giovedì 23 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

***************************
Giuseppe Iuliano: “C’è silenzio ai paesi” – Ed. Cosmopoli – 2026 – pag.86 – s.i.p.
C’è nei versi di Giuseppe Iuliano una palese continua immersione tra i flutti della storia, della cultura, delle consuetudini, della politica, delle memorie che appartengono alla sua terra nativa.
L’emotività è alimentata da una costante compartecipazione personale alle vicissitudini, agli sviluppi, alle incertezze della sua Irpinia. L’esodo dei giovani, i contrasti generazionali, le crisi sociali e sindacali, incidono sull’atmosfera di speranze e disillusioni, così che la poesia diviene un documento plasmabile, quasi rifugio dell’uomo che sente ancora acceso il rapporto con un mondo che va svuotandosi inesorabilmente. Il volume è arricchito dalla traduzione a fronte in lingua romena di Eliza Macadan, la quale dedica anche la postfazione.
La poesia restituisce con intensa partecipazione il ritratto di un paese non tanto geografico quanto esistenziale, dove il degrado materiale coincide con un progressivo svuotamento della speranza. – la morte non è soltanto un evento biologico, ma diviene metafora di una condizione collettiva: la perdita di vitalità, di prospettive e di fiducia. L'aria è "stanca", "oppressiva", "malefica", come se una maledizione antica, un "vecchio sortilegio", gravasse sulle comunità, condannandole a una lenta consunzione.
Il paesaggio umano è descritto attraverso immagini che appartengono al corpo malato: le "carie di attese", i "reumi di speranze", le "rughe e manie". Costruisce così una metafora organica nella quale le speranze si deteriorano come denti corrosi e invecchiano fino a diventare dolori cronici. Il tempo non è più occasione di crescita, ma agente di logoramento. Persino il parlare da soli diviene il sintomo di una società incapace di dialogo, ripiegata nella solitudine e nell'abbandono.
Qualche colorato registro si apre a una dimensione simbolica. Le stelle non rappresentano più il sogno romantico o l'aspirazione poetica, ma diventano "salvifici appigli di luce": non alimentano l'immaginazione, bensì offrono una possibilità estrema di fuga. L'immagine delle "funi" tese verso il cielo è particolarmente significativa perché suggerisce il desiderio di evadere da una realtà soffocante. L'evasione non assume necessariamente il valore della morte, ma quello di una liberazione spirituale, di una ricerca di altrove che possa riscattare una condizione ormai insostenibile.
In un componimento riuscitissimo la "cantilena smorta", definita con efficace accumulo come "nenia di voce arrochita" ed "eco di cento vicoli", è la voce collettiva di un paese che ripete il proprio dolore senza riuscire a trasformarlo. In questo scenario convivono il "vecchio suicida" e i "giovani disertori": i primi rappresentano la resa definitiva, i secondi l'abbandono del luogo natale, fenomeno che caratterizza molti centri destinati allo spopolamento. Il verso conclusivo, «Qualche volta le parti si invertono», introduce tuttavia una sottile variazione: il dolore non appartiene esclusivamente a una generazione, ma diventa esperienza condivisa, in cui anziani e giovani si scambiano ruoli e sofferenze, accomunati da una medesima fragilità.
La scrittura di Iuliano possiede una forte coerenza tematica e un linguaggio ricco di immagini originali. Colpiscono soprattutto le metafore, capaci di trasformare il disagio sociale in percezione fisica, e l'immagine delle stelle come "appigli di luce", che rinnova un simbolo tradizionale con un significato originale.
Nel complesso si tratta di un testo convincente, sostenuto da una forte tensione lirica e civile, che affronta il tema dello spopolamento e della crisi delle comunità con immagini personali e un linguaggio capace di trasformare il dato sociale in autentica esperienza poetica.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

0 Commenti:

Posta un commento

Iscriviti a Commenti sul post [Atom]

<< Home page