lunedì 25 maggio 2026

POESIA = CINZIA PERRONE

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"Col favore delle stelle"
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Nel silenzio vistoso di un giorno qualunque,
mentre il tempo si incespica in reti di attese
nella camera dei sospiri e dei ricordi sospesi,
la scintilla appare senza farsi annunciare.
Come miraggio nel deserto non si fa afferrare.
Come bimbo che sogna gioioso a occhi aperti,
non vuole distrazioni all’armonia del momento.
L’incanto del suo lume tutto impressiona e scalda
nello sfondo prima buio dove ora splende l’astro
che nel nascente bagliore lo sguardo acceca.
Le palpebre si schiuderanno, e ammirerai libero
la gloria raggiunta nella sua perfetta completezza.
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"Il male nello specchio"
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Io sono il ruolo scomodo,
quello che nessuno vuole interpretare.
La parte del cattivo
quello che tutti evitano,
il duro che non sa amare.
Non sanno come prendermi
o se conviene farlo,
lasciarmi perdere è meglio,
altrimenti ti complico la vita.
La mia per tanti vale poco,
meno di zero, che numero strano.
E se fossi colpevole solo del riflesso?
Quello che nessuno vuole vedere
e cerca in tutti i modi di evitare.
Allora quello specchio va coperto,
nascosto, distrutto no, porta male.
Quella superficie riflettente sono io
e nessuno vuole guardarci dentro:
potrebbe trovarci un po' di sé.
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"Relitti dell'anima"
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Sciogliete
nei versi di una canzone
il freddo del legno
sommerso
in un mare di indifferenza
fatto di stoppa e
cartapesta.
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Cinzia Perrone

SEGNALAZIONE VOLUMI = DONATELLA CANESCHI

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DONATELLA CANESCHI: “NEL MISTERO DEL TEMPO” Ed. Prometeus 2025 – pag. 88 - € 18,00
Con un saggio introduttivo di Francesco Solitario---
“La silloge- scrive di suo pugno l’autrice in postfazione- traccia un percorso poetico-esistenziale sul tempo, che da sempre accompagna l’uomo e la coscienza di sé, le sue paure e desideri……
Il libro si articola in 4 sezioni: Nel mistero del tempo, In Viaggio, Flussi, Visioni, che accolgono l’universo poetico e ne custodiscono i segni. Dal tema del tempo, si sviluppano diversi aspetti:
– il mistero del tempo, che si avverte con la fine della vita sulla terra e la perdita;
– quello della storia, con i suoi conflitti, ferite e speranze;
– il tempo del silenzio che nutre il pensiero e favorisce la meditazione, quello del desiderio , del viaggio reale e simbolico.”
Un continuo sfiorare i minuti tra sospensioni e illusioni, debolezze e caducità, fragilità, precarietà, transitorietà e speranze, tutte nell’immagine non consumabile, non corruttibile, in cui il temporaneo e il temporaneo cessano di essere tali in una inversione che va da precario vivente a frequenze contemplate e autosufficienti.
Molta poesia della poetessa si sviluppa intorno alla percezione del tempo come forza generatrice e insieme dissolutrice. L’incipit, “Fertilità del tempo che si frange”, ad esempio, introduce immediatamente una tensione fra pienezza e caducità: il tempo è fertile, produce vita, ma nello stesso istante si infrange contro il limite dell’esistenza. L’immagine della “cova di luci e ombre” accentua questa ambivalenza, poiché ogni esperienza umana nasce dall’intreccio di gioia e malinconia, speranza e perdita.
La natura di Maggio appare come simbolo della perfezione ciclica del mondo, una stagione che continuamente “rigenera linfe”, restituendo energia vitale alla terra e agli esseri umani. Tuttavia, il poeta introduce presto una nota meditativa e dolente: la “sensuale giovinezza di brezze” richiama il fascino della giovinezza, ma subito dopo emerge la consapevolezza che “molti sogni / fra le rughe, non fioriranno”. Le rughe diventano così segno del trascorrere degli anni e della distanza fra desiderio e compimento.
Non c’è però disperazione. Si evolve verso una maturazione interiore: la “nuova saggezza” che “nutre i giorni” indica che l’esperienza del tempo non distrugge soltanto, ma trasforma. I sogni mancati vengono sostituiti da una più profonda comprensione dell’esistenza. L’immagine finale delle “preziose perle” che “colmano la clessidra” è particolarmente efficace: ogni attimo vissuto, anche doloroso, diventa una gemma di memoria e conoscenza che riempie il tempo umano di significato.
Dunque un equilibrio fra vitalità e disincanto, tra eros della vita e meditazione sulla finitudine. La natura insegna che tutto rifiorisce, ma l’uomo può soltanto accettare il fluire del tempo trasformandolo in coscienza e memoria.
Per Donatella Caneschi la compattezza espressiva e la densità simbolica trasudano in lessico essenziale ma ricco di risonanze interiori, mentre le immagini naturali assumono valore esistenziale. Notevole l’uso della clessidra come simbolo conclusivo: non semplice emblema del tempo che fugge, ma contenitore di esperienza e saggezza. Il tono lirico, sobrio e meditativo, conferisce una delicata intensità elegiaca ad ogni componimento, che si adagia sapientemente ad una scrittura piana e comprensibile.
Anche i ricordi hanno la necessità di rivelarsi “prima che tutto abbia fine”, quasi nel desiderio di sigillare dentro il tessuto dell’ “amore”. E “vestita/ di sana follia,/ creare vibranti echi di senso, /smarrimenti.../e ricomporre l’universo intorno.”
Spesso la penna coglie un attimi di sospensione felice, dove lo spazio urbano diventa luogo dell’anima e della memoria. La piazza di Strasburgo appare immersa in una “rara armonia” che unisce storia, leggerezza e vita quotidiana. La cattedrale rappresenta il tempo solenne della civiltà e della durata, mentre le bolle dei clowns evocano l’effimero, il gioco e l’infanzia. In questo equilibrio tra gravità e leggerezza nasce il senso profondo del testo. L’orangina bevuta insieme è un dettaglio semplice ma essenziale, perché trasforma l’esperienza in intimità condivisa. Anche la fotografia non serve soltanto a fermare un’immagine, ma a trattenere un’emozione destinata a svanire. Il “tempo perduto” richiama una nostalgia dolce, non dolorosa, quasi una riconciliazione con il passato. Il sorriso diventa così consapevolezza della precarietà della felicità. Nel finale, la “nuova vita” che sboccia nel flusso dei pensieri suggerisce una rinascita interiore, generata proprio dalla memoria e dalla bellezza del presente. E qui la poesia mostra come piccoli istanti possano aprire spazi di rigenerazione spirituale.
La silloge si distingue per la misura lirica e la limpidezza espressiva. Il linguaggio quotidiano convive con immagini simboliche leggere e persuasive. L’equilibrio fra concretezza narrativa e riflessione interiore conferisce un tono elegante, capace di trasformare una scena in meditazione sul tempo, sulla memoria e sulla rinascita emotiva.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 24 maggio 2026

POESIA = ELIZABETH GUYON SPENNATO

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"ALLICUORDE E LL’ISOLA"
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Ncoppa 'o cummò
Dint’ ê vasette
Aggio miso
Ddoje gocce 'e mare
‘Nu poco ‘e rena
A terra generosa e
‘na buccata r' aria pura
ca se respira allà.
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Chisti allicuorde
Me mannasti tu
Pe tènere ll’isola
sempe a fianco a me
Pe nun scurdà
chi song io.
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"L'ARECHETA DI FONTANA"
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L'estate è ancora lontana
Ma fa già caldo
La salita fino all'eremo
Di San Nicola
Sembra di non dover
Mai finire
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Strada facendo
Il profumo dell'origano
Di Fontana
Ci avvolge
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A poco a poco
Le foschie hanno
Nascosto il verde
Degli alberi
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Finalmente
ce l'abbiamo fatta
Scattiamo una foto
Per ricordare la bella passeggiata
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Scendendo incrociamo un cane giallo
E un altro bianco ancora più grande
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"Teresina!"
Il contadino cerca la piccola capra
Lei, divora le erbe
Spensierata
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Il caffè a metà strada è ancora aperto
Ci sediamo per mangiare una cosina
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In alto la capretta impaurita
Si mette a belare
I due cani non danno retta
E il povero uomo deve salire di nuovo
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Dopo un bel po' li vediamo passare
tutti e quattro
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Affianco al contadino
Teresina
Sa di essere voluta bene.
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ELIZABETH GUYON SPENNATO

sabato 23 maggio 2026

POESIA = COSIMO RODIA

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"Il tempo"
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È il tempo l’ametista tra le dita, cara Emily
concesso nello spazio breve
per sogni, conoscenze e amori.
Denaro, intrighi, potere sono gioielli di falsari.
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Il tempo che scorre tra le dita
come sabbia del deserto
quel tempo di fame insaziabile nel labirinto
quel tempo che al risveglio diventa memoria e nostalgia
è il tuo ricordo d’ametista che rimane
a noi nel vivere, lasciando infine
una carezza nel tramonto.
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Il resto non è che refolo senza tracce.
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COSIMO RODIA
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Una nota di Daniele Giancane.
“L’ordito del tempo” e la poesia ‘totale’ di Cosimo Rodia
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Le mappe della poesia - anche quelle regionali - vanno costantemente aggiornate e riviste, sia perché emergono nuovi autori degni di nota sia perché si mette maggiormente a fuoco l’itinerario di un poeta, magari considerato sino ad allora un ‘minore’. Credo sia il caso di Cosimo Rodia, che dobbiamo cominciare a considerare una voce potente della poesia pugliese, accanto ad Angiuli, Trisolino, Curci, Augieri ed altri ancora; si veda ad esempio la sua antologia: L’ordito del tempo – Trent’anni di poesia di Cosimo Rodia (1994-2024), edizioni Milella.
Occorrerà anzitutto chiarire che Rodia - più che un semplice poeta - è un intellettuale a tutto tondo, che naviga sapientemente tra vari orizzonti, dalla poesia vera e propria alla narrativa (in specie per ragazzi), dalla saggistica al folklore, mai dimenticando che l’intellettuale ‘militante’ deve impegnarsi all’interno della società, organizzando, inventando, aprendo spazi, provocando dibattiti, curando antologie. È chiaro a Rodia - come a pochi altri intellettuali pugliesi - che lo studioso vecchio stampo, che vive la sua vita solo all’interno del suo studiolo, non ha più spazio nel nostro tempo.
V’è da dire che Cosimo Rodia è un intellettuale ‘totale’ in molti altri sensi, anche in quello di guardare al futuro mai dimenticando le sue radici contadine: la sua poesia (come molti suoi racconti per ragazzi e molte sue raccolte di fiabe del suo territorio) è rivolta al ‘presente’, ma anche ad un futuro sperato e ad un passato inestinguibile: c’è tutto il Sud, nella poesia di Rodia, un Sud riguardato con nostalgia e lirismo, pur senza ergerlo a una sorta di paradiso terrestre.
Ma il Nostro è un Autore da prendere con le molle e con competenza critica, perché, senza apparire troppo, porta avanti una sorta di rivoluzione semantico-linguistica: alieno dalla poesia sperimentale o troppo ermetica, Rodia si esprime con un linguaggio di ‘apparente’ semplicità - poiché si tratta di semplicità come punto d’arrivo di una lunga ricerca (non è la semplicità di chi non ha altri linguaggi a sua disposizione). Questo perché l’Autore ‘cerca’ il lettore, la condivisione, la trasmissione delle emozioni. L’Autore tende a coinvolgere il lettore nel ‘suo’ mondo e deve perciò usare (con questa finalità che possiamo definire ‘popolare’) una lingua immediatamente leggibile.
Leggere i testi poetici di Rodia è abbastanza facile – per un lettore ‘medio’, il che li rende fruibili anche dai giovani e dal mondo della scuola in generale. Operazione importante perché la lettura della poesia è sovente lontana dal mondo dei giovani (ma anche dal lettore medio) e invece questo modo di usare la ‘parola’ intensa e vibratile ma comprensibile riconcilia con l’idea della poesia come gesto umano, come messaggio e direi persino come ‘valorialità’. La poesia – in questo modo - può ridiventare ‘necessaria’, oggetto di riflessione esistenziale, viaggio all’interno di sé e del mondo.br />< Rodia è autore ‘totale’ anche perché (a parte questa rivoluzione del linguaggio) affronta tutti i temi dell’esistenza umana. Si potrebbe pensare che un poeta del genere sia rannicchiato in se stesso e nei suoi rovelli interiori: non è così, qui siamo davanti ad un poeta anche ‘sociale’, il che è davvero raro negli autori dei nostri anni. Scrivere poesia sociale è difficile, si corre il formidabile rischio di cedere alla retorica o all’ideologia e perciò molti poeti se ne tengono alla larga: Cosimo Rodia riesce invece ad intraprendere anche questo itinerario con una capacità rara: intravedere non l’ideologia o la retorica, ma la sofferenza del mondo. E perciò diventa anche una poesia di ‘impegno’, che tende a scuotere le coscienze.
Rodia è poeta totale anche per la dialettica fantasia/realismo. È assai difficile poter scorporare l’una dall’altro, perché alcune opere sono evidentemente fantastiche (non solo molte fiabe della tradizione, ma diversi testi ‘onirici’, in cui il sogno dell’infanzia e della civiltà contadina prende il sopravvento; non solo: a volte emerge anche una vena utopica rivolta ad un mondo migliore), altre sono fortemente realistiche, di ‘specchio’ dei nostri tempi difficili e spesso cruenti.
Siamo di fronte - in sostanza - a una poesia di grande spessore, che meritava una prima ‘sistemazione’ critica dopo un trentennio di impegno, di lavoro, di scavo nella parola.
Nel leggere L’ordito del tempo il lettore sarà portato per mano in un viaggio dell’anima attraverso se stesso, il mondo, i grandi interrogativi umani, sempre con una ‘leggerezza’ che è il segno distintivo di questa scrittura poetica.
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giovedì 21 maggio 2026

POESIA = ALESSIO BARETTINI


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"CERTEZZA UBRIACA"
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Se mai decidessi di spegnere la luce
impedisci al generatore di mostrare la penombra.
Per qualche motivo potresti scoprire
anche oltre la consueta dinamica
di liquami, di lanterne, di metri di giudizio
da mandare a mente o da dimenticare.
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Poi cercando per caso una vecchia foto
che mostrava un giorno eccezionale
brevemente
potresti pensare che tutto finisce al suo posto
per una volta soltanto.
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"BAFFI E FORBICI"
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Calmiere degli occhi
di atmosfera e cronosfera
conoscerà la risposta
articolando combinazioni
abituando duplicità necessarie.
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- Gli affari sono affari -
dirà il Rockerduck che non aspettavi
fingendo il disinteresse che dovrai fuggire
girandoti mille e mille volte sull'asse
che uniscono le tue spalle alla luna
prescelta per rappresentarti
e vedrai finalmente l'uscita
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"FORTUNE"
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La custodia del mio miglioramento
risiede nascosta e nessun numero può svelarlo.
Così il vedere si confina nell'altro
mentre
bisogni primordiali scalfiscono
il muro di gomma dei miei convincimenti
mentre
la giornata procede più lenta del passo
che incede mostrando
l'angolo della storia circondato
da vorticismi, bellicismi, tatticismi,
vini bianchi e mare
e seppie in umido
e attese.
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ALESSIO BARETTINI

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri" - Ed. La valle del tempo 2025 - pag. 60 - € 14,00
Una poesia quella di Antonio Spagnuolo che parte da una impostazione classica per giungere a una espressione poetica prettamente moderna. Lo è sia sul piano del significato che su quello del significante.
L’uomo è centrale, con la sua condizione esistenziale, che si alimenta ai ricordi del passato per intercettare l’inquieta drammaticità del presente.
Lo stesso titolo ci suggerisce questa interpretazione. Le dissolvenze sono di fatto le pieghe della memoria in cui si annidano i ricordi, le emozioni provate, le esperienze vissute, che emergono poeticamente come sussurri dell’anima. Già nella poesia incipitaria c’è il senso profondo del tempo che passa, che non distrugge ma lascia immagini soffuse, in cui la mente si rifugia, in cui la mano che accarezza il mistero dei colori già vecchi… in cui in ogni dissolvenza c’è la traccia di quella gioia che sorvola fantasie.
La realtà si interpreta e si plasma attraverso parole chiave presenti nei titoli delle liriche, che additano a categorie di varia natura, matematiche e fisiche come Triangoli, Spazi geometrici, Colori, Riflessi, o psicologiche e antropologiche, Vecchiaia, Materia, Memoria, Sonno, Malinconie, o letterarie con il riferimento ad Acheronte e Baudelaire. Riferimenti che sottolineano la continuità nel tempo dell’espressione poetica, la necessità di trovare nel passato chiavi di lettura della nostra attualità.
Nella poesia di Spagnuolo non è difficile riconoscere elementi comuni al grande Umberto Saba, nel concetto del tempo, visto non come un nemico, ma come uno specchio della vita e del suo fluire, di cui la memoria diviene salvezza attraverso il ricordo del passato per lenire l’angoscia del presente ed evocare il senso dell’eternità. Come nella lirica Memoria, i cui frammenti sono prigionieri dell’eterna sospensione, per ribadire l’eternità dei sentimenti, delle emozioni, degli attimi della nostra storia esistenziale, di cui la poesia è sublime foriera.
Infine nell’ultima lirica Chiusura, lo sguardo spazia all’ineffabile futuro, laddove approderà il drammatico presente, uno sguardo che va oltre la dimensione individuale per allargarsi a quella collettiva. Una previsione fosca, indubbiamente e giustamente pessimistica.
"Chi spunterà fuori dalle tenebre? / Ribattuto agli intrecci di una prece, / imbevuto di esilio nel grigio delle ingiurie, / cercando le memorie delle rime / che ho vissuto di pietra. / Un recensore per solitudini vissute / nel gelo crudele e rozzo dell’indifferenza."
Insomma una poesia di largo respiro che affronta la condizione esistenziale dell’uomo di oggi nella sua dimensione individuale e collettiva, attraverso un linguaggio espressivo, che anche in virtù della presenza dell’endecasillabo, è caratterizzato da una profonda e pregnante solennità.
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Franco Donatini

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA TERESA COPPOLA

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Maria Teresa Coppola: “Rubato” Ed. G.C.L. – 2026 – pag. 92 - € 13,00
In quattro sezioni ben distinte, ma tenacemente legate dal filo che naviga nella lingua per trasformare l’imprevisto nella bonaccia del senso comune, la silloge cerca quella chiglia tagliente che rimescola le acque, eleva la lirica, suscita onde di musicalità.
Come incipit ci invita uno scritto: “La voce poetica prende forma nell’interrogazione del tempo e dell’identità. L’io non si definisce, ma accade: pensa mentre si muove, dubita mentre si espone. Il corpo diventa luogo di conoscenza, la musica modello di pensiero, il rubato misura interiore di un tempo non lineare. Il non-sapere non è mancanza, ma condizione originaria di apertura al divenire.”
E con il tempo emergono i primi versi, con una poesia che si muove entro una riflessione profondamente ontologica, dove l’essere coincide con il tempo e con il continuo accadere dell’esistenza. Il soggetto lirico rifiuta ogni definizione stabile dell’Io: “Io è soltanto accadere” diventa affermazione di precarietà ma anche di libertà, perché l’identità non è più forma chiusa, bensì fluire incessante. L’espressione “allusiva tras-corri” suggerisce proprio questo attraversamento mobile, mai definitivo, quasi un passaggio continuo tra stati e possibilità.
L’immagine dei “tratti di biro” che non servono a tracciare contorni indica l’impossibilità di delimitare l’essere entro categorie fisse. Figura e sostanza si dissolvono in elementi naturali e mobili: aria, vento, acqua, luce. Tutto ciò che definisce il soggetto appartiene al regno del mutamento. La poesia insiste infatti su verbi dinamici – “corre”, “scorre”, “diventa” – che sottraggono consistenza alla materia e affidano il senso al divenire. Molto significativa è la luce che “inventa colore”: non esiste una realtà assoluta e immobile, ma una continua creazione percettiva. Anche l’identità umana nasce come invenzione temporanea, fragile epifania che vive soltanto nell’istante. Gli “attimi senza estensione” evocano una dimensione quasi metafisica, in cui il tempo si contrae fino a diventare pura intuizione o progetto.
Dopo il fluire indistinto, l’essere può “fingersi” canto, racconto, alba o tramonto: vale a dire trasformarsi in narrazione e simbolo. È importante il verbo “fingere”, perché la poesia non pretende verità assolute ma crea forme provvisorie di senso. Così, dal “niente”, nasce la poesia: unico luogo in cui il divenire riesce a prendere voce senza irrigidirsi in definizione.
Maria Teresa si distingue per una scrittura essenziale e filosofica, capace di fondere riflessione esistenziale e leggerezza lirica. La frammentazione sintattica e il ritmo sospeso accompagnano coerentemente il tema del fluire, mentre le immagini naturali conferiscono musicalità e trasparenza al dettato poetico. Ne emerge una composizione di ascendenza novecentesca, vicina a certa linea ermetica e fenomenologica, ma espressa con limpidezza contemporanea.
Le emozioni hanno “un metronomo rubato”, i giorni “la favola della trasformazione”, l’ipotesi “facciamo che inizi da niente/ il niente che sei e forse è il tutto”, la bellezza “che fila silenzio di tenebra, che tesse terrifica trama di nulla”. Sussurra: “Non basta convocare nei versi/ gabbiani primavere tramonti./ La vita non fa sconti/ ha scordato dettato e promesse/ di mille patriarchi e profeti/ e una fila ti aspetta ogni giorno,/ calzini spaiati semafori rossi…”
Si assapora in tutta la raccolta l’agrodolce delle vibrazioni filosofiche che ci accompagnano spesso nel quotidiano, e ci sorprende la persistente cromatica tessitura dei versi, ben calibrati nelle sillabe e sapientemente ricamati nel respiro affannoso della contemporaneità, e che indica un tempo libero e flessibile, metafora di una poetica che invita a rallentare e a riappropriarsi del proprio istante.
In quest’opera si manifesta anche la vasta preparazione classica, ma soprattutto una passione innata, una voglia di guardarsi dentro, di confrontarsi con i grandi temi dell’esistenza e allo stesso tempo con i drammi dell’umanità, che caratterizzano il nostro inquieto e angoscioso presente.
Il linguaggio è una sorta di partitura tra musica e incisione, una sorta di orditura tra memoria e melodia.
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ANTONIO SPAGNUOLO