SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIA D'ANCA
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Giulia D’Anca: “Camminamento” Editrice Carabba – 2024 – pag.70 - € 13,30
Arsura e veemenza, fino a dare il senso di un fluire intriso di splendore, la poesia in queste pagine ha un rigore vertebrale sottilissimo e contemporaneamente avvolgente. Si sviluppa intorno al tema della febbre d’amore, nella precisa percezione del sentimento che regola gli affanni di Eros.
La passione insidia anche la corsa del tempo e rimanda spesso alla vertiginosa reazione che l’istinto e “il camminamento” cercano di mantenere in un equilibrio troppe volte instabile.
Giulia D’Anca non è nuova alla poesia, ma in questo libro offre forse il meglio del suo percorso, o di quello che chiama Camminamento. Fulminee impressioni-riflessioni che si condensano in versi desultori e che si muovono in misteriosi analogismi inducendo non già alla comprensione ma all’enigma da cui le emozioni scaturiscono. Allusioni dialogiche, domande sorprendenti, nitore di sguardi, slittamenti di sensi, confessioni professe, pluralità di ardori e sentimenti. Una poesia avvitata alla sua rabdomanzia, agli affondi che vivono in immagini ardite e metamorfiche. Nell’espressività ritmicamente rotta, un ben ponderato lirismo, una dizione interiore che s’inarca – come suggeriscono alcuni versi.
“Nessun colpo/ andava a segno, / sono foglia caduca, / quando cala la notte/ m’impiglio, nessuno mi tocca/ se non il tempo./ Sono foglia/ che non crede/ alle guerre per la morte./ Sono foglia di acqua, collasso nei fondali, / il mio humus / si ciba, / le radici s’appigliano/ al cuore della terra. / Sono foglia di cielo, / volteggio nello spazio pretestuoso/ dei venti, / dolcissimi, taglienti.”
Si costruisce con coerenza e delicatezza una metafora centrale, quella della foglia, che diventa emblema della fragilità e insieme della resistenza e dell’esistenza. Il verso iniziale suggerisce un senso di disarmo e di fallimento, subito trasformato in accettazione del tempo come unica forza che davvero incide sull’essere. La foglia non è passiva: attraversa notte, acqua e cielo, assumendo forme diverse senza perdere la propria identità. Molto efficace è il rifiuto delle “guerre per la morte”, che introduce una posizione etica pacata ma ferma, lontana dalla retorica.
L’immagine dell’humus che si ciba di sé stessa restituisce una visione ciclica e fertile del dolore e del collasso. Le radici che si aggrappano al cuore della terra rafforzano l’idea di un legame profondo e necessario con l’origine.
Nella sezione finale, il passaggio al cielo amplia lo spazio simbolico e dona leggerezza al testo.
I venti “dolcissimi, taglienti” chiudono con una tensione sensoriale ben calibrata, che tiene insieme carezza e ferita. Il linguaggio è essenziale ma denso, capace di suggerire più che spiegare.
Tutta la silloge, con le sue densità policrome, nel complesso convince per unità tematica, chiarezza simbolica e maturità dello sguardo, e per un afflato continuo che si esprime con immediatezza sia nei gesti vibranti, sia nei movimenti intimi di desiderio e di attesa.
E altrove si affacciano le ipotesi di condivisione del silenzio, di strazianti avversioni che turbano il sogno, di ferite rinchiuse e di boccioli profumati, di memorie sullo sfondo di lampeggi, o il bisogno di fare e disfare la riva di un mare che lambisce.
Per il poeta anche la contemplazione muta nello splendore di un percorso che parte dal labirinto e riconduce agevolmente nell’equazione perfetta della visibilità.
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ANTONIO SPAGNUOLO




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