venerdì 3 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ELIO PECORA


**Bernardo Rossi : “Elio Pecora / La fedeltà di un poeta” – Ed. Macabor 2021 – pagg.64 - € 10,00-
Nella collana Noisette, di saggistica, edita dalla Macabor di Bonifacio Vincenzi, appare, in elegante veste tipografica ed in formato 18 x 11, il succoso saggio per Elio Pecora, redatto con acume e sorprendente vivacità da Bernardo Rossi, attento operatore dei Beni Culturali e già noto per precedenti stesure di approfondimenti critici.
Particolarmente interessante al giorno d’oggi, aperto indiscriminatamente ad una valanga di proposte poetiche, che troppo spesso non hanno alcun valore d’arte, indagare e tuffarsi nel complesso regesto di un autore, che ha fatto poesia da oltre cinquant’anni, con le capacità significative della ricerca e della scrittura alta.
Elio Pecora (1936) intreccia la sua opera ad una colorata misura del vivere, attraversando al meglio ed onestamente i limiti e le difficoltà che il registro creativo pone negli anni che diventano testimonianza storica e riflesso della intimità.
Il volume si sviluppa in un policromatico percorso con i capitoli: Introduzione, Biografia poetica, Fedeltà alla scrittura di Elio Pecora - la poetica, Le composizioni poetiche, con un appendice e ancora Bibliografia essenziale delle opere, Bibliografia essenziale della critica.
Lavoro attento quello di Bernardo Rossi, che affronta la produzione del poeta con un bagaglio culturale senza alcun dubbio ricco e appropriato. Ne risulta un percorso che possiamo dire univoco ed esaustivo, attraverso un’onesta perlustrazione della “parola” che distingue i valori primari del verso.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 27 novembre 2021

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Alessia a Salisburgo**
Poi in quel treno veloce
nelle cose dell’Austria,
con sinfonia di Mozart
nell’anima e nel corpo
(l’ha sentita con le cuffiette
al bar della stazione),
in quell’immedesimarsi stellante
con la pagina delle Affinità
elettive, nel chiedersi il seguito
e se sia uguale a Giovanni,
in quel vento fino al Teatro
delle Marionette o alla
Grande Sala del Festival
di Pasqua ad ascoltare un mito
vivente (Herbert von Karajan)
al concerto per la
vita, fino ai Giochi d’Acqua
della gita o escursione
nel tornare al primo
innamoramento dell’adolescenza
contro un tetto di cielo
da sfondare con mano affilate
e con il violino e l’archetto
che restano intatti,
melodie nelle vene di un amore
con Giovanni nella fine pensione:
m’ama, non m’ama
m’ama ad interanimarsi
con fondale oceanico delle cose
e della vita musicale
tesse nel chiaroscuro lunare
un filo di luce a farsi alba
nel silenzio gioia.
*
Raffaele Piazza

giovedì 25 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIO FRESA


"Dizionario critico della poesia italiana"--1945 – 2020---Società Editrice Fiorentina – Firenze – 2021 – pag.213 - € 25,00 -a cura di Mario Fresa
Mario Fresa è uno dei poeti e critici italiani che si sono affermati, nonostante l'ancor giovane età (è nato nel 1973 a Salerno), nel panorama poetico del nostro Paese: tra i suoi successi riscontrati, oltre al riconoscimento di numerosi premi di poesia, spiccano la pubblicazione di testi poetici sulle principali riviste culturali degli ultimi decenni come “Nuovi Argomenti”, “Paragone”, "Il Verri" e “L’almanacco dello Specchio” mondadoriano.
La poesia dal secondo dopoguerra in poi in Italia, come nel resto del mondo, continua ad essere vivissimo strumento di conoscenza per l’essere umano: uno straordinario strumento di indagine dello spirito, capace di condurre a una fusione catartica tra conscio e inconscio, fisico e psichico e che permette, inoltre, un riavvicinamento salutare (e salvifico) alla stessa natura, recuperando qualcosa che nella vita della nostra società, sempre più cibernetica e "tecnica", si è infine perso.
Prima di entrare nel merito di un commento all’importante opera critica curata da Maro Fresa e redatta dai maggiori poeti e critici dell’attuale panorama italiano brevemente accennerò a due fenomeni che alcuni intellettuali avevano pronosticato e che non si sono avverati.
In primo luogo non si è verificata, dopo la seconda guerra mondiale e l’Olocausto, l’afasia, la fine della poesia come credevano il filosofo Adorno e il poeta Paul Celan. Il desiderio di interrogare il mondo e il destino umano attraverso la scrittura poetica non è tramontato (e crediamo che mai tramonterà).
In secondo luogo, aggiungiamo per fortuna, non è avvenuta né la fine né il decadimento del libro cartaceo nell’epoca degli e-book, come molti pensavano che sarebbe successo agli albori del fenomeno internet. Il Dizionario dei poeti in questione è un volume che risulta utilissimo e stimolante per due categorie di lettori: i cultori della poesia (che sono essi stessi quasi sempre poeti) e i critici che troveranno nelle 250 schede su poeti e poetesse e sul loro fare poesia dal 1945 al 2020. Chi scrive ritiene inoltre che anche nei licei classici e nelle università questo volume dovrebbe essere accolto dai docenti anche se esiste ovviamente una barriera tra critica accademica e critica militante.
L’opera può essere considerata anche come un mezzo per il critico di poesia di qualsiasi tendenza sia per agguerrirsi attraverso il suo studio sul piano metodologico, sia per affinare i suoi strumenti di indagine e di studio.
Come scrive Fresa nella premessa, il testo è frutto dell collaborazione di oltre cinquanta redattori. Nell’assegnazione delle schede, scrive il critico, "si è cercato d’individuare le specifiche affinità e i particolari approfondimenti che i singoli collaboratori hanno sviluppato in riferimento alle voci analizzate: ciascun poeta è stato, dunque, accompagnato e presentato da un suo lettore ideale".
Un volume poderoso e nello stesso tempo raffinatissimo nelle valutazioni e nelle critiche ad ogni singolo autore o autrice, quando l’acribia diviene il comune denominatore del lavoro nella sua totalità.
*
Raffaele Piazza

POESIA = ASSUNTA CASTELLANO


** "Non chiamarmi amore"
Non chiamarmi amore,
chiamami col mio nome,
pronuncialo dolcemente
come se io fossi il pane che ti sazia,
come se io fossi l'aria che respiri
il vento che scompiglia i capelli
il calore del fuoco che ti scalda.
Guardami e non distrarti dal mio volto
segui tutti i contorni del mio viso..
la fronte
il naso
la bocca,ma non guardarmi gli occhi...
scopriresti tutto l'amore del mondo...
Ecco perché li abbasso!
Chiamami col mio nome
e solo allora io capirò chi sei
e quanta forza metti nel pronunciarlo
ed io ti chiamerò...AMORE!!
*
ASSUNTA CASTELLANO

venerdì 19 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = VINCENZO GUARRACINO


**Vincenzo Guarracino (a cura di) : “Il seme del piangere” Ed. Fermenti 2021 – pagg. 252 - € 25,00
Ponderosa antologia di poesie, in elegante e sobria veste editoriale, redatta da Vincenzo Guarracino con la sapienza ed il gusto di un saggista che ha al suo attivo un bagaglio culturale di ammirevole spessore. Il tentativo di raccogliere le pagine di un percorso che scandaglia il mistero delle lacrime è pienamente riuscito attraverso il ricamo dei testi presentati, che hanno la firma di autori esemplari, e che uno per uno hanno l’intervento critico interpretativo del curatore.
“Uno scandalo e un mistero, le lacrime: un dono e un sacrificio di sé, un segno intollerabile di fragilità, – scrive Guarracino in prefazione – espresso per via di un linguaggio liquido e silenzioso. Inscritte tra dolore e piacere nella storia del corpo e nel gioco asimmetrico dei sentimenti resistono ad ogni sapienza offrendo un’unica certezza, quella di offrire dell’io un’immagine scoperta, protesa a qualsivoglia interpretazione e disegno tale da dare agli altri il vantaggio di una soggettiva condizione di superiorità, in virtù di un sentimento come la compassione, un miracolo della natura e unica qualità e passione umana che non abbia nessunissima mescolanza di amor proprio, secondo il Leopardi di un giovanile passo dello Zibaldone”.
Gli autori presenti sono ben novantotto, da Giovanni Pascoli a Chiara Evangelista, da Sibilla Aleramo a Serena Rossi, da Corrado Govoni a Paride Mercurio, da Giuseppe Ungaretti a Franco Manzoni, da Eugenio Montale a Claudio Damiani, da Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Leonardo Sinisgalli a Alberto Toni, da Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini, Mario Luzi a Gabriella Colletti, da Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani, Edardo Sanguineti a Gianni Rescigno,ad Antonio de Marchi Gherini, per citarne soltanto alcuni.
La drammaticità degli anni ha il suo picchiettio melodioso in una sorta di vertiginosa sequenza di versi, come un velo policromatico che riesce a nascondere l’apparenza e l’effimero per esprimersi in un attraversamento ideologico, che si compone in trepidazioni incantevoli.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 7 novembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


*****OBLIO***
Anche l'oblio è stralcio di memoria
altro versante che cancella colori,
solitudini e canti misteriosi,
tra forme vaghe e luminose.
Tempo nella penombra lenta
somiglia a un labirinto incantato
dove il centro segreto ha echi e passioni.
Non saprò mai chi sono, allo specchio
recondito e fragile riflesso di un pericolo
che ostacola fantasmi.
Nell'azzardo impallidisce e tace
anche la storia in un saluto rapido,
accennato ad un rancore antico,
e si ferma se c'è un fiore di cardo.
Senza fare rumore, con la fermezza
che fu già la sua illusione, abbandono
mine vaganti.
ANTONIO SPAGNUOLO
*
"Olvido"
Aun el olvido es surco de memoria
el otro lado que borra colores
soledad y cantos misteriosos,
entre formas vagas y luminosas.
Tiempo en la penumbra lenta
semeja un laberinto encantado
donde el centro secreto tiene ecos y pasiones.
No sabré jamás quién soy, en el espejo
recóndito y frágil reflejo de un peligro
En el acaso empalidece y calla
aún la historia de un rápido saludo,
señalado en un antiguo rencor
y se detiene si hay una flor de cardo.
Sin hacer rumor, con la firmeza
que fue de su ilusión, abandono
minas vagantes.
*
Traduzione di Francesca Lo Bue

POESIA = FRANCESCA LO BUE


La Lo Bue legge in questo monologo, espresso in termini poetici il mito di Andromeda, traducendolo in un racconto che è di fatto l’esercizio di una singolare modalità di pensare. Infatti, la narrazione della storia mitica di Andromeda diventa lo spunto per esprimere la realtà contraddittoria del fenomeno umano, allorché è posto nelle condizioni limite dell’esistenza. Così la protagonista dell’evento mitico si trova sospesa tra l’abissalità della morte causata da un fato ineludibile e il grido della vita che non riesce ad emergere dal destino alle soglie del suo compimento. La disperazione sembra trionfare, la speranza appartiene in tal caso all’impossibile, ma l’inatteso evento liberatorio della salvezza e di una nuova vita, finisce per germogliare da una situazione che appariva conclusa. Questa realtà enigmatica dell’evento viene chiarificata dalla poetessa attraverso un’ermeneutica che fa uso di immagini in alcuni momenti buie e in altre luminose, chiarificate e soprattutto evidenziate dai colori e dagli effetti di un fuoco nascosto che esorcizza il pericolo della morte e oggettiva il grido trionfante della vita, aperta ad un domani migliore ma sicuramente imprevedibile. Tutto ciò, come di solito accade per la nostra interprete, viene realizzato dai registri dinamici di un linguaggio che valorizza gli effetti arcani del racconto.
** Aurelio Rizzacasa
"Andromeda" (monologo)
Qui sono,
in una roccia che dirupa nel lago ceruleo,
dove scendono il fardello dell’affanno e le catene del tempo.
Virgulti di afflizione e di esilio
arrivano dalla sabbia a ricevere bisacce di pena.
Nel petto ansimante trattengo la bellezza dell’ebano,
i nibbi delle rocce e il pavone di fuoco.
Le creste di fiamma bruciano i miei occhi che aspettano cibo e vento.
Dalla tana amara,
fra i chiodi del solo nuvoloso,
ascolto il crepitio di barche lontane e le campane dei corvi.
Urlo nella notte, nel mattino senza luna,
nella terra delle sabbie, le mie pupille guardano nel nulla.
In un giorno come tanti verrà la morte senza piedi.
C’è il mostro dalle orecchie di bue,
la lupa dagli occhi di fiamma.
C’è pitone che sogna veleni fra i pepli della notte,
quando le ninfe marciano in pena verso gli specchi della selva
e i cani che sbavazzano.
Colpisce e cade la morte con l’emblema del figlio errante,
in un’epifania di alberi allucinati,
fra memorie che tramontano ed alchimie sanguigne.
Qual è la tua casa?
La mia fu una via buia e scivolosa,
un marchio senza terra né la madre,
una rugiada salmastra che ferisce sbiadita.
Che doni porta la tua mano?
Vivere in una roccia infiammata,
in una ruota d’aria cerulea,
fra liane d’acciaio e linfe diroccate.
Contemplo il mio viso sotto lo zenit di parole miracolose.
È un pensiero di carne nelle notti nude,
parole e aspettative che scivolano in un rivolo di ghiaccio.
C’è amore da qualche parte?
Il notturno vagare cede all’urlo
e all’affermazione di un mare lontano,
quando abbaglia solitudine e disfacimento
tra grovigli di veleni e chiodi di sole.
Potrei ritrovarmi in un accenno,
in un desio di fiamma celato
nello stupore di un nome bianco.
Che suono è la patria?
Chi mi condurrà,
con quale mano,
al sentiero della pietra fulva,
dove il pungolo del fato s’attorciglia tra salici gelidi e rocce appuntite?
Fu o non fu un sogno il paese della nebbia?
La stizza dell’uomo fu briciolo di foglie o graffio di rose?
Taci, taci.
Irrompe il sangue della colpa.
Perché non ascolti i supplicanti?
I supplicanti per la vita che sfugge fra i capricci della natura?
Sono come erba calpestata dalla brina d’autunno.
Viene da me su un carro cigolante nella luce dell’affanno.
È voce di sale e acqua morta,
di colli e distanze.
È lampo di candela nel focolare della sera,
una visione che incrina nel raggio di sole,
balocco che scivola nel vento di tutti i giorni.
Apparve un genio nelle punte del meriggio,
carezza fuggente di visione e di aneliti erranti.
L’angelo arciere mi guarda nella pazienza del silenzio,
ammicca alla mia anima dalle sue ali di neve antica,
mi chiama da mura diroccate
quando si destano gli gnomi della notte.
L’istante nasconde il mio petto ansimante,
nel calice carminio del cuore
appare un isola per la voce dei morti,
per la voce dei vivi,
per la voce del sogno nel guizzo dell’aria.
Che portano le tortore assonnate?
Il risveglio cos’è,
cos’è una terra di morte?
Purpurea aurora perpetuamente sparita.
Ero viva nel saluto dei navigli,
viva nell’incanto dell’aria,
viva nella pena delle mie dita anelanti e nel grido esultante.
Il mio nome è la mia giustizia in una terra di nessuno,
in un passato che non è,
in un oltre che non c’è.
Sei la lontananza di me,
tutti i suoni della mia voce,
il bagliore dei miei occhi,
la forza della mia carne ferita di passione e di bellezza.
Nella montagna azzurra appare il castello di mio padre,
mi chiamano editti di perdono e pazienza,
Sorge l’isola, la patria trascinata dalle nereidi dagli occhi cupi,
dalle reti dei pescatori di perle.
E poi vennero le barche con meduse, schiavi e scrigni
E non fu il miracolo delle alghe d’oro.
Nei riverberi delle sabbie della spuma
Sussulta la nostalgia,
trema la gelosia,
e la Moira accovacciata nelle pieghe della mia veste
rincorre i cammini delle peripezie.
Si schiudono le rose e la nuda gioventù.
*
Francesca Lo Bue