SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELE RICCI
Daniele Ricci : La macchina da cucire - Ed. Puntoacapo - 2025 - pag. 108 -
"La poesia di Ricci - scrive Fabrizio Lombardo in prefazione - vive di richiami a una tradizione importante, non a caso è Leopardi che apre il dialogo con il lettore; è una tradizione che però riesce, per scelta stilistica, per capacità di dettato dell’autore, a non essere mai soverchiante: è sempre un ipotesto che si muove sottotraccia, che guida il lettore. È materiale di scavo, ma ciò che poi arriva in superficie, sulla pagina, è una poesia che riesce ad essere contemporanea e dialogante." Tra i versi numerosi e avvincenti scegliere qualche adagio ci porta al sussurro:
"Alzarsi nella notte
corrosa da sogni non terminati
la parola inventa la realtà.
Sentire freddo nella pancia,
non nasconde la casa
il nulla delle dita.
La strada era chiusa
la vita non più a pezzi
mentre sto per partire
con le buste della spesa in mano.
La terra del pane
a ovest del futuro
scavando
nel filo del cuore."
Una poesia che costruisce un paesaggio interiore sospeso tra quotidianità e inquietudine esistenziale. L’incipit, “Alzarsi nella notte / corrosa da sogni non terminati”, introduce subito una dimensione incompiuta: il sogno, anziché essere rifugio, si fa luogo di erosione e di disagio. La notte non è soltanto tempo fisico, ma spazio psichico in cui ciò che resta irrisolto continua a lavorare sotterraneamente.
“La parola inventa la realtà” rappresenta un passaggio chiave: la lingua non descrive il mondo, ma lo crea. In questo senso, il soggetto poetico appare consapevole della fragilità del reale, che può essere ridefinito, ma anche distorto, dal linguaggio. Tuttavia, questa capacità creativa non porta conforto: subito dopo emerge una percezione fisica e concreta, “Sentire freddo nella pancia”, che restituisce un disagio corporeo, primario, non mediato.
La casa, tradizionalmente luogo di protezione, viene negata: “non nasconde la casa / il nulla delle dita”. E si manifesta un senso di vuoto radicale, quasi tattile. Le dita, simbolo di contatto e presa sul mondo, non afferrano nulla: la realtà sfugge, si dissolve.
“La strada era chiusa” segna una cesura, un impedimento esistenziale. Tuttavia, subito dopo compare una tensione opposta: “la vita non più a pezzi / mentre sto per partire / con le buste della spesa in mano”. Il gesto quotidiano, banale, diventa carico di ambiguità: partire con la spesa suggerisce una fuga impossibile, o un tentativo di ricomporre la vita proprio attraverso ciò che è ordinario.
Nella chiusa il testo assume una dimensione più simbolica. La “terra del pane” richiama nutrimento, origine, forse una patria reale o interiore; ma è collocata “a ovest del futuro”, cioè in una geografia impossibile, che mescola spazio e tempo. Lo scavo “nel filo del cuore” indica un’indagine intima, dolorosa e continua, come se il senso potesse emergere solo attraversando una linea sottile e fragile.
La scrittura di Daniele Ricci si distingue per un linguaggio essenziale e frammentato, capace di fondere immagini quotidiane e visioni astratte. L’uso di enjambement e accostamenti inattesi crea una tensione continua tra concretezza e dissoluzione del senso. Egli si muove in una linea tipicamente contemporanea, in cui l’io lirico non si afferma, ma si interroga e si disgrega, lasciando emergere una percezione instabile della realtà. Particolarmente efficace è la capacità di trasformare oggetti comuni – la casa, la strada, la spesa – in simboli di spaesamento esistenziale.
. "Dopo ogni abuso subìto
mi nascondo dietro un muro,
nessuno mi ha insegnato
i nomi dei sentimenti..."
In scena una soggettività ferita che reagisce al trauma attraverso il ritiro e il silenzio. L’immagine del “muro” funziona come metafora di difesa: non solo barriera contro l’esterno, ma anche limite che impedisce al soggetto di riconoscersi e di essere riconosciuto. L’“abuso” – lasciato volutamente indeterminato – assume così un valore universale, diventando esperienza esistenziale prima ancora che evento concreto.
Il tema della mancanza di un’educazione emotiva traducono una sensibilità personale, espressa semplicemente nella quotidianità. Il soggetto non possiede il linguaggio per nominare ciò che prova: questa assenza lessicale corrisponde a un vuoto relazionale, a un difetto originario di trasmissione affettiva. Il dolore, dunque, non è solo subito ma anche non dicibile, e proprio questa indicibilità ne amplifica l’isolamento.
Il poeta rafforza l’immediatezza espressiva, mentre la linearità dei versi riflette una sorta di immobilità interiore.
La sua "parola", nella sua essenzialità, tocca il nodo profondo del rapporto tra trauma, identità e linguaggio.
Silloge con sette capitoli, legati ad un ritmo costante che trasporta facilmente tra onde di emozioni a pelle e incisioni di adagi dal tenore filosofico. Il sub conscio si manifesta e detta figure e illuminazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO



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