto in fretta e corre verso gli altri per con-dividerne il senso del mistero e dell’indicibile. Questa la cifra tematico allegorica che colgo nel poemetto Streghe di Anna Ventura, peraltro magnificamente arricchita da stupende meditazioni artistiche da parte di artisti di forte senso estetico. Ma la poesia in fondo se è anche “arte conoscitiva”e come tale radicata nella Storia, essa è preminentemente “arte del linguaggio” e come tale si radica nella lingua. In sede puramente estetica, la poesia di Anna Ventura da Tu Quoque a questo recentissimo lavoro poetico Streghe, per il serio lavoro sul linguaggio condotto dal poeta d’Abruzzo sui nuovi versi, per senso del ritmo, per intonazione generale dell’intero poemetto, per accento, per sillabazione e per quella che vien detta ‘durata’, giunge a una personalissima prosodia in buona parte comparabile a quella di un Różewicz:[“Queste forme un tempo così ben disposte/ docili sempre pronte a ricevere/ la morta materia poetica/ spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue/ si sono spezzate e disperse…”] che Giorgio Linguaglossa, nello studio magistrale dedicato al poeta di Polonia, non ha esitato a definire «sorprendentemente ricca, frastagliata, vissuta e ritmicamente snodabile…», anche se l’autrice di Streghe continua a misurarsi lucidamente con la poetica delle «cose», immergendosi ,come ha con pertinenza segnalato Rossana Levati in una nota su una poesia della Ventura, «nel grande fiume delle cose che non aspettano niente», ma continuando a dichiararsi estranea a quella che, con felice intuizione, Linguaglossa, riferendosi a Tu Quoque, propose come «poetica logocentrica». Né poteva essere altrimenti se sono le stesse Streghe a dichiararlo in Il latte buono, (pag. 51):“Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta/ il giuramento a Lilith,/ nemica di Adamo[…]”. «Quale è l’impianto poetico generale de “La casa bassa” di Anna Ventura se non quello di contrapporre in maniera stilisticamente ben riuscita un tempo “premoderno” al tempo postmoderno se non post-contemporaneo disgiunto definitivamente dalla dimensione spaziale, e un luogo antropologico ai «non luoghi» dello storico-antropologo Marc Augé? La Ventura non a caso parla alla maniera della Cvetaeva di ‘luogo dell’anima’. E che fa il poeta in questo perimetro di libri, tappeti, gatti, legni di cui si conoscono perfino i respiri, perfino le voci? In questo luogo antropologico ben delimitato, sottratto all’infinito, il poeta si prepara circondato dalle sue ‘cose’ e in un’atmosfera da Antologia Palatina (“le allegre lusinghe, la musica, il canto, le coppe audaci nel brindisi e nel canto… tutto si spegnerà") all’ultima attesa…». A proposito di porte, Rossana Levati rileva: «Leggendo le precedenti poesie di Anna Ventura anch’io sono sempre stata colpita dall’immagine della porta da aprire, così ricorrente nei suoi scritti: la porta dell’orrore di Barbablù, la porta dell’armadio delle meraviglie, la porta che racchiude il giardino segreto, tutte porte “magiche”, che non è dato a tutti vedere e tanto meno aprire, ma solo a pochi eletti che ad ogni costo vogliono vedere cosa c’è dentro, o al di là». Nella esperienza poetica della Ventura non è possibile eludere «la porta» e, aggiungerei, «il ponte» come simboli,correlativi metafisici, metafore del post-postmoderno, carichi come sono di ambiguità perché porta e ponte possono separare o unire, favorire l’incomunicabilità e la divisione o consentire la comunicazione: se è chiusa, la porta divide, se è aperta la porta unisce e fa comunicare. Le porte di Anna Ventura vogliono unire, desiderano consentire la comunicazione fra i lettori e le «cose» della sua poesia, dichiarandosi nel contempo estranea alle poetiche logocentriche, accordandosi alla idea di Rossana Levati: «la Ventura è estranea a una poetica “logocentrica” perché se da una parte stanno le parole e dall’altra le cose, è a queste, alle “cose” che appartiene la sua poesia». È la stessa Anna Ventura a precisarlo definitivamente nella sua poetica: “[…]le cose vogliono un grande silenzio/ prima di prendere la parola” perché, per la poetessa di Montesilvano d’Abruzzo, compito della poesia è «trasformare in infinito / il quotidiano finito», stante la verità di cui questa voce poetica ha coscienza e cioè che le parole sono lucchetti, sì, ma il poeta possiede la chiave per tentarne l’apertura.
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Gino Rago

lunedì 18 novembre 2019

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

Raffaele Piazza – "Alessia e Mirta"----

Alessia è diventata grande, non in termini di età, ma come spessore vitale. La sua personalità iniziato a truccarsi e a mettere tacchi più alti con cui rimane, comunque, agevole muoversi negli affreschi di vita disegnati da Piazza. Alessia vive, sogna, progetta, ricorda, ama. Fa tutte quelle cose che le “istruzioni” della vita dovrebbero indicare. Il suo tempo scorre al ritmo che più le aggrada e le curve non sono poi troppo arrotondate se ne prendi un pezzettino alla volta.
Non serve impegnarsi per trovarsi pieni di esistenza e poco importa se l’essenza è qualcosa di solo sfiorabile, come un tramonto d’estate, sulla spiaggia, in riva al mare. Tutto scorre placido nella forma che si fa sostanza, in una vita a due dimensioni in cui il vivere è modellato perfettamente con la natura e riempie senza difetto gli spigoli della quotidianità.
Ma l’innocenza si sa, trae valore solo se confrontata all’esperienza; solo davanti alla “terribile simmetria” della tigre, l’agnello ottiene il suo riconoscimento profondo come simbolo di candore incontaminato ma superficiale. E la fame, la fame di vita prima o poi emerge, nelle modalità più disparate e disperanti. E così ad Alessia si contrappone Mirta, come un sasso che precipita a perpendicolo su una superficie piatta, generando onde concentriche che si allargano sempre più per poi affievolirsi man mano.
La vita. Il suo senso profondo. L’impossibilità di possederlo per trovare conforto, nonostante i colori, le copertine patinate, le parole edulcorate e le apparenze. Tutto si riduce ad un drammatico e digitale “si” o “no”. Non esiste un tasto per ricominciare, per ridefinire i parametri e ottenere risposte diverse. Il tempo non perdona chi si abbandona al tempo per trarne conforto.
E così mentre tutto continua a scorrere per Alessia, tutto quanto si interrompe per Mirta. Perché? Per quale motivo la stessa aria che respiriamo genera reazioni così contrastanti? Quale è il segreto delle cose? Esiste la felicità o è solo una semplice domanda?
*
Andrea Testa

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia e la luna"

Candore lattescente lunare
a maternizzare del mare
di Napoli le acque che ancora
esistono e Alessia incantata
dalla selenica meraviglia
senza eclisse ora che è
ostia di platino e Alessia
ragazza in sintonia con la
luna il ciclo ha avuto
e non è incinta nel tessere
pensieri pensando al sogno
soave e felicissima
nel recitare la vita senza
fare prove esce allo scoperto
per il condominiale viale.
*
Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = LETIZIA LEONE

Letizia Leone, Viola Norimberga,-- Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018, pp. 98, 12 euro, Prefazione di Giorgio Linguaglossa

Entriamo in medias res leggendo insieme una poesia di Letizia Leone estratta da "Viola Norimberga": “Mi fermo./ Aspetto il buio./Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.//Questa Storia / non si può scrivere a mezzogiorno.” Perché tanto difficile è scrivere questa storia a mezzogiorno? Perché forse l’autrice avverte la difficoltà di uscire dalla mezzanotte dell’umanità trattandosi questa storia come Letizia Leone stessa ci avverte del « “Processo dei medici” di Norimberga per Crimini contro l’Umanità si svolse dal 9 dicembre 1946 al 19 luglio 1947. Nei 18 volumi degli Atti si parla anche di esperimenti disumani come il trapianto di ossa e le iniezioni di pus».Credo che per una piena comprensione di questa opera poetica di Letizia Leone torni utile ai lettori di Viola Norimberga mettere insieme alcuni frammenti, soltanto in apparenza dispersi e quasi estranei, accogliendoli tutti come antefatti necessari al clima, all’atmosfera dei temi laceranti che questo libro affronta, visto che l’autrice si confronta con il Processo di Norimberga contro i criminali nazisti: Elie Wiesel (“Auschwitz non può essere spiegato perché l’Olocausto trascende la storia”); Agnes Heller (Inadeguatezza della scrittura di fronte ad Auschwitz. Il genocidio degli ebrei come salto nel Male, gigantesco ma del tutto irrazionale);– Jankélévitch (Silenzio su Auschwitz, perché indicibile); – Levinas (“Il solo senso di Auschwitz è che non ne ha”);– L’opera di Peter Weiss, fondata sui verbali del processo di Norimberga ad aguzzini nazisti, nella quale un sopravvissuto rivela una verità che nessuno ha osato né osa respingere:«Se eravamo in tanti nel Lager / e se furono tanti/ a portarci dentro/ il fatto si dovrebbe capire/ ancora oggi[…]//quando lo sfruttatore potè / esercitare il suo potere/ fino a un grado inaudito/ e lo sfruttato/ dovette arrivare a fornire/ la cenere delle sue ossa». Si ottiene come risultato nella scrittura poetica di Letizia Leone ciò che realmente è stata la storia dell’umanità ad Auschwitz, come in altri campi di sterminio: una storia unica, indicibile, incommensurabile. Esemplari dunque appaiono anche questi altri versi «senza anestesia» come Letizia Leone stessa li definisce:”L’archivio ardente:/ Dodicimila pagine di febbre/ I fogli s’assottigliano in fessure/ Di fatti in controluce: esperimenti/ Mentre l’inverno ci divora./ In risalita rantoli e lamenti./ Questa parola spacca gli schedari./ I documenti di Norimberga sono le ali/ del più vorace voluminoso orrore.” Sulla qualità della stessa scrittura che Letizia Leone adotta e sul suo stile come scelte lessicali e tono linguistico-espressivo, molto ci dice la Prefazione al libro di Giorgio Linguaglossa, specialmente quando il prefatore segnala a sé stesso, segnalandolo a tutti:«[...] È ancora possibile scrivere poesia. Letizia Leone lo fa con un senso di orrore e di disappunto, come un senso di colpa, con un linguaggio rigido, irrigidito da quella da quella immane tragedia per l’umanesimo europeo e per la cultura...». Ma misurandosi con questa tragedia che linguaggio occorre adottare? Ecco il grande dilemma che Letizia Leone ha dovuto affrontare e sciogliere. Nella consapevolezza che la parola è importante soprattutto per chi la usa, Letizia Leone ripudia ogni inclinazione al canto, ogni tentazione elegiaco-crepuscolare e fa ‘parlare’ i frammenti di uno specchio ridotto in frantumi raccattando in ciascuno di essi le immagini. E Giorgio Linguaglossa in prefazione proprio su queste cifre linguistiche di Letizia Leone in "Viola Norimberga" giustamente rivela che saranno le immagini, le successioni dei fotogrammi, i montaggi dei frammenti dell’orrore a farsi poesia. E in ogni fotogramma è inscritta la morte. Letizia Leone fa della scrittura di Viola Norimberga un continuo interrogarsi sul rapporto antropologico tra immagine fotografica e morte, del tutto simile a quello intrattenuto da Roland Barthes con la fotografia in La camera chiara. Oltre l’istante raggelato della foto, oltre l’attimo che nella foto congela il tempo, ma anche oltre la morte del soggetto fotografato si inscrive la morte di chi guarda, la morte di ognuno. Nel rapporto dinamico parole-immagini i versi di Viola Norimberga tengono uniti i due tempi del poeta quando si confronta con il Male assoluto, un male affidato a uomini banali: il tempo della clessidra o dei calendari e il tempo interno-creativo nelle parole stesse dell’autrice di fronte alla indicibilità, alla unicità, alla incommensurabilità di questo Male. Con un solo desiderio: che affrontandolo con la forza della parola giusta di poesia il Male non si ripeta mai più.
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Gino Rago

domenica 17 novembre 2019

POESIA = ROBERTO VOLPE

CALCINACCI

Napoli
mi "seem"
una "city" della
Siria, distrutta dalle
"bombs"; e piena di macerie,
case e palazzi distrutti, calcinacci
e mattoni e polvere per le
"streets", che ostruiscono il passaggio.
E, in mezzo a questo "grigiorrre",
le "person" oneste e creatrici,
che vanno in cerca di qualcosa che si può
ancora salvare, di piantine da far
crescere, che elargiscano frutti e bellezza
alle popolazioni presenti, ma soprattutto
"future". E, anche io, mi ci metto, vago
tra le macerie, cercando di salvare
il salvabile, semi da piantare
in un terreno
finalmente sgombro
da calcinacci.
*
ROBERTO VOLPE