martedì 5 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLO PARRINI

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“Imparare a dirsi addio” di Paolo Parrini (Samuele Editore, 2025 pp. 126 € 15.00) affronta il tema sensibile della perdita come una scelta consapevole che trasforma il dolore nella tenerezza dei ricordi, un metodo per esprimere una vicinanza coraggiosa laddove l'assenza si riassesta nella percezione del mondo e nella sua eredità. Paolo Parrini concentra l'elaborazione del proprio vissuto nella necessità ineluttabile della separazione attraverso lo svolgimento di una energia poetica, nell'omaggio alla continuità, supporta il legame interiore, dilata l'esperienza delle reazioni affettive. La poesia di Paolo Parrini è come un rovo trafitto nel corpo e nell'anima, maturato nel varco simbolico di una protezione e manutenzione emotiva, a difesa di una capacità evocativa di resilienza, in grado di custodire e intonare la natura penetrante e tenace dei sentieri introspettivi. Si insinua come il profumo di un soffio vitale, unisce passato e presente, estrae il solco della sofferenza nelle pieghe desolate dell'assenza, l'incisione della nostalgia nelle impronte familiari del distacco. Il libro raccoglie la vulnerabilità umana e l'identità indelebile di una sincera testimonianza trascorsa nella fugacità e nella transitorietà delle occasioni, con la preziosa dignità dello spazio e del tempo dell'esistenza, la condivisione di ogni tagliente intreccio della vita. Integra la linea di confine della malinconia nella fiduciosa conversione di ogni congiuntura con la rinascita istintiva del modo in cui abitiamo il mondo. Include la frattura sradicata degli eventi come sospensione sentimentale, lesione tangibile delle relazioni, aggiunge, nella crescita personale e nella prospettiva quotidiana della cura, il rituale di conclusione, la liturgia prolungata alla dedizione d'amore, il vuoto della mancanza incarnato pienamente e saggiamente nelle parole. Paolo Parrini consegna ai lettori un'immersione lenta e inesorabile nella disperazione, ma anche una cognizione di un orizzonte che rende visibile la soglia di una lontananza, avvicina l'equilibrio delicato dell'uomo alla fedeltà delle abitudini, alle incrinature nel tempo, nel mestiere di vivere, esorta a indagare l'abisso per riuscire ad accogliere i fantasmi dei conflitti inconsci, l'invocazione immaginaria di una presenza che ci prende per mano e ci accompagna verso la conoscenza anche drammatica di noi stessi, in bilico tra debolezza e resistenza. Descrive l'espressiva commozione di un'entità arcana, sovrannaturale, nascosta nell'invisibile segretezza della memoria, affonda il respiro ancestrale dei luoghi nella rivelazione di una traccia palpabile, mai sepolta del tutto, ripercorre le immagini rarefatte, consente all'eternità di riaffiorare in tutta la sua forza lirica, travolge il passaggio struggente del congedo come un avvenimento toccante che inghiotte la superficie oscillante degli oggetti, si nasconde negli angoli bui delle stanze, nelle stagioni del cuore, nel silenzio instaurato fra smarrimenti sgombri di parole, nel nome, nel corpo, nella voce. Riempie il calore originario, sussurra nella nudità essenziale dei versi l'elegia del disincanto, abbandona l'ombra esitante della separazione, ancorata al pertugio disabitato e privato di un canto delle vertigini. Difende le pareti che hanno assorbito i giorni e restituito all'appartenenza il ritorno della dolcezza, il momento di pronunciare il suono per tornare alla luce e riconciliarsi con le proprie ferite.
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Rita Bompadre -
Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti
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TESTI SCELTI
Ti ho visto
nel ramo coperto
di neve
nel sole che torna
dopo la sera
ti ho visto in un mare
arrabbiato
nel solco del piede
sul prato.
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Eppure dovrei essere
felice, bagnarmi
i capelli, farmi radice.
E invece questo tarlo
rode e disegna
arabeschi d'ombra
e turbamenti.
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A letto la sera
col cuore che batte
penso a un prato
che accoglie
nel dormiveglia
crederci, che sia vero,
che verremo abbracciati
da un sole rovente.
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Resta poco
un segno appena
sull'asfalto
sul manto erboso
forse una traccia fine.
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I tuoi occhi scuri
che lascio lago
inesplorato, il viso amato
fatto rotondo dalla prigionia.
Resta una memoria nei tuoi
occhi di neve
la stessa che solcammo.
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Resta un sonno tormentato
un vento di rimorsi
tomba senza alberi
di un amore vero
quando tu tornavi.
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Quando si spegne la luce
e i morti vengono a trovarmi
nella nebbia fine che entra
nel respiro, allora non occorre
alcuna voce, bastano i brividi
l'odore della pelle di chi si è amato.
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Ho cercato la scia e la voce
qualcosa è passato
accanto, di lato
forse un fuoco fatuo
o una immagine riflessa
sul candore di un mattino
che non trovo più.
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Allora accettare che sia così
che stia finendo tutto lentamente
e dentro un mare quasi calmo
lasciarsi scivolare
a volte occorre fermarsi
guardare indietro
forse vedremo ancora occhi
luminosi, forse no.
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Ma se riesci a guardare
non sei ancora morto dentro
forse c'è tempo, sì,
per ritrovare l'odore.
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Questi squarci di luce
che arrivano improvvisi
attraversano le strisce pedonali
i marciapiedi rotti
così si consumano le ore
il registro morbido del vivere
la preghiera e la disperazione.
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POESIA = FRANCO CAMPEGIANI

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"Pinocchio, la storia vera"
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Non nasce di legno il bambino,
nasce di carne e spirito
con occhi che sprizzano
gioia incandescente.
Nel nuovo mondo vorrebbe
soltanto viaggiare il bambino
ma il passaporto gli impone
di scordare la città da cui viene
dove viveva in letizia.
Il babbo vorrebbe farne un fantoccio
da esibire per soldi
nei teatri di strada,
ma fugge il bambino
e impara a mentire,
gli cresce un naso lunghissimo
con orecchie asinine,
preferisce le amicizie cattive
alla fata turchina
e sbaglia ogni mossa,
diviene eversivo,
tradisce sé stesso
e finisce anche in prigione il bambino,
lui ch'era nato di sangue e spirito
con un amore profondo nel cuore.
Alla fine Geppetto lo inchioda
agli schemi ai doveri
e i sensi di colpa gli spolpano il cuore,
gli divorano tutta la carne che ha.
E diviene di legno il bambino.
*****
"Il silenzio e le parole"
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Le parole che vengono dal silenzio
sono scarne e vive e vere,
poi si affastellano, si fanno
fuochi d'artificio, giuochi di prestigio,
pleonasmi ridondanti, pingui tautologie.
La lingua che sorge dal silenzio
è magma incandescente,
guizzo di sangue e spirito, poesia.
Poi si fa chiacchiera e fatuo virtuosismo,
narcisistico delirio autoreferenziale.
Babelico nonsense e nebbia ipnotica,
esca apocalittica, polveriera minacciosa.
Le parole vere nominano
per la prima volta il mondo, sgorgano
da sconosciute sorgenti universali.
Nascano dunque le parole dal silenzio
o sarà il silenzio a imporre
la sua legge alle parole.
*****
"Mi hai trovato infine"

Mi hai trovato infine
in fondo ai silenzi.
Ero torre solitaria
lungo i litorali deserti,
bastione eretto a difesa del nulla
contro l'assalto delle onde e dei venti.
Hai spalancato ogni uscio
entrando con l'uragano
del tuo sorriso d'argento,
delle tue mattine di spuma.
Hai riempito ogni stanza
con i voli bianconeri
delle tue ali d'angelo,
con quella tua gioia
onesta e incontenibile
che vola sul mare
nei chiari di luna e si fonde
con i sobri colori delle aurore.
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FRANCO CAMPEGIANI

domenica 3 maggio 2026

INTERVENTO = ANTONINO CONTILIANO

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"Sentieri intrecciati e ininterrotti: scienza e poesia"
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Nel panorama contemporaneo del sapere, i confini tradizionalmente eretti tra poesia e scienza appaiono sempre più porosi, se non del tutto dissolti. In apparenza, sono due universi distanti: l’uno votato alla misurazione oggettiva del reale, l’altro all’espressione soggettivo-semantizzante dell’animo umano. Eppure, entrambe le discipline, nel tentativo di esprimere l’infinita processualità del divenire e di conoscere la pluralità complessa del mondo, hanno dovuto abbandonare le certezze granitiche del pensiero classico, fondato sull’armonia e sulla logica bivalente. Su questi nuovi sentieri, poesia, filosofia e scienza si incontrano e si scontrano, utilizzando logiche che potremmo definire comuni-diverse, dove la malinconia di ogni realizzazione alimenta la nostalgia per ciò che non è ancora, ma potrebbe essere. Per inciso, i nostri sentieri ininterrotti, diversamente dagli “interrotti” heideggeriani, non sono quelli che cercano la lingua dell’origine, del dio che ci può salvare, del poeta chiuso nella sua solitudine. Un punto di convergenza cruciale per comprendere questa nuova razionalità paradossale risiede in un’analogia strutturale profonda tra due concetti apparentemente distanti: l’effetto farfalla, cuore pulsante delle scienze della complessità, e la levis immutatio, una figura retorica sottile ma potentissima. Questi due strumenti, se osservati da vicino, permettono di mettere in relazione la scrittura poetica e quella scientifico-matematica, rivelando un segreto condiviso: una minima variazione nelle condizioni iniziali di un sistema, sia esso naturale o linguistico, può generare universi di significato imprevedibili, plurali e in continua trasformazione.
La scienza contemporanea, specialmente attraverso la teoria del caos e la fisica quantistica, ha inflitto un colpo durissimo ai capisaldi della logica classica, introducendo concetti come indeterminazione e, sorprendentemente, la necessità della metafora. Negli anni Settanta del Novecento, studiosi come David Ruelle e Floris Takens, intenti a studiare i fenomeni della turbolenza, intuirono l’esistenza di particolari configurazioni, chiamate attrattori strani, basandosi su puri ragionamenti congetturali. Questo quid bizzarro fu visualizzato da Edward Lorenz nelle traiettorie a spirale, altamente instabili, del suo modello meteorologico: un sistema deterministico che, assumendo la forma di una farfalla con le ali spiegate, dimostrava come la minima variazione in un punto potesse portare a conseguenze globali enormi e imprevedibili. L’effetto farfalla, con la sua potenza iconica, dimostra che l’instabilità rende impossibile una predizione determinata a lungo termine, pur non escludendo la determinabilità locale degli eventi. È qui che entrano in gioco i numeri di Lyapunov, veri e propri strumenti di misura di questa “retorica del caos”. Questi esponenti forniscono un modo per quantificare gli effetti conflittuali dello stiramento e del piegamento nello spazio delle fasi, mostrando come alcuni sistemi possano creare disordine in una direzione, restando ordinati in un’altra. La razionalità, insomma, ha cambiato look, facendo trasparire le sue origini irrazionali: non siamo più di fronte a una logica che esclude, ma a una nuova razionalità paradossale, capace di coniugare simultaneamente gli opposti, il determinismo e l’imprevedibilità. Oggi non c’è procedere scientifico che faccia a meno delle metafore: Robert May parla del serpente dell’erba matematica (le oscillazioni nella dinamica della crescita o decrescita di una popolazione), Mitchell Feigenbaum del polimero del diavolo, la frattalizzazione degli attrattori strani delle scienze del caos (l’iterazione di un motivo geometrico ripetuto su scale sempre più piccole …infinitamente). La scienza, come la poesia, accetta che le proposizioni possano rimanere vere ma al contempo suscettibili di infinite interpretazioni, rendendo il divenire dell’essere un testo infinitamente aperto. La fisica del caos quantistico mette in crisi la validità universale della legge classica, e la misura dello spin di un elettrone non risponde più a previsioni certe. La scienza scopre la sua anima narrativa.
Parallelamente al laboratorio dello scienziato, il laboratorio del poeta ricorre a linguaggi e logiche non riducibili alla certezza del significato univoco. Tra gli strumenti più raffinati del suo sapere vi è la dialettica retorica, e in particolare la levis immutatio, che possiamo a buon diritto definire l’effetto farfalla della poesia. Essa produce gli stessi effetti vaganti quando modifica, anche di un soffio, una variabile testuale. È una figura che, alterando la struttura di un singolo elemento linguistico (un suono, una lettera, una pausa), pone il problema di una ricomposizione totale degli elementi e di una risemantizzazione della forma. Modificando il ritmo o il timbro, la chiave retorica apre le nuove possibilità di vita contenute nella miscela del testo e del tempo, un tempo non cronologico ma kairós, istante opportuno e creativo. Un esempio emblematico, solo per ricordare un caso celebre, è il virtuosismo barocco del gesuita Athanasius Kircher: “Tibi vero gratias agam quo clamore? Amore more ore re” (Evidente, qui, è il fatto che le parole amore, costume, bocca e cosa sono il risultato di una sottrazione sillabica cui è sottoposta il simbolo “clamore”). La frase così si sgretola e si ricompone in un gioco di specchi fonici che moltiplica all’infinito le possibili fonti e modalità della gratitudine. Ma è forse nella letteratura moderna che l’uso di questa “tecnologia” diventa più evidente. Basti pensare alle alterazioni logico-linguistiche nell’Ulisse di James Joyce. Nel capitolo I mangiatori di loto, un personaggio usa la parola word (parola) per dire “ragazzaccio”, in luogo di world (mondo), perché quell’altro mondo, quello reale e forse volgare, non le piace. L’intervento gioca sull’omofonia e l’allitterazione: le parole, facendosi soglia e confine, generano la dissolvenza dei significati che si associano, si scambiano e creano nuove reti semantiche. Una leggera manomissione del testo, una levis immutatio, provoca una dissociazione e una riassociazione rimescolatrice dei termini. Come nelle litografie di Escher o nelle immagini frattali, la configurazione che si modifica conserva e diversifica al contempo l’identità e la differenza delle figure. Lo spazio delle fasi del linguaggio, per usare un termine scientifico, diventa il luogo dinamico dove la parola porta al punto critico di rottura la “danza dei sensi”, generando mondi pieni di instabilità poietica, ma egualmente densi di senso plurale. Il tempo, in questa prospettiva, non è più una sequenza di atomi fissi, ma un tempuscolo di transizione, un flusso continuo.
Se la levis immutatio e l’effetto farfalla sono due facce della stessa medaglia, la loro convergenza implica il superamento della logica classica del terzo escluso, secondo cui una proposizione è o vera o falsa, a favore di una logica del tertium datur, del terzo incluso. Un testo, come un sistema complesso, non è mai una somma di parti, bensì un ologramma dinamico, una struttura di elementi che s’intersecano vicendevolmente creando universi incrociati. La non prevedibilità perfetta non esclude la determinabilità locale: il mondo del caos e quello della poesia coniugano l’ordinato e il disordinato non come opposti dialettici in lotta, ma come relazioni interattive e circolari. La complessità di una struttura artistica è direttamente proporzionale alla complessità dell’informazione trasmessa. Il linguaggio poetico, grazie alla sua plasticità, permette di veicolare un volume d’informazione e di emozioni impossibile per il linguaggio comune. È necessario, quindi, pensare insieme l’identità e la differenza, mantenendo la loro opposizione irresolubile come motore di senso. Questo nuovo sapere richiede un terzo oggetto composito, che partecipi sia dell’ordine solido che del disordine fluido: questo oggetto è il textum, il tessuto del testo, recuperato dalla poesia e dalla sua logica, diventando luogo di una testualità unitaria dove lo scienziato può essere poeta e il poeta scienziato.
All’orizzonte di questa rivoluzione di paradigma non c’è solo una nuova estetica, ma anche un profondo impegno etico-politico. Se il mondo è un sistema complesso in cui una piccola variazione può innescare grandi trasformazioni, allora la parola poetica, con le sue leves immutationes, si carica di una responsabilità inaudita. Il linguaggio poetico diventa un esercizio etico e pratico, un promemoria che gli itinerari della conoscenza non sono mai conclusi, ma si fanno camminando. La hybris della poesia, la sua “tracotanza”, diventa la forza della trasformazione, della ribellione e dell’interrogazione ironica che scatena le contraddizioni del reale. I testi di poesia sono pratica significante e conflittualità antagonista, un portare insieme voci diverse contro lo stato di cose esistenti. In un’epoca di nuove povertà indotte e di modelli teleologico-capitalistici che vorrebbero una storia unidirezionale, la poesia deve porsi come una mina vagante, capace di portare alla deriva i sensi usurati della temporalità. Facendosi luogo del transito permanente della contraddizione, la poesia frantuma l’universalità ideologica del pensiero unico per dare spazio alla phrónesis, al saper decidere e agire il comune. È testimonianza di una praxis della parola che, progettando un mondo diverso, dice che è possibile un’azione dei sogni e delle utopie. Il poeta si fa custode-custodito di un’utopia possibile, quella di mondi e rapporti senza dominio, fondati sulla logica del terzo incluso e sull’etica della contingenza. Attraverso le alterazioni semantiche, operate dalla sua tecnologia, la poesia dimostra, in laboratorio e nella vita, che piccole variazioni nel linguaggio possono innescare grandi trasformazioni nella coscienza e nelle abitudini comportamentali disponibili. Proprio come il battito d’ali di una farfalla può scatenare una tempesta dall’altra parte del mondo, così un verso, una parola, una pausa, possono incrinare l’ordine costituito delle cose, aprendo squarci di bellezza delirante e possibilità inedite. La vita è un esodo permanente, e la poesia ne è la bussola più fragile e potente, capace di navigare nel caos per tracciare rotte imprevedibili verso le possibilità d’essere.
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Antonino Contiliano
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Marsala, 6 marzo, 2026

POESIA = ORIETTA MOSCHITTI CHISARI

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“ Specchio delle nostre brame”
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Chiedimi se è mia la chiglia
che ha squarciato il fondo
e se sepolte nei solchi di fanghiglia
stanno in stracci le fole d'un facondo.
Di rimando farò di me il tuo specchio,
specchio delle tue brame
vissute, arse, gettate dentro un secchio
domando la regina e il suo reame.
Mira a pelo d'acqua l’ardire tuo involuto
e quel volto acerbo tuttora mai cresciuto,
chiedi a lui il senso dell’andare, tornare,
dire tacendo, tacere dicendo,
e quel restare senza saper restare.
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“Il nome delle cose”
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Avrei voluto dare un nome
a quell’aura dal colore bruno, a quella voce acidula d’agrume,
a quei silenzi affogati di parole,
al cuore fievole nutrito di digiuno.
A fianco mi camminava il gelo,
sulla pelle d’agosto sotto il sole
o in autunno quando s'abbruna il
cielo.
Di questo enigma tu avresti trovato
il centro,
dalla circonferenza attraversando il raggio,
e lì, ferma avresti scolpito il nome.
Ma qui non sei Madre e dunque ti subentro,
vago nel cerchio senza un ancoraggio,
affondo, riemergo, inciampo nel suo nome.
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“Meringhe”
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Tintinna nel piatto l’amabile forchetta,
è silenzio lapidario quel tuo sguardo
e trafittura della dura madre,
uno schizzo rosso sulla camicetta,
dunque l'amore non è che folle azzardo.
Ma dove andranno le parole meringate
mutate in ombre come tante ladre?
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ORIETTA MOSCHITTI CHISARI

POESIA = CINZIA PANUCCIO

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"MEDITERRANEO"
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Lungo le coste color dell’oro,
tra bergamotti e cedri
tracce di viaggiatori erranti,
rincorrono leggende e miti
senza tempo,
gitani in un mondo sconosciuto.
In mezzo alla tempesta,
pezzi di legno,
danzano tra le maree.
Sono i resti dei barconi
agitati da acque impetuose,
tra corpi che non hanno nome
e volti che raccontano storie.
Sono le tratte percorse
da gente disperata,
anime innocenti,
come opere d’arte
trafugate come merci.
Li vedi fluttuare inermi,
tra lunghe estati e gelidi inverni,
in attesa di essere salvati,
affamati, stremati,
sono i nuovi emigrati.
Spesso senza documenti,
sognano nuovi paradisi terrestri
li vedi tendere le mani verso i salvagenti.
Morti viventi, sopra pozzanghere di illusioni,
sogni spezzati, in attesa di chi ti porti sulla riva un fiore.
E fai finta di niente, sordo e cieco difronte alla morte,
da quel dolore che lacera il cuore,
quella pelle trema e gli occhi cercano un bagliore.
Ma all’improvviso un abbraccio ti stringe,
un viso sorride, cela nuove sfide,
una forza motrice ridona la vita
ad un fiore reciso, senza preavviso.
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"IL FIORE D’ORO"
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Attraversi deserti e tempeste di vento,
fragile come un fuscello d’argento,
vestita di mille colori
porti in Italia nuove tradizioni.
Come una dea che rinasce dal mare
allunghi le braccia per farti aiutare
lasci barconi e vite spezzate
la tua casa con bocche affamate.
Arrivi di notte tra onde furiose,
con scarpe rotte e poche cose,
qualche foto, una gonna, un fermaglio carino,
con il sogno di un nuovo destino.
Donna straniera sotto un unico cielo,
non sei diversa sotto altra bandiera,
porti le tue radici e cammini infiniti
ma resti vittima di pregiudizi.
Donna migrante
di questa terra sei parte integrante,
una ricchezza di resilienza
insegni il valore dell’accoglienza.
Cresce il rispetto e la comprensione
per chi arriva da un’altra nazione,
splendidi occhi delicato pallore
arrivi leggiadra dritto al cuore,
diventi il simbolo dell’integrazione.
Abbassi muri, scavalchi confini,
magari solo per lavare dei gradini,
o raccogliere frutta in grandi giardini.
Ma in questo prato così colorato,
cresce un seme quasi fatato,
ha il volto d’oro di chi è abituato
a resistere al tempo cristallizzato,
è il fiore della speranza
donna migrante
hai concluso il tuo viaggio
appassionante.
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"L’amore che uccide."
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Pretende ogni respiro, ogni soffio di vita
vive dentro il tuo cavum come un parassita,
ti attira con false promesse, è una calamita.
Brucia la tua anima nuda, oramai eremita,
dov’è finito il tuo spirito libero, in questa assurda vita.
Speme che mente sulla cattiva sorte,
si compiace spavaldo delle verità distorte,
inutili corse in ospedale tutte le volte
stà zitta o pian piano,
ti riempie di botte,
principessa prigioniera, smarrita dentro la sua torre.
Una tempesta squarcia il cielo,
all’improvviso fiero sferra un pugno a bruciapelo,
troppo nervoso,
mentre si scusa per aver perso il controllo,
con fiori in mano bello come uno sposo.
Un ciclo tossico che ogni volta si fa perdonare
una bomba a tempo che non riesci a disinnescare.
Fragile e leggera come una piuma da spezzare
respiri tremante di paura pensando che
la prossima volta ti potrebbe accoltellare,
e ti inginocchi a suoi piedi,
per farti perdonare.
Ad un tratto cerchi di ribellarti al gaslighting adulatore,
scheggia impazzita
con una forza inaudita,
ma poi lo guardi commossa ed invaghita
mentre non ti accorgi che
pian piano all’inferno sei finita.
Le tue lacrime ataviche sono gocce di vetro
scivolano su un tempo imperfetto dal colore tetro,
su mancati sorrisi ed istanti rubati,
sogni d’amore fugaci oramai accantonati.
Parole nere come la pece
si infiltrano tra le lenzuola in punta di piedi
in un silenzio sfumato fatto di fede.
Lucciole e stelle nella notte buia,
ti amo, ripete sotto la luna
usa una maschera convincente
fatta di mille promesse che valgono un niente.
Pentita, sfinita, tradita, cerchi accecata una via d’uscita
donna fatta di ferro si, ma arrugginita.
Oggi il tempo si è fermato difronte a questo abisso maledetto
uno sparo deciso dritto al cuore
nessun rimorso, nessun errore.
Senza pietà uccisa,
si sgretola così un’eternità breve e sbiadita,
si sgretola così una giovane vita.
*
CINZIA PANUCCIO

POESIA = FRANCA CANAPINI

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1 - "Contadina ucraina"
-
La donna dal fazzoletto in testa
la donna dallo sguardo che buca
la donna sotto la pioggia di morte
che cade ininterrotta dall’olimpo
dei piccoli demoni implacabili
del potere mondiale
Lei, che ieri ha raccolto brandelli di corpi
e aiutato a seppellirli nell’orto
(perché questa è la guerra__________ da sempre)
stamani si avvia ai campi decisa
-
: è ora di seminare patate
**
(7 maggio 2022- guerra Russia-Ucraina)
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2 - "Così pure gli Umani"
-
C’è come una stremata dolcezza
nella gialla Fogliolina di acacia
che ondeggia e precipita lenta
nel silenzio sonnolento dell’aria

Uno sparo-un boato- un rimbombo
:dai tetti e dagli alberi, a perdita
d’occhio, schizzano Uccelli a decine
-
Così pure a quest’ora gli Umani
sotto raffinati ordigni di guerra
*
(Gaza - ottobre 2023)
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3 – "Tututún""
-
Le 7 e mezzo di mattina.
La sbarra scampanella, si abbassa.
Tututún, tututún, tututún
sferraglia il treno del Casentino.
Pioggerella. Foschia dal fosso.
A riccioli sotto la pensilina.
Gente di treno. Gente di bus.
Guardali in faccia. Esistono.
Visi scuri. Ombrelli neri.
In mano i cellulari. Tacciono.
Sono i giovani operai. Esistono.
Operai Indiani. Rumeni. Africani.
Operai Italiani. Uccelli
umidi che smazzano lo stormo.
Scompariranno presto
dentro i capannoni lungo il fosso
nello zaino il pranzo, nella mente
tututún, tututún, tututún
pensieri, progetti, sogni.
***
FRANCA CANAPINI

sabato 2 maggio 2026

POESIA = ASSUNTA FICHERA

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"I"
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Per impervi cammini
in bozzoli di luce
nidi altissimi su alberi straziati
-
non basta la cera di Agata.
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"II"
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Senti questo rumore di foglie?
In quale lingua posso tradurre
forse un fonema?
Mi dici - le foglie non hanno lingua
. -
Seduto su una pietra nera
respira ed è un rumore simile al rumore
delle foglie
col bastone indica una direzione
una retta immaginaria infinita
nella sua regalità sentenzia -
siamo così superflui all'orizzonte
come una mosca, come un insetto.
-
Lo prendo per mano, andiamo a dormire?
*********
"III"
-
Un firmamento di rose
una spina
una fioritura imprevista
una spina
confine alla tua fronte
le cause innegabili dei disperati
le suppliche
il pane e l'acqua
il pane e l'acqua.
** ASSUNTA FICHERA
***
Assunta Fichera (Siracusa 1960), ha compiuto studi artistici ed ha formazione umanistica. Si è occupata di ambiente ed in virtù della sua formazione ha collaborato con studio di architettura, cultrice di fotografia. Ha organizzato letture sceniche e performance poetiche in luoghi aperti e suggestivi, con la convinzione che la Poesia debba uscire dai santuari e dall'accademia per muoversi in campo aperto.