venerdì 19 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIAN PIERO STEFANONI

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Gian Piero Stefanoni: “La città che sale” – Ed. Ladolfi 2026 – pag. 84 - € 12,00
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“Raccolgo in queste pagine un intreccio di riflessioni tra poesia e fede, tra parola poetica e interrogazioni del sacro. Nel dialogo un tentativo nell'affondo del mistero dell'uomo, delle sue aspirazioni, dalla nudità della Croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende. Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleine Delbrêl.”
Un florilegio impegnativo di accostamenti emotivi, di interpretazioni civili e storiche, di rielaborazione della memoria, di progetti dal valore interpretativo, di gioiose volontà di intervento, di storiche evaporazioni, per un tragitto culturale di notevole spessore.
Con attenzione delicata Stefanoni suggerisce: “L’uomo non ha che da vigilare e credere alla tensione che venendo da Dio ci pronuncia a Dio, in quella perseveranza del quotidiano, della ferialità dove la vita nei suoi labirinti è continuamente scritta. Lo sappiamo, andando a concludere, la poesia stessa può aiutarci, nel suo rimemorare la vita in tutte le sue accezioni, soprattutto dove la vita è offesa, dove è a rischio d’ognuno quella preziosità, perché unica, altrimenti mancante in un mondo che sempre più fa dell’uniformità il suo controcanto.”
Qualche passo (Wojtyla) si configura come una meditazione intensa sul mistero della Passione, osservata non come semplice evento storico o religioso, ma come esperienza esistenziale che coinvolge ogni uomo. L’autore pone subito una domanda fondamentale: chi è realmente l’uomo che osserva? È il sacerdote, il poeta, il credente, oppure uno dei tanti presenti sul Calvario? L’interrogativo rimane volutamente aperto perché ciascun lettore possa riconoscersi in quella figura. Lo sguardo diventa così il luogo della partecipazione: chi osserva non resta esterno alla scena, ma ne viene investito, trasformato, chiamato a condividere il peso della sofferenza come un nuovo Cireneo.
La riflessione si sviluppa attraverso le figure simboliche di Simone di Cirene e della Maddalena. Essi rappresentano due modalità dell’incontro con il mistero: il primo attraverso il gesto concreto della condivisione del dolore, la seconda mediante la fedeltà dell’amore che resta accanto al Crocifisso fino alla soglia della Resurrezione. Entrambi diventano modelli di un cammino che conduce dalla disperazione alla speranza. Il Calvario non è più soltanto un luogo storico, ma la metafora della condizione umana, segnata dalla sofferenza, dalla polvere e dall’ingiustizia che ogni “Pilato” continua a riprodurre nel tempo.
Nella stesura dei vari capitoli il testo insiste sul senso di incompiutezza che accompagna ogni ricerca spirituale. La poesia stessa viene presentata come un’indagine difficile, quasi una preghiera che tenta di penetrare il significato del dolore e della redenzione. I molteplici profili evocano chiaramente le stazioni della Via Crucis, le immagini statiche, tappe di una continua interrogazione dell’uomo contemporaneo, la voce indimenticata di un architetto, l’amarezza di un’accusa che blocca l’anima nella cecità del trauma, il contrasto tra la fede ed il dubbio quotidiano, l’irruzione della speranza, la possibilità che il limite dell’esistenza possa essere superato da una luce capace di restituire senso al cammino umano.
L’elevata densità simbolica è per una scrittura che intreccia riflessione teologica, tensione poetica e ricerca filosofica. Il linguaggio, ricco di interrogativi e immagini evocative, costruisce una meditazione corale nella quale il lettore è coinvolto direttamente. L’autore riesce a trasformare la incertezza del quotidiano in una rappresentazione universale della coscienza umana, facendo della sofferenza e della speranza i poli di una continua ricerca di significato.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 18 giugno 2026

POESIA = ROCCO SALERNO

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"La tua anima inazzurrata"
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(in memoria di Plinio Perilli)
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Mi rimane incatramata la tua voce
al varco del Palazzo Caetani (1)
mentre ci salutiamo
nel mio sguardo
dove ormai tremola la tua anima
inazzurrata
ora che apprendo
che sei una stella
che illumina l'Universo
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eternamente incielata
nei nostri palpiti.
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E ora piove sole
dalla tua vergine Parola
sui nostri desolati giorni
orfani di sogni
rinverditi dal tuo Amore
dall'Alto (2)
-bianco gesto dell'anima-
per cui ti consumasti
che tanto decantasti.
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E ora come Adamo disteso (3) anche tu
sillabare puoi come una preghiera al mondo:
"...sappi che io nasco, pulso e rinasco ancora
come quel primo giorno, stupefatto al miracolo,
di fare specchio a un Dio per trasparenza
d'amore, rito e carne di tutto il creato!
sangue che stilla luce..."
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Poeta che annuncia ancora l'Eterno nella coscienza.
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Rocco Salerno
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1) Palazzo Caetani, dove si è svolta la 41 Edizione del Premio di Poesia "Libero de Libero" vinta, appunto, da Plinio Perilli (1955-2026), con la silloge: "Prima la gioia e poi la voce".
2) P.Perilli, L'amore visto dall'alto, Amadeus,1996.
3) P.Perilli, Museo dell'uomo. Poesie e poemetti (1994-2020), Zona, 2020.

venerdì 12 giugno 2026

RIVISTA = KENAVO'

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In distribuzione :Kenavò – N° 82 Maggio 2026===
*Firmano Plinio Perilli, Grecco Russo, Fausta Genziana Le Piane, Maria Rita Magnante, Clara Di Stefano, Francesco Liberti, Anna Manna, Antonio Spagnuolo , Carlo Di Lieto, Aurelia Rosa Iurilli, Damiano Ricca, Roberto Casati, Enrico Finocchiaro, Paolo Ruffilli, Alessandro Montagna, Christina Rossetti, Paolo Carlucci, Elisabetta Tassi. Rubrica “Lo scaffale verde” con indicazione di ultime edizioni. Allegato “Andrea Chénier” a cura di Fausta Genziana Le Piane---
Per contatti: faustagenzianalepiane@virgilio.it

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"In morte di Plinio Perilli"
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Eri il Vate e giocavi alla vita
E all’amore che della vita è un gioco
L’Amore visto dall’alto hai scritto
E poco prima Nina avevi perso
La tua donna la tua amata
E poi le amanti ragazze fiore.
Ed eri allegro per natura e ti prendevano
Per professore e ti chiedevano
Che cattedra avevi quando parlavi
A un uditorio. Istintivo e geniale,
tu Plinio finalista al Montale
mio prefatore, mio amico
per il senso buono della vita.
Eri felice ma poi Nina se n’è andata
E hai scritto Museo dell’uomo.
Caro Vate Plinio romano de Roma
Non mi resta che il silenzio e il mistero
Che è l’esistere e non vivere nuotando.
Sei in questa stanza in un tuo libro
In una tua fotografia in una variabile
Stella del libero arbitrio, nel nulla
E così esisti.
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Raffaele Piazza

giovedì 11 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO MONTANARI

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Giorgio Montanari: “Partiture per occhi sordi” - Ed Il viandante – 2026 - pag. 82 – € 12,00
Proprio come un melodramma la silloge si divide in cinque atti partendo dal “preludio in la”, con “fuga in sol”, “allegro con fuoco in mi minore”, “interludio in do”, “finale adagio in mi”, concludendo con una poesia che si sviluppa come una riflessione sulla complessità dell’essere umano, rappresentato attraverso una sequenza di elementi anatomici e spirituali che convivono nello stesso spazio esistenziale. Le “regioni cangianti” del verso iniziale evocano una condizione di continua trasformazione: il corpo e la coscienza non sono realtà statiche, ma territori mobili in cui si intrecciano materia e pensiero. La successione di termini quali “cartilagine, epidermide, ragione”, seguiti da “battito cardiaco, vertebre, trachea”, costruisce una sorta di inventario dell’identità umana, dove l’aspetto biologico e quello intellettuale si fondono in una medesima unità.
L’immagine dello “snodo” che si sviluppa in verticale suggerisce l’idea della crescita, dell’evoluzione e della tensione verso una forma più alta di consapevolezza. Tuttavia, questa unità rimane fragile e continuamente esposta al confronto con la realtà concreta. Il gesto semplice del chinarsi per raccogliere “rami secchi” introduce infatti una dimensione quotidiana e simbolica insieme: ciò che appare come un’azione ordinaria diventa metafora della ricerca, del recupero di esperienze passate o di frammenti di memoria. Nel finale, le scarpe che “calpestano consapevolezze” esprimono una sottile contraddizione dell’esistenza: mentre l’uomo cerca di comprendere sé stesso e il mondo, rischia involontariamente di ignorare o schiacciare verità già acquisite. La conoscenza, dunque, non è mai definitiva, ma continuamente messa in discussione dal vivere stesso.
La scrittura di Giorgio Montanari si distingue per un linguaggio essenziale e fortemente evocativo, capace di fondere lessico anatomico e riflessione filosofica. La struttura spesso procede per accumulazione di immagini che trasformano il corpo in metafora dell’identità e della coscienza.
Particolarmente efficace è il contrasto tra la verticalità dello “snodo” e il gesto del chinarsi, che crea una tensione simbolica tra aspirazione e limite. Ne deriva una lirica di notevole densità concettuale, nella quale la corporeità diventa strumento privilegiato per interrogare il senso della consapevolezza umana.
Un equilibrato “solfeggio” fa sì che il ritmo delle sillabe sia melodicamente presente ad ogni verso, inserito quasi sempre senza una metrica prestabilita.
Il poeta sviluppa una riflessione intensa sul tema dell’identità e della trasformazione continua dell’essere umano nella contemporaneità, il soggetto poetico appare impegnato in una nuova lettura del reale, come se fosse costretto a reinterpretare incessantemente il mondo e le persone che lo abitano. L’immagine dei “camaleonti sempre pronti a mutare” introduce il motivo centrale del cambiamento, evidenziando una società in cui nulla resta stabile e ogni identità sembra adattarsi alle circostanze.
L’acqua assume una funzione simbolica: è il fluire dell’esistenza, della memoria e del desiderio. La suggestiva espressione “nella trasparenza della sete” unisce due condizioni apparentemente opposte, la limpidezza e la mancanza, suggerendo che la ricerca di senso nasce proprio da una perenne incompiutezza. Di particolare interesse è il riferimento al nastro di Möbius, figura matematica che possiede una sola superficie continua. Attraverso questa metafora, il poeta rappresenta strade e destini che si intrecciano in un percorso senza inizio né fine, dove le persone, pur cambiando “pelle”, restano profondamente collegate. Le “figure non orientabili ma unite” diventano così simbolo di una condizione umana complessa, sfuggente alle definizioni tradizionali. La dimensione teatrale allora si manifesta la tendenza a nascondere la propria autenticità dietro maschere sociali.
Capacità di fondere immagini scientifiche, simboliche e plateali in un tessuto espressivo coerente e suggestivo, per uno stile essenziale ma denso di significati, caratterizzato da un efficace equilibrio tra astrazione filosofica e concretezza visiva. Ne emerge una meditazione originale sulla fluidità dell’identità contemporanea e sulla difficoltà di distinguere l’autenticità dalla rappresentazione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 10 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROBERTO CASATI

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Roberto Casati: “Dalla casa controvento” – Ed. Puntoacapo – 2026 – pag. 120 - € 16,00
Sergio Daniele Donati scrive in prefazione: “La poesia di Roberto Casati, in questa raccolta, si presenta come un itinerario che attraversa la memoria personale e collettiva, la genealogia familiare e la storia civile, il paesaggio naturale e la dimensione amorosa. “Dalla casa controvento” non è un mosaico di frammenti isolati, ma un organismo che respira, che si muove tra le stagioni della vita e le stagioni della storia, con un tono sobrio e meditativo, capace di trasformare il quotidiano in simbolo e di collocare la vicenda privata dentro un orizzonte più ampio.”
Sin dai primi versi il sussurro si sviluppa come una delicata meditazione sul tempo vissuto e sul valore dei piccoli momenti che restano nella memoria affettiva. Dall’incipit, “Nel tempo che resta”, emerge la consapevolezza di una stagione della vita che volge verso una maturazione interiore.
L’immagine della vendemmia richiama simbolicamente il raccolto delle esperienze, dei sentimenti e delle emozioni sedimentate negli anni. Le tracce di mosto sulla “bianca camicia” diventano segni concreti di una partecipazione intensa all’esistenza, quasi impronte lasciate dal vivere stesso. A questa dimensione della memoria si intreccia quella dell’amore e della condivisione. Il palloncino colorato che sale verso il cielo suggerisce leggerezza, speranza e desiderio di elevazione, mentre l’incontro degli occhi e il cuore felice disegnato agli angoli evocano una tenerezza spontanea e quotidiana. Le “parole leggere” scambiate davanti a un caffè restituiscono il valore delle piccole intimità che spesso custodiscono il senso più autentico di una relazione.
Il poeta ripercorre idealmente molti cammini compiuti insieme all’altro, alludendo spesso ad una profonda partecipazione umana ed emotiva. L’orizzonte spalancato e il sole che si muove tra le nuvole lungo un “corridoio di uscita” suggeriscono una prospettiva di apertura e di passaggio, quasi una riconciliazione tra il passato custodito e il futuro che si prepara.
Linguaggio semplice e fortemente evocativo, quello del poeta, costruito attraverso immagini quotidiane elevate a simboli esistenziali. Procede a tratti per frammenti visivi che si susseguono con naturalezza, creando un’atmosfera di dolce nostalgia e serena contemplazione. Particolarmente efficace è l’alternanza tra elementi concreti – la vendemmia, il caffè, la camicia – e aperture simboliche verso il cielo e l’orizzonte, che conferiscono al componimento una dimensione lirica e riflessiva di notevole equilibrio.
Il ritmo si staglia attraverso versi che appartengono alla musicalità del canto ed esprime un sentimento di smarrimento esistenziale o di dolorosa ricerca della memoria. Il soggetto lirico appare "in fuga dal vento", immagine che suggerisce precarietà e instabilità, mentre contempla un orizzonte che sembra irraggiungibile. La "scatola senza cielo" rappresenta uno spazio chiuso, limitato, quasi una metafora della condizione interiore in cui il poeta tenta di recuperare, tra le proprie carte, gli anni trascorsi e le relazioni perdute.
L'assenza delle "lampare in attesa" accentua il senso di solitudine e di mancanza di punti di riferimento, mentre le musiche che arrivano da lontano evocano ricordi sfocati e ormai irrecuperabili. Nel vano tentativo di ritrovare tra i propri vizi ciò che realmente desidera, il poeta avverte che anche le parole perdono consistenza e significato.
Il finale è particolarmente intenso: l'"ultimo verso" della poesia a pagina 41 è “fragile” e, nel tentativo di trattenerlo, si spezza "in mille sillabe". L'immagine suggerisce l'impossibilità di fissare pienamente l'esperienza e il ricordo attraverso la scrittura. La poesia diventa così una riflessione sulla fragilità della memoria, sul fallimento della comunicazione e sulla difficoltà di dare forma compiuta al dolore e al tempo perduto. Qui una metrica che denota un buon artigianato riesce ad essere ritmata anche senza impegnarsi nelle sillabe della frammentarietà. E le figure si stagliano in un pentagramma in cui le note glissano uno iato atemporale:
“il suono dell’organo abbracciava il profumo/ ultimo spiraglio un cespuglio di more rosse”
Sembra che il poeta sia consapevole di essere un artefice che respira una certa modernità, tra il frastuono della quotidianità e il vuoto della solitudine, tra la memoria che appartiene ad un tempo indefinito e la sintonia della realtà che ci abbraccia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = MENOTTI LERRO

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Menotti Lerro: “La falegnameria” – Ed. Società editrice fiorentina – 2026 – pag. 56 – € 13,00
Instancabile operatore culturale, attivissimo focolare di ricerche, si è distinto negli ultimi anni per una intensa attività innovativa nel campo della scrittura. Fondatore del Movimento Empatico (Empatismo), considerato da molti studiosi il primo movimento artistico-culturale nato nel XXI secolo, basato sui valori dell'empatia, dell'interdisciplinarità e dell'“Artista Totale”. Ha inoltre ideato la “Piramide Culturale del Cilento”, trasformando numerosi borghi in centri tematici dedicati alla poesia, agli aforismi e alle arti, favorendo la valorizzazione culturale del territorio. Tra le sue iniziative più originali figurano il Centro Contemporaneo delle Arti e la Scuola Empatica, progetti che promuovono lo sviluppo dell'intelligenza emotiva attraverso la letteratura, la musica, la filosofia e le arti visive. Grazie a queste esperienze, Lerro ha contribuito a creare una rete internazionale di artisti, scrittori e studiosi, offrendo nuovi modelli di partecipazione intellettuale e di rigenerazione sociale attraverso l'arte. Un lungo racconto, questa silloge, un susseguirsi di vertiginosi pensieri che diventano, pagina dopo pagina l’incessante corrodersi del quotidiano immerso nelle segrete casseforti del sub conscio, un canto cesellato nel ritmo.
Poesia che si muove lungo il confine sottile che separa identità e dissoluzione, memoria e oblio, vita e morte. Fin dai primi versi, il presente appare come presenza in un luogo ben preciso, tra i trucioli della sega e le oscillanti insicurezze delle incollature. Più oltre il paesaggio frammentato, attraversato da “fiumi e rigagnoli”, si accosta con immagini che evocano il fluire incessante del tempo e delle esperienze umane. La figura del “burattino”, privata della stabilità dei propri piedi dai “tarli di zucchero”, suggerisce una condizione di fragilità esistenziale: ciò che dovrebbe soste-nere l'essere viene lentamente corroso da una forza apparentemente innocua ma inesorabile. Il soggetto poetico rimane allora in una posizione di veglia, quasi di custodia dolorosa, davanti a una presenza che è insieme riconoscibile e sfuggente.
Il verso “Riconoscerti essere / E non essere” introduce il nucleo filosofico del testo. L'identità non è mai pienamente afferrabile; essa oscilla tra presenza e assenza, tra consistenza e dissolvenza. L'immagine dell'“acqua dell'Alento” — il fiume che attraversa il Cilento, luogo ricco di sugge-stioni mitiche e memoriali — diventa simbolo di una corrente che spezza e trasforma, trascinando con sé le certezze dell'io.
Particolarmente intensa la srittura, dove “tra unus e narciso” si apre una frattura. L'unità dell'esse-re (“unus”) e il ripiegamento narcisistico dell'io si confrontano in una tensione irrisolta. Il volto cerca se stesso tra “ombre e rondini”, immagini che uniscono oscurità e slancio vitale, mentre il corpo appare come un “mosaico”, un “tempio disfatto” che attende una possibile ricomposizione. Qui emerge una concezione dell'esistenza come insieme di frammenti che soltanto la memoria, l'amore o la parola poetica possono tentare di riunire.
Nella stesura del ritmo particolare accollo assume una dimensione quasi metafisica. La notte di-venta un “oceano” in cui affondano le ossa, metafora dell'abbandono e della vulnerabilità umana. Le stelle, riflesse nello specchio, sembrano interrogarsi sulla propria permanenza, come se l'uni-verso stesso partecipasse al dubbio dell'uomo. Il sonno dei vivi e il risveglio silenzioso dei morti costruiscono un suggestivo rovesciamento: mentre i primi cercano di dimenticare le ferite del giorno, i secondi ritornano nella memoria, discreti e rispettosi, per non alterare ciò che ancora re-sta integro nel mondo dei viventi. La morte non appare dunque come annientamento, ma come presenza sommessa che continua a dialogare con la vita.
Menotti Lerro si distingue per la forte densità simbolica e per una scrittura che intreccia riflessio-ne esistenziale e visionarietà lirica. Le immagini, spesso enigmatiche e volutamente allusive, ri-chiedono una partecipazione attiva del lettore, chiamato a ricomporre il significato dei frammenti disseminati nel testo. La tensione tra essere e non essere, memoria e perdita, conferisce ai versi una profonda dimensione meditativa. Talvolta l'accumulo metaforico rende il discorso volutamen-te oscuro, ma proprio questa complessità costituisce uno degli elementi più affascinanti della composizione, che si colloca nell'ambito di una poesia contemporanea attenta alle inquietudini dell'identità e al dialogo incessante tra i vivi e i loro fantasmi interiori.
Nella postfazione Mario Fresa, accorto e valido investigatore della “parola”, provetto analista del fraseggio, accenna: “La scrittura passionata di questo nuovo poemetto di Menotti Lerro giunge a esiti assai felici, offrendo al lettore la tensione continuata di una profonda cavatura delle ombre, le più remote del ricordo e dell’infanzia. La narrazione, pur levissima e trasparente, ha le movenze, il passo, il nervoso andamento di un teatro scurolucente e senza sosta mobile, il cui soffio armo-nioso e verticale non assicura né carezza ma si, invece a poco a poco, sottrae spesso la pace,la spinge all’approssimarsi di una veglia intranquilla , indocile, turbata.”-
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ANTONIO SPAGNUOLO