martedì 27 gennaio 2026

POESIA = MARIA PIA MISCHITELLI


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Dalla raccolta inedita “Microchimere”
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Ho visto morire mia madre. I suoi occhi verdi divenuti oceano non erano abbastanza grandi per contenere tutta la sua tristezza nel lasciarci. Allora, sono tornati piccoli occhi di passero ed ella è volata via senza rumore, così come era arrivata in questo mondo. Un piccolo passero posato su un ramo: è il destino di ognuno di noi.
=
Un gabbiano abbassa il volo ed è il cielo che si stende su tutta la terra. Si scrolla ed è la Grazia in gocce d'acqua marina che si sparge sugli uomini. Le gocce sono i minuti che mi restano, le ore, gli anni sul Rosario del tempo che la Vita mi ha destinato.
=
Il silenzio tra le tue parole, l'uccello che volge il capo, il soffio del Mezzogiorno nella Provenza rasa, sono questi i pochi segni dell'amore che muove il mondo, questo indecifrabile algoritmo divenuto:
=
«L’inno all’amore», «Le città invisibili», «Il rumore dell'altalena», «L’ottava sinfonia di Chopin», affinché lo si comprenda, un poco, il mondo.
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"Ulivi"
Ulivi,-
carne del vento
tronchi muscoli di legno
annodati alla sete
si torcono
ad attendere acqua.
-
Non chiedono:
loro sono già preghiere
scagliate contro la roccia,
loro sono già profezie
che la terra tenta di tracciare
senza mai riuscire a stendere.

L’argento delle foglie
abbaglia l’occhio del meriggio:
un brivido di lame fredde
sopra il corpo arso del monte.
-
Nell’olio denso e scuro
spremuto dalla pazienza dei secoli,
il silenzio ha il sapore della rivincita,
sulle città ricche di sdegno.
-
Ulivi,
non hanno radici, ma artigli.
Loro hanno tutto il tempo,
basta afferrarlo per non cadere.
Ad accarezzare la loro speranza-scorza
le mani dei padri si son fatte corteccia
gli occhi mare verde
di un sogno d’altrove rimasto qui
rannicchiato nel sonno
delle radici.
-
Restano lì,
soldati d’ombra nella calce viva,
mentre il vento pettina l'invincibile
e insegna che per restare vivi
bisogna imparare a piegarsi
senza mai cedere.
********
-
"Mezzogiorno di pietra"
-
Si fissa
il sole
nel centro del cielo
un occhio tumefatto
sopra l’arsura dei greppi.
-
Qui non c’è voce d’acque,
ma un ronzio di luce
che scava le tempie del monte dell'Angelo,
mozzando l’alito.
-
Le case bianche,
chiuse nel guscio di calce,
paiono ossa levigate dal tempo,
attenderò che la mia ombra
lasciata tra i sassi
torni a farsi carne con loro.
-
Attenderò il ritorno mio
nella vita che si raggomitola
dentro il sonno delle radici,
mentre l’anima s’incide
sul muro caldo del mondo,
ferma,
come il riverbero della controra.
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MARIA PIA MISCHITELLI

sabato 24 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARCO MEZZETTI


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Marco Mezzetti: “A volte ritornano” – Ed. La Gru – 2026 – pag. 128 - € 15,00-
Il sottotitolo “raccolta di haiku ironici all’italiana” smuove immediatamente l’attenzione, e la curiosità diventa anch’essa una manifestazione di interesse culturale e gioviale insieme.
La valanga di componimenti che Marco Mezzetti ci offre manifesta una irrefrenabile spettacolarizzazione dei brevissimi dettati che galleggiano tra immaginazione e plasmabilità del reale.
Gli haiku nascono come forme minime, quasi impalpabili, eppure dentro i loro diciassette suoni si condensa una visione del mondo. Nella tradizione giapponese non sono semplici giochi di stile, ma esercizi di attenzione: uno sguardo che coglie l’attimo, una filosofia del poco che allude al molto. E tuttavia, se osservati con l’occhio della poesia occidentale, gli haiku sembrano quasi una burla: versi cortissimi, niente rime, nessuna solennità metrica. È come se facessero il verso, con estrema serietà, alla gravità della poesia classica. Personalmente io spesso sono agguantato dal dubbio.
Ma – credo - proprio in questa ambiguità sta la loro forza. La struttura dell’haiku somiglia a uno scherzo ben riuscito: è breve, spiazza, arriva subito al punto e poi lascia il lettore sospeso. Ma lo scherzo, come spesso accade, è solo apparente. Dietro l’essenzialità formale si nasconde un pensiero profondo, una filosofia che rifiuta l’enfasi e preferisce l’allusione, il silenzio, la pausa.
“Un musicista/ sventola il suo stipendio. / Batte gran…cassa.” Trasportare l’haiku in italiano e caricarlo di ironia può diventare allora un gesto culturale fertile. L’ironia non svilisce la tradizione, anzi la rende accessibile e vitale. Scrivere haiku ironici significa usare una forma antica per parlare al presente, giocando con le aspettative del lettore: ci si aspetta l’illuminazione zen e invece arriva una risata, che però costringe a pensare. Un sorriso che accarezza l’essenza delle illusioni. È un modo per educare allo sguardo critico, per mostrare che la poesia non è solo monumento, ma anche un breve valzer intelligente.
In questo senso l’haiku ironico è un ponte che tenta di dimostrare che fare cultura non significa appesantire i contenuti, ma saperli rendere vivi, memorabili, persino divertenti. A volte, per dire qualcosa di serio, la forma più efficace è proprio quella che sembra uno scherzo.
“Guerriglia urbana, / risse partenopee, / Spaccanapoli”.
“Due uova a letto/ senza preliminari. / Andiamo al sodo?”
Raccolta dalla scrittura scoppiettante, volume da conservare gelosamente e consultare non soltanto in caso di ipocondria…
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ETTORE FOBO


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"I Maestri dell’oblio"
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“Sempre così avanti nel giorno/
con gli abiti sgualciti, seduti /
a un tavolo illuminato da una lampadina,/
i maestri dell’oblio lavoravano sodo.”
Mark Strand//
==
Si può fare quasi tutto quando si è invisibili,
impazzire, tagliare la corda, amoreggiare con le nuvole.
Si può tendere un tranello alle ombre,
si può giocare a scacchi con la Morte,
senza che ella possa darci scacco matto,
e ogni azione può essere improvvisa come un diluvio universale,
dato che nessuno ci vede, non c’è esistenza
né le gravide conseguenze dell’agire.
-
Essere invisibili è essere soli,
mentre il gran mondo fa spallucce di noi e di tutto,
i maestri dell’oblio ci cancellano.
Dopo di noi l’universo.
E prima di noi
ogni nozione di infinito.
-
E non ci sarà più Leopardi
davanti alla collina,
non c’è mai stato.
-
giugno 2012
***
"IL TRIONFO DEL SILENZIO"
-
Attenti!
e se qui ci scappasse, mettiamo,
un’ode a ciò che sconquassa
l'ordito mentale dei “si deve”,
signori, ciò sarebbe un’ulteriore aggravante
sull'enorme lista nera delle colpe
listata a lutto fra le mani
di questa puffetta prugna rinsecchita,
la regina dei simboli, guarda un po'.
-
Circola, circola nella notte stonata
il suo bradisismo d'ignota.
Nell'ipnosi dei secoli
è un idolo davvero appariscente,
niente cocktail, soltanto noccioline.
-
Perciò chi assiste al trionfo del silenzio
non ha parole per testimoniarlo.
Poiché il pensiero sì, il pensiero puro,
non procede da Dio ma lo precede.
-
24 agosto 2025
***
"A Siloe"*

"a Francisco Javier Garcia."
-
Bonanza marimbera
avanza nella notte.
La luna è un bel gioiello
sulla panza del maranza.
Colui che imbraccia il fucile più grande
compie oggi sedici anni e soffre d’acne .
La mamma gli ha fatto una torta nera
e lo attende alla festa con gli amici.
Peccato che uno sbirro un po’ più grande,
dal suo Kalashnikov intimorito ,
gli abbia scaricato addosso all’ istante
tre pesanti pallettoni di piombo.
Il suo cadavere giace sventrato
qui, sull'asfalto rovente di agosto.
La madre tira giù tutte le tende
adesso per difendersi dal sole.
-
25 novembre 2025
=====
*Siloe è un quartiere della città colombiana di Cali (N.D.A.)
***
ETTORE FOBO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia attende Giovanni"
-
Cameretta – porto di Alessia
ragazza è lo spazio
e l’attesa lacera di Alessia
l’anima dove già avvenne
l’amore un anno fa.
Attende Alessia uno squillo
un segnale del cuore
una soglia per due dai suoi
passi consumata e sta
infinitamente un’ora di ritardo.
Piange Alessia a sciogliersi
in azzurri rigagnoli il rimmel
e il viso allo specchio
da non frantumare.
Poi un giro di chiave
una porta ad aprirsi
è lui!!! è lui!!! è lui!!!
*
Raffaele Piazza

venerdì 23 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO


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Giuseppe Iuliano :"Cinquant'anni di poesia" -- Deltra3edizioni- 2025 - pag. 248 - € 15,00
Ben settantaquattro testimonianze arricchisconto questo ponderoso volume dedicato ai cinquanta anni di impegno poetico di Giuseppe Iuliano. Ottimo operatore culturale ed attivamente dedito alla direzione della elegante rivista "Nuovo meridionalismo", egli presenta la copiosa raccolta di interventi critici rivolti alla sua produzione, pubblicata nell'arco di mezzo secolo.
Poesia la sua che si snoda in una polifonica essenza, tra lo scandaglio del vissuto e gli enigmi del sociale, tra il tremore della sillaba e il desiderio di conoscenza.
Singolare lo scivolo filosofico che impregna le sfumature dei versi e il persistente documento che si rivolge alla sua terra natia. Lo snodo del ritmo è ravvisabile in tutta la sua produzione, tra disincanto e invenzione, tra sentimenti e illusioni, sempre capace di verificare la realtà tra gli elementi naturali che fanno da corpo vivo e la fantasia delle epifanie colorate.
Tra i numerosi autori che firmano questo volume incontriamo, nominandone solo qualcuno, Paolo Saggese, Francesco D'Episcopo, Giuseppe Acocella, Generoso Benigni, Carlo Di Lieto, Luigi Fontanella, Dante Maffia, Gennaro Iannarone, Carlangelo Mauro, Ugo Piscopo, Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile, Michele Sessa e molti altri.
A.S.

giovedì 22 gennaio 2026

POESIA = LUCREZIA LOMBARDO


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"Colazione alla finestra"
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Un cetriolo col pane al mattino,
la fattoria aveva fallito,
crollava la mezzadria.
Senza casa costruirono due stanze da loro figlia,
tirate su col mattone d’argilla.
Alle quattro nei campi
in cerca del granturco avanzato per i polli,
pannocchie da appendere a un chiodo nella stalla.
Che mondo è questo?
Quali le sue abitudini e i sapori
che i bambini spalancavano al palato nel mattino?
Tutto era terra, impastato di fango,
i piedi toccavano il suolo e il cielo libero
ogni cosa sovrastava di calore
e tingeva persino il misero niente di gioco.
Le vie della città in fondo, laddove fa sempre estate,
il caos di quelle voci
processioni.
Tutto era esposto agli altri:
porte spalancate e cucine che toccano la via,
donne in vestaglia sui marciapiedi,
alla sera un lumicino toccava appena la parete e
tingeva d’oro lo sporco del grasso sui muri.
Non c’erano limiti al senso di reciproca intimità.
Chi nasceva in un giaciglio s’accontentava del poco ricevuto,
finché tu, strepitosa colomba dei miei sogni, dea e ideale,
lasciasti la soglia di quelle albe silenti e rozze
e a piedi percorresti le strade di bosco
che t’avrebbero condotto verso la sapienza di coloro
che pensano con le mani e abitano il cielo scordando la terra.
Eppure, lontani e sconosciuti,
siete intimamente connessi al midollo
di memorie non mie,
memorie che ridono come lucciole di giugno,
loro, le promesse, le fate che abitano il mondo
ancora per poco,
per indicare un cammino perdendosi tra il buio dei rami,
tra fossati di rospi dove spariscono le direzioni.
Oh, le mie lucciole d’estate mi hanno lasciato
e mi hanno ferito, mi hanno illuso
d’essere ancora per loro,
d’essere ancora la porta azzurra che visitavano.
È crollato l’annuncio della natura,
il suo perenne desiderio di vita e fuori
inverni umani e lastre di ghiaccio.
Ricopre la città
la neve,
il camino fuma nelle piccole case,
le tavole raccolgono in un abbraccio dal profumo di patate,
il bianco avanza come necessità di un significato perduto,
come bisogno di un mondo dimenticato
ma non trascorso, che attende.
*
LUCREZIA LOMBARDO
*
Poesia tratta dal volume "Il giardino di sabbia" Il Convivio editore 2025
Premio "Ossi di seppia" 2025

mercoledì 21 gennaio 2026

POESIA = GIOVANNA D'AMATO


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"Casa d’altri"
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Non vengono a cercarti
i tuoi fantasmi,
insonni, irriducibili, ghignanti,
qui le ore son lente
e il cuore può battere più quieto,
al passo di altri
la cui pena non sai.
Gli oggetti in casa d’altri sono muti,
nessuno dietro la tenda
che non sia il vento.
L’incubo tace.
Casa d’altri è il guscio intatto
del pulcino ignaro,
è il ventre della madre
che non sai,
dove non c’è domani
e puoi lasciare,
puoi mollare su tutto,
anche la vita, per un momento
come fosse d’altri.
Qui fuori dalla corsa
puoi sostare,
fuori dal tempo ,
dal dolore.
******
"L'ombra"
-
L’ombra si allarga mentre il giorno avanza,
l’ ombra che mi accompagna,
e a volte canta
a volte mi accarezza
o mi tormenta,
come una colpa antica
o una vergogna.
-
Ombra affollata,
senza tempo e tanto
da dare ancora a questo tempo un senso,
piccole dita ed ingombranti amori
odor di pioggia entro vagoni morti,
quello che sono
è così poco e umano,
qualcosa che è tra un lascito e un legato.
-
Scrivo per conservare la memoria,
o quello che rimane,
e mi racconto
che la parola possa e con lei l’ombra
continuare a tenere tutto quanto.
* VANNA D'AMATO

martedì 20 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANNALISA RODEGHIERO


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Annalisa Rodeghiero: “Opposte verità” – Ed. Mac Comunicazione – 2025 – pag. 92 - € 14,00
Il titolo così esplicito di questa silloge dichiara apertamente il tessuto ricamato che la poetessa cerca di proporre in un alternarsi di liriche adagiate alla tradizione e di prose poetiche ricche di sospensioni salvate dallo sperimentalismo puro.
Il ritmo musicalmente accorto si stempera nelle tre sezioni del volume: D’estasi e paura, Interludio, Rive di vento, nelle quali il filo ininterrotto del “racconto” è sorprendentemente policromatico per quegli adagi che insistono tra metafore e simboli, tra pensiero ed emozione, tra interrogativi e sfioramenti filosofici, tra fulminazioni e conquiste. Ed alcuni passaggi, anche se si presentano con un tono strettamente colloquiale, riescono a mantenere quella scansione musicale che fa del fraseggio una composizione dal verso lungo fuori dalla metrica.
“Smembrarsi, disperdere, sovvertire/ andare senza dire, venire e dire/ l’estasi radiale, trattenendo/ un prodigio di suoni// dentro la stanza un’altra/ stanza ni ampiezza d’intese/ soprassalti interiori dentro/ un tempo inesplorato.”
L’esperienza del quotidiano dilata sussurri che cercano di “sollevare un sipario tra la splendenza tenue di nuvole ossessive” e “la vita che è questo transito dell’anima nel suo continuo farsi dentro il rovescio delle cose”.
L’emozione, sempre intrappolata tra le vertigini delle immaginazioni che incidono sulla parola, si manifesta nel suggestivo crepitio dell’amore, nel sogno che germoglia, nella frantumazione dei gesti, nel ronzio delle assenze, per divenire simbolo e gioiello.
Scrittura piana e scorrevole che attraversa verticalmente la realtà, piccole frammentazioni o impetuosi confronti, desideri inespressi o illusioni clandestine, idonee ad abbracciare una luccicante espressione della personale proiezione.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIA TERESA COPPOLA


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"Mancare"
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Nel tuo mancarmi
infinito restante
ancora m' assale
finitezza infinita
che sa solo sostare
nel punto cieco dove
più immenso appari,
familiare, troppo amato
a un fremito d'anima
dal mio -per te- ritrovarmi.
****
"Ottobre"
-
Non è mare di foglie né tappeto.
È fine silenziosa
centellinata e dolce
come canto sotto voce
ti accompagna nel sonno.
E ci puoi stare.
Resistenze e riserve si sciolgono.
Scivola di seta il sipario, non pesa
e senza parole, finalmente
senza ansia di senso
lontano ti asseconda a in- finire.
****
"La gente della poesia"
-
Sogni a prova di tempo
- non contar mai quel che si perde-
volti sospesi, solo alfabeti
mai soluzioni concrete
alla farsa di vivere
un estraneo cammino
inventato da altri.
La gente della poesia è uva
che tra le foglie si nasconde
dove pampini lancia
la vite-vita nel vuoto.
Tatuatori dello spirito
in cassa integrazione
trascorrono strade senza angoli
tagliate da luce fredda
che umida tristezza distilla
e non risponde.
Nemmeno un alchimista passa
a tramutare veleno in medicina.
*
MARIA TERESA COPPOLA

lunedì 19 gennaio 2026

SEGANALAZIONE VOLUMI = IGOR GIAMMANCO


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Igor Giammanco: “Come una cosa del mondo” Ed. Puntoacapo 2025 – pag. 62 - € 12,00
Già dall’intestazione, così semplice ed ingombrante allo stesso tempo, la bizzarria si accende per un’indagine del quotidiano o dell’imprevisto, come sono del resto le incidenze delle cose del mondo. “Se a partire dal titolo – scrive Dario Talarico in prefazione - è possibile rintracciare la ricerca di un linguaggio in grado di tornare alla sua matrice ineludibilmente relazionale – e relazionale in senso cosmico, di restituire dignità allo stesso essere umano, privandolo della sua posizione di sedicente supremazia –, in analoga misura, fin dalle prime pagine, la parola dell’autore si riconosce e si ribadisce minuscola, si vuole sé stessa. Senza posture e senza pretendersi.”
Le ombreggiature delle figure sono allora abbozzate con la punta di un lapis e con molta energia poi messe in evidenza da un continuo sospendere interrogativi e proposte, che rendono la poesia un “singolo abbraccio del momento esistenziale”.
“Rimani, c’è qui/ abbastanza mondo/ cielo larghissimo. / C’è da colmarsi/ vastissimi/ dentro un abbraccio, dal ventre/ esplorarsi/ il bene e il male, darsi/ altre bocche/ altra fame. / Se vai/ mi farò valigia/ mi farò stazione.”
Appare lo scandaglio che accompagna il pensiero per illuminare ogni passo che ispira sia alla dimensione globale, sia al particolare privato, che cuce e ricuce lo scambio dell’impazienza.
“C’è un senso nello stare/ uno nel passo, un centimetro/ dove farsi minuscoli una distanza/ da lasciare intatta. / C’è da abitare/ un abbandono. / Farsi terra/ immobili/ franare.”
I momenti prendono forma plasmabile e necessaria per divenire organizzazione ideale ad eliminare i nostri limiti, tra “i corpi in macerie” e la “scarsità del tempo che resta”.
Raggio dell’interiore e crescita garantita la certezza dell’essere, l’enigma e il senso dell’esistere, tra le insistenti domande che spingono ad investigare tra metafore e simboli, tra sogni e consapevolezze, tra similitudini dell’ora e “frantumi della contentezza”.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 17 gennaio 2026

POESIA = GIANFRANCO ISETTA


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"INCRESPATURE"
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Sono le increspature
dei sogni a proporsi
in fronte come rughe
nel silenzio degli occhi
e senza tregua splendono
a percuotere gli anni.
Siamo solo sequenze
essenze temporali.
***
"QUEL VENTO…SE ALLUNGHI LA MANO"
-
Si porta via qualcosa del fogliame,
accumulato come una memoria,
e lo conduce senza alcun programma.
fino a incontrare l'insperato appiglio
di un vecchio ramo nudo di speranze.
Un leggero respiro quotidiano
che spinge verso la parete bianca
dove l'attende quella breccia aperta
che s'intravede ... se allunghi una mano.
****
"NOSTALGIE"
-
Non venite a spargere nostalgie
come il sale d'inverno sulle strade.
Appassiscono i fiori, solo i petali
restano al centro dell'inquadratura
e non lasciano nulla d'intentato
nel proclamarsi disformi nel cambio
irreversibile. L’acqua scorrendo
scioglie i ritorni e quel profumo di blu
che ora aleggia nei dintorni ne abbrevia
l’orizzonte, pertanto siate allegri
e intermittenti che tutto s'attorce
intorno e nel suo ricomporsi invano.
****
GIANFRANCO ISETTA

venerdì 16 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALERIA DELL'ERA


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Valeria Dell’Era: “Senza unico filo che conduca” (poesie 2013-2020)- Ed. Eretica – 2023 – pag. 68 – s.i.p.
I sentimenti passano il setaccio, dal semplice accenno dell’invida alla tiepida carezza dell’amore, dagli ingombri pressanti del quotidiano ai fulminanti lampeggi dell’inconscio, dagli attimi del libertinaggio ai caldi momenti dell’imprevisto.
Uno scorrere di versi che ricamano, con una determinata sicurezza stilistica, dal tocco personale aggiornato, una specie di racconto policromatico che accenna a volte a meditazioni ovattate, a volte a ben incisivi interrogativi che cercano di scavare anche nelle “frazioni di secondo”.
Simpatica originalità il constatare che quasi la totalità dei titoli apposti alle composizioni hanno anche la funzione del primo verso.
“Ieri t’ho visto gli occhi, / farsi cuccioli cattivi:/ il nostro amore/ è un autunno/ di troppo. / (La fitta continua/ della punta/ di un campanile.) / Ieri ti ho visto gli occhi/ farsi cuccioli cattivi.”
Valeria Dell’Era intreccia emozioni intime a pennellate di paesaggi, a scontri del dicibile ed usuale, a incisioni delle idee variegate, realizzando così uno tappeto morbido di fantasie, che si declamano agevolmente come smeraldi incastrati nelle sillabe.
Il cavaliere/ viene dall’orizzonte/ ed è sul suo destriero/ solleva terra oscura/ al suo passaggio. / Io come tutti/ sono lungo la sua retta linea/ dalla parte opposta/ messa lì dal Giocatore di scacchi.”
Angolazione che non conosce sbarre, per un ruolo centrale che afferma fenditure da svelare, all’interno di un “fascino universale”, che tratteggia veli filosofici avvolti nelle affinità del ritmo.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 15 gennaio 2026

POESIA = GIULIANA DONZELLO


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"Collane d’erba"
-
Sotto questo specchio di luna
s’adorna di presenze la luce
nell’attimo fermo del tempo;
solleva le mie braccia il vento,
ali d’uccello in volo nella sera.
-
Tornerò con loro a questa battigia
dove il cuore di mille donne ha pianto,
legato da invisibili collane d’erba.
E tu, vento grato, rendimi a loro.
Che cantino gli alberi e delle acque
i loro cristalli di lacrime versate.
-
S’annuncerà sereno il giorno,
smorzerà i bagliori di lune diamantate
su un prato che già di verde sfavilla.
Non avrà miglior spazio da abitare
la voce di ragazzi votata al canto,
e la mia, così lenta e pacata
che per loro ha ridestato la cetra.
****
"I sopravvissuti"
-
Siamo stati reduci di giorni fucilati
con le pallottole delle restrizioni.
Feriti sul campo delle solitudini
hanno spurgato sangue i nostri pensieri,
sono volati nell’aria tumida i sorrisi,
piume d’oca con cui abbiamo scritto
l’oltre alle pagine del nostro libro:
vite di fatiche le nostre, e d’incomparabili
emozioni che hanno legato
insieme il mio domani al tuo.
-
Siamo usciti superstiti dalle battaglie
di un tempo che si è dissolto
nelle nubi di fumo di alte ciminiere.
Noi, costruttori di un nuovo fondale
su cui trabocchi oggi di colori,
mio sole alto che mi calamita:
la scena è variegata, profonda,
sul quadrante di un molle orologio
scolpita,

perché siano altri a leggere nel libro
il finale della nostra vita.
****
"La clessidra"
-
I miei versi sono parole
che maturano in una coppa
per farmi sentire parte
della luce di un tramonto,
di un rosa d’alba che apre
il mio risveglio al giorno.
E fronda io divento d’albero
custode di un nido canterino,
gioia del cuore e della vita calore.
-
Lagnanza non serbo per le stagioni
mancate, e quelle che non sono,
per le piogge che non arrivano,
per gli improvvisi acquazzoni.
Da sempre cerco un posto in cui sono
stata e che mi è rimasto dentro,
ma nessun luogo mi appartiene
di presagio o tenerezza trasmutata:
abbaglio di fedeltà ritorna
con i giorni feriti dall’insonnia.

E mi prende una brama, un desiderio
di resurrezione, prima che una fine altera
della mia clessidra svuoti la sabbia.
*
GIULIANA DONZELLO

sabato 10 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARCO MEZZETTI


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Marco Mezzetti “Poesie 2005-2023” – Ed. Entropia 2024 – pag. 166 - € 14,00
Personalmente coinvolto nelle spire del tempo il poeta ricama un corposo tessuto tra folate d’amore, spazi da illuminare, immagini scavate nel bronzo, illusioni quotidiane, cifre profetiche, in un susseguirsi ritmato dei versi che misurano con accortezza emozioni e parole.
Dallo sgomento del baratro: “Nelle tue mani inutili, / senza sogni, / rifugge persino la polvere, / che, incredula, / non si posa/ per il troppo vuoto…” alle vertigini della passione che svanisce: “Ti sei dissolta/ come lingue rosse di un bivacco/ nel crepitio di una notte/ di fuochi d’artificio…” la memoria ricalca momenti di vita vissuta, capace di riordinare le visioni e le sensazioni in una meditazione continua, rimarginando ferite o riaprendo vincoli.
“Un libro che, se pure viene concepito in un periodo quasi ventennale, – scrive Cinzia Demi in prefazione – sembra scritto di getto, tutto d’un fiato, tanto è lineare la deriva esistenziale che ne ricaviamo. Un libro nel quale si notano modalità di scrittura diverse, forse più arcaico nei primi testi, più lirico lungo la via, più metaforico verso il finale, ma che non riserva troppe sorprese né stilistiche, né di contenuto.”
Una silloge quindi compatta, nella quale Marco infonde un amalgama di sapiente erudizione cucita fra problematiche sociali e bagagli consueti, testimonianze familiari e mutevolezze dei sentimenti, similitudini vaporose e resoconti del destino.
“Ho ripreso la vita/ ch’era sull’orlo, / ammiccante al vuoto, / affascinata dal precipizio/ come un angelo smarrito/ in bilico tra cielo e terra. / L’ho ripresa/ per l’ultimo pensiero rimasto, / per mio padre e mia madre, / per l’stinto di conservazione/ saldato ai miei piedi e alla terra, / al sangue e alle vene, / più che alle nuvole e al cielo.”
Una rotazione ansiosa che incide venature di elettricità tra colori ed oggetti diversi.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia allegra al bar"
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Allegra al Bar Celestiale
ragazza Alessia nell’attraversare
la vita infinita nel bere
una coca cola fredda
per rinfrescare l’anima
di donna. Allegra
Alessia per dei limoni
il giallo captato con l’azzurro
degli occhi mentre beccano
i passeri le briciole lanciate
con l’affilata mano in prossimità
della vita e della gioia.
Una polifonia di verdi
scorge Alessia, quelli
degli aghi di pini, dell’oleandro
e della magnolia nella tinta
a intensificarsi per gioco
naturale e appare il mare
per un’epifania di riscoperta.
*
Raffaele Piazza

venerdì 9 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = A.A. VARI

Eleonora Bellini -Caterina De Nardi (a cura di ) : "Poesie per Gaza" - LFA Publisher 2025 - pag. 140 - € 15,50
Nutrito volume antologico curato con eccellente competenza e ricco di ben settantacinque componimeti, tutti rivolti alla denuncia internazionale contro l'infamia di una guerra senza quartiere e avvolta esclusivamente sulla violenza e sulla atroce intenzione di uccidere.
Nella prefazione leggiamo come incipit: "Dinanzi a un genocidio così ferocemente programmato e con tanta tracotanza esibito com'è quello di Gaza e della Palestina tutta, non possiamo non chiederci a che cosa servano i nostri versi, le nostre voci, e quanto queste poesie umili e forti insieme possano farsi udire oltre il frastuono delle armi, il crollo dei palazzi, le urla di dolore e di paura, i morsi feroci della morte per fame."
Personalmente anche io più volte ho chiesto ingenuamente chi mai possa ascoltare una preghiera, un cenno di distensione e di pace, quando esistono focolai di incomprensione e di violenza che alimentano menti guerrafondaie e uomini dalla cultura inferiore. Molte volte anche le parole del Papa vanno verso il nulla e tutto procede contro la solidarietà e la fratellanza.
Questa ricca antologia diviene policromaticamente un documento da conservare nel tempo, testimonianza di un gruppo di poeti che tentano di risvegliare quei sentimenti che sono stati abbandonati da un popolo di allucinati e di miscredenti, da una genia di individui lontani dalla civiltà contemporanea e pronti ciecamente all'assassinio.
Poesie che vogliono essere testimonianza di una dignità politica e umanitaria capace di pregare il "fratello" nel germoglio della pace e nella dignità della specie ormai troppo fragile.
Spulciando tra le pagine, per nominarne soltanto qualcuno, incontriamo la stessa Eleonora Bellini, Renato Casolaro, Nadia Cavalera, Laura Chiarina, Daniela Dose, Cheikh Tidiane Gaye, Loretta Liberati, Dante Maffia, Serena Rossi, Anna Santoro, Antonio Spagnuolo, Francesco Mangone, Amerigo Ceccucci, Marilena Valli.
In appendice una nutrita revisione di note biobibliografiche.
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A. S.

POESIA = ORIETTA MOSCHITTI CHISARI


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“Spettri”
-
Non mi riconosco in quegli spettri,
riflessi distorti in specchi rotti,
ombre vestite dei miei occhi
spalancati e asciutti in certe notti.
Sussurrano ai miei fianchi
“non siamo maschere, noi fummo
quel che sei,
fummo i tuoi passi sbiechi, incerti
spediti e poi interrotti,
schegge di fango, braci nei deserti.
Guàrdaci: sarai quel che noi fummo”.
Non mi riconosco in quegli spettri,
in quegli occhi asciutti in certe notti,
nelle attese celando l'ossa rotte,
non è più tempo di bellezza al sommo,
ma di acciaio opaco e tuttavia lucente,
ora che sono
brama d'oblio e terra di confine.
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“ Aurora”
-
Nel salso abisso abrase,
l'ultime scorie franeranno,
aperto è il vaso di Pandora
e fuggita l'ultima Dea:
osserva di lassù dalle cimase
del mondo la vindice Medea.
Piegati in avanti contro la Bora
gli ultimi, strisciando i piedi
spargeranno tenaci nuovo seme,
in attesa che sorga un’altra aurora.
*
ORIETTA MOSCHITTI CHISARI

giovedì 8 gennaio 2026

POESIA = ABELE LONGO


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"Treno"
-
Pianto urlo in suono di lamento
quando l’impeto dello schianto
attraversa il ferro serrato

Danae d’istinto stringe il figlio
forte al petto il rombo
nell’aria gracile le ossa
la maglietta d’estate
-
Se sapessimo figlio cosa temere
se la quiete del giorno sotto al lutto
inscenato con parole convulse
quasi a trovare riconoscimento
se agli occhi degli altri o dei potenti
-
Passerà anche questa con l’insolvenza
delle cicale sotto la calura
l’immagine sgualcita di un bambino
esile che prende il treno per il mare
e una chiusa sulla morte che vaga
casellante da una stazione all’altra
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"Il vapore dei tombini di New York"
-
(a Danilo Dolci)
-
Chi scruta il cielo per sanare il mondo
sa che ogni immagine contiene l’altro
si sveglia con una lupara all’alba
puntata nel silenzio del sentiero
-
si chiede come si può vivere
di vermi nelle viscere mangiare
quando a due passi dalla cattedrale
un bambino muore per fame
-
il pianto sprofonda la notte all’Ucciardone
banditi di pochi limoni
contadini pagati due chili di pane
lo sciopero come opera d’arte e invenzione
-
a guardare dall’alto quando è sera
ogni immagine è al suo posto
continuano le tratte degli schiavi
s’invocano razionalizzazioni
-
vanno a ruba gli scarti dei supermercati
smaltiti oramai i raccoglitori
di erbe selvatiche e lumache
-
impariamo a cercare il bisogno
dentro quando cadono le foglie
e cambia l’orizzonte
-
-
ad aprire gli occhi sull’ovvio come
il vapore dei tombini di New York
avvolge in un confortevole tepore
un qualsiasi natale
-
prima che una nuvola si addensi
o la fine arrivi dal mare
-
ABELE LONGO
(Da: "Scrittura con vista" - Edizioni Terra d’ulivi, 2023)

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIERO LO IACONO


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Piero Lo Iacono: “Non spegnete le luci per favore” - Grace edizioni- pag. 72 - € 8,99
La scintilla che ha dato origine alle poesie, che scorrono semplici e contemporaneamente agguerrite, in pagine ricamate da fraseggi saltellanti e lusinghevoli, è quella stessa scintilla che è consapevole del sogno che cerca di ravvivare il desiderio della docilità, capace di armonizzare le ombre per dare ampio spazio alla luce.
Il testo presentato si colloca esplicitamente nello spazio dell’imitazione consapevole e dichiarata delle nuvole passeggere ed assume come proprio materiale costitutivo l’immaginario, la postura polemica, il tono declamatorio e persino interi nuclei metaforici del Majakovskij pre e post-rivoluzionario. Da questo punto di vista, la stesura non valuta secondo i criteri tradizionali dell’originalità lirica, bensì secondo quelli dell’intertestualità programmata, del pastiche e della riscrittura ideologica. È un programma che nasce già come commento, come gesto più che come enunciazione autonoma. Dal punto di vista formale, l’operazione è diligentemente variegata, con i suoi versi che si giocano tra endecasillabi e parola unica, con precisioni in alcune pagine che diventano martellanti. Anche l’uso di slogan, esclamazioni, apostrofi e immagini tecnologiche, periodi che appaiono di difficile interpretazione, restituisce con efficacia il clima sperimentale di qualche composizione.
Il poeta gioca con le immagini:
“A volte dialogo troppo
coi fischi delle orecchie
e i fosfeni degli occhi.
Spremo la palpebra chiusa.
La comprimo.
E i fosfeni superstiti lascio
arabescarmi la retina.
In una cesta raccolgo la testa.
Rammaglio le reti smagliate.
Sfiletto le tele assopite.”
Si sofferma in stravaganti affermazioni:
“C’è chi ha fatto l’elogio dell’orologio
e vi è caduto dentro sparendo come
nell’abisso digerente di un ventre
senza stemma sullo stendardo.”
Tenta figurazioni policromatiche:
“La lumaca generosa cominciò
a salire sull’albero
per aiutare una stella impigliata
tra i rami più alti.
La vedeva galleggiare sulle arance
e la credette vicina
a qualche notte di viaggio.
Così si arrampicò
tra spiragli di rametti
nel folto fogliame
e vertigini argentate,
ignorante dell’inganno
lontano anni luce.”
Alla “luce” di un parallelo con la ricerca della scrittura contemporanea anche Piero Lo Iacono condiziona la difficoltà di modificare cercando minuziosamente il vantaggio di una comprensione complessa della poesia quale oggetto raffinato per la comunicazione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 7 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARMEN DE STASIO


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Passi estratti da "Nel lessico Pasoliniano – dalla parola al «dicente» cinematico"
di Carmen De Stasio
Edizioni Milella, Lecce, 2025 Collana: Viaggio tra le scritture dell’Oggi – 4
In copertina: opera dell’artista Massimo Marangio
(pp. 11 – 14)
Riordinare pensieri nell’unicità di spazio
Le «stagioni» della poetica Pasoliniana:
dalla parola al «dicente» cinematico.
Ordinare i pensieri per scongiurare la dimenticanza. È l'intento di questo volumetto nel quale l'esperienza apprende la forma dei ricordi riflessi. Apprendere per cercare di comprendere. Ricordi riflessi (o ricordi di riflessi) ambiscono a trattenere la prossimità e la distanza in una declinazione simultanea, laddove fasi di un tempo trascorso ed attitudini del momento convergono in una visualità di sensazioni da riordinare in maniera identitaria.
Arrivo all’oggi e provo a donare una qualche plausibile introduzione alla plaquette: l’immagine che si configura nella galleria della mente è un dittico articolato per figurali tasselli in una rielaborazione, nella quale la duttilità visuale del reale si fonde con la duttilità visiva di quella che è orma indelebile ed acquisire, per questa via, l'esperienza riflessa del ricordo in un ordine inatteso. Due le parti formalmente distinte, ma non separate: nell’una (poniamola, per economia linguistica, sul lato sinistro) le parole attecchiscono in una imbastitura marmorea, all’interno della quale l’evento si staglia in un possibile sempre. Accanto, a sconvolgere il presunto equilibrio dei grigi espansivi della prima figurazione sono i toni arabescati di una pur prefigurabile armonia intrisa di quotidianità. La porzione alla sinistra del dittico precede di quasi dieci anni la seconda, ma ad essa si confida – in un presente a-cronico, ma pur attecchito in attualità – per dissuadere dalla dimenticanza. Quel che si intende è tutto là, frontalmente disposto. Eppure, qualcosa rompe l’equilibrio datico: i soggetti vestono un’allegria percepita nella sua illusorietà. La dominanza del grigio sembra stemperare questa intuizione. Pur rimediando una sorta di iperrealismo del dettaglio, nell’intensità di una cromia presa in prestito da una lucentezza artificiale, l'icona collocata alla destra del dittico riprende l’accenno di un soggetto di profilo, nel mentre si accinge a compiere un passo in avanti. Entrambe le porzioni del dittico annunciano un movimento che l’inquadratura non reprime. Di pari intento, ad accomunarle è la presenza di una soffusa ulteriore presenza. E se nella prima la presenza ulteriore si avverte nel paesaggio silenzioso nel quale i due soggetti balzano figurando un orizzonte coincidente con l’autore del ritratto, nella seconda porzione del dittico la terza presenza consiste in un appena percettibile televisore a concertare il passaggio da un intenzionale movimento alla dissuasiva paralisi. (…).
Il dittico (r)esiste nella galleria della mia mente e si è «fatto» nel momento in cui questa plaquette ha preso forma su un piano eteromorfo di riflessioni a corredo degli otto brevi saggi con i quali, nel 2022, ho partecipato al Progetto promosso da «Diari di Cineclub» (Periodico nazionale digitale indipendente di informazione e cultura cinematografica, che da anni porta anche la mia firma) nella ricorrenza del Centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini. (…) Tutte insieme – nel montaggio della presente plaquette – le riflessioni-cornice e le riflessioni imbastite negli otto scorci saggistici realizzati, a suo tempo, per il Progetto DdC" (…) si ricompongono per edificare ulteriori riflessioni (il tempo del meditare è instancabile), e riuniscono la poetica Pasoliniana in un montaggio di scrittura per parole su carta e di scrittura di intenzioni sullo schermo.
Merita urgenza, adesso, l’esplicitazione del dittico: la porzione di sinistra richiama una scena tratta dalla pellicola Uccellacci e uccellini che PPP diresse nel 1966. I due soggetti sono un Totò sorprendente di inusuale malinconica allegrezza, e un Ninetto Davoli – attore prediletto da Pasolini – in una delle tante azioni nelle quali lo stile multiforme manifesta la corposità dell’intento narrativo. La scena li riprende mentre, nell’innocente movimento, si accingono a ridurre la distanza tra il sé e la telecamera (il soggetto terzo è chi guarda). La seconda porzione del dittico (la poniamo, per economia visuale, sul lato destro) recupera il ricordo di una me-adolescente nel momento in cui l’algida voce dello speaker televisivo dà la notizia della morte di Pasolini nel 1975. L’annuncio paralizza il passo e catapulta l’ordinarietà in un paesaggio di pervasiva malinconia. (…)
Intanto è poesia, malgrado «Nessuno ti richiede più poesia!»1)
pp. 53 – 58
Il cinema di Pasolini oltre le certezze -2)
Io sono nelle parole, sono fatto di parole –
asseriva Samuel Beckett.
In questa luce, la combinazione di motivazioni e di implicazioni del dire poetico di Pier Paolo Pasolini si concentra sulla sua intera produzione – tanto letteraria, che cinematografica – a rimarcare la persistenza intenzionale nell’incessante fluttuare concepibile nella sensazione di vivere più livelli in un unico istante. In questo modo, nel procurare a sé, innanzitutto, la scoperta dei fatti e il legame tra i fatti condivisibili e realtà invisibili e misteriche, Pasolini provoca non già la rottura con il tempo contemporaneo, quanto una risalita che va compiendosi con l’estraniazione, tecnica che delinea il compito fondamentale per il letterato e regista al fine di mantenere l’alveo complesso delle intenzioni che suscitano e, al contempo, colgono un interesse. Di quale interesse parliamo, se non dell’interesse nei confronti – e nel rispetto – di una poesia che con Pasolini è materia che si scopre mediante lo scavo della vita vera, senza necessità di andare altrove a ricavarne le radici; una poesia o una poetica – per meglio dire, in effetti – che si realizza nella continuità persistente nelle parole, dei sussulti gravidi di quella che è vera e propria attitudine al vivere complesso, ramificato, intimamente strutturato al di là di improbabili e futuribili effetti.
Si torni per un frangente all’incipit: la frase di Samuel Beckett chiosava con io sono le parole degli altri. Ebbene, con Pasolini (nuovamente intendendo il cultore delle arti nella loro integrità) l’affermazione supera confini estemporanei e indugia su una meditazione complessa e articolata, ma parimenti sincronica e diacronica, nel senso di portare la simultaneità a livelli ramificabili in una forma che rammenta da vicino un tracciato deittico; una meditazione, pertanto, che racchiude una pletora aumentativa di esperienze che riprende il mondo del sommerso, del pensiero oscurato e oscuro al contempo; mondo e socialità osservata e scandagliata da una varietà di prospettive che sfuggono a quell’accidentalità dello sguardo che foraggia il non pensare quale auto-liberazione.
Con Pasolini quello stesso mondo pone gli altri in corrispondenza del proprio mondo a garanzia di un collettivo vivere che, talora, si esprime nei termini di sopravvivenza, coinvolgendo non soltanto un sostentamento organico, quanto il sostegno alla riflessione incessante, priva di qualsivoglia impedimento, così come il poetico pasoliniano non si risolve mai in un’unica fonte. Al contrario, le parole nell’ordine che Pasolini stabilisce, insieme all’intonazione che porta all’esterno vicende e meditazioni quantomeno oscurate, risultano determinanti a conferire una prospettiva nuova, inattesa e sorprendente, e che ha bisogno di una certa dose di abilità investigativa diluita e crescente per evitare la dissolvenza che la frontalità impone – intendendo per frontalità il vivere paradossale a ridosso di sembiante equivoche, permeate di un’automatica interpretazione il più delle volte sospesa o anche inconcludente rispetto alla peculiarità dei fatti (lo si è visto nelle pellicole pasoliniane giammai sottaciute alla direzione intenzionale, tanto che la lettura di Accattone non è soltanto una presa di coscienza di quel che avviene nella borgata, né Uccellacci e uccellini è sopraffazione dell’assurdo di convulsi rapporti che l’essere umano probabilizza al di là di una morale recondita e sfuggente; né, ancora, Il Vangelo secondo Matteo è trasposizione ideale, dolo per citare alcune delle opere realizzate dal nostro per il cinema): nulla, nulla che sia interpretabile secondo macchinose parvenze viene associato e tutto viene riorganizzato in maniera del tutto esente da tentennamenti fuorvianti che siano ostacolo.
La realtà è presente, pertanto, ma non in una frontalità disarmante. Ciò che è necessario cogliere è l’acme di un processo che è intellettuale quanto culturale e geo-storico. Un consesso colmabile con rimandi e riflessioni e che non si oppone ad apodittiche contaminazioni.
Forte di un’idea secondo la quale l’esperienza non sia un semplice arricchimento per fasi sequenziali, la produzione pasoliniana permette lo stravolgimento totale per accedere a una concentrazione dei casi di vita in una simultaneità che non ha eguali nella letteratura contemporanea (penso soprattutto al suo tempo), e che rivela il tratto contiguo di sculture di antica fattura per le quali la forma non è involucro semiaperto all’interno del quale osare sbirciare per recuperare rimandi, ma flette sulla valenza del contenuto. In tal senso Pasolini sovrasta l’inganno, quanto l’ingannevole edulcorato o artatamente ricomposto per mero godimento: così le sue opere vengono a pareggiare la versatilità degli scenari artistici in un sol tempo, dimorando tanto nell’eco che nel reale del reale, là dove il sibilo, il sussurro, quanto l’imponenza della parola, l’ergonomicità del fermo immagine nel massimo silenzio e del gesto, promanano senza precauzioni, comparendo nella loro veridicità ad impostare una nuova regolamentazione degli scenari. Il contesto si affranca, in questo modo, e genera una crasi prospettica per via di un simultaneo distanziarsi dall’assenza di mascheramenti e conciliando la risonanza nella fermezza di quel che è, al di là di qualsiasi costrittiva omissione. Ora, il parlare pasoliniano induce a riflettere su una forma di letteratura visuale totalmente calata in una deissi architettonica che, nella ricercatezza del linguaggio utilizzato, predispone un’integrazione totale di tipo barthesiano, andando a stravolgere la direzione stessa dell’intellettuale disposto al cammino dell’osservazione, al quale sovente si preferisce attribuire una qualità ologrammica contro la quale Pasolini più e più sembra contrapporsi con una concentrazione reticolare che pure recupera un’oralità alla quale la visione dei fatti si accompagna per sollecitare, infine, le visioni del tempo nel suo interno.
Su questo versante proponiamo una duplice lettura dell’operazione pasoliniana, versata sia su un fronte scientifico, che sulla liberalità di utilizzare il linguaggio come fonte di intraprendente concentrazione di fatti prodotti e soggetti a un’organazione precipua, libera, cioè, di concentrarsi su accordi che insistono su una logica che trasporta l’eccezionale a livello di sensibilità tale che la varietà del linguaggio conquista in quanto modalità del conoscere, condizione ineliminabile per superare l’iconografia che irrita il conoscere.
*
Nel processo di personalizzazione
Dall’inclinazione a scandagliare la monocromia di un ambiente oggettivato e dall’attitudine a contenere il tutto deriva il tormento del poeta del fare controcorrente: talora, nell'apparenza accomodante troviamo la misura che accompagna – con la svolta di un possibile processo di agnizione – a decodificare l’iconologia dell'uomo contemporaneo e cioè, dell’individuo accovacciato in isolamento, risolto in una monotonia e la cui pluriformità – traendo occasione dalle potenzialità sintetiche della poesia – l'autore distribuisce tra i suoi soggetti, facendo di ciascun soggetto il protagonista in scena di una singolarità concepibile nelle sue (pregresse e prossime) storie; nelle sue (pregresse e strutturate) convinzioni e allocuzioni, in una traduzione che ramifica la svolta intenzionale che sullo schermo porta il mosaico della moltitudine informe e senza volto nel districo dei nodi, sicché ciascun soggetto si propone in una personalizzazione che rammenta assai da vicino l’assetto dei personaggi Woolfiani di Le onde3. Qui, nel luogo in cui la ragione non va a sovrastare il campo delle sensibilità individuali, dalla moltitudine informe la consensuale e generica tipologia (per la quale ciascun soggetto sarebbe «soltanto» un Bernard, una Rhoda, una Jinny, eccetera, al pari un qualsiasi tempo) viene sradicata del tutto in favore della singolarità dell’individuo in sé, e così consentendo a ciascuno dei sette soggetti strutturati di presentarsi in maniera distinta. «(…) quando scrivo di una persona devo trovare la scena che meglio rappresenta la sua vita» – Leggiamo con V. Woolf – «e quando scrivo di un libro devo trovare la scena rappresentativa nei versi o nel racconto. O forse non si tratta della stessa facoltà?4». Ebbene, al pari della modalità adottata dalla scrittrice (e che rende l’originalità della sua penna) per smontare la tautologica costruzione e «(…) sottrarsi a un controllo esterno che spinge a regolare e, per questa via, a logorare la coscienza di un io versato al continuo emanciparsi da quel che altri non è che uno schema prevedibile e che ai suoi occhi appare indifferente a qualsiasi suggestione, a qualsiasi tentativo di affrontare l’ardito compito di penetrare la superficie -5)», in una coesistenza reale, anziché consumata da un inurbato linguaggio, la narrativa cinematografica di Pasolini restituisce soggetti-corpi, tutti equamente identificabili nell’incessante avvicinamento (con un’immediatezza audio-visiva che recupera le fasi di un incontro dal vivo). Un modo assai tagliente, questo, che pure aiuta ad ovviare all’interpretazione di un progresso che appare addirittura ostativo all’essere dell’individuo; un progresso, pertanto, altro e pari ad un impedimento, piuttosto che a un valore di sviluppo (individuale, appunto); a una perdita che «pretende che non siano concedibili altre ideologie che quella del consumo» -6). Fino al deterioramento delle facoltà proprie dell’essere individuo, aggiungiamo.
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CARMEN DE STASIO
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1 (corrispondente alla nota 1 nel libro) P. P. PASOLINI, La mancanza di richiesta di poesia, in Poesia in forma di rosa, (1961-1964), Garzanti, Milano, 1964.
2 (corrispondente alla nota 39 nel libro) «Diari di Cineclub», Ottobre 2022, Anno XI, N. 109, p. 38.
https://wwwcineclubroma.it/images/Diari_di_Cineclub/edizione/diaricineclub_109.pdf.
3 (corrispondente alla nota 40 nel libro) V. WOOLF, Le onde (titolo originale: The Waves, The Hogarth Press Ltd, 1931)
4 (corrispondente alla nota 41 nel libro) V. WOOLF, Momenti di essere – scritti autobiografici (1976), La Tartaruga Edizioni, Baldini & Castoldi S.p.A., Milano, 2003, p. 182
5 (corrispondente alla nota 42 nel libro) C. DE STASIO, Una scrittrice nata. Impressioni allo specchio. La lettura dei molteplici “io” nei libri di Virginia Woolf – blogletteratura.com e Rivista «Letteratura e Società», Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, sett. /dic. 2024.
6 (corrispondente alla nota 43 nel libro) P. BEVILACQUA (a cura di), Pasolini – L’insensata modernità, Jaca Books, Milano, 2014, p. 24

POESIA = SILVANA LEONARDI


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"AFFANNO"
-
affanno
morde il respiro
strappa palpebre al sonno
sfibra memoria dilata dolore a dismisura
fischia nel vento incalza tempesta di addii
nella voragine d’assurdo scompare
ogni ricordo tinto di miele
che coli residui
appiccicosi
di residuale speranza
squarcio d’assurdo
rivela estraneità
dispersi nei meandri di buio
emergono sgangherati
epilettici
frame
di un
racconto
celato nell’oscurità
ogni sguardo indagatore
fiuta violenza scava fulmina
collassa disincarnata speranza
strappa la teoria infinita dei nessi
la verità distorta contorta e malaccorta
frantuma sconforto nel turbine
sgranato della storia
ora assediata
d’ignavia
-
2025
****
"FLEURS DU TEMPS"
-
rosa
non più odorosa
dolentissima partorisce spine
gerani si scrostano dai balconi d’inerzia
palpitano sopraffatti petali scarlatti fremendo
d'orrore rantolanti fiori ammalano il vuoto
sanguinano crudeli terminali demoni
gigli dal candore apocrifo
nei giardini dell’odio
nelle fenditure
affiorano
fratture
nella poltiglia smemorante avanzano
tenui asfodeli e azalee
tra liquami di sogni putrescenti
fiordalisi lisi e iris madidi d’angoscia
scerpati infiltrano la slogatura del tempo
ortensie calendule achillee fioriscono vani spettri
esausti crisantemi abitano in silenzio il silenzio
ma disertando l'aiuola che ci fa tanto feroci
anemoia ora smargina gli orli del vulnus
lacerata in uno scenario d’assenza
d i f i n a l e d i p a r t i t a
tra le crepe del globo
incenerito
l’anima d’un anemone affida al vento un feroce commiato
-
2025
****
"OSSIMORO MARINARO"
-
al
centro
del tempo
bagnata di sogno
attraverso l’azzurro
respiro guizzi di cielo
sognando tritoni e sirene
all’orizzonte increspato
dal vento veleggia
sfumando
leggera
la nave di Ulisse
invade la scena l’assenza
le ombre lasciate dal giorno
le tracce sfumate di un sogno
la rete che accoglie l’abisso
le onde tramate di luce
le sponde deserte
del nulla…
nel sussulto sospeso dell’ora
lontano traspare
l’eterno
-
2020
*
SILVANA LEONARDI

martedì 6 gennaio 2026

POESIA = MONICA BALDINI


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"Voglio sfidare il destino"
-
Voglio sfidare il destino
che mi assilla di prove e croci
voglio sfidare me stessa
che mi condanna all'assillo
voglio sfidare la neve
che scende sui colli
e i tetti dei dintorni
che si scioglie in acqua
sul litorale e qui a casa mia
senza colorare di bianco
voglio sfidare il grigio
del cielo e le burrasche
la cronaca nera degli omicidi
voglio sfidare i lutti dei giovani.
Voglio sì sorridere alla vita
e al suo dono
che sempre in ogni attimo
implora speranza
in ogni passo invoca luce
in ogni gesto urla calma
in ogni pensiero chiede pace.
Voglio osare coraggio
sì voglio tentare.
Come si può vivere altrimenti
una vita?
Ditemelo.
Come si può dire di essere vivi
nel nero del mondo?
****
"Fiori acerbi in un giardino da fiorire."
-
Quanto affonda il dolore
scava la tragedia
della perdita di un figlio
quanto solca
nei giorni della vita.
Quanto immane
possa essere
l'animo non lascia
trattiene
l'anima custodisce
ci trascina giù
riporterà una immagine
che sbiadirà l'altra
la denuderà
e nei meandri saremo
noi e altri insieme
un dopo al prima
in salita verso una meta lontana.
Fiori acerbi in un giardino da fiorire.
****
"Merli che volate sotto la neve"
-
Merli che volate sotto la neve
pettirossi curiosi
uccelli del cielo
pacifici in cerca di pace
e qualche piccola mollica
segni di un amore grande
che difficile da comprendere
possiamo contemplare
con occhi grandi
che non bastano
e misere parole da usare
in elogio a tanta bellezza.
*
Monica Baldini

lunedì 5 gennaio 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Cenere”
Sento perfettamente il rigore della morte che mi blocca;
chimicamente innamorato abbandono le energie
giorno per giorno anche sognando.
Lo so!
Non potrò vedere la mia carne disfarsi lentamente
e non potrò contare le ossa levigate, segretamente,
supplicando un tortuoso legame alle giunture
nel dondolante rintocco degli squilli.
Tutto è sospeso nel simbolo bruciato
dal solito verso indescrivibile.
Quel poeta che mi punzecchia contro
trascinando a ritroso la piaga infetta dell’invidia
stupirà nel vedere la mia ultima sfera
con i nastri di porpora avvolta nell’eterno.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 3 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALFREDO SANTANIELLO


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Alfredo Santaniello : “La libertà del perdono” – Aletti editore – 2025 – pag. 92 - € 14,00
Alfredo prosegue spedito con le sue accurate e vibranti indagini attraverso le onde della ricerca civile, morale, sentimentale, filosofica, simbolica per cercare di sciogliere semplicemente i nodi che incagliano la nostra quotidianità, tra impegni del banale e lampeggi di illusioni.
“Il libro – leggiamo in quarta di copertina – nasce dalla contemplazione del simbolo della Croce e dallo studio dei diversi modi e delle diverse sfumature e gradazioni dell’amore.”
Perdono quindi lo chiediamo ancora, in questi tempi burrascosi che contraddistinguono il secolo, secondo un atto di amore, di quell’amore che vibra negli animi eletti e sedimenta nella custodia delle emozioni.
Le poesie si rincorrono con un ritmo incalzante tra sguardi ammiccanti e frasi di dubbio, tra ponti di luce e fiamme d’amore, tra sibili dell’abisso e vibrazioni del cuore. La musicalità delle sillabe è in equilibrio nei versi, che si distinguono pagina dopo pagina, con endecasillabi che spesso fanno eco a settenari scelti nell’armonia di un autentico rapporto con la consuetudine classicheggiante.
“E nel terreno del dubbio/ si piantano pali profondi: / o ci credi o tutto crolla/ e preghi e pianti fondamenta.”
“Pensieri, credenze e percezioni/ inculcati nella mente fin da bambini:/ programmati a credere alle menzogne/ figli della paura e del controllo.”
“Ci ansima sul collo/ giorno dopo giorno/ quest’ansia da tormento/ fra precarietà e sfruttamento.”
La poesia diventa anche soliloquio, nella misura delle immagini che si incuneano nel subconscio e cercano di rendere visibile anche l’invisibile, cercando di lenire ferite o invogliando a indulgenza per le richieste sottaciute.
“ Per imparare a perdonare gli altri – suggerisce il poeta -dobbiamo imparare a perdonare noi stessi, accettandoci così come siamo, con i nostri pregi e difetti.”
Una chiave prodigiosa per aprire legami fraterni.
*
ANTONIO SPAGNUOLO