sabato 29 luglio 2017

RIVISTA = NUOVO CONTRAPPUNTO

NUOVO CONTRAPPUNTO - anno XXVI - N° 2 -- aprile/giugno 2017
Sommario :
- Ricordo di Giorgio Bàrberi Squarotti
- Luciano Luisi : Un uomo
-Carmelo Consoli : Nell'ora rosata dei tramonti ; Tornare a Grezzano
-Lucio Zinna : Il cannello ; Cognizione della parola
- Liana De Luca : Ma iera un sogno
- Andrè Ughetto : Isle fortunèe ; La tansparence, Le massque ; Le haut seuil de 1993 ; Les oliviers.
- Opera grafica di Mimmo Sarchiapone
- Recensioni a firma di Elio Andriuoli -
riferimento . elioandriuoli@alice.it

giovedì 27 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = LORIS MARIA MARCHETTI

Loris Maria Marchetti – "Il laccio, il nodo, lo strale"---Achille e La Tartaruga – Torino – 2016 – pag. 53 - € 8,00

Loris Maria Marchetti, torinese di residenza e di studi, dal 1976 ha pubblicato numerose opere poetiche, volumi di racconti ed elzeviri, saggi su argomenti letterari e musicali per lo più otto – novecenteschi (e con particolare riguardo alle relazioni degli scrittori con la musica), ricevendo importanti riconoscimenti. Dal 1989 dirige la collana di letteratura “La linea d’ombra” per le Edizioni dell’Orso di Alessandria.
Da notare che nella Nota l’autore ringrazia Francesco Petrarca per avergli fornito la materia verbale per il titolo complessivo del libro che è “Il laccio, il nodo, lo strale”.
L’opera, che sostanzialmente può essere letta sia come un canzoniere amoroso, sia come una serie di riflessioni sulla capacità d’amare stessa, è tripartita nelle seguenti sezioni: “Fotocronaca di un amore”,” Amore ancora” e “Spreco d’amore”.
Leggendo i componimenti della prima scansione sembra quasi di contemplare delle fotografie fatte di parole.
Il tessuto linguistico delle poesie è connotato da chiarezza e il tono è colloquiale nel realizzarsi di un’armonia formale attraverso i sintagmi che costituiscono immagini avvertite.
C’è un tu al quale il poeta si rivolge che, ovviamente, vista la materia trattata, è quello dell’amata, della quale vengono detti vari riferimenti.
In realtà, nello svilupparsi del libro, ci s’imbatte non in una singola figura femminile ma in varie donne dette dal poeta, delle quali, tramite il sentimento, avviene un forte scavo psicologico, interiore.
Spesso è affrontata la tematica del passato che viene riattualizzato e rivissuto come provenienza nei versi vibranti e icastici: per esempio in una fotografia della prima sezione il poeta ripensa che stava per fare l’amore nella chiesa di Sant’Apollinare, non con la persona destinataria del messaggio, ma con una bruna nel Sessantotto.
Nello stile dalla vena affabulante emerge spesso la quotidianità delle varie situazioni della vita.
C’è coscienza nell’io – poetante della tipologia spesso utopica dei desideri come quando afferma che gli sarebbe piaciuto prendere casa in via De Togni nel quartiere Magenta e avere un attico traboccante di piante, bambini, animali e risate.
Centrale nella poetica di Marchetti in questa raccolta, il tema del desiderio per l’amata che supera i sensi e diviene cosmico.
Del resto la descrizione dell’amore nelle sue infinite e caleidoscopiche sfaccettature è stato affrontato dal Nostro molto spesso nell’ambito della sua copiosa produzione di raccolte.
Da notare che le figure femminili dette dal poeta sono delle presenze – assenze, delle figure evanescenti, concrete e idealizzate, quasi delle muse ispiratrici.
Si evince dai versi l’acuto percorso di autoanalisi compiuto dall’io – poetante nel suo trasmettere al lettore i resoconti sui suoi innamoramenti e sui suoi amori e se, incontrovertibilmente l’amore fa soffrire può provocare anche una felicità indicibile e i lettori possono facilmente identificarsi con il poeta.
Emerge velatamente anche un aspetto mistico dell’amore stesso:-“…/è amarti veramente/ l’anima del tuo corpo/…”.
Loris sa essere anche ironico, soprattutto in alcune composizioni brevi che sembrano epigrammi.
Frequente la tematica del viaggio con descrizioni di numerose affascinanti località italiane ed estere che fanno da sfondo agli attimi magici degli amanti in un notevole libro che rimanda ad Ovidio e alla sua “Ars amandi”.
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Raffaele Piazza

martedì 25 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = SILVIA COMOGLIO

Silvia Comoglio – “scacciamosche” (nugae) - puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2017 – pag. 61 - € 10,00

Silvia Comoglio (1969) ha pubblicato diversi libri di poesia e ha vinto il Premio Lorenzo Montano – XXXIX Edizione – Sezione raccolta inedita; suoi testi sono apparsi su vari blog, numerosi siti e su riviste. E’ presente in alcuni saggi e antologie.
“Scacciamosche (nugae), presenta una prefazione di Marco Ercolani e un profilo critico di Marco Furia.
Come scrive Ercolani in “Per un libro di voci” si denominano nugae le composizioni minori di autore, quelle che lui ritiene tali.
Per esempio Francesco Petrarca denominava “nugae nugaelle” le poesie in volgare del suo “Canzoniere”, per differenziarle da quelle che per lui erano più importanti scritte soprattutto in latino.
Tuttavia, nel caso della Comoglio, le sue “scacciamosche” non sono affatto da considerarsi inferiori. Infatti questo libro apre al lettore traiettorie inattese, per nulla minori.
Pregnanti nella raccolta, come afferma lo stesso Ercolani, il verso “tu dissognami perduto”: una simile dichiarazione di poetica, un dissognare, turba il lettore: tornare alla condizione del non – sognare appare una forma di smarrimento.
La forma del libro si può considerare del tutto antilirica e anti elegiaca e vagamente appartenente alla linea neo orfica, per l’aura arcana e misteriosa delle atmosfere evocate.
Il tema fondamentale è quello della ciclicità del dualismo sogno – veglia, connesso a quello dell’amore che trova pienezza in sogni duali e simultanei e sogni da raccontarsi.
Spesso le descrizioni sono ambientate nel buio della notte con i suoi misteri e le immagini sono venate da una vaga bellezza che affiora dall’inconscio attraverso un movimento verso il preconscio.
La partita si gioca nell’attimo heideggeriano tra sonno, sonno e veglia e, potremmo aggiungere, dormiveglia.
E’ frequente e iterativa la presenza di un tu al quale l’io – poetante si rivolge e del quale vengono detti vari riferimenti che lo delineano.
Tale presenza è presumibilmente quella dell’amato che sembra in sintonia con la poetessa nel ricambiare il suo sentimento.
L’amato s’incontra anche in sogno in un interessante descrizione di stati di coscienza che presuppongono una buona conoscenza della psicoanalisi freudiana.
Il linguaggio di Silvia è nel tempo e sembra fuori dallo spazio pur essendo illuminato da una magica luce.
Da notare che le composizioni scabre ed essenziali della poeta, che sono brevi e concentratissime e che hanno una connotazione epigrammatica, sono tutte senza titolo e questo ne accresce l’indeterminatezza.
Alcune di esse sono scritte in corsivo e altre in carattere standard elemento che crea sospensione nei tessuti linguistici.
Lo stile di tutte le poesie è criptico e ha una parvenza iniziatica nel suo generare fascino anche attraverso le strutture anarchiche che tendono al prelogico.
Ogni singolo frammento, pur essendo autonomo, anche perché la raccolta non è scandita, si può considerare la parte di un insieme più vasto e l’opera in toto può essere considerata per certi versi un poemetto.
Versi che sembrano sgorgare da sensazioni materiche notturne che divengono, attraverso la mente, immagini non irrelate tra loro.
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Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANA LUCCHINI -

RASSEGNA A “DELLA PERDITA DELL’ALA” di GIULIANA LUCCHINI
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Con “Della perdita dell’ala”, edito nel 2016 per i tipi de La Cromografica di Roma, la poetessa Giuliana Lucchini implementa la sua già notevole produzione poetica che annovera, fra le opere principali, “L’Ombra gestuale” (2011), “Donde hay mùsica” (2012), “Amare” (2013), “Solas Luce” (2016).
Volume dalla veste grafica elegantissima, impreziosita dalle immagini dell’artista Marta Maria Olga Bochicchio, già una rapida scorsa alla rubrica dei testi poetici offerti al lettore, rende edotti della densità concettuale, meglio filosofica, che ne innerva le pagine.
Titoli quali “Principio”, “Inizio”, “Terra”, “Mondo”, “Bellezza”, “Amare”, “Corpo”, “L’infinito”, “Lutto”, “Morire”, “Ascesa”, “Dio”, paiono tracciare l’itinerario umano e spirituale di ogni individuo, ripercorrendone, nei passaggi essenziali, la trama esistenziale di nascita, compimento e ri-nascita ad una dimensione superiore.
Esistenza che viene poeticamente compitata non secondo una traiettoria banalmente lineare ma nella sua irriducibile circolarità, ove ciò che è iniziante e ciò che è concludente si ammicca, si allude, si incontra, si confonde, si compone.
Non per un caso la poetessa ci rammenta, aprendo la silloge, “dove comincia, anche / finisce ogni parola / d’amore”; in maniera quasi programmatica, nel chiudere il brano “Inizio” (pag. 13), la poetessa ha cura di ricordare che “Ogni fine è l’eco di un inizio”; prendendo a prestito, a pagina 46, T. S. Eliot “The end is where we start”.
La prospettiva prescelta è quella dell’Angelo, protagonista della raccolta ma anche, forse, allegoria del Poeta, di un determinato fare poetico che si colloca nel crinale impervio tra umano e oltre-umano.
Chi è l’Angelo? Nella tradizione giudaico – cristiana l’Angelo è il ponte tra l’uomo e il divino: emissario di Dio presso l’Uomo, dell’Uomo è il più fido custode.
L’Angelo è intelligenza, è grazia incorrotta latrice di purezza (“Dice l’angelo del candore: ‘Questa è la terra dell’amore’”, in Piangendo, pag. 34), è sostanza eterea danzante (e le ballerine effigiate nel testo dalla Bochicchio ben ne sono la specchiatura umana), è spirito del divenire (“Entità d’angeli, anima dell’accadere”, in Celti, pag. 18).
L’Angelo, mai appreso fisicamente dalla miopia umana (“Hanno ombre che non si vedono / non li conosciamo, chi sono mai / (la luce divina non ha forma da visualizzare)”, in Amati, pag. 53), dell’uomo è alleato operoso e indefesso (“Per farti ordine in stanza l’angelo / mette tutti i tuoi libri a pila / sul pavimento, e ti ci pianta in mezzo / un bulbo narciso che fiorirà”, in Stelo, pag. 55).
L’Angelo presidia la convivenza umana (“Angeli di città tumultuose, con ali aperte / a guardia dei ponti, sopra Berlino, / Roma, Parigi, o altri sopra grattacieli, / tutte le città moderne, e New York.”, in Stella, pag. 51). All’Angelo guarda l’uomo come esempio inimitabile (“Per diventare angeli, / il difficile è morire”, in Morire, pag. 22), talvolta certuni sublimi uomini divengono incarnazione di angeli (Lutto, pag. 38), ad ogni uomo è dato di essere angelo (“everyman’s an angel”, nella citazione di Alan Ginsberg).
Come non vedere, negli affreschi della Lucchini, la simbiosi angelo – poeta? Il ruolo di nume tutelare, di fiaccola, affidato al poeta e al suo poetare?
Nota particolare merita lo stile della poetessa.
Il verso, nella silloge, si fa essenziale, alieno da voluttà linguistiche fini a se stesse, ma al contempo procede melodico, fluendo leggiadro e morbido come un adagio di Chopin; quel Chopin che dà il titolo alla poesia, a pagina 81, a chiusura della raccolta praticamente, quasi a suggellarne lo spirito lirico che ne costituisce la preziosa filigrana.
Verso che, nella elegante officina poetica della Lucchini, riesce a coniugare con garbo e mestiere la citazione dotta – la cui abbondanza ben rivela, ad un tempo, e la cultura della Lucchini e la preferenza di quest’ultima per l’esperienza anglosassone – con il gusto intimo, quasi etimologico verrebbe da dire, della parola.
*
Giovanni Rempiccia
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GIULIANA LUCCHINI è nata a Fivizzano (MC) il 27 maggio 1929 ed è deceduta il 10 marzo 2017 -

venerdì 21 luglio 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Del sole candele"
(In memoria di Mirta Rem Picci, Amica suicida il 17/7/2017)

Tu così bruna sottesa
alle accese candele del sole
tra favola e fabula
e sto dove vivi.
Incanto nella villa del bene
e vedo tra le piante
della quinta stagione
i morti e li sento
parlare tra i segreti dei sagrati.
E stai infinitamente come
per consecutivi di gioia
pomeriggi nell’abbeverarmi
alla tua di parole sorgente.
*

"Di nuovo per Mirta Rem Picci"

Di talenti ne hai tanti
nella luce di stella che
scorgo dal davanzale
che s’illumina. Architetto,
di flamenco ballerina,
interprete, cameriera
parli inglese, francese,
spagnolo, italiano. Dio
ti ha fatto bella e sensuale
e ottima poeta anche.
Amica Mirta, sempre più
anici, dicevamo di noi
e sublime innocenza
ogni sera ti chiedevo
la tinta degli slip che
avevi addosso e tu dicevi
neri, rosa, color prugna
o melanzana, a volte
azzurri nella risata infinita
e poi ti domandavo cosa
volevi sognare. Mi
chiedevi se era peccato
rifiutare degli amici
gli inviti. Chiamami
tra dieci minuti, mi dicesti,
e poi la tua morte nello
spazio scenografico
della vita che è tutta
una recita.
*
Raffaele Piazza

mercoledì 19 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = CINZIA DELLA CIANA

Cinzia Della Ciana : “Passi sui sassi” – Effegi edizioni – 2017 – pagg. 96 – s.i.p.

“Passi sui sassi” : -Quando il tuono suona/ a te innanzi,/ alzi il palmo della mano/ e allontani. Poi remi nell’arrembaggio,/ il male ti mangia ed è matta energia/ fino che la giostra l’ingranaggio blocca./ Stranita allora scatti, ti giri/ e la voce che non avvisa dice:/ è finita, vai via, non sei più ostaggio./ Questo strambo effetto fa lo strazio:/ arriva e non ci sei,/ se ne va e non è mai stato./ Si rimuove sempre il patire,/ lo smemorare è parte del dolore./ E tu riparti col ricordo del futuro/ nel seminare passi sui sassi/ eterni il presente. - Con questi versi , che sono esemplari per una recitazione musicale , si chiude la raccolta di poesie che Cinzia Della Ciana propone con luminosità dichiarata e visibile , tra pagine volutamente cesellate , in armonia con una strana profondità delle relazioni, che l’esperienza e il quotidiano descrivono in attimi fuggevoli. Il volume si divide nei capitoli “manifesto” , “scorticati passi” , “stazionati passi”, “a spasso” , “sorpassi” , “sassate” , più per il desiderio di uno specchio che realizzi tempi e tessere multicolori che per la necessità di interrompere il canto che si scioglie invece uniforme nell’intero collage. La strada , l’attesa , la solitudine , il silenzio, il frastuono , l’apparenza dell’ignoto , divengono l’intero apparato scenografico nella plasticità dei versi, ove dimensioni e gestualità costruiscono una semantica nella quale gli scambi all’interno della commedia umana esplodono nel preciso indice delle apparenze, per continua ricerca della parola. Le stanze , per la poetessa , forse sono senza uscite , quasi che il labirinto possa incastrare le illusioni e divenire soffio di una preghiera , di un rosario . Le mani “affannano fili” per intrecciare ricordi o per lenire memorie nel bisogno incessante dell’attesa o nella inabitabilità degli spazi.Qui i sentimenti e le emozioni nel rtmo cadenzato del passo rimbalzano le''immaginaria idea contenuta nel sub conscio per inseguire parole semplici e nel contempo ricucire frammenti dell'ignoto. In controluce i paesaggi , le vacanze , le passeggiate , i borghi , tra un sasso e l’altro , vengono raccontati nelle variopinte possibili sfaccettature , e le inquadrature ripropongono le radici omogenee della formula poetica.
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 18 luglio 2017

POESIA = FOSCA MASSUCCO

- I -

È ora di separare il sottile dallo spesso, il frutto
dalla pianta, il seme dal frutto. Vaghi la notte,
il naso rivolto alla balena gareggiando con Menkar,
fiammeggiando di pena tra i rittani cupi del San Michele.
Liberata Giaffa ed i suoi scogli a primavera
non attendi altri destini, comito d’una flotta di biche –
il ricino è spuntato troppe volte sopra il tuo capo,
senza che sapessi esultare, il vento caldo tra le vigne
scongiurava dio e tu eri il verme.
Prova ancora, distingui la destra dalla sinistra
esci dalla balena solo a risanare te stesso.
**
- II -

Il tempo scatta acuto
con le sue lamelle, suona chiarissimo
per ciascuno e diverso. Senza tetto
m’imbroglio nella luce
trovo pietre nella cenere del pane.
Se le masche scagliano la fisica
sulla porta scardinata, i fuscelli in croce
non frenano la danza – in fila si allontanano
i pidocchi, via da questa morte
senza morte appesa ai fili del ragno.
Ogni sera ho vestito il manico di scopa
con la sua camicia, colte le ossa dal camino
per vederlo sorridere di nuovo
ma la collina resta un cranio che risuona
nella notte della langa.
**
- III -

– Oggi è martedì – nella quiete ascolto
i tarli masticare,
gli schiocchi ultimi dei ceppi.
Temo le parole come il luppolo
aspre, ruvide le cime. Con me
sta l’anima della faina,
i denti puntuti dentro le uova
e dei coniglietti in affanno
restano solo crani, nella stalla
minuscole orecchie a terra.
– Oggi è martedì – la bruma bassa
mozza le colline, galleggiano
le cime nella laguna e tutto qui
possiede un’aria anfibia, sterile
come il tutolo,
decisiva.
Si tuffano i bufoni grassi
se sbuca la mia ombra –
tra riva e ripa
inutili al contraccolpo dell’acqua,
oscillano i nodi dell’equiseto –
mi scruto severa tra i gusci
di mandorla spaccati dai topi.
**
FOSCA MASSUCCO
*

FOSCA MASSUCCO (Cuneo, 1972) è laureata in Fisica e specializzata in Acustica; sposata con il contrabbassista e compositore Enrico Fazio, sviluppa progetti di musica jazz e poesia. Insieme vivono in un casale su una collina del Monferrato astigiano, dove producono musica in un personale studio di registrazione.- Ha pubblicato “L’OCCHIO E IL MIRINO” (Ed. L’Arcolaio, 2013), prefato da Dante Maffìa e “PER DISTRATTA SOTTRAZIONE” (Ed. Raffaelli, 2015), con introduzione di Elio Grasso. Collabora con il Laboratorio di Poesia di Modena di Carlo Alberto Sitta e con la rivista di poesia e critica letteraria STEVE. -E’ stata tradotta in rumeno dalla poetessa Eliza Macadan e in spagnolo dalla prof. Giulia Bertagnolio. -Sulla sua poesia hanno scritto, tra gli altri, Carlo Alberto Sitta, Elio Grasso, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffìa, Giorgio Bàrberi Squarotti, Fabio Simonelli, Plinio Perilli, Claudio Morandini, Gianni Martini. --Una sezione del primo libro è stata sonorizzata dai musicisti E. Fazio e G. Malfatto e presentata in anteprima alla Rassegna “Precipitati e Composti” che segue annualmente il Premio di Poesia Anna Osti. Un testo del secondo libro è stato sonorizzato e inserito nel disco MOODS [CMC,2015] di C. Lodati e E. Fazio.

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia e il passerotto"

Panchina ad angolo con il cielo
al Parco Virgiliano per ragazza
Alessia. Seduta scorge la gioia
senza peso di un passerotto
nel volteggiare nell’aria nella
leggerezza del volo. Si stupisce
Alessia (sarà un segno buono).
Prende Alessia dei biscotti le
briciole e a sinistra le getta
presso dell’erba il verde. Si
avvicina felice il volatile
sotteso alla luminosità dell’aria
e le becca. Gioiosa Alesia
in quel frullo d’ali che è
presagio buono per l’amore.
*
Raffaele Piazza

lunedì 17 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ATTILIO GIANNONI

Attilio Giannoni – "Nella forma e nel respiro" - puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2017 – pag. 71 - € 12,00

Attilio Giannoni è nato nel 1948 a Toceno (VB) e risiede a Castelletto Ticino (NO). Ha militato come cantante in diverse formazioni musicali. Nel 1990 vince il premio pubblicazione al concorso di poesia “Monferrato” con la raccolta dal titolo Sul dorso della spiga. Questo libro arriva, dopo anni di esitazioni, ad avere forma e respiro.
“Nella forma e nel respiro” è una raccolta non scandita e presenta una postfazione di Emanuele Spano ricca di acribia.
Una sensibilità che fluttua tra il concreto e il visionario sembra connotare i componimenti di Giannoni, che sono antilirici e anti elegiaci anche se qualche squarcio di liricità a volte in essi si apre come un’accensione alla quale segue uno spegnimento subitaneo.
Alcune composizioni sono scritte in prima persona mentre altre sono descrittive. Una materia incandescente ma sempre ben controllata sembra permeare i tessuti linguistici del Nostro carichi di densità metaforica e sinestesica.
Eppure c’è chiarezza, insieme a nitore e luminosità, nelle poesie che Attilio ci presenta.
Per le intrinseche diversità dei componimenti, a livello strutturale e contenutistico, “Nella forma e nel respiro”, può essere letto e considerato come una polifonia, un’opera che esprime a vari livelli le inclinazioni dell’autore, che si realizzano in immagini sempre icastiche e suggestive ben cesellate e modellate, attraverso una parola detta sempre con urgenza, che si apre continuamente a nuovi sentieri e possibilità.
Spesso una suadente e sapiente ironia trapela dalle parole del poeta come nel componimento I capelli nel quale è detta una ragazza dal nome Cinzia che si è tinta i capelli di rosso.
Nell’incipit della suddetta poesia la ragazza cammina con il suo ragazzo che sta a testa bassa mentre Cinzia viene schiaffeggiata da nuovi sguardi.
La nuova tinta della capigliatura della giovane le dà un fascino permeato di trasgressione e si sente oggetto di occhiate e afferma il poeta che domani vedrà strizzate d’occhio e avrà forse sulla pelle le prime lacerazioni del dubbio.
Nel rosso dei capelli il fidanzato vede la possibilità dell’infedeltà e tutto si risolve nel sarcasmo per la scelta della sensuale protagonista di cambiare look e divenire provocante.
Del resto la vena ludica è costante in questi componimenti nella loro multiformità di cui si diceva.
Anche il tema del dolore è affrontato da Giannoni come in Dov’è arido dove è pronunciato l’urlo di dolore del soldato che muore e viene detta anche l’angustia della madre che affonda in tre secondi nella sabbia.
Bella la prima composizione intitolata I camion che pare avere un carattere programmatico. Qui il mezzo viene visto come personificato: per esempio nell’incipit viene affermato che gli stessi camion non passano mai le sere davanti al caminetto e non sono fatti per ascoltare le favole di Karen Blixen.
Con un vago procedimento anaforico in cui la parola camion viene ripetuta in modo cantilenante nella sua efficacia, i mezzi si fanno testimoni di scenari nei quali si situano storie di varia umanità attraverso i tragitti che compiono nel trasportare le loro merci.
Anche il tema amoroso è trattato in “Non lasciarmi”, toccante composizione nella quale l’io – poetante, da padre, soffre per la figlia diciannovenne lasciata dal fidanzato e dice che la scena diventerà pezzo di film.
Una vena caleidoscopica e avvertita connota la poetica di Giannoni nelle sue forme che sembrano respirare.
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Raffaele Piazza





SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE

FRANCESCA LO BUE : ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017)--
(lunedì 26 giugno 2017)
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L’autrice non ha bisogno di presentazioni per il semplice motivo che risulta già nota negli ambienti letterari italiani e in quelli di lingua spagnola essendo essa nata sì in Italia, ma vissuta anche per lungo tempo in Argentina, segnatamente nella città di Mendoza dove ha compiuto tutti gli studi compresa la laurea in Lettere e Filosofia.
Molte le sue opere, in prosa e in versi – in edizione bilingue - come, per citarne solo alcune, ‘Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi’, ‘Por la Palabra, la Emociòn’ (2009), ‘Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), 2003-2009, ‘Il libro Errante’ (El Libro Errante), 2012-2013 e così di seguito.
Ora, Francesca Lo Bue si è ripresentata, proprio in questi giorni, all’attenzione della critica con una silloge poetica, che già dagli interessanti titoli - ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017) - lascia intravedere le linee-guida lungo le quali si è mossa mercé, son sue parole dell’’Introduzione’, “un raggio che si apre nella nebbia, raccogliendo dal nulla e dal caos, per divenire visione di quello che già fu e parola di ciò che dovrà essere”.
E già, dalla prima lirica, ‘Casa’ (Casa antigua), la poetessa mette in atto i propri ricordi cercando il cippo del Padre (el cipo del Padre) e chiedendo alla Madre sia l’albero del sogno, sia la protezione dal pianto della colpa; tanti sono i temi affrontati, nella raccolta, dall’Autrice la quale, ad un certo punto, chiede al Signore “la beatitudine della verità” (la beatitud de la verdad), visto che tutto è monade, vale a dire fiore.
Ad un certo punto, l’artista chiedendosi che cosa sia il profondo risponde con i seguenti versi: “E’ come un alone senza confine (…)/ lampo di arcobaleno e riverbero lontano”(es como un halo sin limite/ (…) rélampago de arco irys); profondità e lampi che si aprono all’arcano il quale permette che le tombe, alla fine, “si sveleranno” e riveleranno l’impronta dell’aquila miracolosa.
E, a proposito di sigilli, gli ‘Itinerari’ della scrittrice italo-argentina sono ricchi di simboli e di riferimenti emblematici relativi, cioè, alla figure dell’”unità senza forme” (infinitesimal sin forma), quali Pizie, oracoli, responsi, interrogativi e “Sibille nel nugolo delle visioni” (Sibilas desde los cirros de las visiones).
E sempre riguardo alle profezie e ai vaticini, l’artista dedica un componimento anche ad Artemidoro (II sec. d.C.), noto esperto di materia onirica, i cui ultimi due versi così suonano: “A Te che ami il respiro sacrificale/ la freccia del tuo amore nutra il sangue” (A Ti que amas el respiro sacrificador/ la flecha de tu amor nutra la sangre).
Restando ancora nei temi misteriosi ed occulti, occorre rilevare che molti versi sono pregni di significato metafisico come quando, ad esempio, leggiamo le seguenti significative parole inerenti, appunto, alla natura che “non chiede pane né sedili” (no pide pan ni assentos) dato che essa, prosegue la poetessa, “è sola, immensa” (està sola, inmensa) presentandosi come “aspro muraglione dell’esistere e cifra nulla” (àspero murallòn el esistir y cifra nula).
Profondi si ergono, dunque, i menzionati versi di Francesca Lo Bue mentre il vento le si presenta sposo del cuore nel tentativo di “abbandonare i labirinti aggrovigliati di ingiustizia” (para abandonar los laberintos enredados de injusticia). Tali motivi diventano, ad un certo punto, preminenti nella sua visione del mondo visto che quest’ultima celebra, per un verso, gli occhi del verde magico e la pietra di una torre che risplende ai viventi, ed esalta, e per l’altro, l’eternità della poesia che “ricostruisce, / trasmuta/ richiama i ritmi delle sorgenti” (reconstruye, /transmuta,/ reclama los ritmos de las surgientes). Non manca, naturalmente, la stessa, di rendere i dovuti omaggi alla Divinità la quale, “non viene in una nube maestosa/ ma appare come calamita di bellezza,/ desiderio di pietà e vendetta” (El no viene en una nube majestosa,/ aparece como imàm de belleza,/ es deseo de piedad y venganza).
Anche perché - essa prosegue, nella lirica ‘Il passato’ - “gli occhi di Lui, presenza di giovinezza,/ sono sostanza che abbaglia” (Los ojos de El presencia de juventud, / son sustancia que reverbera); Francesca Lo Bue non tralascia di magnificare anche la maternità tant’è vero che, opportunamente, traccia un profilo di tale importante figura che geme, ansima ed è felice di portare il proprio frutto in grembo.
Ma, come abbiamo sottolineato, molteplici risultano i soggetti presi in esame dalla poetessa italo-argentina non escluso quello concernente ‘L’ape del sogno’, come si intitola un’altra lirica, la quale, son sue parole, spìa la sua solitudine mentre “la nube dell’iride/ (…) sale dalla notte, nella notte” (la nube del iris/ (,,,) sube en la noche, en la noche).
Un’ultima osservazione: l’Autrice usa diverse volte il termine ‘seme’ (semilla) come simbolo di pace, quale “grotta profonda”,/ dove la pernice pasce col leopardo/ assetata di segreto vivo” (gruta profunda,/ donde la paloma se arrulla con el leopardo/ sedienta de vivo secreto). Tutto da leggere e da meditare, in definitiva, il presente bel libro di Francesca Lo Bue.
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LINO DI STEFANO

domenica 16 luglio 2017

POESIA = GILBERTO ANTONIOLI

"sulla scia dell’esistenza"

attendo che tramonti la luce della sera
e che le tenebre si posino e trascinino
le prime sensazioni di riposo
(è l’attimo che anticipa la notte)

attendo che si formi un cono di silenzio
che dona allo spirito la quiete
e momenti di aspra riflessione
(il giorno è troppo irriverente)

che solo il buio riesce a contenere
nell’arco di meditazioni, che sfuggono
rumori di piacere, ed angoli di noia
*

"assillo"

pensieri in fuga avvolti nella nebbia
smarrimenti acuti in gusci solitari,
indifferenza che copre nel silenzio
la marea del golfo che scivola il brusio

ed è la mente che ascolta il bisbiglìo
delle ultime foglie dell’autunno,
che salutano prima di migrare
verso tensioni che non possono sfuggire

io capto in lontananza il loro assetto
che attendo prigioniero sugli scogli,
riporto la speranza sul mio tempo
che non coglie le stagioni del passato

arrivato in formazione c’è chi vola
disteso sulle ali sopra l’onda,
s’immerge dentro tronchi di burrasche
sono guizzi o sono cariche di vento

non è un groviglio ma un mare indifferente
idea che cruccia, assillo, turbamento
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GILBERTO ANTONIOLI

venerdì 14 luglio 2017

POESIA = FEDERICA GIORDANO

Inediti -
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Quando collassa la fede
il corpo si fa carcassa.

La ruga ferita delittuosa.

Si resta come pietra senz’occhi
che guarda come guarda il Baltico.


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(Mosca, aprile 2017)
"Qual è il punto che ti duole?"
Elitis
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Mi guardò l’uomo russo e mi sentii a casa.
Guardava una straniera.
Mi guardò lei e vidi pianure gelate
e chilometri di storie tra noi.
Ho visto Mosca in quegli occhi
e l’impronta del regime.
La lingua russa è stato solo racconto
e suono.
Negli occhi abbiamo tutti
la temperatura e l’unica domanda.



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La musica dell’Est
Suona un suo dolore:
C’è dentro la malinconia un chiarore,
perché scompare l’uomo
dentro il suo strumento






(Lipsia, maggio 2017)
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Nera e periferica la notte dell’Est.
Ingoiate dal buio ci sono industrie a riposo.
Il tacco schiocca forte dove non si può vedere.
In un rifugio musicale, tanti uomini
Scuotono le teste in sincronia.
Il buio e il freddo dei boschi si combattono
Col canto, fischio d’aquila:
in picchiata sul mio petto mediterraneo
una freccia che proviene dal gelo.
Da lontano si rianima l’industria
Di una meccanica minore.
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Federica Giordano
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Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui “ Nuovi Argomenti” e “Poesia” di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta “Porcellana – Poema sulla distruzione della mia città” di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista “Poesia”. Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico “Ifigenia siamo noi”, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett “Cycling the frame” e “The invisible frame” presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista Poesia, numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica “Utopia Fuggiasca” con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.
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venerdì 7 luglio 2017

NOTIZIA = MARIO LUNETTA NON E' PIU' CON NOI

MARIO LUNETTA lascia un vuoto notevole nel panorama della cultura contemporanea - Nato a Roma nel 1934 è deceduto ieri , silenziosamente , delicatamente , come era suo costume. Ha pubblicato decine di volumi di poesia , di narrativa , di teatro ,di saggistica , incidendo con il suo bagaglio culturale nella ricerca della parola , come segno di profonda codificazione del simbolo , del senso , della interpretazione e reinterpretazione dei testi pubblicati in Italia. Critico attento, letterario e d'arte, ha collaborato a numerose testate italiane e straniere , fra le quali L'unità,Il corriere della sera , Il messaggero , Rinascita , il Manifesto , Liberazione.
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martedì 4 luglio 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Riverberi”
Per saziarmi e tormentarmi ho lasciato che le sere
inaridissero nelle foto , il lume spento.
Là dove i ricordi spezzano la luna
la mia e la tua ombra hanno sfaccettate speranze
sempre in inganno , per radici rinsecchite,
e parlo spesso del tempo che ci avvinse
quasi stordito dal silenzio delle coltri.
Per qualche istante piego le pareti nel sospetto
che tutto ormai ha il suo vuoto
nella vulnerabile attesa del ritorno.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 3 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA

Edith Dzieduszycka – “La parola alle parole” - Edizioni Progetto Cultura – Lavis (TN) – 2016 – pp. 127 - € 12,00


Edith de Hody Dzieduszycka è nata a Strasburgo, Francia, dove ha compiuto studi classici e lavorato per 12 anni al Consiglio d’Europa. Dopo il suo arrivo in Italia si è diplomata all’Accademia di Arti Applicate di Milano. Ha pubblicato libri di poesia, di racconti, di fotografia e un romanzo. Disegna, realizza collage, scatta fotografie. Ora vive a Roma.
“La parola alle parole”, il libro dell’autrice che prendiamo in considerazione in questa sede, è scandito nella sezione eponima in poesia e da un’appendice costituita da diciassette frammenti in prosa intitolati “Il paese di là”.
L’opera presenta una prefazione di Giorgio Linguaglossa ricca di acribia.
Intrigante il titolo della raccolta che esprime l’idea intellettualistica, chiara e distinta nella coscienza letteraria della poetessa, di voler riflettere sulla parola stessa, di volere scrivere poesie sulle poesie medesime che sono formate da parole, compiendo così un accattivante divertimento liberissimo e mirato sullo stesso verbo, per usare una metafora di genere musicale.
Viene in mente leggendo i versi della poeta la famosa poesia di Edgar Lee Master intitolata Il silenzio, che ha per tema proprio il gioco ambiguo ed elusivo, fondante, fatale o benedetto che sia, che è proprio quello del linguaggio, scritto o orale che infrange il silenzio stesso.
Del resto la poesia, come la musica, e tutte le arti sono sorelle, deriva dallo stato di quiete infranto da ogni sillaba di unità minima o da una anche vaga sonorità.
La parola come forma di comunicazione che è diventata velocissima nel nostro postmoderno al tempo del villaggio globalizzato e dei media come internet, la radio o la televisione.
“La parola alle parole”, dove i lessemi sembrano sgorgare limpidi e cristallini, come acque di chiara e refrigerante sorgente, si può considerare come un poemetto unico nel suo genere nel quale tutte le strofe sono costituite da quartine tranne che in rarissimi casi.
C’è un aspetto ludico nell’architettura ben strutturata dei componimenti e Edith sembra giocare con i suoi versi, producendo atmosfere nelle quali domina l’io-poetante che scrive all’infinito variazioni sullo stesso tema.
Musicalità e geometrizzazione delle parole stesse, sottese ad ironia amara o sorridente che sia animano le pagine che possono essere lette tutte di un fiato, provocando sollievo e stupore nel lettore con la loro magia.
Come è detto nella poesia iniziale, che ha un carattere programmatico, la poeta dichiara che la parola le serve come l’acqua alla pianta, per poi soffermarsi sulla genesi della parola stessa che sembra nascere nel cavo della mente.
Con la sua vis giocosa Edith afferma che le parole le potrebbe anche comprare in un negozio e portarsele a casa disponendole in ogni luogo fino a quando la dimora ne sia piena e viene il tempo di traslocare.
Protagonista dell’ordine del discorso pare essere nella sua invisibilità proprio la mente umana, nella quale tutto avviene il nostro esserci e dalla quale sembrano sgorgare le parole stesse che hanno per genesi, momento fondante, proprio il pensiero stesso.
Il tema della parola è strettamente legato a quello del tempo perché tra due parole dette in sequenza può aprirsi la feritoia dell’attimo heideggeriano e così la durata si può fermare e proprio tramite il tessuto linguistico si può entrare nel non tempo.
Del resto ammonisce l’Antico Testamento biblico affermando che nessuna parola sarà senza effetto e che vita e morte sono in potere della lingua. Un esercizio di conoscenza scaltro e intelligente.
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Raffaele Piazza