giovedì 12 settembre 2019

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Pianto per Sergio"

Andavamo nei locali
per conquistare ragazze
scendevamo dal verde
della tua Golf e la consumazione
l’offrivi tu e dicevi ragazza
bellissima o bruttissima.
I tuoi 30 e lode a Medicina
li hai gettati in quell’auto
con te stesso dal Molo
Beverello e ti sei tolto
la vita. Ti sei portato
ovunque tu sia della mia anima
un pezzo e ti piacevano
le Ferrari. Piango dopo 30
anni la tua morte, fedele amico,
di footing e di sogni.
Tua sorella ha chiamato
il secondo figlio Sergio
perché tu ti chiamavi Sergio.
*

"Alessia attrice nel suo film"

Vita nova di Alessia
rigenerata dall’amore
e ha recitato la scena
dell’amante al posto
delle fragole dove
ha fatto ieri l’amore
con Giovanni. Ha la
Madonna al collo Alessia
e la prega di non essere
lasciata nell’aria polita
e un jet disegna la
speranza prima della
felicità e attrice Alessia
recita la scena della corsa
sulla spiaggia per il bacio
ad aggiungersi alla storia
e di lui arrivano le labbra
sulle sue nell’incantesimo
primevo di settembre
consecutivo nella mente.
*

"Nell’incamminarmi per il sentiero"

Porto di Capri e il mio pensiero
mi ha portato all’isola e non il battello.
Un rumore di ancora spezza
dei gabbiani il silenzio e approdo.
Nell’incamminarmi con Sergio
che ha un filo d’erba in bocca
la fiorevole meta è la villa con giardino
sottesa alle maree dell’anima
per scrivere sotto i pini dell’albereto
poesie. Sergio ed io non parliamo
e la contadina cordiale ci saluta.
La meta è raggiunta e ci sono
carta e penna e questo basta.
*
Raffaele Piazza

mercoledì 11 settembre 2019

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

Giuseppe Iuliano : “Via Crucis” – Ed. Delta 3 – 2019 – pagg. 24 - € 4,00
Emozione e particolare coinvolgimento conduce la lettura silenziosa intorno alla via Crucis, così come il poeta la traduce in segmenti ritmici di eccellente connotazione.
La violenza sofferta è il tema portante del nuovo e colorito corridoio che Gesù ebbe a vivere negli ultimi momenti della sua vita terrena. Il messaggio, linguaggio che riflette i nostri sentimenti più immediati di rabbia, rivalsa, volontà di perdono, che è anche strumento dialettico e persuasivo, arma di incursione e di ripresa quasi proibita, è alla base di questi componimenti che ad uno ad uno si inseguono nel percorso flagellato e flagellante. Attingendo a quanto di nascosto c’è nel nostro immaginario e nelle sue funzioni per renderle oggetto di preghiera, rifulgono le vere gemme del racconto nelle tredici stazioni ripercorse con attenta sospensione.
“Questo mondo terra-cielo ostile estraneo/ è prigione di febbre freddo e tanta fame./ Eppure Ti cerco Signore vivo e prossimo/ rifugio e nicchia nel segreto e nel silenzio/ compagno invocato di ogni ascolto, amen” scrive Giuseppe Iuliano nella introduzione, quasi a voler offrire una preghiera nel tentativo di affrontare un particolare timbro adatto alla stagione senza ritorni. Gesù infine ci cammina accanto, con la sua Croce , con i suoi abbattimenti, con la sua fratellanza, con la sua umiliazione , per sussurrare delicatamente tra questa pagine, cesellate con sapienza e grande lacerazione.
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = CLAUDIA MANUELA TURCO

CLAUDIA MANUELA TURCO / BRINA MAURER, "Il Centauro malato", Torino, Robin Edizioni, 2018, pp. 264,- € 15,00
Il Centauro esiste: la poesia di Claudia Manuela Turco, tra immaginario e reale.
Le parole con cui veniamo accolti sulla soglia d’ingresso di questo libro
sono un’indicazione spaziale, le coordinate di un luogo, “Nella Vallata dei
Mughetti”, e una dedica in lingua inglese “A Mughy, Lily of the Valley,
from glen to glen”. È un esordio adeguato, lo si capisce leggendo il libro
ma anche pensando ad altri lavori di Claudia Manuela Turco, alias Brina
Maurer. Dire (e dirsi) che, a dispetto di tutto, esiste ancora in qualche
luogo del mondo e del tempo una simile Vallata, non vuol dire chiamarsi
fuori dagli slings and arrows of outrageous fortune, per dirla in modo
amleticamente sintetico, né cercare un’Arcadia tanto bella quanto
improbabile. Piuttosto, come una tenace Alice, significa sapere guardare al
di là di tutti gli specchi, i trucchi, gli enigmi, gli inganni, i conigli e i
cappellai, per cercare ancora lo stupore di ciò che è semplice e naturale, la
meraviglia, immensa, che a volte è racchiusa nelle piccole cose.
Il titolo del libro, Il Centauro malato, è, di per sé, un segnale che non solo
indica una strada ma conferisce il sapore e la sostanza di ciò che troveremo
lungo il cammino. Mitologia, fantasia, immaginazione, ma anche realtà,
dolore, e, dall’interazione di tutti gli elementi, la tenacia di volere scrivere
di sé, tramite una poesia che si estende nell’arco di una vita intera. Il
sottotitolo del libro è secco e sintetico: “Poesie 1998-2010”. Una parola e
due cifre. Scorrono via in un fiato o con uno sguardo. Ma se si scrutano
bene, danno il senso di un rapporto ininterrotto con il proprio fare ed
essere poesia. Ossia tra l’immedesimazione costante e schietta, senza
infingimenti, tra il proprio mondo e il mondo esterno, visto, percepito e
registrato tramite lo strumento della parola.
Si inizia con una silloge scritta lo scorso millennio, nel 1999, quando
imperava non solo il terrore dei bug in grado di bloccare i computer ma
anche di qualcosa che fermasse qualcosa di ben più ampio, l’esistenza
stessa del genere umano. Una paura atavica, eppure presente. Si inizia,
quindi, e forse non è un caso, con una fine. Una fine potenziale, una sorta
di bacillo del pensiero, una paura globale, diffusa come un contagio, una
malattia. Ma la danza degli ossimori è tempistica e altrettanto puntuale. Il
titolo della prima Sezione (o silloge) è “Frecce di luce”. Una possente,
vitalistica sinestesia. Linguistica e tematica. La vita, nonostante tutto,
sfreccia oltre, supera i confini, anche dei millenni. E, poiché nulla sembra
casuale in questo libro e nelle tessere che ne compongono il mosaico, le
prime parole sono una sorta di chiave ulteriore, per il passaggio specifico e
per il volume nel suo insieme: “La scienza può spiegare il meccanismo che
regola la natura/ ma non il fascino che essa emana”. Poco oltre, al lato
opposto della stessa pagina, versi che, nell’atto di negare l’assunto, in
realtà lo confermano, o confermandolo lo negano, aggiungendo una nota
umanissima, schietta e rivelatrice: “Sorprendimi cuore/ lascia che io erri./
Non temo i tuoi tetri misteri”.
L’ho scritto in altre occasioni e lo confermo anche qui ed ora: Claudia
Manuela Turco è un’autrice, che, nella sua scrittura, sa mostrare il suo
cuore nudo, trova il coraggio di superare pudori e timidezze per poter
esprimere davvero ciò che sente. Non per fare sfoggio di sé, atteggiamento
contrario al suo modo di essere, ma, piuttosto, per mostrare ciò che sente,
il suo schierarsi con ciò che ritiene giusto, pagando anche di persona per le
cause in cui crede. “Poesia, raccontami!”, scrive a pagina 13. La frase può
essere letta in due modi. Come un invito alla poesia a raccontare storie e
mondi, oppure, sul versante opposto, come una richiesta alla poesia
affinché faccia da tramite e le consenta (come niente altro può fare) di
raccontare se stessa, ciò che davvero è, al di là di ogni filtro protettivo e di
ogni maschera pirandelliana indossata per sopravvivere alle pressioni del
vero.
Ma il punto, è giusto e opportuno ribadirlo, è che la sostanza di questo
volume, così come accade per i vari libri della Turco, anche in prosa, non è
mai fuga dal reale. Si tratta, piuttosto, di un paziente, accurato ed accorato
lavorio interiore: un dialogo ininterrotto tra ciò che è esterno e ciò che è
interiore, tra la pena e la tenacia del sogno. L’invocazione alla poesia
perché possa raccontare e raccontarsi, prosegue immediatamente dopo con
questi versi: “Solo in brevi sprazzi,/ affinché tu possa rendere sopportabile/
il dolore che nutre questa bellezza”.
Al di là del valore estetico di questi versi, in particolar modo dell’ultimo,
ritengo si possa individuare qui un primo, essenziale, irrinunciabile, codice
di accesso all’universo variegato di questo libro e più in generale della
produzione dell’autrice. Da un lato il dolore dall’altro la bellezza. La
disfida è questa. La posta in gioco è la vita, o meglio la “vivibilità”. Perché
il dolore c’è, ineluttabile, in attesa come un sicario. Ma altrettanto presente
è la bellezza. Si potrebbe dire che sono elementi antitetici. Oppure che la
bellezza è la cura. Ma sarebbe troppo bello, o più esattamente troppo
semplice. Perché l’errore è considerare la sfida simile ad una partita di
tennis in cui ciascun contendente resta dal suo lato del campo. In realtà si
tratta di qualcosa di molto più simile ad un incontro di boxe, in cui, dopo
essersi massacrati di colpi fino a sfinirsi i due si trovano abbracciati, per
non cadere a terra, e allora scoprono di essere fatti della stessa carne, le
stesse ferite. Accade allora che, nel momento di quell’intuizione, “in uno
spillo di luce/ ritrovi la vita, in un’ombra, un velo del cielo”.
Le armi, o più propriamente le medicine, sono arte e natura: “attraverso
bifore e fughe d’archi/ scorgo/ un bosco rapito/ in un intenso sussurro”.
Moltissime poesie di questo libro sono precedute inoltre da epigrafi tratte
da poetesse e poeti cari all’autrice. In italiano e nel dialetto friulano. Non
si tratta di abbellimenti estetici ma di vere e proprie occasioni di
interazione, confronto e dialogo. Sono troppi gli esempi possibili per
poterli citare o anche solo riassumere. Mi limito a citare la lirica
“Appaganti vuoti avvolgenti” di pagina 40, in cui i versi di Raymond
Carver ben si sposano con il desiderio dell’autrice di contrastare l’horror
vacui, esaltando piuttosto la sensualità di una solitudine densa, pienissima.
A confermare ulteriormente l’interrelazione tra i testi del volume, non
frammenti isolati ma parti di un organismo, si trova a pagina 43 proprio un
riferimento all’orrore del vuoto: “Papaveri/ in verdeggianti ricordi,/
riempiono la mente/ di un anestetico horror vacui./ Ma vincono spigoli e
archi rampanti./ Il lungo pianto di oggi/ varrà/ il breve sorriso di domani.”
“La strada è illuminata dal dolore anche di notte”, scrive Annenskij,
riportato nell’epigrafe della poesia di pagina 54. Partendo da questa
annotazione ineludibile, l’autrice traccia con segni secchi ed essenziali un
ritratto del mondo, anzi della notte del mondo. “Mi allontano da tutto ciò”,
aggiunge. E ancora una volta riesce a farlo solo su un magico puledro, la
poesia, la sola che vive e fa sopravvivere. E il punto è se sia possibile o
meno sovrapporre quel magico puledro con il Centauro del titolo. Forse no
o forse sì. Ma ciò che conta è uscire dal labirinto salvando la carne dei
pensieri.
Il libro si nutre di ossimori e contrappunti. È indicativo in tal senso il titolo
di una delle Sezioni, “Divagazioni intorno a Duetti solisti”. Nella poesia
eponima si osserva che “Allo specchio/ compare sempre/ l’immagine
dell’altro”. Una divagazione su uno dei temi fondamentali di tutta la
filosofia, ma anche dell’arte e più un generale uno dei nodi fondamentali
della mente di ciascun essere umano. Claudia Manuela Turco, coerente
con il suo approccio di donna e di poetessa, non tenta di sciogliere il nodo.
Ne percorre però, con intensa e accurata leggerezza, le traiettorie e le
intersezioni. E tra le numerose variazioni sul tema, alcune si stagliano con
la nitidezza di quadri giapponesi uniti a picassiane descrizione degli effetti
delle battaglie: “La vita/ un battito d’ali bianche/ su una barricata di
fucili.”
Tra i quadri del mondo, non come opera isolata, ma come parte dello
stesso padiglione, in antitesi e allo stesso tempo in simbiosi, compare a
pagina 122 una dedica-autoritratto, quasi alla Van Gogh: “Alle infanzie
non vissute,/ e ai cani eterni bambini/ che mi hanno resa fanciulla per
sempre/ pur non essendolo mai stata”. Di fronte a questo dipinto di parole,
rimaniamo a guardare, e, poiché tutto qui è correlato, ripensiamo ai versi
citati nel paragrafo precedente, quelli in cui si fa riferimento allo specchio
e all’immagine dell’altro. Sì, perché, proprio nel punto del libro in cui
l’autrice parla più schiettamente di sé, finisce per fornire un ritratto anche
di ogni potenziale e reale lettore di questi suoi versi.
E allora diventano inesorabili, e assolutamente nel tempo e nel luogo
giusto, i versi di Majakovskij. “prenderò il mio cuore/ per portarlo/ irrorato
di lacrime/ come un cane/ che porta/ nella sua cuccia/ la zampa stritolata
dal treno.” Eppure, e lo dice Munch, l’autore de L’Urlo, “la gioventù era
una camera di malato/ e la vita una finestra radiosa illuminata dal sole”.
Tra questi estremi si muovono i versi del libro. Non in linea retta ma con
“Traiettorie vaganti”, citando il titolo della lirica di pagina 148, la cui
epigrafe è tratta dai versi Marco Baiotto, compagno dell’autrice, “Se la
musica è variazione di uno fratto effe/ non voglio saperlo/ distinguo da
solo il rumore/ dalla melodia del fiume.”
Questo libro si muove tra riflessione e stupore, e ancora una volta il punto
più intenso si trova nella fusione, non nella contrapposizione. Nella poesia
di pagina 160 l’autrice, partendo dai versi di Montale, parla del profumo
dei limoni. Da quella immagine che è anche aroma e polpa tangibile,
nutrimento per gli occhi e per il corpo, arriva al punto di ispirazione ed
esaltazione che le fa osservare e descrivere l’esplosione di “sorrisi/
incendi/ danze di parole”. La connessione tra i limoni e la poesia stessa
(esplicitata nella pagina a fianco) è tutta in quello scarto, quel salto,
quell’esplosione senza morte, forse, per qualche istante, perfino senza
dolore.
Uno dei punti di forza del libro è nella varietà, nella gamma ampia e
diversificata di accenti, toni e colori. A pagina 173 si parla di cicatrici
nascoste: “il sangue ribolliva; la carne/ emanava odore di polvere da
sparo”. Sembra poesia russa, Pasternak dei momenti del terrore, delle
spade che recidono le braccia. Non molto oltre, a pagina 177: “Cielo di
paillettes/ di pagliette/ cielo di squame luminescenti/ alabastro e rose blu”.
C’è poi, in questo ampio e suggestivo caleidoscopio, anche un omaggio a
Maria Grazia Lenisa e alla sua Ragazza di Arthur, passione e femminilità
che neppure la malattia e il dolore hanno sconfitto del tutto.
C’è “il mare che brucia le maschere” e c’è il rischio ma anche il privilegio
della sincerità, quella a cui si è fatto cenno all’inizio e che ritorna, sempre
vivida, capace di stupire e chiamare a sé.
Questo libro offre un panorama ampio della produzione poetica di
un’autrice che ha saputo crearsi uno spazio espressivo riconoscibile ed
autentico, una voce lontana dai cori e dalle nenie. Con lieve ma
intensissima dolcezza e determinazione, prosegue il suo percorso di autrice
coerente con se stessa e con ciò in cui crede. Anche in questo libro ha
saputo esprimere il coraggio dell’autenticità, parlando del dolore e della
malattia (anche del male di vivere) senza mai cedere alla tentazione del
patetismo, conservando una forza che rifugge dalla violenza ma anche
dalla tentazione della resa. Il Centauro, a dispetto di tutto, esiste, ed è vivo.
Forse è un mito, o forse è realtà, o entrambe le cose insieme. Forse è il
mistero, semplice e imperscrutabile, della vita e della poesia.
*
Ivano Mugnaini
- Recensione pubblicata in “Dedalus: corsi, testi e contesti di volo
letterario”, 8 settembre 2019
https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com/2019/09/08/il-centauroesiste/
http://www.ivanomugnaini.it/il-centauro-esiste/












SEGNALAZIONE VOLUMI = VINCENZO GUARRACINO

"Lunario di desideri" – antologia poetica a cura di Vincenzo Guarracino-- Di Felice Edizioni – Martinsicuro (TE) – 2019 – pag. 359 - € 25.00
Vincenzo Guarracino, il curatore dell’antologia poetica che prendiamo in
considerazione in questa sede, poeta, critico letterario e d’arte, è nato a Ceraso (SA)
nel 1948 e vive a Como. Ha pubblicato diverse opere di poesia, narrativa e saggistica.
È stato responsabile della collana dei Classici Tascabili dell’Editore Bompiani.
Collabora, come critico letterario e d’arte, a quotidiani e periodici.
Il volume si apre con lo scritto particolareggiato e ricco di acribia dell’autore
Cuore e amore nello specchio di un grande storia del quale l’autore s’interroga sul
senso e il significato dell’amore stesso che è stato da sempre argomento della
letteratura.
Il libro propone un vasto campionario di poesie di tematica amorosa di poeti e
poetesse contemporanei selezionati dall’autore della curatela, figure tra le più valide
del panorama italiano odierno.
Sull’amore che resta un mistero si è anche teorizzato in importanti saggi come
L’arte di amare di Erich Fromm e Innamoramento e amore di Francesco Alberoni a
conferma della vastissima portata e rilevanza a livello ontologico e affettivo del fenomeno.
Anche L’Ars amandi del poeta latino Ovidio è un’opera notevole sul tema
dell’amore a livello sensuale e spirituale, saggio nel quale il poeta parla dell’approccio
che bisogna avere con la figura femminile e viene per esempio in questo libro affermato
che per essere ricambiati in amore bisogna assecondare in tutto la figura femminile
amata anche a costo di fingere tradendo le proprie opinioni se sono diverse dalle sue,
dato fondante per avere una buona capacità d’amare.
Scrive Guarracino che nelle pagine del “libro infinito” della vita, la parola
“amore” si declina in infiniti modi: abbracci, baci, assedi, assalti, desiderio, fedeltà,
tutto troppo spesso al passato, se non con al presente la minaccia del disamore, quando
non drammaticamente addirittura dell’odio.
Nel migliore dei casi, in una sorte di orientale immobilità, uno “stare assiso” e
immobile, in attesa, che richiama l’atarassia dei bramini.
Su tutto, comunque, la presenza del “cuore”: catturato, prigioniero, dolente,
organo di un immaginario inquieto ma sempre desiderante.
Accanto alla poesia dei vari autori, che procedono in ordine alfabetico, è presente
un’esauriente nota di Guarracino sul singolo testo presentato, un pregevole closereading attraverso il quale il critico sembra accedere in qualche meandro della cifra
poetica del poeta o della poetessa in generale.
Seguono le note biografiche su ciascuno degli autori antologizzati.
Tra le arti la poesia sembra quella che più di tutte rinchiude in sé stessa il
fenomeno “amore” e i poeti greci e latini come Saffo, lo stesso Ovidio, Catullo e Orazio
hanno lasciato nella storia della letteratura poesie erotiche che si possono considerare veramente immortali.
Nel Medio Evo Dante e Petrarca fanno lezione sull’amore platonico e carnale di
figure indimenticabili come Beatrice e Laura, che possono essere viste come archetipi
delle figure di un grandissimo poeta erotico come Neruda.
Ben dunque venga questo prezioso testo che s’innesta nell’alveo della
contemporanea produzione poetica formalmente e stilisticamente sottesa allo spirito
della nostra epoca a livello sociologico.
*
Raffaele Piazza

lunedì 9 settembre 2019

SEGNALAZIONE RIVISTA = NUOVO CONTRAPPUNTO

NUOVO CONTRAPPUNTO - anno XXVIII - N° 2 - aprile-giugno 2019 -
Sommario:
Redazione : Ricordo di Liana de Luca
Carmelo Consoli: Lampedusa ; Vito e Cettina
Manrico Murzi : La sedia ; Quaderno turco
Antonio Spagnuolo : Torture; Pagine; Armonie
Remigio Bertolino: Pare/Padre; Ed neucc/ di notte; Nivol/ Nuvole; Che amor/ che volto
Elio Andriuoli : recensioni per Mario Novaro, Dante Pastorelli
Opere grafiche di Maura Zanardi.
**

mercoledì 4 settembre 2019

SEGNALAZIONE = RIVISTA "POETI E POESIA"

"Poeti e Poesia" – Rivista Internazionale - N. 40 – Roma - Agosto 2019 – PAGINE
Direttore Elio Pecora
Nel panorama contemporaneo delle riviste di poesia italiane Poeti e Poesia,
quadrimestrale, occupa un posto di rilievo per l’alta qualità dei testi critici e poetici
che di numero in numero ospita.
Scorrendo il sommario del numero della rivista, che prendiamo in
considerazione in questa sede, troviamo conferma di quanto suddetto.
Inizialmente incontriamo l’interessante saggio La poesia che si pensa di Noemi
Paolini Giachery, Non azzoppate i versi, per favore.
Segue la sezione Poeti italiani con i testi poetici di Fabrizio Capo, Tommaso
Castellana, Ennio Cavalli, Nadia Chiaverini, Marino Corona, Francesca Maria
Corrao, Francesco Giordani, Monica Martinelli, Daniela Mazzoli, Cristina Micelli,
Giovanni Perrino, Raffaele Piazza, Damiano Scaramella, Raffaella Spera, Lucia
Stefanelli Cervelli e Francesco Tomada.
Poi Poeti stranieri: Ayham Majid Agha nella traduzione di Fatima Sati,
Leopoldo Maria Panero nella traduzione di Francesca Lazzarato, Nicanor Parra nella
traduzione di Francesca Lazzarato e Rui De Moura Ribeiro Belo nella traduzione di
Giulia Lanciani.
Da leggere e rileggere Cesare Vivaldi.
Saggi e recensioni: Gandolfo Cascio La poesia facile e barbara di Roberto
Deidier, Emerico Glachery Una lunga fedeltà, Giulia Lanciani Il cammino di Santiago
nella genesi della poesia medievale galega.
Periscopio di Roberto Deidier. Alessandro Fo, Valerio Magrelli.
Interessante La poesia che si pensa dove la Glachery scrive che la poesia è
suono cioè è fatta di timbri e ritmi. Mai si è affermato con tanta insistenza. La poesia
è un suono che produce senso. La poesia è suono e senso. Un suono senza senso
sarebbe molto povero e limitato rispetto alle possibilità della vera e propria musica.
Un senso senza suono non sarebbe poesia.
Affermava Maria Luisa Spaziani che nella poesia fondante è il ritmo che è
quello che crea la musicalità del verso e si può affermare che con l’adozione, nella
poesia occidentale, del verso libero si è verificata una vera e propria rivoluzione
copernicana nel campo.
Ora, come affermato da Eugenio Montale, bastano una penna e un foglio per
scrivere poesie e salienti sono le testimonianze di bambini che hanno scritto splendide
poesie.
Poeti e Poesia nel suo essere autorevolmente sulla scena della poesia
contemporanea è una delle tante conferme che attualmente la poesia è vivissima e
dalla nascita del fenomeno internet le possibilità dei poeti si sono moltiplicate in modo
esponenziale.
Quindi del tutto contro l’assunto di Adorno sulla fine della poesia dopo la
Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto, in un postmoderno occidentale dominato
dall’incomunicabilità, la poesia è sopravvissuta come forma d’arte e di valore, contro
ogni previsione e questo è un sintomo positivo nella nostra società consumistica e
alienata.
Raffaele Piazza

martedì 3 settembre 2019

SEGNALAZIONE VOLUMI = ENRICO FAGNANO

Enrico Fagnano – "Avvistamenti"-- Ed.La parola abitata coop. Tam Tam Editrice – Napoli – 2019 – pag. 47 - € 10,00
Avvistamento significa il vedere da lontano qualcosa e il titolo "Avvistamenti", che
Fagnano ha dato alla raccolta, dà proprio il senso della vaga bellezza dalla quale sono
connotate le parti di questo libro che raccoglie poesie, aforismi e frammenti di prosa.
Cifra essenziale della poetica di Fagnano pare essere una vena di nonsense e di
sarcasmo che connota tutte le sezioni nella loro eterogeneità.
L’ironia domina in tessuti linguistici chiari e affabulanti e il poiein del Nostro è
tout-court antilirico mentre è evidente una tendenza vagamente intellettualistica ed
esistenziale nel chiedersi continuamente l’autore il senso della vita nel suo approccio
critico e profondo alle cose e all’esistenza.
Enrico sembra affrontare con attenzione la realtà che traduce in versi nei quali
c’è spesso una vena di quotidianità e tutte le parti del testo nella loro leggerezza e
icasticità sembrano avere una parvenza epigrammatica e avvertita nel loro essere
raffinate e ben cesellate nella forma sempre elegante e controllata.
Accensioni e spegnimenti continui sembrano essere congeniali all’autore in tutti
i variegati generi che pratica con sicurezza e scaltrezza che riescono a produrre nel
lettore emozioni nella profondità che riesce a raggiungere.
Metafore e sinestesie folgoranti nelle poesie danno l’impressione di trovarci
davanti ad un autore notevole nella sua vibrante originalità che si coniuga a
compostezza nel creare suspense e fascino attraverso le immagini prodotte sempre
intriganti e imprevedibili.
Particolarmente profondi i frammenti sull’essenza della verità che hanno un
carattere pessimistico e scettico nell’essere detta con urgenza la verità stessa.
Nelle suddette parti il poeta con la sua solita maniera afferma che la verità non
esiste e che però fa male. La verità quindi è vista come categoria negativa, qualcosa di
orribile mentre il poeta dice che milioni di bugie potrebbero darci la felicità.
Si può pensare che il poeta si riferisca alle bugie bianche che nel mare magnum
della vita possono essere una vera salvezza e appunto produrre gioia, bugie bianche
che sono sottese al bene e non al male e che sono indice di prudenza e sono spesso
fondanti per non cadere nell’ingenuità.
A proposito di verità il poeta ironizza anche sulla religione quando afferma che
in una passeggiata domenicale in villa ha visto un uomo che gridava che solo Gesù
salva e suggeriva di comprare il libro dei figli poveri di Gesù. L’autore continua
dicendo che tutti i passanti acquistavano il libro e non sa se qualcuno dei compratori si
sia salvato mentre alla fine con sarcasmo afferma che quell’uomo faceva un sacco di soldi.
Le poesie di Fagnano possono essere anche divertenti anche se serpeggia in esse
una vena di malinconia.
Per esempio in Una cena sofisticata il poeta crea la situazione di una cena
sofisticata al ristorante.
Non manca in questa poesia una vena surreale perché nel menù sono scritte come
pietanze sette chili di lagrime, un serpente dietetico, un cadavere di tibetano farcito e
altre vivande strambe e con il solito stile il poeta afferma che andarono a mangiare in
un altro posto.
Quindi un unicum Avvistamenti per la miscellanea dei generi che si amalgamano
bene insieme e per lo stile e i contenuti che hanno qualcosa dell’Aspettando Godot di
Beckett.
Raffaele Piazza