SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANO MAROCCINI
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Giuliano Maroccini: “Le cose elementari” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 40 - € 12,00
Uno scrigno tascabile nel quale la poesia alberga nel ritmo incalzante delle sillabe, pronunciate elegantemente tra sbuffi di allegria e incertezze, tra appunti quotidiani e spontanee luci abbaglianti.
Sono soltanto dodici poesie, ma bastano per rinfrescare il pensiero e ricercare la parola.
Brevi ma capaci di costruisce una tensione delicata tra il desiderio umano di orientamento e la percezione di averlo smarrito. L’io lirico esprime un bisogno quasi primordiale di ritorno alla natura (“muschi e sorgenti”), luoghi che evocano purezza, origine e autenticità. Il gesto del “guardare bene” e del “fermarsi” suggerisce una pausa rispetto al ritmo disordinato dell’esistenza moderna: è come se solo rallentando si potesse recuperare un senso più profondo delle cose. In questo scenario, gli animali — il bue e l’asino citati alla IV — assumono un valore simbolico: non sono semplici presenze pastorali, ma custodi di una memoria che l’uomo sembra aver perduto. Il riferimento alla “stella cometa” richiama esplicitamente l’immaginario della Natività, e dunque una dimensione sacra, di rivelazione e di guida. Tuttavia, mentre gli animali potrebbero ancora “ricordare”, l’io poetico confessa la propria condizione di smarrimento: “vago senza meta”: una nota di disorientamento esistenziale, in cui l’uomo appare separato sia dalla natura sia dal divino.
La semplicità di questi testi è solo apparente, costruita su un linguaggio essenziale e su immagini archetipiche. L’uso dell’enjambement e dei versi brevi contribuisce a creare un ritmo frammentato, che riflette lo stato interiore dell’io lirico. La scelta di interrogare gli animali, la verde natura, la sintassi che appare, il rancore, la pietà, introduce un rovesciamento significativo: la sapienza non è più prerogativa dell’uomo, ma risiede in ciò che è umile e naturale. Questo ribaltamento richiama una tradizione poetica novecentesca attenta alla crisi della modernità e alla perdita di senso, ma lo fa con una leggerezza quasi fiabesca, evitando toni esplicitamente drammatici. Il risultato è una meditazione discreta ma incisiva sulla distanza tra l’uomo contemporaneo e le sue radici spirituali.
“Vorrei essere didascalico/ e invece ogni volta travalico/ i confini si rompe la sintassi/ un’epistassi di parole come se andassi/ a coglier viole col retino/ versarmi addosso il vino/ sporcarmi tutto come un bambino/ che fa la cacca come una vacca…”
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ANTONIO SPAGNUOLO








