Segnalazione volumi = Linguaglossa
LA GENERAZIONE ENTRANTE. Poeti nati negli Anni Ottanta a cura di Matteo Fantuzzi - Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero, novembre 2011 pp. 170 € 12,00
Ricordo che nel n. 9 del quadrimestrale di letteratura «Poiesis» del 1996 c’era scritto: «Che senso ha in Occidente, nell’alcova del mercato universale, scrivere versi? O la poesia si ritaglia uno spazio e diventa un buon prodotto accessorio, una piacevole vivanda nella mensa dello Zar, oppure la sua vita sarà precaria e continuamente minacciata dal disconoscimento universale, dal ribrezzo del nuovo eone. (...) Può sopravvivere l’arte più superflua di tutte nella cinica e brutale società creata in Occidente (ed ora anche qui in Oriente? Possono sopravvivere le parole vere, capaci di penetrare dentro l’orrore della neutralità?» (Andrej Silkin). E ancora: «Non siamo più esiliati, perché v’è esilio soltanto se c’è un luogo che noi abitiamo da sempre e con il quale intratteniamo una relazione di intimità. Non v’è più esilio perché non v’è più una dimora. Siamo ormai tutti degli apolidi senza identità che trattano con grande cinismo e distacco tutto ciò che abbia relazione con il nuovo vestito dello spirito: nutriamo sospetto e diffidenza per l’arte che parla dichiaratamente di un nuovo vestito dell’interiorità...».
Ed adesso facciamo un salto in avanti. Qualche mese fa su un blog letterario in risposta alla questione della critica di un testo di poesia, scrivevo: «…spero che la controversia sulla litote non degeneri in lite… vacue discussioni accademiche su un argomento accademico che è già accaduto…
assistere alle Vostre discussioni è come assistere ad uno spettacolo di combattimento di gladiatori (ma almeno lì c’erano delle regole e c’era un arbitro!)… concetti come: “necessità di ‘punti fermi’” o addirittura di “assiomi”… o addirittura che ciascun critico abbia diritto a, come scrive il Calcaterra: «redigere la propria mappa, delineare il proprio canone, esclusivamente fondato sulla sovrana ragione di un giudizio di valore (e di gusto, che poi è lo stesso) che sia vissuto come espressione di una verità soggettiva…
Tutta una teminologia simil-teologica e simil-monarchica come “valore”, “assiomi”, “canone”, “verità soggettiva”, “sovrana ragione” mi rendono persuaso e dissuaso ad affrettarmi a prendere una tazzina di caffè… vorrei stare al largo da chi detiene un tal vocabolario dogmatico-teologico e demotico-monarchico tipico di una casta di sacerdoti che sono stati fatti sloggiare dal Tempio dalla nuova sopravvenuta religione laica del “mercato”.
La verità è che per fortuna i critici (di professione) non contano più nulla, i loro “giudizi” sono carta straccia… e francamente non nutro alcuna nostalgia per quanto si è perduto, di quell’epoca del giurassico dove c’era una casta di unti del Signore (i critici accademici e giornalistici) i quali si arrogavano il potere di dichiarare il “giudizio di gusto”, e quindi la condanna a morte o alla vita eterna dei testi e dei loro autori…
Oggi, per fortuna non è rimasto più nulla di tutto ciò e i garruli nostalgici dell’epoca monarchico-demotica possono intonare alti peana su quanto si è perduto…
Io invece non nascondo la mia intima soddisfazione: quanto si è perduto valeva probabilmente quella perdita, si è perduto ciò che doveva esser perduto…
E, sempre sul medesimo blog, scrivevo con un pizzico di ironia: «Parlare, come fanno i critici di codesto blog, intorno al “giudizio di valore”, mal dissimula quel che c’è dietro tale ipostasi: “giudizio di valore” come giudizio di una casta di sacerdoti che perorano la liturgia della religione che essi rappresentano. Dietro queste prese di posizione c’è, enorme e ben visibile, la crisi di rappresentatività della critica ufficiale (quella delle Università e degli uffici stampa) la quale non riesce ad “imporre” politicamente il proprio “progetto culturale”.
Che dire? questa è la situazione, e non credo che un Congresso Universle dei blog letterari possa cambiare una situazione di fatto.
Inoltre, pensare di “imporre” con decreto dei blog o con metodo oligarchico (o poliziesco) da parte di alcuni critici di professione, un “canone”, uno statuto del “giudizio di valore”, mi sembra quanto meno ingenuo…
In una situazione «liquida» e di “svendita” a saldo dei prodotti (anche culturali) come quella attuale, anche la questione critica diventa “liquida” e viene “liquidata” dall’unica logica che poi è quella del mercato, il quale ha le sue logiche del profitto e dell’accumulazione ma anche dell’azzeramento di tutto ciò che gli è estraneo… poi c’è la logica delle Istituzioni deputate alla creazione della «cultura»… ma questo è già un altro discorso…
... dirò che tutto l’articolato di Alberto Casadei mi sembra un catalogo delle “buone” intenzioni in pro della letteratura; insomma, una serie di “rivendicazioni” (lecite, comprensibili, addirittura filantropiche) che un esponente di un ceto impiegatizio del settore Cultura fa al settore Cultura. Purtroppo (dobbiamo prenderne atto), ormai le regole del gioco sono imposte dagli uffici stampa degli Editori Maggiori e dai corrispondenti letterari dei Quotidiani (che poi sono sempre i critici di professione), dalle leggi della società dello spettacolo e della visibilità mediatico-culturale (come tutti sappiamo).
E sappiamo anche che di buone intenzioni è lastricato il sentiero verso l’inferno…
Io, lo ripeto, poiché sono un indipendente solitario (e per questo ne pago il corrispettivo prezzo di esiliato in fuori gioco), non posso che accettare con giubilo che l’antica dinastia di dinosauri si sia estinta e che rimangano soltanto dei flebili barriti di cordoglio e di rivendicazione… ripeto, ciò che è stato perduto forse era degno che andasse perduto.
Dal mio punto di vista di intellettuale indipendente (perché nessuno mi ha finora ingaggiato in un Ufficio della Letteratura, e quindi sono un disoccupato della Letteratura), guardo a questi fenomeni come un entomologo osserva gli insetti che sta studiando. È con l’allegria del naufrago che assisto alle interminabili discussioni se inserire questo o quel libro in lettura nei Licei nazionali…
La mia opinione è che la medicina proposta sia del tutto inadeguata alla gravità della malattia diagnosticata. Ci vorrebbe una bel altra medicina, a mio modesto avviso.
Per quanto riguarda il “giudizio di valore” che il critico di professione è legittimato a profferire, mi sembra di parlare del sesso dei cherubini in un congresso di teologi vaticanisti con i vocaboli della Controriforma… costoro usano un concetto come quello di “valore” in modo acritico e storicamente ingenuo… a questo punto dovrei scrivere un trattato per stabilire la liceità e l’ambito di applicazione di un tal concetto… e non mi sembra questa la sede idonea».
Tutto questo per evitare di pronunciarmi su questa Antologia? No, anzi, dirò in tutta franchezza che il livello medio di tutti gli autori inseriti (Dina Basso, Carlo Barabba, Marco Bini, Giuseppe Carracchia, Tommaso di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago, Matteo Zattoni) è senz’altro più che apprezzabile, addirittura encomiabile. Ma ho la sensazione che si tratti di una bravura per eccesso, ipertrofica, come se questi giovanissimi autori avessero di già tutte le carte in regola per presentarsi sul palcoscenico della poesia italiana a pieno titolo. Che appaiano più maturi dei maturi. Molto interessanti e ben scritti sono anche i profili critici dei singoli autori da parte di studiosi versatili. Ma il punto che dobbiamo chiederci e chiedere ai giovanissimi autori è: c’è davvero bisogno di poesia oggi? E per dire che cosa che non può essere detto con il romanzo? Qual è lo specifico, la domanda (o le domande) fondamentali che la poesia oggi deve affrontare?
Probabilmente è giusto e anche naturale che i giovani e i giovanissimi poeti si aggreghino in Antologie e in pattuglie letterarie, in blog e in siti letterari, che cerchino una auto legittimazione e una legittimazione da parte degli establishment letterari, ma ho la spiacevole impressione che questo atteggiamento, questa ricerca di accoglimento da parte degli optimates mal dissimuli un bisogno di riconoscimento e di accettazione, insomma che mal nasconda un bisogno di omologazione agli stili e alle mode delle generazioni immediatamente precedenti, come per rassicurarle che terranno un comportamento consono ed educato, che non romperanno alcuna cristalleria di riguardo, che entreranno con passi felpati e silenziosi nel negozio di cristalli swaroski...
Ecco, ritengo che tutto ciò non giovi all’immagine di questi poeti giovanissimi. Personalmente io mi sarei augurato invece di incontrare una generazione un poco più arrabbiata, con un po’ di fame d’essere, fame di vita, di intemperanza e di ribellione, perché ritengo, anzi, ne sono convinto, che «ribellarsi è giusto» come scriveva Sartre in un libello degli anni che seguirono il Sessantotto.
GIORGIO LINGUAGLOSSA
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