venerdì 12 giugno 2026

RIVISTA = KENAVO'

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In distribuzione :Kenavò – N° 82 Maggio 2026===
*Firmano Plinio Perilli, Grecco Russo, Fausta Genziana Le Piane, Maria Rita Magnante, Clara Di Stefano, Francesco Liberti, Anna Manna, Antonio Spagnuolo , Carlo Di Lieto, Aurelia Rosa Iurilli, Damiano Ricca, Roberto Casati, Enrico Finocchiaro, Paolo Ruffilli, Alessandro Montagna, Christina Rossetti, Paolo Carlucci, Elisabetta Tassi. Rubrica “Lo scaffale verde” con indicazione di ultime edizioni. Allegato “Andrea Chénier” a cura di Fausta Genziana Le Piane---
Per contatti: faustagenzianalepiane@virgilio.it

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"In morte di Plinio Perilli"
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Eri il Vate e giocavi alla vita
E all’amore che della vita è un gioco
L’Amore visto dall’alto hai scritto
E poco prima Nina avevi perso
La tua donna la tua amata
E poi le amanti ragazze fiore.
Ed eri allegro per natura e ti prendevano
Per professore e ti chiedevano
Che cattedra avevi quando parlavi
A un uditorio. Istintivo e geniale,
tu Plinio finalista al Montale
mio prefatore, mio amico
per il senso buono della vita.
Eri felice ma poi Nina se n’è andata
E hai scritto Museo dell’uomo.
Caro Vate Plinio romano de Roma
Non mi resta che il silenzio e il mistero
Che è l’esistere e non vivere nuotando.
Sei in questa stanza in un tuo libro
In una tua fotografia in una variabile
Stella del libero arbitrio, nel nulla
E così esisti.
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Raffaele Piazza

giovedì 11 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO MONTANARI

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Giorgio Montanari: “Partiture per occhi sordi” - Ed Il viandante – 2026 - pag. 82 – € 12,00
Proprio come un melodramma la silloge si divide in cinque atti partendo dal “preludio in la”, con “fuga in sol”, “allegro con fuoco in mi minore”, “interludio in do”, “finale adagio in mi”, concludendo con una poesia che si sviluppa come una riflessione sulla complessità dell’essere umano, rappresentato attraverso una sequenza di elementi anatomici e spirituali che convivono nello stesso spazio esistenziale. Le “regioni cangianti” del verso iniziale evocano una condizione di continua trasformazione: il corpo e la coscienza non sono realtà statiche, ma territori mobili in cui si intrecciano materia e pensiero. La successione di termini quali “cartilagine, epidermide, ragione”, seguiti da “battito cardiaco, vertebre, trachea”, costruisce una sorta di inventario dell’identità umana, dove l’aspetto biologico e quello intellettuale si fondono in una medesima unità.
L’immagine dello “snodo” che si sviluppa in verticale suggerisce l’idea della crescita, dell’evoluzione e della tensione verso una forma più alta di consapevolezza. Tuttavia, questa unità rimane fragile e continuamente esposta al confronto con la realtà concreta. Il gesto semplice del chinarsi per raccogliere “rami secchi” introduce infatti una dimensione quotidiana e simbolica insieme: ciò che appare come un’azione ordinaria diventa metafora della ricerca, del recupero di esperienze passate o di frammenti di memoria. Nel finale, le scarpe che “calpestano consapevolezze” esprimono una sottile contraddizione dell’esistenza: mentre l’uomo cerca di comprendere sé stesso e il mondo, rischia involontariamente di ignorare o schiacciare verità già acquisite. La conoscenza, dunque, non è mai definitiva, ma continuamente messa in discussione dal vivere stesso.
La scrittura di Giorgio Montanari si distingue per un linguaggio essenziale e fortemente evocativo, capace di fondere lessico anatomico e riflessione filosofica. La struttura spesso procede per accumulazione di immagini che trasformano il corpo in metafora dell’identità e della coscienza.
Particolarmente efficace è il contrasto tra la verticalità dello “snodo” e il gesto del chinarsi, che crea una tensione simbolica tra aspirazione e limite. Ne deriva una lirica di notevole densità concettuale, nella quale la corporeità diventa strumento privilegiato per interrogare il senso della consapevolezza umana.
Un equilibrato “solfeggio” fa sì che il ritmo delle sillabe sia melodicamente presente ad ogni verso, inserito quasi sempre senza una metrica prestabilita.
Il poeta sviluppa una riflessione intensa sul tema dell’identità e della trasformazione continua dell’essere umano nella contemporaneità, il soggetto poetico appare impegnato in una nuova lettura del reale, come se fosse costretto a reinterpretare incessantemente il mondo e le persone che lo abitano. L’immagine dei “camaleonti sempre pronti a mutare” introduce il motivo centrale del cambiamento, evidenziando una società in cui nulla resta stabile e ogni identità sembra adattarsi alle circostanze.
L’acqua assume una funzione simbolica: è il fluire dell’esistenza, della memoria e del desiderio. La suggestiva espressione “nella trasparenza della sete” unisce due condizioni apparentemente opposte, la limpidezza e la mancanza, suggerendo che la ricerca di senso nasce proprio da una perenne incompiutezza. Di particolare interesse è il riferimento al nastro di Möbius, figura matematica che possiede una sola superficie continua. Attraverso questa metafora, il poeta rappresenta strade e destini che si intrecciano in un percorso senza inizio né fine, dove le persone, pur cambiando “pelle”, restano profondamente collegate. Le “figure non orientabili ma unite” diventano così simbolo di una condizione umana complessa, sfuggente alle definizioni tradizionali. La dimensione teatrale allora si manifesta la tendenza a nascondere la propria autenticità dietro maschere sociali.
Capacità di fondere immagini scientifiche, simboliche e plateali in un tessuto espressivo coerente e suggestivo, per uno stile essenziale ma denso di significati, caratterizzato da un efficace equilibrio tra astrazione filosofica e concretezza visiva. Ne emerge una meditazione originale sulla fluidità dell’identità contemporanea e sulla difficoltà di distinguere l’autenticità dalla rappresentazione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 10 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROBERTO CASATI

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Roberto Casati: “Dalla casa controvento” – Ed. Puntoacapo – 2026 – pag. 120 - € 16,00
Sergio Daniele Donati scrive in prefazione: “La poesia di Roberto Casati, in questa raccolta, si presenta come un itinerario che attraversa la memoria personale e collettiva, la genealogia familiare e la storia civile, il paesaggio naturale e la dimensione amorosa. “Dalla casa controvento” non è un mosaico di frammenti isolati, ma un organismo che respira, che si muove tra le stagioni della vita e le stagioni della storia, con un tono sobrio e meditativo, capace di trasformare il quotidiano in simbolo e di collocare la vicenda privata dentro un orizzonte più ampio.”
Sin dai primi versi il sussurro si sviluppa come una delicata meditazione sul tempo vissuto e sul valore dei piccoli momenti che restano nella memoria affettiva. Dall’incipit, “Nel tempo che resta”, emerge la consapevolezza di una stagione della vita che volge verso una maturazione interiore.
L’immagine della vendemmia richiama simbolicamente il raccolto delle esperienze, dei sentimenti e delle emozioni sedimentate negli anni. Le tracce di mosto sulla “bianca camicia” diventano segni concreti di una partecipazione intensa all’esistenza, quasi impronte lasciate dal vivere stesso. A questa dimensione della memoria si intreccia quella dell’amore e della condivisione. Il palloncino colorato che sale verso il cielo suggerisce leggerezza, speranza e desiderio di elevazione, mentre l’incontro degli occhi e il cuore felice disegnato agli angoli evocano una tenerezza spontanea e quotidiana. Le “parole leggere” scambiate davanti a un caffè restituiscono il valore delle piccole intimità che spesso custodiscono il senso più autentico di una relazione.
Il poeta ripercorre idealmente molti cammini compiuti insieme all’altro, alludendo spesso ad una profonda partecipazione umana ed emotiva. L’orizzonte spalancato e il sole che si muove tra le nuvole lungo un “corridoio di uscita” suggeriscono una prospettiva di apertura e di passaggio, quasi una riconciliazione tra il passato custodito e il futuro che si prepara.
Linguaggio semplice e fortemente evocativo, quello del poeta, costruito attraverso immagini quotidiane elevate a simboli esistenziali. Procede a tratti per frammenti visivi che si susseguono con naturalezza, creando un’atmosfera di dolce nostalgia e serena contemplazione. Particolarmente efficace è l’alternanza tra elementi concreti – la vendemmia, il caffè, la camicia – e aperture simboliche verso il cielo e l’orizzonte, che conferiscono al componimento una dimensione lirica e riflessiva di notevole equilibrio.
Il ritmo si staglia attraverso versi che appartengono alla musicalità del canto ed esprime un sentimento di smarrimento esistenziale o di dolorosa ricerca della memoria. Il soggetto lirico appare "in fuga dal vento", immagine che suggerisce precarietà e instabilità, mentre contempla un orizzonte che sembra irraggiungibile. La "scatola senza cielo" rappresenta uno spazio chiuso, limitato, quasi una metafora della condizione interiore in cui il poeta tenta di recuperare, tra le proprie carte, gli anni trascorsi e le relazioni perdute.
L'assenza delle "lampare in attesa" accentua il senso di solitudine e di mancanza di punti di riferimento, mentre le musiche che arrivano da lontano evocano ricordi sfocati e ormai irrecuperabili. Nel vano tentativo di ritrovare tra i propri vizi ciò che realmente desidera, il poeta avverte che anche le parole perdono consistenza e significato.
Il finale è particolarmente intenso: l'"ultimo verso" della poesia a pagina 41 è “fragile” e, nel tentativo di trattenerlo, si spezza "in mille sillabe". L'immagine suggerisce l'impossibilità di fissare pienamente l'esperienza e il ricordo attraverso la scrittura. La poesia diventa così una riflessione sulla fragilità della memoria, sul fallimento della comunicazione e sulla difficoltà di dare forma compiuta al dolore e al tempo perduto. Qui una metrica che denota un buon artigianato riesce ad essere ritmata anche senza impegnarsi nelle sillabe della frammentarietà. E le figure si stagliano in un pentagramma in cui le note glissano uno iato atemporale:
“il suono dell’organo abbracciava il profumo/ ultimo spiraglio un cespuglio di more rosse”
Sembra che il poeta sia consapevole di essere un artefice che respira una certa modernità, tra il frastuono della quotidianità e il vuoto della solitudine, tra la memoria che appartiene ad un tempo indefinito e la sintonia della realtà che ci abbraccia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = MENOTTI LERRO

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Menotti Lerro: “La falegnameria” – Ed. Società editrice fiorentina – 2026 – pag. 56 – € 13,00
Instancabile operatore culturale, attivissimo focolare di ricerche, si è distinto negli ultimi anni per una intensa attività innovativa nel campo della scrittura. Fondatore del Movimento Empatico (Empatismo), considerato da molti studiosi il primo movimento artistico-culturale nato nel XXI secolo, basato sui valori dell'empatia, dell'interdisciplinarità e dell'“Artista Totale”. Ha inoltre ideato la “Piramide Culturale del Cilento”, trasformando numerosi borghi in centri tematici dedicati alla poesia, agli aforismi e alle arti, favorendo la valorizzazione culturale del territorio. Tra le sue iniziative più originali figurano il Centro Contemporaneo delle Arti e la Scuola Empatica, progetti che promuovono lo sviluppo dell'intelligenza emotiva attraverso la letteratura, la musica, la filosofia e le arti visive. Grazie a queste esperienze, Lerro ha contribuito a creare una rete internazionale di artisti, scrittori e studiosi, offrendo nuovi modelli di partecipazione intellettuale e di rigenerazione sociale attraverso l'arte. Un lungo racconto, questa silloge, un susseguirsi di vertiginosi pensieri che diventano, pagina dopo pagina l’incessante corrodersi del quotidiano immerso nelle segrete casseforti del sub conscio, un canto cesellato nel ritmo.
Poesia che si muove lungo il confine sottile che separa identità e dissoluzione, memoria e oblio, vita e morte. Fin dai primi versi, il presente appare come presenza in un luogo ben preciso, tra i trucioli della sega e le oscillanti insicurezze delle incollature. Più oltre il paesaggio frammentato, attraversato da “fiumi e rigagnoli”, si accosta con immagini che evocano il fluire incessante del tempo e delle esperienze umane. La figura del “burattino”, privata della stabilità dei propri piedi dai “tarli di zucchero”, suggerisce una condizione di fragilità esistenziale: ciò che dovrebbe soste-nere l'essere viene lentamente corroso da una forza apparentemente innocua ma inesorabile. Il soggetto poetico rimane allora in una posizione di veglia, quasi di custodia dolorosa, davanti a una presenza che è insieme riconoscibile e sfuggente.
Il verso “Riconoscerti essere / E non essere” introduce il nucleo filosofico del testo. L'identità non è mai pienamente afferrabile; essa oscilla tra presenza e assenza, tra consistenza e dissolvenza. L'immagine dell'“acqua dell'Alento” — il fiume che attraversa il Cilento, luogo ricco di sugge-stioni mitiche e memoriali — diventa simbolo di una corrente che spezza e trasforma, trascinando con sé le certezze dell'io.
Particolarmente intensa la srittura, dove “tra unus e narciso” si apre una frattura. L'unità dell'esse-re (“unus”) e il ripiegamento narcisistico dell'io si confrontano in una tensione irrisolta. Il volto cerca se stesso tra “ombre e rondini”, immagini che uniscono oscurità e slancio vitale, mentre il corpo appare come un “mosaico”, un “tempio disfatto” che attende una possibile ricomposizione. Qui emerge una concezione dell'esistenza come insieme di frammenti che soltanto la memoria, l'amore o la parola poetica possono tentare di riunire.
Nella stesura del ritmo particolare accollo assume una dimensione quasi metafisica. La notte di-venta un “oceano” in cui affondano le ossa, metafora dell'abbandono e della vulnerabilità umana. Le stelle, riflesse nello specchio, sembrano interrogarsi sulla propria permanenza, come se l'uni-verso stesso partecipasse al dubbio dell'uomo. Il sonno dei vivi e il risveglio silenzioso dei morti costruiscono un suggestivo rovesciamento: mentre i primi cercano di dimenticare le ferite del giorno, i secondi ritornano nella memoria, discreti e rispettosi, per non alterare ciò che ancora re-sta integro nel mondo dei viventi. La morte non appare dunque come annientamento, ma come presenza sommessa che continua a dialogare con la vita.
Menotti Lerro si distingue per la forte densità simbolica e per una scrittura che intreccia riflessio-ne esistenziale e visionarietà lirica. Le immagini, spesso enigmatiche e volutamente allusive, ri-chiedono una partecipazione attiva del lettore, chiamato a ricomporre il significato dei frammenti disseminati nel testo. La tensione tra essere e non essere, memoria e perdita, conferisce ai versi una profonda dimensione meditativa. Talvolta l'accumulo metaforico rende il discorso volutamen-te oscuro, ma proprio questa complessità costituisce uno degli elementi più affascinanti della composizione, che si colloca nell'ambito di una poesia contemporanea attenta alle inquietudini dell'identità e al dialogo incessante tra i vivi e i loro fantasmi interiori.
Nella postfazione Mario Fresa, accorto e valido investigatore della “parola”, provetto analista del fraseggio, accenna: “La scrittura passionata di questo nuovo poemetto di Menotti Lerro giunge a esiti assai felici, offrendo al lettore la tensione continuata di una profonda cavatura delle ombre, le più remote del ricordo e dell’infanzia. La narrazione, pur levissima e trasparente, ha le movenze, il passo, il nervoso andamento di un teatro scurolucente e senza sosta mobile, il cui soffio armo-nioso e verticale non assicura né carezza ma si, invece a poco a poco, sottrae spesso la pace,la spinge all’approssimarsi di una veglia intranquilla , indocile, turbata.”-
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 9 giugno 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Lunghe frequenze”
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Come una macchia d’olio bollente
giaccio lungo la strada silenziosa,
casella fra le stoppie ingiallite e un capoverso.
Madre terra respira sotto i passi, fragile come vetro all’alba,
e nel suo abbraccio verde racconta sogni,
trema nella preghiera silenziosa, per raccontare una storia antica di rinunce,
ascoltando distratti le ingiurie del demonio,
scambiando gli strappi della nostra età.
Quando richiamo il tuo nome
nelle crepe del suolo cresce la bellezza,
tra pietre stanche, o segni ostinati di speranza.
Camminammo veloci ignari delle corrosioni,
tra le semplici tempeste delle ore
pronte a segnare il dorso delle mani,
i raggi del sole cadente,
il canto delle allodole ingannatrici,
senza chinare il capo, modellando il pudore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POETI DA RICORDARE - V. S. GAUDIO

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Nota al testo=
V.S. Gaudio, 1951 -2024, durante l'infanzia e parte dell'adolescenza, visse nel centro di Cervia, in provincia di Ravenna, in via Mazzini, probabilmente al numero civico 12. Frequentava il Ginnasio a Cesena e passava ogni mattina dalle saline di Cervia: «e tra nebbia e sale – amava ripetere – la mia anima dov’era finita?». Molti anni dopo decise, quasi d'impulso, di dedicare alcuni versi a Mario Bono, figlio della padrona di casa, scomparso tempo addietro e conosciuto soltanto attraverso le foto presenti all'interno dell'abitazione presa in affitto.
Si trascrive il testo di quella poesia, al quale mi limito ad aggiungere qualche rilievo di ordine filologico. Il dattiloscritto, redatto nell'estate del 1995 sul recto di due fogli riciclati, è stato rinvenuto da mia madre, Marisa Aìno, nello studio di mio padre, sul fondo di una cartella contenente altri lavori inediti. Soltanto il secondo foglio è numerato. Il componimento ha fruito di un processo elaborativo molto lineare, facilmente ricostruibile: presenta pochissime aggiunte, per lo più manoscritte, ed espunzioni che provvedo a indicare rispettivamente con parentesi uncinate e parentesi uncinate rovesciate. Il passaggio dalla prima alla seconda pagina si indica con due barre trasversali (//).
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Alessandro Gaudio
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"In memoriam di Mario Bono" -
-F-1=osse stato rosso l'avresti visto
o verde o giallo,
fosse stato un cinguettìo l'avresti sentito
fosse stata la vita<,> poteva travolgerti di nuovo?
-
Dentro un colore sento che stava il tuo esserci
ma non so dirti se alla sera fosse azzurro o grigio
né se al mattino ci fosse un bel rosso a darti tono
-
o stavi dentro un suono infinito
un eterno orizzonte lungo il quale camminavi
come se girassi intorno al mondo, all'anima
o dentro gli occhi, il tuo tempo infranto
-
O stavi dentro una musica?
Per quanto sia impossibile per me ricordare
un ritornello o un intermezzo
sto a chiedermi in che ritmo abitava la tua anima,
poteva essere una semifrase per te
la cui vita non era più
una passione, un'opera, una pastorale, uno stornello
-
Ma se stavi dentro una musica
chi "suonava la campana"2- del tuo destino?
-
Se ricordo com'eri
e se adesso ti incontravo
non potevo guardarti
per non vedere il tuo tempo spezzato
non potevo sentire i tuoi passi
come se calpestassero la mia adolescenza
ma tu camminavi nei tuoi anni perduti
-
se tu passavi, il mondo stava giù
o dall'altra parte
a sentire i fantasmi che non avevi più
-
oppure percorrendo il mondo
c'era nei tuoi passi il mio mondo fanciullo
in cui mi facevo strada
toccando in silenzio gli angoli del labirinto
-
e "quando una barriera emerge"-3
la memoria rallenta
o fa quattro passi
a volte inciampa o, per inventarsi un passato,
perde il passo, arranca
-
se è questa la storia con cui impeciamo la vita
è bitumato il nostro passato
c'era una volta l'hanno incatramata
o se vuoi hanno tirato lo smalto,
le hanno tagliato i capelli
non c'è più
il rosso, l'azzurro
giallo è svanito dissolto
//
non si fa più vedere
e quel canto si è reso irreperibile
ha preso il volo l'anima,
il tempo la storia l'esserci
sono andati via
-
nei tuoi occhi
il sole si è chiuso in casa
è andato in fumo
chi ti guarderà ora negli occhi
chi ti piangerà
chi dirà che c'era "la sua anima"-4
nei tuoi occhi
chi ti chiederà il colore delle tue immagini
chi ricorderà il tuo camminare nel
nostro habitat e nella nostra coscienza
chi griderà nella notte
chi avrà il coraggio di dire che
il tuo incidentale destino non era scritto nel cielo
farà un buco nel mondo
e fermerà il treno della storia
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V.S. Gaudio
31 luglio e 1 agosto 1995
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Note
1 >f<./- 2 >percuoteva i tasti<./-3 >se emerge una barriera<./-4 >il suo mondo- la correzione è dattiloscritta=