martedì 28 aprile 2026

POESIA = ROSSANA NICOTRA

******************************
I
-
Se potessimo scendere
gradino dopo gradino
nella valle madre e stare dentro
la roccia che veste il vulcano e non si scioglie
la roccia più scura e perversa nell'affondo
lasciarsi incagliare e così
perdere ad ogni mossa
arrendersi all'abbondanza che ci vive.
-
Si sta. Ci si osserva lungamente
in segreto le formiche lavorano
con i resti dei biscotti, bevendo il tè.
-
Con il fuoco dei berberi
prepari un pasto caldo
per i giorni dei morti.
****
II
-
Riconoscersi casa e subito perdersi
in figure scomposte senza asilo.
È un taglio obliquo. Un repulisti. Ricucire
attraverso e senza asciugare l'essudato.
-
Il sangue com'era, prima di farsi umano.
****
III
-
Finché le pareti non cedono per un sisma
tu parlami.
Parlami di quando era un andare di note
in jazz e flamenco
un crescendo di notti spose. Parlami
di quanto è insensato dire poco
a chi col dito non tiene il segno, a chi scrive
fuori dai bordi. Parlami dell'acqua
in cui abbiamo immerso
le foglie secche di alloro
– bevila di nuovo, battèzzati –
di quando si sentiva il timbro del Muezzin
-
il bando del venditore di origano.
****
ROSSANA NICOTRA

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

**********************
Una pronuncia di poesia totale – Varcando la soglia di «Dissolvenze e sussurri»
«La vita del poeta ha i suoi piccoli avvenimenti, come quella degli altri uomini. Va in campagna, viaggia, ma il nome della città dove ha trascorso l’estate scritto, insieme alla data, in fondo all’ultima pagina di un libro, ci mostra che la vita ch’egli condivide con gli altri gli serve per un uso del tutto diverso».1 Cadenzandosi in una sintassi che sa di vita, la poesia di Antonio Spagnuolo si svolge nel continuum di congiunzioni e di una varietà di preposizioni: essa è congiunzione nel momento in cui il conosciuto del mondo incontra l’essere di una visione; ed è varietà di preposizioni nella sequenza di un tutto incluso di finalità, di origine, di motivazione, risuonando di un raccontare d’esistenza con il mezzo del linguaggio comune. È questo l’incipit di un meditare intorno a «Dissolvenze e sussurri»2 e che riversa nella poesia di Antonio Spagnuolo la traiettoria pluriforme di romanzo. Romanzo di vita, appunto, giacché la poesia di Antonio Spagnuolo si spalanca ad un romanzo d’esistenza, nel quale il poeta tiene a bada le interferenze, malgrado pur di esse si fa carico e fortuna per fruirne in quanto condizioni di un (per)turbamento sollecitato a scavare in quell’amalgama di sequenze che egli, infine, scompiglia per redimerne il valore. Pertugio affrancato dalla simulazione ed egli vi è all’interno non già a recuperare la sostanza delle cose, poiché, invece, sono le cose a presentarsi a lui nella loro sostanza, nell’attesa di forgiarsi in un’integralità che superi il simulacro della parvenza, vincendo silenzi sfilacciati / nei frammenti che attendono prodezze3.
Universo in continua mutazione, la poesia di Antonio Spagnuolo elabora la natura di sostanza di tutto quel che contiene: pienezza di ricordi, di passi declinati, di soste, di meditazioni. Ma le porte che al poeta rinnovano l’accesso si aprono lentamente ed egli con pari lentezza vi accede affinché mani, piedi, olfatto senza vertigine, penetrino il mistero ambito lontano da qualsiasi dissimulazione (È il mouse che tallona ogni linea / incisa nella memoria e nella strana / realtà divenuta artificiale4 – egli scrive). Da anni la prospettiva esistenziale risuona ad ampio spettro di un bisogno di poesia. C'è chi proietta il bisogno come orizzonte e opera secondo un Pasoliniano alibi per non recedere dalla non-azione oppure incline alla dis-azione. C'è poi chi si attiva, anche se soltanto nella parola genuflessa ad un perimetro fosforescente rigido, magari osteggiando la sistematicità propensa ad ossequiare il baluginio delle cose comuni. E infine c'è il Poeta stretto nel suo dialogo con il mondo, intento a tuffarsi verso fiamme che destano memorie, / trasformare i sussurri in un prodigio / che sconvolge le cose comuni / e fonde in lampeggi cento idee5. A questi fattori esistenziali spetta l'attualissima resistenza di una poesia che si scopre sempre. Ma di chi è la voce e di chi la parola? Del filosofo, forse, ansante di percorrere lo scenario di fattezze (dis)umanizzate; di scrutare la maldestra rotta con incandescente fiato; oppure la voce è del poeta, di colui il quale agita il piano allocato nella solidità di una stoltezza e dissolve l’ingannevole tracciato e allenta la distanza tra l’io e l’io e l’essere? Un romanzo, dunque, Spagnuolo incide nella grafia del tempo; un romanzo, pure, nel raccontare di vicende di realtà, laddove né eroi, né isole distratte di furtiva delizia, si fondono in uno schema impostato. Senza incanto, egli afferra la frenesia bizzarra per scoprire del tempo festoso / il compasso segreto6. Ed è la scultura del romanzo esistenziale in forma di poesia – come pur vero è il viceversa – a diffondersi in questo mio esplorare l’energia di una pronuncia di poesia continuamente coinvolta a prendere forma e difformarsi nel pegno di sembianze da scoprire7.
Cronaca di un tempo individualizzato oltre i confini della tenuta ornamentale, la poesia di Antonio Spagnuolo permea l'occasione di lettura-scrittura-lettura (e che ridiscute l’io nel mondo e l’essere del mondo di Heideggeriano rimando) con un'intensità che trasfigura il fatto esperienziale, aderendo ad una miscela di suono e di figurazione, così come emerge da qualsiasi verso si vada a leggere nella silloge, sì che la silloge trasla in esperienza storica; titolo articolato in una concretezza pura e che, a dispetto di dissolvenze, si propaga in sussurri e lì, nella forma che al poeta è gradita, il pensiero filtra nella parola la forza di una coscienza. Così, la poesia come parola cosmica8 palpita di sentimenti in vita, distratti dalla virtualità di frantumi scellerati, e ai quali il poeta risponde con una parola che custodisce la potenza del tutto Baudelairiana di scavare l'agibile e l'intangibile al fine di toccare l'inconosciuto. Forte, in questo frangente, risuona l’etimo del pensiero, allorquando, tutt’altro che fugace, la mente materializza nella grafia verbale quel che il poeta traduce. Così Ogni parola – egli scrive – è un brindisi di cenere, / ogni rima una ferita che dissolve.9 Comunque la si osservi, insomma, la poesia non rimuove la realtà, anzi: ad essa ancor più e senza tregua si lega, giacché è nella realtà, è alla fonte del mondo vissuto, che la coscienza del poeta inscrive il chiarimento (Confrontando gli accenti / modellati dal pensiero inascoltato / incontro ancora quel fuoco / che da nostalgia è diventato folle. / Tutto è precipitato nel racconto / di un alito di vento10). Da comprendere, dunque, è la parola nella consapevolezza del viversi nell’egida di una significazione da recuperare nella realtà vissuta. Con ciò intendiamo che il lavoro svolto da Antonio Spagnuolo cadenzi un’identificazione che, nei termini Ricoeuriani, nutre i tratti della significazione poetica, quanto, dunque, della realtà a cui essa si riferisce, proponendosi nella genuinità di un linguaggio orientato – oltre la dissuasiva fretta – a farsi perlocuzione. Così ciascun verso e ciascuna parola si fanno manifesto dell’incessante lavorio ermeneutico nell’Heideggeriano «essere (solidamente) nel mondo»; altrettanto solidamente si dismette il capriccio della dissuasione attraverso una meditazione drammatica, ispirata e a sua volta ispiratrice di un verbo musicale, di un verbo figurale o scultoreo e in questa forma di sostanza ciascun luogo in versi rinasce in una costruzione libera di misurare il tempo nella duplice dimensione di rintocco epocale e di scansione individuale. E leggiamo: Credendo un mondo giusto da rifare, / tra i fuochi e i morti, sotto cieli rossi, / vorrei soltanto rincorrere il futuro. / nel cuore resta una scintilla, / una parola scritta in ogni muro, / “libertà” – maledetta e benedetta – / che arde nel tempo e gioca nei contesti, / Non è conquista, ma eterna scelta,11.
È sfida, forse; una sfida intesa a cogliere elementi che la coscienza del poeta rimette al proprio posto, eliminando qualsiasi illusione volumetrica e mantenendo l'essenza di ciò che egli ritiene ancorare, prendendosi la distanza da quel che il mondo delle cose gli rimanda; infittendosi in una finzione balenante (e devastante) e che egli poi declina nel periplo di una storia da narrare in interezza e in genuinità. Su questo sfondo il momento si allunga, intreccia solchi nebulosi e disperse trame con raggelanti attrazioni che trattengono la sostanza del vissuto mondano. Resta la scrittura, laddove la comprensione è affinità e vicinanza emozionale, ma anche unificazione dei frammenti; laddove delineano un proprio spazio l’immaginario e la fattezza di un vivere in oggettività. In scrittura resta la poesia quale territorio comprensivo, infine, nel quale il poeta incontra i suoi pensieri, mai da essi distanziandosi, pur quando è l’accadimento esterno al sé a decidere che mai periferia esista in poesia: qui, invero, si riconciliano opposti e trasgressioni, fantasticherie e il sangue di niente e di nessuno è clandestino. Leggiamo, quindi: Impigliato nei sentieri sconosciuti, / lungo nere pareti, lo scenario / del passato diviene fantasia / e per una volta ancora minacciosa12. Scorrono versi pari ad un piano-sequenza rappresentativo di idee presenti alla mente; e le idee così imbastite attraversano la parola nella rigenerazione del sentire; parola-forma che dà spessore universale all’evidenza scenica; traghettamento di una pronuncia memorabile e in incessante avvicinamento. Apprendiamo così come la leggerezza della materia – con la quale Antonio Spagnuolo incide la prolusione alla poetica – invada l’orizzonte meditativo nel suo farsi sostegno alla causalità di riflessioni; nel guidare una durata temporale anti-dissolvente (Così la vita – egli scrive – incide il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto, / abbracciando l’attimo nel quale eterno / tutto tace, e tutto resta impietrito nel miraggio13). Ed il poeta non si trattiene rispetto alle equivalenze che il sentire protrae; anzi, da esse apprende la modalità per procedere nella consapevole trasformazione che accompagna la sostanza dell’essere nel mondo a contesto delle proprie parole, nell’intarsio di pausa e di suggestione. Di ricordo e di silenzi di un respiro, nel quale intatto resta il legame con la vicenda storica che nelle cose si scrive giorno dopo giorno per amplificarsi, poi, in una parola coinvolgente: Nel tramonto ogni sera si riscrive / la poesia dell’ultima ora – / una bellezza che non implora, / ma si spegne, fiera, nel fuoco.14 Sicché né le parole e neanche le cose o gli accadimenti sfuggono: idealmente, tutti insieme, questi elementi edificano una parabola di riflessioni protese a farsi spazio storico nella tonalità cangiante del verso; a congegnare il florilegio delle visioni sostanziali – veri e propri fotogrammi di un montaggio ardito nel trasferire la volta di un reale babelico a realtà variabile, e nella cui variabilità il poeta sosta a distinguere il fronte proprio ed il fronte oggettivo e tenace, il verso sporge nel sussurro del doloroso stigma che disfa la parola, simbolo che sparisce / e poi ritorna / nel margine obliquo del ricordo – come neve sul vetro d’estate15, per poi interloquire con la prossimità e fissare una pronuncia deittica; pronuncia che, in quanto tale, si muove tra visioni e intuizioni, fino a balenare nell’esclusiva semantica di una (mai genuflessa) memoria: Ed ora giorno dopo giorno / avverto l’incalzare dello sgretolarsi / che consuma inesorabilmente / quel che resta del mio angolo oscuro / per tormenti16. Ed il tormento e lo strazio convocano la parola a farsi foriera di tutta una storia che d’attorno e dentro si agita (Stupide mani giocano a tormenti17); poi, con un sussurro, tormento e strazio rivelano la visione maltrattata dell’essere (Chi ha spento le luci dell’alba18). Egli scrive: È Babele che incombe in questo mondo / di lingue frantumate / e dove l’odio è capace / d’inchiodare il fratello a nuova Croce. / Mettere a tacere la stanchezza del rifiuto / è il vero prezzo di opposte resistenze / nel logorante segno degli inganni / capaci di corrompere ogni traccia / dell’umana pietà, / tra sguardi brulicanti di burrasca19. L’apice si raggiunge, dunque, nella coincidenza di un punto di vista che dalla temporalità individuale riceve nel suo vortice meditante vivenze periferiche rispetto al sé, segnando orme di una storia che è viaggio dell’inconscio e del linguaggio20.
In questi termini, la poesia di Spagnuolo è occasione per incontrare un pensiero intriso di coscienza contemporanea: di fatto, nella grafia – estirpata di qualsiasi riproduzione di ostentata soggettività – egli assimila l’orizzonte di una luce che persiste chiara ed enigmatica ad un tempo ed elicita quanti più territori senz’alcun intralcio, tanto da trattenere la maieutica sobrietà di una parola tutt’altro che in transito e che è richiamo eterno di amore; di un amore intarsiato dalle curvature di un paesaggio refrattario all’indugio nell’effetto estemporaneo. E il poeta scrive: Potrei cambiare gioco / ogni volta che le pupille tremano, / anche stremato dalle derisioni / imbrunite, a far segno in un girone. / Un gioco di pazienza che ripete / nascondigli che durano millenni / ed invece sono trappole / per le enormi schegge dell’eterno21. E nello scrutare-meditare il poeta inventa una figurazione che nulla sottrae, protendendosi in una direzione tutt’altro che oziante, e che si diffonde senza mai anelare al ristoro sui piani intersecanti di una lettura che affiora e sommerge e affonda, per poi sollevarsi in fasi di permutazione e, infine, mostrarsi con il profilo che si aprì nel varco, / il piccolo satellite del cuore, / per trainare gli artigli in ogni segno / che affoga l’alfabeto calcolato22.
**
Carmen De Stasio
********
1 M. Proust, Sulla lettura (1905), BUR, Milano, 2011, p.117
2 A. Spagnuolo, Dissolvenze e sussurri (silloge), la Valle del Tempo, Napoli, 2025
3 Bluesky/word, p. 9
4 Ventaglip. 10
5 Hardback, p. 14
6 Triangoli, p.15
7 Astratto, p. 16
8 F. Flora, Saggi di poetica moderna (1949), Casa Ed. G. D’Anna, Messina – Firenze, 1976, p. 48
9 Baudelaire, p. 51
10 Racconto, p Libertà e tragedia, p. 34
11 Proposte, p. 36
12 Tramonto rosso, p. 37
13 Ibi
14 Tremore del suono, p. 45
15 Timori, p. 53
16 Acheronte, p. 42
17 Gerusalemme, p. 27
18 Egli tace, p. 43
19 Mare e monti, p. 38
20 Farsa, p. 52
21 Chiusura, p. 54
**

domenica 26 aprile 2026

POESIA = ALESSANDRA VERDE

***************************
"BUGIE"
Mi sembra una bugia
quella di tornare indietro
e rifare tutto nello stesso modo.
-
Mi sembra una menzogna
che non si addice
neanche all’uomo più sincero.
-
Tornassi indietro io
cambierei tutto,
pensieri, città, miracoli.
-
Cambierei quel senso
di anima sperduta,
cambierei quel segreto
che si cela dietro la vita.
-
Strapperei
il filo che mi tiene legata
alla forma, dalla nascita
tornerei all’età del pianto,
ma ingannerei ancora
il mio nemico allo specchio.
*****
STRADA DI CASA
Ho messo male i piedi sulla roccia,
sotto di me un fiume limpido:
sarà colui che – ancor più in basso -
cancella i ricordi e li trascina
via come sassi?
-
Ho messo male i piedi, sono caduta.
Vorrei proprio cancellarli i miei
errori, i miei pianti, quelli di adesso.
Vorrei gonfiarmi di acqua e così
galleggiare fino a che il fiume
non si sappia fermare
fino a che io non torni a
scoprire i sorrisi
ad aspettare mio padre
se caduta dalla bici,
a salire tra le sue braccia
e credere, credere sempre di
poter tornare dove già sono stata
e sentirmi di nuovo me stessa,
a casa.
-
Ho messo male i piedi, dove sono finita?
Lo saprà la roccia? E la
goccia? Che dai miei occhi
chiama e risponde alla cascata che
cade nella vita.
*****
"LEGGERMENTE"
Delle volte non
si può far altro
che respirare,
involontariamente cadere
coscientemente cercare
di credere che
il cuore – sì –
sarà più leggero di una piuma
sulla bilancia dell’aldilà.
*°*
ALESSANDRA VERDE

POESIA = EMILA OTELLO

**********************************
"STRADE NEL SOTTOFONDO"
-
Ci sono strade nel sottofondo
tempestate di aride stelle.
E su strati di ghiaccio, anelando,
giungono spumeggianti corolle.
-
Nelle stesure del tempo io resto,
ancorata al bisogno di credere,
al fato che torna, un po' molesto,
schiva, nel voler ancor confondere.
-
Chi sei tu, infatuo destino che bussi,
quando la porta cercai di chiudere
e già t'apprestavi a entrare furtivo.
-
Non conosco ancor il tuo obiettivo:
entravi, uscivi — tornavi a fondere
come antichi sogni in liquidi riflussi.
*
10/04/2026 ****
"SULLA LAMA DEL TEMPO"
-
E siamo qui, in quest’ora tanto attesa,
sulla lama affilata di un rasoio:
chi con occhi di lince,
chi con occhi di talpa,
ma siamo qui.
-
Al culmine del principizio,
prima della grande tempesta.
La terra è gravida di doglie,
prima che giunga il parto.
-
Chi sarà pronto ad accogliere?
Il nascituro figlio porterà gioia,
crescerà tra le pietre concave del passato,
segnerà l’autunno e la primavera.

Con un taglio netto
al cordone ombelicale del vecchio tempo,
un vestito nuovo da indossare,
un talismano tra le mani
ed un annuncio: «Ecco, sono qua!»
-
27/03/2026 ****
"L'AQUILA DEL DESERTO"
-
E la colomba si posa sul ramo più alto,
la voce di femmina si innalza,
da ogni tempio, da ogni era giunge.
-
Come artigli di falco graffiano le unghie,
per troppi giorni ingoiati,
e basterà un gesto, un solo gesto:
abbassare il velo,
trapassare lo sguardo,
lasciare che il vento frughi
tra i suoi capelli.
-
Una ciocca tagliata sfida il tempo.
-
Cammina, donna, cammina,
con passo lesto:
è tempo di sradicare radici,
e il maschio diventa teschio,
come amuleto nel cassetto.
-
Solleva il nero della tua prigione,
mostra la bellezza al mondo.
-
Non ti fece Dio più bella di Adamo?
Non lasciò la bellezza nuda?
-
Non nascose la Rosa tra i rovi,
né la farfalla nel bozzolo.
-
Ammira il cielo con occhi di rimmel,
sfoggia l’onda sinuosa della bellezza.
-
Ogni figlia è madre del mondo,
ogni donna è madre di figlio
che ha raccolto lacrime di dolore.
-
È tempo questo di giustizia,
di aprire le gabbie della morte.
-
Vola, aquila del deserto,
vola sul tetto più alto del mondo.
E ogni voce canti: io ora son qua!
-
26/03/2026
*
EMILIA OTELLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA MONNETTI

******************************
Francesca Monnetti: “Secondo-genitura”- Società Editrice Fiorentina – 2026 – pag. 80 - € 14,00
Il titolo “Secondo-genitura” è un gioco linguistico piuttosto denso, e può essere interpretato su più livelli: la condizione del secondogenito (il figlio nato dopo il primo). Tuttavia, la grafia spezzata con il trattino suggerisce che non si tratti solo di una posizione familiare, ma di qualcosa di più simbolico. Potrebbe alludere ad una rinascita interiore, potrebbe riferirsi ad una voce non dominante, alternativa, potrebbe suggerire una creazione filtrata, infine qualcosa di non più immediato, bensì atto riflesso. Incipit imbarazzante! Tutto accade secondo un programma ben determinato o da plasmare?
Come suggestione improvvisa, in questa armoniosa scrittura, che caratterizza in effetti tutta la silloge di Francesca Monnetti, mi piace esaminare la poesia “Mural tuttomondo” a Keith Haring- che si configura come un omaggio visivo e concettuale all’opera di Keith Haring, traducendone il linguaggio grafico in parola poetica. Il testo rinuncia quasi del tutto alla punteggiatura e agli spazi tradizionali (“nonunacesura”, “nondiscontinua”), costruendo una continuità fluida che riflette direttamente la linea haringhiana: una linea che non si interrompe, che connette, che ingloba il caos del mondo senza mai frammentarlo del tutto. La scelta di fondere le parole (“fissa-nonfissa”, “pathosmoto”) suggerisce una tensione costante tra stabilità e movimento, tra forma e energia, che è tipica anche dei murales dell’artista.
Il “disordine nel mondo” non viene negato, ma “(far)risaltare”: la poesia, come il mural, non elimina il caos, bensì lo rende visibile e lo trasforma in ritmo. In questo senso, l’arte non è evasione ma “argine ultimo”, un limite fragile ma necessario contro lo “svanire”. La linea diventa allora principio generativo: “vibravive”, “tienedesta”, mantiene una vitalità che si oppone alla dissoluzione. Il lessico insiste su termini dinamici e corporei (“emozione”, “pathos”, “moto”), sottolineando come l’opera sia esperienza sensibile prima ancora che estetica.
Direi che si può leggere il testo come un esempio di poesia visiva e performativa, vicina alle sperimentazioni della neoavanguardia italiana, dove il segno linguistico tende a farsi gesto grafico. Tuttavia, rispetto a certe rigidità sperimentali, qui emerge una tensione comunicativa più aperta: la poesia non è chiusa in sé, ma “alprossimo integrocilega”, cioè orientata verso l’altro, verso una dimensione relazionale. Questo aspetto richiama la funzione pubblica del mural di Haring, pensato per uno spazio urbano condiviso.
Tutta la scrittura in queste pagine cerca di restituire l’immediatezza e l’energia del gesto artistico, con un ritmo guizzante delle sillabe che attanaglia lo sguardo per diffusione di pensiero e di idee.
I tratteggi, per immagini o personaggi, per figure o illusioni, per descrizioni particolareggiate (al fiore del petalo/ nelle compositae … alla distanza/ lo preferisco/… fa capolino …/infiorescenza … terminale) o per bisbigliare suggerimenti, sono tutti attraversati da una rigorosa armonia che rende plastica la composizione. E non manca un alone sottile, che si ricama da solo, tra possibili scorrimenti filosofici e cristalline schegge del sub conscio.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 25 aprile 2026

POESIA = NUNZIO FESTA

*****************************
"MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA"
-
Una dozzina di uova e una rapina
alla banca del sapone e una donna
supina a rigare con le mani le foglie
di pomodoro o tabacco e il -
glioletto col polmone
malato a farsi addormentare dai papaveri
: poveri: buoni: incattiviti
dai cadaveri delle promesse ricevute
: uomini e donne perseguitati
dalla miseria
dai soli doveri.
***************
"MATERNITÀ"
-
(ad Amedeo Modigliani)
-
Ogni bambino ha negli occhi
un gigante: la -
glia è nella casa
con i pidocchi e l'istante del ritratto
è l'unica spesa possibile
: lo stretto fra la Francia e Livorno
allunga ogni monetina
ammissibile per l'umore
e per il vino e per il liquore
sul pennello
: il ritorno migliore
: un giorno ogni giorno:
nelle tele tentazioni tentate
: le donne sono due
e il colpo di genio è il corpo che
si assume nel mantello della tragedia
: il seme della dannazione e
il morire
come unica approvazione.
***************
"INCISO"
-
Il Marecchia è spesso un calzino
s-
brato: l'arte e la storia un rifugio
nella parte più sana della quotidiana
realtà: carte smaltate e il silenzio
: il -
ato delle nuvole in legno e paura
la congettura che si sta avvicinando
la -
ne dei tempi: siamo gestiti noi pure
da esempi troppo certi – invece – del fare
e (del) divenire: murene e santi
viventi esseri / speciali da cucire
nelle compravendite e come
involuzione: pianti e grida: ci siamo -
nalmente
liberati – almeno
della continua s-
da
e della rincorsa
: incamminati: sicuri
delle nostre ossa.
*******************
"COLLEZIONE DI LASCITI"
-
Sono invecchiato forse prima
di te: seppure compio le scale
senza troppa fatica: uguale
alla casa lisciata quasi a lima
di coltello e bugie del bosco
: un luogo che qui riconosco
essere stato la visita perduta
degli alberi: del terreno: muta
in estate
e in primavera
: la sera prima di fare l'amore
: stesse raccomandazioni sul divano:
qualcosa a sapore di cartone
di fate: e quindi da -
aba
: canzone di cera e umore
di carruba del mio paese.
***
NUNZIO FESTA

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANLUCA GARRAPA

******************************
Gianluca Garrapa: “Saltiquanti” – Edizioni del Centro scritture – 2025 – pag. 176 - € 16,90
Volume ricchissimo per costruzioni e frammentazioni, per figure luminose e tratteggi, per incisivi motteggi e ombre che sfuggono. Molte poesie costruiscono un dialogo frammentato tra due poli, “Corpo” e “Assente”, che funzionano come voci interne scisse: da un lato la materialità, l’istinto, la presenza fisica; dall’altro una coscienza dislocata, ironica, talvolta allucinata. Per scarti, giustapposizioni e cortocircuiti semantici, dove il linguaggio non mira a una narrazione lineare ma a rendere l’esperienza di una percezione alterata e discontinua. Così un dialogo tra le due voci è costantemente perturbato da intrusioni di registro: il basso e il triviale (“cazzo”, “coglione”) convivono con immagini pseudo-filosofiche (“diecimila anni e macigni d’aria: le idee”) e con riflessioni metapoetiche (“il filo ludico al dialogo”). Questo impasto linguistico produce un effetto di spaesamento che riflette una crisi del senso: il ritmo si accelera spesso e avvince.
Un tema centrale è quello del “sottofondo”, che ritorna più volte come metafora di una realtà latente: può essere inteso come dimensione inconscia, come rumore di fondo culturale (“sottosfondo di marijuana nell’epoca mediana”) o come sentimento resistente (“un sentimento che resiste / per sempre”). In questo senso, la poesia sembra interrogarsi sulla possibilità di autenticità in un contesto storico percepito come vuoto e manipolato (“cultura di noi altri vuoti di spiritualità”).
Con tono ludico ricreativo il poeta si colloca in una linea di sperimentazione che rifiuta la coerenza discorsiva tradizionale per privilegiare un montaggio di frammenti, registri e livelli di realtà. La voce poetica si sdoppia e si mette in scena, trasformando la poesia in uno spazio teatrale minimo, dove però la rappresentazione è continuamente destabilizzata. L’uso del linguaggio colloquiale e volgare non è gratuito, ma funzionale a smascherare ogni residuo di retorica elevata, mentre le improvvise accensioni liriche o filosofiche vengono facilmente contraddette o ironizzate.
Tutta la silloge si muove entro una dimensione fortemente corporea e insieme alienata, in cui il soggetto percepisce il proprio corpo come qualcosa di estraneo, quasi costruito artificialmente (“non m’appartiene / che un doppio artefatto”). L’immagine “bagnato di sodio e di sole”, mescola elementi naturali e chimici, suggerendo una condizione sospesa tra vita organica e artificio, tra autenticità e costruzione. Il corpo non è più sede di identità, ma oggetto manipolato da forze esterne (“creato da loro fin troppo / perfetti”), forse allusione a un sistema sociale o a modelli imposti di perfezione.
La lingua è aspra, materica, attraversata da termini concreti e talvolta disturbanti (“guazzame di sporco”, “filo di stagno”), che restituiscono una sensazione di compressione esistenziale.
Particolarmente significativa è la metafora della nave: “come nave l’immagine trema”. Qui il soggetto appare instabile, in bilico, esposto a un movimento che non controlla. Il “frigger di pietre” sotto il piede introduce un elemento di precarietà e di attrito, quasi a indicare un cammino difficile, segnato da dolore e rischio. La morte, evocata nei “contorni precisi”, non è tanto evento finale quanto presenza che delimita l’esperienza stessa. Forte dunque la densità metaforica e un linguaggio che unisce registri fisici e astratti, costruendo una poesia di tensione interna più che di narrazione. La sintassi spezzata e l’accumulo di immagini contribuiscono a creare un effetto di disorientamento coerente con il tema dell’alienazione del soggetto.
Gianluca Garrapa si dibatte coscientemente nel conflitto tra interiorità e forma imposta, tra desiderio di apertura e impossibilità di sperare pienamente. La chiusura si propone come conteggio delle ore, dei minuti, dell’attimo e si adagia ad una composizione che abbandona il ritmo scandito delle sillabe per ricamare un fraseggio che che sostiene la narrativa.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 21 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = RENATO MINORE

*********************************
Renato Minore: “Per speculum et in aenigmate – Ed. Di Felice – 2025 – pag. 64 - € 10,00
Una brillante incursione tra le fulminazioni del quotidiano e la godibilità del pensiero vagante, spesso avvolto dalla frammentazione del visibile e la tentazione di un’illusione.
Il poeta chiarisce il titolo, nella prima sezione del volume: “come in uno specchio e in un confuso enigma”. A me piace, come vecchissimo medico, rammentare anche che lo “speculum”, usato in clinica, è un dispositivo metallico atto a mantenere aperto un orifizio, particolarmente in ginecologia. E questa suggestione si adatta agilmente allo scorrere di alcune figure poetiche che magistralmente Renato Minore mette tra i versi. “L’aprirsi dell’inquietudine che fulmina la storia”, “l’inconfondibile sagoma di ciò che simula sperienza e verità”, “la nebbia sottile per velare anche l’ultimo incanto”, “il soffio svagato che porta alla fine”, “chi è da sempre esule per sempre”. Tutti sondaggi che richiedono compartecipazione.
“Un’azione ben responsabile e cosciente quella che qui Minore evoca, - scrive Vincenzo Guarracino in prefazione – chiamando in causa anzitutto se stesso, in un gioco di pulsioni che pertengono alle ragioni profonde dell’io che, di fronte al reale e all’Altro esprime un bisogno di conferme attraverso indizi, significanti e significati, differenti, spesso drammaticamente sfuggenti, ma convergenti in una domanda di senso, dalla cui urgenza l’io si sente agito e spinto in un processo infinito di decodifica del loro nucleo fattuale, deputato a strutturarsi nel suo Immaginario come paradigma del suo stare di fronte alle cose, , ossia rovistando e pesando ogni gesto per mettere a nudo le nervature più segrete, senza sottrarsi neppure al gesto crudele di sviscerare carattere e azioni al fine di pronosticare sopra di se, scrivere minutamente con le più argute e profonde riflessioni la sua vita. (come scrive Leopardi nello Zibaldone)”
Fra le molte scelgo una composizione coinvolgente:
“Per vivere ancora
la sola vita che conosce
manda il suo messaggio
su Istagram per dire io,
io c’ero negli anni Ottanta,
l’unico desiderio sogno incubo
di questi giorni
in cui si sente morta
per avere soltanto
quindici clic nelle foto
d’un tempo sulla meraviglia
dell’incrocio di gambe
proprio come Sharon Stone.”
Mette sapientemente in scena una figura che cerca di riaffermare la propria esistenza attraverso i mezzi contemporanei della visibilità digitale. Il verso iniziale, “Per vivere ancora / la sola vita che conosce”, suggerisce una sopravvivenza più che una piena vitalità: la protagonista sembra intrappolata in un’unica modalità di essere, quella mediata dallo sguardo altrui. Il “messaggio su Instagram” diventa allora un atto quasi disperato, un tentativo di dire “io” e di ribadire una presenza che rischia di dissolversi. Il riferimento agli “anni Ottanta” introduce una dimensione nostalgica, contrapponendo un passato percepito come più autentico o significativo a un presente dominato da metriche superficiali, come i “quindici clic”.
Il cuore del testo sta proprio in questa frattura temporale e identitaria: il passato è evocato attraverso immagini di seduzione e spettacolarità (“l’incrocio di gambe / proprio come Sharon Stone”), mentre il presente è segnato da una sensazione di morte simbolica, dovuta alla mancanza di riconoscimento. La meraviglia di un tempo si riduce oggi a un conteggio sterile di interazioni, e l’identità si appiattisce su un bisogno di conferma numerica. Il tono è insieme ironico e tragico: ironico per l’uso di un’icona pop e di un linguaggio quotidiano, tragico per la consapevolezza della perdita di senso.
La poesia di Minore in questa silloge (Premio Florida Roma 2024-2025) si inserisce in una linea contemporanea che riflette sul rapporto tra identità e social media, utilizzando un lessico semplice e riferimenti culturali immediatamente riconoscibili. L’efficacia del testo risiede nella capacità di condensare, in pochi versi, una critica alla società dell’immagine, alle figure che ci accostano, e alla nostalgia come rifugio identitario. Un commento godibile per gesti comuni che appaiono come interventi dal tratto filosofico.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 20 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI: ALFONSO CELESTINO

*****************************
Alfonso Celestino: “L’ora palindroma” – Ed. G.C.L. edizioni – 2024 –pag. 80 - € 12,00
Denso impasto tra versi di luminosità propria, per quelle ondate che il tempo concede – avaro – celebrando “lo spirito del presente” e “i pensieri satelliti in orbita”. Un gioco di immagini tratteggiate proposte dal poeta.
“Il suo stile- scrive Bartolomeo Di Giovanni in prefazione - si avvicina a quello della preghiera: devozione e osservazione sono gli elementi che costituiscono la base del suo sentire come eterna tenacia del suo spazio-tempo, caduto ma infinitamente speranzoso, non rinuncia quindi a percepirsi come figlio di quella coltre blu che cela segreti ma si vogliono fare scoprire attraverso la ricerca.” E più avanti: “La sua Poetica è riassumibile in: Memoria, Tempo, Natura e Amore, un quadrivio che conduce alla analisi interiore, alle sensazioni stillate da un’anima colma di perché e al tempo stesso con le possibilità esaustive che solamente diventando strofe ne coglie l’assoluto.”
La silloge si apre con il succedersi di brevi fotogrammi, a mo’ di svelti adagi, incisi fra le crepe del marmo e fra i lampeggi del pensiero. Molti i segnali che si avvicendano tra i versi, ritmati e accorti.
Poesia che si distingue per un linguaggio accessibile ma carico di simboli naturali (pioggia, nubi, cielo, semaforo rosso, acrobati, ) che sostengono una riflessione sull’amore come esperienza trasformativa e molto spesso sulla consuetudine che ci sospinge. L’andamento è lineare, quasi narrativo, ma arricchito da immagini liriche efficaci, soprattutto nella fusione tra elementi naturali e linguaggio (“sillabe” che nascono dalle gocce). mette in scena frammenti di quotidianità urbana trasformato in spettacolo. Il semaforo rosso, normalmente percepito come un’interruzione del flusso e un momento di attesa, diventa qui un’occasione di sospensione quasi teatrale. Talvolta il dettato tende a esplicitare troppo il messaggio (ad esempio nella definizione dell’Amore come equilibrio), riducendo leggermente la forza evocativa; tuttavia il finale aperto e dubitativo restituisce complessità e mantiene viva la tensione poetica.
Le immagini centrali diventano semplice intesa del gesto, gesto che diventa a sua volta apertura emotiva, esperienza del ricordo.
La pioggia, ad esempio, non è soltanto fenomeno naturale, ma materia della memoria e della speranza: ogni goccia porta con sé frammenti di passato e possibilità future. Il soggetto poetico, con “occhi chiusi e pugni stretti”, vive una tensione duplice: da un lato l’abbandono (gli occhi chiusi, il contatto con le gocce), dall’altro una resistenza interiore (i pugni serrati), come se l’amore fosse insieme desiderio e difesa.
Il dettato si caratterizza per un linguaggio semplice e diretto, vicino all’oralità, che ben si adatta al contesto naturale rappresentato. L’uso di esclamazioni e di un ritmo dinamico contribuisce a rendere vivaci le scene, quasi cinematografiche. Il poeta riesce a trasmettere con efficacia il suo messaggio centrale: la possibilità di riscoprire meraviglia e umanità anche nei momenti più ordinari della vita contemporanea.
“I sentieri si aprono camminando, / con un bastone, una torcia, / le orecchie e il cuore spalancati, / senza distrazioni né tentazioni / in compagnia della sola curiosità. / Segui il tuo talento, / quell’attrazione che parte dal cuore / e arriva a far muovere il primo passo.”
Una metafora semplice ma efficace: il cammino come figura della ricerca interiore e della realiz-zazione personale. I “sentieri” che “si aprono camminando” suggeriscono un’idea dinamica dell’esistenza, in cui la direzione non è data a priori ma si rivela solo attraverso l’esperienza diret-ta. Il bastone, la torcia richiamano una dimensione quasi iniziatica: strumenti essenziali per orien-tarsi, ma anche simboli di sostegno e di luce interiore. L’insistenza sull’assenza di “distrazioni né tentazioni” e sulla presenza della “sola curiosità” definisce un atteggiamento etico prima ancora che pratico: una disposizione all’ascolto autentico, rappresentata dalle “orecchie e il cuore spalancati”.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

**************************
“Fiammelle”
-
Ora sere violente accendono l’autunno
scivolando all’ombra dei cipressi
quando il cipiglio si punteggia in rosa
ed affretta monotoni brusii.
Ecco i bronzi ed i marmi
deridere malinconici folletti,
ecco gigli tulipani e rose
fra i tuoi capelli dal brivido irritante.
Cristallizzato in brina il mio pensiero,
vivido o scarlatto,
è preda come palma al vento,
oppure scrigno segreto che nasconde
motivi che potrebbero scoppiare,
per rompere parole
o spargere a fiotti il destino
che non trattiene singhiozzi.
Così parla alla pietra
il mostriciattolo che digrigna
ed inscrive legnose fiammelle d’amore.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 19 aprile 2026

POESIA = ALFONSO CELESTINO

********************************
"Dal silenzio del primo verso"
-
Gli alberi dormono sotto le stelle
camminano sulle pareti
impronte mutevoli.
Sulla scrivania
giace una pagina bianca
colma di possibilità.
Fa rumore lo sguardo
popolato da vibrazioni,
le dita cercano l’inchiostro
e la seta calda del dialogo,
custode eloquente
di un’apparente assenza.
Viatico gioco è l’ascolto di sé stessi,
una ricerca che spodesta l’inerzia,
fa emergere il vuoto sonoro del primo verso,
presenza titubante di un atteso pensiero.
In quel secondo infinito,
in cui tutto trattiene il fiato,
si specchia l’uomo taciturno
nella promessa di un nuovo inizio:
la voce interiore…
il mormorio delle foglie…
la vita su questa terra.
**************
"Nuovi gesti"

Ascolta:
non ti parlo di eternità,
ma di cerchi che si chiudono,
di cicli che ritornano.
Siamo tutti semicerchi
che si completano solo con un abbraccio.
Metti in evidenza tutto ciò che ti appartiene.
La primavera è nei tuoi nuovi gesti,
la capacità di meravigliarsi:
davanti a te stessa.
************
"Un altro momento ancora"
-
Hai costruito una piccola
colonna di sassi
di fronte al mare,
così da poter vedere
come si può stare
in equilibrio
davanti all'infinito.
Dolce e gentile
è il movimento delle tue mani,
pazienti (r)esistono
un altro momento ancora.
**
ALFONSO CELESTINO

sabato 18 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO TAMMARO

******************************************
Antonio Tammaro: “Discroste” – Fallone editore – 2026 – pag. 64 - € 15,00-
Una silloge notevolmente serrata, per un colloquio policromatico tra la pagina bianca e il poeta che affonda il suo esistere quotidiano tra vertigine e smagliature della psiche.
Un ritmare che coinvolge e stimola il motore segreto del sub conscio.
La poesia si muove in uno spazio simbolico denso e quasi ermetico, dove il gesto iniziale si carica subito di una peso ambivalente: è un atto insieme generativo e distruttivo. Le bacche, semi di vita e nutrimento, vengono consegnate a un luogo ostile, i rovi, che evocano ferita, intrico, difesa, un tentativo di trasformazione tardiva, forse consapevolmente destinata al fallimento o comunque segnata da una stagione di declino. In questo senso, l’io lirico sembra agire contro se stesso, “nel tentativo di fingermi avaro”, come se trattenere o negare fosse una forma di autodifesa emotiva.
Molte le tensioni interne che emergono con forza, dove si accumulano stati d’animo (“dannato distrutto deluso”) senza punteggiatura, in una sorta di flusso compresso e affannoso. L’“afrore represso” allude a un’energia vitale o passionale trattenuta, che non trova sfogo e si converte in rabbia trattenuta “in disparte”. Questa rabbia, tuttavia, non esplode: lavora sotterraneamente, “a levigare le strade alle sponde”, immagine che suggerisce un’azione lenta, quasi ossessiva, di adattamento o di consumo interiore.
Il testo si colloca in una linea di poesia contemporanea che privilegia l’opacità semantica e la densità metaforica, rinunciando a una narrazione lineare in favore di un accumulo di immagini e stati interiori. La lingua è fortemente nominale, con una riduzione della sintassi e dell’interpunzione che contribuisce a creare un ritmo spezzato, quasi ansimante, coerente con il contenuto emotivo.
Dal punto di vista stilistico, si nota una tensione tra concretezza e astrazione: accanto a termini molto fisici “cesoie”, “croste”, “raschiato” compaiono parole più rarefatte o concettuali: “come farei/ senza il colpo della ghianda/ sulla terra”, “è una smania che teme/ folle di tripodi e specchiere/ fitta annodature di traglie”, creando un lessico stratificato che richiede un lettore attivo e attento.
Simpaticamente la raccolta si suddivide in cinque sezioni, che l'autore chiama "croste": Oniros, Corpo e materia, Paesaggio e memoria, Contramore e bella morte, Disgregazione, quasi per segnare le varie tappe di un percorso che si avviluppa tra meditazione e sussurri.
Antonio Tammaro con i suoi ritmi si distingue per la coerenza del tono e per la capacità di tradurre un conflitto interiore in immagini incisive, forte densità simbolica, sospensioni del pensiero e delle visioni.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 17 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANO MAROCCINI

**********************************
Giuliano Maroccini: “Le cose elementari” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 40 - € 12,00
Uno scrigno tascabile nel quale la poesia alberga nel ritmo incalzante delle sillabe, pronunciate elegantemente tra sbuffi di allegria e incertezze, tra appunti quotidiani e spontanee luci abbaglianti.
Sono soltanto dodici poesie, ma bastano per rinfrescare il pensiero e ricercare la parola.
Brevi ma capaci di costruisce una tensione delicata tra il desiderio umano di orientamento e la percezione di averlo smarrito. L’io lirico esprime un bisogno quasi primordiale di ritorno alla natura (“muschi e sorgenti”), luoghi che evocano purezza, origine e autenticità. Il gesto del “guardare bene” e del “fermarsi” suggerisce una pausa rispetto al ritmo disordinato dell’esistenza moderna: è come se solo rallentando si potesse recuperare un senso più profondo delle cose. In questo scenario, gli animali — il bue e l’asino citati alla IV — assumono un valore simbolico: non sono semplici presenze pastorali, ma custodi di una memoria che l’uomo sembra aver perduto. Il riferimento alla “stella cometa” richiama esplicitamente l’immaginario della Natività, e dunque una dimensione sacra, di rivelazione e di guida. Tuttavia, mentre gli animali potrebbero ancora “ricordare”, l’io poetico confessa la propria condizione di smarrimento: “vago senza meta”: una nota di disorientamento esistenziale, in cui l’uomo appare separato sia dalla natura sia dal divino.
La semplicità di questi testi è solo apparente, costruita su un linguaggio essenziale e su immagini archetipiche. L’uso dell’enjambement e dei versi brevi contribuisce a creare un ritmo frammentato, che riflette lo stato interiore dell’io lirico. La scelta di interrogare gli animali, la verde natura, la sintassi che appare, il rancore, la pietà, introduce un rovesciamento significativo: la sapienza non è più prerogativa dell’uomo, ma risiede in ciò che è umile e naturale. Questo ribaltamento richiama una tradizione poetica novecentesca attenta alla crisi della modernità e alla perdita di senso, ma lo fa con una leggerezza quasi fiabesca, evitando toni esplicitamente drammatici. Il risultato è una meditazione discreta ma incisiva sulla distanza tra l’uomo contemporaneo e le sue radici spirituali.
“Vorrei essere didascalico/ e invece ogni volta travalico/ i confini si rompe la sintassi/ un’epistassi di parole come se andassi/ a coglier viole col retino/ versarmi addosso il vino/ sporcarmi tutto come un bambino/ che fa la cacca come una vacca…”
*
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA

**********************************
CARLA MALERBA: "UN TEMPO NUOVO" - FaraEditore, 2026
… Ora sotto lo specchio immoto/fluttuano foreste d’erba/con braccia amorose invocano/i messaggeri del disgelo.
Come le foreste d’erba che, fluttuando, invocano un prossimo disgelo, così l’essere umano invoca che qualcosa o qualcuno sopraggiunga a liberarlo da una condizione di chiusura e solitudine. Qualcosa accade, un improvviso bagliore che lacera la notte, e la vitalità dell’essere si risveglia, esplode. L’essere entra in Un tempo nuovo. Nel quale “Come gioia pura” “A tratti senti”.
Così, iniziando dall’ultima poesia, mi piace cogliere l’essenza di questa raccolta di poesia, ultima fatica di Carla Malerba, dall’immagine di copertina del tutto allusiva al contenuto: rovine in primo piano (il passato) quasi del tutto ricoperte da una rigogliosa vegetazione (il presente). La vita ritorna sempre ciclicamente nella natura, come nell’intimità umana. “Come gioia pura/l’oro delle foglie/scende lieve dai rami/a formare tappeti solari/muoiono/ma risplendono/ciclo che si chiude/attesa che si rinnova”.
La poetessa si è rigenerata, ha conquistato un tempo nuovo; ora vive e canta il suo sentire presente in cui dominano la contemplazione della bellezza “Nell’albero la luce del crepuscolo…” e la meditazione quieta sulle cose del mondo “E’ il dono della vita/che stupisce/è l’occhio universale/che risveglia/accenti d’amore alle creature…”
Il ricordo del passato non soddisfa “Ritornare/è un po’ come morire/anche i luoghi invecchiano/ e negano la dolcezza del vissuto…” “…sentire il vuoto dell’indifferenza verso passate stagioni/di cui l’unica certezza/è l’incerta memoria…”.
In questa nuova dimensione intima è il tempo presente che conta, un tempo di accettazione e di serenità, un tempo in cui lo spirito si riempie di gioia per le cose piccole, ma a ben vedere grandi, che ci sono state donate insieme alla vita; le cose essenziali del mondo cantate dall’amato Francesco d’Assisi: “…per quella famiglia/di sole, d’aria e vento/d’acqua di fuoco e stelle…” Ed ecco che ricorrono sparse nei versi le parole quieto/a, lieve, luce, cielo, sole a testimoniare la gioia di vivere in questa rinnovata semplice spiritualità, dove anche la morte è dono di Dio.
Lo stile di Carla Malerba sembra essersi ulteriormente affinato, ora consiste in poche parole selezionate con cura per testi brevi, quasi frammenti, dal dire essenziale e delicato, fatto di espressioni spesso nominali.
Dai versi in cui, come esprime nelle due meta-poesie presenti nella raccolta, privilegia chiarezza e raggiunta semplicità, si sprigiona una musica dolce e una certa misteriosità, quasi che le parole ci raggiungano dalle nostre lontane origini. Molto efficaci le immagini rappresentate, talvolta anche suggestive “…il fischio del treno/ancorato alle rotaie/ripete senza sosta/le stesse parole ferrate d’addio…”
Un tempo nuovo è una raccolta di poesia in frammenti che, se lo leggi e lo rileggi, ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza, donando benessere all’anima.
Trascrivo qua sotto tre poesie come esempio di ciò che si può trovare di bello e di vero nel libro.
***
A tratti senti
fluire il tempo
non questo tempo
l’altro
del tutto che si compie
vuoto d’ore
eterno
***
Ho pensato parole
da darti
per vita donata
parole che sai
sussurrate
per dirti
che amore s’infinita
ad onta dei divieti
e provo a immaginarti
nei gesti
negli sguardi
e il mio sfiorarti
è lieve scricchiolio nella spalliera
***
In questo vespero appannato
che prelude
a un assorto tempo umano
depongo con cura ciò che resta
delle trascorse stagioni
Qui è vivo il presente
Scandisce ore di tedio
il ticchettio della pioggia
-
Nel cielo velato
fosco di ambigui sussurri
si compie il passaggio
e quel che resta
il Tempo trasfigura
***
FRANCA CANAPINI

giovedì 16 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO DAINOTTI

***************************
Fabio Dainotti: “Per gente sola” – Book editore- 2026 – pag.96 - € 18,00
Uno scorrere rapido di pensieri e di figure tra versi che mantengono il ritmo per una poesia che riesce a dare forme e riconoscimento alle parole dalle battute alchemiche. Non rincorre qualcosa di misterioso, ma è capace di indicare con delicatezza e colori svariati la condizione di solitudine che attanaglia quotidianamente nella semplice storia umana.
Le scene si spostano facilmente tra piccole stanze sotto i tetti e l’isolamento dei pensieri, e a volte c’è spaesamento come se le percezioni fossero simboliche, o ancora la capacità di rovesciare le aspettative in una incrostata solitudine esistenziale, forse anche legata al buio.
A tratti il lettore sente un raggio che lo sfiora per accendere speranza e a tratti la solitudine viene addirittura agognata. Quasi uno scherzo del nostro sub conscio che offre zampilli alla ricerca di un metro capace di riorganizzare le difficoltà relazionali.
Questi versi hanno un tono molto tipico della poesia novecentesca: frammentario, quasi fatto di appunti (“tracce, messaggi, pensieri”), ma attraversato da un filo preciso — la solitudine e la percezione strana dello spazio e del tempo.
Si apre con un’idea semplice ma importante: tutto cambia. I pensieri non sono mai gli stessi, c’è una continua mutazione interiore.
Mentre emerge un senso di assenza: un luogo elegante (il salone illuminato) ecco che la poesia porta le tracce di qualcuno, ma non del soggetto. È una presenza mancata.
“Si respira in questi versi dainottiani, volutamente sfilacciati ed erratici, (scrive Luigi Fontanella in prefazione) il vivere sospeso di gente presente einsieme assente; gente quasi fantasmatica che “intravive” dentro una propria dimensione semi-onirica. Credo che in quest’atmosfera tra l’esserci e il non esserci, ossia tra presenza e assenza, risieda il fascino particolare e umbratile della poesia del Nostro, all’interno di luoghi reali e al contempo mentali in cui il soggetto agente e ben attento ai minimalia che lo circondano ma, al contempo, anche come fosse spesso “distratto”, ossia solo con-vivendo in un Altrove in cui volentieri vorrebbe “rifugiarsi”, congedandosi dal mondo e anche da sé stesso.”
Ogni frammento cerca di accostarsi ad una soluzione, che a volte diventa biografia e a volte ricama misure austere, verso il raccoglimento, verso la ricerca.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 15 aprile 2026

POESIA = EMMA PRETTI

***************************
"Il profumo di un mazzo di fiori"
-
Nella gioia il cuore si confonde
intento a comporre respiri
e assorbire profumo di fiori.
E ’un infante estasiato che balla
Dentro lo chiffon del vestito più bello
di mamma.
Di fronte allo specchio
il riflesso della sua vita cambiata
lo inebria come un armadio aperto
e stupendo.
Il guaio è che non vuole più andarsene
s’impunta a restare lì per sempre,
non vuole più crescere.
***********************
"La musica e il sogno"
-
La musica non ha il sogno, lo attraversa.
La musica non contempla il sogno, lo possiede.
Non ha parole per descriverlo, viaggia con lui.
Il sogno della musica è desiderio che zampilla,
una visione tesa all’evanescenza.
La musica non dubita del sogno,
lascia che in esso voci si chiamino
e si rincorrano
come elfi nella Foresta Dell’Invisibile.
****************
"Tracce"

Vorrei lasciare orme
semplici e affascinanti
come passi di uccelli
sulla neve.
-
Tracce che dicano:
seguimi, anche se
non mi raggiungerai,
là dove la neve
si fonde con la nebbia.
*
EMMA PRETTI

martedì 14 aprile 2026

POESIA = FRANCESCO RANDAZZO

*********************************
Tre poesie inedite in siciliano
-
I
Pani ca si spezza ‘ntra li manu
st’amuri di figghiu ca mi lèvita
d’intra ‘u me cori ormai stancu
e l’arma si rapi tutta di celu
taliannu stu carusu ca surriri.
-
Dammi la manu, figghiu,
stringila forti, accumpagna
li me’ passi strammulianti,
caminamu ‘nsemula ancora,
ancora picca picca, pi sempri.
-
Ma quannu ju mi fermu, tu cuntinua. *
I
Pane che si spezza tra le mani
quest’amore di figlio che mi lievita
dentro il cuore mio ormai stanco
e l’anima s’apre tutta di cielo
guardando quel ragazzo che sorride.
-
Dammi la mano, figlio,
stringila forte, accompagna
i miei passi traballanti,
camminiamo insieme ancora,
ancora poco poco, per sempre.
-
Ma quando io mi fermerò, tu continua.
***********************
II
Curtigghi ciaurusi di vasilicò e menta,
tirrazzi russi di pummaroru sutta ‘u suli,
strati disignati di luci, palazzi di petra janca,
e lu mari, lu mari vecchiu, la spuma di mari
ca sbrinziava lu canuzzu ca m’accumpagnava,
girannu lu paisi cu ‘na bicicletta vulanti,
ventu cauru e ciauru di vita sarbaggia,
senza sapiri comu, né picchì, ju sulu
‘nta di jorna luntani, picciriddu, ju
fui d’intra la mavarìa di la filicità.
*
II
Cortili profumati di basilico e menta,
terrazze rosse di pomodori sotto il sole,
strade disegnate dalla luce, palazzi di pietra bianca,
e il mare, il mare vecchio, la schiuma di mare
che spruzzava il cagnolino che m’accompagnava,
girando il paese con una bicicletta volante,
vento caldo e odore di vita selvaggia,
senza saper come, né perché, io solo
in quei giorni lontani, ragazzino, io
fui dentro l’incantesimo della felicità.
********************
III
La campanedda di la missa sunava,
agginucchiuni e mani junti, aspittava
ca n’angilu vulannu m’agghicassi
‘nu rispiru novu, ‘n sarvamentu,
e cu l’ali accarizzassi l’armuzza
mia, cumpagna di malincunia,
e lu scantu di viviri passassi.
-
Lu ‘ntisi pi daveru dd’angilu,
e ancora aspettu c’arritorna,
p’abbulari liggeri, celu celu.
*
III
La campanella della messa suonava,
in ginocchio e mani giunte, aspettavo
che un angelo volando mi portasse
un respiro nuovo, una salvezza,
e con le ali accarezzasse la piccola anima
mia, compagna di malinconia,
e la paura di vivere passasse.
-
Lo sentii per davvero quell’angelo,
e ancora aspetto che ritorni,
per volare leggeri, cielo cielo.
***
FRANCESCO RANDAZZO

sabato 11 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LELLA DE MARCHI

******************************
Lella De Marchi: “Le stanze di Emily”- Anterem edizioni – 2024- pag. 68 - € 14,00
Sin dall’ouverture si assapora quale sia il potenziale amalgamato in una scrittura rapida e corposa insieme, che si colloca in una linea di poesia riflessiva e metapoetica che indaga i processi della percezione più che i contenuti dell’esperienza. L’oggetto quotidiano, ridotto alla sua funzione minima (il cassetto come contenitore , ad esempio), diventa un dispositivo epistemologico: ciò che conta non è il cassetto in sé, ma il modo in cui viene guardato, pensato, isolato o reintegrato.
In quarta di copertina leggiamo: “Grazie a Lella De Marchi rientriamo nella grande storia letteraria e poetica che attraversa l’800 e si spinge fino alla prima metà del novecento, una storia densa di vertigini e drammi, e lo facciamo con il suo sguardo contemporaneo e attualissimo, per merito di una scrittura che naturalmente include e contiene istanze recenti. Cercare la prosa, quasi un’idea narrativa, dentro una forma poetica rende questa raccolta ricca di uno scorrere impreziosito da raffinate iterazioni.
La divisione dell’opera è in sezioni con i nomi delle stanze di una casa, “Le stanze di Emily”: spaesante è l’avere intitolato “Una stanza tutta per sé” quella dedicata alla soffitta. Come se Virginia Woolf entrasse di diritto nella casa di Dickinson. Un proseguimento temporale che può essere un ideale passaggio di testimone, nella tensione del gesto, nel sottile proseguire di una storia a lungo pensata, che finalmente plana in un libro che in più accoglie precise citazioni dickinsoniane.”
La stesura allora si costruisce attorno a un oggetto minimo e quotidiano che diventa progressivamente il centro di una riflessione sul rapporto tra percezione, pensiero e realtà. Fin dai primi versi, l’atto del “guardare” non è mai neutro: osservare il cassetto significa già selezionarlo, isolarlo, conferirgli un privilegio ontologico rispetto al resto del mondo. Il soggetto dichiara esplicitamente questo gesto: “lo scelgo. lo metto a fuoco. / e tutti gli altri cassetti scompaiono”. La realtà, dunque, non è data una volta per tutte, ma emerge come effetto di un’attenzione che esclude.
Si introduce una tensione tra ciò che è e ciò che appare: la visione non coincide con la verità dell’oggetto, ma con una costruzione mentale. In questo senso, il verso “sto guardando un cassetto mentre vedo quello che sto pensando” esplicita la sovrapposizione tra percezione e pensiero: non vediamo le cose, ma il modo in cui le pensiamo.
Così: “ la voce al mattino si sente una moglie tradita./ si è accorta della distanza tra la spalliera/ e il materasso, tra il capo e il fondo del letto./ (della sua distanza, forse, o forse della distanza tra sè e le cose) produce però un effetto emotivo inatteso, che riflette una proiezione del soggetto, riconosce nel destino dell’oggetto il proprio rischio di isolamento, conseguenza della selezione percettiva. Qui la poesia si apre a una dimensione quasi cosmica, in cui l’oggetto iniziale perde centralità e viene ricollocato in una rete infinita di relazioni.
La poetessa, dunque, mette in scena un doppio movimento: da un lato la costruzione soggettiva della realtà attraverso l’attenzione, dall’altro la resistenza oggettiva del mondo che sfugge a questa costruzione. Il tempo è la dimensione necessaria per attraversare questi passaggi: dal dettaglio all’insieme, dall’insieme al dettaglio, in un continuo oscillare che definisce l’esperienza conoscitiva.
La lingua è volutamente piana, quasi prosastica, costruita su ripetizioni e variazioni minime. Questa scelta stilistica rispecchia il contenuto: il pensiero procede per tentativi, correzioni, ritorni. Le iterazioni mimano il lavoro della coscienza che cerca di scardinare i propri automatismi. Non c’è slancio lirico né figurazione complessa, ma una sorta di “ascesi dello sguardo” che riduce il campo per interrogarne le condizioni.--
“riempire quello che c’è da riempire e svuotare/ quello che c’è da svuotare. Avere/ la forza di affidarsi all’ignoto per vederci/ più chiaro, chiarire senza mentire. Dare/forza all’evidenza per vedere quello che resta/al fondo del bicchiere. sapere quello che vedi,”
La centralità del soggetto seleziona, emerge una realtà eccedente, non riducibile alla coscienza. In questo senso, il testo evita sia il solipsismo (tutto è costruito dal soggetto) sia un realismo ingenuo (il mondo è dato indipendentemente): si muove piuttosto in una zona intermedia, in cui percezione e realtà si co-determinano.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

**************************
“Nudità”
Le tue cosce in penombre s’aprono al ricordo,
stolte le mie mani palpeggiano il morbido cuscino
che accoglieva la pelle, gli umori, le perle.
Ingigantisce la mia passione nel socchiudere gli occhi,
densa e sterminata come le vele al vento,
e nei pensieri attende lo strisciare d’una serpe.
Estinguersi lentamente nel silenzio
sospeso alle tue dita, alabastro o cenere,
ormai tocchi di verbene che affiorano
clandestini nelle pieghe ostinate del letto.
Sul piede nudo scivola la luce, lenta.
Il tuo piede, affusolato e segreto,
mi sfiora con la grazia silenziosa della fine,
e accende nel tatto un brivido sottile,
come se ogni nodo fosse una promessa,
un invito lieve, trattenuto, ma infinito.
Le braccia, morbide e piene, donano carne,
racchiudono il calore vacillante alle tempie,
si offrono come rifugio, ora che sono solo.
Spilli infilzati a stento tra le mille carezze
e le nascoste radici della primavera,
così con la faretra piccole fiamme nel palmo
per le briciole di un funambolo.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALENTINA MELONI

*******************************
Valentina Meloni: “L’evidenza del vuoto” – Ed. Ensemble – 2022- pag. 84 - € 12,00
Il fuoco principale che riscalda queste poesie è la capacità di plasmare il quotidiano e ricondurlo al sorriso che spesso si sofferma al sentore di un mondo che circonda tra “le pareti in intonaco a vernice” e “il fingere l’amore che non siamo”.
Valentina Meloni parla, sussurra, suggerisce, ammira, riflette, ripropone, affonda nel verde del prato o dona con delicatezza una perla d’amore.
Mi piace allora indicare, scelta a caso, una poesia per entrare nella sua ricerca della parola:
"Ci sono giorni pieni di ombre
chiuse a chiave tra i muri
e coperte sfatte di sogni.
Avrei voluto muovere i desideri
far ripartire un tempo nuovo
ma tutto si ferma sempre
a quello che ci manca: l’amore
- Mi ricorda un verso-
È il mancato appuntamento.
Tu non ci sarai alle 6,50
di questo giorno qualunque
non ci sarò io a dirmi mare pane.
Se ne andrà, tra le nebbie dell’alba,
vagando in esausta esistenza
una bambina rubata alle ore."
-
Si costruisce attorno a un’atmosfera di sospensione e mancanza, dove il tempo e lo spazio sembrano contrarsi in una dimensione interiore segnata dall’assenza. Le “ombre chiuse a chiave tra i muri” evocano una condizione di clausura emotiva: non solo un ambiente fisico, ma soprattutto uno stato dell’anima in cui i ricordi e i desideri restano imprigionati. Le “coperte sfatte di sogni” suggeriscono un’intimità violata o incompiuta, come se il sogno non fosse più rifugio ma traccia di una disillusione. Tensione tra volontà e immobilità: “Avrei voluto muovere i desideri / far ripartire un tempo nuovo”, ed ogni slancio si infrange contro una stasi inevitabile. Questo blocco esistenziale trova la sua causa profonda in ciò che manca: “l’amore”, definito con grande efficacia come “il mancato appuntamento”. L’immagine è semplice ma potentissima, perché trasforma un sentimento astratto in un evento concreto e quotidiano, mancato per sempre. L’orario preciso, “alle 6,50”, rafforza questa dimensione realistica e accentua il senso di perdita: il dolore non è vago, ma puntuale, scandito nel tempo.
Il finale introduce una figura simbolica, “una bambina rubata alle ore”, che sembra incarnare l’innocenza sottratta, il tempo perduto o una parte fragile del sé condannata a vagare “tra le nebbie dell’alba”. L’alba, tradizionalmente momento di rinascita, qui si rovescia in uno spazio di smarrimento, sottolineando l’esausta condizione esistenziale del soggetto.
Colpisce per la sua capacità di coniugare immagini concrete e tensione lirica, costruendo un linguaggio essenziale ma denso di suggestioni. L’uso di dettagli quotidiani, come l’orario preciso, si intreccia con simboli più ampi, rendendo il testo accessibile e al contempo profondamente evocativo. Particolarmente riuscita è la definizione dell’amore come “mancato appuntamento”, che condensa in una formula memorabile il tema della perdita. L’intero componimento mantiene un equilibrio efficace tra introspezione e visione, dimostrando una sensibilità poetica autentica e consapevole.
La metrica di tutta la silloge dichiara una personale capacità di scrittura, che riesce fortunatamente a mantenere quel ritmo necessario nel creare musicalità nel verso. Ella ricama figure tra “la pazienza di chi sorregge il cielo” e “la danza delle dita sui tasti bianchissimi della vita”, tra i “sepolcri di mattoni e polvere” e “un pianto trattenuto di petali di neve”, visoni che rendono il cromatismo scintillante della lirica intessuta di preziose metafore.
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 10 aprile 2026

POESIA = GIORGIO BONA


*************************************
"Piccole variazioni su temi di Gianni Coscia"
************
"Uno"
-
Come la nave in un pozzo andare mica a credere che sono contro sai duvej dì la lingua o piuttosto sembra in principio supponi di cambiare la rotta uarda chi vorrei darti in bašen da nascundon a proposito di abbracci mi ami sì sì che piašì cerea arvedzi ti ho conosciuta è stata una gioia se scrivessi per te che apparivi in ogni luminoso passaggio credo diresti dai bugia quando tu l’assorbente che asciuga le tue labbra vedi il rapporto non lo reggo mica un sussulto intimo della materia sotto le dita note ritmate da noi controcorrente e qui possiamo salutare ten da ment fa che t’nabj occorrerà che un giorno la conquista del massimo per questo un giorno la via lattea am viš la terra mi fu inopportuna dov’è l’anello mancante se c’è un mancante citu il silenzio di questi infiniti spazi è per te quando la mia stella invecchia diviene così una grande perla questo globo colmerà il cielo a vig che u s’à sbroja io mimo il minimo senti come fischia il vento pensa come è dura la lotta fuori savej nent ora so perché sari j’oğ tre secondi dimmi se vedi sotto la volta blu ecco è l’amore notte che ci rivelerà nelle parti ansema bita l’assenza dunque accarezzo la luce capisci ecco la sillaba smarrita giunge senza indicare smile l’atomo at home non ho nulla contro te nessuno il soggetto posto al dì fuori ovvero la storia che finirà per essere l’infinito insieme a poss nent ciamè u tò nom Laura adorabile per forza su di me ma piuttosto silenzioso.
********
"Due"

Continuiamo nell’insolito modo qui dentro tu si sente in apparenza dai borbotta i fatti di togliere velo l’infinito cominci a sorgere nei suoi paraggi come si trattasse di un messaggio eccola che riprende il mare sta ’tent a drumiva un vento fresco mi svegliò vidi la Stella del Mattino forse lei ha conservato l’inizio bene questo è lo sfondo girevole chi siamo noi per decidere dimmi tutto il sogno sono io il lapsus corporis doloris linguae te che t’ej surtìa da chi ma chi saprà affermarlo con dignità vai a vedere altrove se ci sono oppure è il vortice per trovare niente nessuno il sipario Madamen Pažiensa che rientra mi ero accorto che tu eri incollata all’orale che mi trovavo coinvolto dentro un fatto senza di me sostanza intima sentii bussare cul che prima l’era u tò pass attraverso la mia ombra volevi dirmi qualcosa dai per esempio duma drenta la storia mettiamo che trovi curioso dove la mente si fa largo conosci per caso il racconto nei dettagli c’è una lingua un’invocazione nel bel cielo blu l’è nent da sta sviğ ‘me squatè il ritorno di un astro il suo passaggio in un punto della mente se tutto si gioca prima dell’amore e allora dove vai cosmico tempo o io in parallelo un punto fisso le formule raccolte parole sai ciò che mi colpisce sarai sempre come una volta danza mano nella mano a doppio passo tira a far spazio intorno ma si tratta di sapere dove vuoi andare quando occorre prestarsi all’ascolto tu continui con la stella polare è lontano l’oceano ora senza rotta rema al silenzioso passaggio del cuore
*
GIORGIO BONA

giovedì 9 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALFREDO ALESSIO CONTI


**********************************
“Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali” di Alfredo Alessio Conti (Independently published, 2025 pp.66 € 8.50) espone le convenzioni espressive dell'attualità, analizza lo studio consapevole delle parole e della loro influenza, illustra l'informazione cognitiva di un modo di scrivere, ancorato ai dettami della contemporaneità. Alfredo Alessio Conti trasmette al lettore una disorientante e significativa alienazione digitale, alimenta un'alterazione delle percezioni che, nei testi, traduce il modello deformante della realtà e delle emozioni, compone un potente stravolgimento della poesia dell'aspetto esistenziale in cui verità e inganno si confondono e intensificano le previsioni illusorie, nel contrasto interiore tra una pulsione sensibile e il suo disadattamento. L'autore osserva il cambiamento inesorabile della personalità umana, condizionato dall'impiego irresistibile, ossessivo e maniacale delle connessioni digitali, descrive l'utilizzo eccessivo di un vocabolario affrancato alle regole di una evoluzione linguistica alla deriva, spiega l'esperienza immersiva di un'interazione sociale nel rapido e frammentato contesto delle proprietà virtuali. Il libro mostra, anche visivamente, attraverso l'uso del carattere maiuscolo in alcuni versi, la sperimentazione artistica di ogni parola, collegata a un'estetica interpretativa dal forte impatto psicologico e analitico. Raccoglie il contenuto magnetico e iperbolico delle sensazioni artificiali, la scissione della coscienza, la dispersione dell'identità, laddove la mente e i pensieri sono sopraffatti da una dipendenza destabilizzante, i comportamenti umani elaborano una persistente contraddizione interferendo con le relazioni e la vita quotidiana. Alfredo Alessio Conti accoglie la sua poesia come la corrispondenza di un'indagine introspettiva alimentata dallo sbilanciamento affettivo e dalla sovraesposizione mediatica, la cronaca lucida e spietata di una riduzione comunicativa, di una sorveglianza di incomunicabilità e di superficialità che nutre il vuoto tra l'invadenza preoccupante e disarmante degli effimeri rapporti interpersonali e la simulazione del sentire. Consuma la destrezza sapiente dei versi per circoscrivere il disegno costrittivo dell'uomo, nella morsa che attanaglia le sue esitazioni, nella condizione di estraneità e di distacco da una frattura empatica tra ciò che si è e ciò che si vive senza la sensazione di una tangibile partecipazione al circuito del cuore. La poesia di Alfredo Alessio Conti rivela la vulnerabilità dell'uomo, spettatore di se stesso nel suggestivo palcoscenico della vita, vincolato nelle trame di un processo degenerativo, inadeguato alle deterioranti contrazioni di una lingua che trattiene la sua decadenza nel codice incisivo di una struttura disumanizzante, imposta da una sintassi opprimente e spersonalizzante. La costruzione poetica dell'autore si fa integrazione di un discorso che fortifica la densità eloquente dei segni e dei simboli, compone un valore terapeutico dinamico di comprensione, riconosce le interazioni disturbanti e minacciose tra individuo e società, l'assenza perturbante della congiunzione dialettica in un dialogo artificiale, la dimensione patologica del dire, la maglia intricata dei confronti in un sistema senza stabilità. Il libro rappresenta il groviglio enigmatico degli agguati mentali, una risposta esplicita alla crisi esistenziale, il disorientamento e lo smarrimento della solitudine, la vertigine dell'isolamento, nel passaggio destrutturato dove la capacità di perdersi diventa indispensabile per ritrovare se stessi e la propria valenza trasformativa.
-
Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
**********************
TESTI SCELTI
=====
"UN NULLA"
-
Ho scritto centinaia
di PAROLE
in Internet.
Ho ricevuto migliaia di
MI PIACE
sulle mie pagine.
Di tutto questo
UN NULLA
mi è rimasto.
-------------------------
"IPHONE"
-
Scorro con le dita
sul mio
IPHONE
alla ricerca
del mio
PASSATO.
Non trovo NULLA
che mi
RICORDI veramente
CHI SONO.
---------------------------
"MAGAZZINO BYTE"

Oggi sono
quel che non sono.
ATTACCATO
ad una FLEBO DI CAVI
connessi alla rete
IMMAGAZINO byte
per sopravvivere
alla mia INCOSCIENZA.
-----------------------------
"SPAZIO CYBER"
-
Nel cyberspazio
mi rappresento
con la mia identità digitale
nell'AVATERRA
annuncerò
la mia FINE CORSA.
----------------------------
"ORMAI PER DIRTI"
-
Ormai per dirti ti amo
non mi resta che inviare
un messaggio whatsapp
una pagina Facebook
un video Tik Tok
un Twitt, un Instagram
non ho più parole
sulla bocca.
***

mercoledì 8 aprile 2026

POESIA = CRISTIANO CUTURI

********************************
"L’abbraccio."
-
Dentro il mio sonno,
è lì che ti stringo, amore,
in quel momento in cui la vita muore.
Perché il sonno e la morte sono fratello e sorella.
E’ proprio lì che tu mi sei così cara.
*******
"Hanno calpestato i fiori."
-
Hanno calpestato i fiori
ed hanno così sporcato le aiuole,
quelle aiuole verdi di quando io ero piccolo
e che mi sembravano tanto grandi.
Il pane è stato spezzato
e gli occhi grandi del mondo sento che mi guardano
con tutta la loro forza, come se fossero pietre.
Io, in questo mondo, sono uno di quei fiori,
dal gambo lungo e colorato solo di bianco.
Io grido al cielo tutta la mia vita, così, come se fosse una preghiera,
una preghiera che Dio non potrà ignorare,
adesso che è mattina e che non c’è confusione in cielo.
**
Cristiano Cuturi.

martedì 7 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLA MIGLIACCIO


****************************
“con le mani nella neve” di Paola Migliaccio (Eretica Edizioni, 2025 pp.80 € 15.00) raggira lo spazio bianco del gelo interiore e scalda il cuore della poetessa, custode dei ricordi e degli affetti. Paola Migliaccio evoca immagini di autenticità, racchiuse nell'essenzialità dei versi, attraversa la fragilità umana nel rigido e pungente scenario delle parole e nell'intenso e appassionato passaggio delle esperienze. L'energia coraggiosa e consapevole di ogni sentimento produce nell'autrice una riflessione sul fondamento del presente, ancorato alla risorsa emotiva del passato e disponibile alle occasioni di crescita personale e di maturità sensibile. La poesia di Paola Migliaccio viaggia intorno alla presenza costante della speranza, intesa come un'ancora di salvezza per l'anima, nella volontà di guardare oltre le difficoltà della vita e intraprendere nuovi cammini di resilienza e di fiducia. I versi incontrano anche l'espressione di una poesia carnale, viscerale, in cui la forma elegiaca profonda e accorata estrae il solco confidenziale nelle sincere sensazioni, trasformano il vissuto in testimonianze essenziali e vibranti, disegnano il raggio impalpabile del corpo e della vicinanza in una trama che è residenza riflessa del cuore. La poesia di Paola Migliaccio è un richiamo sapiente dell'anima, ospita il carattere spirituale delle ferite, stabilisce le sue radici all'interno di una spinta vitale collegata al recupero delle proprie motivazioni e al soccorso della gratitudine e della cura, si lega necessariamente ai luoghi solidi e tangibili della propria conoscenza. Paola Migliaccio esplora l'inquietudine senza filtri, in maniera impulsiva e diretta, la manifesta negli abissi silenziosi nella memoria fisica e trascendente, nella concretezza corporea dei legami, radicati nella misteriosa e affascinante ricerca del proprio posto nel mondo. Prolunga oltre l'assenza e la perdita ogni risorsa cognitiva delle domande esistenziali abbracciando la capacità artistica di dare un senso alla vita e alle sue infinite possibilità, mantenendo la dimensione introspettiva delle risposte. “con le mani nella neve” è una rivelazione letteraria in cui il significato originario della poesia trova la sua intonata identità nella pagina scritta, densa di istintiva e dirompente avidità. Il libro sigilla l'estenuante passaggio dell'eternità, racchiusa in un battito vertiginoso di desiderio di vita, suscita nel lettore la reazione approfondita di un coinvolgimento ammantato dalla sospensione del tempo, traduce l'emozione in pensiero presentando una visione meditativa e terapeutica dell'ispirazione poetica e di tutto il suo indelebile e incendiario respiro. Paola Migliaccio sente l'urgenza di descriversi attraverso un linguaggio visivo per esplorare la bellezza e il dolore della materia impalpabile, difende il candore di ogni preghiera di salvezza oltre il riverbero di ogni vuoto, entra in contatto diretto con l'elemento naturale incontaminato, ritratto per metafora, nella neve, simbolo di un fenomeno incantato che avvolge l'indagine cosciente della propria finitezza, attutita dalla capacità di comprensione e dall'opportunità di rivolgere l'attenzione verso il proprio mondo e di spiegarlo poeticamente. Il messaggio sensoriale del libro assorbe la consistenza fisica, invita a esaminare, scomporre l'animo umano, a guardare dentro di noi per scoprire da ciò che si è perso il segreto ritrovato di ogni carezza, di ogni volo sopra la vulnerabilità, di ogni ricamo d'ali su ogni zona d'ombra.
*
Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
*******************************
Testi scelti
+++
Ti ho compreso
solo nel silenzio.
Senza parole,
abbiamo respirato
stelle gemelle.
----------------------
Mi sono data al mondo
mentre mi accarezzavi il volto
sotto un ciliegio in fiore.
------------------------
Ho senso di polvere
confinata in pelle cristallo

Parole squalo bucano
fitti argini di coscienza

Muto forma, trasfiguro
il sangue in mare di luce.
--------------------
Ho incontrato la poesia
come s'incontra Dio - nei vuoti d'aria -
tra le squame dei pesci orfani d'acqua
nel silenzio che squarcia il pensiero,
nel mio sfiorire, mentre inchino la testa,
per pudore - che morire non si può
-
non per vanità - solo per amore.
-------------------------------
Sospendeva persino il fiato dei lupi
la sua risata - un ronzio negazionista,
s'attaccava alle finestre e alla mia camicia
gocciolava parole come un uragano,
-
gli donavo boccioli per farlo piccolo,
- piccolo come me.
-----------------------------------
Ho raccolto ghiande vuote,
da riempire con sogni color cielo,
mani di madre prestate dal bosco
sul mio volto convalescente,
-
stella caduta in una notte inventata.
--------------------------
Resta solo - lo scalpello
a scaldare il cuore del tronco
si attenua la durezza - poco
sotto i baci del vento
-
Sono le tue parole a insistere
esplode il verde della linfa
- riposa la tempesta.
*