lunedì 27 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = RUDY TOFFANETTI

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Rudy Toffanetti: “Eresia dei giusti” – Ed. Vallecchi 2026 – pag. 92 -€ 14,00
L’eresia è una dottrina o un’idea che va contro una verità di fede ufficiale, quindi una scelta personale che metta in discussione anche un dogma, un parere contro le regole! Qui però chi dubita è il “giusto”, colui che è conforme a giustizia e che giudica secondo equità. Il contrasto diventa motivo di poesia e sembra apparire fra i versi anche come stimolo alla ricerca filosofica.
E già dalla prima composizione di questa silloge si sviluppa come una meditazione sul tempo, non inteso nella sua dimensione cronologica, ma come sostanza originaria dell'essere, precedente a ogni gesto, a ogni trasformazione e perfino alla coscienza. L'incipit – «C’è un tempo precedente / a ogni movimento» – introduce immediatamente una dimensione metafisica, un tempo assoluto, immobile, che tuttavia non coincide con la quiete, bensì con una tensione inespressa. La sua stasi è definita «un’evoluzione disperante», ossimoro che racchiude il senso dell'intera lirica: anche ciò che sembra fermo continua a mutare, ma lo fa in modo inesorabile, consumando l'esistenza senza offrire alcuna possibilità di riscatto.
L'immagine della «strana eccitazione della morte», seguita dal passaggio del vetro della pioggia sopra le montagne, produce un effetto visionario. La morte non è presentata come evento conclusivo, ma come vibrazione costante della realtà, una presenza silenziosa che attraversa il paesaggio e la memoria con la stessa trasparenza del velo d'acqua. La natura diventa così il luogo in cui il tempo rende percepibile la propria forza invisibile.
La figura del passante assume un valore simbolico: rappresenta l'uomo, destinato a transitare senza poter trattenere ciò che vive. L'agonia del passato è raccolta nella lontananza, spazio della memoria dove ogni esperienza perde consistenza ma acquista profondità. Da quella distanza nasce una riflessione ironica e insieme malinconica sui propositi dell'esistenza: dimagrire, innamorarsi, leggere di più, inquinare meno. L'elenco introduce elementi della quotidianità che contrastano con la tensione metafisica dei versi precedenti, mostrando come l'uomo tenti di ordinare la propria vita attraverso piccoli programmi destinati a essere travolti dalla grande corrente del tempo.
Il riferimento al tempo profondo, termine appartenente al lessico geologico, amplia improvvisamente la prospettiva fino alle ere della Terra, dissolvendo la misura umana. Il poeta, però, rifiuta la definizione scientifica e ne propone una personale e fortemente simbolica: «la mistica dei mostri, l’eresia dei giusti». Sono immagini di straordinaria densità, nelle quali convivono il sacro e il perturbante, la fede e la trasgressione, l'ordine morale e la sua negazione. Il tempo diventa così il luogo in cui convivono tutte le contraddizioni dell'esistenza, una forza che custodisce tanto il prodigio quanto l'inquietudine.
La raccolta possiede una notevole forza speculativa e una lingua di evidente spessore culturale, capace di fondere registri diversi: filosofico, scientifico, lirico e quotidiano. Le immagini sono spesso particolarmente efficaci e conferiscono alla poesia un'intensa originalità simbolica. Interessante la suddivisione in sei capitoli: “Non toccare gli animali”, “Sarabanda”, “La crisi delle supply-chain” “Genova”, “Tempo precedente”, “Appendice: otto sogni per Franco e Silvana”, che scandiscono una colorata rappresentazione del quotidiano in variegate stesure dell’incanto, che si incontra oltre il sub conscio.
Il gioco delle figurazioni saltella da improvvise descrizioni di guerra “portaerei e sommergibili che solcano gli oceani” allo “sguardo sul dolore in transito”, dal “non serve a niente a correre! Sei giovane e paghi pure a rate” al “tempo dei narcotici, dei mutui al rialzo, delle flebo palliative ai genitori” come in una girandola che riesce ad accarezzare passioni e si scontra contro le storture del presente.
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ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 25 luglio 2026

DIBATTITO = SECONDO INTERVENTO

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GIANFRANCO ISETTA==
DOVE VA LA POESIA==
Come materia siamo una delle tante forme della natura, siamo qualcosa solo in relazione con gli altri essenti. E con la poesia c'è la possibilità di descrivere le cose attraverso la capacità delle parole, di metterle in luce in un istante, attraverso intuizioni improvvise come un salto quantico. Un istante della nostra esistenza che può essere contemporaneamente verità e bellezza. Perché a fronte del destino necessario, che ci imprigiona per nostra volontà, la bellezza è ciò che la poesia ci può regalare, al di fuori di ogni ricerca di senso., che non ha senso alcuno per ogni essente che è sé. Poesia può allora diventare ricerca di una via d’uscita dalla stessa filosofia anche attraverso l’inconscio che ci guida, disarticolando le visioni convenzionali del mondo. Nello stesso tempo attingendo dal pensiero contemporaneo e passato, patrimonio eterno, un pensare vagante che percorre il tempo e gli essenti. La poesia per me e costruzione di una realtà che è anche rappresentazione del mondo, un mondo fatto di relazioni tra esseri viventi e non, tutti parti di un’unica natura. Un’altra riflessione che mi ha spinto a scrivere riguarda i limiti della percezione umana: non possiamo vedere la natura fondamentalmente bizzarra della realtà fisica, perché viviamo in un piccolo spazio dell’universo dove le velocita sono piccole e gli oggetti troppo grandi per lasciarci scorgere le dimensioni minime. E questa natura ambigua del rapporto con l’esterno – e in fondo con noi stessi – che mi attrae nel fare poesia, nel “costruire” (poiein) poesia. I temi fondamentali diventano la natura, il tempo e i ricordi legati al tempo. Cerco di affrontarli attingendo al lirismo classico reinterpretato sui temi dell’attualità, nell’idea dell’incontro tra poesia scienza e filosofia. La scienza e per me una lente per indagare l’ambiguità dell’esistenza: da Passaggi curvi – Poesie non euclidee a Salti quantici, la geometria e la fisica diventano metafore di trasformazioni dell’anima e della percezione. L’ambizione e quella di cercare di integrare concetti della fisica moderna (come il principio di indeterminazione, il concetto di probabilità e di caso, i salti quantici, o l’entanglement) nella poesia. Partendo da una idea chiave e cioè che la realtà non e solo ciò che vediamo, (o forse non e proprio questo), ma un insieme di relazioni invisibili ai nostri sensi limitati, che influenzano la percezione. Il salto quantico, per esempio, può essere una metafora che si riferisce al passaggio improvviso di un elettrone, che cambia orbita istantaneamente, senza percorrere uno spazio intermedio, appunto fa un salto tra livelli energetici diversi. E come fosse il simbolo di momenti di illuminazione o di una trasformazione interiore che accade all’improvviso, cambiando la nostra percezione della realtà.
Allora si pone la domanda: cosa e la percezione? E cosa è lo sguardo sulla realtà percepita? In meccanica quantistica guardare significa modificare inevitabilmente la realtà, nel senso che la realtà stessa non è decisa fino a quando qualcuno non la osserva. Questo, come dicevo, cambia la natura stessa della percezione che diventa, attraverso il corpo, il soggetto in grado di modificare la realtà o comunque un altro modo di vederla e di descriverla attraverso il linguaggio, nel nostro caso poetico.
Il linguaggio creativo non trasmette un significato già conosciuto ma crea un senso nuovo e originario, come la poesia. Quindi molto importante è il rapporto tra ciò che percepiamo e ciò che improvvisamente comprendiamo, perché la conoscenza non cresce gradualmente ma attraverso intuizioni improvvise momenti di consapevolezza che per salti improvvisi e profondi. Perchè la vita non scorre sempre in modo lineare, ma per scatti. L’esperienza umana appare fatta di fratture e passaggi come ricchezza, originalità ed efficacia di voler cogliere la bellezza, sia nel mondo a livello di significati, che indipendentemente dall’approccio alla vita, con le sue fragilità, accettandone i limiti dentro una visione del mondo che lega scienza e poesia, dove anche la morte, fa parte di questo ciclo incessante di distruzione e ri-creazione, come le particelle nel vuoto quantico, e quindi deve essere accettata con serenità e con qualcosa di simile all’abbandono alla gioia, come direbbe Emanuele Severino ricordandoci di questo passaggio dalla apparenza all’eternità dell’essere In sintesi, credo di essere un poeta che nasce in piena maturità da una formazione scientifica: la statistica, la fisica, la filosofia non sono ornamenti culturali ma il vero motore del mio sguardo sul mondo.
Qui torna il concetto di RELAZIONE con gli altri esseri intesi in senso lato, comprendendo cioè le cose, gli altri esseri viventi e inanimati, trasferendo ad essi la dignità e la libertà di esistere, in quanto pensati e in relazione tra di loro e con noi stessi. Perchè tutte le cose sono un unico, dalle pietre, agli alberi, ai respiri, al manifestarsi dei sensi e accoglierle in questa luce consente di vedere la realtà con altri occhi.
Inoltre c’è la possibilità di dare al lettore di poesia la possibilità di riviverla, in sostanza il poeta deve definire le cose di cui abbiamo bisogno dai luoghi di natura, alla stessa terra mostrandone la bellezza: dal corpo umano, alle emozioni, alle pietre, ai fiumi, ai comportamenti infantili e adulti, recuperando la visione della realtà, anche oltre a quella che ci appare, attraverso i nostri limitati sensi e la nostra ridotta capacità di ricostruzione a livello cerebrale.
Liberare la realtà da questa visione che la imprigiona e forse la distrugge, quindi ben al di là dell’immaginare, la poesia diventa lo spazio della ragione, fuori da ogni tendenza al narcisismo e pienamente figlia di una parola decisiva e importante. Non c’è bisogno di proporre un messaggio, o una verità che si possa decifrare, spiegare quindi un impegno che possa comportare per chi legge la possibilità di essere sé stesso.
C’è poi il problema dei media in cui la poesia è presente, come sappiamo, anche in misura o dismisura e non solo attraverso i versi ma anche ad esempio nella canzone o nei film, dove si lavora sempre con la parola oltre che con le immagini e i suoni.
In questo contesto la poesia scritta è la meno frequentata, forse anche perché chi la fa spesso non sa più percepire le esperienze e anche le intuizioni della lingua popolare, quindi non sa essere leggibile a molti lettori, e anche costringendosi a un rapporto non sempre profondo con sé stesso.
Forse c’è una frattura tra una lingua un po’ da intellettuali e il linguaggio popolare, Il dramma è che la poesia stessa dovrebbe essere un linguaggio di comunicazione che deve saper vedere oltre il guardare, in una situazione non di gara ma di possibilità di potersi esprimere in versi.br />< La scuola dovrebbe educare alla ricchezza del linguaggio, puntando ad elaborare una lingua comune a fronte di questa mancanza che ostacola l’azione della poesia, nel suo rapporto col mondo e gli altri esseri.
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Gianfranco Isetta - giugno 2026

giovedì 23 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

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Giuseppe Iuliano: “C’è silenzio ai paesi” – Ed. Cosmopoli – 2026 – pag.86 – s.i.p.
C’è nei versi di Giuseppe Iuliano una palese continua immersione tra i flutti della storia, della cultura, delle consuetudini, della politica, delle memorie che appartengono alla sua terra nativa.
L’emotività è alimentata da una costante compartecipazione personale alle vicissitudini, agli sviluppi, alle incertezze della sua Irpinia. L’esodo dei giovani, i contrasti generazionali, le crisi sociali e sindacali, incidono sull’atmosfera di speranze e disillusioni, così che la poesia diviene un documento plasmabile, quasi rifugio dell’uomo che sente ancora acceso il rapporto con un mondo che va svuotandosi inesorabilmente. Il volume è arricchito dalla traduzione a fronte in lingua romena di Eliza Macadan, la quale dedica anche la postfazione.
La poesia restituisce con intensa partecipazione il ritratto di un paese non tanto geografico quanto esistenziale, dove il degrado materiale coincide con un progressivo svuotamento della speranza. – la morte non è soltanto un evento biologico, ma diviene metafora di una condizione collettiva: la perdita di vitalità, di prospettive e di fiducia. L'aria è "stanca", "oppressiva", "malefica", come se una maledizione antica, un "vecchio sortilegio", gravasse sulle comunità, condannandole a una lenta consunzione.
Il paesaggio umano è descritto attraverso immagini che appartengono al corpo malato: le "carie di attese", i "reumi di speranze", le "rughe e manie". Costruisce così una metafora organica nella quale le speranze si deteriorano come denti corrosi e invecchiano fino a diventare dolori cronici. Il tempo non è più occasione di crescita, ma agente di logoramento. Persino il parlare da soli diviene il sintomo di una società incapace di dialogo, ripiegata nella solitudine e nell'abbandono.
Qualche colorato registro si apre a una dimensione simbolica. Le stelle non rappresentano più il sogno romantico o l'aspirazione poetica, ma diventano "salvifici appigli di luce": non alimentano l'immaginazione, bensì offrono una possibilità estrema di fuga. L'immagine delle "funi" tese verso il cielo è particolarmente significativa perché suggerisce il desiderio di evadere da una realtà soffocante. L'evasione non assume necessariamente il valore della morte, ma quello di una liberazione spirituale, di una ricerca di altrove che possa riscattare una condizione ormai insostenibile.
In un componimento riuscitissimo la "cantilena smorta", definita con efficace accumulo come "nenia di voce arrochita" ed "eco di cento vicoli", è la voce collettiva di un paese che ripete il proprio dolore senza riuscire a trasformarlo. In questo scenario convivono il "vecchio suicida" e i "giovani disertori": i primi rappresentano la resa definitiva, i secondi l'abbandono del luogo natale, fenomeno che caratterizza molti centri destinati allo spopolamento. Il verso conclusivo, «Qualche volta le parti si invertono», introduce tuttavia una sottile variazione: il dolore non appartiene esclusivamente a una generazione, ma diventa esperienza condivisa, in cui anziani e giovani si scambiano ruoli e sofferenze, accomunati da una medesima fragilità.
La scrittura di Iuliano possiede una forte coerenza tematica e un linguaggio ricco di immagini originali. Colpiscono soprattutto le metafore, capaci di trasformare il disagio sociale in percezione fisica, e l'immagine delle stelle come "appigli di luce", che rinnova un simbolo tradizionale con un significato originale.
Nel complesso si tratta di un testo convincente, sostenuto da una forte tensione lirica e civile, che affronta il tema dello spopolamento e della crisi delle comunità con immagini personali e un linguaggio capace di trasformare il dato sociale in autentica esperienza poetica.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Nuvole e Alessia"
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1
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Da dove tu sei, in via Petrarca,
vedi la stessa nuvola, mi dici,
nel mio da Piazza Dante
scorgerla e
2
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il telefono a unirci in voci
nel coro di questo postmoderno
occidentale. dici la nuvola
si sfiocca in forma di cavallo
candido il cielo sopra Napoli e
3
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sarebbe bello se fosse Roma
o Firenze, mia Alessia rosavestita
come le nuvole di Ischia della
villeggiatura duale delle conchiglie e
4
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oltre le cabine telefoniche incielate
dove ridesti come una donna
a inizio primavera nel deserto
riseminato che ora è il segreto
giardino e
5
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non chiedermi, Alessia, tra i campi
di grano profani se è solo un azzurro
ad accentuare la voglia nel fieno
l’incanto duale e poi viene la nuvola
in forma di pesce, nuvole, nuvolette e
6
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piove, Alessia, amniotica pioggia
sul tuo grembo per redenzioni
ad ogni passo e resurrezioni e c’è
dio che cammina in lontananza e
7
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invita alla gioia, che poi ne sporga
anche felicità per quella foglia
d’alloro sul tuo culo che prendo con
per un erbario nuovo, dopo quello
archiviato per le teche e
8
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dietro la densità dell’aria in splendore
del tuo volto, Alessia, attimi fantastici
e spicchi di melarancia sul tuo amore
di viso di madonna barocca
in un incrocio di forme, a iridarti
degli occhi la bellezza ad estendersi
in quel bianco agglutinato e
9
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allo sguardo dove traspare di fiume un greto
e di scalinata un’altra nuvola, stavolta
grandiosa che ci ingloba in un’unica
messe che dà pane in salite fino al cielo e
10
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vedi, Alessia, sgronderà la pioggia e il tuo
di gioia pianto bagnerà i miei occhi per seminare
pari a lente per della nuvola la forma
mutarla da geranio in rosa.
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Raffaele Piazza

mercoledì 22 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERENA CIANTI

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Serena Cianti: “Denudata” – Ed. Controluna 2026 – pag. 66 - € 13,00
“Del fiore di pesco/ accarezzo la cadenza del risveglio/ un bocciolo tremolante/una fogliolina che si stiracchia/ scuotendo il gelo dell’inverno/ nell’osservarlo/ serenamente accetto lo scorrere del tempo.”
La delicatezza del dire, che evapora dai semplici versi per una sensazione vellutata, nello sciogliersi dei minuti, diviene in queste pagine un motivo persistente di musicalità che dona ritmo alle numerose illuminazioni del pensiero che la poetessa ricama.
Molte volte qui la poesia si costruisce attorno a una scena di apparente complicità burocratica che, nella sua essenzialità, diventa metafora di due destini destinati a sfiorarsi senza coincidere. L'incipit di “Vite incrociate”, «Impronte digitali», introduce immediatamente il tema dell'identità ridotta a segno amministrativo: l'individuo non è presentato attraverso il volto, il nome o la storia, ma attraverso il dato biometrico, simbolo di un'esistenza sottoposta al controllo e alla classificazione.
L'immagine delle «strade vicine un metro» è di particolare efficacia. La vicinanza fisica non coincide con quella esistenziale: un solo metro separa due individui che tuttavia appartengono a realtà profondamente differenti. In quello spazio minimo si concentra una tensione umana intensa, fatta di silenzi, di sguardi e di reciproco riconoscimento. L'attesa comune culmina nel «respiro di sollievo», gesto elementare che accomuna entrambi e sospende, per un istante, le differenze sociali, geografiche e politiche.
La forza del testo risiede proprio nella capacità di suggerire un'intera vicenda umana attraverso pochi dettagli concreti. Nessuna descrizione psicologica, nessun commento morale: sono gli oggetti – le impronte, il permesso, il passaporto – a raccontare la disparità delle esistenze. La poesia invita così a riflettere sul tema dell'identità, delle migrazioni e dei privilegi senza assumere un tono ideologico, lasciando che sia il lettore a completare emotivamente ciò che rimane sottinteso.
Serena Cianti tratta e trasmette una poesia di impianto minimalista, fondata sull'ellissi e sulla sottrazione. Il linguaggio è sobrio, quasi prosastico, ma proprio questa asciuttezza conferisce autenticità alle scene. L'efficacia nasce dalla precisione delle immagini che illuminano retrospettivamente tutti i testi. Equilibrio, misura e intensa capacità di trasformare un episodio quotidiano in una meditazione discreta sulla condizione umana, saltellando tra i ricordi dell’Etruria e la paura dell’abisso, tra l’abbandono per una separazione e lo sfiorare armonioso delle dita di una mano, tra l’incantatore del circo illusionista itinerante e un respiro che si spezza in frantumi di diamante.
La parola ha capacità policromatiche e nasce dall’ascolto di una continua dilatazione temporale e nasce ancora dagli Arcani maggiori dei Tarocchi – in particolare La Stella, La Luna e Il Sole – attraverso cui l'autrice compie un intimo percorso di metamorfosi e introspezione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 21 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DIEGO RICCOBENE

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Diego Riccobene: “Enchiridion” – Tipheret editore – 2026 – pag. 148 - € 15,00
L’impatto con le poesie di questa raccolta è senza alcun dubbio da lieve vertigine fantasmatica.
Gli effetti di una precisa poetica della condensazione, che privilegia l'energia simbolica rispetto alla chiarezza, sono subito evidenti e coinvolgono. Per un lettore abituato alla poesia contemporanea di ricerca il testo mantiene una notevole tensione espressiva; per un pubblico più ampio, invece, alcune oscurità possono attenuarne l'influsso emotivo immediato. Nel complesso, questa poesia si distingue per la qualità del suo immaginario e per la capacità di tradurre il trauma interiore in una materia linguistica densa, inquieta e fortemente personale.
Essa spesso si costruisce come un breve ma densissimo monologo interiore in cui il corpo diventa il luogo di manifestazione di una crisi esistenziale. Il tremore non è soltanto un sintomo fisico, ma il segno di qualcosa che non riesce a trovare compimento. L'“incompiuto” rappresenta ciò che rimane sospeso tra il desiderio di esprimersi e l'impossibilità di raggiungere una forma definitiva.
L'universo procede per immagini visionarie e surreali. La «brina dall'orecchio» costituisce una sinestesia che trasforma il freddo in suono e il corpo in paesaggio. Ancora più significativa è la metafora dell'«orecchio cornucopia», insolita e ricca di suggestioni: l'orecchio non è soltanto organo dell'ascolto, ma recipiente traboccante, sorgente che dispensa una verità dolorosa. Ciò che viene elargito, tuttavia, non è abbondanza vitale, bensì il «giusto collasso». L'aggettivo "giusto" introduce una dimensione quasi etica del cedimento: il collasso appare inevitabile, forse perfino necessario, come passaggio verso una possibile liberazione.
Una continua oscillazione tra disgregazione e redenzione, il “culto sugli estuari e un petto che ne torce”, “il nume che ti spella la medesima crosta”, “nel guiderdone assurdo del distinguere”, “tardare appena sulla cima” sono i movimenti ondulatori di una marea che fa della parola la bianca spuma delle onde. Il corpo, il linguaggio e la memoria si intrecciano in una sintassi volutamente franta, che riflette la difficoltà di dare ordine all'esperienza del dolore. Non è una poesia narrativa, ma un evento linguistico che tenta di trasformare la crisi in conoscenza.
Il testo si colloca nell'area di una lirica fortemente sperimentale, nella quale l'accostamento di immagini inattese e la compressione sintattica prevalgono sulla linearità discorsiva. La forza della poesia risiede nella sua capacità di creare un clima visionario attraverso metafore originali e in un lessico che oscilla tra concretezza corporea e tensione metafisica.
Da segnalare infine gli emblemi che arricchiscono il volume realizzati da Mirko Andreoli.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 19 luglio 2026

DIBATTITO = PRIMO INTERVENTO

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Tra sperimentazione e durata: riflessioni aperte=
Contributo per il dibattito, di Marianna Colafati
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Oggi, osservando il panorama poetico, mi sembra evidente che la vera forza della poesia risieda proprio nella sua straordinaria, quasi caotica, molteplicità. Se penso a tutto quello che accade intorno a noi – dallo slam poetry alla poesia algoritmica, passando per l’empatismo o le scritture performative – mi rendo conto che il concetto stesso di “testo” sta esplodendo. Per me, la poesia non è più soltanto quella cosa che leggiamo sulla pagina: è diventata voce, corpo, evento, rete. È un’esperienza che vive di interazione. Guardando al futuro, credo che non potremo fare a meno di una contaminazione sempre più spinta tra i linguaggi. L’intelligenza artificiale o gli spazi digitali non mi spaventano: al contrario, penso che ci offrano strumenti di esplorazione immaginativa inediti. Certo, ci costringono a chiederci cosa significhi ancora essere “creativi”, ma è una sfida che trovo stimolante. Non credo affatto che la tecnologia sostituirà l’autore; credo piuttosto che saremo chiamati a collaborare con essa per costruire qualcosa di nuovo.
D’altro canto, però, sento forte il bisogno di tornare a una dimensione comunitaria, e credo che il successo dello slam e dello spoken word sia la risposta a questa necessità. In un mondo che corre troppo veloce, la performance poetica ci restituisce qualcosa di prezioso: l’ascolto, la presenza, il valore della condivisione. La poesia torna a essere un’esperienza collettiva, smettendo di essere soltanto un momento solitario di lettura.
Eppure, a mio parere, ogni spinta verso il nuovo perde di senso se non sa fare i conti con la tradizione. Non vedo la poesia “classicheggiante” come un nemico, ma come una palestra necessaria: è lì che impariamo il lavoro sulla lingua, sul ritmo, sulla memoria culturale. Tuttavia, per me, legarsi a ciò che è stato non significa rifugiarsi in un passato cristallizzato. Anzi, credo che oggi sia fondamentale mantenere un legame saldo con i maestri, ma con la consapevolezza che non è più il tempo dei lirismi eccessivi o di certi cliché che hanno fatto il loro tempo.
Secondo me, la poesia deve sapersi adeguare al presente. Non possiamo continuare a parlare come se il mondo fuori non stesse cambiando drasticamente: abbiamo il compito di confrontarci con temi attuali, con le urgenze del nostro tempo, rendendo la scrittura al passo con la realtà che viviamo. Le opere che trovo più interessanti sono proprio quelle che riescono a far dialogare questa solida eredità classica con una sensibilità contemporanea, che non ha paura di sporcarsi le mani con l’attualità.
Il rischio, altrimenti, è l’autoreferenzialità. La poesia, per me, è viva solo quando riesce a tradurre l’esperienza umana in conoscenza sensibile, che si usi una penna, una voce o un algoritmo.
In conclusione, non credo che il futuro appartenga a una singola “scuola” di pensiero. Credo che apparterrà a quelle opere capaci di tenere insieme profondità espressiva, consapevolezza culturale e apertura totale al nuovo. Le etichette critiche passeranno, ma ciò che resterà, da Omero alle scritture digitali, sarà sempre lo stesso nucleo: la nostra necessità di dare forma, attraverso la parola, a ciò che altrimenti resterebbe indicibile.=