domenica 8 marzo 2026

POESIA = CINZIA ROTA


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"IL PASSO TRATTENUTO"
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Sull’orlo del tramonto il vento scioglie il mio nome,
alcune rose cadono lente in un vuoto d’aria,
il bianco indossato vibra, come l’onda del suono
tra voli obliqui di gabbiani fusi alla memoria.
Rimango ferma, eppure in me, tutto migra,
come se il passo trattenuto fosse già un ritorno,
e l’onda che mi sfiora, aprisse la soglia più integra
e il silenzio s’allunga, mi chiama nel suo giorno.
Così ti lascio andare, lieve, all’orizzonte che inclina,
mentre un petalo sospeso impara a non cadere
e la brezza m’incanta, mentre nel suo respiro t’avvicina,
come un destino che s’apre, senza chiedere misura.
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"VELLUTO
-
Avanzo,
l’incedere tatuato dalla memoria.
Sono stata ferma qualche tempo,
ma non ho dimenticato nulla.
La quiete non mi ha spento:
ha cesellato solo la mia carne,
il giusto intervallo necessario.
Non vedo più la gente,
scivola ai margini, sfocata
in un affresco, intravisto lontano.
Il mio respiro m’avvolge, mi parla,
la sua voce è vera come una parola.
Ciò che sono stata, adesso sono.
Non cerco musica negli altri,
sono intera.
Non mi spaventa più la folla:
resta fuori, come un rumore.
Sono qui, con me,
respiro solitudine di velluto…
E qui, comincia la mia storia:
Sono tornata.
****
"IL BACIO"

L’aria cede alla notte,
vede più di quanto dice,
lieve, s’apre la soglia.
Tra pelle e parola
trema un segreto.
Si slaccia alla bocca,
un filo d’acqua
che inciampa nella luce.
Tace, poi piano piano
risale, un segreto,
un’ombra sulle labbra
ch’evapora, al sole.
*
©𝐂𝐢𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐑𝐨𝐭𝐚 * 𝐂𝐨𝐩𝐲𝐫𝐢𝐠𝐡𝐭
Legge sulla proprietà intellettuale. n. 633 del 22.04.1941

sabato 7 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LAURA CHIARINA


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Laura Chiarina: “Cercando il senso” – Ed. Divina follia – 2025 – pag. 70 - € 14,00
Una raccolta di poesie intensa e sorprendentemente attuale, sia per i contenuti policromatici, sia per la maniera di disporre i versi sul foglio. Già dal titolo emerge il cuore del libro: la continua, ostinata ricerca di un significato che dia direzione all’esistenza. Capacità di unire la profondità del pensiero alla immediatezza dei fotogrammi che scatta pagina dopo pagina. L’indagine del fremito interiore, dei piccoli gesti quotidiani, delle immagini familiari, delle appassionanti visioni è il ventaglio di un racconto, nell’esplosione dei sentimenti, ed invita alla ricognizione tra limpido e ombroso, tra suggestioni e dubbi, tra essenziale ed arcano. C’è anche una vena critica verso la società contemporanea, segnata da consumismo e alienazione, ma anche un filo di speranza che corre tra i testi.
La natura, fiumi, papaveri, stagioni, non è semplice sfondo, bensì voce guida che indica la via verso alla pari del tremore dei sentimenti “dall’inesprimibile sapore/ come semi dell’uva”.
“Non rimane che resistere
in bilico sull’antinomia
-poiché man mano
frammenti
d’un ragionamento cristallino-
confermano che nulla
si può conoscere
è come un soffio
la percezione
dell’Oltre
che fa di noi Verità
assieme al fiore che dura
la sua fragranza nel deserto
al pasto macabro
della iena
al breve volo della farfalla
al sovrastare dell’aquila
quale Verità Altra
se non un immaginario
-percepito
Incompleto infinito-
(vano tentativo di circoscriverlo)
In una parola
accade si risolvano enigmi
in un solo sillogismo
incrociando l’Oltre
nello sguardo nuovo
e arcaico di un bimbo.”
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La poesia si sviluppa come una riflessione filosofica sul limite della conoscenza umana e sulla tensione continua tra razionalità e mistero. Fin dai primi versi emerge l’immagine dell’uomo “in bilico sull’antinomia”, cioè sospeso tra opposti che non possono essere facilmente conciliati. Il poeta sembra suggerire che, nonostante i tentativi della ragione – evocati nei “frammenti d’un ragionamento cristallino” – la realtà ultima rimane inafferrabile, poiché “nulla si può conoscere” in modo definitivo. Tuttavia questa constatazione non genera disperazione, ma apre piuttosto a una dimensione più ampia della percezione. L’“Oltre” appare come un’intuizione lieve e improvvisa, “come un soffio”, che attraversa l’esperienza del mondo naturale. Le immagini del fiore nel deserto, della iena, della farfalla e dell’aquila delineano un mosaico di vita in cui bellezza, crudeltà, fragilità e potenza convivono. In questa varietà si manifesta una “Verità Altra”, non completamente definibile dalla mente umana, ma percepibile come un infinito incompleto, che sfugge a ogni tentativo di essere racchiuso in formule.
Particolarmente efficace è il finale, dove la soluzione degli enigmi non avviene attraverso una complessa costruzione logica, ma nell’incontro con lo sguardo “nuovo e arcaico di un bimbo”. L’infanzia diventa così simbolo di una conoscenza intuitiva e originaria, capace di accogliere il mistero senza ridurlo.
La poesia si distingue per la sua densità concettuale e per l’intreccio armonioso tra pensiero e immagine, offrendo una meditazione profonda che invita il lettore a riconoscere la bellezza dell’incompiuto e dell’indefinibile.
La molteplicità delle incisioni poetiche dettate da Laura Chiarina sono così evidenti in tutta la stesura, tali da lasciare aperta ogni indagine, quasi un corpo a corpo con il modo che ci avvolge, quasi come il sasso lanciato in uno stagno che genera onde di precisa fattura e stacca frammenti di sospensione speculativa.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

TRADUZIONE = ANTONIO SPAGNUOLO

"LA TUA "FORMA"
Ogni giorno il tuo profilo sparisce,
anzi dissolve:
non posso credere che il nulla
sia la tua forma.
Ho parlato alle stanze mentre il vuoto
corrode la mia rassegnazione,
declinando preghiere inaspettate,
rincorrendo tratteggi colorati,
ma non ritrovo.
Il mio respiro ha gli angoli del muro,
ha il taglio lontano di memoria,
nel freddo che discioglie le dita.
Il ritorno non è più promessa
inchiodata alle macchie di una inutile speranza.
**
“FIINȚA TA”
Cu fiecare zi profilul tău se șterge
ba chiar se mistuie:
nu pot să cred c-acest neant
e chiar ființa ta.
Am stat de vorbă cu încăperile în timp ce vidul
îmi corodează resemnarea,
asfințind rugăciuni neașteptate,
luând urma unor hașuri colorate,
dar n-o regăsesc.
Răsuflarea mea are muchiile zidului,
are tăișul depărtat al memoriei,
în frigul ce dizolvă degetele.
Întoarcerea nu mai e făgăduință
țintuită de petele unei zadarnice speranțe.
*
Versisone romena di GEO VASILE

venerdì 6 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SALVATORE OROFINO


Salvatore Orofino: “Ciao, sono Luca” – Ed. Zona 2025 – pag. 166 - € 20,00
(prefazione di Plinio Perilli)
Una silloge corposa che si presenta apertamente come “prosa poetica”, ricca com’è di pagine che raccontano e ricamano, sussurrano o declamano, affondano tra le pieghe della memoria o scavano con arguzia nel sub conscio, non impiegando mai il ritmo del verso classico.
Mi piace focalizzare la mia indagine prendendo spunto da una delle prime composizioni: “Da quanto tempo segui la strada laterale, la sua faccia mentre chiude la porta o quando l’aspetti con il cappotto ripiegato sul braccio e pensi di non avere il fiato lucido ma un respiro corto./ Così doppi le stanze con questa misura molecolare di desiderio, com’è doppio l’amore che provi per lei nelle sale d’attesa; anche il dolore all’ingiù a volte è doppio, esattissimo./ È la nostra storia vera fin nei minimi particolari./ La passione incendiata in pochi metri, che riesce longeva verso la finestra, le finestre alte, respira tanti chilometri di vestiti bruciati tra le tue ginocchia.”
La pagina costruisce un piccolo teatro dell’attesa e del desiderio attraverso immagini quotidiane e insieme estremamente concentrate. Fin dal primo verso — “Da quanto tempo segui la strada laterale” — si avverte un movimento marginale, quasi nascosto: la “strada laterale” suggerisce una relazione che procede ai bordi dell’esistenza ordinaria, in uno spazio discreto e appartato. L’immagine della “faccia mentre chiude la porta” o dell’attesa con “il cappotto ripiegato sul braccio” restituisce una scena precisa, domestica, ma attraversata da un’emozione trattenuta. Il soggetto sente di non avere “il fiato lucido”, ma “un respiro corto”: l’amore non è qui un’illuminazione limpida, bensì un’esperienza fisica, quasi affannosa, che modifica il ritmo stesso del corpo. Compare una delle immagini più originali: la “misura molecolare di desiderio”. Espressione che introduce una dimensione scientifica, minima, quasi invisibile, per descrivere qualcosa di intensamente emotivo. Il desiderio non è rappresentato come slancio grandioso, ma come una sostanza che permea lo spazio stanza dopo stanza, come se ogni gesto e ogni attesa fossero unità infinitesimali di una stessa energia affettiva. Anche l’amore è “doppio”, così come “doppio” può essere il dolore: questa duplicazione suggerisce una relazione complessa, fatta di intensità parallele, di felicità e sofferenza che si rispecchiano con una precisione quasi matematica (“esattissimo”). Raccontare attraverso i minimi gesti, con a volte precisione dei particolari e dove l’immaginario diventa apertura dell’intimità.
Così rigo dopo rigo Salvatore Orofino riesce a tessere per tutte le strofe un’intensità metaforica che fonde registri diversi ed immagini molto spesso fortemente sensoriali e corporee, con scrittura controllata, evitando agilmente impatti che potrebbero lasciare indecisioni.
“Attende cose sparite con la corda delle dita, le pieghe delle unghie all’infinito in gola. / Lei è davanti a lui gli entra nel fiato, il respiro stinge/ una sola forma lineata, poi si commuove.”
Figure che giungono fulminando, tratteggi che stordiscono, ombre e luci avvolte nella memoria, stanze scelte per il tempo minimo, pensieri che volteggiano, illusioni che affogano, desideri che potrebbero essere doni.
Ma: “Anche l’amore muore in un cassetto o in una curva perfetta di velluto rosso” per ricordare al lettore la fugacità dell’esistenza.
Capitoli in progress, elegantemente introdotti dalle foto di scacchi, che danno sobrietà ed equilibrio alla scrittura, tutta tesa in guizzi di sapienza, di cultura, di emozioni, tra formule sapienziali e turbamenti, tra atti di fede o improvvise cessioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


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ANTONIO SPAGNUOLO, Dissolvenze e sussurri, La Valle del Tempo, Napoli, 2025 - pag. 60 - € 14,00
Il tempo e la memoria costituiscono il sotteso filo conduttore dell’ultima raccolta di poesie che Antonio Spagnuolo propone ai lettori. Non è casuale la scelta del titolo che affida, a mio avviso, la dissolvenza allo scorrere inesorabile del tempo, mentre la memoria tiene accesa la fiamma del ricordo che a volte è colmo di rimpianto o di malinconia, altre invece di vita fatta di carne e desiderio nel ricordo della persona amata. Non è un caso che la poesia che apre la raccolta così concluda: «In ogni dissolvenza c’è la traccia / di quella gioia che sorvola fantasie (Bluesky/word)», anche se il poeta è consapevole che solo la realtà virtuale può restituirgli oggi il senso di quella che un tempo era vita. È il piccolo mouse «che tallona ogni linea / incisa nella memoria», mentre il fantasticare fa rivivere frammenti che consentono di «tuffarsi verso fiamme che destano memorie», trasformando «i sussurri in un prodigio / che sconvolge le cose comuni», come si legge in Hardback.
È la stessa dissolvenza che ferma in un ricordo preciso «le misure di un cipiglio / ormai avvolto nelle trasparenze», mentre i pensieri diventano il riflesso confuso di una realtà che ormai non esiste più. «Tutto è precipitato nel racconto / di un alito di vento» dirà il poeta nella poesia Racconto. È il vento che apre ai ricordi e solleva polvere dalla storia intrisa di sangue sulla città di Gerusalemme, dove solo il sogno «di un bimbo che ammira le stelle / e chiede smarrito il silenzio» può costituire un seme che apre alla speranza.
Con i ricordi giunge anche la consapevolezza che la vecchiaia alleggerisce l’urgenza della passione che ormai non brucia più e anche il dolore, che penetrava come spine nel corpo e nell’anima, si attenua «Etereo ma più vero / perché cammina lentamente», come si legge in Vecchiaia. Ed è proprio questo scorrere silenzioso del tempo che trasforma «la carne in memoria» e, al di là dei mutamenti inevitabili del corpo, il desiderio si fa strada e riporta lontano, ad altre età, nonostante l’attesa sia ormai “fuori tempo”. Tutto si scioglie, dice il poeta, in una polvere sottile che cancella i contorni e confonde fantasia e realtà.
Spagnuolo è un poeta che riesce sempre a collegare il proprio personale dolore a quello di questa triste umanità che conosce solo odio e guerre, e, anche se cerca la libertà, il tragico coglie lo sguardo di chi muore, quello di una «fanciulla dagli occhi di sole» che non capisce chi possa avere scagliato la pietra che copre di sangue i suoi capelli. Da qui la domanda accorata che si legge in Egli tace, che è quella dell’uomo che si sente abbandonato da Dio, di cui invano invoca un intervento riparatore che metta fine a tanta crudeltà.
Preparata dalla poesia che ha per titolo Tramonto rosso, una delle più belle della raccolta, «così la vita china il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto», quasi in chiusura torna la voce della donna amata e quello «stupore sfilacciato di ricordi» che vince il silenzio della morte. Poesie come Memoria, Malinconie, Baudelaire, ci riportano l’immagine della donna nella sua bellezza e nella sua vitalità, anche se il poeta deve ammettere che ormai avverte, giorno dopo giorno, «l’incalzare dello sgretolarsi / che consuma inesorabilmente / quel che resta del mio angolo oscuro / per tormenti» (Timori).
Vorrei concludere citando una poesia in cui tutto è racchiuso: il senso della parola che oscilla fra realtà e sogno, un’eco che si infrange nel silenzio e il senso della eterna attesa.
"Tremore del suono"
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Si disfa la parola, simbolo che sparisce
e poi ritorna
nel margine obliquo del ricordo
come neve sul vetro d’estate.
-
Hai lasciato un frammento, da svelare,
una sillaba spenta che si adatta
tra le ciglia del giorno.
-
Non resta che il suono tra le note
di un’eco ritrosa,
che inciampa nel silenzio
e si fa eternità dubbiosa.
***
(Arezzo, 5 marzo 2026)
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Fernanda Caprilli

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia a Ischia"
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Poi, in quel sembiante di Ischia Porto,
dove tutto accade nel verde, a ridestare
trame infinite della vita, vede venire
Giovanni dove sta l’albero
cavo in esatta gioia e trasale
nella selva dei pensieri a dipanarsi
in un giocare all’esistere, tra la rugiada
scesa dai sempreverdi ad angolo retto
con le tende nella mente, nel trasmigrare
in volontà di bellezza nel levigarsi al vento.
È il 1984, costeggia la127 una scia di strada
la vita nelle nuvole fiorite, a forma
di pesce o di giraffa
e ci sarà raccolto.
*
Raffaele Piazza

mercoledì 4 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CAROLINA ANNA FALBO


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Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili” Ed. Centroluna – 2025 – pag. 82 – € 14,00
* “Il gusto confettato della parola ‘confezione’/ risale nei seni paranasali/ accendendo compiacimento irriflesso. / Una confezione inferente mi è stata ingerente. / Volevo legarmela al dito, /ma non avvertivo la mano/e l’aria di famiglia, /tra la mano/ e il mondo fuori.”
Sembra poter toccare, con polpastrelli intinti nello iodio, la sostanza plasmabile delle parole. Un attraversamento tra la lingua individuale e una caratteristica ricomposizione del pensiero, dell’immaginato, della irrequietezza del nostro sub conscio.
Carolina Anna Falbo cerca di intrecciare la parola simbolo con le realtà del quotidiano tentando di conservare una specie di liturgia tra avanzamenti ed indietreggiamenti di un obiettivo fotografico.
La poesia si muove in uno spazio di rarefazione linguistica e affettiva, dove la parola appare insieme necessaria e colpevole. Fin dall’incipit di alcuni testi il linguaggio è percepito come strumento di potere e di esclusione: nominare significa togliere autorità, ridurre l’altro a oggetto discorsivo. L’espressione “per noia di replicazione” suggerisce un logoramento del senso, una ripetizione sterile che svuota la comunicazione e impedisce un vero “giro”, un rinnovamento dell’incontro. In questo contesto, “Scrivere non evoca / nel tempo dei gigli di clausura”: l’immagine dei gigli – simboli di purezza ma anche di isolamento – rimanda a una chiusura monastica del sentimento; la scrittura non riesce più a far fiorire presenze, resta segregata in un tempo immobile.
La sua scrittura insiste su una tensione irrisolta, “la fatica di tenere lo iato”: lo iato è distanza, scarto tra significante e significato, tra carezza e pugno, tra amore e silenzio. L’equivalenza paradossale di “Carezze e pugni senza differenza” esprime l’ottundimento emotivo di chi non riesce più a distinguere il gesto affettivo dalla violenza, tanto è grande lo sforzo di mantenere aperta la frattura. Gli “oblii profondi” che “divengon mutazioni (due volte)” suggeriscono una trasformazione lenta e irreversibile: la dimenticanza non cancella, ma altera, deforma l’identità.
Molte le immagini felici, anche se in tutto l’elaborato gravita una non celata soddisfazione di saper scrivere ribellandosi alle intimazioni della poesia classica. Anche l’amore non manca nei suoi versi e affonda nelle intimità più ombrose lasciando il soggetto “colpito da tutte le apparenze” dentro frammenti della sensualità, tra dimensioni di autoanalisi e gesti che evocano un presente stagnante.
La lingua è aspra ma controllata, capace di accostamenti audaci (“sillaba di silenzio”, “sapore del rovescio dell’evidenza”) che aprono varchi interpretativi senza chiuderli in un significato univoco. La frammentazione sintattica rispecchia la crisi tematizzata, trasformando la difficoltà del dire in forma poetica.
È un testo esigente, che chiede al lettore di abitare lo iato anziché colmarlo, e proprio in questa tensione trova la sua forza: una poesia che non consola, ma illumina con precisione il disagio contemporaneo della parola e dell’amore.
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ANTONIO SPAGNUOLO