lunedì 20 marzo 2023

SEGNALAZIONE VOLUMI = CESARE VERGATI


**Cesare Vergati, "Aforismi a porte aperte", ExCogita editore di Luciana Bianciardi, Milano novembre 2022.
Sotto l’insegna del sermo brevis, in questi Aforismi a porte aperte di Cesare Vergati, ci sono le caratteristiche retoriche fondamentali della tradizione della scrittura aforistica, da La Rochefoucauld, a Leopardi, Wilde, Nietzsche, Cioran, Bufalino: antitesi, paradossi, ossimori, peripezie, antifrasi. A cui si associano figure retoriche del suono, più tipiche del sermo poeticus: allitterazioni, assonanze, consonanze, rime, paronomasie.
C’è una cifra inconfondibile che costituisce lo stigma di questi aforismi. Questa cifra non è designata da una scelta ideologica o teorica ma dallo stile. Sgorga dall’accurata ricerca di un vocabolario, garbato e impertinente, forbito e ruvido, obsoleto e attuale. Deriva da una costruzione ellittica concisa, cristallina e reticente, (non a caso un maestro della reticenza, Giampiero Neri, dialoga, alla fine del libro, con l’autore), della frase che fa librare, con acrobatica e calcolata leggerezza, il senso poliedrico dei testi, senza perdersi nei cieli o sfracellarsi a terra o farsi inchiodare da un significato unico.
L’aforisma rimane in bilico sul contrario. È come se gli opposti si contaminassero e capovolgendosi l’uno nell’altro, l’un l’altro s’intridessero, risemantizzando il contrario e il contrario del contrario.
«La capacità di sopravvivenza della speranza non eguaglia quella della disperanza» (p.22). L’economia semantica apparente di questo testo s’impernia sull’antitesi speranza/disperanza. L’autore, però, non usa il contrario lessicale normale di speranza, cioè disperazione, ma adotta un vocabolo arcaico e post-moderno: disperanza. L’uguaglianza fonetica, fondata sulla particella sper e sulla rima anza, richiamano e rimbalzano sulla rima interna della/quella/della. Viene innescato un effetto eco che attenua l’antinomia e fa emergere il sintagma iniziale: la capacità di sopravvivenza. Speranza e disperanza sono posti in un’oscillazione altalenante dall’una all’altra che induce un riverbero dell’una sull’altra. Capacità di sopravvivenza riceve un rilievo che la isola, la rende, quasi, autonoma.
Lo stesso meccanismo dell’antitesi e del quasi uguale semantico in «Il piacere ambisce alla stessa intensità del dolore» (p.23). L’antitesi semantica piacere/dolore, sul piano del significante è una consonanza che mette al centro l’allitterazione delle esse: “stessa intensità”. Come nell’aforisma precedente gli opposti tendono a ibridarsi, anche per l’uso di ambisce, un verbo intenzionale. Il senso profondo, ironico, s’impernia su di uno scarto sottile: piacere e dolore si assomigliano e tendono a diventare quasi la stessa cosa. La differenza, il quasi, è l’intensità. Il piacere, per quanto aspiri a raggiungere il dolore, non potrà mai eguagliarlo. La differenza è incolmabile. Il dolore è più forte.
Presenta una geometria analoga l’aforisma: «L’orrore non si lascia intimorire dal terrore» (p.26). La polarità, questa volta, si gioca su due parole contigue sia per significato sia per il significante, tanto da costituire una paronomasia. Il guizzo, l’esprit, scaturisce nel mezzo, intimorire, che è anche in allitterazione con orrore e terrore. Il centro, “non si lascia intimorire”, è un corollario paradossale e ironico dell’incontro tra orrore e terrore. L’orrore, anche se sfocia dal terrore, non si fa condizionare, va per la sua strada, è una variabile indipendente.
L’aforisma: «La mosca bianca non posa su escrementi» (p.26) sviluppa un’antitesi su di un piano visivo e simbolico. La mosca bianca è un insetto parassita ma è soprattutto una metafora della lingua che indica rarità. Inevitabile il raffronto con le altre mosche, quelle che sugli escrementi, invece, camminano volentieri e se ne nutrono, le mosche nere, con tutta la gamma ironica di significati, anche sociali, che questa allusione porta con sé. «Si plaude al nugolo cui si appartiene» (p.45). Di nuovo un ritmo ternario che mette al centro un vocabolo arcaico, nugolo, forma desueta di nuvolo, (nuvola oscura, caterva, moltitudine, sciame), in catacresi di solito abbinata a insetti (nugolo di moscerini), per dire: gruppo caotico ma denso, oscuro, rumoroso e fastidioso. È marcata e aguzza l’ironia associata alla voce si plaude, anch’essa forma letteraria, vicina al latino. Il gusto per la forma obsoleta, antica, non appartiene tanto a una poetica dell’indeterminato, come per Leopardi, quanto a una formulazione sfumata, minuziosa, dell’ironia, che acuisce la pointe antifrastica.
L’orizzonte della panoramica del mondo e di riflessioni che offrono questi aforismi a porte aperte, è ampia, multiforme, sfaccettata. L’ellisse li governa come un sortilegio che scava nella lingua dei loci communes, delle frasi fatte, dei proverbi e dei motti, togliendo la patina gialla che vi si accumula con l’uso quotidiano. Dissestando il senso comune, Vergati rimette in sesto le parole, in un nuovo circuito semantico, che ridona loro lucentezza.
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RINALDO CADDEO

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