SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANCARLO BARONI
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Giancarlo Baroni: “Brevi Brevissime” – Ed. Bertoni – 2025 – pag. 90 - € 15,00
Giancarlo Baroni (1953) continua a sciorinare il suo bagaglio culturale con alcune composizioni che attualmente si distinguono tutte per una “brevità” di compilazione la quale fa balzare di volta in volta tra la sorpresa e l’indagine, tra il fulmineo e il pittoresco, tra l’adagio e lo speculativo. Forse il poeta tenta di ricucire decine e decine di fotogrammi per realizzare una corposa corona di folgorazioni in un’antologia che racchiude poesie brevi e brevissime, come annuncia il titolo, composte in trentacinque anni e che procede senza riferimenti temporali. La divisione in capitoli si basa sulla loro lunghezza, iniziando da 8, con liriche di otto versi, fino ad arrivare a 2, le brevissime appunto.
Nella nota al termine del libro l’autore afferma: «Queste poesie tentano di raggiungere il lettore rapidamente ma senza fretta. In parte inedite e in parte no; alcune sono frammenti di poesie più ampie».
Appaiono gli animali, la Storia e i suoi personaggi, l’arte e gli artisti, l’osservazione del mondo e delle cose, le figure mitologiche e i demoni, molte volte con il tocco di una sottile ironia che giova al ritmo serrato delle sillabe. Mi piace leggerne insieme una a caso per centellinare gli stratagemmi della scrittura.
“Veleni”
Stremato dalla difficoltà del compito
alla fine si riposò. D’altronde Atlante
si era affaticato per molto meno. Allora
come un aspirante mattatore
che sfrutta l’infortunio del collega
per levagli la parte emerge il Disordine
sciorinando nella scena i suoi veleni.
Una poesia che mette in scena, in forma allegorica, il momento in cui l’ordine del mondo vacilla a causa della stanchezza di chi lo sostiene. Una figura che, sopraffatta dalla difficoltà del compito, è costretta a fermarsi e a riposare. Il riferimento ad Atlante, il titano della mitologia greca condannato a sorreggere la volta celeste, introduce subito una dimensione simbolica: se persino Atlante si era affaticato “per molto meno”, allora il peso che grava sul protagonista appare ancora più gravoso, trasformando la fatica individuale in metafora della responsabilità di mantenere equilibrio e ordine.
Nel momento in cui questa forza ordinatrice cede, anche solo temporaneamente, entra in scena il “Disordine”. La sua comparsa è descritta con un paragone teatrale: come un aspirante attore che approfitta dell’infortunio di un collega per sottrargli la parte, il Disordine si inserisce nello spazio lasciato libero. Il mondo diventa così una sorta di palcoscenico in cui le forze opposte – ordine e caos – si contendono il ruolo principale. L’immagine del “mattatore” accentua l’idea di opportunismo e di spettacolarizzazione: il disordine non arriva con violenza improvvisa, ma con una sorta di esibizione, quasi compiaciuta.
L’ultimo verso, con l’espressione “sciorinando nella scena i suoi veleni”, rafforza questa visione teatrale e suggerisce che il disordine si diffonde lentamente ma in modo pervasivo. I “veleni” sono le conseguenze della perdita di equilibrio: confusione, degradazione, crisi. Nel complesso, la poesia riflette sulla fragilità dell’ordine e sulla facilità con cui il caos può prendere il sopravvento quando chi lo sostiene viene meno. Bastano una pausa, una stanchezza, una distrazione perché il disordine trovi spazio e si imponga come protagonista.
E l’esempio proposto avverte che l’atmosfera di tutta la silloge si sviluppa con la densità simbolica e con l’efficace fusione di registri culturali diversi. Lo strumento del poeta accresce la gratificazione e l’interezza dell’elaborato diviene in fine un agile saltellare tra dimensioni variabili e affreschi pittorici di notevole spessore.
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ANTONIO SPAGNUOLO








