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Giacomo Leronni: “Regesto delle forme” -Ed. puntoacapo – 2026 – pag. 230 - € 20,00
Dunque “regesto”, sunto o riassunto strutturato di un documento storico, e per l’autore mirato alle “forme”, quelle forme della scrittura che condensano i significati ed i significanti nello scorrere fluido del verso, per comunicare con il linguaggio che sia capace di avvolgere e rinverdire il pensiero.
“Qui la parola stordisce, annienta //nella sua gioia radiosa/ non c’è alcuna pietà.” – “La pagina si dilata/ la forma declina in altra forma.” - “La verità si svincola/ proietta altrove il suo spazio.” – “La vita subbuglio/ che nessuna parola abbranca// verità sconsacrata/ triturata nell’ombra.” – “Le parole frugano nei corpi/ fino alla grazia: // l’inciampo il nome da osannare.”
Un ininterrotto scorrere di mottetti che avviluppano il nostro sub conscio per indagare sulle possibili varianti che alimentano l’intelletto, la creatività, il focolare dei sentimenti sopiti, il bagaglio culturale.
E Giacomo Leronni mostra a pieno la sostanziosa riserva del suo “sacco”. L’impegno dimostra una preparazione sostanziosa, una esperienza del vissuto che affascina e diviene di notevolmente intrigante scandagliare su alcune composizioni.
“Lebbra, grondare festoso nel buio.
Quando saremo finiti
nell’inizio perpetuo
nella disgregazione di Dio
suoi respiri
sentinelle della sua mente
la febbre frugherà
come un ladro in casa
il nodo condurrà ad altri nodi
laveremo il sangue col fuoco
mai saremo domi, sazi
la luce non ha cuciture
né fame, riposo
la luce non ci deve nulla.”
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Si muove dentro una dimensione visionaria e apocalittica, dove il linguaggio assume il peso di una rivelazione oscura. Fin dal primo verso – “Lebbra, grondare festoso nel buio” – il testo accosta due realtà inconciliabili: la malattia e la festa, la corruzione e un’energia quasi vitale. La “lebbra” non è soltanto il segno fisico della dissoluzione, ma diventa metafora dell’esistenza stessa, della fragilità dell’uomo e della sua esposizione continua al decadimento. Quel “grondare festoso” suggerisce che la distruzione non avviene nel silenzio, ma possiede una propria ebbrezza tragica, una vitalità paradossale che attraversa il buio del mondo.
L’incipit apre subito una prospettiva metafisica: “Quando saremo finiti / nell’inizio perpetuo”. Qui la fine coincide con l’origine, come se morte e nascita fossero aspetti dello stesso ciclo eterno. Il poeta sembra evocare una concezione cosmica dell’esistenza, nella quale il dissolvimento individuale non rappresenta un termine definitivo, ma una ricaduta dentro un movimento incessante dell’essere. L’espressione “disgregazione di Dio” è forse il punto più potente del testo: Dio non appare come principio ordinatore, ma come entità che si frantuma insieme al creato. È una visione radicale, quasi gnostica o nichilistica, dove il divino perde la propria compattezza e si disperde nei frammenti della materia e della coscienza.
I “respiri” che diventano “sentinelle della sua mente” trasformano il corpo in luogo di vigilanza e tormento. La febbre, personificata, “frugherà / come un ladro in casa”: immagine quotidiana e terribile insieme, perché suggerisce che il male non arriva dall’esterno, ma abita già dentro di noi. La malattia, il dolore, il disordine scavano nell’intimità dell’essere umano come una presenza clandestina e inevitabile.
Il verso “il nodo condurrà ad altri nodi” introduce una struttura di concatenazione infinita: ogni problema genera un altro problema, ogni enigma apre nuovi enigmi. Non esiste scioglimento definitivo. È una concezione della vita come intreccio irrisolto, come catena di ferite e interrogativi. Anche l’immagine del sangue lavato col fuoco possiede un valore fortemente simbolico: il fuoco non purifica veramente, ma consuma. La redenzione sembra impossibile, o comunque ottenibile solo attraverso una distruzione ulteriore.
Nel finale la poesia raggiunge una dimensione quasi assoluta. “Mai saremo domi, sazi”: l’uomo è condannato all’inquietudine, a una fame spirituale che non trova compimento. La luce stessa, tradizionalmente simbolo di salvezza e verità, viene privata di ogni consolazione: “la luce non ha cuciture / né fame, riposo”. Essa è indifferente all’umano, non partecipa al dolore né offre conforto. L’ultimo verso – “la luce non ci deve nulla” – chiude il testo con una verità severa e spoglia: l’universo non ha obblighi verso l’uomo, non garantisce senso, giustizia o misericordia.
Il poeta adotta un linguaggio essenziale ma altamente evocativo, costruito per immagini improvvise e accensioni simboliche. I versi brevi, privi di punteggiatura forte, creano un flusso continuo e incalzante, quasi un dettato profetico. L’assenza di coordinate narrative precise rende il testo sospeso in uno spazio astratto e universale, dove il corpo, Dio, il sangue e la luce diventano archetipi di una meditazione estrema sulla condizione umana. La forza della poesia risiede proprio in questa tensione tra corporeità e metafisica, tra visione cosmica e ferita concreta, capace di trasformare il dolore in linguaggio assoluto.
Scrittura questa del Leronni fluida e accattivante, impegnata verso dopo verso, e capace di avvolgere il lettore in un fluido continuo entro il quale riusciamo a navigare tra metafore e incisioni, tra filosofia e allettamenti, tra tormenti palpabili e fulminee illuminazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO