SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO BOLLA
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Giorgio Bolla: “Dove sei” – Book Editore 2026 – pag, 86 - € 16,00
La poesia nasce spesso da una necessità profonda dell’inconscio di rompere gli argini del silenzio, di liberare ciò che il pensiero custodisce nelle sue pieghe più segrete e che la memoria trattiene sotto la cenere del tempo. È un’esplosione improvvisa, talvolta inattesa, nella quale immagini, emozioni, desideri e ricordi affiorano alla coscienza senza seguire un ordine prestabilito. Il poeta si trova così a esplorare territori interiori che non sempre conosce, guidato da una voce sotterranea che reclama ascolto e pretende di trasformare l’indefinito in rivelazione.
E l’irruzione dell’inconscio non basta: occorre la ricerca della sillaba, quell’arduo lavoro di selezione e di scavo attraverso il quale il tumulto interiore acquista forma, ritmo e significato. Ogni vocabolo diventa uno strumento per amalgamare i sentimenti, avvicinare le contraddizioni, ricomporre le fratture dell’esperienza e dare consistenza a ciò che sembrava inafferrabile. Non si limita a descrivere un’emozione: la interroga, la trasforma, la rende comunicabile, preservandone tuttavia il mistero originario.
“Ma questo poemetto di Bolla – scrive l’indimenticabile Plinio Perilli nella prefazione - ha una sua profusione, dedizione in più, tra anima e poesia. Non è solo l’affetto, a dettare a Giorgio quei suoi versi così teneri, avvolgenti; ma è proprio una squisita dose di mistero, quasi un pertugio inconscio, a suggerirgli un canto che è insieme raziocinio e melanconia.”
Molti versi di questa silloge si tessono con il filo del detto e del non detto, del sussurrato e del declamato, del velo incognito e della fulminazione inaspettata. Forse colloqui con l’altro, con figure immaginarie, con specchi che frantumano visioni, con delicati strofinii del gatto, per meriggi e notti immerso nel tepore dell’amore.
Il ritmo si configura come una meditazione sull’incontro amoroso, concepito non soltanto come esperienza dei corpi, ma come transito verso una dimensione più profonda dell’esistenza. L’ «Abbiamo scelto un meriggio», introduce una precisa collocazione temporale, quasi una decisione rituale condivisa: il meriggio, con la sua luce intensa e la sua sospensione, diventa il luogo simbolico nel quale due presenze si preparano a oltrepassare i confini della quotidianità. Il termine «transito» suggerisce un passaggio, forse una trasformazione interiore, nel quale lo sguardo dell’altro si posa sulla carne e la corporeità diviene il primo strumento di conoscenza reciproca.
Particolarmente significativa, più oltre, è l’espressione «impazzirà la tua entropia»: un vocabolo scientifico, riferito al disordine e alla trasformazione dei sistemi, viene trasferito nell’ambito della passione, evocando lo sconvolgimento che l’incontro produce nell’equilibrio individuale. L’amore altera le coordinate consuete, incrina l’ordine razionale e apre un varco verso una percezione nuova del tempo e del sentimento, una discesa nell’intimità più segreta, dove il cammino di due soggetti non procede più verso una meta esterna, ma penetra nel significato stesso della loro unione. Molte sono le immagini di Giorgio Bolla che ricamano una delicata malinconica, perché restituiscono all’amore la sua natura effimera, sospesa tra desiderio di permanenza e consapevolezza della precarietà. Gli «spiragli di freddo» e i «sassi grigi» introducono una materia aspra, quasi un paesaggio interiore nel quale la tenerezza deve misurarsi con l’assenza, la solitudine e il limite. Eppure, proprio in questo scenario, gli amanti trovano «slarghi / di presenza» — spazi nei quali la vicinanza può manifestarsi e sottrarre, almeno per qualche istante, la vita alla dispersione. Attraverso un lessico composito, nel quale termini astratti e scientifici convivono con immagini corporee e paesaggi minerali si realizza la sua originalità, la quale risiede soprattutto nel tentativo di tradurre l’intensità amorosa in una dinamica di disordine, discesa e provvisoria ricomposizione.
Il poeta si svela come una confessione intima, nella quale la parola nasce proprio dalla difficoltà di esprimersi e dall’incertezza del vivere. L’interrogativo, «Perché devo dire / se non ho da dire», mette in discussione la necessità stessa della comunicazione: parlare non è un obbligo, soprattutto quando il pensiero non riesce a tradurre in parole ciò che si agita nell’interiorità. La vita, tuttavia, deve accadere, procedere secondo un movimento che non sempre dipende dalla volontà individuale. Da qui emerge la domanda sulla fine, accompagnata dalla percezione di essere niente, di smarrirsi in una dimensione esistenziale nella quale anche la propria identità sembra perdere consistenza.
Un interrogativo che corrode forse tutti noi mortali, sospesi come siamo tra una realtà quotidiana che compone ed un’attesa subdola del nulla che seguirà.
Testi, quasi sempre molto brevi, delineano un paesaggio suggestivo, fatto di percorsi tortuosi, colori e immagini naturali che sembrano promettere un approdo, senza tuttavia consentirlo. L’aria appena respirata richiama la precarietà dell’esistenza, mentre gli incontri che si susseguono suggeriscono la frammentarietà dei rapporti umani: si passa da una presenza all’altra senza riuscire necessariamente a raggiungere una vera comunione. L’amore appare così non come una certezza acquisita, ma come una possibilità ancora da conquistare, esposta all’incertezza del tempo e alla difficoltà di superare la propria solitudine.
Nella tensione tra desiderio e rinuncia, tra il bisogno di comunicare e l’impossibilità di dare forma compiuta ai sentimenti il linguaggio di Bolla diviene essenziale e interrogativo, accompagna un pensiero che procede per esitazioni, mentre le immagini introducono una dimensione lirica molte volte allusiva, ma sempre ricche di un bagaglio culturale di notevole struttura.
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ANTONIO SPAGNUOLO







