SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO
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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri" - Ed. La Valle del tempo, Napoli, 2025. pag. 60 - € 14,00
Figura sapienzale e d'amore abbiamo già avuto modo di definire quella del Professor Spagnuolo, per autorevolezza autoriale e di vita certo, nella appassionata acclamazione di una gioia cui la parola, per quanto può, espande e riverbera. Non si tiene infatti, non può nella direzione dei suoi quasi cent'anni, iscrivendosi nel novero di quei grandi vecchi del dire poetico che hanno nell'ultima fase di Yeats il grande maestro. Ecco ancora in quest'ultima raccolta di quasi cinquanta testi, pur nello sgretolarsi incalzare dell'inesorabile, l'aprirsi nella lotta di quel piccolo satellite del cuore (curioso richiamo a chi scrive all'intonazione di Lou Reeed) gemma di un'eredità a lasciarsi qui per chi resta, e di affidamento, pronuncia all'altrove che già la sigilla. L'inconscio, ancora, allora a smontare e ridefinire figure di sé e degli altri nel caleidoscopio di affinità oltre le forme, oltre il ventaglio di una idealità rimossa giacché a restare tra le fenditure di fotogrammi universali non è che la carne nel suo frammento di carezza e palmo a imbaciare quello spirito altrimenti perso.
"Una tenera misura cerca le stelle" è scritto in uno dei versi iniziali, verso (intensissimo nella sua cristallina trasparenza) in cui a nostro dire è tutto il commosso motivo di una poetica che testo dopo testo tra garbugli di colori e pitture di incontri come da tela (ora addirittura barocca ora quasi alla Pollock) finisce col dare all'uomo dignità di lampeggi, di piccoli segnali a evocarsi, a ricordarsi nel buio delle incrostazioni e dei silenzi. Questo il dono senza oblio, questa la danza di ciò che resta del sogno- forse sogno compiuto:" Le semplici carezze più volte/ sanno fondo di bosco". Germogliare di codici nel riconoscimento del mondo, è infine questo per Spagnuolo l'amore. Lasciando allora spazio al lettore per le sue risonanze andiamo a chiudere proponendo questo testo, che utilizza l'immagine del tramonto come metafora del compimento dell'esistenza. Il rosso del cielo richiama il sangue e il lento spegnersi della vita, mentre il sole che si ritira oltre l'orizzonte suggerisce l'avvicinarsi del limite ultimo. I ricordi, evocati dalle nuvole e dalle foglie scarlatte, scorrono come antichi pensieri che il tempo trascina via. Tuttavia, il testo non esprime disperazione: la vita «china il capo, non vinta», raggiungendo una serena riconciliazione con il destino. Il tramonto diventa così il simbolo di una bellezza estrema e consapevole, che accetta il proprio spegnersi con dignità.
L'eleganza delle immagini e la coerenza simbolica attraversano tutto il testo.
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"Tramonto rosso"
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L’ultima fiamma è rosso sangue,
come un respiro che si spegne
sull’orlo levigato dei silenzi.
Il sole, ormai stremato,
si ritira dietro le ciglia dell’orizzonte intatto,
e l’ombra allunga le sue dita
sui campi, sulle case, sui volti arroventati.
È il tempo in cui più dolce è il peso
degli anni rubati clandestinamente al cuore,
quando ogni battito ora ricorda
che la fine è sull’orlo del non ritorno.
Le nuvole, le foglie in abiti scarlatti,
sfilano come vecchissimi pensieri,
e il vento porta via con sé
sussurri di giorni perduti tra il nonnulla.
Così la vita china il capo, non vinta,
ma riconciliata all’imprevisto,
abbracciando l’attimo nel quale eterno
tutto tace, e tutto resta impietrito nel miraggio.
Nel tramonto ogni sera si riscrive
la poesia dell’ultima ora
una bellezza che non implora,
ma si spegne, fiera, nel fuoco.
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GIAN PIERO STEFANONI








