venerdì 30 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Argine”
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C’è un grande prato verde nella mia memoria,
immenso, fermo al conteggio del polso,
mentre il tuo nudo torna umido tra foglie.
Nel sapore dell’erba frugo ancora attimi ulcerati,
timoroso di scoprire realmente passaggi dissolti,
ombre divise in morbide escursioni,
rapide tenerezze, sospese ad un ramo troppo carico.
La parola, allora, è groviglio della fuga,
una forma di spugna, confusa alle risposte impreviste,
che si affligge di istanti condivisi
alla brina, agganciata alle tempie.
Immutabile e stanco rimane soltanto quel silenzio
che divide l’argine incosciente.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 28 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO BOLLA

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Giorgio Bolla: “Dove sei” – Book Editore 2026 – pag, 86 - € 16,00
La poesia nasce spesso da una necessità profonda dell’inconscio di rompere gli argini del silenzio, di liberare ciò che il pensiero custodisce nelle sue pieghe più segrete e che la memoria trattiene sotto la cenere del tempo. È un’esplosione improvvisa, talvolta inattesa, nella quale immagini, emozioni, desideri e ricordi affiorano alla coscienza senza seguire un ordine prestabilito. Il poeta si trova così a esplorare territori interiori che non sempre conosce, guidato da una voce sotterranea che reclama ascolto e pretende di trasformare l’indefinito in rivelazione.
E l’irruzione dell’inconscio non basta: occorre la ricerca della sillaba, quell’arduo lavoro di selezione e di scavo attraverso il quale il tumulto interiore acquista forma, ritmo e significato. Ogni vocabolo diventa uno strumento per amalgamare i sentimenti, avvicinare le contraddizioni, ricomporre le fratture dell’esperienza e dare consistenza a ciò che sembrava inafferrabile. Non si limita a descrivere un’emozione: la interroga, la trasforma, la rende comunicabile, preservandone tuttavia il mistero originario.
“Ma questo poemetto di Bolla – scrive l’indimenticabile Plinio Perilli nella prefazione - ha una sua profusione, dedizione in più, tra anima e poesia. Non è solo l’affetto, a dettare a Giorgio quei suoi versi così teneri, avvolgenti; ma è proprio una squisita dose di mistero, quasi un pertugio inconscio, a suggerirgli un canto che è insieme raziocinio e melanconia.”
Molti versi di questa silloge si tessono con il filo del detto e del non detto, del sussurrato e del declamato, del velo incognito e della fulminazione inaspettata. Forse colloqui con l’altro, con figure immaginarie, con specchi che frantumano visioni, con delicati strofinii del gatto, per meriggi e notti immerso nel tepore dell’amore.
Il ritmo si configura come una meditazione sull’incontro amoroso, concepito non soltanto come esperienza dei corpi, ma come transito verso una dimensione più profonda dell’esistenza. L’ «Abbiamo scelto un meriggio», introduce una precisa collocazione temporale, quasi una decisione rituale condivisa: il meriggio, con la sua luce intensa e la sua sospensione, diventa il luogo simbolico nel quale due presenze si preparano a oltrepassare i confini della quotidianità. Il termine «transito» suggerisce un passaggio, forse una trasformazione interiore, nel quale lo sguardo dell’altro si posa sulla carne e la corporeità diviene il primo strumento di conoscenza reciproca.
Particolarmente significativa, più oltre, è l’espressione «impazzirà la tua entropia»: un vocabolo scientifico, riferito al disordine e alla trasformazione dei sistemi, viene trasferito nell’ambito della passione, evocando lo sconvolgimento che l’incontro produce nell’equilibrio individuale. L’amore altera le coordinate consuete, incrina l’ordine razionale e apre un varco verso una percezione nuova del tempo e del sentimento, una discesa nell’intimità più segreta, dove il cammino di due soggetti non procede più verso una meta esterna, ma penetra nel significato stesso della loro unione. Molte sono le immagini di Giorgio Bolla che ricamano una delicata malinconica, perché restituiscono all’amore la sua natura effimera, sospesa tra desiderio di permanenza e consapevolezza della precarietà. Gli «spiragli di freddo» e i «sassi grigi» introducono una materia aspra, quasi un paesaggio interiore nel quale la tenerezza deve misurarsi con l’assenza, la solitudine e il limite. Eppure, proprio in questo scenario, gli amanti trovano «slarghi / di presenza» — spazi nei quali la vicinanza può manifestarsi e sottrarre, almeno per qualche istante, la vita alla dispersione. Attraverso un lessico composito, nel quale termini astratti e scientifici convivono con immagini corporee e paesaggi minerali si realizza la sua originalità, la quale risiede soprattutto nel tentativo di tradurre l’intensità amorosa in una dinamica di disordine, discesa e provvisoria ricomposizione.
Il poeta si svela come una confessione intima, nella quale la parola nasce proprio dalla difficoltà di esprimersi e dall’incertezza del vivere. L’interrogativo, «Perché devo dire / se non ho da dire», mette in discussione la necessità stessa della comunicazione: parlare non è un obbligo, soprattutto quando il pensiero non riesce a tradurre in parole ciò che si agita nell’interiorità. La vita, tuttavia, deve accadere, procedere secondo un movimento che non sempre dipende dalla volontà individuale. Da qui emerge la domanda sulla fine, accompagnata dalla percezione di essere niente, di smarrirsi in una dimensione esistenziale nella quale anche la propria identità sembra perdere consistenza.
Un interrogativo che corrode forse tutti noi mortali, sospesi come siamo tra una realtà quotidiana che compone ed un’attesa subdola del nulla che seguirà.
Testi, quasi sempre molto brevi, delineano un paesaggio suggestivo, fatto di percorsi tortuosi, colori e immagini naturali che sembrano promettere un approdo, senza tuttavia consentirlo. L’aria appena respirata richiama la precarietà dell’esistenza, mentre gli incontri che si susseguono suggeriscono la frammentarietà dei rapporti umani: si passa da una presenza all’altra senza riuscire necessariamente a raggiungere una vera comunione. L’amore appare così non come una certezza acquisita, ma come una possibilità ancora da conquistare, esposta all’incertezza del tempo e alla difficoltà di superare la propria solitudine.
Nella tensione tra desiderio e rinuncia, tra il bisogno di comunicare e l’impossibilità di dare forma compiuta ai sentimenti il linguaggio di Bolla diviene essenziale e interrogativo, accompagna un pensiero che procede per esitazioni, mentre le immagini introducono una dimensione lirica molte volte allusiva, ma sempre ricche di un bagaglio culturale di notevole struttura.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 27 ottobre 2026

POESIA = LORENZO BERTONI

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" I "
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Ti hanno presa
al gioco del nascondino
una pacca sulla spalla è bastata
a farti grondare di latte.
-
Aspetta!
-
Vedrai che uscirà
di nuovo la giostra -
vincolo santo.
-
Guardami
mentre sollevo al cielo
questo animale da colosseo.
*****
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" II "
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Lì ho visto una festa
sempre controluce i commensali
servivano uova di pavone.
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Incravattati con la piuma in testa
dissero ti aspettiamo
nessuno a capotavola
mangiammo e bevemmo senza parlare.
-
Capii quando vidi
un giovane in costume
ti stavamo aspettando, si è aggiunta una sedia
(dissero in coro)
le uova sono ancora calde.
*****
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" III "
-
Ho sempre paura
che i corvi mi tocchino gli occhi
e svegliarmi
sotto distese di piedi.
-
La notte sogno l'incendio
e penso di essere io
anche i fornelli
li controllo sempre.
-
Questa pausa
dall’errore non risponde
del presente scappare
dalla morte, il disturbo post-traumatico
la paura del ritorno.
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LORENZO BERTONI

lunedì 26 ottobre 2026

POETI DA RICORDARE = GIANNINO DI LIETO

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PER “OPERE” DI GIANNINO DI LIETO (Interlinea edizioni- 2010)
Teste Giambattista Vico, “della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”: luminosa risposta a un Innominato Scrittore “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, al punto da confessare di ignorarne una poesia solo perché “non la capiva”. Chi di ciò doverosamente, ancorché scandalizzandosene, si lagna (tra gli “Appunti” XIII e XV, in Opere, pp.315-16) è l’autore di quella poesia “ignorata e incompresa” perché oscura, filosofica e strutturalmente e linguisticamente meticcia, ossia Giannino Di Lieto (1930 –2006), un poeta pur ben apprezzato da critici autorevoli (da Stefano Lanuzza, a Gilberto Finzi, ad Alberto Cappi, a Maurizio Perugi, a Luigi Fontanella e soprattutto Giorgio Barberi Squarotti), che sul suo “ostico” sperimentalismo “logicamente oscuro” eppure “limpido”, sulla sua “ricerca di forme nuove”, hanno espresso giudizi motivati e convincenti.
A seguirne il percorso dalle Opere, testé raccolte e pubblicate – dalle iniziali «Poesie» (1969) all’ultimo «Breviario inutile» (2003) – presso Interlinea Edizioni (2010), si ha la conferma di una personalità d’eccezione, coerente nella linearità della sua ricerca espressiva, sviluppatasi dall’ungarettismo della prima fase agli esiti heideggerianamente filosofici degli approdi, capaci di mescolare suggestioni dadaiste e surrealiste, su una solida base di “classicità”, persistente anche se continuamente trasgredita. È in questa strana mescolanza di classicità e trasgressione che, tra “esorcismi e sortilegi (letterari)” e visivi, consiste, non solo a mio parere, la cifra più singolare di Giannino Di Lieto: nella capacità di intrecciare spregiudicatamente, strutture e lacerti espressivi diversi, con citazioni in latino e in volgare delle origini come segnali dell’aspirazione al sublime, attraversando e superando senza imbarazzo ermetismo e postermetismo in direzione della neoavanguardia intesa come stile e come etica piuttosto che come modulo, praticando insomma uno sperimentalismo costante in opposizione ai consueti moduli linguistici, con gli strumenti più consoni, perfino quelli visivi, giocando ma seriamente anche con colori e segni, senza mai impanarsi “nel gorgo della sperimentazione fine a se stessa”, come dimostra Ottavio Rossani in un suo luminoso contributo critico: per “addomesticare” la realtà, con lucida e fredda intelligenza, senza mai concessione così a gratuiti gesti trasgressivi come a lirismi. Un mondo post-apocalittico, dunque, nel rifiuto di ogni emozione, in cui si mostrano detriti anche linguistici di un mondo senza senso che tocca alla poesia rigenerare, giusto come diceva Vico nella “degnità” citata in apertura: è questo l’approdo di un percorso poetico che, al dire di Giorgio Barberi Squarotti “non ha nulla di uguale in Italia”.
Si diceva prima dei critici. Tra i tanti mi piace ricordare quello che aveva rilevato Velia Iacovino, parlando di “operazione linguistico-letteraria delle più raffinate ed erudite”, in cui il significante vive sinergicamente in relazione ad altri significanti potenziandosi per acquistare “una ricchezza indefinita di significati”; dal canto suo, Gilberto Finzi aveva parlato di testi “in crescita coerente e finemente letteraria”, allo scopo di “inventare una nuova comunicatività, attraverso “una somma di intense trame” espressive. Sullo specifico della sua operazione linguistica è essenziale quello che il poeta Alberto Cappi aveva sottolineato a proposito della struttura del verso definendola “misteriosa e avvincente”, ricca di “echi di arcaiche civiltà orali” e protesa “tra fascino millenario e desiderio di futuribilità”. A proposito poi della sua stagione migliore, quella di Punto di inquieto arancione (1972), “uno dei libri fondamentali in tutto il Novecento italiano”, Giorgio Barberi Squarotti rileva come la raccolta segni “una mutazione al tempo stesso radicale e tuttavia segretamente legata per continuità e sviluppo” a tutta l’opera precedente, in virtù di un ritmo poetico nuovo che di contro all’essenzialità delle prime prove introduce un “ampliamento vastissimo del discorso” in modi che tendono “al grandioso e al solenne” in un discorso avvolgente e comunicativo “che sfiora continuamente l’orazione o il monologo drammatico”, con la metrica deputata a sottolineare “la forte scansione del discorso”.
Val la pena di concludere questo rapido itinerario citando nell’emergenza di un lemma un sintomo: il lemma è un latinismo limina, “soglia, limite, confine, linea di partenza” che ritroviamo in due testi ben lontani tra loro, rispettivamente in “Teorema” (Indecifrabile perché) e in “Sera di luglio” (Le cose che sono). Quale sia questo sintomo mi pare appaia ipotizzabile dai diversi contesti: il primo, nel contesto di cui si parla, è una domanda che genera timori intorno a quello che esplicitamente è chiamato “teorema dell’esistenza”, intravisto nella sua “obliquità”, o meglio ancora ambiguità intrinseca alla parola stessa limina come “limite” e “confine” dove tutto si mescola e confonde (limina convertuntur) nella prospettiva del suo attraversamento; il secondo (caedunt limina haud occasu) è giocato tutto su un’implicita ambiguità sessuale del verbo d’apertura sinonimo dell’atto che in Catullo 16 è minacciato (Pedicabo ego vos et irrumabo) agli amici Aurelio e Furio, rei di aver deriso il Poeta. In questa chiave, tra oscure reticenze e paure di morte (nel primo caso) e sentimenti di rivalsa contro “critici” incapaci di accettare le “oscurità” di una poesia rea di non concedersi al plauso dell’Innominato Scrittore di cui in apertura, “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, il Poeta “Fabbricante di parole” ribadisce e rivendica il suo diritto a “un parlare comune separato da tutti” (Città un fabbricante di parole).
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VINCENZO GUARRACINO

sabato 24 ottobre 2026

POESIA = SANDRA MANCA

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"In questo declino"
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È nel fragore quotidiano che cerco
il silenzio, l’incontro ravvicinato
con l’universo quando cala la sera
e s’accende la terra
proiettando i suoi lunghi fari nel buio.
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Città che rubano spazio
alle stelle scolorano la notte,
dove costellazioni di solitudini.
raccontano al cielo
follie e storie finite.
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Il silenzio è una cartomante
che affronta il destino:
l’amore è un abbaglio
nel mondo in declino.

18 ottobre 2026
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"L'attesa"
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Il mobilio dice molto di te:
cosa mangi,
quanto dormi,
della tua solitudine adagiata
sui libri di storia e filosofia
sui dischi rock.

Non c’è traccia d’amore
nella tua dimora…
forse
in quell’aspirapolvere col filo ancora teso
in mezzo alla cucina.

Sui vetri le labbra
che ti hanno baciato una notte o più.

Eppure
il letto è caldo
anche dall’altra parte
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e la tavola è sempre apparecchiata
per due.
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agosto 2026
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"Controcanto"
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Guarda la scogliera il mare
Gettarsi all’orizzonte, ogni sera;
frangersi l’onda
sui suoi fianchi rugosi
quando il vento scaglia sabbia e sale.
La luce assale lidi e iridi
Che mettono a fuoco l’estate;
attesa e odiata per la sua calura,
e quel freddo fuori stagione.
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La vita è un continuo alzare di creste,
alla ricerca di un faro che illumini
il sentiero.
Sul fondo,
il peso dei giorni perduti
e la paura
a fare rumore.
-
Ma c’è qualcosa controcorrente
Che riporta a galla le sere di festa,
contare nel bicchiere le stelle
imparando l’amore
quando anche il giorno
vorrebbe essere
notte.
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giugno 2026
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SANDRA MANCA

venerdì 23 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA

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Adriana Mastropasqua: "Sinestesia in divenire" - Ed. La valle del tempo - 2026
(Premio "L'assedio della poesia" 2025)
Una visione approfondita, rallentata e ingrandita, guida le poesie di Adriana Mastropasqua nel suo ultimo lavoro dal titolo Sinestesia in divenire. Ogni bellezza, ogni elemento della realtà, ogni fenomeno viene messo in luce e vagliato in tutti i suoi particolari. La maniera di Adriana Mastropasqua è caratterizzata da una tendenza a selezionare i contenuti del reale e dell'esistenza e a ricollocarli in modo inusitato; siamo così di fronte non tanto ad una trasformazione di tali elementi in quadri simbolici, ma piuttosto ad una visione straniata di essi, una visione che però consente di mostrarli in una veste nuova e per questo più vera.
La poesia della giovane scrittrice non rimanda, dunque, a universi paralleli che si vogliono risvegliare simbolicamente, ma mira piuttosto a riscoprire i lati della realtà che spesso sono tralasciati. Non viene a galla una presunta realtà più vera e profonda, ma piuttosto piccoli mondi, piccole vite in cui il lettore può rivedersi. I versi dunque si scindono, si frammentano in mille istanti, volti, situazioni, ambienti, cose, esseri. Ma su tutto, su tutto questo universo molteplice, si irradia lo sguardo unificante della poesia. In tal modo, dal piccolo mondo anche di oggetti e frammenti minuti, la poetessa sa ricavare indicazioni simboliche per il grande mondo; attraverso la parte scopre il tutto. In molte poesie la poetessa sembra voler testimoniare la condizione dell'artista immerso nella tirannia dell'opera d'arte, anche se poi questo riferimento autoreferenziale finisce per illuminare l'intera condizione dell'essere umano.
I versi di Mastropasqua esplorano infatti il quotidiano, le minuzie dell'esistenza, per poter però spalancare lo sguardo in modo quasi montaliano all'oltre, ai misteri dell'uomo e del mondo, misteri che però si mostrano pressoché in sordina, come sullo sfondo. Piuttosto su tutto aleggia la precomprensione della poesia, la sua capacità di prevenire i significati e giungere ad un grado di illuminazione sul senso dell'esistenza. Il pensiero poetante anticipa i significati e poi li ritrova nella realtà. Il tutto per imparare a "galleggiare" come si afferma in alcune delle poesie, che non vuol dire vivere nella superficialità ma in uno stato di leggera elevazione tale da garantire l'aderenza e l'adesione a tutte le cose. Questo stato consente una iper-percettività, se così vogliamo chiamarla, una ipersensibilità che permette di scavare nella realtà e coglierne l'intimo segreto. Ed è ciò che Adriana Mastropasqua riesce a fare perfettamente in questo profondissimo libro. **
MARCO TABELLIONE

giovedì 22 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELA MARRA

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Daniela Marra: “Le spine del Rosa” – Ed. Colonnese – 2026 – pag. 152 - € 15,00
Dotata di una ricca documentazione epistolare, che rende vivacissimo il racconto, questo romanzo ha il pregio di godere di una scrittura impeccabile, frutto di un ottimo bagaglio culturale, nutrito da decenni di approfondimenti ed indagini.
Una storia di passione e d’arte nella Napoli del ‘600. Daniela Marra riesce a dialogare con i lettori offrendo loro un’opera intensa e originale dedicata all’immortale Salvator Rosa, artista ribelle e visionario del seicento napoletano, sul quale la scrittrice a lungo si è documentata nel tempo, conversando “oniricamente” – ma in modo costante e concreto – con l’uomo e l’artista, attraverso ricerche e letture di documenti inediti, saggi, cullata dagli avvenimenti sempre colorati che baciarono a lungo e e baciano quella Napoli di ieri e di oggi.
Porta vecchia, porta Capuana, il chiostro, gli affanni giovanili, le prime scritture con l’eleganza degli svolazzi, lo struggimento per le prime sconfitte di aspirante pittore.
Le pagine scorrono rapide con la vivace attenzione agli accadimenti e la sorprendete alternanza di lettere autografe.
Temperamento inquieto, insofferente alle convenzioni e animato da un'insaziabile curiosità intellettuale, nato a Napoli, mostrò precocemente una vocazione per la pittura, alla quale si accompagnava un'indole ribelle, incline all'avventura e poco disposta ad accettare le regole imposte dalla società. Nonostante le difficoltà economiche della famiglia, si dedicò allo studio dell'arte, frequentando ambienti artistici e cercando maestri capaci di guidarne il talento.
I suoi primi tentativi furono caratterizzati da una ricerca personale che lo allontanava progressivamente dai modelli più tradizionali. Attratto dalla natura selvaggia, dai paesaggi aspri, dalle rocce e dalle figure immerse in scenari drammatici, Rosa cominciò a delineare uno stile originale, nel quale il paesaggio diventava espressione di una sensibilità inquieta e quasi romantica, anticipatrice di gusti successivi. Le difficoltà della sua formazione lo spinsero a spostarsi e a cercare nuove opportunità, fino al soggiorno romano, dove poté confrontarsi con un ambiente culturale più vasto e competitivo.
Alla pittura affiancò presto la poesia, la satira e la riflessione filosofica, rivelando un'indipendenza di giudizio che lo rese celebre, ma gli procurò anche contrasti con gli ambienti accademici e con alcuni potenti del suo tempo. Le storie della sua giovinezza, talvolta arricchite dalla leggenda, restituiscono l'immagine di un artista insofferente alla disciplina convenzionale, pronto a difendere la propria libertà creativa. I capitoli, tutti con una data ben precisa, si accompagnano ad una lettera, molte delle quali per Giovan Battista Ricciardi. Si ricamano in colorati particolari di vita quotidiana e tessono con fervore il tempo audace e tempestoso dell’artista, che negli ultimi anni fu caratterizzato da una crescente maturità artistica e da un’intensa attività intellettuale. Dopo aver vissuto a Napoli, a Roma e a Firenze, egli si stabilì nuovamente a Roma, dove continuò a dedicarsi alla pittura, alla poesia e alla riflessione filosofica. Spirito indipendente e insofferente alle convenzioni, Rosa aveva sempre difeso con orgoglio la propria libertà creativa, opponendosi alle imposizioni del gusto dominante e alle rivalità degli ambienti artistici. La salute, tuttavia, cominciò a indebolirsi. Salvator Rosa morì a Roma il 15 marzo 1673, all’età di cinquantasette anni, lasciando incompiuti alcuni progetti e un patrimonio artistico che avrebbe esercitato una notevole influenza sulla sensibilità romantica dei secoli successivi. Con energico fascino la scrittrice scalpella la sua figura che rimane quella di un artista ribelle e anticonformista, capace di trasformare la propria insofferenza verso le regole in una nuova concezione della bellezza, nella quale il sublime, il dramma e la libertà dell’immaginazione occupano un posto centrale.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 20 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Atomo del nulla”
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La deforme immagine del vero, inutile strada,
cerca di colmare l’ultima data concessa
al mio serto d’alloro, proiettato in una fuga
quasi spericolata e vago arpione di salvezza.
Fuggo, anticonformista, peraltro l’antica sapienza
inchiodata al passato come parabola
la cui vera ragione schiva un ritrovamento.
Anche la frenesia dell’immaginario ripete
“aut stabis, aut lento pede deambulabis »,
corollario di quel raggio che indaga
un orizzonte di attese o una tensione in bilico.
Atomo del nulla nel nulla eterno,
ingrigito nel sudario del famoso aoristo.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA GRAZIA GALATA'

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Maria Grazia Galatà: “Orfani di meraviglia” Ed.Effigi – 2026 – pag. 92 - € 12,00
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“cadute tra luce e buio/ nel rimpianto/ di una via persa” = tre versi che potrebbero essere l’incipit di un itinerario variegato e intagliato che cerca di imporre una forza rigenerante. Sillaba dopo sillaba compaiono le “vivisezioni” di emozioni e vertigini, di illusioni e preghiere, di abbandoni e ripiegamenti, di sussurri e ascolti. Lo spazio che la poetessa occupa con il ritmo musicale del verso è lo spazio dell’infinito, un’ascesa verso la brace di un focolare sospeso tra il soffio dell’infinito e la realtà quotidiana.
Si apre in una dimensione di raccoglimento assoluto, là dove il silenzio precede persino la preghiera e diventa il luogo originario di una domanda. Il «punto interrogativo» che sorge da questa sospensione suggerisce l’inquietudine dell’uomo di fronte all’esistenza, il bisogno di interrogare ciò che sfugge alla ragione e alla certezza. Non è ancora una richiesta di risposte, ma il manifestarsi di un dubbio che abita la coscienza prima ancora che la parola possa esprimerlo.
Le notti, con la loro opera discreta e incessante, «cesellano parole»: l’immagine attribuisce al tempo notturno la funzione di un artefice silenzioso, capace di modellare pensieri e sensazioni nella dimensione dell’impercettibile. In questo spazio si incontrano la noia e il sonno, definiti «vicini invisibili», presenze che accompagnano l’uomo senza rivelarsi pienamente, quasi fossero manifestazioni di un vuoto interiore o di una stanchezza esistenziale. Tutto ciò che rimane nascosto, che non trova espressione immediata, alberga «tra questa luce sopraffatta»: una luminosità fragile, forse vinta dall’oscurità, ma non del tutto cancellata.
Il tempo, pur nella sua imprevedibilità, conserva la possibilità di un dono, di un’esperienza ancora da vivere o di una rivelazione improvvisa. Molti testi si distinguono per una scrittura rarefatta, nella quale prevalgono immagini allusive e accostamenti semantici capaci di suggerire più che di dichiarare. Efficace è soprattutto il contrasto tra la luce sopraffatta e il dono di un tempo ignoto, che mantiene aperta una possibilità di attesa. La poesia di Maria Grazia si sviluppa a tratti anche come una breve scena di assenza, nella quale il ricordo di una persona amata si affaccia improvvisamente alla coscienza, senza tuttavia trovare alcuna corrispondenza nella realtà. Così «mi sei venuta in mente», suggerisce un’apparizione interiore, un richiamo della memoria che sembra quasi prendere corpo attraverso la finestra aperta. Ma oltre la nebbia, che può essere interpretata come simbolo di una percezione incerta e confusa, la figura evocata non c’è. L’assenza dell’altro diventa così occasione per scoprire una disarmonia più radicale: non è soltanto venuta meno una presenza desiderata, ma sembra essersi dissolta la trama di significati che consentiva di abitare la realtà.
Ella affida dunque a immagini quotidiane e scarne una riflessione sulla solitudine, sulla memoria e sulla crisi del senso, lasciando che sia proprio l’incompiutezza a esprimere l’impossibilità di una risposta.
“adesso guardo in su ed è/ così lontano il tempo/ in cui non sono” lievi tocchi di immersioni filosofiche.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia a scuola"
-
Nell’aula fiorevole con poster
di paesaggi sorgivi di isole
incontaminate e il mappamondo
dei viaggi virtuali nel pensiero
(oggi doveva piovere e c’è il sole)
primo liceo classico di Alessia
oggi di greco interrogazione
(se lo sente Alessia ragazza).
E il professore dice Alessia Rossi.
Con la penna rosa stringendola
nella destra affilata va Alessia
alla cattedra e traduce il sogno
di Nausica dopo averlo letto
nella lingua: Subito giunse l’aurora
dal bel trono che svegliò lei
Nausica dal bel peplo e subito
si ricordò del sogno. (Aveva sognato
Ulisse). Va bene 8 Rossi, dice
l’insegnante. E Alessia torna
al banco e spera che il suo
eroe non la lasci.
***
Raffaele Piazza

POESIA = DMITRIJ MUSELLA

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"Parole!"
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Un uccellino esce da una grotta
e vola verso la libertà,
senza lasciare impronte.
In una foresta fa più rumore
lo schianto di un albero
che una foresta nascente.
Una statua marmorea parla del suo passato,
conscia di non essere sentita.
Un libro parla del suo sapere,
conscio di non essere approfondito…
Una persona ci parla,
conscia di non essere compresa.
La natura, l’io
ci mormora parole di ferro…
che col tempo si ossidano
****
-
****
"Cuore"
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Cuore di ghiaccio, cuore di quarzo…
luce che viene assorbita
e rigettata in mille colori
che ti indicano la direzione
anche nelle giornate di nebbia totale.
Ma lo stesso si rischia
di inciampare in qualche scoglio…
Cuore di pietra,
la natura lo abbraccia
ma lui rimane così com’è.
Cuore di carne,
la vita lo abbraccia
ma lui piange.
****
"Rosa dei Venti"
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Un drago verde porta con sé una rosa bianca; volando, i suoi petali caddero sul suolo di
ferro. Un uccello, un corvo, prese questo petalo bianco, volando lo perse e, cadendo, generò
una tigre bianca.
Un serpente giallo vide un animale volare, lo vide di rosso: era il corvo… Non lontano da
lui, presso la terra di ferro, scorreva un fiume, generato dal drago verde. Dal fiume fuoriuscì
una tartaruga nera…
Infine, un uomo li vide tutti e quattro attorno al serpente, immobili ma allo stesso tempo
giocavano. Giocando generavano una tempesta di vento; alla fine del fenomeno l’uomo ne
rimase colpito, andò a verificare più da vicino e sul suolo giaceva una rosa del deserto...
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DMITRIJ MUSELLA

lunedì 19 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Dissolvenze e sussurri: il colore della memoria tra eros, tempo e tragedia
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Di Hossam Barakat
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La raccolta Dissolvenze e sussurri di Antonio Spagnuolo si presenta come un viaggio nell’interiorità umana, dove pittura, amore, memoria, tempo e tragedia si intrecciano in una ricerca poetica ricca di suggestioni. Il titolo racchiude efficacemente il senso dell’opera: le dissolvenze evocano la precarietà delle presenze e il progressivo svanire delle certezze, mentre i sussurri rappresentano le voci della memoria, del desiderio e di tutto ciò che continua a vivere nonostante l’assenza.
Uno degli elementi più caratteristici della raccolta è il dialogo tra parola e immagine. Nei componimenti dedicati ai colori, ai pennelli, alle geometrie e alle superfici pittoriche, la poesia si trasforma in una tela verbale, sulla quale il pensiero assume forme e sfumature. In Bluesky/word, il cobalto, il pervinca, l’indaco e l’oltremare diventano strumenti attraverso cui esplorare l’immaginazione e il mistero della creazione. In Ventagli, invece, la fotografia e la tecnologia contemporanea sollevano una riflessione sulla possibilità di trattenere l’istante e sottrarlo alla dissoluzione del tempo.
Questa ricchezza figurativa costituisce uno dei punti di forza dell’autore, ma rappresenta anche un limite. L’accumulo di metafore, aggettivi e associazioni talvolta rende il discorso oscuro, indebolendo la precisione espressiva. Quando le immagini sono più selezionate e coerenti, la scrittura acquista maggiore intensità; quando si moltiplicano senza una chiara gerarchia, rischiano invece di sovrapporsi.
Accanto alla dimensione artistica emerge il tema dell’eros, vissuto come esperienza insieme sensuale e dolorosa. In Sogno, il contatto con il corpo dell’amata diventa un tentativo di restituire vita a una presenza perduta; in Erosioni, il desiderio si intreccia con il tempo e con le tracce lasciate dalla memoria. Anche Ricerche e Pulviscolo mostrano come il passato continui a esercitare la propria influenza sul presente, trasformando il ricordo in una forza che resiste all’oblio. La sensualità raggiunge i risultati migliori quando si accompagna alla consapevolezza della perdita, mentre in alcuni passaggi la densità metaforica ne attenua la spontaneità.
Il tempo conduce inevitabilmente alla riflessione sulla vecchiaia e sulla morte. In Vecchiaia, la passione non scompare, ma si trasforma in una tenerezza più pacata, capace di trovare significato nelle carezze e nella quotidianità. Tramonto rosso affronta invece il congedo dalla vita attraverso immagini naturali che suggeriscono accettazione e riconciliazione con l’imprevisto. In Tremore del suono, infine, la parola sopravvive come eco fragile, dimostrando che anche ciò che svanisce può lasciare una traccia duratura.
La dimensione esistenziale si approfondisce attraverso il confronto con la morte, il sacro e il silenzio di Dio. In Dies irae, i riferimenti alla mitologia classica si intrecciano con il timore del rifiuto e della fine; in Egli tace, la questione spirituale si trasforma in un’interrogazione sul male, sulla violenza e sull’apparente assenza di una risposta divina. La fede non viene semplicemente negata, ma sottoposta alla prova della sofferenza umana.
Con Gerusalemme, Quattordici anni e le due versioni di Libertà e tragedia, lo sguardo del poeta si apre alla dimensione collettiva. La guerra, l’innocenza violata e il sacrificio per la libertà diventano occasioni per denunciare la disumanizzazione e interrogare il prezzo delle conquiste storiche. In Gerusalemme, il sogno di un bambino che guarda le stelle rappresenta una fragile speranza in mezzo alle macerie. La poesia civile, tuttavia, risulta più incisiva quando si affida a immagini concrete, mentre perde parte della propria forza quando ricorre a formulazioni generiche o eccessivamente dichiarative.
Anche il paesaggio partecipa alla costruzione di questo universo simbolico. In Mare e Monti e Tra dipinti e illusioni di estate, la natura diventa un luogo d’incontro fra sensibilità differenti, mentre in Frontiere il confine assume il significato di una soglia che può separare, ma anche favorire l’intimità. Questi testi mantengono una buona coerenza atmosferica, sebbene alcune immagini risultino meno originali rispetto ai componimenti in cui il paesaggio si lega direttamente a un’esperienza personale.
La riflessione sulla parola trova un momento significativo in Chiusura, dove compare la figura del recensore chiamato a raccontare solitudini, ferite e silenzi. Il testo suggerisce che nessuna interpretazione possa restituire completamente la complessità del dolore. È una conclusione metapoetica interessante, anche se l’accumulo di simboli cupi avrebbe beneficiato di una maggiore essenzialità.
Nel complesso, Dissolvenze e sussurri si distingue per l’ampiezza dei temi, la ricchezza cromatica, l’intensità sensuale e il tentativo di congiungere arte figurativa, esperienza individuale e coscienza civile. La raccolta procede per richiami e costellazioni tematiche più che attraverso uno sviluppo lineare, e proprio questa struttura riflette la natura frammentaria della memoria. Tuttavia, la discontinuità qualitativa, alcune oscurità lessicali e la ripetizione di immagini simili rendono necessaria una selezione più rigorosa.
Antonio Spagnuolo propone una poesia ambiziosa, visionaria e ricca di suggestioni, nella quale la parola tenta di salvare ciò che il tempo consuma. La sua maggiore qualità risiede nella capacità di trasformare colori, corpi e paesaggi in strumenti di esplorazione interiore; il limite principale è una certa sovrabbondanza espressiva, che talvolta oscura le intuizioni più felici.
La raccolta presenta tuttavia una qualità discontinua. La frequente sovrapposizione di metafore, cromatismi e simboli — ombre, fuoco, cenere, frammenti e silenzi — talvolta indebolisce l’incisività dei versi, generando ridondanze e rendendo meno chiaro il nucleo emotivo. In alcuni componimenti, inoltre, la complessità sintattica e le associazioni semantiche poco definite compromettono la fluidità della lettura. L’intensità espressiva, infatti, non dipende dalla quantità delle immagini, ma dalla loro necessità e precisione.
Anche il ritmo e l’organizzazione complessiva potrebbero beneficiare di una revisione. Una maggiore attenzione alle pause, agli enjambement e alla musicalità interna renderebbe più incisivi diversi testi, mentre una disposizione più organica delle poesie favorirebbe il passaggio dalla contemplazione artistica alla dimensione intima, fino alla riflessione civile ed esistenziale.
Il potenziale migliore della raccolta emerge in Gerusalemme, Tramonto rosso, Vecchiaia e Tremore del suono: quattro poesie differenti, accomunate dalla capacità di mantenere una relazione riconoscibile fra immagine, sentimento e significato.
Nel complesso, la raccolta rivela un autore dalla spiccata vocazione simbolica e da un’autentica tensione emotiva. La sua ambizione consiste nel trasformare ogni esperienza in una visione; la sua principale fragilità emerge quando l’abbondanza figurativa prevale sulla chiarezza e sulla misura. È proprio nell’equilibrio tra immaginazione e controllo espressivo che la poesia di Spagnuolo trova le sue prove più convincenti.
In definitiva, Dissolvenze e sussurri ci ricorda che la poesia non può arrestare la scomparsa delle cose, ma può conservarne l’eco. Quando l’immagine si dissolve e la voce si affievolisce, resta la traccia di ciò che abbiamo amato, perduto e cercato di comprendere: una presenza fragile, ma capace di resistere all’oblio.
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HOSSAM BARAKAT

domenica 18 ottobre 2026

POESIA = VITO SORRENTI

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"IL RAGAZZO CON LA BROCCA"
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Il vento di scirocco avvampava le ginestre
sparse fra le macchie. E le sorgive d'acqua
languivano fra le felci e non davano che gocce
al fondo delle pozze che facevano da specchio
al ragazzo con la brocca.
E tutto era secco sotto il sole di giugno
che scagliava le sue frecce sugli ulivi e sulle vigne.
E la pioggia era un sogno per le arse campagne
assediate dalla gramigna e dalle tele di ragno.
E non vi era alcun segno che lasciasse presagire
l'arrivo della pioggia sugli ortaggi e sul granturco.
E uno strascico di lutto aleggiava dentro gli occhi
e sugli alberi da frutto bruciati dall'arsura.
E il paterno dolore volse gli occhi al cielo
senza scagliare alcuna freccia.
Poi volgendoli sul volto del suo giovane virgulto
diede voce al suo sconforto: “Coltivare la terra da queste parti
è come fare la guerra a un mostro invincibile e crudele”.
E asciugandosi il sudore, disse ancora: “Fuggire
fuggire lontano da questo groviglio di spine
che trafigge le mani e insanguina il cuore.
Fuggire da questa terra avara che rende amara l'anima
e arida la vita. Fuggire da questo fuoco
che brucia ogni speranza e ogni illusione”.
E al sorgere della nuova luna, il ragazzo con la brocca
che correva a piedi nudi sui sentieri del vento
disse addio per sempre ai fiori di campo
e agli odori inebrianti di origano e rosmarino
per dare un cammino diverso al suo avverso destino.
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"IL VIAGGIO"
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Alle soglie della mia giovinezza
spinsi il mio cuore verso il mare aperto
e affrontai i perigli degli avversi flutti
per dare una rotta diversa alla mia avversa sorte.
E del mare e della rotta maestro mi fu il dolore.
E il forte desiderio di divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore sospinse le mie vele
sulla distesa delle acque.
E sollievo al mio sconforto,
nelle notti di tempesta, fu l'amore di una ragazza
dagli occhi di mare dolci più del miele.
E stella polare del mio andare solitario
alla ricerca del sapere, fu la musica delle parole
dei cantori degli ideali e dei valori più alti.
E nel corso della rotta vidi molti lidi e molti porti
e le opere dei dotti ed illustri maestri
di virtute e canoscenza.
E dissetai la mia mente
a tutte le fonti della limpida saggezza
prima di veder dileguare fra i flutti
ogni residuo della mia giovinezza.
E ora, vecchio e ricco di acciacchi,
son ritornato al mio porto segreto,
alla mia Itaca giammai dimenticata,
per risentire fra gli ulivi e le querce
il fremer degli arbusti e delle odorose ginestre,
come facevo da ragazzo,
quando, fra fruscii di frasche ed effluvi silvestri,
salivo con la brocca ad attingere acque
sgorganti dalle rocce limpide e fresche
come dal mio cuore le dolci chimere.
E ora sento, in un canto del cuore,
una profonda tristezza e un ottuso dolore.
E il dolore è tristezza per le defunte chimere.
E la tristezza è amore per la mia terra amara,
disseminata di rovi e di annose miserie.
* VITO SORRENTI

sabato 17 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 16 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MIRIAM BRUNI

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Miriam Bruni: “Cromosoma celeste” Ed. L’Arca di Noè - 2026 -pag.80 - € 16,00
- “È una poesia immaginifica quella di Miriam Bruni in questa sua raccolta di preghiere in versi: già dal suo titolo il riferimento a un "cromosoma celeste" pare una chiara costruzione immaginale di un pensiero di cella divina da cercare dentro il proprio sé con l'occhio microscopico della fede, un punto focale su cui concentrare tutta la vera attenzione d'anima. – Scrive Serena Vestene in prefazione- È una messa a nudo del proprio Credo, della propria indiscussa devozione alla fonte dell'unica vera energia vitale della poetessa.”
Prima di inoltrarci nella lettura dei componimenti da segnalare la dotta e esaustiva nota introduttiva che l’autrice di suo pugno ricama fra l’attenzione del quotidiano ed il rapporto tra poesia e preghiera.
Ella si illumina nella sorpresa della luce improvvisa del mattino o l’avvince tra i prati candidi il bagliore della neve: “Nel tuo specchio/ vedo il cuore, la sua gioia, da te imparo/ l'eleganza sopraffina/ per entrare in ogni dove.”
Poesia che si sviluppa come un’intensa meditazione sulla sofferenza interiore, sulla fragilità dell’essere umano e sulla possibilità di ritrovare, attraverso la fede, una ragione per continuare a vivere. L’immagine «È azzurro pallido il sangue dell’anima», propone una metafora di grande suggestione: il dolore più profondo non si manifesta necessariamente attraverso lo sgomento, ma scorre silenzioso dentro di noi, ricoprendo simbolicamente i pavimenti delle case e disperdendosi tra le incomprensioni e i litigi quotidiani. È una ferita invisibile, tanto più difficile da riconoscere quanto più appartiene alla dimensione segreta dell’io. Da qui nasce il bisogno di qualcuno capace di vedere, raccogliere e ricomporre ciò che la sofferenza ha disgregato.
Affidata alla memoria la fede non si presenta come certezza rassicurante o come liberazione immediata dal dolore, ma come fiducia che persiste anche quando ogni forza sembra esaurita. Il desiderio di tornare sulla terra per cercare la bellezza — propria, altrui e divina — restituisce alla poesia una tensione vitale che supera il dolore presente.
La scrittura si distingue per la forza delle immagini corporee, attraverso le quali una condizione spirituale astratta acquista consistenza sensibile: il sangue dell'anima, il cibo salato, il grumo di pene. Un linguaggio che alterna crudezza esistenziale e abbandono mistico, accompagnando il lettore dalla desolazione alla speranza. La bellezza si configura, in definitiva, come una promessa di salvezza: una ricerca che unisce l'amore per la vita terrena al desiderio di un'infinita trascendenza.
La poetessa amalgama in un’atmosfera di intimità e raccoglimento, nella quale una semplice esperienza quotidiana diviene occasione di riflessione sul mistero dell’esistenza. Il corpo, ancora «caldo di doccia», sembra ritrovare una condizione di abbandono e di sensibilità, mentre l’ascolto del respiro, che «mi solleva lo sterno», riconduce il soggetto alla percezione concreta della propria vita. E’ molto più di un automatismo fisiologico: è il segno tangibile di una presenza che si rinnova, di un movimento interiore che accompagna silenziosamente l’essere umano. Da questa sensazione fisica il pensiero si innalza verso una dimensione trascendente. Le «mani» costituiscono il fulcro emotivo e simbolico: la loro ripetizione, prima isolata e poi ricondotta all’immagine dell’«Eterno», crea una sospensione meditativa, quasi una preghiera pronunciata sottovoce.
Miriam Bruni si distingue per la sua essenzialità espressiva e per la capacità di concentrare in pochi versi un percorso dalla sensazione corporea alla meditazione metafisica. La brevità non impoverisce il significato, ma favorisce una progressiva rarefazione del discorso, fino alla solenne apparizione dell’«Eterno», parola conclusiva che conferisce calorosamente una risonanza spirituale.
Cerchiamo di osservare che l’immagine dell’Eterno rimanga volutamente indeterminata; proprio questa apertura consente al lettore di riconoscervi tanto una fede religiosa quanto un bisogno profondamente umano di protezione e di senso.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE = ILENIA SALA

31 ottobre 2025 - un'artista nel vortice! Tra viaggi ed esperienze internazionali, partecipa anche a un soggiorno formativo al CET di Mogol. In Italia studia teatro a Milano, si esibisce in serate di piano bar e si stabilisce a Firenze, dove prosegue la sua attività musicale. A Firenze canta con i B. Brothers, gruppo dedicato alla musica degli anni Sessanta e Settanta. Con Luca Bechelli, musicista e autore, comincia a scrivere inediti e forma un duo. Nel 2023 è finalista al Festival Mogol/Battisti, dove canta con un'orchestra di trenta elementi. Partecipa anche a Sanremo Senior e al Festival della Canzone Italiana in Polonia. Nel 2024 appare in due programmi di Canale Italia ed è finalista all'Evoli Festival e a Juliet Loves Romeo. Vince Marche in Canto, categoria Inediti, con Tango dell'Assenza. Continua a esibirsi tra bossa nova e piano e voce. Con Notte Nera, pubblicato il 31 ottobre 2025 da Galive Records, racconta il passaggio dal buio alla speranza----

giovedì 15 ottobre 2026

PREMIO ASTROLABIO = VERBALE -

PREMIO INTERNAZIONALE ASTROLABIO.
VERBALE DELLA GIURIA
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RISULTATI DELLE SEZIONI
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A fronte della significativa partecipazione di 350 concorrenti, la Giuria, esaminati attentamente gli elaborati pervenuti e valutati i requisiti di qualità letteraria, originalità, efficacia espressiva, valore poetico e coerenza con le tematiche delle rispettive sezioni, ha deliberato l’assegnazione dei seguenti premi e riconoscimenti:
SEZIONE 1 – LIBRO EDITO
1° Premio
Marco Onofrio , Luce del tempo — Passigli, 2024
2° Premio
Roberto Casati , Dalla casa controvento — Puntoacapo Editrice, 2026
3° Premio
Monica Martinelli , L’abitudine degli occhi — Passigli, 2015
Premio Speciale della Giuria
Marco Righetti , Dal bianco della storia — Puntoacapo Editrice, 2026
Premio Speciale del Presidente di Giuria
Margherita Bonfilio , La stanza dei segreti — SBS Edizioni, 2023
Premio Speciale per la Forza Espressiva
Riccardo Mazzamuto , Patria metallo dell’inganno U.I. 238 (morire in tempo di pace) — Eretica Edizioni, 2023
Premio Speciale per l’Originalità Poetica
Angela Caputo , NevichiAMO — Delta 3 Edizioni, 2025
Premio Speciale “Poesia e Formazione”
Franco Casadei , Le stagioni. La poesia a scuola — Itaca, 2026
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SEZIONE 2 – SILLOGE INEDITA
1° Premio
Paolo Panattoni , Le parole sono bussole
2° Premio
Franco Donatini , L’ineffabile destino della poesia
3° Premio
Teodoro Lorenzo, Propilei
Premio Speciale della Giuria
Natalizia Pinto, Svegliando le stelle
Premio Speciale per la Forza Espressiva
Mauro Corona, Nascita del canto
Finalisti – ex aequo
Pietro Barbera , Estrapolazioni
Amedeo Pellegrini, L’obelisco dei quattro fiumi
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SEZIONE 3 – POESIA SINGOLA A TEMA LIBERO
1° Premio
Tiziana Monari , L’albero di gelso (ai bambini di Gaza)
2° Premio
Cristina Coppini , Pisa
3° Premio
Lucia Enedina Campus , Albero
Premio Speciale per la Forza Espressiva
Paolo Cattolico , Il gatto delle vie crucis
Finalisti – ex aequo
Giusy De Vizia, I viandanti
Amedeo Pellegrini, Il ribelle virtuale
Premio Speciale del Presidente di Giuria
Dina Paola Cosci, Il platano antico
Menzione d’Onore
Mauro Battini, Accade
Premio Speciale della Giuria
MariaTeresa Coppola , Non darmi la parola
Premio Speciale per l'Intensità Poetica
Licia Sansone (in arte Susi Mare) Oggi più non sai
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SEZIONE SPECIALE – “LE VIE DELL’ACQUA”
1° Premio
Nicola Baronti, Alla sorgente di valle buia
2° Premio
Giovanni Bottaro, Curve, linee di effimere schiume
3° Premio
Maria D'Ippolito , Acqua
Premio Speciale del Presidente di Giuria
Giovanna Jenny Santagati
Premio Goccia di Poesia
Gabriella Scalzulli, Acqua Salus
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SEZIONE 4 – HAIKÙ
1° Premio
Mauro Battini, Tutto quel cielo
2° Premio
Devid Bracaloni , La sposa
3° Premio
Maurizio Mariani, Eremo di Camaldoli
Finalisti – ex aequo
Elisabetta Antichi, Quando ridi
Silvio Di Fabio, Ali spezzate
Premio Speciale per la Forza Espressiva
Adele Palmerini, Anna Frank
Premio Speciale della Giuria
Maria Antonietta Garaffa, Tra le montagne
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=PREMIO ALLA MEMORIA DI VITTORIO VETTORI
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DELIBERAZIONE FINALE
La Giuria del Premio Internazionale Astrolabio, all’esito della valutazione complessiva delle opere, conferma i riconoscimenti sopra elencati, ritenendo che gli stessi rappresentino le opere maggiormente meritevoli nelle rispettive sezioni, per qualità poetica, originalità, forza espressiva e capacità di interpretare, attraverso la parola, la sensibilità e la complessità del nostro tempo.
La Cerimonia di Premiazione si terrà il 12 dicembre alle ore 16:30 presso la Sala delle Baleari di Palazzo Gambacorti. Ciascun premiato riceverà una comunicazione personale relativa al conferimento del premio.
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mercoledì 14 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCISCO SORIANO

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FRANCISCO SORIANO: “Poesie sparse” – Ed. Aurea Nov – 2026 - € 15,00
* “Il tema battuto dalla poesia di Soriano è amoroso, senza però che l’incontro d’amore trovi svolgimento e si riconosca in una storia; - scrive Marcello Carlino in prefazione - il tema è amoroso purché si consideri che l’espandersi dei versi in un caos calmo e il loro succedersi secondo logiche simmetriche si sostanzino di un eros diffuso, linfa e sangue in circolo nelle varie presenze animate e inanimate (presenze per intero o in frammenti) e delle svariate azioni (inevitabilmente, perennemente incoative) che il discorso della poesia chiama in scena o evoca. Un eros che non ha confini, un eros senza oggetto che non distingue ruoli da protagonisti o da comparse…”
Ma lo sfogliare delle pagine mi porta involontariamente all’ultima poesia (62) che si sviluppa come una meditazione sulla necessità di abbandonare il rancore e le recriminazioni, riconoscendo che la vita, con le sue contraddizioni, non può essere continuamente sottoposta al giudizio del rimpianto. L’esordio, «non serve recriminare», assume il valore di un’ammonizione rivolta a se stessi, quasi un invito a interrompere il circolo sterile delle accuse, al mondo, al tempo e persino all’alternanza naturale del sole e della luna. Se «in un solo modo si vive», occorre accettare l’irrimediabilità di ciò che è accaduto, senza pretendere di correggere il passato attraverso il dolore.
L’imperativo «ritrai gli artigli, i pianti, le grida» suggerisce una rinuncia alla violenza, non soltanto fisica, ma soprattutto emotiva e verbale. Il poeta invita a deporre le armi dell’orgoglio, a ricomporre la frattura tra il detto e il non detto, tra le parole pronunciate e quelle rimaste imprigionate nell’animo. Particolarmente incisiva appare l’immagine delle «dolci parole in salamoia»: la dolcezza del sentimento sembra essersi conservata artificialmente, perdendo però la freschezza originaria, come se il tempo e l’incomprensione avessero alterato la sincerità della comunicazione affettiva.
Il testo costruisce il proprio percorso attraverso immagini naturali e metafore di forte efficacia, contrapponendo la costrizione del mare alla promessa liberatrice del vento. La sintassi spezzata, gli incisi e i trattini riproducono l’andamento inquieto di una riflessione che procede per ripensamenti e improvvise illuminazioni. La conclusione, affidata a Zefiro, restituisce una tensione positiva senza cancellare la sofferenza precedente. Rinascere non significa negare il dolore, ma sottrargli il potere di determinare per sempre il nostro rapporto con la vita.
La poesia 60 continua intorno alla precarietà dell’esistenza e alla ricerca dello stupore, come se ogni esperienza dovesse essere vissuta con intensità prima che il tempo ne decreti la fine. L’esordio, «eccoci a rincorrere lo stupore / come se non ci fosse un domani», suggerisce un’urgenza vitale, ma anche l’inquietudine di chi avverte la fragilità del presente. Il rapporto con l’altro si colloca «nel labirinto del dunque», immagine che evoca l’incertezza del pensiero, il bisogno di spiegazioni e, insieme, l’impossibilità di raggiungere una verità definitiva. La sigaretta fumata diventa allora un gesto quotidiano, quasi una pausa sospesa nel flusso delle domande, mentre l’invito «aspetta dunque» introduce un’interruzione, un tentativo di rinviare il compimento degli eventi e di conservare una possibilità nel futuro. L’ardesia, pietra scura e compatta, suggerisce una scrittura che si fa materia, durezza, incisione destinata a resistere. Eppure, questa solidità si dissolve nello «sprazzo di una litania», dove la ripetizione acquista un valore quasi rituale, ultima voce capace di risuonare «nel deserto del mondo». La poesia diventa così un tentativo di opporsi al silenzio, pur senza poter cancellare la solitudine che lo genera.
La scrittura di Soriano si distingue per la concentrazione espressiva e per una trama di immagini che procede dall’urgenza esistenziale alla desolazione metafisica. La successione dei versi, sostenuta da un andamento libero e da pause significative, riproduce il movimento irregolare del pensiero. La parola ha una concretezza inattesa, mentre il ritmo introduce una dimensione sonora e quasi sacrale.
I pensieri si accavallano e incidono: “speranza sia – il bruco si contorce/ sul nido teso come un’imboscata;/ un fare stanco – canta e ci uccide.” – “l’iride è un arcano/ vetro soffiato pianto/ sulla pelle ardente” – “ora non saprei dire / di quale essenza sia la parola: / cigola al verso del vento / che non la lascia libera di andarsene.”
Soluzioni da definirsi tout-court affidate ad una specie di colorata affabulazione, rappresentata da un obiettivo trasognare ed una simpatica erratica immersione tra i fantasmi.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 13 ottobre 2026

ANTEPRIMA = CARLA MALERBA

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Carla Malerba : “Il tempio sulla collina” e altri racconti– Ed. Fara 2026 – pag. 64 n - € 14,00
Scrivere racconti è forse un privilegio della sintesi, la possibilità di offrire al lettore una visione rapida e complessiva di un’esperienza, di un sentimento, di un frammento di vita. Il racconto possiede il dono della concentrazione: in poche pagine può racchiudere un’intera esistenza, illuminare una contraddizione umana, restituire il significato di un incontro o fissare nella memoria un istante destinato a trasformarsi in rivelazione. La sua brevità non è necessariamente un limite, ma una scelta espressiva che esige precisione, essenzialità e capacità di suggerire. Ogni parola deve contribuire all’architettura del testo, ogni particolare può assumere un valore simbolico, ogni silenzio può diventare più eloquente di una lunga spiegazione. Non si tratta, tuttavia dal romanzo, soltanto di una differenza di lunghezza. Un racconto può essere intenso e profondo quanto un romanzo, così come un romanzo può perdere efficacia se si abbandona a digressioni inutili. La distinzione autentica riguarda soprattutto il modo di organizzare la materia narrativa: il racconto concentra, il romanzo dilata; il racconto suggerisce attraverso l’essenziale, il romanzo esplora attraverso la continuità.
Scrivere racconti significa accettare la sfida di dire molto con poco, affidando alla sensibilità del lettore il compito di completare ciò che la pagina lascia in sospeso. Il romanzo invita a soggiornare a lungo nel mondo della narrazione; il racconto, invece, può spalancare una porta e richiuderla subito dopo, lasciandoci tuttavia nell'animo una domanda, un turbamento, una verità. Ed è proprio questa capacità di prolungarsi interiormente ben oltre la propria ultima parola a fare del racconto una delle forme più preziose della letteratura.
Carla Malerba ci offre pagine molto agili e coinvolgenti, dalla scrittura lampeggiante e scorrevole, per un ricamo che si realizza da una fonte ricca del bagaglio culturale della scrittrice.
“Mentre saliva anche lei verso il tempio, vide uscire dalle acque di una piccola insenatura un giovane uomo dai capelli lunghi, fermati al disopra della nuca. Due bande inanellate gli scendevano sul petto. Fissava un punto lontano oltre la riva, le sembrava un enigmatico kuros moderno. Senza accorgersene adeguò il passo a quello del giovane che aveva preso a inerpicarsi sullo scosceso pendio che dalla riva portava sulla strada. Ora gli stava dietro e rallentava di proposito il passo mentre lui muoveva le lunghe gambe abbronzate e muscolose con ritmo cadenzato. Si accorse di essere sola con il ragazzo davanti a lei, non un turista, nessuno, ad eccezione di alcune pacifiche e aggraziate coturnici che pascolavano nelle zone ombrose presso i cespugli. Si disse che non doveva temere. Perché avrebbe dovuto rinunciare ad arrivare all’altura? Non aveva paura alcuna di quel giovane che andava verso il tempio e vi sarebbe arrivato senz’altro prima di lei. Lo vide infatti entrare nella cella, là dove venivano custoditi i simboli sacri del dio e in quell’istante un raggio obliquo di sole gli illuminò la capigliatura che rifulse, bionda com’era, di un bagliore repentino.” Un breve assaggio dalle prime pagine.
E nel racconto “Una storia veneziana”: "Non aveva relazioni clandestine da nascondergli. Con la scusa dell’incontro, della possibilità di un lavoro, si era procurata la possibilità di star sola in quella città così unica al mondo che avrebbe desiderato starci per sempre. Dalla stazione, appena quattro passi e c’era il suo albergo. Posizione comoda, ma perlopiù le stanze si affacciavano su calli strette e dalle finestre si vedevano solo altre finestre. Ma era un buon posto per stare da soli, con un giardino silenzioso in cui sostare con il tempo favorevole. Alla reception chiese la stessa stanza dove era stata altre volte. Fu fortunata, era libera e appena vi entrò saggiò la morbidezza del letto e si distese a fissare il soffitto per qualche minuto. Pensò in quell’istante che le storie nella vita si intrecciano da sole, come quando si scrive un romanzo: niente di prefabbricato, tutto nasce lì, alla tastiera. Anche la mattina in cui lo aveva conosciuto poteva benissimo essere l’inizio di un gran bel racconto.”
L’incontro con Dario, nato quasi per caso in un bar e sviluppatosi attraverso frequentazioni sempre più assidue, sembra offrire alla protagonista una possibilità concreta di ricominciare. La condivisione di interessi culturali, la scoperta dell’intimità fisica e il progetto di una convivenza delineano un rapporto autentico, capace di alleviare la solitudine e di restituire alla vita una dimensione di serenità. Eppure, nonostante la dolcezza di questa nuova relazione, qualcosa rimane irrisolto: il ricordo di quel breve idillio veneziano, tanto fugace quanto profondo, conserva un’intensità che nessuna esperienza successiva riesce a eguagliare.
Il ritorno a Venezia, dopo dieci anni, assume così il significato di un viaggio interiore, una ricerca della verità attraverso i luoghi che custodiscono la memoria. Le calli, i ponti e soprattutto il punto esatto in cui la donna aveva incontrato l'uomo diventano spazi evocativi, capaci di restituire gesti, parole e sensazioni rimasti impressi nel tempo. La protagonista rilegge retrospettivamente gli avvenimenti, riconoscendo nella reticenza e nella tristezza dell'uomo, al momento del distacco, segnali che allora non aveva saputo interpretare. Il desiderio di ritrovarlo non è soltanto nostalgia amorosa: è anche bisogno di comprendere, di dare una spiegazione a ciò che è rimasto sospeso. L'immagine finale degli occhiali che stanno per cadere richiama il primo incontro e trasforma un gesto quotidiano in una possibilità quasi magica di ricongiungimento. Il passato, dunque, non è semplicemente trascorso: continua a vivere nella coscienza, alimentando la speranza che una verità tardiva possa ancora restituire senso a quell'esperienza. Qui la delicatezza dell'indagine psicologica e per la capacità di intrecciare la dimensione sentimentale con quella della memoria. Venezia non è un semplice sfondo paesaggistico, ma diventa un luogo simbolico nel quale il tempo sembra arrestarsi e l'assenza acquistare una presenza quasi tangibile. Interessante è il contrasto tra Dario, figura di una possibile stabilità quotidiana, e l'uomo veneziano, che rimane invece legato a un'esperienza incompiuta e per questo idealizzata. La protagonista sembra cercare non soltanto una persona, ma anche la soluzione di un enigma che continua a condizionare il suo presente.
Sul piano stilistico, la narrazione è scorrevole e coinvolgente, anche se alcune spiegazioni psicologiche risultano esplicite e affidate maggiormente ai gesti, ai silenzi e alle immagini. Incisiva appare la scena conclusiva, nella quale la speranza prende forma attraverso una frase semplice, già pronunciata nel passato e ora attesa come una promessa. Il nucleo più suggestivo del brano è proprio l'idea che un incontro brevissimo possa lasciare una traccia più profonda di un rapporto duraturo, perché ciò che non è stato chiarito continua a sollecitare l'immaginazione e a chiedere, ostinatamente, una risposta.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 11 ottobre 2026

ANTEPRIMA = GIANPAOLO MASTROPASQUA

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Dal libro "SPARTITO BIANCO 79 Capricci al Buio", in prossima uscita per Puntoacapo editrice
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Dal Movimento n. 6 Offertorium - Romanza in Caos Maggiore
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"La Capitale dei Sud"
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Attraversai mezza città, dal basso
all’alto, fin dove i versi umani
si lanciano in tutti i versi del cielo
chiamando arcane paure e sensuali
precipizi, per l’immensa ombra dei titani
addormentati, per lo scherzo del vivere.
E tu, amore della mia prima e ultima vita,
sgrani gli occhi e non vuoi più andar via
ti perdi tra le scale perenni del Seicento
tra la fame sotto gli archi delle parole
e la sete rincorsa in funivie di sillabe,
qui tutto è adolescente ed eterno
mutevole come le nuvole e immutato,
io guardo a picco le case sul porto e sogno:
Napoli è un’amichevole furia, un sublime
teatro all’aperto, pazzo di bellezza,
un bambino millenario, raffinato
e malandrino, un ragazzo sveglio
e puttaniere che mi saluta sempre
dall’infanzia, una donna dai seni grossi
e gambe in preghiera, un santo sanguigno
e scostumato che amoreggia nelle chiese
dimenticate, cambiando i colori dei cieli,
un calcio d’oro in faccia ai pregiudizi, un mare
con un mondo sommerso dove ritornare.
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Gianpaolo G. Mastropasqua
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GIANPAOLO G. MASTROPASQUA nato a Bari (1979). Medico Psichiatra, Maestro di Musica, Psicoterapeuta della Gestalt, performer, vive nella Città Bianca. Ultime pubblicazioni: Viaggio salvatico, Ologramma in La minore – Accordatura orchestrale 432 Hz, In Silenzio Maggiore – poesiaconcerto 1999-2005 che riprende con una sezione inedita i primi libri, Danze d’amore e duende (versione completa), pubblicato precedentemente in Spagna e in Romania in versione bilingue. Vincitore di vari premi nazionali e internazionali, è presente in rubriche di poesia, riviste specializzate, quotidiani, programmi radio-televisivi, in diverse antologie e blog letterari italiani ed esteri, nonché nell’Atlante della Poesia Contemporanea “Ossigeno nascente” dell’Università di Bologna, in VIP (Voice of Italian Poets) dell’Università di Torino. Ha ideato, diretto e co-diretto vari eventi tra cui il Grand Tour Poetico. Ha partecipato a diversi Festival Internazionali di Poesia. É uno dei 7 poeti del film “Il futuro in una poesia” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Alcuni testi sono stati tradotti in spagnolo, rumeno, catalano, tedesco, inglese, greco, turco, russo e cinese. Ha ricevuto il “The Light of Galata” dell’IstanbulArts Culture and Tourism, e il Naji Naaman Literary Prize per la Creatività. Inserito nell’Annuario Internazionale Artisti Mondadori ’22 per la sua opera-libro “Ologramma in La minore”, videoesposta nei musei d’arte contemporanea in Europa e nella Biennale USA 2023/2024. Ha ideato Poesiaconcerto in varie declinazioni in sodalizio con diversi artisti contemporanei. Ha ideato e fondato la Casa della Poesia Meridiana – Casa del Duende. Per Poetipost68 ha curato la parola chiave “Follia”. Giurato in rilevanti premi letterari, tra cui il Premio Rainer Maria Rilke. Scelto per Gli Speciali di Radio Rai Techetè il ciclo “Arte Ri Evoluzionaria”.

giovedì 8 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADA RIZZO

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Ada Rizzo: “Il cacciatore di biglie” (romanzo) – Ed. Youcanprint 2026 – pag. 266 - € 18,00
Quarantadue capitoli dettagliatamente segmentati in un lungo racconto, nel quale i numerosi personaggi ricamano eventi di quotidianità, a momenti convulsi, a tratti plasmati nella morbida illusione, a momenti impuntati contro la violenza che cerca di distruggere materia e sentimenti.
“L’universo che scoprirete in queste pagine esplora il profondo impatto dei conflitti armati sui cittadini più vulnerabili, e al tempo stesso più resilienti: i bambini. – Scrive Farzaneh Dorri in prefazione- Attraverso i loro occhi, la guerra non è una grande strategia politica, ma una crisi personale, una rottura della sicurezza e dell’innocenza. Queste pagine offrono una testimonianza della loro capacità di agire, sopravvivere e mantenere viva la speranza, nonostante la devastazione.”
E’ la voce di bambini che quasi sempre non posseggono lo scudo che sappia difenderli contro un mondo intento a distruggere e ad abbrutire nelle violenze, e la sopravvivenza diventa capricciosa necessità atta a condividere le difficoltà distillate dal tempo ingordo.
Samyr, Kalila, Mariam, Bashir, zia Fatima, percorrono queste pagine con passi colorati, in una stesura del testo pregevolmente ricca di eloquenza.
C’è un brano a metà volume che costruisce il ricordo di una giornata apparentemente semplice, ma destinata ad assumere, nella memoria, un valore quasi assoluto. Il gioco tra il narratore e Kalila nasce dall’acqua e dal movimento: gli spruzzi, la fuga, l’inseguimento, il corpo sollevato sulle spalle diventano gesti di una complicità spontanea, nella quale il tempo sembra sospendersi. L’espressione «gioco infinito» introduce già il tema centrale della pagina: il desiderio di sottrarre alla precarietà dell’esistenza un momento di felicità.
Attorno ai due protagonisti si dispone una piccola comunità affettiva: mamma e papà osservano, sorridono, controllano con discrezione che il gioco rimanga sicuro. Il loro sguardo introduce una dimensione protettiva e familiare che trasforma la spiaggia in uno spazio dell’infanzia e della serenità. Anche il cibo — pane caldo, olive, pomodori, formaggio — partecipa a questa costruzione della felicità. La semplicità del pasto ne accresce il valore: non occorrono ricchezze, perché il piacere nasce dalla condivisione e dalla presenza reciproca.
Il tramonto conclude la giornata con un’immagine fortemente simbolica. Il cielo che «esplode di colori» accompagna la discesa del sole e, insieme, la consapevolezza che ogni momento felice è destinato a finire. Il gesto finale, con la testa di Kalila appoggiata al narratore, concentra tutta la tenerezza del ricordo: «vorrei che questo momento non terminasse» non è soltanto un desiderio infantile, ma la struggente aspirazione a fermare il tempo e conservare intatta una felicità che proprio perché fuggevole diventa preziosa.
Tutte le pagine di Ada Rizzo posseggono una limpida capacità evocativa e procedono attraverso dettagli concreti, evitando l’eccesso sentimentale. Acqua, sabbia, cibo, ombra, tramonto e viaggio sull’Ape Car, incontri e scontri, timore e spavalderia, compongono una memoria sensoriale molto viva. Particolarmente efficaci gli improvvisi passaggi dalla dimensione giocosa a quella malinconica, dalla descrizione dettagliata ai lampeggi dei sentimenti. La semplicità della narrazione è dunque la forza principale: dietro il racconto di coinvolgimenti familiari si avverte il bisogno profondo di salvare dall’oblio un istante d’amore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 7 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Il vuoto”
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Abbandonato, cadrò senza cadere,
catapultato oltre ogni possibile confine,
nel vuoto che non ha testimonianza.
Non sarà notte, né silenzio, né attesa,
nessun luogo, nessun nome, dissolti fuori del tempo.
Come presenza un’assenza che non conosce più!
La parola che fu, sempre senza pronunce,
e tutto ciò che ho amato ed evapora,
avrà forse il peso di una foglia caduta.
Ogni libro sarà pagine senza più respiro,
le mani che ho stretto perderanno calore.
L’amore donato e ricevuto,
che sembrava una forma invincibile dell’essere,
si farà improvvisamente il non-essere,
come una fiamma spenta prima ancora di ricordare luce.
Soltanto un breve errore della materia,
un lampo apparso nel buio e subito restituito al buio,
il volto che ancora riconosco nello specchio?
Occhi per non vedere ciò che insegue la vita
la mia energia, dispersa oltre misura,
insegue inutilmente chi ora la contiene.
I versi mi appartengono tremando
incapaci di restituirmi un abbraccio, in assolute distanze.
Consumata con ostinata passione la carne
potrà sembrare come non fosse mai accaduto,
e contro Thanatos, non avrà di nuovo un cuore.
Resterà forse, sorseggiando le macchie di un arcobaleno,
finché anche la memoria non avrà più voce.
Resterà nel non essere l’eco dell’energia dispersa!
Poi nulla: non l’eternità, ma l’assenza dell’eternità stessa.
nel mondo come un segno cancellato dal coltello.
Il silenzio che non ci appartiene, precipitando
truccato in tacchi a spillo, sarà promessa di ruggine
consumata ai margini di una prenotazione.
*
*
“Medaglione”
-
Forse un colpo di clava, come caverna
da ricostruire assecondando passioni,
ripristina filtrati ormai archiviati,
o nei segreti un senatore che parla di confronti
e di vecchie amicizie, vittima di una donna
sazia di sassi e di civetterie.
Completamente in custodia delle meraviglie
additato dai turni della misericordia
divento l’ossessione che scardina,
grimaldello affidato al principio e mille volte
marea da ricomporre con preziosi inviti.
Per te ancora pagine che colorano di luci
il segno della sepoltura, cariatide e riflesso
della ricognizione che si schiude
nel tepore di domande ingommate nell’occhio.
Inciampa in fretta il cuneo dell’imbrunire:
medaglione ricordo di un racconto.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 6 ottobre 2026

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia accarezza il mare"
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Sguardo di Alessia al folto
delle onde con gli occhi
nel lambirle a poco a poco
sottese all’azzurrità del cielo.
Accarezza il mare Alessia
dal belvedere del Parco Virgiliano,
l’aria a dissetarla nella tersa
stagione (la quinta che oltre
gli orologi esiste). Azione
di Alessia nell’intensificare
le tinte nel leggere la marina
distesa (il graffito: non ti
lascerà)
*
Raffaele Piazza.

SEGNALAZIONE VOLUMI = CRISTIANO CUTURI

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Cristiano Cuturi: “Come rondini in volo” – Ed. La valle del tempo 2026 – pag. 82 - € 16,00
La sensibilità, plasmata con semplicità e delicatezza, regala pagine che sembrano continuamente attendere un segnale che sappia stringere nella morsa della creatività le variegate emozioni che improvvisamente la quotidianità ci porge tra la sgangherata realtà ed rigore inaspettato dei confronti. La scrittura di Crisitano Cuturi si inserisce abilmente nella tradizione plasmando accenni di stesure moderne che nella maggioranza delle composizioni insiste spesso sulla recitazione della preghiera. Attrae l’apertura a questa lettura la poesia “Sulla mia chitarra più vecchia” (pag. 24) che recita:
*
Sulla mia chitarra più vecchia più preziosa
ci sono i segni che ha fatto un bambino che non sapeva suonare
l’ho tenuta per tanti anni abbandonata, perché conoscevo solo pochi accordi.
Adesso che so suonare qualcosa vorrei tanto che mi ascoltasse mio padre,
adesso che tutto riposa dentro l’abbracio che da la sera,
troppo generosa e troppo donna, come una femmina che concede
la sua bellezza al mondo intero.
Proprio adesso. Io vorrei che le note di quelle corde che da poco ho cambiato,
arrivassero sino al paradiso, che credo che poi non sia così lontano.
-
Chiaramente si costruisce intorno a un oggetto apparentemente semplice, la chitarra, che diventa progressivamente il deposito materiale della memoria e del rapporto con il padre. La “chitarra più vecchia più preziosa” non vale per la sua qualità musicale, ma per i segni lasciati su di essa da un bambino incapace ancora di suonare: quelle tracce infantili sono dunque una sorta di scrittura originaria, testimonianza di un tempo in cui il desiderio precedeva la competenza. La chitarra conserva ciò che il tempo non può cancellare: l’immagine di quel bambino e, insieme, la possibilità di un dialogo rimasto incompiuto. Il passaggio decisivo avviene quando il poeta confessa di averla tenuta per anni “abbandonata”, perché conosceva soltanto pochi accordi. L’abbandono dello strumento può essere letto anche come metafora di una vita sospesa: qualcosa che possiede una voce, ma non ha ancora trovato i mezzi per esprimerla pienamente. Ora, invece, “so suonare qualcosa”: l'espressione volutamente modesta contiene una conquista profonda. Non importa quanto sia grande la competenza raggiunta; ciò che conta è che finalmente il poeta sente di poter dare una forma alla propria voce e, soprattutto, di poterla offrire a qualcuno.
Quel qualcuno è il padre, inseguito ripetutamente nei suoi versi, intaccando e ricucendo memorie, evocato con una frase di struggente semplicità: “vorrei tanto che mi ascoltasse mio padre”. Il desiderio arriva però quando l'ascolto non è più concretamente possibile. Da qui nasce la tensione fondamentale della poesia: proprio nel momento in cui il figlio sente di avere finalmente qualcosa da dire, il destinatario non può più riceverlo. La musica diventa allora un tentativo di oltrepassare la separazione della morte.
Molto intensa è l'immagine della sera, “troppo generosa e troppo donna”, quasi una presenza femminile che accoglie e avvolge ogni cosa. La sera assume così un valore materno ed erotico insieme, una dimensione di abbraccio universale nella quale “tutto riposa”. È il momento in cui i confini tra presenza e assenza sembrano attenuarsi e il ricordo può cercare una strada verso l'oltre.
Le corde appena cambiate rappresentano una possibilità di rinascita della voce. Le nuove corde possono finalmente produrre note capaci di salire verso il padre: “arrivassero sino al paradiso”. Ma anche il paradiso viene sottratto a una dimensione dogmatica: “credo che poi non sia così lontano”. Quel “credo” è fondamentale, perché non afferma una certezza religiosa; esprime piuttosto una speranza, quasi una fiducia poetica. La distanza della morte può forse essere ridotta dalla musica, dalla memoria, dall'amore.
Silloge ricca e programmata nei riflessi di ricordi ed emozioni, nei tratteggi di avvenimenti e metafore completamente sciolte. Poesia della memoria filiale e della parola tardiva, costruita su un linguaggio piano, colloquiale, che acquista intensità proprio al padre. attraverso la sincerità della confessione. Particolarmente efficace è il contrasto tra il “avvenimenti della prima infanzia e l'uomo che oggi vorrebbe essere ascoltato”: in mezzo c'è tutto il tempo della vita.
Il periodo linguistico concettuale si basa su di un atto di fiducia per quei contatti sentimentali ed universali che accostano metafisica e storia, etica e scienza, amore e inganno, illusione e speranza, dubbio e fede, per una sapiente interpretazione del tempo passato e del vissuto attuale.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 5 ottobre 2026

POESIA = MARIA TERESA INFANTE

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1." Sale in zucca"
-
Avrei voluto scrivere poesie
direzionare il volo col timone
– un legno antico che non ha frontiere –
inerpicarmi
scendere di testa
dove i grafemi scindono gli schemi
e trasformare il male con il bene
-
un po’ d’inchiostro non è mai abbastanza
provo a passarlo da una mano all’altra
-
si dà di sale
se la carne è sciapa
intanto i crampi stridono la mente
-
si dà di matto
se rimani a terra.
*
(da “Extrema ratio”, Genesi Editrice, 2021)
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2. "Manovre"
-
Sono giorni che dovrò scontare
andare a capo non è ritornare
-
eppure un punto non è mai abbastanza
a far poesia di un sogno malandato.
-
Cassare il tempo deflorato invano
-
un tentativo per poter barare.
*
(da “Collisione d’interni”, Il Convivio Editore, 2019)
*******
3. "Spettro"
-
C’eravate tutti al mio funerale
poche parole, braccia lungo i fianchi.
-
Solo il ricordo vive a fare da sponda
ciò che da morti è chiaro più del sole.
-
C’eravate tutti al mio brindare in vena
qualcuno mi ha portato un fiore
– quindici rose, forse per errore –
magari solo per sventrarmi il petto
qualcuno mi ha schernita ardito
un altro mi ha sputata in viso
un uomo mi ha chiamata figlia
e dato un nome, quasi fosse un dono
-
due occhi invece mi han fatto l’amore
e anche la morte mi sembrò migliore.
-
C’eravate tutti ed io con voi
seppur la vita mi portò lontano
-
dov’ero spettro mentre respiravo.
*

da “Collisione d’interni”, Il Convivio Editore, 2019
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MARIA TERESA INFANTE LA MARCA

domenica 4 ottobre 2026

POESIA = SANDRO ANGELUCCI

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"S’aggiungono altre voci"
-
Non canta il gallo.
Risponde a chi lo chiama
sporgendosi al balcone del mattino.
È la luce, è il Sole che lo cerca,
che gli domanda
se ancora riconosce chi tradisce.
Tre volte,
senza saltare un giorno,
ripete il nome.
Trenta denari, sempre quelli,
l’offerta, il baratto,
la guerra al posto della pace.
Ma Giuda è morto
mentre la cattiveria sopravvive.
C’è qualcosa di più forte dell’amore?
Al gallo
si sono aggiunte voci da ogni dove:
cantano le tortore, i passeri,
i girasoli.
Ed alle loro
s’unisce il suono di queste mie parole.
******
"Sul fondo del bicchiere"
-
Una goccia di miele
che cade nel latte bollente,
precipita sul fondo del bicchiere
e si dissolve.
È questo
la parola di un poeta.
Un grumo di bellezza che si scioglie
per rendere più dolce
la bevanda.
Ma la sua forza,
ciò che la distingue
più dello zucchero è quel dissolvimento
quello sparire
per regalare ancora una speranza,
quel velocissimo
battere le ali
che tiene l’ape in stallo
e il cielo in equilibrio sul creato.
-
Da “Si aggiungono voci” (LietoColle, 2014)
******
"Alleluia"
-
Sta tramontando il Sole.
Ma penso all’alleluia.
No, non quello che credete.
All’alba,
è all’alba che si proietta
il mio pensiero.
Perché - forse non lo sapete -
ma è così che i primitivi
salutavano il ritorno della luce.
E ringraziavano
- perché no -
sacrificando un animale,
edificando qualche dolmen
qualche menhir
o più semplicemente
ridendo, cantando
abbracciandosi in silenzio.
Alleluia,
un suono gutturale, intraducibile
come l’amore, come la pace,
come la vita.
-
(Inedito)
SANDRO ANGELUCCI