SEGNALAZIONE VOLUMI = JACOPO RICCIARDI
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Jacopo Ricciardi: “Il fiume e il buco nell’acqua” – Società editrice fiorentina – 2026 – pag. 64- € 13,00 –
Con una serrata tessitura dell’irruenza, anche felpata, del canto, che si concretizza in una semplice empatia, eccoci alla ricerca del racchiudere forma, contenuti, immersioni, sospensioni, emozioni.
Ancorati al porto della sensibilità, e desiderosi di mettere in luce quanto di segreto contiene il subconscio, la ruota della natura e della storia ritorna ad una visione totalizzante e ideologica che riesce ad arginare il senso dello smarrimento.
Frantumazione del pensiero, frantumazione del verso, frantumazione delle frasi necessitano di una particolare attenzione capace di ricomporre, o comporre, l’adagio che si cela ad ogni fibra.
Ci viene in aiuto Mario Fresa, che con arguta sagacia e brillanti selezioni dirige la collana Pasifae, il quale in quarta di copertina scrive:
“In questo ampio e circolare poema-canto è la lingua stessa a porsi come essenza e motore di un rapporto che lega e stringe, in un aperto e infinibile dialogo, il senso dell’unità e di una fitta molteplicità; ed è la lingua medesima – alta e “sperimentale” non nel senso della pura e semplice eversione formale – a mostrare, qui, una sua autentica vita autonoma e una sua forma assoluta e a sé stante: è appunto essa, ora, che pensa; e non più – o non più soltanto – colui che la crea o colui che, da lettore, la utilizza, l’ascolta, la vive.”
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“Il velo nella buca e l’inchino
per gioco, come solleticato nel vento, una
linea tracciata agrodolce
sul petto limitato, l’intingolo
e il segno più giù, lì impresso, nel
senato,
quanto si appaga,
la fretta dilaga per sempre.”
I versi si muovono in una zona di confine tra corporeo e simbolico, dove il gesto minimo diventa rivelazione. Il lessico sensoriale — dal “velo” all’“intingolo” — costruisce una trama tattile e visiva che coinvolge il lettore in modo diretto, quasi fisico. L’“agrodolce” suggerisce una tensione emotiva complessa, mai pacificata, che attraversa il testo come una linea incisa sul corpo e sulla memoria. L’apparente gioco si carica progressivamente di gravità, fino al sorprendente approdo al “senato”, luogo metaforico di giudizio e deliberazione interiore. Qui l’esperienza individuale sembra farsi collettiva, sottoposta a una legge più ampia e impersonale. Il ritmo franto e gli enjambement accentuano l’idea di fretta che “dilaga”, dando forma a un tempo che sfugge e travolge. Intimità e riflessione hanno un non so che di allusione che cerca disperatamente un equilibrio raffinato.
“Il velo” suggerisce insieme pudore e rivelazione, un confine sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta segreto, “La buca” introduce una verticalità negativa, un vuoto che può essere caduta ma anche sepoltura fertile. Tensione visiva e morale, quasi un gesto sospeso nel tempo.
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L’alimento delle illusioni e delle allusioni diventa entusiasmante, prestando fede alla ragione e contemporaneamente al così detto attimo fuggente, il quale, guarda caso, non si è ancora realizzato ma è già passato.
Jacopo Ricciardi “Lucido e bislacco” (lui dice) stende contatti e divaricazioni, manda in fumo “corteccia sonora”, conteggia dischi ed amori, “cela l’etica delle connessioni”, legge e rilegge sul fondale di una mappa, mostrando come giungere dal sogno alle folgorazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO



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