venerdì 20 marzo 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


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"UN RAPIDO TOCCO DI SAGGISTICA"
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“Lunghe frequenze”
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Come una macchia d’olio bollente
giaccio lungo la strada silenziosa,
casella fra le stoppie ingiallite e un capoverso.
Madre terra respira sotto i passi,
fragile come vetro all’alba,
e nel suo abbraccio verde racconta sogni,
trema nella preghiera silenziosa,
per raccontare una storia antica di rinunce,
ascoltando distratti le ingiurie del demonio,
scambiando gli strappi della nostra età.
Quando richiamo il tuo nome
nelle crepe del suolo cresce la bellezza,
tra pietre stanche, o segni ostinati di speranza.
Camminammo veloci ignari delle corrosioni,
tra le semplici tempeste delle ore
pronte a segnare il dorso delle mani,
i raggi del sole cadente,
il canto delle allodole ingannatrici,
senza chinare il capo, modellando il pudore.
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ANTONIO SPAGNUOLO
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“Lunghe frequenze” si configura come una meditazione lirica sul rapporto tra l’essere umano, il tempo e la terra, attraversata da una tensione continua tra fragilità e resistenza. Fin dall’incipit, l’immagine della “macchia d’olio bollente” suggerisce una condizione di immobilità dolorosa e diffusa: il soggetto lirico “giace” lungo una “strada silenziosa”, come se fosse parte del paesaggio stesso, quasi dissolto in esso. L’accostamento tra “casella” e “capoverso” introduce una dimensione metapoetica: la vita appare come un testo frammentato, scandito da pause e segmenti, in cui l’individuo è al tempo stesso segno e contenuto.
La “madre terra” è figura centrale e ambivalente: da un lato accogliente e generativa (“nel suo abbraccio verde racconta sogni”), dall’altro fragile (“come vetro all’alba”) e attraversata da una sofferenza muta. Il suo “respiro” sotto i passi umani evoca una presenza viva ma vulnerabile, mentre la “preghiera silenziosa” allude a una dimensione sacrale, quasi religiosa, che tuttavia si scontra con la corruzione e il male (“le ingiurie del demonio”). L’umanità sembra incapace di ascoltare davvero, “distratta”, e tende a “scambiare” – cioè confondere o banalizzare – le ferite del tempo.
Il momento della nominazione (“Quando richiamo il tuo nome”) segna una svolta: la parola poetica diventa atto creativo, capace di generare bellezza anche “nelle crepe del suolo”. Qui emerge una speranza ostinata, radicata nelle “pietre stanche” e nei “segni” che resistono. Tuttavia, questa possibilità è inscritta in una memoria condivisa (“Camminammo veloci”), che richiama un passato di inconsapevolezza: l’uomo ha attraversato il tempo senza accorgersi delle “corrosioni” che lo segnavano. Memoria che vorrebbe riaccendere momenti emotivi ma non riesce col semplice eco della figura amata ormai sparita.
Le immagini finali condensano il senso del passaggio del tempo e della perdita dell’innocenza: le “tempeste delle ore” incidono il corpo (“il dorso delle mani”), mentre il sole che cala e il “canto delle allodole ingannatrici” suggeriscono una bellezza ambigua, forse illusoria. Nonostante ciò, il gesto di “non chinare il capo” e di “modellare il pudore” indica una forma di dignità resistente: l’uomo, pur nella sua fragilità, continua a dare forma a se stesso e al proprio senso morale.
La poesia si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e stratificato, in cui elementi naturali e riferimenti metapoetici si intrecciano creando un tessuto denso e allusivo. L’andamento è libero, privo di una struttura metrica rigida, e privilegia l’accostamento analogico tra immagini, talvolta anche ardite, che richiedono una partecipazione attiva del lettore, pur conservando palesemente il ritmo cadenzato delle sillabe. Notevole è l’uso della personificazione della terra e la tensione tra dimensione sacrale e disincanto moderno. Il lessico oscilla tra concretezza (“stoppie”, “pietre”, “mani”) e astrazione (“rinunce”, “speranza”), contribuendo a costruire un equilibrio tra esperienza sensibile e riflessione esistenziale. Nel complesso, il testo si inserisce in una linea di poesia contemporanea attenta al tema della crisi del rapporto uomo-natura e alla funzione salvifica, seppur problematica, della parola poetica.
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CARLO DI LIETO

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