sabato 22 gennaio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = LAURA CANTELMO


**Laura Cantelmo: “Cuore di nebbia e altri paradisi” – puntoacapo edizioni- 2021 – pagg. 88 - € 12,00 –
“La poesia diviene luce nella nebbia così come gli altri paradisi del sottotitolo raffigurano la diverse vie di salvezza offerte da remoti ricordi che compaiono fulminei nella notte, oppure da epifanie del passato che si rivelano feconde occasioni di riflessione e di scrittura” scrive Laura Cantelmo e con la poesia ella cerca di suggerire con raffinata sensibilità e armoniosamente la fragilità che il tempo incide nell’ingenuo compromesso della quotidianità, tra illusioni vertiginose ed essenze di declinazioni.
La malinconia, che per il poeta diviene “gioia svanita nell’opera/ al nero della poesia”, avvolge assai spesso il percorso candido che si intreccia tra “la fasulla immortalità del gesto” e le immaginarie figurazioni del subconscio. Un tracciato della scrittura molto suggestivo, per quell’infinito trasparire della esperienza umana e lo scavo filosofico di una multiforme tensione, un tocco magistrale tra colorismo e interiorità.
Sgranata nella variegata raffinatezza del verso lungo la inafferrabilità del sussurro si dipana in figurazioni animate da memorie, da ombre narranti, da pulsazioni incontrollate, dalla musica del vento, dalle risacche per la luna piena, dal canto delle sirene, dalle scommesse della vita, dalle serrande mute, da marmi sorridenti.
“L’uomo chiede aria alla notte insonne,/ si muove a tentoni lungo transenne/ separate dal mondo, attonito cerca.” Istoriata vicenda che nel momento dello sgomento rende eternamente irraggiungibile ogni tentativo di evasione e costringe ad una turbata aspettativa tra il limite e l’ineffabile, un cesello che la poetessa traccia con fluidità colloquiale tra la veemenza e l’invenzione fantastica.
Significativa la scansione in sette capitoli: “Tele di ragno”, “Altri paradisi”, In/tralci di vita”, “Mehr Licht/ Più luce”, “La peste”, “Mimosa”, “Segreti di serpente”, perché il tracciato, stilisticamente sempre uniforme ed accattivante, riesce ad interpretare momenti diversi, voci, personaggi, immagini in un traslato che riferisce parte integrante della orchestrazione unica, soffusa di un accento dinamico ed elaborata con sapiente spessore.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 21 gennaio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA


**Raffaele Piazza : “Alessia e Mirta” Ibiskos - editore 2019 –
La trottola che vertiginosamente trascina due figure femminili nella tempesta della poesia avvolge Raffaele Piazza in un continuo colloquio, che ripete infinite volte fotogrammi caleidoscopici di avvincenti memorie.
Alessia si presenta senza veli e di volta in volta mostra una consistenza carnale che propone figurazioni ed arpeggi morbidamente palpabili. Un susseguirsi di eventi raccontati con incisiva insistenza quasi a voler imprimere nella mente del lettore un cesello policromatico che di questa fanciulla realizza illusioni, palpitazioni, incontri, sospensioni, vincoli, abbandoni, impertinenze.
Due nomi di donna, due riflessi speculari che si alternano nelle manifestazioni quotidiane, l’una in tutta la sua veemenza giovanile, avida di rapporti sensuali larvatamente proibiti, l’altra, Mirta, nella sua ombra di fantasma ogni presente, quale memoria dopo un suicidio inaspettato, tenta il ritorno al subconscio per impadronirsi nel sogno.
Il registro va avanti speditamente negli anni tra rapporti spietatamente complessi, il più delle volte intrecciati nelle angolature del parco che delle coppie diviene alcova verdeggiante.
Sguardi e parole si alternano a palpeggi e rincorse, pensieri e motteggi si adagiano a rincorse nel tempo, dialoghi e sospensioni diventano incertezze e corrosioni.
La scrittura è limpida nel suo svolgersi e ben calibrata nel proporre esperimenti di ritmo con alcune riflessioni filosofiche lampeggianti nel verso.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 18 gennaio 2022

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


*"Sgambetto"*
Per darmi una spinta verso il tramonto
il volo dentro un sogno
è leggiadra ghirlanda! Giusto istanti
per cadere con uno sgambetto.
Sfiorare la giovinezza eterna che aggruma
sempre nell’ora dimenticata
è il corso che la sorte ha compiuto.
Lontano le vele che inseguono gabbiani
sembrano parte di me ancora nel tuo corpo
e l’incenso delle devozioni è rogo fiammante,
breccia nei presagi ostinati dell’assenza.
*
ANTONIO SPAGNUOLO
*
"Zancadilla"
Para darme un empujón hacia el crepúsculo
el vuelo dentro un sueño
¡es leve ghirlanda! Instante justo
para caer con una zancadilla.
Rozar la juventud eterna que se agruma
siempre en la hora olvidada
es el curso que la suerte ha cumplido.
Lejos las velas que persiguen las gaviotas
parecen parte de mí, en tu cuerpo
Y el incienso de las devociones es hoguera llameante,
brecha en los presagios obstinados de ausencia.
*
(traduzione di Francesca Lo Bue)

POESIA = FRANCESCA LO BUE


**Il Pellegrino dell’alba**
Presentazione del Prof. Aurelio Rizzacasa
La poetessa, come di consueto, propone una sua composizione nella doppia lingua italiana e spagnola, ma la singolarità di tale proposta consiste nel fatto che non si tratta di una traduzione da una lingua all’altra, bensì di un sentiero semantico in cui le due modalità poetiche delle lingue utilizzate procedono in parallelo in una complementarietà di significato che arricchisce il messaggio di insieme. Questa poesia usa l’espediente mentale del viaggio che è un itinerario ma nel contempo un pellegrinaggio dove il percorso compiuto non assume il senso di una nomadicità, dove l’andare non ha uno scopo né una meta, ma costituisce l’avvio esodale in cui il percorso tende ad un fine.
In realtà, tale viaggio è del tutto immaginario e impegna l’interiorità del poeta, che, come sempre, privilegia il linguaggio e soprattutto il senso della parola. Pertanto il pellegrino dell’alba si domanda chi sono io? Ma rivolgendosi all’altro obbliga l’interlocutore alla medesima domanda. Il tema di fondo perciò è quello di ricercare l’essenza della propria identità, essenza interrogativa, il cui approdo è quello di una domanda che si approfondisce ripetendola e che non si impoverisce in una risposta definitiva. La poesia quindi offre lo spunto ad una meditazione senza limite.
**Il pellegrino dell’alba **
Che portai?
Che ho portato da sempre, da lontano, sconosciuto ed unico?
Un essere di passione e pianto,
al ritmo di un’ombra che avanza come lava pesante,
che dà frutti gravidi e brevi negli istanti dell’eternità.
Che sono?
Cosa corporale,
sospiro di anelito e rancore,
scia breve nelle orme.
Cosa sono?
Ciò che credo di essere, sono nomi.
Non voglio il nome.
Chi sono?
Un nome nell’acqua trasparente dell’anima.
Il nome è una funzione,
un mestiere,
una costruzione frammentata
che fa di sé il secondo, il sosia beffardo.
Che fa l’uomo secondo?
Non considera,
dice male, svaluta, scende e muore.
Sciogli le radici della terra,
con l’impeto del cuore senza nulla,
affinché arrivi alla Dimora.
Perché sei una siepe fra i meandri del destino,
perché sei fuggita dal greto del fiume,
più in là delle rive annebbiate.
Voglio dare ciò che portai e non posso riportare,
un essere di passione e fecondità
nelle giravolte del turbine sapiente.
Nel deserto udì la mia voce.
Non si sente la voce nel cumulare del dire,
il nome radiante che adocchia e segnala,
nascosto dal pellegrino dell’alba.
Sarò legge che avvisa nella marea,
che torna nelle strade ripetute.
**
"El peregrino del alba"
¿qué he llevado,
qué había traído, desde siempre desde lejos desconocido y unico?
Un ser de pasión y llanto,
al ritmo de una sombra que avanza, como lava pesada
que da frutos grávidos, breves en los instantes de la eternidad.
¿Qué soy?
cosa corporal,
suspiro de anhelo y rencor
estela breve en la secuela ¿de quién?
Lo que creo que soy, son nombres
No quiero el nombre.
¿Quién soy ?- no tiene nombre el agua diáfana del géiser.
El nombre es una función, un oficio,
una construccion desmigajada,
que hace de sí el segundo, el doble burlón.
¿Qué hace el hombre segundo?
no respeta, mal dice, desvalúa, desciende y muere.
Se suelta de las raíces de la tierra y
llega a la Morada con el ímpetu del corazón sin nada.
Porque eres una pared, entre las aspas del destino,
porque has huído del sequedal del río,
más allá del manantial de escarcha.
Y ahora quiero dar solo lo que traje y no me puedo llevar
un ser de pasión y fecundidad
en las vueltas extrañas del sapiente torbellino.
En el desierto oí mi voz,
no se siente la voz en el tumulto del decir
el nombre radiante que señala y enalza,
sonido escondido por el peregrino del alba.
Seré ley que avisa en la marea
que vuelve en las calles repetidas.
*
Francesca Lo Bue

domenica 16 gennaio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = BERNARDO ROSSI


Bernardo Rossi : "Estravaganti,minime e frammenti" - Ed. Robin 2021
«A volte provo poi improvvisamente / la sensazione Bernardo che tutto / sia stato detto». Nel secondo testo (p. 13) della raccolta di poesie di Bernardo Rossi, questi tre versi ribadiscono quello che è un pensiero comune, una certezza di chi vive e scrive oggi (e non uso nessun termine con il prefisso post per l’abuso che se ne fa). L’«a volte» dell’incipit permette a Bernardo o Dino ‒ che ho conosciuto personalmente negli anni di università alla Federico II di Napoli, discutendo nel chiostro della Facoltà di Lettere dei poeti crepuscolari ‒ come a tutti noi, di continuare a scrivere e a pubblicare nonostante il peso del “canone occidentale”, nonostante vengano stampate e circolino in rete milioni di testi, nonostante i lettori di poesia siano notevolmente inferiori a chi ogni giorno, su tutti i canali possibili, fa comparire dei versi presto sommersi da altri.
Fissare «a volte» la propria esperienza sulla pagina è comunque importante, innanzitutto, per compiere il proprio viaggio interiore, e può permettere ad un lettore, come me in questo caso, di ritrovare un amico che per anni si era perduto. Il “filo” non “si addipana” e i capi divengono molti. Ritrovo nella biblioteca il volume pubblicato su da Rossi che mi fu donato nel 1993: Il primo “libro” di Guido Gozzano: La via del rifugio (Firenze Atheneum), con prefazione di Tobia Toscano, il professore con il quale mi sono laureato anche io con una tesi su un petrarchista meridionale, sconosciuto ai più ma che fu alla corte polacca di Bona Sforza, poi pubblicata anni dopo, parzialmente, con prefazione dello stesso Toscano. Il libro di poesie di Rossi ha la prefazione di un poeta come Elio Pecora, che pure ho avuto la fortuna di conoscere di persona presentando Simmetrie (Mondadori) nella mia zona, a Nola, diversi anni fa. Fermandomi qui, per evitare che il filo dei ricordi divenga inesauribile, sottolineo che Pecora riconosce nel libro di Rossi il rivolo dell’«onestà che Umberto Saba chiedeva alla poesia». Si possono notare, per rimanere nei paraggi del grande maestro triestino, nel libro di Rossi anche certe inversioni dell’ordine della frase, il tono di alcuni versi, come nello stesso secondo testo della raccolta che ho citato, quando essendo «tutto già parola» passa la voglia di scrivere: «non voglia mi reclama allora», dice Dino. Come si possono notare influenze dei crepuscolari; basti questo attacco proprio ad apertura, nel primo testo del libro, per averne conferma: «Io sono un uomo che cammina a testa / bassa». Se i primi due testi indicano già al lettore le coordinate di fondo, utile guida si rivela anche la postfazione di Antonio Marocco, che vede in questa poesia soprattutto una narrazione di «eventi» che «ne restano il fulcro» senza troppe astrazioni, riconoscendo il tema fondante nella sofferenza, nel dolore. E sicuramente qui l’“onestà” è portata alle sue estreme conseguenze, la «voglia» di dirsi, di raccontarsi di Dino «reclama», per cui “a volte” diventa una necessità proprio il mettersi a nudo nella propria sofferenza psichica, di fronte alla persona amata e al lettore, presentare i nomi dei molteplici lutti familiari subiti fin dalla fanciullezza. Non «esigenza di rima», aggiunge, ma vita vera» (p. 82):
e l'ansia di perderti alla prima semplice febbre
e invece è una mia febbre psichica che ti allontana
ora
spaventata da me una febbre bipolare che viene e va
e nella quale mi perdo ti perdo come ogni possibile
istante di
Serenità.
(p. 81)
La poesia e l’arte in genere come cura della psiche sono da anni praticate in tutto il mondo da esperti e psicoterapeuti che tendono a far ritrovare in noi stessi quell’energia, quel soffio vitale che mali psichici possono minare. Un testo di Dino ne è la testimonianza e questo voler mostrare la sua esperienza, comunicarla con i mezzi a sua disposizione, a mio avviso, di fronte all’abisso di un male così celato, misterioso, nascosto, va al di là delle discussioni su che cosa è la poesia e cosa non lo è, sui giudizi critici, sulle analisi formali, le valutazioni estetiche. E questo gesto di scrivere già pieno di senso. E Pecora lo coglie nella prefazione quando dice che siamo di fronte con questo libro a «parole vive». Le stesse parole che colgo nel libro in un bel testo di p. 28:
Non un gesto o un silenzio
nemmeno la presenza
fisica resta in un attimo
nemmeno le bucce d’arance
profumate ma un’energia
che molti definiscono
in modo diverso
anima spirito
io invece verso
Ognuno, poeti grandi che la critica giustamente recinge e tramanda nei libri di scuola, poeti che scrivono per se stessi o per curare le proprie ferite, per «stringere una mano nell’oscurità», come ha affermato Palazzeschi, hanno i propri amuleti, salvacondotti, strumenti di salvezza e possono offrirci qualche parola che rimanga o venga criticata e tralasciata: perché non tutto deve e può diventare, ovviamente, storia. Ma ogni parola può riemergere per vie che non conosciamo nell’ascolto di qualcuno o nella sua rilettura. «Ho trovato posto in me / infondendomi radici», è questo il dittico che Elio Pecora cita concludendo la sua prefazione. Più che un refuso a me appare “tra le righe” una “correzione” significativa nel “trasferimento” dalla seconda alla prima persona del verbo iniziale (a p. 91 leggiamo infatti: «Hai trovato posto in me / infondendomi radici»), anche per il discorso che ne segue di Elio sull’«esercizio solitario» della poesia praticato da Rossi come «cammino» interiore. In tale direzione si potrebbero aggiungere altri versi dal libro come i seguenti: «Di fronte all’ultimo albero […] / un dolce stare seduto». Spesso leggo a mio beneficio i testi canonici del buddismo che invitano a trovare posto in noi stessi e sono sicuro che la strada di Dino, come di ognuno, è quella della resilienza risiedendo in noi stessi, dell’aver fiducia quotidianamente nella vita e nella pioggia, in quella «metrica della pioggia», per citare l’ultimo, bel romanzo di Giuseppe Lupo, Breve Storia del mio silenzio (Marsilio), che può guidarci all’uscita da traumi, malattie e sofferenze, cui nessuno sfugge per il fatto stesso di vivere. E la parola della poesia, recitata in noi stessi come un mantra oppure come «preghiera laica» (Alberto Bertoni), può diventare dialogo, sia essa detta a coloro che amiamo, alle persone care e agli amici, i primi interlocutori di Dino, o ai lettori, comunicata con più o meno intensità e consapevolezza, per quanto sia possibile formalmente ad ognuno. Ma essa è sempre lì per noi, come farmaco per donarci la «Serenità» perduta (p. 81); è come una «voce» di «bimbo» che ci chiama dalle profondità del nostro animo, che invita a rilassare il nostro corpo (p. 79), come il suono del nostro respiro o le gocce di pioggia o il ritmo del verso:
Sto sul ciglio del vuoto
basterebbe un solo passo
ma sento un suono remoto
è una voce, rilasso
le membra, sembra voce di bimbo
è il mio animo […].
Con tutta l’umiltà e l’ammirazione verso l’uso straordinario della parola che ne fanno poeti e critici riconosciuti dalla comunità di lettori come tali, che non possono che nutrirci nell’arco di tutta una vita come i classici, credo che porci in ascolto lungo il nostro cammino di chi ci offre «a testa bassa» il suo percorso di vita e di scrittura sia un’occasione da non tralasciare, da cogliere e da accogliere con calore, essa stessa parte del ciclo infinito della vita che la pioggia rinnova, come le due poesie contigue di p. 17 ci ricordano, con immediatezza e semplicità:
X
La prima pioggia è caduta
venuta in un vento di mare
e l’ho sentita addosso: familiare.
XI
Ma la pioggia è vita
ciclica e infinita.
*
CARLANGELO MAURO

sabato 15 gennaio 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = RITA PACILIO


**Rita Pacilio: “Cosa rimane” (romanzo) – Ed. Frecce – pagg. 114 - € 13,00
Susseguirsi frastagliato, e allo stesso tempo incandescente, di fotogrammi cesellati con una scrittura limpida, serrata, piacevolmente celere, primaverilmente acidula. Una storia composta da microstorie che dal quotidiano librano verso una vertiginosa sorpresa del subconscio, pronto a suggellare le ansie e le illusioni del personaggio chiave. Un concatenarsi che sembra non potersi sciogliere a suo piacimento.
Qui le metafore corpose hanno l’abbandono della realizzazione, vincolate spesso all’inconscio e al preconscio che con tutta la sua malcelata magia riesce a decantare momenti di ombre alternati a lucidi passaggi. Un fascinoso e distorcente coagulo narrativo illuminato da eventi che sospendono l’attenzione per poter riallacciare la sintesi che viene proposta.
Lorena è un personaggio complesso, forgiato nelle esperienze che si susseguono, avvinto dai sentimenti che attanagliano ogni individuo, tra l’amore ed il timore, tra il tentennamento e l’illusione, tra il desiderio e la rinuncia, tra le illuminazioni della coscienza e la fuga dell’intimo tremore. Le scene che Rita Pacilio cesella con policromatica valenza ci accostano a personaggi improvvisi: l’uomo incomprensibile conosciuto in rete, gli amici che si accostano al centro di ascolto, il solitario fallito e sempre in fuga, la portinaia che cerca il colloquio confidenziale, e Clara, l’amica che procura in momento di morte una chiavetta USB custode di missive e segreti. Si accavallano ricordi amorevoli e dolorosi, dei tempi dell’infanzia e dell’adolescenza, intrecciando i momenti dai lenti movimenti.
Tutto scorre in pagine che si agganciano nella creatività, dall’angoscia interrotta ai mancamenti repentini, ai primi contatti carnali, al fascino di una malia.
Gli approcci sessuali vengono delicatamente accennati così che il lettore dovrà avviarli e completarli soltanto con la propria immaginazione, in sospensioni che appaiono costellazioni momentanee, risplendenti di un vago possesso.
Rita Pacilio rincorre con abilità i fantasmi della creatività ricamando il vissuto, attraverso un bagaglio culturale di notevole spessore, e aprendo il sortilegio delle immagini in un’alchimia che è solida tessitura.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 8 gennaio 2022

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** “Gloria”
Mia inutile presenza nel mondo
girovagare tra le ore che il destino
ha programmato
curvo sotto i macigni e recitando
un padre durante il sonno.
Un alito di vento spazza la gloria
sotto il giogo del telefonino
sembra raspar d’altrui figure il silenzio
mutando taglienti artifici
dove la mente insegue accadimenti.
Sgomento tradito nel salvare
innominabili certezze,
filigrana che dirada a mano a mano
come scheggia di luce scomposta.
*
ANTONIO SPAGNUOLO