sabato 7 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA CENCI


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Carla Cenci: “L’angelo altrove” Ed. Lepisma – 2024 – pag. 73 - € 13,00
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Nei vari contesti sperimentali odierni che chiedono alla poesia di essere ciò che non è, senza il ritmo cadenzato delle sillabe ed il pungolo delle emozioni, e tentano di abbandonare il suo humus e il suo linguaggio appiattendosi sempre di più in una prosasticità arida senza più il sin¬tomo del metafisico, senza musicalità, si avvicendano tentativi incredibili di scritture, decisamente privi di un tessuto di comprensibilità. Ma per buona sorte ancora molte voci si sono autorevolmente espresse nel riconoscere la necessità di comporre degnamente il configurarsi delle strofe, nella nobile articolazione della testimonianza.
“L’angelo altrove” nella sua concatenazione di effetti positivi rappresenta agevolmente il tributo di chi sa gestire in contemporanea un bagaglio culturale abbastanza condensato e l’abilità di comunicare gli slittamenti della narrazione.
“Gran parte delle liriche che compongono questo libro- scrive Giuseppe Cerbino nella prefazione- raccontano scene di vita quotidiana che si svolgono prevalentemente a Roma e che però trasfigurano sempre qualcosa di fecondo e numinoso; la capacità espressiva di Carla Cenci consiste proprio nel rendere “paradisiaca” ogni vicenda minima e di far scorgere in essa una presenza invisibile.”
Molte poesie colpiscono per la densità visionaria e per l’uso di immagini aspre, quasi fisiche, che restituiscono un senso di soffocamento morale ed esistenziale. Il lessico corporeo (“masticare”, “albume dei canini”, “respiro ammutolito”) rende concreta una guerra che sembra più interiore che storica. Notevole il contrasto tra l’apparenza borghese delle “giacche di perbene” e il “ménage di fango”, che smaschera l’ipocrisia dei ruoli sociali. Il soldato diventa figura simbolica di chi inchioda il silenzio, di chi esercita una violenza muta e necessaria. Il buio, personificato, introduce una domanda radicale sul senso del vivere e del vedere. Il verso finale, spoglio e dimesso, sceglie la sottrazione come gesto etico ed estetico. Ne emerge intensità, consapevole, che affida alla discrezione del nulla una forma alta di resistenza.
“A masticare un gorgo
i soldati in ménage di fango e i cuori
sotto giacche di perbene apparenti.
Dietro il platino dei visi posticci
so aspettare l’albume dei canini,
so di questi un soldato quando inchioda
un respiro ammutolito alla porta.
Dice il buio, che chiede
se lavo ancora gli occhi nella vita
e io di me dentro i suoi
discretamente nulla, niente più.”
La limpida semplicità fanciullesca si riflette nel pesciolino rosso chiuso nella sfera, o “nello stare ad ascoltare/ la cometa, che decanta nel traffico”, o, terminato il convivio, “Fine pranzo nel candeggio,/ tovaglie/ all’oblò di domenica, consueta/ usura di insistenze e la centrifuga/ nel suo continuo, dal suo buio al vento,/ un bucato ingrigito”, o nella lenta lettera che ricompone gli attimi quotidiani della madre.
Scrittura ben cesellata e nello stesso tempo leggera, musicalmente orecchiabile, nella quale il tema del tempo virtualmente vorrebbe fermarsi all’odierno, ma abilmente si arricchisce di memorie e si plasma di chimere.
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ANTONIO SPAGNUOLO

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