mercoledì 20 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA GRAZIA CABRAS

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Maria Grazia Cabras: “Oriolos” (poesie in due lingue) – Ed. Cofine – 2026 – pag. 56 - € 13,50
Aprendo spazi e risonanze la difficilissima lettura del dialetto, impegnato nella prima sezione del volume – “Rovelli” - con liriche in sardo-nuorese, viene immediatamente attenuata dalla presenza di ottime poesie in lingua italiana nelle altre due sezioni (“Agguati” e “Nostos”), nel delicato e preciso segno del verso, che attraversa l’immaginario e richiama con finezza il tocco mitteleuropeo di toni e di registri.
Una delle prime in dialetto suona in italiano:
“I morti sottoterra chiedono di uscire
dalle pietre dai nuraghi dalle Domus
chiedono di uscire con le ombre
in volo
sillabe-ossa cresceranno
in attesa di metamorfosi
bruchi e lombrichi nel fango
seguono destrieri
silenzi d’altri passi altre strade e confini.”
Costruisce un’immagine arcaica e visionaria della memoria, dove i morti non sono immobili nel silenzio ma forze sotterranee che reclamano voce e presenza. L’invocazione iniziale — “I morti sottoterra chiedono di uscire” — apre un movimento di riemersione che attraversa la materia della storia: le “pietre”, i “nuraghi”, le “Domus” diventano simboli di una civiltà sepolta ma ancora viva nella coscienza collettiva. Il testo suggerisce che il passato non muore davvero: resta nascosto nelle rovine, nelle ossa, nei segni della terra.br /> Si introduce una dimensione quasi sacrale, sospesa tra morte e trasformazione. Le “sillabe-ossa” sono una metafora intensa: il linguaggio stesso nasce dai resti, dalla memoria dei corpi e delle generazioni. La parola poetica appare così come un atto di resurrezione. Anche i “bruchi e lombrichi nel fango” partecipano a questo ciclo vitale, indicando una metamorfosi continua, dove decomposizione e rinascita coincidono.
E’ un viaggio verso territori ignoti, confini interiori e storici?
Tutta la scrittura di Maria Grazia colpisce per la densità simbolica e per la capacità di fondere archeologia, mito e visione esistenziale, fantasmi in cerca di respiro, fratture di roccia o gorghi di mare, rivelazioni notturne senza apocalisse, aurora e luna complici delle luci in versi sempre in armonia con la scansione delle sillabe. Il lessico essenziale e frammentato crea un ritmo oracolare, e si manifesta in tutta la sua potenzialità nella seconda parte del volume dove le composizioni abbandonano la metrica per dare spazio ad una struttura esclusivamente in prosa quasi colloquiale.
Particolarmente efficace è l’intreccio tra corporeità e parola poetica, mentre qualche passaggio volutamente ellittico accentua il carattere enigmatico dei componimenti senza impoverirne la forza evocativa.
Spesso la frase aleggia come una visione franta e tellurica, in cui la materia naturale diventa immediatamente metafora della condizione umana. La “frattura nella roccia” inaugura un paesaggio di discontinuità e di ferita originaria: la roccia, simbolo di compattezza e permanenza, si apre invece a un movimento oscuro, trascinato dal “gorgo mare”, forza primordiale che inghiotte e dissolve. Tutto appare sottoposto a un lento consumo del tempo, espresso da quell’“oscuramente / tutto trascorre” che assume il tono di una meditazione esistenziale. La parola poetica si trasforma allora in rito, in “litania”, quasi un rosario recitato tra macerie corporee e spirituali. Le “vertebre scomposte in briciole” evocano una corporeità disfatta, mentre i “trucioli d’ali” suggeriscono resti di un volo impossibile, frammenti di aspirazione e caduta insieme. La “frontiera” che “resiste ciecamente” sembra rappresentare il limite ultimo dell’essere, una soglia che permane pur nell’erosione universale. L’immagine dell’astore introduce una tensione verticale e predatoria: guardare il suo occhio significa confrontarsi con una verità estrema, con la necessità del precipitare. Un finale concentra il senso dell’intera composizione nel binomio “caduta” e “petalo nero”: delicatezza e morte coincidono in una figura di cupa eleganza.
Il poeta si distingue per forte densità simbolica e tensione visionaria. Il verso procede per accumulo di immagini ellittiche e frammentarie, senza concessioni narrative, creando un ritmo liturgico e inquieto. Notevole l’uso della materia concreta trasformata in segno metafisico. La qualità quasi oracolare, dove la rarefazione sintattica amplifica il senso di dissoluzione e di enigma, si manifesta ancora con musicalità controllata.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 19 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI == FLAVIA COSMA

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Flavia Cosma: “Elegie e altre poesie” – Prefazione di Giuliano Ladolfi --- Giuliano Ladolfi editore – 2025 – pag. 148 - € 15,00
Per la traduzione in italiano (testo a fronte) di Giuliano Ladolfi una avvincente raccolta di poesie che invitano a tuffarsi nella tessitura dei legami dell’essere stato e dell’essere ora, intrecciata tra l’intimità delle passion i e il dubbio delle incertezze, tra i crepitii dell’amore e il silenzio della solitudine, tra l’incertezza del pensiero ricorrente e le illusioni colorate.
Da precisare che il volume è stato scritto orginariamente in inglese e tradotto in francese dalla stessa poetessa.
“La poesia di Flavia Cosma – si legge in uno degli interventi che arricchiscono le numerose postfazioni - è come una materia sottile che si allunga, vola, torna, permea l’aria, segue i tuoi movimenti, si attacca alla tua pelle. Elegie e altre poesie ha una dimensione gnomica che supera l’espressione pura dello stato di mente poetico come immanente e prende il sopravvento, indicando una sorta di stato trascendente come orizzonte. Non solo la poesia penetra ovunque, ma sembra anche uscire da tutto per trascinarci ancora più in alto nel campo dei misteri. Queste poesie vivono pienamente nel loro tempo, confortandoci nella fede nell’inevitabile ritorno della primavera.”
Il linguaggio è quello armonioso di chi compie un viaggio diafano, perché riflette il luccichio delle immagini attraverso le riflessioni dei sentimenti, amore e delicatezza, finezza e vertigini.
Gran parte di questa poesia costruisce una visione della realtà sospesa tra contemplazione e rinascita interiore. Come il gesto naturale della pioggia che viene trasformato: non “cade”, ma “danza”. Questo slittamento lessicale muta il significato dell’esperienza quotidiana, perché ciò che normalmente richiama malinconia diventa invece movimento armonico, quasi musicale. Tutta la lirica che scelgo è attraversata da questa leggerezza: gli uccelli “ondeggiano nel vento”, la canzone “risuona”, l’arcobaleno addolcisce il paesaggio. La natura non è semplice sfondo, ma partecipe di una sorta di rito liberatorio che coinvolge anche l’io poetico.
Il centro della poesia si trova nelle domande: “Come essere ancora tristi? / Cosa ci fa sempre male?”. Qui emerge una tensione esistenziale che però viene subito superata dalla forza della danza, simbolo di un’energia capace di vincere il tempo e la sofferenza. Il tempo, infatti, “sconfitto”, perde la sua corsa incessante e “scende umilmente nell’eternità”: un’immagine molto intensa che suggerisce una pacificazione profonda, quasi spirituale. Anche la morte sembra dissolversi in questo stato di sospensione serena: “Non c’è più fretta, / Non c’è più morte”. L’attesa finale non è più angoscia, ma apertura fiduciosa verso qualcosa di infinito, accompagnata dagli elementi naturali che diventano segni di consolazione.
La scrittura di Flavia convince per la sua limpidezza espressiva e per la coerenza simbolica delle immagini. Il linguaggio è semplice ma musicale, costruito su ripetizioni che molto spesso rafforzano il tono incantato del testo. Alcuni passaggi sfiorano una dimensione quasi mistica, senza però perdere immediatezza emotiva.
E ancora: “Nel negozio di fini porcellane e di cristalli,/ dove sto per svenire, / solo se decidessi / da che parte cadere,/ davanti, dietro o di lato, / prendendo a caso un calice, raffinato, / un uccello su un supporto, una farfalla, un fiore.” Una scena di apparente eleganza — il negozio di porcellane e cristalli — che in realtà custodisce una tensione estrema, quasi esistenziale. Lo svenimento imminente diventa metafora della fragilità umana: il soggetto non teme tanto la caduta, quanto le conseguenze che essa provocherà nel mondo circostante. La scelta “da che parte cadere” suggerisce l’illusione di poter governare almeno il modo del crollo, anche quando la rovina è inevitabile. Gli oggetti raffinati, i calici, gli uccelli e le farfalle evocano una bellezza delicata, destinata a frantumarsi al minimo urto. Il caos dei frammenti e delle grida rappresenta allora la dissoluzione improvvisa dell’ordine quotidiano. Ma compare un angelo, figura silenziosa e quasi misericordiosa, che introduce una dimensione spirituale inattesa. La sua ala bianca che “spazzerà il pavimento” trasforma la distruzione in gesto di pietà e di ricomposizione. Lo stile è limpido e narrativo, ma attraversato da un forte simbolismo che rende la poesia intensa e visionaria.
Molti ancora gli incipit della poetessa: visioni tra sonno e veglia, figure che si stemperano come fantasmi, la fine di una relazione, il martellare dei ricordi che tornano come macigni. Tutto fortunatamente espresso con la musicalità necessaria allo scandire delle sillabe nel verso.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 18 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CIAMMARUCONI & MAGNANTI

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Maria Teresa Ciammaruconi e Ugo Magnanti: “Cuoramore” – Ed Fusibilia Libri . 2026 – pag. 80 - € 16,00 –
Tiratura di cento copie numerate a mano in elegante veste tipografica, ecco “un’ora di acqua fitness pratica e teoria”, come suggerisce il sottotitolo di questa luminosa raccolta di poesie e di disegni, offerti per una lettura-visione che avvolge in un caleidoscopico rincorrersi di versi e di figure. Di Ugo Magnanti conosciamo già bene il tratto di penna che lo distingue, con ricami di sillabe che scandiscono sempre una musicalità preziosa per ogni composizione.
Di Maria Teresa Ciammaruconi apprezziamo il tratto impresso con genuina incisione, che la distingue per l’ariosa freschezza primaverile di tutte le sue proposte raccolte in questo volume.
Con originale sequenza tutte le poesie vengono abbinate, pagina dopo pagina, con l’indicazione “pratica” e “teoria”, quasi a voler suggerire l’andamento di un allenamento ginnico della mente.
Ad esempio della freschezza poetica la poesia a pagina 14:
“Lo smalto urge lo smalto per coprire il nero
o l’unghia
che con gli anni diventa gibbosa
s’incurva a s’incarna come a dire sono stufa
di continuare a crescere per poi essere tranciata,
lo smalto fa ridere i piedi
un ghigno un po' triste per quelli invecchiati un petalo
sull’alluce della ragazza dritta sulle punte
a prendersi l’acqua sulla faccia
dove il getto è più forte e le palpebre
si stringono di segreti racchiusi
segreti a lei stessa che non vuole vedere
la prima ruga lasciata dall’ultimo amore
proprio là dove la bocca si arrotonda a cuore.”
Costruisce una riflessione sul corpo che invecchia attraverso un’immagine quotidiana e apparentemente marginale: lo smalto sulle unghie dei piedi. Quel “coprire il nero” iniziale suggerisce subito il tentativo di mascherare non solo un difetto fisico, ma il segno oscuro del tempo, della stanchezza, forse anche di una sofferenza interiore. L’unghia “gibbosa” e incarnita diventa quasi un organismo autonomo, stanco di crescere “per poi essere tranciata”.
Lo smalto, però, introduce anche una dimensione ironica e fragile. “Fa ridere i piedi”, ma è “un ghigno un po’ triste”: la cura estetica non elimina la coscienza dell’età, tenta soltanto di addolcirla. La poesia allora si sposta verso la figura della ragazza “dritta sulle punte”, colta sotto il getto d’acqua più forte, quasi in un gesto di purificazione o di resistenza. In lei convivono giovinezza e inconsapevolezza: le palpebre “si stringono di segreti”, segreti che la ragazza stessa non vuole affrontare. Il testo suggerisce così il momento delicato in cui il corpo comincia a registrare le prime ferite del tempo e dell’amore.
L’ultimo verso concentra il senso della poesia: “la prima ruga lasciata dall’ultimo ammore” traccia concreta dell’esperienza sentimentale. La bocca “si arrotonda a cuore”, ma il cuore qui non è soltanto simbolo romantico: è il luogo dove eros, memoria e perdita si incidono sul volto.
La lingua alterna crudezza e delicatezza, con immagini che ricordano certa poesia contemporanea attenta alla fisicità e al deterioramento del corpo. Molto efficace è il contrasto tra l’estetica dello smalto e la verità organica dell’invecchiamento: da questo attrito nasce una poesia intensa, malinconica e profondamente umana.
Tutti i disegni hanno il tocco della sobrietà, della semplicità, della vivacità, della gioia, per il tratto sicuro del segno e la scelta accorta dei colori.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 17 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO MORASCHINI SCHITO

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Matteo Moraschini Schito: “Circolazioni” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 112 - € 16,00
* Ricca silloge presentata con cura per l’eleganza delle edizioni Fallone, nella quale il giovane poeta (ricercatore e saggista) propone la sua opera di esordio, un poemetto antimoderno e contemporaneamente immerso nella sperimentazione, che affronta temi filosofici, teologici e relazionali attraverso una rigorosa fenomenologia dell'Io.
I brani, nel ritmo delle sillabe ben scandite, si susseguono in sei sezioni “Giri del sangue”, “Direzione senza”, “Forzare allegri”, “Ciclo dei padri”, “Amore in forma di fiammifero”, “Finale”, con un intreccio sempre regolato dalla ricerca della parola.
“Non è che un uomo che muore/ bruciato dai proiettili, / quando nel mondo del fato scappano/ fuori dai bordi del dagherrotipo/ senza dire/ rotta vera/ di destino.”
Ecco che la poesia si costruisce intorno ad un’immagine di morte improvvisa e violenta, ma ciò che interessa davvero il testo non è soltanto l’evento tragico: è il modo in cui esso viene fissato nella memoria e nell’immagine. L’uomo “bruciato dai proiettili” diventa quasi una figura sospesa tra realtà e rappresentazione, tra il fatto accaduto e la sua trasformazione in traccia visiva. Il riferimento al “dagherrotipo” introduce subito una dimensione antica e simbolica della fotografia: non semplice documento, ma impronta del destino, fermo immagine di ciò che precipita fuori dal controllo umano. La fuga “fuori dai bordi del dagherrotipo” suggerisce infatti che la vita eccede sempre la cornice che tenta di contenerla, mentre la “rotta vera / di destino” rimane indicibile, spezzata, impossibile da afferrare pienamente.
Il testo possiede una forte tensione visionaria e un linguaggio densamente metaforico, in cui termini tecnici (“dagherrotipo”, “pellicola”, “cellulosa”) assumono una funzione poetica e filosofica. La sintassi frammentata contribuisce a creare un andamento convulso e intermittente, coerente con il tema del lampo fotografico e della morte improvvisa. In alcuni punti l’oscurità semantica è volutamente estrema, ma proprio questa rarefazione rende la poesia intensa e aperta a più livelli interpretativi. L’autore costruisce così una lirica carica di energia simbolica, dove le metafore diventano l’eco della condizione umana: fragile, violenta, destinata a sopravvivere soltanto come traccia impressa nel tempo.
Più avanti ancora ci soffermiamo dei versi: “ La medetomidina delle undici e venti/ gli occhi i denti a favore del diagramma/ nelle vene sottili dell’ora ormai giunta./ Questo è un ballo di gruppo paradossale,/ esclude il suono, chetamina, ma ancora/increspa l’aria nell’orecchio della veterinaria/ (Curaro) nasconditi e stringi-vene!/ Undici e quaranta, sentenza e domanda/ -“Non c’è più?”- ma mi immergo./ -“Forse per la coda l’acchiappo!”-/ Si ferma a galla la bocca, si ferma/ l’orologio a muro frattanto./ E mentre sparisci nell’ultimo nervo,/ crepa di casa, me salvato, per un pelo,/ confine di credere fino alla fine.”
In scena un’esperienza estrema di confine tra vita e morte attraverso un linguaggio tecnico, quasi clinico, che però viene continuamente deformato dall’emozione. La “medetomidina”, la “chetamina”, il “Curaro” non sono semplici termini medici: diventano simboli di un rito di passaggio, di una sospensione del reale. L’ambiente veterinario suggerisce probabilmente l’agonia o l’eutanasia di un animale amato, ma il testo evita ogni esplicitazione sentimentale diretta; preferisce invece affidarsi a frammenti percettivi, a orari precisi (“undici e venti”, “undici e quaranta”), a dettagli corporei e sonori che registrano il trauma nell’istante stesso in cui avviene.
Matteo riesce a creare un’atmosfera sospesa, dove la precisione tecnica convive con una disperazione trattenuta. Qualche passaggio volutamente ellittico rende il testo arduo e quasi criptico, ma è proprio questa opacità a restituire l’esperienza del dolore come frattura del linguaggio e della logica ordinaria.
Giocare con la sperimentazione nel nostro tempo è quasi un azzardo a causa delle varie progettazioni offerte dai giovani poeti, ondeggiando tra frattura totale del verso e periodi di prosa colloquiale, tra vertiginose figurazioni e ritmi fuori dalle sillabe scandite.
Matteo Moraschini Schito, alternando con abilità il verso classico, riesce a mantenere un equilibrio policromatico che rende la sua poesia un ventaglio di magmatica biografia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANGELO CICCULLO

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Angelo Ciccullo: "In contra di re" - Ed.Passione scrittore- 2025 - pag. 56 -€ 11,00
* "In con tra di re" è il titolo del nuovo libro di poesie di Angelo Ciccullo, il quale continua ad investigare la possibilità della parola di superare la sfera solitaria dell'essere umano. La ricerca della parola in Ciccullo però non è ricerca banale, è indagine sul segreto dell'uomo, investigazione su come potere esprimere il suo mistero, e come esprimere la complessità. La parola in Ciccullo si mostra soprattutto curativa, mira a lenire i mali dell'uomo, che il poeta elenca nei titoli di alcune poesie, come la distanza, l'assenza. I suoi versi indagano il mistero, il gran segreto dell'esistenza, quell'enigma per il quale le parole non bastano mai.
La ricerca della parola mancante, questo è l'obiettivo del libro. Del resto la distanza e l'assenza sono due temi fondamentali nella raccolta, non solo perché danno il titolo a due delle poesie, ma soprattutto perché l'intero corpo delle liriche cerca di evidenziare la solitudine affollata in cui si trovano a vivere le persone nella contemporaneità. Esistono in effetti liriche maggiormente legate a idee edificanti, connesse con sogni e illusioni, ma con le paure recondite dell’essere umano. In effetti anche la poesia dedicata ad Icaro in realtà nasconde dietro di sé la paura per le conseguenze negative che la presunzione dell'uomo riguardo alla sua posizione nell'universo sta generando.
In alcuni momenti il poeta prospetta scenari interiori sconosciuti o che abbiamo dimenticato, e in ogni caso si avverte continuamente l'anelito a qualche luogo nascosto, a qualcos'altro, un regno umano migliore, una vita più vita. Ma soprattutto i versi reclamano il contatto umano, la relazione, il tocco dei corpi, dei sorrisi. Una voglia di umanità che traspare da ogni angolo del libro, un bisogno di esternazione, di congiunzione, di relazione che appare essere il vero significato dell'opera.
Poesie dunque d'apertura, piene di una ricerca di vitalità, di socialità e comunità. Ma si avverte nei versi anche il senso della consunzione, del vivere per la morte, del tempo che si consuma e ci consuma, e non per niente l'ultima sezione è dedicata proprio al tempo. Fare i conti con il tempo per il poeta vuol dire trovare l'adesione giusta ad esso, affinché possa dirsi e farsi eterno. E ciò spiega anche la bellissima poesia finale "Fa niente", in cui si spiega il compito del poeta e forse dell'uomo: essere testimone degno, per un po', di questo viaggio incredibile che chiamiamo vita.
MARCO TABELLIONE

sabato 16 maggio 2026

POESIA = VANNA D'AMATO

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"L’invincibile malinconia"
Alle spalle c’è il vento del nord,
una nave che lascia ogni sponda,
una croce sul Carso
e la fame,
poca brace per passare
l’inverno.
Si mangiavano i passeri,
caduti,
di grandine stecchiti,
qualcuno poteva veramente credere all’amore?
Mia madre dormì su una panca,
tre stagioni
vegliando la sua.
Alla sua mancò il tempo
per farlo
e anche un corpo .
Di schianto era sorta la lupa,
inghiottì ogni sorriso
per quanto timido fosse,
quanto piccolo,
innocuo.
Ogni tanto una nave partiva
quasi mai qualcuno tornava.
Poi
si parlava di morte
in quella casa,
con gusto, con fame, con malizia:
come di un latte acido
e benefico,
come di un pasto necessario.
Il giorno danzava con la morte,
la notte ascoltava i suoi latrati.
Poi
ci furono colori,
spari, canti
e fuochi d’artificio.
Grida, risate e lacrime
ruppero gli argini.
Poi
sul greto asciutto,
tra cemento e foglie,
l’invincibile malinconia.
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VANNA D'AMATO

venerdì 15 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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NOTA DI LETTURA DI GENTILINO CIPRIANO
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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri", la Valle del Tempo, Napoli 2025-
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Ho letto con attenzione e piacere la sua raccolta Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), e mi permetto di condividere alcune riflessioni, nella speranza che possano essere un modesto contributo al dialogo intorno a un'opera che mi ha coinvolto nella sua doppia tensione visiva e sonora, pittorica e sussurrata fin dal titolo. Il titolo è già una poetica. “Dissolvenza” è termine cinematografico e pittorico insieme: indica il passaggio tra due immagini in cui l’una non scompare prima che l’altra insorga, ma le due coesistono per un momento sospeso, si sovrappongono, si contaminano. In questo libro ci sono almeno due grandi dissolvenze strutturali. La prima è tra la tradizione e il contemporaneo: lei convoca Baudelaire, Caronte, Acheronte, Leda, figure di un immaginario mitico-simbolico stratificato, e le fa coesistere con il mouse che “tallona ogni linea / incisa nella memoria”, con il linguaggio digitale di Bluesky/word, con la realtà divenuta artificiale. Non si tratta di straniamento ironico, ma di vera osmosi: il cobalto e l’indaco del primo testo abitano lo stesso spazio cromatico del monitor e della tela. La seconda dissolvenza è tra corpo e parola: il soma e la psiche si confondono continuamente, e in questo lei rimane fedele a una tradizione napolitana e italiana che sa che la poesia nasce sempre da un corpo prima che da un’idea. La presenza della pittura attraversa l’intera raccolta in modo organico, non ornamentale. Poesie come Pennelli, Colori, Astratto, Triangoli, i testi esplicitamente dedicati a mostre come Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni di estate, non sono poesie “su” la pittura, nel senso di una scrittura che descrive dall’esterno un oggetto visivo. Sono piuttosto tentativi di praticare nella lingua ciò che la spatola o il pennello praticano sulla tela: stratificazione, sovrapposizione di toni, gestualità. Il lessico cromatico ( il cobalto, l’indaco, il pervinca, l’oltremare, l’acquamarina, il purpureo ) non è decorativo ma strutturale: i colori nominati sono anche stati emotivi, zone dell’inconscio. In questo lei riprende, a suo modo, quella tradizione del Gesamtkunstwerk ( dell’opera d’arte totale che non conosce confini tra i linguaggi ) che attraversa la modernità da Baudelaire a Kandinskij. Il filo erotico-memoriale che percorre la raccolta merita una riflessione a parte, perché ritengo sia il nucleo piú autentico del libro. In testi come Sogno, Erosioni, Ricerche, Pulviscolo, Memoria, il desiderio non è mai sublimato né estetizzato: rimane carnale, urgente, fisico, anche quando è piú vicino al ricordo che alla presenza. La figura femminile assente-presente funziona come l’orizzonte di una perdita che la poesia non elabora per superarla, ma per tenerla viva. C’è in questo una scelta precisa, quasi controcorrente rispetto a certa lirica contemporanea che tende all’astrazione del dolore: lei non vuole astrarsi, vuole restare nel corpo, nella carne, nel “battere le tracce e l’erosione”. Vecchiaia è in questo senso una delle poesie piú riuscite della raccolta: non c’è rassegnazione, ma una sorta di conversione dello sguardo ( “non piú l’urgenza della passione ardita / ma dolce come nettare”)in cui la sensibilità non si spegne ma si trasforma, diventando piú attenta alle “semplici carezze”, al “fondo di bosco”. La raccolta ha anche una tensione civile e storica che non vuole lasciarsi assorbire dal lirismo personale. Gerusalemme e Egli tace portano il peso delle guerre contemporanee e del silenzio di Dio ( o del suo sostituto, il potere ) di fronte alla distruzione. Quattordici anni è una poesia dolorosa e necessaria, che affronta con sobrietà la struttura psicologica della violenza estrema ( “distorsione degli oscuri impulsi”, “l’atto necessario, / inevitabile, dettato dall’onnipotenza” ) senza cedere né all’enfasi retorica né alla cronaca. La doppia presenza di Libertà e tragedia è una scelta strutturale che interroga il lettore: non si tratta di una ripetizione per dimenticanza, ma di due sguardi sulla stessa materia incandescente. La prima versione è piú aforismatica, la seconda si apre alla testimonianza storica collettiva, con quelle “donne che sussurravano canzoni / mentre cucivano stracci in galera” che rimandano a una memoria resistenziale precisa. Le due versioni si tengono, si illuminano a vicenda. Il testo Baudelaire non è un omaggio distante: è un riconoscimento di parentela poetica. I “vapori d’assenzio”, le “ombre di velluto”, la “musica nera” che “sale le scale”, lei sa che sta evocando il padre maledetto della modernità lirica, colui che ha trasformato il spleen in forma, l’eros e la morte in corrispondenze. Ma la sua poesia non è baudelairiana nell’imitazione: lo è nella radice antropologica, in quel convincimento che la bellezza nasca sempre da qualcosa di ferito, che “ogni rima è una ferita che dissolve”. Il Di Lieto citato in apertura, con la sua analisi de “la bella afasia”, centra un punto essenziale: la sua è una poesia che sa della propria incompletezza strutturale, che non vuole colmare il vuoto tra la cosa e la parola, ma lavorarci dentro.Se mi è consentita una considerazione di carattere critico, che intendo in spirito di dialogo piuttosto che di giudizio: in alcuni testi della prima sezione ( penso a Ventagli o ua Spazi geometrici ) la densità del lessico tecnico-visivo produce per tratti un effetto di saturazione, come se la tela fosse troppo carica di colore e l’immagine perdesse la sua nitidezza. È un rischio connaturato alla sua poetica dell’accumulo e dell’associazione libera un rischio peraltro che lei conosce bene, e che in altri testi governa con grande maestria. Ma è precisamente in quei momenti in cui il verso si alleggerisce ( come nel breve, straordinario Tremore del suono ) che la sua voce raggiunge quella soglia in cui la parola diventa davvero sussurro, e il lettore trattiene il respiro. In definitiva, Dissolvenze e sussurri è un libro che porta il segno di una lunga vita dentro la poesia, non nel senso di una scrittura “saggia” o “tranquilla”, ma nel senso di una voce che ha imparato a non avere paura né del corpo né della morte né del silenzio, e che continua a cercarsi nel colore, nell’immagine, nell’eros e nella storia. La raccolta si chiude con Chiusura, e il titolo ha un suono definitivo, ma la parola finale è “alfabeto calcolato”, che è invece apertura, attesa di un calcolo ancora da fare. Il libro finisce, la voce no!

Cipriano Gentilino