martedì 28 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Una pronuncia di poesia totale – Varcando la soglia di «Dissolvenze e sussurri»
«La vita del poeta ha i suoi piccoli avvenimenti, come quella degli altri uomini. Va in campagna, viaggia, ma il nome della città dove ha trascorso l’estate scritto, insieme alla data, in fondo all’ultima pagina di un libro, ci mostra che la vita ch’egli condivide con gli altri gli serve per un uso del tutto diverso».1 Cadenzandosi in una sintassi che sa di vita, la poesia di Antonio Spagnuolo si svolge nel continuum di congiunzioni e di una varietà di preposizioni: essa è congiunzione nel momento in cui il conosciuto del mondo incontra l’essere di una visione; ed è varietà di preposizioni nella sequenza di un tutto incluso di finalità, di origine, di motivazione, risuonando di un raccontare d’esistenza con il mezzo del linguaggio comune. È questo l’incipit di un meditare intorno a «Dissolvenze e sussurri»2 e che riversa nella poesia di Antonio Spagnuolo la traiettoria pluriforme di romanzo. Romanzo di vita, appunto, giacché la poesia di Antonio Spagnuolo si spalanca ad un romanzo d’esistenza, nel quale il poeta tiene a bada le interferenze, malgrado pur di esse si fa carico e fortuna per fruirne in quanto condizioni di un (per)turbamento sollecitato a scavare in quell’amalgama di sequenze che egli, infine, scompiglia per redimerne il valore. Pertugio affrancato dalla simulazione ed egli vi è all’interno non già a recuperare la sostanza delle cose, poiché, invece, sono le cose a presentarsi a lui nella loro sostanza, nell’attesa di forgiarsi in un’integralità che superi il simulacro della parvenza, vincendo silenzi sfilacciati / nei frammenti che attendono prodezze3.
Universo in continua mutazione, la poesia di Antonio Spagnuolo elabora la natura di sostanza di tutto quel che contiene: pienezza di ricordi, di passi declinati, di soste, di meditazioni. Ma le porte che al poeta rinnovano l’accesso si aprono lentamente ed egli con pari lentezza vi accede affinché mani, piedi, olfatto senza vertigine, penetrino il mistero ambito lontano da qualsiasi dissimulazione (È il mouse che tallona ogni linea / incisa nella memoria e nella strana / realtà divenuta artificiale4 – egli scrive). Da anni la prospettiva esistenziale risuona ad ampio spettro di un bisogno di poesia. C'è chi proietta il bisogno come orizzonte e opera secondo un Pasoliniano alibi per non recedere dalla non-azione oppure incline alla dis-azione. C'è poi chi si attiva, anche se soltanto nella parola genuflessa ad un perimetro fosforescente rigido, magari osteggiando la sistematicità propensa ad ossequiare il baluginio delle cose comuni. E infine c'è il Poeta stretto nel suo dialogo con il mondo, intento a tuffarsi verso fiamme che destano memorie, / trasformare i sussurri in un prodigio / che sconvolge le cose comuni / e fonde in lampeggi cento idee5. A questi fattori esistenziali spetta l'attualissima resistenza di una poesia che si scopre sempre. Ma di chi è la voce e di chi la parola? Del filosofo, forse, ansante di percorrere lo scenario di fattezze (dis)umanizzate; di scrutare la maldestra rotta con incandescente fiato; oppure la voce è del poeta, di colui il quale agita il piano allocato nella solidità di una stoltezza e dissolve l’ingannevole tracciato e allenta la distanza tra l’io e l’io e l’essere? Un romanzo, dunque, Spagnuolo incide nella grafia del tempo; un romanzo, pure, nel raccontare di vicende di realtà, laddove né eroi, né isole distratte di furtiva delizia, si fondono in uno schema impostato. Senza incanto, egli afferra la frenesia bizzarra per scoprire del tempo festoso / il compasso segreto6. Ed è la scultura del romanzo esistenziale in forma di poesia – come pur vero è il viceversa – a diffondersi in questo mio esplorare l’energia di una pronuncia di poesia continuamente coinvolta a prendere forma e difformarsi nel pegno di sembianze da scoprire7.
Cronaca di un tempo individualizzato oltre i confini della tenuta ornamentale, la poesia di Antonio Spagnuolo permea l'occasione di lettura-scrittura-lettura (e che ridiscute l’io nel mondo e l’essere del mondo di Heideggeriano rimando) con un'intensità che trasfigura il fatto esperienziale, aderendo ad una miscela di suono e di figurazione, così come emerge da qualsiasi verso si vada a leggere nella silloge, sì che la silloge trasla in esperienza storica; titolo articolato in una concretezza pura e che, a dispetto di dissolvenze, si propaga in sussurri e lì, nella forma che al poeta è gradita, il pensiero filtra nella parola la forza di una coscienza. Così, la poesia come parola cosmica8 palpita di sentimenti in vita, distratti dalla virtualità di frantumi scellerati, e ai quali il poeta risponde con una parola che custodisce la potenza del tutto Baudelairiana di scavare l'agibile e l'intangibile al fine di toccare l'inconosciuto. Forte, in questo frangente, risuona l’etimo del pensiero, allorquando, tutt’altro che fugace, la mente materializza nella grafia verbale quel che il poeta traduce. Così Ogni parola – egli scrive – è un brindisi di cenere, / ogni rima una ferita che dissolve.9 Comunque la si osservi, insomma, la poesia non rimuove la realtà, anzi: ad essa ancor più e senza tregua si lega, giacché è nella realtà, è alla fonte del mondo vissuto, che la coscienza del poeta inscrive il chiarimento (Confrontando gli accenti / modellati dal pensiero inascoltato / incontro ancora quel fuoco / che da nostalgia è diventato folle. / Tutto è precipitato nel racconto / di un alito di vento10). Da comprendere, dunque, è la parola nella consapevolezza del viversi nell’egida di una significazione da recuperare nella realtà vissuta. Con ciò intendiamo che il lavoro svolto da Antonio Spagnuolo cadenzi un’identificazione che, nei termini Ricoeuriani, nutre i tratti della significazione poetica, quanto, dunque, della realtà a cui essa si riferisce, proponendosi nella genuinità di un linguaggio orientato – oltre la dissuasiva fretta – a farsi perlocuzione. Così ciascun verso e ciascuna parola si fanno manifesto dell’incessante lavorio ermeneutico nell’Heideggeriano «essere (solidamente) nel mondo»; altrettanto solidamente si dismette il capriccio della dissuasione attraverso una meditazione drammatica, ispirata e a sua volta ispiratrice di un verbo musicale, di un verbo figurale o scultoreo e in questa forma di sostanza ciascun luogo in versi rinasce in una costruzione libera di misurare il tempo nella duplice dimensione di rintocco epocale e di scansione individuale. E leggiamo: Credendo un mondo giusto da rifare, / tra i fuochi e i morti, sotto cieli rossi, / vorrei soltanto rincorrere il futuro. / nel cuore resta una scintilla, / una parola scritta in ogni muro, / “libertà” – maledetta e benedetta – / che arde nel tempo e gioca nei contesti, / Non è conquista, ma eterna scelta,11.
È sfida, forse; una sfida intesa a cogliere elementi che la coscienza del poeta rimette al proprio posto, eliminando qualsiasi illusione volumetrica e mantenendo l'essenza di ciò che egli ritiene ancorare, prendendosi la distanza da quel che il mondo delle cose gli rimanda; infittendosi in una finzione balenante (e devastante) e che egli poi declina nel periplo di una storia da narrare in interezza e in genuinità. Su questo sfondo il momento si allunga, intreccia solchi nebulosi e disperse trame con raggelanti attrazioni che trattengono la sostanza del vissuto mondano. Resta la scrittura, laddove la comprensione è affinità e vicinanza emozionale, ma anche unificazione dei frammenti; laddove delineano un proprio spazio l’immaginario e la fattezza di un vivere in oggettività. In scrittura resta la poesia quale territorio comprensivo, infine, nel quale il poeta incontra i suoi pensieri, mai da essi distanziandosi, pur quando è l’accadimento esterno al sé a decidere che mai periferia esista in poesia: qui, invero, si riconciliano opposti e trasgressioni, fantasticherie e il sangue di niente e di nessuno è clandestino. Leggiamo, quindi: Impigliato nei sentieri sconosciuti, / lungo nere pareti, lo scenario / del passato diviene fantasia / e per una volta ancora minacciosa12. Scorrono versi pari ad un piano-sequenza rappresentativo di idee presenti alla mente; e le idee così imbastite attraversano la parola nella rigenerazione del sentire; parola-forma che dà spessore universale all’evidenza scenica; traghettamento di una pronuncia memorabile e in incessante avvicinamento. Apprendiamo così come la leggerezza della materia – con la quale Antonio Spagnuolo incide la prolusione alla poetica – invada l’orizzonte meditativo nel suo farsi sostegno alla causalità di riflessioni; nel guidare una durata temporale anti-dissolvente (Così la vita – egli scrive – incide il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto, / abbracciando l’attimo nel quale eterno / tutto tace, e tutto resta impietrito nel miraggio13). Ed il poeta non si trattiene rispetto alle equivalenze che il sentire protrae; anzi, da esse apprende la modalità per procedere nella consapevole trasformazione che accompagna la sostanza dell’essere nel mondo a contesto delle proprie parole, nell’intarsio di pausa e di suggestione. Di ricordo e di silenzi di un respiro, nel quale intatto resta il legame con la vicenda storica che nelle cose si scrive giorno dopo giorno per amplificarsi, poi, in una parola coinvolgente: Nel tramonto ogni sera si riscrive / la poesia dell’ultima ora – / una bellezza che non implora, / ma si spegne, fiera, nel fuoco.14 Sicché né le parole e neanche le cose o gli accadimenti sfuggono: idealmente, tutti insieme, questi elementi edificano una parabola di riflessioni protese a farsi spazio storico nella tonalità cangiante del verso; a congegnare il florilegio delle visioni sostanziali – veri e propri fotogrammi di un montaggio ardito nel trasferire la volta di un reale babelico a realtà variabile, e nella cui variabilità il poeta sosta a distinguere il fronte proprio ed il fronte oggettivo e tenace, il verso sporge nel sussurro del doloroso stigma che disfa la parola, simbolo che sparisce / e poi ritorna / nel margine obliquo del ricordo – come neve sul vetro d’estate15, per poi interloquire con la prossimità e fissare una pronuncia deittica; pronuncia che, in quanto tale, si muove tra visioni e intuizioni, fino a balenare nell’esclusiva semantica di una (mai genuflessa) memoria: Ed ora giorno dopo giorno / avverto l’incalzare dello sgretolarsi / che consuma inesorabilmente / quel che resta del mio angolo oscuro / per tormenti16. Ed il tormento e lo strazio convocano la parola a farsi foriera di tutta una storia che d’attorno e dentro si agita (Stupide mani giocano a tormenti17); poi, con un sussurro, tormento e strazio rivelano la visione maltrattata dell’essere (Chi ha spento le luci dell’alba18). Egli scrive: È Babele che incombe in questo mondo / di lingue frantumate / e dove l’odio è capace / d’inchiodare il fratello a nuova Croce. / Mettere a tacere la stanchezza del rifiuto / è il vero prezzo di opposte resistenze / nel logorante segno degli inganni / capaci di corrompere ogni traccia / dell’umana pietà, / tra sguardi brulicanti di burrasca19. L’apice si raggiunge, dunque, nella coincidenza di un punto di vista che dalla temporalità individuale riceve nel suo vortice meditante vivenze periferiche rispetto al sé, segnando orme di una storia che è viaggio dell’inconscio e del linguaggio20.
In questi termini, la poesia di Spagnuolo è occasione per incontrare un pensiero intriso di coscienza contemporanea: di fatto, nella grafia – estirpata di qualsiasi riproduzione di ostentata soggettività – egli assimila l’orizzonte di una luce che persiste chiara ed enigmatica ad un tempo ed elicita quanti più territori senz’alcun intralcio, tanto da trattenere la maieutica sobrietà di una parola tutt’altro che in transito e che è richiamo eterno di amore; di un amore intarsiato dalle curvature di un paesaggio refrattario all’indugio nell’effetto estemporaneo. E il poeta scrive: Potrei cambiare gioco / ogni volta che le pupille tremano, / anche stremato dalle derisioni / imbrunite, a far segno in un girone. / Un gioco di pazienza che ripete / nascondigli che durano millenni / ed invece sono trappole / per le enormi schegge dell’eterno21. E nello scrutare-meditare il poeta inventa una figurazione che nulla sottrae, protendendosi in una direzione tutt’altro che oziante, e che si diffonde senza mai anelare al ristoro sui piani intersecanti di una lettura che affiora e sommerge e affonda, per poi sollevarsi in fasi di permutazione e, infine, mostrarsi con il profilo che si aprì nel varco, / il piccolo satellite del cuore, / per trainare gli artigli in ogni segno / che affoga l’alfabeto calcolato22.
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Carmen De Stasio
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1 M. Proust, Sulla lettura (1905), BUR, Milano, 2011, p.117
2 A. Spagnuolo, Dissolvenze e sussurri (silloge), la Valle del Tempo, Napoli, 2025
3 Bluesky/word, p. 9
4 Ventaglip. 10
5 Hardback, p. 14
6 Triangoli, p.15
7 Astratto, p. 16
8 F. Flora, Saggi di poetica moderna (1949), Casa Ed. G. D’Anna, Messina – Firenze, 1976, p. 48
9 Baudelaire, p. 51
10 Racconto, p Libertà e tragedia, p. 34
11 Proposte, p. 36
12 Tramonto rosso, p. 37
13 Ibi
14 Tremore del suono, p. 45
15 Timori, p. 53
16 Acheronte, p. 42
17 Gerusalemme, p. 27
18 Egli tace, p. 43
19 Mare e monti, p. 38
20 Farsa, p. 52
21 Chiusura, p. 54
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