SEGNALAZIONE VOLUMI = EMANUELA DALLA LIBERA
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Emanuela Dalla Libera: “Memorie della pianura” – Ed. Il convivio – 2026 – pag. 64 - € 13,00
Con una scrittura limpida e immediatamente comunicativa, il tessuto poetico si coniuga con la solida tenuta delle illuminazioni, delle folgorazioni, della creatività. Un ricamo che cerca di intrecciare la quotidianità con la sparizione delle figure di un mondo moderno, le illusioni con i marosi della memoria.
Scrive Vincenzo Guarracino in prefazione: “È fin dalle prime pagine di Memorie della pianura di Emanuela Dalla Libera che si percepisce un passo lento, meditativo, come quello di chi stia attraversando un paesaggio antico e familiare e si guardi intorno con religiosa e compunta attenzione, con ancora l’eco dell’“ebbrezza”, del piacevole stordimento, della sua “stagione” poetica più recente. La sua è una voce poetica che non descrive, ascolta, posta com’è qui e altrove all’insegna di un vigile allerta dei sensi che elegge la natura a templum, a teatro della propria esperienza di verità, dove la parola è il tramite di un rito che sollecita forze e presenze ieraticamente attive.”
Le pagine si susseguono senza interruzioni di sorta in un continuo raccontasr/si che avvince per il ritmo incalzante delle figurazioni e delle incisioni partite quasi sempre da sub conscio.
Molte poesie si aprono con una meditazione sulla condizione umana, sospesa tra la gioia e il dolore, tra la luminosità della primavera e il grigiore degli inverni. «Nessuna vita è mai fuori della gioia / e del dolore»: affermazione che assume il valore di una verità universale, quasi un principio esistenziale al quale ogni essere umano è sottoposto. La vita non può sottrarsi all’alternanza delle stagioni, ai mutamenti della fortuna, alla presenza e all’assenza, alla felicità e alla sofferenza. Da questa consapevolezza nasce il desiderio di tornare ai giorni trascorsi, di recuperare quell’ebbrezza della vita e dell’amore che il tempo ha lentamente sottratto. Il verbo «ritornare», ripetuto in momenti decisivi, esprime una nostalgia che non è semplice rimpianto, ma vera e propria tensione verso una possibile riconquista. Il passato viene evocato attraverso sensazioni concrete: il fuoco sulle labbra, la frenesia delle estati, i sentieri erbosi e solitari, il vento tra i canneti, il canto del cuculo ridesto a primavera. La memoria non si limita a conservare gli eventi: li riaccende, restituendo loro una presenza sensibile, quasi tattile e sonora.
Il tema dell’assenza si manifesta con particolare intensità nei versi dedicati alle mani strette e negate dal tempo. La stretta delle mani è un gesto semplice, ma racchiude il calore dell’incontro, la complicità, la promessa dell’amore. Il tempo, tuttavia, ha separato quei corpi e quelle presenze, lasciando il desiderio di «accorciare lo spazio tra noi». È uno spazio che non è soltanto geografico: è la distanza prodotta dalla perdita, dalla lontananza affettiva, dalla consapevolezza che alcuni incontri non possono più ripetersi.
La poetessa non si arresta alla malinconia. Il movimento del ricordo si trasforma in una ricerca di futuro. Il «faticoso andare» dell’uomo può ancora aprirsi a «un orizzonte di promesse inaspettate», a scorci limpidi su un’erba appena germinata.
Oscillazione continua tra memoria e desiderio, tra ciò che è perduto e ciò che ancora può nascere è così un gesto di resistenza al tempo: se non è possibile ritornare realmente ai giorni felici, è possibile almeno conservarne la fiamma nella parola, trasformando l’assenza in canto e il dolore in una nuova promessa di luce.
Emanuela Dalla Libera realizza nei suoi versi una costruzione lirica ampia e meditativa, sostenuta da una forte continuità tematica. Il lessico naturale — primavera, inverni, estati, vento, canneti, erba germinata, sole — non svolge una funzione meramente descrittiva, ma si configura come una vera grammatica simbolica dell’esistenza. Le stagioni diventano figure del tempo umano, mentre la natura offre il modello di un rinnovamento che l’uomo desidera e insieme teme di non poter raggiungere. Sul piano formale, l’ampiezza dei periodi e la prevalenza dell’endecasillabo e di misure prossime all’endecasillabo conferiscono un andamento discorsivo e musicale. La sintassi distesa accompagna la meditazione, anche se in alcuni passaggi l’accumulo di immagini e di aspirazioni rischia di attenuare la tensione poetica, rendendo il dettato più dichiarativo che evocativo.
“così lontani gli anni e le stagioni /e gli astri che sopra vi avevano/ nidificato coi loro balenii”, “che avesse fine / ogni guerra e tornasse primavera / sugli alberi feriti dalla galaverna”, “Enormi si facevano /le notti, giorni lenti a passare / sul filo dell’attesa, che ritornasse / la vita nel suo alveo”, “Nessuno è tornato nel giardino triste, / l’amore, mai nato, si è dissolto, / nessuna anima è rimasta tra l’erba marcia / e le ortensie soffocate dal gelo.”
Con incisioni del dubbio o di un malcelato risentimento si offrono le frasi che riaccendono sentimenti.
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ANTONIO SPAGNUOLO








