mercoledì 5 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA PIA L. CRISAFULLI

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Mariapia L. Crisafulli: “Tacimento orizzontale” – Ed. Macabor 2025 – pag. 112 –
Corposa silloge che offre uno scorrere veloce e colorato di pensieri e tocchi lievi, che vanno dal mottetto composto da poche parole a note chiaramente svelate dalla quotidianità.
Molte poesie si configurano come un intenso monologo interiore nel quale il paesaggio urbano diventa specchio di una condizione esistenziale, o con personale ricamo l’esperienza soggettiva diviene esempio di un processo di identificazione. La città non è descritta attraverso i suoi elementi monumentali o paesaggistici, ma attraverso la percezione soggettiva di chi la attraversa. Altre illustrano il contrasto tra "il caos" che "travolge e sconvolge" e "la calma che ancora sonnecchia sui binari" introducendo una dialettica fra movimento e quiete, fra destino e possibilità. I binari assumono un valore simbolico: sono il luogo delle partenze e degli arrivi, delle occasioni colte o perdute, ma anche delle direzioni che la vita avrebbe potuto prendere.
Le metafore si alternano con lo stile corretto di chi ha bisogno di dichiarare, sussurrando, le valide frantumazioni del presente, attingendo molto spesso nel fondo della memoria o nei segreti multicolore del sub conscio. Non tutto ciò che si perde è una sconfitta: talvolta è proprio l'errore, il ritardo o la deviazione a consentire una più autentica consapevolezza di sé. La poesia approda così a una forma di accettazione matura, dove il destino non è più un limite, ma uno spazio da abitare.
Mariapia L. Crisafulli usa un linguaggio essenziale e fortemente evocativo, capace di fondere dimensione autobiografica e valori universali. L'alternanza fra immagini concrete (i binari, il traffico, il sole, la piazza, mani nude, carezze,) e riflessioni interiori (aver cura del silenzio, credere e ostentare cicatrici) costruisce una trama lirica di notevole intensità emotiva.
Il ritrovamento della persona amata coincide con un ritorno alle radici dell'esistenza, a quel luogo dell'anima in cui memoria, affetti e tempo si fondono in un'unica dimensione emotiva. La "casa del gelsomino" non rappresenta semplicemente un'abitazione, bensì il simbolo della dimora interiore, dello spazio in cui l'amore ha trovato il proprio compimento e continua a custodire la sua forza generatrice. Il gelsomino, con il suo profumo persistente e delicato, diviene emblema della memoria che non sfiorisce e della fedeltà ai sentimenti.
L'incontro annulla le distanze temporali e restituisce al poeta il calore delle "carezze antiche", rimaste intatte nonostante il trascorrere degli anni. La memoria non assume qui i toni malinconici del rimpianto, ma quelli della riconquista: il passato torna a vivere nel presente grazie alla permanenza dell'amore. La speranza supera la semplice nostalgia.
La scrittura si distingue per la limpidezza espressiva e per un linguaggio sobrio, capace di trasformare la memoria privata in esperienza universale. L'autrice evita ogni enfasi retorica, affidando l'emozione a immagini semplici ma fortemente evocative ricamo, i figli migratori, con il verso libero mantiene un ritmo naturale e raccolto, mentre la costruzione procede per progressive illuminazioni affettive.
Anna Maria Curci in prefazione sottolinea: “In Tacimento orizzontale il mondo del mito si fa incontro a chi legge fin dai titoli di alcuni testi, o gruppi di testi: Telemachie, Cassandra, L’epitaffio di Orfeo. Tra le Epifanie, inoltre, fa la sua comparsa Arianna, dal labirinto di Cnosso fino all’incontro con Dioniso, il «divino danzatore». Soffermarsi sui versi di quei testi permette di accedere a una originale rilettura del mito, che a sua volta si fa sia mitopoiesi, sia dichiarazione di poetica: «Per un consiglio non vorrei/ interrogare gli astri il mare/ il buco nero che mi avvolge/ senza assorbirmi mai// Con le parole/ hai costruito navi/ fabbricato telescopi/ il buco nero era radice/ l’inchiostro dentro ogni marea// E adesso io non so parlare» (Telemachie), «C’era solo uno sbaglio/ nel vederci giusto:/ assecondare la visione» (Cassandra), «La notte miraggia/ labirinti/ Tu li percorri/ assetato di spiragli// Ma Arianna adesso è calva/ adesso amata/ dal divino danzatore// Il suo filo era una chioma», «Non cercare qui le tue parole.// La poesia non è dei morti ma/ dei vivi:/ è la loro urgenza che mi abita» (L’epitaffio di Orfeo).
Qui una dialettica sempre fruttuosa, in perenne inseguimento di contorni in apparenza evanescenti, ma sempre in contatto con la realtà.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIA EROVERETI

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"Non sappiamo…"
-
Quando scivoleremo nell'ignoto
in un impenetrabile altrove
quando non saremo più carne
sarà il nulla
o una placida linfa nutritiva
diramante tra radici e fronde?
Forse migreremo nel cosmo
ondulanti fotoni
sciolti atomi primordiali
alla ricerca di una nuova stella.
-
O invece torneremo
e "Quanti corpi
attraversiamo, in quante forme migriamo
braccati come lupi nella notte." -1
sempre con un cuore
implorante carezze?
-
Non sappiamo…
-
(gennaio 2026)
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"Tornerò"
-
tornerò polvere senza più luce
a quella terra inebriante
che ha scoccato la scintilla
e infuso il respiro dei gelsomini
il sospiro sensuale della zagara
sepolti nei recessi dell'anima
eppure ancora vibranti
tra gli azzurri della memoria.
-
Tornerò
tra ceneri che han germinato vita
forse a cogliere per un istante ancora
l'ebbrezza della primavera
e lo sfolgorio della luce primigenia
"come mai si fossero spente..." -2
-
(aprile 2026)
MARIA EROVERETI
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1 Lorenzo Pataro, “Amuleti”, Ensemble Edizioni, 2022, pag. 72
2- Ispirata al componimento di Emanuela Dalla Libera “Tornerò”, dalla raccolta Canto per voce sola, Macabor Editore.
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.Erovereti affronta con sobrietà ed intensità uno dei grandi interrogativi dell'esistenza: il destino dell'essere dopo la morte. Il dettato è limpido, essenziale, privo di enfasi retorica, e costruisce una progressione meditativa che alterna ipotesi metafisiche e immagini cosmiche. L'opposizione tra il "nulla", la "placida linfa nutritiva", la dispersione negli elementi primordiali e la possibile reincarnazione amplia il campo della riflessione senza mai pretendere di offrire una risposta definitiva. Di particolare efficacia è il ricorso al lessico della natura e dell'universo ("radici e fronde", "fotoni", "atomi primordiali"), che conferisce un respiro universale e suggerisce una continuità tra la vita umana e il cosmo. Si rafforza il senso dell'eterno migrare dell'anima, mentre si chiude il cerchio con una sospensione interrogativa di grande forza evocativa. Ne risulta una poesia di tono filosofico, capace di coniugare semplicità espressiva e profondità speculativa, lasciando al lettore il compito di abitare il mistero senza dissolverlo. (A.S.)

lunedì 3 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Tranello”
Sequenze visionarie lungo un versante inquieto,
al varco del non senso.
Da qui si può evadere inconsapevolmente
qual gioco del rovescio, dove l’immaginario
scivola e scava sè stesso.
In questo crogiuolo ecco l’incantesimo
della prigione dei sensi, oltre il nulla,
sino alla viva preghiera che palesa.
Con il pulsare delle voci un solitario
smembrare delle ombre
e dell’inganno inesorabilmente grave.
Notte dall’aura solenne, anzi stupore,
per il meditato tranello.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 29 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = STEFANO TACCONE

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Stefano Taccone: “Poco più che spam” – Ed. Macabor 2026 – pag. 156 -- € 15,00
Potremmo anche cedere allo scontro che avviene tra le banalità del quotidiano e l’insistere persistente di frecciate che raggiungono le nostre contrazioni involontarie in quei dispositivi di comunicazione contemporanei, ormai simbolo della impoverita cultura della massa.
Stefano Taccone gioca allo scoperto e immerge la sua penna nella terrestre adozione dei simboli o nel safari della periferia urbana, a momenti avvolto dalle scenografie del vernacolo, a volte smarrito tra i ricordi che accendono nuove fiammelle.
Una poesia limpidamente frastagliata, intinta in un processo corrosivo o conservata nelle scene del racconto, custode di una ridda di notizie false o colorato ricamo di sperimentazioni formulate dalle ipotesi del verosimile.
Varie suddivisioni della silloge. “Napoli piange ride e divide”, “Tutti siamo stati bambini”, “Della sinistra ed altre sinistrità”, “Vi siete messi nelle orecchie”, “Così va il monitor”, “Un po' di scuola è d’obbligo”, “Quasi quasi mi faccio apire dagli UFO”, “Il mestiere di convivere”, “Poesie scritte da chi?”, “Quando incontri persone empatiche” sono tutti capitoli di uno svolgimento che riferisce elegantemente la realtà in una semplice ricognizione di eventi.
Versi di autentica percezione, alimentati anche da un evidente bagaglio culturale che sottende.
Non manca una vera e propria burla per il “contemporaneo:
“Ogni giorno su questo pianeta
tre miliardi di persone
adorano il dio Meta
e Marco il suo profeta
-
a colpi di like
a suon di vocali
a forza di post
a ritmo di reel
a furia di storie
-
Lui sa scrutare i cuori
meglio dei nostri genitori
e ci dona istantaneamente
tutto ciò che desidereremmo
prima ancora che ci venga in mente
-
ancora un po' e potremmo dire
non sono più io che vivo
ma è Meta che vive in me.”
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Una riflessione ironica e insieme inquietante sul rapporto fra l'essere umano e i social network, trasformando il mondo digitale in una moderna religione. L'incipit, con l'affermazione che "tre miliardi di persone adorano il dio Meta", introduce immediatamente una metafora forte: la piattaforma non è più soltanto uno strumento di comunicazione, ma assume i tratti di una divinità onnipresente, capace di orientare desideri, comportamenti e persino la percezione della realtà. La figura di "Marco", evidente allusione a Mark Zuckerberg, viene elevata al ruolo di "profeta", accentuando il carattere liturgico della comunicazione moderna.
L'elenco cadenzato di "like", "vocali", "post", "reel" e "storie" riproduce il ritmo incessante della vita sui social, dove ogni gesto diventa un rito quotidiano. L'effetto è quello di una litania, che sostituisce la preghiera con le pratiche della connessione permanente. Meta viene descritta come un'entità che "sa scrutare i cuori", conoscendo gli utenti meglio dei loro stessi genitori e anticipandone perfino i desideri. È una rappresentazione poetica della profilazione algoritmica, ma anche una riflessione sull'abdicazione della libertà individuale di fronte all'intelligenza artificiale e ai sistemi di raccolta dei dati. Il verso conclusivo, evidente richiamo alla celebre espressione paolina "non sono più io che vivo...", rovescia il significato spirituale della citazione: non è più il divino ad abitare l'uomo, bensì la tecnologia, che rischia di sostituirsi alla coscienza personale. La poesia diventa così una critica della progressiva alienazione dell'identità nell'era digitale.
L'ironia iniziale evolve in una denuncia etica, sostenuta da una costruzione semplice ma incisiva e da un efficace crescendo culminante nell'ultimo verso, di forte impatto.
Così nel complesso la poesia di Stefano Taccone comunica con immediatezza una delle questioni più urgenti del nostro tempo: il rischio che gli algoritmi finiscano per sostituire il libero esercizio della volontà e dell'identità personale, realizzando nello stesso tempo un volume ricchissimo di figure e di citazioni, di racconti e di impatti imprevisti, di scaltre pennellate e di inaspettati accenni ad eventi storici.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 27 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = RUDY TOFFANETTI

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Rudy Toffanetti: “Eresia dei giusti” – Ed. Vallecchi 2026 – pag. 92 -€ 14,00
L’eresia è una dottrina o un’idea che va contro una verità di fede ufficiale, quindi una scelta personale che metta in discussione anche un dogma, un parere contro le regole! Qui però chi dubita è il “giusto”, colui che è conforme a giustizia e che giudica secondo equità. Il contrasto diventa motivo di poesia e sembra apparire fra i versi anche come stimolo alla ricerca filosofica.
E già dalla prima composizione di questa silloge si sviluppa come una meditazione sul tempo, non inteso nella sua dimensione cronologica, ma come sostanza originaria dell'essere, precedente a ogni gesto, a ogni trasformazione e perfino alla coscienza. L'incipit – «C’è un tempo precedente / a ogni movimento» – introduce immediatamente una dimensione metafisica, un tempo assoluto, immobile, che tuttavia non coincide con la quiete, bensì con una tensione inespressa. La sua stasi è definita «un’evoluzione disperante», ossimoro che racchiude il senso dell'intera lirica: anche ciò che sembra fermo continua a mutare, ma lo fa in modo inesorabile, consumando l'esistenza senza offrire alcuna possibilità di riscatto.
L'immagine della «strana eccitazione della morte», seguita dal passaggio del vetro della pioggia sopra le montagne, produce un effetto visionario. La morte non è presentata come evento conclusivo, ma come vibrazione costante della realtà, una presenza silenziosa che attraversa il paesaggio e la memoria con la stessa trasparenza del velo d'acqua. La natura diventa così il luogo in cui il tempo rende percepibile la propria forza invisibile.
La figura del passante assume un valore simbolico: rappresenta l'uomo, destinato a transitare senza poter trattenere ciò che vive. L'agonia del passato è raccolta nella lontananza, spazio della memoria dove ogni esperienza perde consistenza ma acquista profondità. Da quella distanza nasce una riflessione ironica e insieme malinconica sui propositi dell'esistenza: dimagrire, innamorarsi, leggere di più, inquinare meno. L'elenco introduce elementi della quotidianità che contrastano con la tensione metafisica dei versi precedenti, mostrando come l'uomo tenti di ordinare la propria vita attraverso piccoli programmi destinati a essere travolti dalla grande corrente del tempo.
Il riferimento al tempo profondo, termine appartenente al lessico geologico, amplia improvvisamente la prospettiva fino alle ere della Terra, dissolvendo la misura umana. Il poeta, però, rifiuta la definizione scientifica e ne propone una personale e fortemente simbolica: «la mistica dei mostri, l’eresia dei giusti». Sono immagini di straordinaria densità, nelle quali convivono il sacro e il perturbante, la fede e la trasgressione, l'ordine morale e la sua negazione. Il tempo diventa così il luogo in cui convivono tutte le contraddizioni dell'esistenza, una forza che custodisce tanto il prodigio quanto l'inquietudine.
La raccolta possiede una notevole forza speculativa e una lingua di evidente spessore culturale, capace di fondere registri diversi: filosofico, scientifico, lirico e quotidiano. Le immagini sono spesso particolarmente efficaci e conferiscono alla poesia un'intensa originalità simbolica. Interessante la suddivisione in sei capitoli: “Non toccare gli animali”, “Sarabanda”, “La crisi delle supply-chain” “Genova”, “Tempo precedente”, “Appendice: otto sogni per Franco e Silvana”, che scandiscono una colorata rappresentazione del quotidiano in variegate stesure dell’incanto, che si incontra oltre il sub conscio.
Il gioco delle figurazioni saltella da improvvise descrizioni di guerra “portaerei e sommergibili che solcano gli oceani” allo “sguardo sul dolore in transito”, dal “non serve a niente a correre! Sei giovane e paghi pure a rate” al “tempo dei narcotici, dei mutui al rialzo, delle flebo palliative ai genitori” come in una girandola che riesce ad accarezzare passioni e si scontra contro le storture del presente.
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ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 25 luglio 2026

DIBATTITO = SECONDO INTERVENTO

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GIANFRANCO ISETTA==
DOVE VA LA POESIA==
Come materia siamo una delle tante forme della natura, siamo qualcosa solo in relazione con gli altri essenti. E con la poesia c'è la possibilità di descrivere le cose attraverso la capacità delle parole, di metterle in luce in un istante, attraverso intuizioni improvvise come un salto quantico. Un istante della nostra esistenza che può essere contemporaneamente verità e bellezza. Perché a fronte del destino necessario, che ci imprigiona per nostra volontà, la bellezza è ciò che la poesia ci può regalare, al di fuori di ogni ricerca di senso., che non ha senso alcuno per ogni essente che è sé. Poesia può allora diventare ricerca di una via d’uscita dalla stessa filosofia anche attraverso l’inconscio che ci guida, disarticolando le visioni convenzionali del mondo. Nello stesso tempo attingendo dal pensiero contemporaneo e passato, patrimonio eterno, un pensare vagante che percorre il tempo e gli essenti. La poesia per me e costruzione di una realtà che è anche rappresentazione del mondo, un mondo fatto di relazioni tra esseri viventi e non, tutti parti di un’unica natura. Un’altra riflessione che mi ha spinto a scrivere riguarda i limiti della percezione umana: non possiamo vedere la natura fondamentalmente bizzarra della realtà fisica, perché viviamo in un piccolo spazio dell’universo dove le velocita sono piccole e gli oggetti troppo grandi per lasciarci scorgere le dimensioni minime. E questa natura ambigua del rapporto con l’esterno – e in fondo con noi stessi – che mi attrae nel fare poesia, nel “costruire” (poiein) poesia. I temi fondamentali diventano la natura, il tempo e i ricordi legati al tempo. Cerco di affrontarli attingendo al lirismo classico reinterpretato sui temi dell’attualità, nell’idea dell’incontro tra poesia scienza e filosofia. La scienza e per me una lente per indagare l’ambiguità dell’esistenza: da Passaggi curvi – Poesie non euclidee a Salti quantici, la geometria e la fisica diventano metafore di trasformazioni dell’anima e della percezione. L’ambizione e quella di cercare di integrare concetti della fisica moderna (come il principio di indeterminazione, il concetto di probabilità e di caso, i salti quantici, o l’entanglement) nella poesia. Partendo da una idea chiave e cioè che la realtà non e solo ciò che vediamo, (o forse non e proprio questo), ma un insieme di relazioni invisibili ai nostri sensi limitati, che influenzano la percezione. Il salto quantico, per esempio, può essere una metafora che si riferisce al passaggio improvviso di un elettrone, che cambia orbita istantaneamente, senza percorrere uno spazio intermedio, appunto fa un salto tra livelli energetici diversi. E come fosse il simbolo di momenti di illuminazione o di una trasformazione interiore che accade all’improvviso, cambiando la nostra percezione della realtà.
Allora si pone la domanda: cosa e la percezione? E cosa è lo sguardo sulla realtà percepita? In meccanica quantistica guardare significa modificare inevitabilmente la realtà, nel senso che la realtà stessa non è decisa fino a quando qualcuno non la osserva. Questo, come dicevo, cambia la natura stessa della percezione che diventa, attraverso il corpo, il soggetto in grado di modificare la realtà o comunque un altro modo di vederla e di descriverla attraverso il linguaggio, nel nostro caso poetico.
Il linguaggio creativo non trasmette un significato già conosciuto ma crea un senso nuovo e originario, come la poesia. Quindi molto importante è il rapporto tra ciò che percepiamo e ciò che improvvisamente comprendiamo, perché la conoscenza non cresce gradualmente ma attraverso intuizioni improvvise momenti di consapevolezza che per salti improvvisi e profondi. Perchè la vita non scorre sempre in modo lineare, ma per scatti. L’esperienza umana appare fatta di fratture e passaggi come ricchezza, originalità ed efficacia di voler cogliere la bellezza, sia nel mondo a livello di significati, che indipendentemente dall’approccio alla vita, con le sue fragilità, accettandone i limiti dentro una visione del mondo che lega scienza e poesia, dove anche la morte, fa parte di questo ciclo incessante di distruzione e ri-creazione, come le particelle nel vuoto quantico, e quindi deve essere accettata con serenità e con qualcosa di simile all’abbandono alla gioia, come direbbe Emanuele Severino ricordandoci di questo passaggio dalla apparenza all’eternità dell’essere In sintesi, credo di essere un poeta che nasce in piena maturità da una formazione scientifica: la statistica, la fisica, la filosofia non sono ornamenti culturali ma il vero motore del mio sguardo sul mondo.
Qui torna il concetto di RELAZIONE con gli altri esseri intesi in senso lato, comprendendo cioè le cose, gli altri esseri viventi e inanimati, trasferendo ad essi la dignità e la libertà di esistere, in quanto pensati e in relazione tra di loro e con noi stessi. Perchè tutte le cose sono un unico, dalle pietre, agli alberi, ai respiri, al manifestarsi dei sensi e accoglierle in questa luce consente di vedere la realtà con altri occhi.
Inoltre c’è la possibilità di dare al lettore di poesia la possibilità di riviverla, in sostanza il poeta deve definire le cose di cui abbiamo bisogno dai luoghi di natura, alla stessa terra mostrandone la bellezza: dal corpo umano, alle emozioni, alle pietre, ai fiumi, ai comportamenti infantili e adulti, recuperando la visione della realtà, anche oltre a quella che ci appare, attraverso i nostri limitati sensi e la nostra ridotta capacità di ricostruzione a livello cerebrale.
Liberare la realtà da questa visione che la imprigiona e forse la distrugge, quindi ben al di là dell’immaginare, la poesia diventa lo spazio della ragione, fuori da ogni tendenza al narcisismo e pienamente figlia di una parola decisiva e importante. Non c’è bisogno di proporre un messaggio, o una verità che si possa decifrare, spiegare quindi un impegno che possa comportare per chi legge la possibilità di essere sé stesso.
C’è poi il problema dei media in cui la poesia è presente, come sappiamo, anche in misura o dismisura e non solo attraverso i versi ma anche ad esempio nella canzone o nei film, dove si lavora sempre con la parola oltre che con le immagini e i suoni.
In questo contesto la poesia scritta è la meno frequentata, forse anche perché chi la fa spesso non sa più percepire le esperienze e anche le intuizioni della lingua popolare, quindi non sa essere leggibile a molti lettori, e anche costringendosi a un rapporto non sempre profondo con sé stesso.
Forse c’è una frattura tra una lingua un po’ da intellettuali e il linguaggio popolare, Il dramma è che la poesia stessa dovrebbe essere un linguaggio di comunicazione che deve saper vedere oltre il guardare, in una situazione non di gara ma di possibilità di potersi esprimere in versi.br />< La scuola dovrebbe educare alla ricchezza del linguaggio, puntando ad elaborare una lingua comune a fronte di questa mancanza che ostacola l’azione della poesia, nel suo rapporto col mondo e gli altri esseri.
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Gianfranco Isetta - giugno 2026

giovedì 23 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

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Giuseppe Iuliano: “C’è silenzio ai paesi” – Ed. Cosmopoli – 2026 – pag.86 – s.i.p.
C’è nei versi di Giuseppe Iuliano una palese continua immersione tra i flutti della storia, della cultura, delle consuetudini, della politica, delle memorie che appartengono alla sua terra nativa.
L’emotività è alimentata da una costante compartecipazione personale alle vicissitudini, agli sviluppi, alle incertezze della sua Irpinia. L’esodo dei giovani, i contrasti generazionali, le crisi sociali e sindacali, incidono sull’atmosfera di speranze e disillusioni, così che la poesia diviene un documento plasmabile, quasi rifugio dell’uomo che sente ancora acceso il rapporto con un mondo che va svuotandosi inesorabilmente. Il volume è arricchito dalla traduzione a fronte in lingua romena di Eliza Macadan, la quale dedica anche la postfazione.
La poesia restituisce con intensa partecipazione il ritratto di un paese non tanto geografico quanto esistenziale, dove il degrado materiale coincide con un progressivo svuotamento della speranza. – la morte non è soltanto un evento biologico, ma diviene metafora di una condizione collettiva: la perdita di vitalità, di prospettive e di fiducia. L'aria è "stanca", "oppressiva", "malefica", come se una maledizione antica, un "vecchio sortilegio", gravasse sulle comunità, condannandole a una lenta consunzione.
Il paesaggio umano è descritto attraverso immagini che appartengono al corpo malato: le "carie di attese", i "reumi di speranze", le "rughe e manie". Costruisce così una metafora organica nella quale le speranze si deteriorano come denti corrosi e invecchiano fino a diventare dolori cronici. Il tempo non è più occasione di crescita, ma agente di logoramento. Persino il parlare da soli diviene il sintomo di una società incapace di dialogo, ripiegata nella solitudine e nell'abbandono.
Qualche colorato registro si apre a una dimensione simbolica. Le stelle non rappresentano più il sogno romantico o l'aspirazione poetica, ma diventano "salvifici appigli di luce": non alimentano l'immaginazione, bensì offrono una possibilità estrema di fuga. L'immagine delle "funi" tese verso il cielo è particolarmente significativa perché suggerisce il desiderio di evadere da una realtà soffocante. L'evasione non assume necessariamente il valore della morte, ma quello di una liberazione spirituale, di una ricerca di altrove che possa riscattare una condizione ormai insostenibile.
In un componimento riuscitissimo la "cantilena smorta", definita con efficace accumulo come "nenia di voce arrochita" ed "eco di cento vicoli", è la voce collettiva di un paese che ripete il proprio dolore senza riuscire a trasformarlo. In questo scenario convivono il "vecchio suicida" e i "giovani disertori": i primi rappresentano la resa definitiva, i secondi l'abbandono del luogo natale, fenomeno che caratterizza molti centri destinati allo spopolamento. Il verso conclusivo, «Qualche volta le parti si invertono», introduce tuttavia una sottile variazione: il dolore non appartiene esclusivamente a una generazione, ma diventa esperienza condivisa, in cui anziani e giovani si scambiano ruoli e sofferenze, accomunati da una medesima fragilità.
La scrittura di Iuliano possiede una forte coerenza tematica e un linguaggio ricco di immagini originali. Colpiscono soprattutto le metafore, capaci di trasformare il disagio sociale in percezione fisica, e l'immagine delle stelle come "appigli di luce", che rinnova un simbolo tradizionale con un significato originale.
Nel complesso si tratta di un testo convincente, sostenuto da una forte tensione lirica e civile, che affronta il tema dello spopolamento e della crisi delle comunità con immagini personali e un linguaggio capace di trasformare il dato sociale in autentica esperienza poetica.
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ANTONIO SPAGNUOLO