SEGNALAZIONE VOLUMI = MARISA PAPA RUGGIERO
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Marisa Papa Ruggiero: “Frange d’interferenza” – Giuliano Ladolfi Editore – 2024 – pag. 62 - € 10,00 –
Prima di disporsi alla lettura di questo volume credo sia necessario comprendere, assimilare e condividere quanto ha detto Alfred Jarry intorno alla patafisica, per la quale non esistono verità assolute ma solo relative, sempre mutevoli, e tutti i principi possono essere affermati e contraddetti in nome dell’assoluta libertà creativa dell’artista, fuori da schemi precostituiti. La patafisica, spesso definita come la "scienza delle soluzioni immaginarie", si presenta come una disciplina parodistica e surreale, ma in realtà rischia di dissolvere il senso critico e razionale del pensiero umano. Nata dall'estro del drammaturgo, la patafisica si compiace di un'assurdità programmatica, vanificando ogni sforzo di comprensione logica e lasciando il sapere in balia di conseguenze concrete.
Il suo rifiuto della coerenza e della sistematicità scientifica porta a una fuga dal reale che, lungi dall'essere liberatoria, finisce per diventare una prigione concettuale. Se tutto è vero perché tutto è relativo, allora nulla è veramente conoscibile, e il pensiero si riduce a un gioco sterile, non privo dell'arbitrario. Annullando quei parametri che erano (e sono) il distinguo della poesia sino ad oggi inseguita: ritmo delle sillabe, musicalità del verso, capacità di suscitare emozioni, energia per riaccendere sentimenti.
Inoltre, la patafisica tende a sfociare in un elitarismo intellettuale: chi ne fa uso spesso si vanta di una comprensione superiore, mentre potremmo timidamente sospettare che in realtà si tratti solo di una celebrazione dell'incomprensibile.
L’uso della patafisica nella letteratura e nell’arte, sebbene affascinante in certi contesti, a me sembra che abbia contribuito ad una progressiva perdita del valore comunicativo dell’opera. Se il senso è arbitrario, allora qualsiasi messaggio può essere ridotto a un vuoto gioco linguistico. La creatività, invece di essere potenziata, si avvita su se stessa e si sterilizza in un labirinto senza uscita.
Marisa Papa Ruggiero accetta la sfida e si immerge focosamente nella creazione di componimenti a volte speditamente comprensibili nei loro versi, a volte faticosamente afferrabili nella loro decifrazione, in assenza assoluta della punteggiatura.
“Vedi scorrere grigie risacche tra le ciglia/ e gli alisei e i monsoni le correnti/ arse dei tropici lungo l’acrostico degli anni/ mentre nel corpo l’ultima ora/ gela l’orizzonte// tra vena e nervo hanno un sussulto/ le sinapsi elettriche del furore e dell’utopia”
Le parole scorrono con limpida luminescenza nel ritmo in cui la tappa dell’informe cerca la forma e la robustezza che ribolle nei limiti. Una dinamica frenetica e ondeggiante la caratterizza e la poetessa ricama figurazioni nel discorso che si va proponendo nell’imponderabile.
“Botola lasciata aperta/ contagio di neuroni sconti spiando/ oltre il tendaggio il giorno/ di taglio Vermeer mi tira dentro il quadro/ qualcosa si fa voragine se guardo/ sul filo di questa lama/ Caraffe di luce sulla pelle nuda/ scintillante di miele io lo so solo adesso/ che l’assoluto è qui/ intorno e dentro una combustione di mine/ esplose nell’iride/ un lobo poi l’altro forati da spilli/qui la goccia di sangue qui la perla/ lo scandalo della finzione sulla tela tocca/ il nervo sensibile del vero/ denso come la polpa di un pensiero/ fiondato in vena/ come la mappa inchiostrata viva/ e l’occhio che la guarda”
Qui il verso potrebbe anche essere logoterapeutico, senza favorire quella lettura che mira agevolmente alla riconoscibilità del reale e a porgere condizioni privilegiate per affondare insieme nel pensiero razionale.
Ogni testo è una bomba a mano che deflagra nel particolare valore emblematico, cercando di obbedire ancora al concetto di mimesis, come miniera di spontanea enunciazione.
Per completezza di ragguaglio mi piace riportare quanto è stato scritto in altra sede da G. Alvino:
“L’interpunzione è completamente bandita e l’ultima parola d’ogni testo si perde nel bianco, a significare la negazione di principio e fine; il punto fermo è surrogato dall’iniziale maiuscola del verso seguente, cui è affidato l’incarico di segnare una frontiera testuale: quasi una didascalia di spartito per voce recitante perché musica, si badi, non già musicalità è la cifra caratterizzante l’operazione, che procede per crepe e stecche sonore all’insegna di jazzistiche sincopature fomentate da frequenti allitterazioni ed enjambements tra forti e fortissimi: «Oppure cliccare uno schianto muto un crollo / nel fondo oculare ‒ fionda o freccia / ad altezza di cuore ‒ l’acustica / è fuori circuito la bacchetta del maestro dirige / un’orchestra vuota / ‒ ti aspetto qui e qui e qui / doppie vocali sul ring della mente sono / ali corvine spalancate in volo / come i mitici baffi a punta del dipintore folle / appesi a corna di bue due le metà scisse […]». La metrica, com’è agevole notare, è assolutamente libera e scatenata, benché, per deferire – con benevola ironia – alla tradizione, non manchino relitti di misure canoniche, per lo più endecasillabi, senarî e settenarî non di rado accoppiati.”
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ANTONIO SPAGNUOLO