domenica 19 luglio 2026

DIBATTITO = PRIMO INTERVENTO

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Tra sperimentazione e durata: riflessioni aperte=
Contributo per il dibattito, di Marianna Colafati
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Oggi, osservando il panorama poetico, mi sembra evidente che la vera forza della poesia risieda proprio nella sua straordinaria, quasi caotica, molteplicità. Se penso a tutto quello che accade intorno a noi – dallo slam poetry alla poesia algoritmica, passando per l’empatismo o le scritture performative – mi rendo conto che il concetto stesso di “testo” sta esplodendo. Per me, la poesia non è più soltanto quella cosa che leggiamo sulla pagina: è diventata voce, corpo, evento, rete. È un’esperienza che vive di interazione. Guardando al futuro, credo che non potremo fare a meno di una contaminazione sempre più spinta tra i linguaggi. L’intelligenza artificiale o gli spazi digitali non mi spaventano: al contrario, penso che ci offrano strumenti di esplorazione immaginativa inediti. Certo, ci costringono a chiederci cosa significhi ancora essere “creativi”, ma è una sfida che trovo stimolante. Non credo affatto che la tecnologia sostituirà l’autore; credo piuttosto che saremo chiamati a collaborare con essa per costruire qualcosa di nuovo.
D’altro canto, però, sento forte il bisogno di tornare a una dimensione comunitaria, e credo che il successo dello slam e dello spoken word sia la risposta a questa necessità. In un mondo che corre troppo veloce, la performance poetica ci restituisce qualcosa di prezioso: l’ascolto, la presenza, il valore della condivisione. La poesia torna a essere un’esperienza collettiva, smettendo di essere soltanto un momento solitario di lettura.
Eppure, a mio parere, ogni spinta verso il nuovo perde di senso se non sa fare i conti con la tradizione. Non vedo la poesia “classicheggiante” come un nemico, ma come una palestra necessaria: è lì che impariamo il lavoro sulla lingua, sul ritmo, sulla memoria culturale. Tuttavia, per me, legarsi a ciò che è stato non significa rifugiarsi in un passato cristallizzato. Anzi, credo che oggi sia fondamentale mantenere un legame saldo con i maestri, ma con la consapevolezza che non è più il tempo dei lirismi eccessivi o di certi cliché che hanno fatto il loro tempo.
Secondo me, la poesia deve sapersi adeguare al presente. Non possiamo continuare a parlare come se il mondo fuori non stesse cambiando drasticamente: abbiamo il compito di confrontarci con temi attuali, con le urgenze del nostro tempo, rendendo la scrittura al passo con la realtà che viviamo. Le opere che trovo più interessanti sono proprio quelle che riescono a far dialogare questa solida eredità classica con una sensibilità contemporanea, che non ha paura di sporcarsi le mani con l’attualità.
Il rischio, altrimenti, è l’autoreferenzialità. La poesia, per me, è viva solo quando riesce a tradurre l’esperienza umana in conoscenza sensibile, che si usi una penna, una voce o un algoritmo.
In conclusione, non credo che il futuro appartenga a una singola “scuola” di pensiero. Credo che apparterrà a quelle opere capaci di tenere insieme profondità espressiva, consapevolezza culturale e apertura totale al nuovo. Le etichette critiche passeranno, ma ciò che resterà, da Omero alle scritture digitali, sarà sempre lo stesso nucleo: la nostra necessità di dare forma, attraverso la parola, a ciò che altrimenti resterebbe indicibile.=

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIANNA COLAFATI

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Marianna Colafati: “Anatomia del bianco” – Ed. Transeuropa 2026 -pag. 72 -
Il volume è in uscita per i tipi di Transeuropa e a breve saranno disponibili dati editoriali e schedina di presentazione
In apertura l’autrice scrive: “Anatomia del bianco è un’indagine poetica che si muove lungo il confine sottile tra il corpo, la memoria e il trauma, cercando una lingua capace di ricomporre i frammenti di un crollo.
La silloge vive di una duplice tensione espressiva: da un lato, una linea lirico-esistenziale che scava nella natura, nel silenzio, nell’acqua e nella pietra come elementi di resistenza e guarigione; dall’altro, una spinta fortemente materica, quasi industriale, che si scontra con l’asfissia del cemento, il ferro, la ruggine e l’elettricità sterile dei non-luoghi contemporanei.
Articolata in quattro movimenti interni, l’opera accompagna il lettore attraverso le macerie del trauma fino alla riconquista del senso, dove il “bianco” cessa di essere la superficie muta e cieca dell’urlo per farsi, finalmente, chiaro immenso.”
Un esempio di scrittura che risuona della matrice musicale delle sillabe, per “quel respiro che restringe la gola”, per “un graffiante ronzio che parla”, per “il riverbero del sole sopra il catrame che fuma”, per “i macigni che scavano la terra”, per “il vuoto che rispecchia la cecità”. Una frequenza rimarchevole che allude, che incide, per le sue connotazioni di spazio e di quiete, di incertezze e di illusioni, intrise dalle delizie della contemplazione o da una sorta di elegia del tempo trascorso.
La raccolta si presenta come un itinerario di conoscenza che attraversa le zone più fragili dell'esperienza umana, trasformando il dolore in occasione di ricerca e di rinascita. Già dal titolo emerge una tensione significativa: il "bianco", generalmente associato alla purezza, alla luce o al silenzio, viene sottoposto a una vera e propria "anatomia", quasi fosse un corpo da aprire, osservare e comprendere nelle sue fibre più nascoste. Il bianco non è quindi uno spazio vuoto, ma una materia viva, stratificata, che custodisce le tracce del trauma e della memoria.
Lungo un percorso di ricomposizione interiore, dove il linguaggio poetico tenta di dare forma a ciò che appare irrimediabilmente frantumato dove ogni immagine sembra nascere da una tensione continua tra ciò che è stato spezzato e ciò che ancora cerca una possibilità di esistere. La poesia diventa così esercizio di ascolto, gesto paziente di ricostruzione, capace di raccogliere i frammenti dispersi dell'identità.
La struttura in quattro movimenti conferisce alla raccolta una forte coerenza narrativa. Il lettore è condotto attraverso una sorta di viaggio iniziatico: dalle macerie del trauma si approda lentamente a una nuova consapevolezza, in cui il bianco cambia natura. Esso non coincide più con il vuoto o con il silenzio dell'annientamento, ma diventa spazio di apertura, luce ritrovata, possibilità di riconciliazione. Il verso conclusivo, con il riferimento al "chiaro immenso", suggerisce un approdo che non cancella il dolore, bensì lo trasfigura in una forma di conoscenza più ampia e profonda.
Notevole compattezza progettuale per la capacità di fondere riflessione esistenziale e ricerca linguistica. La scrittura, sorvegliata e intensa, alterna registri lirici e immagini di forte concretezza materica, costruendo un tessuto poetico ricco di tensione simbolica. Il percorso dai luoghi della frattura a quelli della possibile rigenerazione conferisce alla raccolta una solida architettura interna e una significativa forza emotiva. Ne emerge una poesia contemporanea che non rinuncia alla complessità del pensiero, ma riesce a trasformare il trauma individuale in un'esperienza di valore universale, restituendo al lettore un senso di speranza conquistata attraverso la consapevolezza.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ALEX SCHILLIZZI

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"Identità nomade"
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Mi sono perso nel corridoio
tra una vita e l'altra, o in un
atrio inabitato di me stesso
con l'eco dei tuoi passi a farmi
da unico inquilino. Sono
divenuto il mattatoio di me
stesso: appeso al soffitto
della mia mente come una
carcassa non catalogata.
-
Non ti ricordo più, se non
la tirannia dei tuoi baci e
la ferocia con cui imparavi
a restare.
Se un giorno mi ritroverò
sarà per sbaglio, come chi
inciampa nella propria ombra
e finalmente si riconosce.
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" II "

Tu tremi
nella luce che si assottiglia
come neve tra le spore
perseveri nell'ipotermia della fiamma
che ti dissemina in cenere e zolle.
-
È bastato saperti paese disabitato
cielo senza spigoli, seguire il tuo errare
tra gli spasmi della terra
per scoprire che non sei scampata
– anche tu – allo strappo degli addii.
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Questa assenza s'intana tra le cose
che ci hanno resi vivi
e non rimane che disfarci dei detriti
amputare i rovi-pensieri che facevano
da talismani.
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Te ne vai, lasciandomi solo.
I bambini coi droni che gracchiano
sopra il lungolago.
Poi il grido di qualcuno.
*****
"Kodak, 1995"
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(a mia nonna)
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Il mio sorriso non è mai
venuto alla luce
sarà ancora lì in quella camera oscura
che attende di essere sviluppato.
Ma c'erano le tue dita
– pilastri della mia infanzia –
a contenere il peso dell’innocenza
la collisione dei fiori unti di pioggia
e il sigillo dell'immobilità.
-
Sono uno speleologo tra
le strettoie di questo ricordo
ma non so se in quello scorcio
sono rinati gli ulivi stempiati
o se i gheppi conservino ancora
l'ultima muta di quella primavera.
Quello che so è che lì non
faremo più ritorno
e che non ci saranno più i tuoi occhi
a fare da pozzi per le mie lacrime.
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ALEX SCHILLIZZI

sabato 18 luglio 2026

RIVISTA = IL FOGLIO LETTERARIO

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– Numero speciale dedicato all’Empatismo.
Il fascicolo è interamente dedicato alla teoria dell’Empatismo che Menotti Lerro va proponendo, nei suoi vari aspetti ormai universali, da anni con intelligente alacrità-
In apertura Francesco D'Episcopo scrive: “Nel panorama culturale contemporaneo italiano ed europeo emergono raramente figure capaci di coniugare in modo organico ricerca accademica, produzione artistica, progettazione territoriale e costruzione di movimenti culturali. La vicenda intellettuale di Menotti Lerro si distingue proprio per il tentativo di integrare tali dimensioni in un’unica visione, culminata nella fondazione del Movimento Empatico Internazionale nel 2020 e nella realizzazione di un articolato sistema culturale radicato nel Cilento ma proiettato verso una dimensione globale. L’intero percorso può essere sintetizzato attraverso sei pilastri fondamentali che costituiscono le coordinate essenziali della sua opera: gli alti studi accademici, la grande prolificità artistica, il Premio Internazionale Cilento Poesia, il Centro Contemporaneo delle Arti, la Piramide Culturale del Cilento e il Movimento Empatico Internazionale. Tali elementi non rappresentano semplicemente attività parallele, bensì parti interconnesse di un medesimo progetto culturale.”
Il 2020 segna un momento epocale di svolta determinando la fine del post modernismo e la nascita del nuovo movimento post-post-modernista. L'innovazione che il movimento empatico sta determinando con grande lungimiranza e forza culturale da anni segna una sua strada ben precisa e cerca luminosità policromatica nella scrittura di qesto secolo. Numerosi gli interventi programmatici e gli articoli presenti in queste pagine, tutti a firma di pregevoli autori.
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A. S.

DIBATTITO = SPERIMENTALISMO OGGI

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Il blog "Poetrydream" da oltre venti anni si propone come palestra della poesia contemporanea ed al momento è visitato quotidianamente da più di mille ingressi provenienti da tutto il mondo.
Apre ora un dibattito sulle risultanze e realizzazioni dei vari gruppi di sperimentalismo attualmente in lizza. Dalla poesia postuma allo slam, dalla patafisica all'empatismo, dalla chicken poetry allo spoken word, dalla cyber poesia alla poesia algoritmica, eccetera. - Quali sono le aspettative future o nell'immediato? E quali gli accostamenti o i contrasti con la poesia classicheggiante, che dura? Inviare gli elaborati in allegato email (formato word) alla casella : spagnuoloantonio@hotmail.com ==

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Spettro”
Non combattere contro gli oscuri terrori
per la momentanea fuga delle seduzioni,
dal fantasma che trasforma le immersioni
attorno all’ambiguità dell’anima che tenta
di liberarsi dalle onde maligne dei ricordi.
Niente potrà sconfiggere la greve incongruenza
delle variazioni e degli esili:
un costante ripiegamento diventerà occasione
nascosta nell’immaginario spettro
che si aggira irrisolto
come filtro inquietante delle apparizioni
della eterna illusione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 17 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MICHAEL MICCI

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Michael Micci: “Epica dell’abbandono” – Ed. RP – 2026 – pag. 76 - € 10,00
Una scrittura elegantemente pulita distingue in maniera limpida le poesie di questa silloge di esordio, una scrittura che si ammira per la sua fulminea semplicità del dire.
Tento dal "panorama" di estrapolare una poesia a caso.
“Febbre altissima,
corona di spine:
ti parlo nel sonno
come fossi ancora qui.
Ma il risveglio è buio
e rivoli rossi
mi serrano gli occhi
un tempo aperti
sulla tua schiena bianca.
Amore di Schrodinger:
il virus ti uccide e ti resuscita
mi uccide e mi resuscita.
E non so più se fuori dalla stanza
mi attendono i vivi
oppure i morti
riuniti in silenzioso parlamento.”
Poesia che si muove in uno spazio di confine, dove la febbre non è soltanto una condizione fisica, ma diventa il simbolo di uno stato liminale in cui realtà, sogno e memoria si sovrappongono senza più distinguersi. L'incipit, "Febbre altissima, / corona di spine", richiama immediatamente una dimensione di sofferenza quasi sacrale: la malattia assume i contorni di una passione, di un dolore che trasfigura il corpo e lo spirito. Il dialogo con l'assenza è il nucleo emotivo della lirica. L'io poetico continua a parlare all'amato nel sonno, come se la morte o la lontananza non avessero ancora reciso il legame. Il risveglio, tuttavia, dissolve l'illusione e introduce un'immagine di forte impatto: il buio e i "rivoli rossi" che serrano gli occhi evocano insieme la sofferenza fisica, l'emorragia del ricordo e la difficoltà di continuare a vedere il mondo con lo stesso sguardo di un tempo. Il ricordo della "schiena bianca" rappresenta allora l'ultimo frammento di una corporeità amata, luminosa, ormai affidata soltanto alla memoria.
Particolarmente efficace è la metafora dell'"Amore di Schrödinger", che trasporta nel linguaggio poetico il celebre paradosso della fisica quantistica. L'amore, come il gatto di Schrödinger, esiste contemporaneamente nella vita e nella morte: il virus uccide e resuscita, annienta e restituisce, mantenendo il sentimento in una condizione di perpetua sospensione. Non vi è una verità definitiva, ma una coesistenza di stati opposti che riflette l'esperienza traumatica della perdita e dell'epidemia.
Il finale amplia la vicenda individuale a una dimensione universale. La stanza non è più soltanto un luogo domestico, ma una soglia metafisica oltre la quale non è possibile distinguere i vivi dai morti. Quel "silenzioso parlamento" riunisce entrambi in una comunità indistinta, suggerendo che il dolore ha cancellato ogni certezza ontologica. Il silenzio conclusivo non rappresenta un vuoto, bensì una forma di meditazione estrema sulla precarietà dell'esistenza e sulla persistenza dell'amore oltre i limiti della vita.
Così tutta la raccolta si distingue per l'intensità emotiva e per la capacità di fondere registri diversi: il linguaggio della sofferenza cristologica, quello scientifico e quello elegiaco convivono in un equilibrio originale. Le immagini sono essenziali ma incisive, e il ritmo spezzato accompagna efficacemente l'affanno della coscienza. Una personale ricerca nei meandri del nostro sub conscio tra “la noia dei fiori non ancora recisi” e le ingiustizie di “un Putin che invade l’Ucraina”, tra “l’epica che aspira ad una tela” e “le parole d’amore in lingue diverse”.
Il poeta conserva una notevole forza evocativa e restituisce con autenticità l'esperienza della perdita, trasformando la memoria amorosa in una riflessione universale sul confine sottile tra la vita e la morte, stemperando il pensiero in promesse accattivanti, ricercando i riflessi in un “silenzio che allontani la paura”.
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ANTONIO SPAGNUOLO