SEGNALAZIONE VOLUMI = LAURA PIERDICCHI
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Laura Pierdicchi, "Mater", Poesie,- Ed. la Valle del Tempo, Napoli 2024
La raccolta "Mater" ripropone alcune delle tematiche caratterizzanti il percorso poetico di Laura Pierdicchi, dall’importanza attribuita ai ricordi dell’infanzia alla presa di coscienza dell’inesorabile fluire del tempo, al desiderio di ricongiungersi con quel Tutto che incarna il mistero che ci sovrasta, in precario equilibrio tra la rassegnata accettazione per la perdita di una persona amata e il dolore provocato da quella devastante assenza senza chiudere la porta alla speranza di ritrovarsi in un’altra dimensione. Anche in Mater il richiamo del passato è potente sin dall’incipit: “Tenera la neve si posava/ sull’altana dei rigidi inverni/ delle mia povera casa d’infanzia.” (Tenera la neve si posava). Il ricorso ai versi di Emily Dickinson (“Soltanto nella perdita/ cogliamo l’importanza di chi stava/ poco prima tra noi -/ un sole estinto”) suona come una dichiarazione di poetica: quella di Mater è lirica dell’assenza, canto doloroso di un vuoto (la perdita della madre), senso di solitudine simboleggiato dalla casa ove aleggia “tra le stanze/ un costante fruscio di ombre/ in successione.” (Il tempo ormai è un fremito).
La poetessa rievoca i primi mesi di vita con la scoperta degli occhi e delle mani materne, quando si instaura quel legame unico e meraviglioso tra una madre e la propria creatura: “Non ho mai detto di te/ perché il battito all’unisono/ fondeva il mio corpo/ con il tuo - un tutt’uno/ mai disgregato”(Non ho mai detto di te).
Ora che la natura ha fatto il suo corso separando l’inseparabile, Laura Pierdicchi può scrivere della figura materna e rievoca, nella poesia Quella sera, i tragici istanti quando: “Avrei voluto darti luce/ ma eri già oltre il velo/ io respinta/ il ghiaccio nelle vene -/ tornai con passo estraneo/ nella casa nuda.”. I ricordi si susseguono e in Ora torno indietro … la stufa accesa “mentre la nebbia saliva/ dal canale e la calle/ era fumo bianco/ a confondere i contorni” accompagna il ricordo della voce materna. “Chissà se l’altana esiste ancora” si domanda la poetessa nella lirica omonima ripensando alla casa dell’infanzia e ai capelli della madre “sempre scompigliati fino all’ora del desco/ quando per magia tornavi/ fata turchina e tutto/ riluceva del tuo amore.”. La lacerazione è assoluta, la poetessa si sente sradicata (“tu mia radice madre” scrive in Tu non sei più) e in Era l’ansia di crescere le pare ancora di respirarne il profumo: “dentro di me/ il puro frutto dell’immenso./ Era gioia inesprimibile/ un lampo nel cielo chiaro.”
La presa di coscienza di quanto tale vuoto sia incolmabile non è mitigata dalla consapevolezza che il mondo va comunque avanti, come attesta Non più risate: “Gira la giostra senza fine/ anche nello spegnersi della sera.” e ciò che rimane è “Solo il riflesso di un sogno/ che si perde nel rimpianto.” (Di tutta la magia). Se un barlume di luce si percepisce nel buio, consiste nella speranza di riuscire un giorno a ristabilire il contatto in una dimensione altra, ove sia possibile “oltrepassare la mia forma/ per un abbraccio incorporeo.” (Voglio pensare che lassù sia quiete) trovando la forza per proseguire come si evince dagli ultimi versi di Abbandonarsi al risveglio: “Ora mi vesto e mi sdoppio - / sposo la tua essenza … e continuo.”
In perfetta sintonia ci appaiono i versi della Dickinson inseriti in chiusura, riferiti all’anima che lascia il corpo al momento del trapasso “e si avvia col suo dolce passo etereo/ dove non è speranza di toccarla.”
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Roberto Tassinari
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