sabato 21 marzo 2026

POESIA = MAURIZIO EVANGELISTA

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"1."
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quando scrivi del Sud
prendine in prestito la terra
-
continua a crescere
e a fare ciò che fanno le piante
quando nutrono le creature
piccole e necessarie

ricorda lo strappo della portulaca
queste case
che la sera si abbracciano
e le madri
che si insegnano a spartire le ossa
come qualcosa di piacevole da toccare
come la luce nel cibo
come la bellezza più semplice
da respirare
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"2."

i bambini di piazza dei Vecchi
a giocare tra le case finestra
somigliano a fantasmi
nelle foto dei turisti
-
basta stare fermi
avere una mano di speranza
-
per imparare dai muri il nascondiglio
-
e non farci trovare
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MAURIZIO EVANGELISTA

venerdì 20 marzo 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


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"UN RAPIDO TOCCO DI SAGGISTICA"
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“Lunghe frequenze”
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Come una macchia d’olio bollente
giaccio lungo la strada silenziosa,
casella fra le stoppie ingiallite e un capoverso.
Madre terra respira sotto i passi,
fragile come vetro all’alba,
e nel suo abbraccio verde racconta sogni,
trema nella preghiera silenziosa,
per raccontare una storia antica di rinunce,
ascoltando distratti le ingiurie del demonio,
scambiando gli strappi della nostra età.
Quando richiamo il tuo nome
nelle crepe del suolo cresce la bellezza,
tra pietre stanche, o segni ostinati di speranza.
Camminammo veloci ignari delle corrosioni,
tra le semplici tempeste delle ore
pronte a segnare il dorso delle mani,
i raggi del sole cadente,
il canto delle allodole ingannatrici,
senza chinare il capo, modellando il pudore.
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ANTONIO SPAGNUOLO
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“Lunghe frequenze” si configura come una meditazione lirica sul rapporto tra l’essere umano, il tempo e la terra, attraversata da una tensione continua tra fragilità e resistenza. Fin dall’incipit, l’immagine della “macchia d’olio bollente” suggerisce una condizione di immobilità dolorosa e diffusa: il soggetto lirico “giace” lungo una “strada silenziosa”, come se fosse parte del paesaggio stesso, quasi dissolto in esso. L’accostamento tra “casella” e “capoverso” introduce una dimensione metapoetica: la vita appare come un testo frammentato, scandito da pause e segmenti, in cui l’individuo è al tempo stesso segno e contenuto.
La “madre terra” è figura centrale e ambivalente: da un lato accogliente e generativa (“nel suo abbraccio verde racconta sogni”), dall’altro fragile (“come vetro all’alba”) e attraversata da una sofferenza muta. Il suo “respiro” sotto i passi umani evoca una presenza viva ma vulnerabile, mentre la “preghiera silenziosa” allude a una dimensione sacrale, quasi religiosa, che tuttavia si scontra con la corruzione e il male (“le ingiurie del demonio”). L’umanità sembra incapace di ascoltare davvero, “distratta”, e tende a “scambiare” – cioè confondere o banalizzare – le ferite del tempo.
Il momento della nominazione (“Quando richiamo il tuo nome”) segna una svolta: la parola poetica diventa atto creativo, capace di generare bellezza anche “nelle crepe del suolo”. Qui emerge una speranza ostinata, radicata nelle “pietre stanche” e nei “segni” che resistono. Tuttavia, questa possibilità è inscritta in una memoria condivisa (“Camminammo veloci”), che richiama un passato di inconsapevolezza: l’uomo ha attraversato il tempo senza accorgersi delle “corrosioni” che lo segnavano. Memoria che vorrebbe riaccendere momenti emotivi ma non riesce col semplice eco della figura amata ormai sparita.
Le immagini finali condensano il senso del passaggio del tempo e della perdita dell’innocenza: le “tempeste delle ore” incidono il corpo (“il dorso delle mani”), mentre il sole che cala e il “canto delle allodole ingannatrici” suggeriscono una bellezza ambigua, forse illusoria. Nonostante ciò, il gesto di “non chinare il capo” e di “modellare il pudore” indica una forma di dignità resistente: l’uomo, pur nella sua fragilità, continua a dare forma a se stesso e al proprio senso morale.
La poesia si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e stratificato, in cui elementi naturali e riferimenti metapoetici si intrecciano creando un tessuto denso e allusivo. L’andamento è libero, privo di una struttura metrica rigida, e privilegia l’accostamento analogico tra immagini, talvolta anche ardite, che richiedono una partecipazione attiva del lettore, pur conservando palesemente il ritmo cadenzato delle sillabe. Notevole è l’uso della personificazione della terra e la tensione tra dimensione sacrale e disincanto moderno. Il lessico oscilla tra concretezza (“stoppie”, “pietre”, “mani”) e astrazione (“rinunce”, “speranza”), contribuendo a costruire un equilibrio tra esperienza sensibile e riflessione esistenziale. Nel complesso, il testo si inserisce in una linea di poesia contemporanea attenta al tema della crisi del rapporto uomo-natura e alla funzione salvifica, seppur problematica, della parola poetica.
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CARLO DI LIETO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia al fiume"
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Freddo azzurro dell’acqua,
Alessia vi immerge le mani
affilate in quell’estasi a
rigenerare il corpo e l’anima
in fusione con il vento di
frontiera limite tra prima e
dopo invisibile gioia ad
attraversarla, nell’entrare
nella Nissan verde petrolio
di Giovanni. Liquido bacio
nello scorgere il delta del fiume
a poco a poco a fendere la
campagna dell’oro delle
spighe fino a di sorgente un’epifania
con le mani a coppa beve
Alessia dopo la saliva.
È il 1984 Alessia e Giovanni
a fare l’amore nel profano
di grano campo,
urla la rondine: Attenzione!!!
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Raffaele Piazza

mercoledì 18 marzo 2026

POESIA = ROSSELLA SANTORO

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"Il mio cuore agitato"
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Il mio cuore completamente agitato
non può concedersi queste emozioni
rifletto ma poi mi mancano le cerco
come cose che non sapevo di volere
eseguo silenzi mentre immagino di parlarti
ti sogno ma non servirà
non ci sarà un contenitore che tenga
e non passerà.
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"Vibrazione residua"
Eppure, anche nel silenzio qualcosa vibra
una memoria sottile di ciò che non si è detto, di ciò che è rimasto sospeso
un brivido, un pensiero che torna senza chiedere permesso
resta l’eco di un battito che prima non c’era.
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"Risveglio e consapevolezza"
Non ho mai immaginato mai desiderato una cosa così
nel guardarti nel salutarti
sì, sicuramente carino ma l’idea non mi sfiorò neppure un attimo
poi ne ho sorriso banalizzando un’ipotesi che non poteva non poteva essere
addomesticata ai tuoi richiami risvegliai in me qualcosa di così nuovo
dove di nuovo non c'è più.
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Rossella Santoro

martedì 17 marzo 2026

POESIA = CRISTIANO CUTURI


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"Non sparami con il tuo fucile."

Non spararmi con il tuo fucile,
non ne ricaveresti che un uomo che muore.
Ma stringimi forte la mano.
Non spararmi con il tuo fucile,
non ne ricaveresti che la tua morte, oltre la mia.
Allungami la mano destra,
anche se non è quella del cuore,
così che io potrò salvarti.
Moriresti anche tu, come me;
se mi sparassi adesso, in questo momento,
per te niente più varrebbero i tuoi ricordi cari,
quei pomeriggi che accompagnato da tua madre
giocavi con i fili d’erba di un’aiuola piena di fiori azzurri,
quelle sere, durante le quali la voce di tuo padre
ti sembrava colorata di verde smeraldo,
di quel colore che non avrebbe potuto invecchiare mai.
Come potresti invece invecchiare tu stesso, adesso,
se mi sparassi con questo tuo fucile,
invecchieresti fino a morire,
e non ci metteresti di più di un attimo soltanto.
Ma stringimi la mano, te lo ripeto ancora, e stringimela forte,
e da uomo, guardami negli occhi.
Chi sceglie la via della pace al posto della guerra,
è perché ha capito che l’amore è l’unica cosa che veramente conta,
dopo aver conosciuto la bomba, che non perdona mai nessuno,
dopo aver perso per sempre le sue aiuole fiorite,
i suoi ricordi più belli di quando tanti anni fa era un bambino.
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"L’intelligenza del cuore."
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Io ti vendo queste mie povere parole
e tu mi ascolti, mi rispondi, magari non capendole.
Io ti leggo le mie poesie, ancora, perché so che in te
non sono esaurite la ragione e l’intelligenza del cuore.
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"A mia mamma."
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"Quello che mi dice mia madre tutte le mattine."
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Tutte le mattine, ma proprio tutte,
mia madre mi dice: “Apri le tende del balcone,
perché voglio guardare il cielo.
Anche se è nuvoloso, ho bisogno di guardarlo”.
Io riconosco in questo suo bisogno tanta di quella poesia,
che piango, ogni volta, anche se lacrime di fatto
non me ne scendono dagli occhi.
Lei ama molto guardare il cielo.
Questa è la forte preghiera che mia
madre fa tutte le mattine.
Questo forse è il suo bisogno di Dio.
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Cristiano Cuturi.

lunedì 16 marzo 2026

UN SAGGIO = VALENTINA MELONI


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"La lingua del duende – cante jondo e lingua materna nella poetica lorchiana.
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Il saggio, che ha vinto una menzione d’onore al Premio Isolario 2026 per saggi inediti, analizza il ruolo fondamentale del cante jondo nella formazione poetica di Federico García Lorca, interpretandolo come una vera e propria “lingua originaria” che alimenta la sua visione della poesia. Lorca stesso afferma che «il cante jondo è il canto più antico d’Europa», sottolineando come la poesia nasca prima di tutto come voce e canto, prima ancora che come parola scritta. In questa dimensione primordiale, in cui ritmo, respiro e parola sono ancora uniti, il poeta riconosce una delle radici più profonde della propria poetica.
Il saggio ricostruisce inizialmente la formazione musicale di Lorca. Fin dall’infanzia egli fu introdotto alla musica grazie alla madre e alla zia Isabel, che lo avviarono allo studio della chitarra. Successivamente l’incontro con il maestro Antonio Segura Mesa a Granada consolidò il suo interesse per la musica popolare. Sotto la guida del maestro, Lorca studiò con passione il repertorio folclorico spagnolo, arrivando a interpretare al pianoforte numerose canzoni tradizionali. Il suo talento musicale era tale che Segura ipotizzò per lui una possibile carriera da musicista professionista. Tuttavia la morte del maestro nel 1916 e l’opposizione della famiglia interruppero questa strada.
Questo momento di svolta coincide simbolicamente con l’inizio della vocazione poetica di Lorca. Sotto l’influenza del suo professore universitario Martín Domínguez Berrueta, Lorca iniziò a scrivere i primi versi e nel 1918 pubblicò la sua prima opera, Impresiones y paisajes. Anche se il libro passò quasi inosservato, esso rappresentò il suo ingresso nell’ambiente culturale spagnolo e segnò l’inizio di un percorso artistico destinato a intrecciare profondamente poesia, musica e tradizione popolare.
Il cuore del saggio è l’analisi del rapporto tra la poetica lorchiana e il cante jondo, forma musicale e poetica radicata nella cultura andalusa. Questo canto, caratterizzato da un’espressività intensa e da una struttura essenziale, rappresenta per Lorca una manifestazione autentica dello spirito popolare. Il cante jondo non è solo una forma musicale, ma un linguaggio ancestrale in cui si conservano le memorie, i dolori e le passioni di una comunità.
In questa prospettiva il saggio mette in evidenza come Lorca percepisca il cante jondo come una lingua materna poetica, una forma di espressione che precede e supera la scrittura letteraria. La sua poesia cerca infatti di recuperare quella dimensione originaria della parola in cui canto, ritmo e sentimento sono inseparabili. La tradizione orale diventa così per Lorca una fonte di autenticità e un modello di intensità espressiva.
Un momento centrale nella riflessione di Lorca su questo tema è la celebre conferenza dedicata al cante jondo, nella quale il poeta analizza le caratteristiche di questo canto e il suo valore culturale. Lorca interpreta il cante jondo come un patrimonio spirituale profondamente radicato nella storia dell’Andalusia, dove si intrecciano influenze culturali diverse — arabe, gitane, ebraiche e cristiane — che nel corso dei secoli hanno contribuito a formare una tradizione musicale unica.
Il saggio sottolinea inoltre il ruolo svolto dal compositore Manuel de Falla, con cui Lorca collaborò alla valorizzazione del cante jondo. Insieme promuoveranno iniziative culturali volte a preservare e diffondere questa tradizione musicale, considerata un patrimonio autentico della cultura andalusa. In questo contesto il cante jondo viene riconosciuto come una forma d’arte capace di esprimere una profondità emotiva rara, legata alla dimensione tragica dell’esistenza.
Un concetto fondamentale per comprendere la poetica lorchiana è quello di duende, che il saggio interpreta come una forza creativa oscura e vitale che attraversa l’arte autentica. Il duende non è semplicemente ispirazione, ma una presenza misteriosa che nasce dal contatto con le radici profonde della vita e della morte. Nel cante jondo questa forza si manifesta nella voce del cantante, nella tensione emotiva del canto e nella sua capacità di trasformare il dolore in espressione artistica.
Lorca riconosce nel duende una qualità essenziale della grande arte, capace di dare alla parola poetica una intensità quasi rituale. La poesia, come il canto, diventa allora un’esperienza incarnata, che coinvolge il corpo, la voce e la memoria collettiva. Il poeta non si limita a descrivere la realtà, ma la attraversa con una partecipazione emotiva che rende la parola viva e vibrante.
Il saggio evidenzia come questa concezione influenzi profondamente la scrittura di Lorca, in particolare nelle raccolte poetiche e nelle opere teatrali in cui emergono immagini, ritmi e simboli legati alla cultura popolare andalusa. Il linguaggio poetico di Lorca cerca di recuperare la forza originaria del canto, privilegiando immagini essenziali, ritmi musicali e una forte dimensione simbolica.
In questo senso la poesia lorchiana può essere interpretata come un tentativo di creare una sorta di “canto generale andaluso”, capace di raccogliere e trasformare la tradizione orale in una nuova forma poetica. Lorca non si limita a imitare il folklore, ma lo rielabora attraverso una sensibilità moderna, trasformando il patrimonio popolare in una poesia di grande intensità estetica.
Il saggio sottolinea inoltre come la lingua poetica di Lorca sia profondamente radicata nella dimensione sonora della parola. Il ritmo, l’intonazione e la musicalità diventano elementi fondamentali della sua scrittura, che conserva sempre una forte componente orale. La poesia ritorna così alla sua origine di canto condiviso, dove la parola non è solo significato ma anche suono e respiro. In conclusione, il lavoro interpreta la poetica di Lorca come un dialogo continuo tra tradizione popolare e creazione artistica. Il cante jondo rappresenta per il poeta non soltanto una fonte di ispirazione musicale, ma una vera e propria lingua dell’anima, capace di esprimere le emozioni più profonde dell’esperienza umana. Attraverso questa tradizione Lorca riscopre la dimensione originaria della poesia come canto e come memoria collettiva.
La lingua del duende diventa quindi la lingua di una poesia che nasce dal contatto con la terra, con la voce del popolo e con le radici più antiche della cultura. In questa prospettiva la poesia di Lorca appare come una forma di ascolto profondo: un tentativo di restituirebr /> alla parola poetica quella intensità originaria che apparteneva al canto primordiale.
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Valentina Meloni, è nata a Roma nel 1976. Scrive poesie, saggi, aforismi e racconti da diversi anni. Vive in Valdichiana dal 2007 e conduce una vita ritirata a contatto con la natura. Scrive fiabe e storie per bambini, si dedica alla poesia, alla traduzione. Ha pubblicato per la poesia: Le regole del controdolore (Temperino Rosso, 2016), la raccolta di haiku uscita in allegato alla rivista statunitense Otata nanita (Otata’s Bookshelf, 2017), l’autoantologia di eco-poesia profonda Alambic (Progetto Cultura, 2018), la raccolta poetico-fotografica sul femminicidio e la violenza di genere Eva (NOSM, 2018) con fotografie di Annalisa Marino, con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato - epistolario poetico (La Vita Felice, 2018), Enso, Haiku Yoti (Nausicaa, 2019), Snails, ebook (Le lumachine, 2018), L’evidenza del vuoto (Ensemble, 2022), La Tessitrice vincitrice del Premio Scriptura (Yod Edizioni, 2022), Usei- il suono della pioggia (La Ruota Edizioni, 2023). Inoltre ha dato alle stampe le plaquette numerate: Nei giardini di Suzhou (FusibiliaLibri, 2015), Il fiore della luna-Leggenda di Rosaspina (La Linea dell’Equatore, 2018) illustrate dall'artista Santo Previtera, Suite della solitudine (Haiku, Katauta, 2020) illustrata dall'artista Rosario Morra e con Massimo Govetto Una rosa per Emily (Komorebi ni nureru, 2019). Nel 2017 ha pubblicato, inoltre, le fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e il ragno Alvaro, Nanuk e l’albero dei desideri (Temperino Rosso). L’albo illustrato Briciole di haiku (AG book Publishing, 2021). La raccolta di prose brevi e haibun Ippocampo - Prose poetiche e Reminiscenze (ilmiolibro 2020). Altre poesie, racconti, saggi sono pubblicati in riviste di settore e raccolte antologiche. Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali. Ha curato e tradotto dall’inglese, per i tipi di Musicaos Editore, nella Collana Fogli di Via, Dendrarium del poeta bulgaro Alexander Shurbanov. Nel 2010 fonda e tuttora cura il blog Poesie sull’albero un’antologia online tematica su alberi e natura. Nel 2017 ha fondato Komorebi ni nureru Italian Journal, una rivista aperiodica di Haikai in traduzione. Redattrice per Diwali – rivista contaminata delle rubriche di saggistica e recensioni. Contatti: www.valentinameloni.com

sabato 14 marzo 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


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“Fuga”
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Rubo le ore aggrappato alle sfere
nel vano tentativo di fermarle.
Ormai vecchio, il mattino chiama ancora,
con dita sottili e poca luce alle palpebre.
Contro Thanatos, ritento con la spada,
ma con respiro ostinato,
per carpire semplici guizzi di memorie
e stringendo contro vento le cartelle
dell’ultima fascinazione.
Il tempo ha inciso il mio nome nella polvere,
tra versi incontrollati e possibili metriche,
eppure il cuore non ha imparato a tacere.
Dentro di me arde una brace sfrenata,
una parola che chiede nuovamente di nascere
per incidere il tuo nome nell’eterno.
Le mie mani tremano, sì,
ma sanno ancora accarezzare la carne.
Anche oggi ogni foglio è una frontiera,
ogni verso una piccola rivolta, che brucia
l’intelletto ed i pensieri.
Non ho finito di amare la terra,
né gli occhi che incontro per strada.
Cerco ancora pane caldo nella sera,
che scurisce i silenzi, e ti nomino invano
per ripetere insieme le splendide fughe dell’amore.
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ANTONIO SPAGNUOLO