lunedì 16 marzo 2026

UN SAGGIO = VALENTINA MELONI


**********************************
"La lingua del duende – cante jondo e lingua materna nella poetica lorchiana.
================
Il saggio, che ha vinto una menzione d’onore al Premio Isolario 2026 per saggi inediti, analizza il ruolo fondamentale del cante jondo nella formazione poetica di Federico García Lorca, interpretandolo come una vera e propria “lingua originaria” che alimenta la sua visione della poesia. Lorca stesso afferma che «il cante jondo è il canto più antico d’Europa», sottolineando come la poesia nasca prima di tutto come voce e canto, prima ancora che come parola scritta. In questa dimensione primordiale, in cui ritmo, respiro e parola sono ancora uniti, il poeta riconosce una delle radici più profonde della propria poetica.
Il saggio ricostruisce inizialmente la formazione musicale di Lorca. Fin dall’infanzia egli fu introdotto alla musica grazie alla madre e alla zia Isabel, che lo avviarono allo studio della chitarra. Successivamente l’incontro con il maestro Antonio Segura Mesa a Granada consolidò il suo interesse per la musica popolare. Sotto la guida del maestro, Lorca studiò con passione il repertorio folclorico spagnolo, arrivando a interpretare al pianoforte numerose canzoni tradizionali. Il suo talento musicale era tale che Segura ipotizzò per lui una possibile carriera da musicista professionista. Tuttavia la morte del maestro nel 1916 e l’opposizione della famiglia interruppero questa strada.
Questo momento di svolta coincide simbolicamente con l’inizio della vocazione poetica di Lorca. Sotto l’influenza del suo professore universitario Martín Domínguez Berrueta, Lorca iniziò a scrivere i primi versi e nel 1918 pubblicò la sua prima opera, Impresiones y paisajes. Anche se il libro passò quasi inosservato, esso rappresentò il suo ingresso nell’ambiente culturale spagnolo e segnò l’inizio di un percorso artistico destinato a intrecciare profondamente poesia, musica e tradizione popolare.
Il cuore del saggio è l’analisi del rapporto tra la poetica lorchiana e il cante jondo, forma musicale e poetica radicata nella cultura andalusa. Questo canto, caratterizzato da un’espressività intensa e da una struttura essenziale, rappresenta per Lorca una manifestazione autentica dello spirito popolare. Il cante jondo non è solo una forma musicale, ma un linguaggio ancestrale in cui si conservano le memorie, i dolori e le passioni di una comunità.
In questa prospettiva il saggio mette in evidenza come Lorca percepisca il cante jondo come una lingua materna poetica, una forma di espressione che precede e supera la scrittura letteraria. La sua poesia cerca infatti di recuperare quella dimensione originaria della parola in cui canto, ritmo e sentimento sono inseparabili. La tradizione orale diventa così per Lorca una fonte di autenticità e un modello di intensità espressiva.
Un momento centrale nella riflessione di Lorca su questo tema è la celebre conferenza dedicata al cante jondo, nella quale il poeta analizza le caratteristiche di questo canto e il suo valore culturale. Lorca interpreta il cante jondo come un patrimonio spirituale profondamente radicato nella storia dell’Andalusia, dove si intrecciano influenze culturali diverse — arabe, gitane, ebraiche e cristiane — che nel corso dei secoli hanno contribuito a formare una tradizione musicale unica.
Il saggio sottolinea inoltre il ruolo svolto dal compositore Manuel de Falla, con cui Lorca collaborò alla valorizzazione del cante jondo. Insieme promuoveranno iniziative culturali volte a preservare e diffondere questa tradizione musicale, considerata un patrimonio autentico della cultura andalusa. In questo contesto il cante jondo viene riconosciuto come una forma d’arte capace di esprimere una profondità emotiva rara, legata alla dimensione tragica dell’esistenza.
Un concetto fondamentale per comprendere la poetica lorchiana è quello di duende, che il saggio interpreta come una forza creativa oscura e vitale che attraversa l’arte autentica. Il duende non è semplicemente ispirazione, ma una presenza misteriosa che nasce dal contatto con le radici profonde della vita e della morte. Nel cante jondo questa forza si manifesta nella voce del cantante, nella tensione emotiva del canto e nella sua capacità di trasformare il dolore in espressione artistica.
Lorca riconosce nel duende una qualità essenziale della grande arte, capace di dare alla parola poetica una intensità quasi rituale. La poesia, come il canto, diventa allora un’esperienza incarnata, che coinvolge il corpo, la voce e la memoria collettiva. Il poeta non si limita a descrivere la realtà, ma la attraversa con una partecipazione emotiva che rende la parola viva e vibrante.
Il saggio evidenzia come questa concezione influenzi profondamente la scrittura di Lorca, in particolare nelle raccolte poetiche e nelle opere teatrali in cui emergono immagini, ritmi e simboli legati alla cultura popolare andalusa. Il linguaggio poetico di Lorca cerca di recuperare la forza originaria del canto, privilegiando immagini essenziali, ritmi musicali e una forte dimensione simbolica.
In questo senso la poesia lorchiana può essere interpretata come un tentativo di creare una sorta di “canto generale andaluso”, capace di raccogliere e trasformare la tradizione orale in una nuova forma poetica. Lorca non si limita a imitare il folklore, ma lo rielabora attraverso una sensibilità moderna, trasformando il patrimonio popolare in una poesia di grande intensità estetica.
Il saggio sottolinea inoltre come la lingua poetica di Lorca sia profondamente radicata nella dimensione sonora della parola. Il ritmo, l’intonazione e la musicalità diventano elementi fondamentali della sua scrittura, che conserva sempre una forte componente orale. La poesia ritorna così alla sua origine di canto condiviso, dove la parola non è solo significato ma anche suono e respiro. In conclusione, il lavoro interpreta la poetica di Lorca come un dialogo continuo tra tradizione popolare e creazione artistica. Il cante jondo rappresenta per il poeta non soltanto una fonte di ispirazione musicale, ma una vera e propria lingua dell’anima, capace di esprimere le emozioni più profonde dell’esperienza umana. Attraverso questa tradizione Lorca riscopre la dimensione originaria della poesia come canto e come memoria collettiva.
La lingua del duende diventa quindi la lingua di una poesia che nasce dal contatto con la terra, con la voce del popolo e con le radici più antiche della cultura. In questa prospettiva la poesia di Lorca appare come una forma di ascolto profondo: un tentativo di restituirebr /> alla parola poetica quella intensità originaria che apparteneva al canto primordiale.
**************************************
Valentina Meloni, è nata a Roma nel 1976. Scrive poesie, saggi, aforismi e racconti da diversi anni. Vive in Valdichiana dal 2007 e conduce una vita ritirata a contatto con la natura. Scrive fiabe e storie per bambini, si dedica alla poesia, alla traduzione. Ha pubblicato per la poesia: Le regole del controdolore (Temperino Rosso, 2016), la raccolta di haiku uscita in allegato alla rivista statunitense Otata nanita (Otata’s Bookshelf, 2017), l’autoantologia di eco-poesia profonda Alambic (Progetto Cultura, 2018), la raccolta poetico-fotografica sul femminicidio e la violenza di genere Eva (NOSM, 2018) con fotografie di Annalisa Marino, con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato - epistolario poetico (La Vita Felice, 2018), Enso, Haiku Yoti (Nausicaa, 2019), Snails, ebook (Le lumachine, 2018), L’evidenza del vuoto (Ensemble, 2022), La Tessitrice vincitrice del Premio Scriptura (Yod Edizioni, 2022), Usei- il suono della pioggia (La Ruota Edizioni, 2023). Inoltre ha dato alle stampe le plaquette numerate: Nei giardini di Suzhou (FusibiliaLibri, 2015), Il fiore della luna-Leggenda di Rosaspina (La Linea dell’Equatore, 2018) illustrate dall'artista Santo Previtera, Suite della solitudine (Haiku, Katauta, 2020) illustrata dall'artista Rosario Morra e con Massimo Govetto Una rosa per Emily (Komorebi ni nureru, 2019). Nel 2017 ha pubblicato, inoltre, le fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e il ragno Alvaro, Nanuk e l’albero dei desideri (Temperino Rosso). L’albo illustrato Briciole di haiku (AG book Publishing, 2021). La raccolta di prose brevi e haibun Ippocampo - Prose poetiche e Reminiscenze (ilmiolibro 2020). Altre poesie, racconti, saggi sono pubblicati in riviste di settore e raccolte antologiche. Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali. Ha curato e tradotto dall’inglese, per i tipi di Musicaos Editore, nella Collana Fogli di Via, Dendrarium del poeta bulgaro Alexander Shurbanov. Nel 2010 fonda e tuttora cura il blog Poesie sull’albero un’antologia online tematica su alberi e natura. Nel 2017 ha fondato Komorebi ni nureru Italian Journal, una rivista aperiodica di Haikai in traduzione. Redattrice per Diwali – rivista contaminata delle rubriche di saggistica e recensioni. Contatti: www.valentinameloni.com

1 Commenti:

Alle 16 marzo 2026 alle ore 01:27 , Blogger Valentina Meloni ha detto...

Caro Antonio ti ringrazio infinitamente per la tua attenzione al mio saggio, cari saluti.
Valentina

 

Posta un commento

Iscriviti a Commenti sul post [Atom]

<< Home page