mercoledì 13 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA

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Sulla mia scrivania fanno bella mostra ben tre volumi della prolifica poetessa: “Ribelle” – Edito Ginevra Bentivoglio – 2025 (Racconto con numerose illustrazioni) – “D’azzurro e piombo” Edizioni Progetto cultura – 2025 – e “Nelle ondose stanze” – Genesi editrice 2026.
Un succoso bagaglio di poesia e di scrittura, che si distingue per l’accortezza delle scelte e per lo scorrevole dettato dei pensieri.
La poetessa ha il dono della fluidità ed i versi, alcuni brevi alcuni senza metrica, si offrono sempre con il ritmo necessario affinché le sillabe scandite diventino incisi musicali.
Poesia che si muove entro un territorio esistenziale dominato dalla frattura tra realtà e coscienza, tra ciò che accade e ciò che viene percepito come vero. Sviluppa, in un componimento, una meditazione notturna e visionaria, nella quale il sonno diventa condizione di estraneità da sé: chi dorme “non ci pensa”, si sottrae alla consapevolezza e si rifugia nell’invenzione dei sogni, “viaggi effimeri” verso paesaggi interiori sospesi tra fascino e inquietudine. L’atmosfera è scandita da immagini sonore e luminose – la campana, il rullio lontano, il lampo improvviso – che costruiscono una scena quasi metafisica, dove il tempo sembra fermarsi nell’“ora dell’oblio”. La campagna solitaria dell’“ultimo respiro” introduce un senso di precarietà e di resa inevitabile, ma il testo evita ogni compiacimento tragico grazie a un’ironia sottile che emerge soprattutto nei versi finali: il selciato “felice” crede che la pioggia cada soltanto per servirlo.
Qui la poesia tocca uno dei suoi nuclei più intensi: l’illusione antropocentrica dell’uomo, convinto di essere il centro degli eventi mentre resta immerso in un universo indifferente.
Prosegue e approfondisce questo interrogarsi sul vero, trasformandolo in domanda filosofica ed emotiva, introducendo un dubbio radicale sulla natura della realtà e sulla fragilità delle convinzioni umane. L’io poetico osserva una condizione di smarrimento collettivo: non esistono più ricorrenze o simboli capaci di commuovere, e perfino il passaggio del tempo – “l’ultimo dell’anno né tanto meno il primo” – appare svuotato di senso. La poesia assume allora il tono di una diagnosi spirituale: il distacco e l’assenza diventano malattie dell’anima contemporanea. Colpisce la concretezza delle immagini, dove l’esistenza è rappresentata attraverso piccoli gesti quotidiani: “rimettere al suo posto / sul solito ripiano il bicchiere sbrecciato”. Quel bicchiere incrinato diventa simbolo di una vita ferita ma ancora ostinatamente trattenuta dentro l’ordine delle abitudini.
Edith mostra una scrittura libera e discorsiva, capace di alternare tensione lirica e colloquialità riflessiva. Il verso procede per accumulo di immagini e interrogativi, senza cercare soluzioni definitive, ma lasciando emergere il senso di un’inquietudine moderna profonda. Ne deriva una poesia della coscienza e dell’incertezza, dove il quotidiano si apre continuamente a interrogazioni metafisiche e dove la fragilità dell’uomo viene osservata con lucidità, amarezza e, talvolta, con una sottile ironia disincantata.
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ANTONIO SPAGNUOLO

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