lunedì 16 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = EMANUELA CANEPA

- Emanuela Canepa - "L'animale femmina" - Ed. Einaudi 2018 - Premio Calvino

Premio Italo Calvino 2017, questo romanzo molto originale e ben strutturato, scritto con uno stile scorrevole ma pieno di pieghe colte e nascoste, è l'opera prima di Emanuela Canepa, nata a Roma nel 1967 e bibliotecaria a Padova.
Si potrebbe definire "quartetto", o due volte duo, quest'intreccio di rapporti personali tra i suoi vari personaggi, da una parte quello complesso e irto di spine e contraddizioni tra un uomo anziano e scontroso e una ragazza giovane e semplice, dall'altra quello ramificato ma ugualmente essenziale tra due uomini attraverso le vicissitudini delle loro esistenze, all'inizio molto vicine poi divise da indole e sensibilità che si vanno diversificando sempre di più, infine dai percorsi divergenti d'una vita che va per conto suo in ambedue i casi.
Per quanto riguarda Rosita Mulè, tale il nome della ragazza, non si può pretendere - come lo scopriamo all'inizio di questa storia nella quale si racconta in prima persona -, che abbia gli attributi necessari per diventare un personaggio di spicco, un'eroina di romanzo da Premio Calvino!
Piccolina, scialba, povera, succube di una madre "dall'etica calvinista", insieme asfissiante e assente, con "un padre con cui non ho mai condiviso nulla", compagna episodica e poco esigente di Maurizio, un tizio sfuggente ed inconsistente, per di più marito d'un'altra donna, è per l'ora contemporaneamente commessa e scarsa studentessa di Medicina, con la fatica di menare di fronte queste due attività e l'angoscia di non riuscirci.
La si potrebbe immaginare piuttosto nelle vesti d'una piccola fiammiferaia dei nostri tempi, o d'una Alice piombata nel famoso pozzo, per uno di quegli strani giochi del destino, tramite l'intervento fatato d'un talismano magico: un portafoglio trovato appunto per caso e riportato alla sua proprietaria, una certa Larisa dall'aspetto molto slavo, chi sa se badante governante tutto fare - salvo un buon caffè! - dello strano suo datore di lavoro amico coinquilino?
Questo oggetto, in apparenza banale, il primo di due oggetti chiave all'interno della storia - del secondo si dirà più tardi - le aprirà le porte d'un mondo sconosciuto dai meccanismi per lei bizzarri.
Primo colpo d'occhio: un salone "barocco, formale, disabitato." Così impariamo a conoscere insieme a lei l'avvocato Ludovico Lepore, che nella favola di Lewis Carroll potrebbe interpretare la parte di un vecchio Gatto sornione e ambiguo, anche se benefattore, ma sgradevolmente discorsivo. Spesso considerato in seguito da Rosita come "un odioso, vecchio sadico stanco e claudicante", la ricopre con cadenza imprevedibile di formule tipo "...Le posso dire una cosa con certezza. Sono sempre le donne che pretendono di più dalla vita. Hanno il culto ottuso della felicità, della pienezza dell'esistenza..." Ma "...la felicità di una donna non è mai quello che c'è. E' sempre quello che potrebbe essere. Un tempo al futuro, un ideale cui bisogna tendere... Il difetto è cercare le cose nel posto sbagliato..."
Altro discorso non richiesto che la mette a disagio: "Le vergini sacrificali... Assorbono passivamente il condizionamento ambientale, la famiglia, la scuola, la parrocchia, tutto quello che serve a spegnerle, a cancellare ogni libera iniziativa, ogni desiderio di sperimentare, ogni istinto a immaginarsi libere. Poi, se appena si azzardano ad alzare la testa, basta far calare dall'alto un giudizio negativo, o solo minacciare di farlo, e non riescono più a muovere un passo. Si paralizzano, e diventano marionette radiocomandabili a distanza, anche in assenza del carnefice originario..."
L'avvocato sembra giocare con la ragazza come fosse una topina capace di capire i suoi discorsi - si capisce che prova per lei una stima crescente - ma impaurita, divisa tra la voglia di scappare e la coscienza dell'opportunità regalata da questo nuovo lavoro offerto in modo del tutto inaspettato. Infatti le permetterà presto di condurre una vita meno grama.
In questo ambiente dall'atmosfera rarefatta, lo studio professionale dell'avvocato Lepore, lei imparerà un'altra attività, a contatto con Renata Callegari, assistente algida e sempre perfetta dell'avvocato, giovane donna efficiente ed impietosa che si potrebbe definire l'esatto suo contrario e che le insegnerà con fare pieno di spregio e senza nessuna empatia i rudimenti di quel lavoro, compreso il come vestirsi e comportarsi.. "Mi scannerizza della testa ai piedi, poi mi gira intorno." "Mi dà del tu, ma non mi autorizza a fare altrettanto anche se in fondo deve avere solo cinque o sei anni più di me."
In mezzo a questi vari personaggi della sua vita, tutti piuttosto antipatici, ognuno a modo suo, a lei rimane fedele l'affetto di Dina,
una ex collega conosciuta al supermercato ormai abbandonato, madre di tre figli e l'unica sua fonte di conforto.
Ad un certo punto della storia, ci troviamo all'improvviso ad un bivio, si apre un nuovo capitolo e si presentano due strade davanti a noi. Sulla prima che già conosciamo, continua a camminare Rosita, sempre più sicura di sé, delle sue capacità lavorative malgrado le sue velleità di abbandonare la partita, ma frenata dalla ragione, e sorpresa nello scoprirsi più bella e seducente grazie a un po' di trucco, tacchi alti e gonna nera aderente.
Sull'altra torniamo all'improvviso molti anni indietro, nell'estate 1958, e seguiamo il trascorrere della vita di due amici,Guido e Ludovico, scolari poi studenti universitari, l'uno di Giurisprudenza, l'altro di Medicina. Livello sociale e carattere molto diversi: l'uno "giocoso e sfacciato", l'altro "cerebrale", amante delle "battute ambigue, della provocazione melliflua", però "sulfureo e permaloso"...... Ci sono molti non detti, molti slanci repressi, quando tra di loro appare l'altro oggetto determinante, una statuetta di bronzo rappresentando una figura efebica, sembrerebbe da D'Annunzio denominata "L'ombra della sera", secondo l'antiquario dal quale la comprano. "Ha un suo fascino siderale, ma anche una carica maligna..."
Un giorno all'improvviso l'avvocato convoca Rosita al di fuori dello studio. Si confida con grande sorpresa di lei e le fa una strana proposta, alla quale dovrà dare una risposta veloce. E si saprà perché.
Si accorge allora con amarezza di essere stata uno strumento nelle sue mani, e la sua assunzione soltanto un mezzo per arrivare ad un certo fine che non divulgheremo, rispettando così l'onda gialla che travolge la fine del romanzo. Come lasceremo al lettore il sicuro piacere di scoprire da solo come si conclude questa strana storia, imperniata su degli eventi concreti ma soprattutto su un'analisi psicologica acuta e spietata dei caratteri dei personaggi e sulla crescita sofferta della protagonista "femmina".
*
Edith Dzieduszycka

venerdì 13 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = DARIO PASERO

Dario Pasero – "L’ombra stermà"----Ed. Prova d’Autore – Catania – 2018 – pp. 72 - € 12,00

Dario Pasero è nato a Torino nel 1952. Dai primi anni Ottanta ha iniziato l’attività di scrittore (in prosa e in poesia) in lingua piemontese: sue composizioni sono apparse su riviste specializzate in Piemonte e altrove. Al suo attivo sono un volume di prose piemontesi e quattro di poesie.
Il libro di poesia del Nostro, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta il testo in piemontese a fronte.
Cifra essenziale della poetica espressa da Pasero in questa raccolta è quella di una vena neolirica intrisa di dolcezza nel relazionarsi dell’io – poetante con un tu che resta nell’ombra e del quale vengono detti pochi riferimenti.
Così Dario realizza un efficace canzoniere amoroso dedicato presumibilmente alla sua donna, alla quale si rivolge, una figura femminile carica di mistero e fascino che si concretizza nella mente del lettore nei versi da sogno ad occhi aperti.
Nei suddetti è detto il tempo in modo ambivalente, ora nemico ora propizio, durata che con struggimento il poeta vorrebbe fermare nell’attimo, cosa che può avvenire solo nella scrittura poetica.
Qui Pasero si cimenta con una parola avvertita, raffinata e ben cesellata, detta sempre con urgenza.
Chiarezza, nitore, luminosità nei versi scattanti del Nostro che riesce a produrre un poiein carico di suggestione e bellezza icastico e nello stesso tempo permeato da una grande leggerezza.
Se anche la figura femminile è natura il poeta si apre ad accensioni subitanee evocatrici di paesaggi che sfiorano la linearità dell’incanto.
D’altro canto il testo potrebbe essere letto come un poemetto carico di grazia e freschezza e l’autore non cade mai in un linguaggio retorico mantenendosi stabilmente nell’alveo di una forma sicura ed elegante sempre ben controllata.
Il presente, come tutti i libri di poesia di Pasero, ha la doppia redazione in dialetto piemontese con traduzione dell’autore in italiano.
Per assaporarlo meglio bisognerebbe conoscere quel dialetto ma, già per chi intende solo i versi a fronte, il libro emerge come piacevole e ben riuscito caratterizzato da una chiarezza che non è elementarità.
Anzi, leggendo e rileggendo i testi, si scorge una certa complessità nascosta e intrigante, raggiunta tramite lo stile che fa librare ogni componimento nel suo incipit sulla pagina per poi restituircelo compiuto nella sua stesura alla fine della lettura e nella scrittura viene raggiunta senza sforzo, naturalmente, una certa magia.
Un senso di misura dove anche il dolore è dominato contrassegna questi versi nei quali s’intravede comunque un forte anelito alla speranza.
Pasero plasma una materia che domina costantemente con un rigore e una tenuta che potremmo definire classicistici, espressione compiuta di un neoclassicismo postmoderno.
C’è anche il tema di una provenienza che s’invera nel cronotopo e Pasero non esprime nostalgia ma una pregevole e pregnante riattualizzazione del passato nel suo fondersi con il presente.
Particolarmente bella la composizione Aurora a Torino, nella quale sono dominate emozioni struggenti nel rimescolamento di eros e pathos.
*
Raffaele Piazza

giovedì 12 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

Raffaele Piazza – Del sognato – La Vita Felice – 2009 – pagg. 71 - € 10.00

La parola di Raffaele Piazza ha acquisito la grande capacità – frutto di un lavorìo artigianale che ha affinato il talento naturale – di rendere visibili le emozioni. Non soltanto consegnandole alla pagina nella purezza della loro essenza ma soprattutto definendole con leggera precisione fin dal loro nascere, seguendole nella curva dell’esistenza negli esseri umani, cogliendole al tramonto delle disillusioni. È un poeta che ha assunto il linguaggio lirico come categoria interpretativa della realtà, trasferendo il suo mondo nei versi e indicandoli così come l’autentico luogo della vita: il nome che egli dà alle cose diventa la cosa stessa.
La raccolta “Del sognato” (La Vita Felice, pagg. 68, euro 10, con una nota critica di Gabriella Fantato) appare l’approdo di un percorso avviato nel 1993 con “Luoghi visibili” e poi proseguito nel 1994 con “La sete della favola” e nel 1998 con “Sul bordo della rosa”, titoli che hanno fatto di Piazza una delle figure più interessanti della scena letteraria non soltanto napoletana. “Del sognato” si compone di due parti: “Mediterranea” e appunto “Del sognato”. A un’osservazione esterna, su un paesaggio naturale che spazia da Capri a Napoli alla ricerca di rotte domestiche a cui affidare i messaggi dall’esilio, segue una sezione caratterizzato da uno sguardo più intimo che segue una sorta di educazione sentimentale di Alessia, archetipo femminile di una giovinezza rivissuta attraverso i suoi bronci, le mutandine nere intraviste, gli appuntamenti d’amore al Virgiliano, le passeggiate, la sensualità del ricordo, la constatazione del male del mondo. Raffaele Piazza compone per lei un canzoniere postmoderno, tra l’invadente internet e il suo corpo nudo che si mostra come estrema epifania di bellezza: è un profilo che si anima in un orizzonte sognato, balena nella nebbia della memoria o forse non c’è mai stata. È il mito della giovinezza, come sottolinea Fantato, che riempie il vuoto dei giorni e li rende sopportabili: una passione sfuggita che attraverso le parole di Raffaele Piazza si concreta e si fa visibile. È un’assenza dolente, qui compagna di un viaggio che prosegue.
*
Generoso Picone

POESIA = GIANFILIPPO GRAVINO

"IN RIVA A QUESTO MARE"

La luce era
nel colore dell’acqua
e non del cielo.
Ma non serve a molto
fondersi ora
con la tua continua epifania
che eccedendo recede
e risucchia e rigetta,
sensibile, avvolgente
dio, che di nessuno
conti i respiri né riempi
l’animo monco.

Ti insegui per sfuggirti
e dopo ti ritrovi
su un tempo di sabbia.
E in fondo anche in te si agita
qualcosa di placido:
nella tua iride immensa
un cielo sottile quanto un soffio
istilla una dolce e azzurra
bugia che – se l’assaggio –
ha lo stesso sapore della lacrima
di chi si è ritrovato
su questa riva in riva alla tua luce.

**

"TUTTO SCORRE E TUTTO BRUCIA"

I

Un vento è solamente un fiume d’aria
e un fiume non è che un fuoco fluido.

Ma aereo o liquido
il fuoco è sempre eterno
e proprio non ha tempo
per credere a questi
e ad altri insipidi dettagli,
visto che il fuoco è "già" nei dettagli,
sin da quando nel buio stellato
della sua officina
è come scintillato
quel caldo bagliore
che ancora oscilla in ogni cranio
e in qualsiasi altro cuore.

Così, se è vero che tutto è come
immerso in un fiume
che scorre via, lontano da se stesso,
è anche vero che in quel fiume
tutto è lava e tutto
brucia di una febbre
che viene dalla vita
e va verso la vita,
perché non è che vita – e perché non è.

(Visto che alla vita come al fuoco
piacciono l’essere e il non-essere
a un tempo e l’essere senza essere
nello stesso luogo.)


II

Il fuoco è sempre eterno,
ma non sempre riesce a respirare
al ritmo del proprio passo
e del suo stesso sangue,
e sono sempre tante
le volte in cui il fuoco
non vive di vita, ma della brace
più grigia
e delle sue ceneri disperse
tra le nausee più sazie
e i più stanchi rimorsi.

Però
la lena che riprende
pochi momenti dopo
è legna
umida di benzina,
ed è in questo modo
che il fuoco può di nuovo
tacere le sue colpe
danzando sulle punte
dei suoi capelli alti, rossi e scomposti
dal ritmo del proprio petto
e della sua stessa voce.

**

"MEMENTO"

Anche se un giorno (o nel corso di un sogno)
sicuramente torneranno a galla
in qualche palude della mente,
sul pelo livido delle sue acque,

memento che alcune cose è meglio
scordarle, ricacciarle nel niente,
di cui sono le madri e le figlie
a un tempo. (Almeno per qualche momento.)

**

"RONDINI"

«Un urlo dal dolore
è il vento cieco
che solleva e rigira
la polvere di stelle spente
che compone ogni cosa»,

spesso si è detto. Intanto, oltre lo specchio,
corpi celesti
senza un nome, perché hanno già tutto,

quasi si divertono
a disegnare ellissi a perdifiato
a bassa e svelta quota.
Sirio, il loro Sole.

Nere e come lame
hanno le ali, però la loro voce
dal chiaro del petto
volge pure quel vento in "virb"…

**

"LA MIA NONA"

A volte – ad occhi socchiusi – mi lascio
scorrere nelle geometrie friabili
di una foglia o in quella musica
che, riempiendola, colora l’aria
su cui galleggio e che mi avvolge.
E mi sembra davvero
di essere una sola cosa con
il mondo e la sua carne.
Ma, se ogni croce ha una sua delizia,
ogni splendore ha le sue miserie,
e così, ben presto, sono costretto
a tornare a me stesso
e al mio percorso,
visto che i miei inni alla gioia
muoiono giovani e quasi mai beati
(visto che la mia Nona
lascia loro il tempo
di un tramonto appena).

Sapienti saggi hanno
premura di spiegarmi che le gioie
sono un canto di cigno
o un ardere di paglia,
ma che è proprio questo retrogusto
di amaro a renderle
l’uva più sublime ed il suo miele.
Tuttavia, l’immagine del cosmo,
che alla fine mi vendono, è sempre
coperta dall’effetto
neve di una sfera che si infrange
in mille specchi al minimo contatto
con il suolo del reale.
E così – scorsa via la sabbia stretta
nel cavo della mano –
non stringo che un pugno
d’aria da offrire
al primo soffio che passa per caso
o per sbaglio sul mio percorso.

**

"PRIMA CHE"

È solo un vecchio desiderio
ed è solo un’altra notte
di neon e di luci rugginose,
eppure io vorrei
lo stesso farmi più forte del vento
che sforma e ruba l’anello di fumo
che hai come aureola.
Vorrei e forse posso.

Ti bacio le ali mozze, angelo rauco,
costretto a camminare sull’asfalto
di questi Campi Elisi
collusi con l’inferno,
e accarezzo l’aspetto malridotto
della tua anima offesa – fatta
di carne e di pioggia – in un abbraccio
di calore e di bianco

prima che intorno sia di nuovo l’alba
di un nuovo giorno sepolto e non nostro,
e prima che il suo freddo ci ricordi
che anche noi siamo rimasti nascosti
dietro lo schermo dei nostri contorni.

**

"ULTIMO PASSO (PRIMA DELLA DANZA)"

Danza nella sua mente
(al suono delle vene)
la voce di una strana
prima madre, che chiede
la testa del giovane
invecchiato in galera
in dono e in cambio
di un amplesso col sogno
del nuovo e vecchio padre
dai piedi ben calzati.

Danza e danzando è
(giunta all’ultimo passo)
sempre più sangue e ossa:
"Salomè" pronta e sola
e nera e lieve insieme.

**

"FRAGILE"

( "a C." )

Correre e tremare
come una luce incerta e ubriaca
che rincasa al mattino.
Correre, dopo aver corso
su una corda tesa
tra farsa e tragedia,
ma finalmente in cerca
di quel suono intravisto
in fondo al Silenzio più stonato.

È questo che hai impresso
a fuoco nelle vene:
correre per sfuggire al tuo sé,
alle sue volontà come al caso,
diventando più scaltro
perfino del dolore.
Sei un pacco con su scritto "FRAGILE"
che è stato spedito a migliaia
di indirizzi estranei,
ma che alla fine
ha trovato la sua casa: lo spartito
di una sinfonia ingiallita
ed ogni giorno più incompiuta.

**

"DI FRONTE AL MOTO"

Ripeto spesso che a questo mondo
non c’è gloria che non sia vana
né vittoria che non sia di Pirro

di fronte al Moto più vasto e perpetuo,

eppure brucia veramente tanto
stringere tra le mani le macerie
in fumo d’un altro lucente incanto.

**

"IN OGNI DONO UN GIOCO"

( "Un dono può anche essere sbagliato. Non piacere." )

Oggi non è il tuo compleanno
né un giorno prefestivo,
e io ho voglia di darti in dono
questa matrioska con la sua grazia
grossa e gravida di quattro o più
segreti dai colori
rumorosi ed estesi.

È solo un po’ di plastica prodotta
in serie, è solo un souvenir,
ma un souvenir che non serve a farti
rimpiangere un viaggio,
tra l’altro mai avvenuto.
Le sue gemelle sempre più piccole
sono già il tutto di un mondo
che di guscio in guscio
scende fino al seme
del suo nucleo solido:
la pressione e le ore
di un giorno fermo in fila.

Perché anche in un giorno stancamente
di serie può nascondersi un dono –
e un dono è come un gioco
che rinnova il ciclo e il carbonio
del primo dono che hai scartato:

il gioco originale
che non sempre diverte.
Quel gioco severo
che cambia ogni giorno le sue regole.

**

"SOGNO DI UNA SCALA"

Centoquarantanove
gradini ha questa scala – ogni volta
che sono io a contarli.

Centocinquanta ne ha invece quando
li numeri tu, che sei da sempre
più abile di me.

Certo, non stiamo parlando di qualche
scala magica tra Betel e il cielo,
tra una pietra e gli astri.

Nemmeno nei tuoi sogni
la percorrono stormi
di angeli con occhi di lapislazzuli.

Alta e stretta, da un brano di mondo
ci conduce ad un altro
brano di mondo in prosa – e viceversa.

Ed è questo il suo sogno,
la sua sempre incostante
e scritta col marmo chiaro magia.

**

"AL POTERE"

Le parole d’un paese senza case
non scorgevano suono,
tanto da perdersi e poi rinchiudersi
in riflettenti mani
che non stringevano né la seguivano,
la luce accennata negli occhi,
dalle dita già troppo unte
per posare la prima e anche
le altre pietre – dopo
che l’accelerata guida
dell’affiatato battito
fu coperta da quell’oro
che ne svelava il fango.

**

"NAPOLI ANNO ZERO"

Sirena annegata
tante volte sotto il peso
delle ombre e dei rifiuti,
dell’immondo e del sangue buio,
sotto i lapilli e la nube ardente
di mille vulcani al rogo,

hanno dettato alla tua voce
parole di zolfo, affinché
ti sporcasse di vuoto,
di vecchio Silenzio,
e non rivedessi più l’aria.

Adesso che hai assaggiato il fondo,
per un principio fisico,
sarai chi risale e nasce
sopra le sue onde di cenere –
ma dimmi questa volta
quanto durerà
la tua riemersione.

**

"CENERE"


L’alba non si era ancora aperta
del tutto, quando sono arrivati
e per due volte hanno
pesato e misurato l’inferno
fino all’ultimo grammo
dei suoi ultimi millimetri,
così da dargli un senso,
un sapore, un prezzo.
Inferno poi inviato,
venduto e riciclato
sotto gli occhi neri del Sole
e nel cuore corroso della notte.
Inferno tra altri inferni,
ma più infiammabile.
(Quando lo appicchi, ti scalda
il sangue più in fretta
e sempre più in fretta
ti arriva due volte al cuore,
salendoti alla testa.
I mille e dispari paradisi
promessi li mantiene tutti e tutto
trasforma in carezza e calore,
ti fa compagnia e diverte.
Così – se ti specchi – puoi vedere
la tua faccia che ti ride in faccia
tra le sue fiamme
di carta tutta crespa:
cenere all’istante.)

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GIANFILIPPO GRAVINO
****
Gianfilippo Gravino ha preso parte a diversi eventi culturali, tra i quali la rassegna “Una Piazza per la Poesia”, organizzata nel 2008 dalla Libreria Internazionale Treves di Napoli.
Oltre ad essere apparsi su quotidiani e riviste, suoi testi sono presenti in numerose antologie di Autori Vari.
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mercoledì 11 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUANA FABIANO

Luana Fabiano : “L’autunno negli occhi” – Ed. Lebeg – 2018 – pagg. 60 - € 10,00
Con una prefazione impegnativa di Caterina Verbaro , che introduce sapientemente ad una lettura attenta e disincantata dei testi , Luana Fabiano si cimenta a tutto tondo in una ricca sinfonia lirica , impegnata in una coerenza linguistica che non si interrompe durante tutto il tragitto ricamato. Le tre sezioni : “Di uomini, alberi e foglie” , “Profugo è questo tempo”, e “ I figli della guerra” esprimono in effetti un’unica forza d’immaginazione sottesa nelle pagine scandite nel dettaglio e nella metafora.
La quotidianità si esprime nella percezione continua ed immanente dell’altro, negli eventi che aprono il racconto , le memorie , i desideri , gli accorgimenti che modificano afflati , il ritrovamento delle immagini , la ricerca della possibilità. Il paesaggio mostra colori , la malinconia scava nell’intimo , il sussurro intesse preghiera , l’infinito accarezza l’amore , il sogno nasconde illusioni.
“Una doppia valenza connota il discorso poetico di Luana Fabiano (in prefazione): da una parte quella di un dialogo intimista con la natura, chiamata a testimone e interlocutrice del proprio flusso interiore di percezioni e pensieri, dall’altra una vena civile. Non si deve tuttavia pensare a una modalità doppia di discorso, perché quello che appare più notevole di questa voce poetica è proprio la sua coerenza monolinguistica, l’identica malinconica passione che scorre da un punto all’altro dei suoi diversi componimenti.”
Ogni possibilità di relazione con la natura ha la sua chiave che sottolinea lo stile composto ed equilibrato che la poetessa sottende : il canto del melograno in sottofondo , il profumo del pane che non riesce a saziare , il tragitto della lumaca dalla bava appiccicosa . La memoria incide nel tempo socchiuso all’animo incerto , ed il tempo sorprende il richiamo . Una poesia che ricuce sentimenti in forma di evenienze, di situazioni , di presenze , per narrare un codice che appare del tutto personale.
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 7 luglio 2018

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


"Alessia e i fuochi a mare"

Vaga Alessia ragazza sul
lungomare abbracciata a
Giovanni, anima nell’anima
a entrarvi l’afrore della
salata acqua e qualcosa emerge
nel paesaggio interiore di
Alessia dai sensi al cuore
e sono i fuochi a mare.
Chiaro orizzonte che avanza
nella sera nell’illusione
da gabbiani solcato e sta Alessia
infinitamente con la luna
a pochi tiri di sassi levigati
dall’attesa che accada la vita.
E si accendono le speranze
pari a fuochi d’artificio
fotografati dagli occhi
fino all’anima vergine
di Alessia.
*

"Alessia sogna Mirta"

Aria fiorevole a Napoli
d’estate mitigata, luglio
che non spoglia della terra
il sembiante a restare iridato.
Nella calcinata della villa
di Mirta camera si addormenta
Alessia e l’amica sogna.
Mirta rosavestita dice ad Alessia
che sarà felice nel gioco della
vita nella farfalla del sorriso.
Poi si sveglia Alessia sottesa
a viva gioia e ride come una
donna. Poi le telefona Giovanni.
*

"Alessia e il lago dell’anima"

Mitezza di luglio a entrare
nel lago dell’anima di Alessia
temperatura di quieto splendore
e vede ragazza Alessia che Mirta
esiste ancora dopo il suo suicidio
e dal cielo le parla e le dice
di non avere paura, di prendere
il Rosario nella bellezza delle
mani e pregare. Tra i lecci e i
pini grandiosi prende Alessia
la corona e prega Dio e poi
alla fine dell’anima la pace
(andrà bene l’interrogazione
sull’Odissea e Giovanni
non mi lascerà). Sicura Alessia
esce allo scoperto e il telefonino
squilla. Prima di dire pronto
Alessia.
*

"Alessia e l’amica vera"

Soavità del volto di Mirta
ad angolo con la luce e l’angelo
a interanimarsi con di Alessia
di ragazza l’anima di stella.
Mirta amica vera di Alessia
nel dirle non ti lascerà. Sentiero
ad attraversarlo Alessia nell’
intessersi al vento senza tinta
mentre sente il coro delle vergini
di 14 anni. Prende nelle mani
il Rosario e prega e quando ha
finito squilla il telefonino.
Prima di dire pronto Alessia.
*

"Alessia e l’ironia"

Guarda un film con Charlot
ragazza Alessia e ride come
una donna. Il sentiero si apre
poi nella barzelletta da Veronica
raccontata alla fine del film
(quella su un genio della musica
che si credeva Dio). Poi bevono
tè freddo le amiche per rinfrescarsi
le anime nei corpi di ragazze
e ridono nel farsi sui fidanzati
confidenze. “Lui mi vuole
completamente nuda quando
lo facciamo” dice Alessia,
“Lui mi fa mettere calze
autoreggenti”, dice l’amica.
Poi un film con Benigni e Troisi
e ridono ancora Alessia e Veronica
e non pensano a di Leopardi
i versi, né a quelli di Silvia
Plath, ma a quelli di Montale
e di Ungaretti. Squilla di Alessia
il telefonino e vede il numero
di Giovanni ragazza Alessia
(quindi non mi lascia).
*

"Alessia e il primo sabato di luglio"

Luglio consecutivo di meno caldo
a giungere all’anima di Alessia
in fiore su di Capri le rocce prima
di entrare nelle acque. E si tuffa
di testa ragazza Alessia con la maschera
e le pinne nel giungere al fondale
dove prende levigatissima una pietra
bianca prestito di natura nelle affilate
mani di Alessia pari a ninfa nel bikini
rosa confetto. Sabato giorno della
fortuna per Alessia nel giungere
dove era già stata la Grotta Azzurra
raggiunta con abili bracciate
nel ricordare l’infanzia di quando
vi entrò la prima volta con i genitori
e il fratello. E così esiste Alessia
nell’attesa dell’arrivo di Giovanni.
*
Raffaele Piazza

venerdì 6 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIOVANNI FONTANA

Giovanni Fontana : “Discrasie” – Ed. novecentolibri – 2018 – pagg. 140 - € 12,00
In medicina il vocabolo “Discrasia” sta ad indicare una alterazione delle caratteristiche chimiche , chimico-fisiche , immunologiche del sangue. Un rimestarsi improvviso ed inaspettato di alcuni fattori principali che circolano nel nostro organismo , una rivoluzione impalpabile e determinante. Tale potrebbe apparire la scrittura di Giovanni Fontana , il quale da ottimo elemento multimediale sciorina in queste pagine una valanga di versi, che sono migliaia di frasi che attanagliano , che vertiginosamente legano il lettore ad una affannosa rincorsa per metafore , agganci , rimandi , sequenze, battute, schermaglie.
“Senza dubbio la lingua è protagonista assoluta. Come fu la pittura in quella notte così bella e singolare. Lingua esuberante in un tripudio di immagini e di indagini in campi glottologici e fonetici. Sonori . Sempre modellata e rimodellata. Come disfatta . E ripensata. O incontrata . Scovata . Strappata. Scucita e ricucita…”
Lo splendore di un divino trascendente , la potenza di un soggetto agente ,il sentimento di una sublimazione , il predominio di una intelligenza tecnica che ricuce il suo possesso, il modello a chiazze della memoria, il percorso trionfante degli spazi conclusi , suscitano quella meraviglia che si incardina anche nel paradosso , nel non dicibile , nella finitezza dell’immaginario per diventare poesia , cosciente espressione del significante.
Sappiamo che il bello non coincide sempre con l’oggetto , che rappresenta una modalità fondamentale nel rapportarsi con la realtà immanente , ma il bello in poesia ha una sua intenzione profonda , una potenza tecnica che splende come agente, al di là delle apparenze alle quali siamo abituati, e nel ricercare il linguaggio evanescente , segreto , misterioso del silenzio .
“Le scritture e le tavole e gli eventi performativi di Fontana – scrive Marcello Carlino nella postfazione - non si configurano mai , come invece per altri accade e come accade paradossalmente nella società mediatica odierna, quali notifiche di paradossali e per la verità improbabili liberazioni dai significati, con promozione congiunta dei significanti puri.”
In questo volume “l’alfabeto è aperto ad ogni discussione, senza echi…” per poter esprimere l’audacia dei frammenti e le corrispondenze di una fecondità interiore continuamente in fermento .
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = VELIO CARRATONI

VELIO CARRATONI, PASSIVE PERLUSTRAZIONI – Racconti, 2008/2017, Fermenti Editrice, pp.162, € 14,00

Forse perché la vita riserva strane sorprese e repentini rimescolamenti delle carte mi colpiscono i funamboli personaggi di Velio Carratoni, per lo più figure femminili problematiche, sull’orlo di crisi o di esasperazioni, immerse nella modernità con slanci e frustrazioni.
Un mondo che per anni mi sono illuso di capire e che ora constato di avere poco gestito, seppure abbia tentato di stare vicino a quelle impennate e immancabili desolazioni.
Con uno stile asciutto e pungente, l’autore ci immerge in questo mondo di perenni contraddizioni, di slanci ma anche di fobie che è tipico della realtà contemporanea: molte di queste donne sono simili alle mie crudeli amanti e spassionate avventuriere che mi hanno avvelenato per anni la vita, anche se poi sono riuscito a prenderne le distanze, ma che nei sogni ritornano beffardamente per invitarmi alla perdizione.
Un mondo di grandi ardori, di cinismo, di modernità, ma anche di patetica arcaicità, in un rovello che consuma ma conquista: certo c’è molta delicatezza, tanto ardore, ma a volte scottature, esasperazioni derivanti dall'arte del sentimento estremo, della comunicazione senza barriere.
Storie anche struggenti e un poco paradossali, ma di ordinaria follia dei nostri giorni, dove bisogna esercitarsi nella pazienza, che non è mai abbastanza, dato che l’imprevisto è dietro l’angolo e ogni bonario proposito immancabilmente salta.
Questi non hanno nulla di diabolico e di perverso come certi miei amori estremi, ma sono di ordinaria crisi vissuta con rigore e con un onda di malinconia, sicuramente con tanta volontà di comprensione perché tutto questo è lo specchio della realtà e della sua schizofrenia.
Forse si cercano proprio amori assurdi per uscire dal grigiore di una vita opaca, da un piattume di consumismo elevato a sistema di vita in un mondo in cui tutto salta: a volte sembra che i personaggi siano ibernati della loro perenne ansia o irrequietezza, come se il mondo fosse imbalsamato, chiuso da schemi prefissati e immobilizzati dal magma che
imprigiona ogni gesto, anche se l’estro femminile tenta delle varianti, delle spie d’uscita che vorrebbero essere di rivolta.
Un mondo di consumi e di impacchettamenti mentali, dove la fuga nel sogno e nella normalità sembra impossibile, ma l’autore si diverte a mettere a nudo e alla berlina certi stereotipi del nostro vivere quotidiano, di anime costrette a subire un meccanismo imposto da regole della banalità e dall’irrequietezza gestita con molto cinismo.
Un mondo di “anime” smarrite, destinate ad essere inghiottite dal magma delle abitudini imposte di una vita costruita a tavolino che non riescono a liberarsi della loro nullità, nonostante i migliori propositi: uno specchio del caos e dell’opportunismo che ci circonda e che, con sapienza, Velio Carratoni smaschera, beffandosi delle ipocrisie.
Con un tono divertito, senza patemi e tantomeno proclami si delinea una ordinaria banalità dei nostri quotidiani drammi personali, cercando con un sorriso di esorcizzarli: Passive perlustrazioni scruta un mondo dove “Di corpi ce ne sono sempre troppi. Di pensieri sempre meno”, dove tutto si va appiattendo e sclerotizzando, anche se i guizzi di certe signore che escono dalla regola sembrano vivificare la speranza che un’altra realtà è possibile, subito disattesa.
Forse ogni tanto ci sono ancora spazi di illusorie salvezze, ma spesso “Siamo ridotti al crollo, a causa di una natura che non ci è più né amica né matrigna”, ridotti a marionette che recitano la parte insensata di un mondo che si svuota: tra tanti uomini di fumo ove l’irrequietezza femminile sembra una via d’uscita, ma che poi inaspettatamente tutto crolla addosso, perché la vita è sogni e miserie.
Un sottile percorso sapienziale, senza l’illusione di aver afferrato il bandolo della matassa, ove tra sofferenza e debolezza possano scaturire umanità, un poco di verità, perennemente camuffata dalla farsa di figure di fumo e vapori destinati a lasciare un segno in tanta insensatezza del nostro vivere attuale.
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MARIO RONDI

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELA RAIMONDI

Daniela Raimondi – La stanza in cima alle scale--- Nino Aragno Editore – Torino – 2018 – pp. 79 - € 12,00

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova. Ha trascorso più di trent’anni a Londra e ora vive in Sardegna. Ha pubblicato otto libri di poesia e una raccolta antologica in edizione bilingue Selected poems, Gradiva, New York. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali, tra i quali il Premio Montale per una silloge inedita, il Premio Sartoli Salis per Opera Prima e i premi Mario Luzi, Guido Gozzano e Caput Gauri per opere inedite. È stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournment a Maribot, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico (2012). Il suo primo romanzo L’ultimo canto d’amore, ha ottenuto i premi “Firenze”, “IoSrittore”, “San Domenichino” e Thesaurus”.
Il titolo del libro di Daniela Raimondi che prendiamo in considerazione in questa sede evoca qualcosa di archetipico e arcano: la stanza in cima alle scale.
Non c’è dato di sapere se questa camera sia parte di una casa o se sia qualcosa di autonomo, un magazzino o altro.
Quanto suddetto crea fascino e con un volo della fantasia si potrebbe credere che questa sia la stanza dove la poetessa scrive le sue poesie anche se le poesie si possono scrivere ovunque e dopo la rivoluzione del verso libero tutti possono farlo per emergere dalla solitudine dell’individuo in questo postmoderno occidentale quando in un mondo tecnicizzato si è persa l’abitudine di guardarsi negli occhi.
Con questo libro la Raimondi si conferma autrice finissima e intelligente, capace di trattare tutti i temi della vita e conscia di essere sotto specie umana, per dirla con Mario Luzi.
Cifra essenziale della poetica dell’autrice espressa in questo testo è quello di una chiarezza generale che non esclude la complessità, elemento che si rivela tramite accensioni e spegnimenti subitanei veramente folgoranti e mirabili.
La forma è elegantissima e la poetessa riesce perfettamente a dominare la sua vena magmatica e scrosciante del suo poiein, riuscendo a incastonare nei tessuti complessivi con perizia ogni singola parola e ogni sintagma.
La raccolta è articolata architettonicamente ed è scandita nelle seguenti parti, precedute da tre poesie iniziali: Primi dei dell’infanzia, Riti di passaggio, Foto di famiglia e Piccole storie di paese.
Molto interessanti le due composizioni iniziali intitolate La malinconia dei girasoli e Segni nelle quali Daniela riflette sul senso della scrittura e della poesia stessa, nella ricerca di una spiegazione del fenomeno poesia che paradossalmente avviene proprio in versi.
E tramite i suddetti componimenti la poeta dimostra di credere fermamente che la poesia salva la vita. Così leggiamo in Segni: Se scriviamo è per questo:/ per non dimenticare il sogno, / ritrovare un tocco d’angeli sulla guancia/ e sconfiggere i demoni/ immobili come aghi sotto la pelle…/Scriviamo per l’attesa, / quando un’orbita di luna ha sbagliato percorso, / per la corona di spine che ci sanguina la fronte/ e ci fiorisce le mani nella luce di un verso/.
In questi versi intrisi di misticismo c’è speranza perché scrivendo si possono ritrovare gli angeli e sconfiggere i demoni e anche la corona di spine può fiorirci tra le mani nella luce di un verso.
Predominano i temi dell’infanzia e degli affetti familiari e tutto s’inserisce nell’espressione di una parola magica, leggera, raffinata ben cesellata e icastica.
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Raffaele Piazza

mercoledì 4 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARCELLO CARLINO

Marcello Carlino - Il regionale delle sei e quarantatre - Robin Edizioni - Biblioteca del Vascello - 350 pagine - 18 euro.

Questo lungo ed effervescente racconto, strettamente ferroviario ed insieme sui generis ed ecumenico, scritto dopo molti saggi dedicati all'Arte e alla Letteratura, è il primo romanzo del Professore Marcello Carlino, docente di Letteratura contemporanea all'Università La Sapienza di Roma. L'autore prende spunto dalla sua intensa e pittoresca esperienza di pendolare (Frosinone-Roma) e ci rivela, durante un viaggio insieme altamente simbolico e scabrosamente concreto, la sua visione-opinione ironica e senza illusioni sull'animale umano e sul mondo in generale. Tutto questo durante la corsa al buio su binari fantasma in una mattina "scialba scialba" d'un treno psichedelico popolato da pendolari qualunquisti "malmostosi" proiettati verso un destino oscuro quanto nebbioso. Viaggio sviscerato a perdifiato dal binomio schizofrenico narratore-personaggio provvisto da personalità bivalente con parlantina delirante e oratoria enfatica tentacolare, ricamata ogni tanto da parole francesi.
Viene coinvolto suo malgrado ma potentissimamente, l'ignaro sciagurato lettore, trascinato come festuca di melma nel turbine bufera a 360° d'una visione d'oggi e "d'antan" su un mondo putrefatto, torrido gelido, scatologico escatologico, che lo lascia frastornato, ilare e disperato. Ormai ricco d'una presa di coscienza sempre a 360°, trasportato a latitudini-longitudini estreme nel cuore d'immani problemi esistenziali intestinali, ne esce, l'esausto e triturato lettore, tenendosi la pancia, dubbioso se ridere, piangere o "evacuare". Ma soprattutto ammaliato da quel vagabondaggio dantesco nelle budella reali figurate d'un tunnel vischioso e senza via d'uscita, metafora illuminante d'una società allo sbando, incosciente e priva di speranza. Ne esce senza fiato, sconvolto, ma informato, ormai consapevole, in una nuvola "disinfettante", sull'orlo d'una crisi sociologica organica, ma divertito, riconoscente e svuotato, e soprattutto profondamente ammirato per l'arte multiforme della Guida illuminata.
Richiuso a malincuore il libro, gli rimangono però, oscuri ed angosciosi, molti punti che pretende imperativamente che gli venissero schiariti:
- è ricomparso da qualche parte quella Guida suprema, ossia "il signore solitario e distinto dal blazer blu e dalla camicia a button down azzurra"?
- si è risvegliata la simil "Belladdormentata anaffettiva" dal suo letargo profumato? Ha cambiato la sua "posizione fetale"?
- è stato promosso, o licenziato dalle ferrovie statali il Ferroviere timoroso incolpevole, perfetto bouc émissaire?
- sarà dato un incarico ministeriale nel nuovo governo al "Gorilla" patibolare?
- che fine hanno fatto i Pendolari? Si potranno ritrovare indaffarati nella "grande surface" più vicina, vaccinati al peggio ma a conti fatti inorgogliti da questa avventura smisurata, da raccontare a vicini, nipoti e pronipoti per generazioni a venire, o forse no, date le infauste premesse, ma pronti per l'oggi a "ruscellare" in santa pace e a dare interviste ai mass media scatenati?
Il lettore fremente aspetta de pied ferme di saperne di più nella seconda epistolare sicuramente in preparazione.
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Edith Dzieduszycka - maggio 2018

martedì 3 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI = DARIO PASERO

Dario Pasero – An sla cresta d’ombra – Sulla cresta dell’ombra---Ed. La Stòira – Ivrea – 2018 – pp. 56 - € 10,00

Dario Pasero è nato a Torino nel 1952. Dai primi anni Ottanta ha iniziato l’attività di scrittore (in prosa e in poesia) in lingua piemontese: sue composizioni sono apparse su riviste specializzate in Piemonte e altrove. Al suo attivo sono un volume di prose piemontesi e quattro di poesie.
Il libro di poesia del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede presenta il testo in piemontese a fronte e una prefazione di Giovanni Tesio ricca di acribia.
La raccolta è costituita da trenta componimenti scritti nell’arco di quattordici anni a conferma dell’attenzione dell’autore nel cesellare con un instancabile lavoro di lima ogni poesia del volume parola per parola, sintagma per sintagma.
Tutte le composizioni trasudano una forte inquietudine e sono sottese ad atmosfere naturalistiche pervase da un’aura neoromantica.
Nella lettura sembra di affondare in situazioni arcane e magiche fuori dal tempo lineare e di accedere a cronotopi ancestrali, a paesaggi e situazioni che portano ad altre dimensioni della realtà.
Dal titolo della raccolta si evince che qui luce e ombra sono associate al tempo in un chiaroscuro morale che tende al bene proprio attraverso una parola poetica detta con urgenza e molto vaga.
Anche il tema dell’erotismo è presente per esempio in Proserpina, poesia dal tono vagamente classicistico nella quale viene nominata la dea che simboleggia il mistero della vita e della natura che rifiorisce dopo l’inverno.
Il tono usato da Pasero, che si esprime attraverso un linguaggio chiaro e luminoso nel quale si disvelano accensioni e spegnimenti, sembra essere per certi versi epigrammatico, assertivo.
Le immagini fluiscono le une dalle altre e si evidenzia in tutto il libro una forte eleganza formale.
Il poeta ci trasmette il fascino delle stesure in dialetto piemontese centrate sulla pagina che risultano criptiche e quasi totalmente incomprensibile per la maggior parte dei lettori.
Pasero tocca il tema dell’identità legata al luogo d’origine e alle storie degli antenati in scenari molto evocativi.
Il tipo di poesia che ci fornisce Dario costituisce un unicum nel nostro panorama letterario con la “doppia versione” di ogni singola poesia.
La tematica mitica è toccata in Sirena dove è nominata la creatura marina che vive una profonda gioia anche fisica.
La galleria d’immagini mitiche prosegue in Baccante in cui l’io – poetante è la stessa figura mitologica che racconta la sua vita piena di angosce nella quale s’innesta il tema della metamorfosi.
Mitica anche la descrizione di Danae che diviene il tu al quale il poeta affettuosamente si rivolge.
E ci sono figure ancestrali anche maschili come Fauno, Polifemo ed Ettore.
"Ancora una volta" può essere considerata una poesia amorosa nella quale il tu delineato con dolce erotismo (la pelle di pesca giallo – arancio) potrebbe essere l’amata del poeta.

Un poiein originale sotteso a strumenti scaltriti della sua officina.

Raffaele Piazza

domenica 1 luglio 2018

SEGNALAZIONE VOLUMI - ANTONIO SPAGNUOLO

Antonio Spagnuolo : "Canzoniere dell’assenza", Napoli, Kairós edizioni, 2018 -

L’ultimo libro della feconda e felice attività poetica di Antonio Spagnuolo è quale il titolo ben indica. Si tratta di un canzoniere (e dunque è la musica l’elemento formale unificante) ed è l’assenza (o meglio il sentimento dell’assenza) il suo contenuto. Titolo che unifica due tradizioni diverse. Infatti “canzoniere” rimanda a Petrarca e alla tradizione lirica della nostra letteratura, e “assenza” si collega al sentire prevalente dell’uomo moderno, alla sua espulsione da un mitico eden, con la solitudine e la sofferenza che ne conseguono. La perdita della moglie del poeta, causa biografica del presente canzoniere, diventa dunque metafora di una perdita ancor più radicale e universale, quella del senso della vita, tanto che l’autore, smarrito, può sentirsi vittima inerme di “un Dio inclemente” (p. 82). Ma per fortuna a soccorrere il poeta nel vuoto che si spalanca è la clemenza della poesia, con la sua “musica lieve, modulata” (p. 13), come Spagnuolo scrive, con parole appropriate, nella lirica incipitaria. Verlaine, uno dei padri della poesia moderna, suggeriva di “faire de la musique”. È proprio quel che il nostro fa, nel suo originale modo, con la sua poesia fortemente metaforica ed evocativa, dove il non detto prevale sul detto e il sogno è più consistente della realtà, in un surrealismo domestico tipicamente italiano. Non a caso le liriche del Canzoniere sono di prevalente ambiente notturno, la luna è presenza dominante (addirittura l’autore può tuffarsi, a piedi nudi, nell’astro, p. 84) e ricorrenti sono parole come “sogno”, “fantasma”, “illusione”, “miraggio”, “silenzio”. In questo modo i leopardiani “inganni della gioventù” (p. 52) si stemperano nell’ammaliante incanto della musica e la perdita si trasmuta in poesia. La presenza della poesia. L’assenza della donna amata, vagheggiata in una memoria che ripercorre, con delicatezza e commozione, i momenti più vivi dell’esistenza comune, si traduce nella presenza della poesia, nel suo potere liberatorio. E dico “liberatorio” a ragion veduta. Infatti, insieme al prevalente scenario notturno di cui ho detto, un altro elemento, insieme fisico e metaforico, che si evidenzia nel libro di Spagnuolo è quello spaziale. Sparse fra le varie liriche (oltre settanta) troviamo infatti parole come “muri” (e “mura”), “pareti”, “stanze”; e possiamo leggere versi come i seguenti: “Lo spazio è prigioniero di se stesso/in una cella che toglie la memoria” ( p. 41). L’abitazione che custodiva gelosamente il felice amore della coppia, si trasforma, malignamente, nell’angusta cella di una prigione. E una prigione nella quale gli specchi (altra presenza significativa del libro) non fanno che moltiplicare l’assenza, la solitudine e il silenzio, facendo del mondo e del suo spessore un “riflesso spettrale” (p. 38). Non solo: anche la memoria si dà per “frammenti”, e in quanto al futuro, esso “non concede speranze” (p. 73). Da questa situazione che sembra senza sbocco, ecco scaturire il sogno di evasione, il sogno di “salire sul treno senza meta” (p.20): fuggire, non importa in quale direzione. Sogno vano, naturalmente. L’unica liberazione – e il poeta lo sa bene – è quella offerta dalla poesia, dalla sua musica sempre uguale e sempre diversa, con la quale “i giorni che scorrono monotoni” (p.81) possono farsi ritmo e melodia e acquistare senso. Si leggano, ad esempio, questi versi: “Ho amato le tue mani delicate/incastonate nell’incertezza delle dita/per quella intimità che ripeteva/il verde della gioventù improvvisa” (p. 48). O questi: “Le mie mani ti vorrebbero ancora,/ ma stringo inutilmente le mie dita/tra il cuscino e il silenzio” (p.77). Versi esemplari di quel surrealismo domestico di cui ho detto sopra, ma anche rimarchevoli per una scansione esatta, senza sbavature. Altre volte il poeta sa trovare attacchi di immediata, coinvolgente forza emotiva, come questo: “Come vorrei parlarti ancora un poco/fra le tue nuvole che non hanno senso” (p. 31): l’aura metaforica si squarcia e appare il cuore nudo, nel suo così umano e toccante desiderio Ma il poeta ha molte frecce al suo arco e talvolta contrappunta efficacemente il prevalente tono musicale con versi di andamento prosastico, eppure innervati dall’energia che può scaturire solo da una dolorosa esperienza di vita: “Mi stordisce la vertigine di questa estrema forma di dolore” (p. 57).
Fedele alla sua “visione segreta” (p. 17), Spagnuolo ha scritto un libro di notevole unità, dove il dato biografico non si presenta mai nella sua spoglia oggettività ma si dà al lettore nella mediazione della poesia-musica, con la sua presenza che sa essere più reale del reale: non un surrogato di vita, ma vita essa stessa, nella sua impalpabile ma autentica libertà.
SAURO DAMIANI