giovedì 30 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CLAUDIA OLIVERO

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Claudia Olivero: “Passaggi elementari” – Ed. Chiare voci – 2026 – pag. 100 - € 13,00-
“L'opera accoglie una riflessione che prende avvio dal corpo, inteso non come entità astratta o simbolica, ma come luogo di esperienza concreta. – (Scrive Michela Silla in prefazione) -L'attenzione insiste in particolare sulle sue manifestazioni meno evidenti, marginali e quotidiane, che non producono clamore e restano talvolta invisibili. Il corpo ha i suoi confini e tuttavia rappresenta anche una soglia, vale a dire uno spazio di trasformazione e un ponte verso l'alterità. La natura non viene intesa come uno scenario descrittivo: è piuttosto il paesaggio nel quale si sviluppa e si tenta di affrontare la crisi dell'umano.”
Nelle varie sezioni (Elementi, Spazi, Passaggi elementari, Assolo, Corpi, Paesaggi umani, Voci) il canto si scioglie con un ritmo serrato ed uniforme e nella rapida lettura diviene esemplare la poesia che incide con:
“È nella morte il senso. / Il mistero del bisbigliarsi segreti, come le foglie all'autunno /– hanno voce ancora di mare, di spuma salata, verbi di/ memoria acquatica. Nel profilo del freddo fanno rumore le/ piante, ed è qui, nella caduta e nel vento, l'inizio. Se anche/ spoglia, mai nuda è la terra – prepotente, come il verde/ d'ortica. Nel suo digradare e confondersi al giallo, è/ desiderio. Eppure è ortica. / Eppure è dolore. / Non fa male ciò che ferisce. Fa male ciò che non è amore.” Costruisce un paradosso centrale: “È nella morte il senso”. Un incipit che ribalta l’aspettativa comune che associa il significato alla vita, proponendo invece la fine come luogo di rivelazione. La morte non è descritta come annientamento, ma come momento di passaggio e di comprensione, quasi una soglia attraverso cui il reale acquista coerenza.
Il poeta richiama un linguaggio naturale e sommesso, simile al fruscio delle foglie autunnali; la stagione della caduta, diventa simbolo di trasformazione più che di perdita: le foglie non tacciono, ma continuano a “parlare”, portando con sé “voce di mare” e “memoria acquatica”. Qui emerge una dimensione arcaica e originaria: l’acqua, principio vitale, resta inscritta anche nella decadenza, come se ogni fine conservasse tracce dell’inizio.
Non c’è immobilità nella morte, ma un dinamismo che suggerisce un ciclo. L’affermazione “è qui, nella caduta e nel vento, l’inizio” esplicita questa visione ciclica: ciò che cade non scompare, ma prepara una rinascita. La terra stessa, pur “spoglia”, “mai nuda”, mantiene una forza vitale irriducibile, resa nell’immagine dell’ortica: pianta resistente, urticante, simbolo di una vitalità aggressiva e dolorosa.
Simboli policromatici insistono sulla duplicità della visione, avvinti da una inevitabile sofferenza.
La scrittura di Claudia Olivero si distingue per una forte coerenza metaforica e per un uso efficace delle immagini naturali, che costruiscono una riflessione filosofica senza mai diventare astratta. La lingua è densa ma controllata, capace di alternare suggestione sensoriale e concettualizzazione.
Anche se alcune immagini appartengono a un repertorio lirico tradizionale, la loro forza deriva qui dalla combinazione e dalla tensione interna, dalla energia di una singolare e personale originalità.
Molte poesie si muovono dentro una dimensione di smarrimento esistenziale, costruita attraverso immagini concrete che però rimandano costantemente a un vuoto più profondo e inafferrabile.
La progressione dei versi insiste su una tensione tra movimento e stasi. Il “camminando”, di un’altra pagina, suggerisce un’azione continua, ma questa azione è subito problematizzata: il rischio è “ripetere infinite volte lo stesso errore”, cioè attribuire senso e valore al movimento stesso (“credere che il passo meriti il dolore”), quando invece esso conduce soltanto a una ferita, simbolizzata dalla “caviglia distorta”. Qui emerge una critica implicita all’idea che l’esperienza — o lo sforzo esistenziale — abbia necessariamente un significato o una ricompensa. Il nulla non è quindi un’assenza stabile, ma qualcosa di dinamico e sfuggente, che sembra prendere forma solo per sottrarsi immediatamente alla percezione. Questo movimento di apparizione e scomparsa culmina nell’“inafferrabile”, parola chiave che sintetizza l’impossibilità di fissare un senso.
Il linguaggio essenziale e una rete ricamata di immagini coerenti si traducono in termini spaziali e corporei come una riflessione sul senso, sull’errore e sulla ripetizione. L’assenza di una soluzione o di un approdo finale non è una mancanza, ma la cifra stessa del testo: ciò che resta è un movimento interrotto, un passo che continua a cercare un orientamento pur sapendo di non poterlo trovare.
Le incrinature della solitudine, la scansione del tempo ogni mattina, il silenzio, il bianco del foglio, il vuoto, l’agglomerato che pesantemente corrode l’attesa, i ricordi che gemmano tra l’edera, variopinte scansioni di una poesia che affiora ad ogni verso, increspa tremolante , ricerca quei confini che possono colorare il pensiero e svelare ancora una volta i segreti rinchiusi nel sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

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