giovedì 26 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = UGO MAUTHE


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Ugo Mauthe: “Melange” – Ed. Puntoacapo 2026 – pag. 166 - € 18,00
“la vita scorre come un film nel cinema vuoto”: con un senso tremendamente vertiginoso il poeta ci offre una costatazione para-filosofica, che dovremmo ripeterci quotidianamente, prima di giungere a quella fase terminale a conferma della non avvertita velocità delle ore, sfumate improvvisamente e quasi sempre non tenute a freno.
La silloge tutta è un continuo rincorrersi di frasi capaci di stimolare l’attenzione necessaria a soppesare il “quid” dell’esistenza, tra mottetti e allegorie, tra sussurri e incisivi, tra sobbalzi e sospensioni.
Le brevissime poesie giocano su un apparente paradosso: chi dovrebbe chiarire il senso della poesia – cioè i poeti e ancor più i critici – finisce invece per renderlo ancora più difficile. Il primo verso di una tra le tante afferma che “difficile parlano i poeti”, suggerendo un linguaggio già di per sé complesso, allusivo, non immediatamente accessibile. Il secondo verso intensifica questa idea: “i critici ancora più difficile – la poesia”, quasi a indicare che l’intervento della critica, invece di illuminare, rischia di sovraccaricare il testo con interpretazioni, tecnicismi e sovrastrutture.
Più di una pausa riflessiva prepara il ribaltamento finale: “aspetta a che si faccia silenzio”. Qui emerge il nucleo interpretativo più profondo. Il verbo “aspetta” rompe il registro elevato e introduce un tono più diretto, quasi orale, come se la voce poetica invitasse a sospendere il rumore delle parole – sia quelle dei poeti sia quelle dei critici. Il silenzio diventa allora condizione necessaria per accedere davvero alla poesia.
Per Mauthe la poesia autentica non si esaurisce né nella scrittura né nell’interpretazione, ma richiede uno spazio di ascolto interiore. Il silenzio non è assenza, ma apertura: è il luogo in cui il significato può emergere senza essere soffocato dal linguaggio e dalle sue complicazioni. Essenzialità, pochi versi, semplici interrogativi, ancor più semplici messaggi, invitando a non chiedere spiegazioni immediate, ma affondare nell’ascolto, come esperienza mediata dal cadenzato ritmo delle sillabe.
Le pagine sono elegantemente disposte in un abile alternarsi di enumerazione del foglio, in sezioni che l’autore chiama quadri: e come egli stesso suggerisce: “I quadri di cui parlo non sono quadri nel senso pittorico della parola, qui la parola “quadro” è usata nel senso di sezione, capitolo,…insomma, è un altro modo per indicare una divisione in (brevi) sequenze tematiche, come succede a volte nei balletti.”
David La Mantia in postfazione ci avverte: “L’ironia che si pone come medium tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E le figure retoriche che caratterizzano questo scacco sono più o meno sempre le stesse, come testimoniato dagli omoteleuti, dalle rime insistite, dalle paranomasie e dai bisticci. L’equivoco domina incontrastato…. La scrittura di Mauthe non vuole essere mai scrittura di strappo, non si pone il compito di aprire varchi. È invece scrittura di spaesamento. Perché l’intento non è ricomporre. Forse, il contrario…che apre una riflessione formidabile sul senso stesso del poiein, su un mondo ormai incapace di trovare senso nelle cose, sull’estraneità del verso al ciarlare imperversante.”
Le sillabe si affollano nella mente, e quasi tutte hanno la capacità di transitare nel pensiero “cogitante”, venendo giù verso il foglio e rimanere dispettosa “lamella”.
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ANTONIO SPAGNUOLO

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