lunedì 2 novembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIANNA IANNARONE

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Marianna Iannarone: “D’amore e d’altra specie” Ed. GPM – 2026 – pag. 64 - € 6,99
Una nutrita scheda biobibliografica in appendice mostra il viaggio attraverso gli anni per un bagaglio culturale di notevole spessore ed una ricognizione coloratissima di riconoscimenti raccolti in varie esperienze. Poesia senza confini che coincide luminosamente con i luoghi della memoria e l’ansia policromatica dell’interrogazione e della scoperta che ruota intorno alla parola.
“Intrattenimento virale scrollo l’inutilità totale:/ l’ultimo fenomeno senza né arte e né parte –/ che per stare informati vale la pena restare sul pezzo/ ma da un pezzo non c’è più contegno –“ sussurra la poetessa a conclusione di queste sue pagine, quasi a giustificare il dubbio che nasce in chi si abbandona alla scrittura poetica. Ma: “L’arte dell’arrangiarsi/ è un affresco di pane e cipolle/ una celebrazione al dono/ quando la creatività si ispira al vero.”
La scrittura nelle prime composizioni si sviluppa come una riflessione amara e dolente sulla condizione dell'umanità, continuamente sospesa tra il desiderio di pace e il ripetersi inesorabile della violenza. L'immagine iniziale, «Dietro l’angolo l’indaco del cielo», introduce una dimensione cromatica di grande suggestione: il blu profondo, assimilato alla vastità del mare, non è tuttavia un colore di serenità, ma sembra appesantito dal dolore dei «cuori infranti sugli scogli». La natura diventa così lo specchio di una sofferenza collettiva, mentre la significativa affermazione «lì Dio sembra essere arrivato tardi» esprime lo smarrimento di fronte alle tragedie, quasi che persino la dimensione divina non riesca a intervenire tempestivamente per salvare l'uomo dalla propria crudeltà.
Il discorso poetico si allarga progressivamente, passando dalla percezione individuale a una denuncia universale. La mancanza di pace viene indicata come una condizione incompatibile con la sopravvivenza stessa, mentre l'assenza di ponti tra i popoli diventa metafora di incomunicabilità, separazione e odio. A questa immagine negativa si contrappone una possibilità di riscatto: «ma con la musica fanno l'amore». È forse il passaggio più luminoso del componimento, perché affida all'arte e alla sensibilità il compito di ricostruire un'intesa che la politica, le divisioni e le guerre sembrano avere distrutto.
Marianna Iannarone possiede una forte tensione etica e civile, sostenuta da immagini evocative e da un linguaggio che alterna suggestione lirica e dichiarazione polemica. Qualche passaggio, soprattutto quello relativo alla fame e alla sollecitudine, presenta una costruzione semantica che contribuisce a restituire il disordine di un mondo nel quale persino le parole della solidarietà sembrano aver perduto la loro efficacia.
Ancora più avanti una denuncia drammatica della perdita di coscienza dinanzi alla violenza, alla guerra e alla progressiva assuefazione dell'umanità all'orrore. L'apostrofe «Ripugnanza sei l’esplosione della desolazione isterica», attribuisce a un sentimento una dimensione quasi fisica, capace di sconvolgere i volti, deformare le coscienze e trasformare il pianto in una manifestazione collettiva di disperazione. La morte che si consuma sulla strada diventa il simbolo di un'esistenza travolta dalla brutalità, mentre l'immagine del carrarmato che «trapassi la vita» restituisce con crudezza l'irruzione della guerra nella quotidianità degli uomini.
La «macchia assassina, croce e bandiera» introduce una significativa contaminazione di simboli religiosi e identitari, trasformati in emblemi di sopraffazione e di sangue. Il mondo evocato è ormai «privato di coscienza»: gli uomini assistono alla tragedia, si scompongono interiormente, ma non rivendicano, non reagiscono, non interrompono il meccanismo della violenza. L'immagine conclusiva, «lasci un fiore piuttosto che un cuore battere», racchiude tutta la desolazione del componimento: il fiore diventa un gesto rituale di commemorazione, ma non restituisce la vita né sostituisce la necessità di una ribellione morale. Finché ogni angolo continuerà a bruciare, la pietà rischierà di rimanere soltanto un omaggio ai morti, anziché trasformarsi in una forza capace di salvare i vivi. Ne emerge una poesia di denuncia, nella quale la vera colpa non è soltanto la violenza esercitata, ma anche l'indifferenza di chi ha imparato a considerarla inevitabile.
Suggerisce con enfasi: “L’amore è una carezza che produce poesia/ una certezza che accompagna la vita”. Forse per addolcire con garbo e fermezza di penna i timori e le sospensioni che ci attanagliano nella quotidianità.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 30 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Argine”
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C’è un grande prato verde nella mia memoria,
immenso, fermo al conteggio del polso,
mentre il tuo nudo torna umido tra foglie.
Nel sapore dell’erba frugo ancora attimi ulcerati,
timoroso di scoprire realmente passaggi dissolti,
ombre divise in morbide escursioni,
rapide tenerezze, sospese ad un ramo troppo carico.
La parola, allora, è groviglio della fuga,
una forma di spugna, confusa alle risposte impreviste,
che si affligge di istanti condivisi
alla brina, agganciata alle tempie.
Immutabile e stanco rimane soltanto quel silenzio
che divide l’argine incosciente.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 28 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO BOLLA

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Giorgio Bolla: “Dove sei” – Book Editore 2026 – pag, 86 - € 16,00
La poesia nasce spesso da una necessità profonda dell’inconscio di rompere gli argini del silenzio, di liberare ciò che il pensiero custodisce nelle sue pieghe più segrete e che la memoria trattiene sotto la cenere del tempo. È un’esplosione improvvisa, talvolta inattesa, nella quale immagini, emozioni, desideri e ricordi affiorano alla coscienza senza seguire un ordine prestabilito. Il poeta si trova così a esplorare territori interiori che non sempre conosce, guidato da una voce sotterranea che reclama ascolto e pretende di trasformare l’indefinito in rivelazione.
E l’irruzione dell’inconscio non basta: occorre la ricerca della sillaba, quell’arduo lavoro di selezione e di scavo attraverso il quale il tumulto interiore acquista forma, ritmo e significato. Ogni vocabolo diventa uno strumento per amalgamare i sentimenti, avvicinare le contraddizioni, ricomporre le fratture dell’esperienza e dare consistenza a ciò che sembrava inafferrabile. Non si limita a descrivere un’emozione: la interroga, la trasforma, la rende comunicabile, preservandone tuttavia il mistero originario.
“Ma questo poemetto di Bolla – scrive l’indimenticabile Plinio Perilli nella prefazione - ha una sua profusione, dedizione in più, tra anima e poesia. Non è solo l’affetto, a dettare a Giorgio quei suoi versi così teneri, avvolgenti; ma è proprio una squisita dose di mistero, quasi un pertugio inconscio, a suggerirgli un canto che è insieme raziocinio e melanconia.”
Molti versi di questa silloge si tessono con il filo del detto e del non detto, del sussurrato e del declamato, del velo incognito e della fulminazione inaspettata. Forse colloqui con l’altro, con figure immaginarie, con specchi che frantumano visioni, con delicati strofinii del gatto, per meriggi e notti immerso nel tepore dell’amore.
Il ritmo si configura come una meditazione sull’incontro amoroso, concepito non soltanto come esperienza dei corpi, ma come transito verso una dimensione più profonda dell’esistenza. L’ «Abbiamo scelto un meriggio», introduce una precisa collocazione temporale, quasi una decisione rituale condivisa: il meriggio, con la sua luce intensa e la sua sospensione, diventa il luogo simbolico nel quale due presenze si preparano a oltrepassare i confini della quotidianità. Il termine «transito» suggerisce un passaggio, forse una trasformazione interiore, nel quale lo sguardo dell’altro si posa sulla carne e la corporeità diviene il primo strumento di conoscenza reciproca.
Particolarmente significativa, più oltre, è l’espressione «impazzirà la tua entropia»: un vocabolo scientifico, riferito al disordine e alla trasformazione dei sistemi, viene trasferito nell’ambito della passione, evocando lo sconvolgimento che l’incontro produce nell’equilibrio individuale. L’amore altera le coordinate consuete, incrina l’ordine razionale e apre un varco verso una percezione nuova del tempo e del sentimento, una discesa nell’intimità più segreta, dove il cammino di due soggetti non procede più verso una meta esterna, ma penetra nel significato stesso della loro unione. Molte sono le immagini di Giorgio Bolla che ricamano una delicata malinconica, perché restituiscono all’amore la sua natura effimera, sospesa tra desiderio di permanenza e consapevolezza della precarietà. Gli «spiragli di freddo» e i «sassi grigi» introducono una materia aspra, quasi un paesaggio interiore nel quale la tenerezza deve misurarsi con l’assenza, la solitudine e il limite. Eppure, proprio in questo scenario, gli amanti trovano «slarghi / di presenza» — spazi nei quali la vicinanza può manifestarsi e sottrarre, almeno per qualche istante, la vita alla dispersione. Attraverso un lessico composito, nel quale termini astratti e scientifici convivono con immagini corporee e paesaggi minerali si realizza la sua originalità, la quale risiede soprattutto nel tentativo di tradurre l’intensità amorosa in una dinamica di disordine, discesa e provvisoria ricomposizione.
Il poeta si svela come una confessione intima, nella quale la parola nasce proprio dalla difficoltà di esprimersi e dall’incertezza del vivere. L’interrogativo, «Perché devo dire / se non ho da dire», mette in discussione la necessità stessa della comunicazione: parlare non è un obbligo, soprattutto quando il pensiero non riesce a tradurre in parole ciò che si agita nell’interiorità. La vita, tuttavia, deve accadere, procedere secondo un movimento che non sempre dipende dalla volontà individuale. Da qui emerge la domanda sulla fine, accompagnata dalla percezione di essere niente, di smarrirsi in una dimensione esistenziale nella quale anche la propria identità sembra perdere consistenza.
Un interrogativo che corrode forse tutti noi mortali, sospesi come siamo tra una realtà quotidiana che compone ed un’attesa subdola del nulla che seguirà.
Testi, quasi sempre molto brevi, delineano un paesaggio suggestivo, fatto di percorsi tortuosi, colori e immagini naturali che sembrano promettere un approdo, senza tuttavia consentirlo. L’aria appena respirata richiama la precarietà dell’esistenza, mentre gli incontri che si susseguono suggeriscono la frammentarietà dei rapporti umani: si passa da una presenza all’altra senza riuscire necessariamente a raggiungere una vera comunione. L’amore appare così non come una certezza acquisita, ma come una possibilità ancora da conquistare, esposta all’incertezza del tempo e alla difficoltà di superare la propria solitudine.
Nella tensione tra desiderio e rinuncia, tra il bisogno di comunicare e l’impossibilità di dare forma compiuta ai sentimenti il linguaggio di Bolla diviene essenziale e interrogativo, accompagna un pensiero che procede per esitazioni, mentre le immagini introducono una dimensione lirica molte volte allusiva, ma sempre ricche di un bagaglio culturale di notevole struttura.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 27 ottobre 2026

POESIA = LORENZO BERTONI

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" I "
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Ti hanno presa
al gioco del nascondino
una pacca sulla spalla è bastata
a farti grondare di latte.
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Aspetta!
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Vedrai che uscirà
di nuovo la giostra -
vincolo santo.
-
Guardami
mentre sollevo al cielo
questo animale da colosseo.
*****
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" II "
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Lì ho visto una festa
sempre controluce i commensali
servivano uova di pavone.
-
Incravattati con la piuma in testa
dissero ti aspettiamo
nessuno a capotavola
mangiammo e bevemmo senza parlare.
-
Capii quando vidi
un giovane in costume
ti stavamo aspettando, si è aggiunta una sedia
(dissero in coro)
le uova sono ancora calde.
*****
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" III "
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Ho sempre paura
che i corvi mi tocchino gli occhi
e svegliarmi
sotto distese di piedi.
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La notte sogno l'incendio
e penso di essere io
anche i fornelli
li controllo sempre.
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Questa pausa
dall’errore non risponde
del presente scappare
dalla morte, il disturbo post-traumatico
la paura del ritorno.
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LORENZO BERTONI

lunedì 26 ottobre 2026

POETI DA RICORDARE = GIANNINO DI LIETO

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PER “OPERE” DI GIANNINO DI LIETO (Interlinea edizioni- 2010)
Teste Giambattista Vico, “della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”: luminosa risposta a un Innominato Scrittore “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, al punto da confessare di ignorarne una poesia solo perché “non la capiva”. Chi di ciò doverosamente, ancorché scandalizzandosene, si lagna (tra gli “Appunti” XIII e XV, in Opere, pp.315-16) è l’autore di quella poesia “ignorata e incompresa” perché oscura, filosofica e strutturalmente e linguisticamente meticcia, ossia Giannino Di Lieto (1930 –2006), un poeta pur ben apprezzato da critici autorevoli (da Stefano Lanuzza, a Gilberto Finzi, ad Alberto Cappi, a Maurizio Perugi, a Luigi Fontanella e soprattutto Giorgio Barberi Squarotti), che sul suo “ostico” sperimentalismo “logicamente oscuro” eppure “limpido”, sulla sua “ricerca di forme nuove”, hanno espresso giudizi motivati e convincenti.
A seguirne il percorso dalle Opere, testé raccolte e pubblicate – dalle iniziali «Poesie» (1969) all’ultimo «Breviario inutile» (2003) – presso Interlinea Edizioni (2010), si ha la conferma di una personalità d’eccezione, coerente nella linearità della sua ricerca espressiva, sviluppatasi dall’ungarettismo della prima fase agli esiti heideggerianamente filosofici degli approdi, capaci di mescolare suggestioni dadaiste e surrealiste, su una solida base di “classicità”, persistente anche se continuamente trasgredita. È in questa strana mescolanza di classicità e trasgressione che, tra “esorcismi e sortilegi (letterari)” e visivi, consiste, non solo a mio parere, la cifra più singolare di Giannino Di Lieto: nella capacità di intrecciare spregiudicatamente, strutture e lacerti espressivi diversi, con citazioni in latino e in volgare delle origini come segnali dell’aspirazione al sublime, attraversando e superando senza imbarazzo ermetismo e postermetismo in direzione della neoavanguardia intesa come stile e come etica piuttosto che come modulo, praticando insomma uno sperimentalismo costante in opposizione ai consueti moduli linguistici, con gli strumenti più consoni, perfino quelli visivi, giocando ma seriamente anche con colori e segni, senza mai impanarsi “nel gorgo della sperimentazione fine a se stessa”, come dimostra Ottavio Rossani in un suo luminoso contributo critico: per “addomesticare” la realtà, con lucida e fredda intelligenza, senza mai concessione così a gratuiti gesti trasgressivi come a lirismi. Un mondo post-apocalittico, dunque, nel rifiuto di ogni emozione, in cui si mostrano detriti anche linguistici di un mondo senza senso che tocca alla poesia rigenerare, giusto come diceva Vico nella “degnità” citata in apertura: è questo l’approdo di un percorso poetico che, al dire di Giorgio Barberi Squarotti “non ha nulla di uguale in Italia”.
Si diceva prima dei critici. Tra i tanti mi piace ricordare quello che aveva rilevato Velia Iacovino, parlando di “operazione linguistico-letteraria delle più raffinate ed erudite”, in cui il significante vive sinergicamente in relazione ad altri significanti potenziandosi per acquistare “una ricchezza indefinita di significati”; dal canto suo, Gilberto Finzi aveva parlato di testi “in crescita coerente e finemente letteraria”, allo scopo di “inventare una nuova comunicatività, attraverso “una somma di intense trame” espressive. Sullo specifico della sua operazione linguistica è essenziale quello che il poeta Alberto Cappi aveva sottolineato a proposito della struttura del verso definendola “misteriosa e avvincente”, ricca di “echi di arcaiche civiltà orali” e protesa “tra fascino millenario e desiderio di futuribilità”. A proposito poi della sua stagione migliore, quella di Punto di inquieto arancione (1972), “uno dei libri fondamentali in tutto il Novecento italiano”, Giorgio Barberi Squarotti rileva come la raccolta segni “una mutazione al tempo stesso radicale e tuttavia segretamente legata per continuità e sviluppo” a tutta l’opera precedente, in virtù di un ritmo poetico nuovo che di contro all’essenzialità delle prime prove introduce un “ampliamento vastissimo del discorso” in modi che tendono “al grandioso e al solenne” in un discorso avvolgente e comunicativo “che sfiora continuamente l’orazione o il monologo drammatico”, con la metrica deputata a sottolineare “la forte scansione del discorso”.
Val la pena di concludere questo rapido itinerario citando nell’emergenza di un lemma un sintomo: il lemma è un latinismo limina, “soglia, limite, confine, linea di partenza” che ritroviamo in due testi ben lontani tra loro, rispettivamente in “Teorema” (Indecifrabile perché) e in “Sera di luglio” (Le cose che sono). Quale sia questo sintomo mi pare appaia ipotizzabile dai diversi contesti: il primo, nel contesto di cui si parla, è una domanda che genera timori intorno a quello che esplicitamente è chiamato “teorema dell’esistenza”, intravisto nella sua “obliquità”, o meglio ancora ambiguità intrinseca alla parola stessa limina come “limite” e “confine” dove tutto si mescola e confonde (limina convertuntur) nella prospettiva del suo attraversamento; il secondo (caedunt limina haud occasu) è giocato tutto su un’implicita ambiguità sessuale del verbo d’apertura sinonimo dell’atto che in Catullo 16 è minacciato (Pedicabo ego vos et irrumabo) agli amici Aurelio e Furio, rei di aver deriso il Poeta. In questa chiave, tra oscure reticenze e paure di morte (nel primo caso) e sentimenti di rivalsa contro “critici” incapaci di accettare le “oscurità” di una poesia rea di non concedersi al plauso dell’Innominato Scrittore di cui in apertura, “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, il Poeta “Fabbricante di parole” ribadisce e rivendica il suo diritto a “un parlare comune separato da tutti” (Città un fabbricante di parole).
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VINCENZO GUARRACINO

sabato 24 ottobre 2026

POESIA = SANDRA MANCA

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"In questo declino"
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È nel fragore quotidiano che cerco
il silenzio, l’incontro ravvicinato
con l’universo quando cala la sera
e s’accende la terra
proiettando i suoi lunghi fari nel buio.
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Città che rubano spazio
alle stelle scolorano la notte,
dove costellazioni di solitudini.
raccontano al cielo
follie e storie finite.
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Il silenzio è una cartomante
che affronta il destino:
l’amore è un abbaglio
nel mondo in declino.

18 ottobre 2026
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"L'attesa"
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Il mobilio dice molto di te:
cosa mangi,
quanto dormi,
della tua solitudine adagiata
sui libri di storia e filosofia
sui dischi rock.

Non c’è traccia d’amore
nella tua dimora…
forse
in quell’aspirapolvere col filo ancora teso
in mezzo alla cucina.

Sui vetri le labbra
che ti hanno baciato una notte o più.

Eppure
il letto è caldo
anche dall’altra parte
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e la tavola è sempre apparecchiata
per due.
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agosto 2026
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"Controcanto"
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Guarda la scogliera il mare
Gettarsi all’orizzonte, ogni sera;
frangersi l’onda
sui suoi fianchi rugosi
quando il vento scaglia sabbia e sale.
La luce assale lidi e iridi
Che mettono a fuoco l’estate;
attesa e odiata per la sua calura,
e quel freddo fuori stagione.
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La vita è un continuo alzare di creste,
alla ricerca di un faro che illumini
il sentiero.
Sul fondo,
il peso dei giorni perduti
e la paura
a fare rumore.
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Ma c’è qualcosa controcorrente
Che riporta a galla le sere di festa,
contare nel bicchiere le stelle
imparando l’amore
quando anche il giorno
vorrebbe essere
notte.
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giugno 2026
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SANDRA MANCA

venerdì 23 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA

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Adriana Mastropasqua: "Sinestesia in divenire" - Ed. La valle del tempo - 2026
(Premio "L'assedio della poesia" 2025)
Una visione approfondita, rallentata e ingrandita, guida le poesie di Adriana Mastropasqua nel suo ultimo lavoro dal titolo Sinestesia in divenire. Ogni bellezza, ogni elemento della realtà, ogni fenomeno viene messo in luce e vagliato in tutti i suoi particolari. La maniera di Adriana Mastropasqua è caratterizzata da una tendenza a selezionare i contenuti del reale e dell'esistenza e a ricollocarli in modo inusitato; siamo così di fronte non tanto ad una trasformazione di tali elementi in quadri simbolici, ma piuttosto ad una visione straniata di essi, una visione che però consente di mostrarli in una veste nuova e per questo più vera.
La poesia della giovane scrittrice non rimanda, dunque, a universi paralleli che si vogliono risvegliare simbolicamente, ma mira piuttosto a riscoprire i lati della realtà che spesso sono tralasciati. Non viene a galla una presunta realtà più vera e profonda, ma piuttosto piccoli mondi, piccole vite in cui il lettore può rivedersi. I versi dunque si scindono, si frammentano in mille istanti, volti, situazioni, ambienti, cose, esseri. Ma su tutto, su tutto questo universo molteplice, si irradia lo sguardo unificante della poesia. In tal modo, dal piccolo mondo anche di oggetti e frammenti minuti, la poetessa sa ricavare indicazioni simboliche per il grande mondo; attraverso la parte scopre il tutto. In molte poesie la poetessa sembra voler testimoniare la condizione dell'artista immerso nella tirannia dell'opera d'arte, anche se poi questo riferimento autoreferenziale finisce per illuminare l'intera condizione dell'essere umano.
I versi di Mastropasqua esplorano infatti il quotidiano, le minuzie dell'esistenza, per poter però spalancare lo sguardo in modo quasi montaliano all'oltre, ai misteri dell'uomo e del mondo, misteri che però si mostrano pressoché in sordina, come sullo sfondo. Piuttosto su tutto aleggia la precomprensione della poesia, la sua capacità di prevenire i significati e giungere ad un grado di illuminazione sul senso dell'esistenza. Il pensiero poetante anticipa i significati e poi li ritrova nella realtà. Il tutto per imparare a "galleggiare" come si afferma in alcune delle poesie, che non vuol dire vivere nella superficialità ma in uno stato di leggera elevazione tale da garantire l'aderenza e l'adesione a tutte le cose. Questo stato consente una iper-percettività, se così vogliamo chiamarla, una ipersensibilità che permette di scavare nella realtà e coglierne l'intimo segreto. Ed è ciò che Adriana Mastropasqua riesce a fare perfettamente in questo profondissimo libro. **
MARCO TABELLIONE