SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA TERESA COPPOLA
*****************************
Maria Teresa Coppola: “Rubato” Ed. G.C.L. – 2026 – pag. 92 - € 13,00
In quattro sezioni ben distinte, ma tenacemente legate dal filo che naviga nella lingua per trasformare l’imprevisto nella bonaccia del senso comune, la silloge cerca quella chiglia tagliente che rimescola le acque, eleva la lirica, suscita onde di musicalità.
Come incipit ci invita uno scritto: “La voce poetica prende forma nell’interrogazione del tempo e dell’identità. L’io non si definisce, ma accade: pensa mentre si muove, dubita mentre si espone. Il corpo diventa luogo di conoscenza, la musica modello di pensiero, il rubato misura interiore di un tempo non lineare. Il non-sapere non è mancanza, ma condizione originaria di apertura al divenire.”
E con il tempo emergono i primi versi, con una poesia che si muove entro una riflessione profondamente ontologica, dove l’essere coincide con il tempo e con il continuo accadere dell’esistenza. Il soggetto lirico rifiuta ogni definizione stabile dell’Io: “Io è soltanto accadere” diventa affermazione di precarietà ma anche di libertà, perché l’identità non è più forma chiusa, bensì fluire incessante. L’espressione “allusiva tras-corri” suggerisce proprio questo attraversamento mobile, mai definitivo, quasi un passaggio continuo tra stati e possibilità.
L’immagine dei “tratti di biro” che non servono a tracciare contorni indica l’impossibilità di delimitare l’essere entro categorie fisse. Figura e sostanza si dissolvono in elementi naturali e mobili: aria, vento, acqua, luce. Tutto ciò che definisce il soggetto appartiene al regno del mutamento. La poesia insiste infatti su verbi dinamici – “corre”, “scorre”, “diventa” – che sottraggono consistenza alla materia e affidano il senso al divenire. Molto significativa è la luce che “inventa colore”: non esiste una realtà assoluta e immobile, ma una continua creazione percettiva. Anche l’identità umana nasce come invenzione temporanea, fragile epifania che vive soltanto nell’istante. Gli “attimi senza estensione” evocano una dimensione quasi metafisica, in cui il tempo si contrae fino a diventare pura intuizione o progetto.
Dopo il fluire indistinto, l’essere può “fingersi” canto, racconto, alba o tramonto: vale a dire trasformarsi in narrazione e simbolo. È importante il verbo “fingere”, perché la poesia non pretende verità assolute ma crea forme provvisorie di senso. Così, dal “niente”, nasce la poesia: unico luogo in cui il divenire riesce a prendere voce senza irrigidirsi in definizione.
Maria Teresa si distingue per una scrittura essenziale e filosofica, capace di fondere riflessione esistenziale e leggerezza lirica. La frammentazione sintattica e il ritmo sospeso accompagnano coerentemente il tema del fluire, mentre le immagini naturali conferiscono musicalità e trasparenza al dettato poetico. Ne emerge una composizione di ascendenza novecentesca, vicina a certa linea ermetica e fenomenologica, ma espressa con limpidezza contemporanea.
Le emozioni hanno “un metronomo rubato”, i giorni “la favola della trasformazione”, l’ipotesi “facciamo che inizi da niente/ il niente che sei e forse è il tutto”, la bellezza “che fila silenzio di tenebra, che tesse terrifica trama di nulla”. Sussurra: “Non basta convocare nei versi/ gabbiani primavere tramonti./ La vita non fa sconti/ ha scordato dettato e promesse/ di mille patriarchi e profeti/ e una fila ti aspetta ogni giorno,/ calzini spaiati semafori rossi…”
Si assapora in tutta la raccolta l’agrodolce delle vibrazioni filosofiche che ci accompagnano spesso nel quotidiano, e ci sorprende la persistente cromatica tessitura dei versi, ben calibrati nelle sillabe e sapientemente ricamati nel respiro affannoso della contemporaneità, e che indica un tempo libero e flessibile, metafora di una poetica che invita a rallentare e a riappropriarsi del proprio istante.
In quest’opera si manifesta anche la vasta preparazione classica, ma soprattutto una passione innata, una voglia di guardarsi dentro, di confrontarsi con i grandi temi dell’esistenza e allo stesso tempo con i drammi dell’umanità, che caratterizzano il nostro inquieto e angoscioso presente.
Il linguaggio è una sorta di partitura tra musica e incisione, una sorta di orditura tra memoria e melodia.
*
ANTONIO SPAGNUOLO



0 Commenti:
Posta un commento
Iscriviti a Commenti sul post [Atom]
<< Home page