SEGNALAZIONE VOLUMI = MICHAEL MICCI
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Michael Micci: “Epica dell’abbandono” – Ed. RP – 2026 – pag. 76 - € 10,00
Una scrittura elegantemente pulita distingue in maniera limpida le poesie di questa silloge di esordio, una scrittura che si ammira per la sua fulminea semplicità del dire.
Tento dal "panorama" di estrapolare una poesia a caso.
“Febbre altissima,
corona di spine:
ti parlo nel sonno
come fossi ancora qui.
Ma il risveglio è buio
e rivoli rossi
mi serrano gli occhi
un tempo aperti
sulla tua schiena bianca.
Amore di Schrodinger:
il virus ti uccide e ti resuscita
mi uccide e mi resuscita.
E non so più se fuori dalla stanza
mi attendono i vivi
oppure i morti
riuniti in silenzioso parlamento.”
Poesia che si muove in uno spazio di confine, dove la febbre non è soltanto una condizione fisica, ma diventa il simbolo di uno stato liminale in cui realtà, sogno e memoria si sovrappongono senza più distinguersi. L'incipit, "Febbre altissima, / corona di spine", richiama immediatamente una dimensione di sofferenza quasi sacrale: la malattia assume i contorni di una passione, di un dolore che trasfigura il corpo e lo spirito. Il dialogo con l'assenza è il nucleo emotivo della lirica. L'io poetico continua a parlare all'amato nel sonno, come se la morte o la lontananza non avessero ancora reciso il legame. Il risveglio, tuttavia, dissolve l'illusione e introduce un'immagine di forte impatto: il buio e i "rivoli rossi" che serrano gli occhi evocano insieme la sofferenza fisica, l'emorragia del ricordo e la difficoltà di continuare a vedere il mondo con lo stesso sguardo di un tempo. Il ricordo della "schiena bianca" rappresenta allora l'ultimo frammento di una corporeità amata, luminosa, ormai affidata soltanto alla memoria.
Particolarmente efficace è la metafora dell'"Amore di Schrödinger", che trasporta nel linguaggio poetico il celebre paradosso della fisica quantistica. L'amore, come il gatto di Schrödinger, esiste contemporaneamente nella vita e nella morte: il virus uccide e resuscita, annienta e restituisce, mantenendo il sentimento in una condizione di perpetua sospensione. Non vi è una verità definitiva, ma una coesistenza di stati opposti che riflette l'esperienza traumatica della perdita e dell'epidemia.
Il finale amplia la vicenda individuale a una dimensione universale. La stanza non è più soltanto un luogo domestico, ma una soglia metafisica oltre la quale non è possibile distinguere i vivi dai morti. Quel "silenzioso parlamento" riunisce entrambi in una comunità indistinta, suggerendo che il dolore ha cancellato ogni certezza ontologica. Il silenzio conclusivo non rappresenta un vuoto, bensì una forma di meditazione estrema sulla precarietà dell'esistenza e sulla persistenza dell'amore oltre i limiti della vita.
Così tutta la raccolta si distingue per l'intensità emotiva e per la capacità di fondere registri diversi: il linguaggio della sofferenza cristologica, quello scientifico e quello elegiaco convivono in un equilibrio originale. Le immagini sono essenziali ma incisive, e il ritmo spezzato accompagna efficacemente l'affanno della coscienza. Una personale ricerca nei meandri del nostro sub conscio tra “la noia dei fiori non ancora recisi” e le ingiustizie di “un Putin che invade l’Ucraina”, tra “l’epica che aspira ad una tela” e “le parole d’amore in lingue diverse”.
Il poeta conserva una notevole forza evocativa e restituisce con autenticità l'esperienza della perdita, trasformando la memoria amorosa in una riflessione universale sul confine sottile tra la vita e la morte, stemperando il pensiero in promesse accattivanti, ricercando i riflessi in un “silenzio che allontani la paura”.
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ANTONIO SPAGNUOLO








