domenica 26 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA MONNETTI

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Francesca Monnetti: “Secondo-genitura”- Società Editrice Fiorentina – 2026 – pag. 80 - € 14,00
Il titolo “Secondo-genitura” è un gioco linguistico piuttosto denso, e può essere interpretato su più livelli: la condizione del secondogenito (il figlio nato dopo il primo). Tuttavia, la grafia spezzata con il trattino suggerisce che non si tratti solo di una posizione familiare, ma di qualcosa di più simbolico. Potrebbe alludere ad una rinascita interiore, potrebbe riferirsi ad una voce non dominante, alternativa, potrebbe suggerire una creazione filtrata, infine qualcosa di non più immediato, bensì atto riflesso. Incipit imbarazzante! Tutto accade secondo un programma ben determinato o da plasmare?
Come suggestione improvvisa, in questa armoniosa scrittura, che caratterizza in effetti tutta la silloge di Francesca Monnetti, mi piace esaminare la poesia “Mural tuttomondo” a Keith Haring- che si configura come un omaggio visivo e concettuale all’opera di Keith Haring, traducendone il linguaggio grafico in parola poetica. Il testo rinuncia quasi del tutto alla punteggiatura e agli spazi tradizionali (“nonunacesura”, “nondiscontinua”), costruendo una continuità fluida che riflette direttamente la linea haringhiana: una linea che non si interrompe, che connette, che ingloba il caos del mondo senza mai frammentarlo del tutto. La scelta di fondere le parole (“fissa-nonfissa”, “pathosmoto”) suggerisce una tensione costante tra stabilità e movimento, tra forma e energia, che è tipica anche dei murales dell’artista.
Il “disordine nel mondo” non viene negato, ma “(far)risaltare”: la poesia, come il mural, non elimina il caos, bensì lo rende visibile e lo trasforma in ritmo. In questo senso, l’arte non è evasione ma “argine ultimo”, un limite fragile ma necessario contro lo “svanire”. La linea diventa allora principio generativo: “vibravive”, “tienedesta”, mantiene una vitalità che si oppone alla dissoluzione. Il lessico insiste su termini dinamici e corporei (“emozione”, “pathos”, “moto”), sottolineando come l’opera sia esperienza sensibile prima ancora che estetica.
Direi che si può leggere il testo come un esempio di poesia visiva e performativa, vicina alle sperimentazioni della neoavanguardia italiana, dove il segno linguistico tende a farsi gesto grafico. Tuttavia, rispetto a certe rigidità sperimentali, qui emerge una tensione comunicativa più aperta: la poesia non è chiusa in sé, ma “alprossimo integrocilega”, cioè orientata verso l’altro, verso una dimensione relazionale. Questo aspetto richiama la funzione pubblica del mural di Haring, pensato per uno spazio urbano condiviso.
Tutta la scrittura in queste pagine cerca di restituire l’immediatezza e l’energia del gesto artistico, con un ritmo guizzante delle sillabe che attanaglia lo sguardo per diffusione di pensiero e di idee.
I tratteggi, per immagini o personaggi, per figure o illusioni, per descrizioni particolareggiate (al fiore del petalo/ nelle compositae … alla distanza/ lo preferisco/… fa capolino …/infiorescenza … terminale) o per bisbigliare suggerimenti, sono tutti attraversati da una rigorosa armonia che rende plastica la composizione. E non manca un alone sottile, che si ricama da solo, tra possibili scorrimenti filosofici e cristalline schegge del sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

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