SEGNALAZIONE VOLUMI = UGO MAGNANTI
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Ugo Magnanti: “Scorie per l’avvenire” – Ed. Fusibilia libri – 2024 – pag.38 - € 11,00
Elegante volumetto in una tiratura di cento esemplari, numerati e firmati dall’autore.
Raccolta dall’impasto molto semplice ed accattivante che accoglie memorie strettamente personali, tra vincoli che ricamano il rapporto padre, madre, figlio. Scorrono ricordi affascinanti e tremanti, un susseguirsi di eventi raccontati a volte con particolari che accendono il desiderio di conoscere.
Nella rapida lettura mi pace indagare su la poesia che segue:
“Mio padre smontò il moschetto di nonno,
e lo buttò a pezzi in un fosso, invece
di fare denuncia ai carabinieri;
così tutt’al più, non mi tornerà
in mente da cittadino esemplare.
Le sue cellule adesso le ho io,
e non sono diverso da lui.
Uscendo dalla statale anch’io
prenderei un viottolo in ombra, anzi, il modo
di violare la selva, di lanciare
il calcio o la canna nel vuoto, sarebbe
meno furtivo: nessuno ci spia,
dove non si crede che l’anima esista,
e dove si odia l’umanità.”
Perché mette in scena un gesto apparentemente semplice — smontare e gettare un’arma — che si carica però di un forte valore simbolico. Il padre rifiuta la via “ufficiale”, quella della denuncia e dell’obbedienza alle istituzioni, scegliendo invece un atto privato, quasi istintivo: disperdere il moschetto nel fosso. Questo gesto non è solo una dismissione materiale dell’arma, ma rappresenta una presa di distanza dalla violenza e, allo stesso tempo, dalla retorica della legalità formale. L’io lirico percepisce che proprio questa deviazione dalle regole costituisce una forma più autentica di moralità, tanto da volerla sottrarre alla memoria “da cittadino esemplare”, cioè a una coscienza troppo allineata e normativa.
Il passaggio centrale è quello della trasmissione: “Le sue cellule adesso le ho io”. L’eredità non è tanto culturale o ideologica, quanto biologica, quasi inevitabile. Il figlio riconosce in sé la stessa inclinazione a sottrarsi alle regole codificate, a cercare una via laterale — il “viottolo in ombra” — invece della strada principale. Questo spazio laterale diventa metafora di una dimensione esistenziale: un luogo fuori dallo sguardo sociale, dove l’atto di distruzione (lanciare i pezzi del moschetto) non è più furtivo, ma libero, quasi necessario.
Il luogo dove “nessuno ci spia” in fine coincide con uno spazio in cui “non si crede che l’anima esista” e “si odia l’umanità”. Qui il gesto individuale si inserisce in una visione disincantata del mondo: l’assenza di controllo esterno non porta a una libertà luminosa, ma a una sorta di nichilismo, dove l’etica non è garantita né dalla legge né da una fede nell’umano. Il testo si muove dunque tra ribellione e inquietudine, suggerendo che la libertà ereditata può facilmente scivolare in una zona moralmente ambigua.
Diario familiare, direi, per il quale la scrittura del poeta si mantiene plasmabile e attenta, si distingue per un linguaggio piano e narrativo, che però sostiene una forte densità simbolica.
L’uso di immagini concrete e la descrizione di momenti confidenziali costruisce una geografia morale precisa, in cui lo spazio fisico riflette scelte etiche ed esistenziali. Particolarmente efficaci alcuni contrasti tra la linearità e la deviazione, che traducono in termini spaziali il conflitto tra intimismo e comunità.
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ANTONIO SPAGNUOLO



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