martedì 21 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DIEGO RICCOBENE

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Diego Riccobene: “Enchiridion” – Tipheret editore – 2026 – pag. 148 - € 15,00
L’impatto con le poesie di questa raccolta è senza alcun dubbio da lieve vertigine fantasmatica.
Gli effetti di una precisa poetica della condensazione, che privilegia l'energia simbolica rispetto alla chiarezza, sono subito evidenti e coinvolgono. Per un lettore abituato alla poesia contemporanea di ricerca il testo mantiene una notevole tensione espressiva; per un pubblico più ampio, invece, alcune oscurità possono attenuarne l'influsso emotivo immediato. Nel complesso, questa poesia si distingue per la qualità del suo immaginario e per la capacità di tradurre il trauma interiore in una materia linguistica densa, inquieta e fortemente personale.
Essa spesso si costruisce come un breve ma densissimo monologo interiore in cui il corpo diventa il luogo di manifestazione di una crisi esistenziale. Il tremore non è soltanto un sintomo fisico, ma il segno di qualcosa che non riesce a trovare compimento. L'“incompiuto” rappresenta ciò che rimane sospeso tra il desiderio di esprimersi e l'impossibilità di raggiungere una forma definitiva.
L'universo procede per immagini visionarie e surreali. La «brina dall'orecchio» costituisce una sinestesia che trasforma il freddo in suono e il corpo in paesaggio. Ancora più significativa è la metafora dell'«orecchio cornucopia», insolita e ricca di suggestioni: l'orecchio non è soltanto organo dell'ascolto, ma recipiente traboccante, sorgente che dispensa una verità dolorosa. Ciò che viene elargito, tuttavia, non è abbondanza vitale, bensì il «giusto collasso». L'aggettivo "giusto" introduce una dimensione quasi etica del cedimento: il collasso appare inevitabile, forse perfino necessario, come passaggio verso una possibile liberazione.
Una continua oscillazione tra disgregazione e redenzione, il “culto sugli estuari e un petto che ne torce”, “il nume che ti spella la medesima crosta”, “nel guiderdone assurdo del distinguere”, “tardare appena sulla cima” sono i movimenti ondulatori di una marea che fa della parola la bianca spuma delle onde. Il corpo, il linguaggio e la memoria si intrecciano in una sintassi volutamente franta, che riflette la difficoltà di dare ordine all'esperienza del dolore. Non è una poesia narrativa, ma un evento linguistico che tenta di trasformare la crisi in conoscenza.
Il testo si colloca nell'area di una lirica fortemente sperimentale, nella quale l'accostamento di immagini inattese e la compressione sintattica prevalgono sulla linearità discorsiva. La forza della poesia risiede nella sua capacità di creare un clima visionario attraverso metafore originali e in un lessico che oscilla tra concretezza corporea e tensione metafisica.
Da segnalare infine gli emblemi che arricchiscono il volume realizzati da Mirko Andreoli.
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ANTONIO SPAGNUOLO

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