giovedì 30 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CLAUDIA OLIVERO

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Claudia Olivero: “Passaggi elementari” – Ed. Chiare voci – 2026 – pag. 100 - € 13,00-
“L'opera accoglie una riflessione che prende avvio dal corpo, inteso non come entità astratta o simbolica, ma come luogo di esperienza concreta. – (Scrive Michela Silla in prefazione) -L'attenzione insiste in particolare sulle sue manifestazioni meno evidenti, marginali e quotidiane, che non producono clamore e restano talvolta invisibili. Il corpo ha i suoi confini e tuttavia rappresenta anche una soglia, vale a dire uno spazio di trasformazione e un ponte verso l'alterità. La natura non viene intesa come uno scenario descrittivo: è piuttosto il paesaggio nel quale si sviluppa e si tenta di affrontare la crisi dell'umano.”
Nelle varie sezioni (Elementi, Spazi, Passaggi elementari, Assolo, Corpi, Paesaggi umani, Voci) il canto si scioglie con un ritmo serrato ed uniforme e nella rapida lettura diviene esemplare la poesia che incide con:
“È nella morte il senso. / Il mistero del bisbigliarsi segreti, come le foglie all'autunno /– hanno voce ancora di mare, di spuma salata, verbi di/ memoria acquatica. Nel profilo del freddo fanno rumore le/ piante, ed è qui, nella caduta e nel vento, l'inizio. Se anche/ spoglia, mai nuda è la terra – prepotente, come il verde/ d'ortica. Nel suo digradare e confondersi al giallo, è/ desiderio. Eppure è ortica. / Eppure è dolore. / Non fa male ciò che ferisce. Fa male ciò che non è amore.” Costruisce un paradosso centrale: “È nella morte il senso”. Un incipit che ribalta l’aspettativa comune che associa il significato alla vita, proponendo invece la fine come luogo di rivelazione. La morte non è descritta come annientamento, ma come momento di passaggio e di comprensione, quasi una soglia attraverso cui il reale acquista coerenza.
Il poeta richiama un linguaggio naturale e sommesso, simile al fruscio delle foglie autunnali; la stagione della caduta, diventa simbolo di trasformazione più che di perdita: le foglie non tacciono, ma continuano a “parlare”, portando con sé “voce di mare” e “memoria acquatica”. Qui emerge una dimensione arcaica e originaria: l’acqua, principio vitale, resta inscritta anche nella decadenza, come se ogni fine conservasse tracce dell’inizio.
Non c’è immobilità nella morte, ma un dinamismo che suggerisce un ciclo. L’affermazione “è qui, nella caduta e nel vento, l’inizio” esplicita questa visione ciclica: ciò che cade non scompare, ma prepara una rinascita. La terra stessa, pur “spoglia”, “mai nuda”, mantiene una forza vitale irriducibile, resa nell’immagine dell’ortica: pianta resistente, urticante, simbolo di una vitalità aggressiva e dolorosa.
Simboli policromatici insistono sulla duplicità della visione, avvinti da una inevitabile sofferenza.
La scrittura di Claudia Olivero si distingue per una forte coerenza metaforica e per un uso efficace delle immagini naturali, che costruiscono una riflessione filosofica senza mai diventare astratta. La lingua è densa ma controllata, capace di alternare suggestione sensoriale e concettualizzazione.
Anche se alcune immagini appartengono a un repertorio lirico tradizionale, la loro forza deriva qui dalla combinazione e dalla tensione interna, dalla energia di una singolare e personale originalità.
Molte poesie si muovono dentro una dimensione di smarrimento esistenziale, costruita attraverso immagini concrete che però rimandano costantemente a un vuoto più profondo e inafferrabile.
La progressione dei versi insiste su una tensione tra movimento e stasi. Il “camminando”, di un’altra pagina, suggerisce un’azione continua, ma questa azione è subito problematizzata: il rischio è “ripetere infinite volte lo stesso errore”, cioè attribuire senso e valore al movimento stesso (“credere che il passo meriti il dolore”), quando invece esso conduce soltanto a una ferita, simbolizzata dalla “caviglia distorta”. Qui emerge una critica implicita all’idea che l’esperienza — o lo sforzo esistenziale — abbia necessariamente un significato o una ricompensa. Il nulla non è quindi un’assenza stabile, ma qualcosa di dinamico e sfuggente, che sembra prendere forma solo per sottrarsi immediatamente alla percezione. Questo movimento di apparizione e scomparsa culmina nell’“inafferrabile”, parola chiave che sintetizza l’impossibilità di fissare un senso.
Il linguaggio essenziale e una rete ricamata di immagini coerenti si traducono in termini spaziali e corporei come una riflessione sul senso, sull’errore e sulla ripetizione. L’assenza di una soluzione o di un approdo finale non è una mancanza, ma la cifra stessa del testo: ciò che resta è un movimento interrotto, un passo che continua a cercare un orientamento pur sapendo di non poterlo trovare.
Le incrinature della solitudine, la scansione del tempo ogni mattina, il silenzio, il bianco del foglio, il vuoto, l’agglomerato che pesantemente corrode l’attesa, i ricordi che gemmano tra l’edera, variopinte scansioni di una poesia che affiora ad ogni verso, increspa tremolante , ricerca quei confini che possono colorare il pensiero e svelare ancora una volta i segreti rinchiusi nel sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 29 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELE RICCI

Daniele Ricci : La macchina da cucire - Ed. Puntoacapo - 2025 - pag. 108 -
"La poesia di Ricci - scrive Fabrizio Lombardo in prefazione - vive di richiami a una tradizione importante, non a caso è Leopardi che apre il dialogo con il lettore; è una tradizione che però riesce, per scelta stilistica, per capacità di dettato dell’autore, a non essere mai soverchiante: è sempre un ipotesto che si muove sottotraccia, che guida il lettore. È materiale di scavo, ma ciò che poi arriva in superficie, sulla pagina, è una poesia che riesce ad essere contemporanea e dialogante." Tra i versi numerosi e avvincenti scegliere qualche adagio ci porta al sussurro:
"Alzarsi nella notte
corrosa da sogni non terminati
la parola inventa la realtà.
Sentire freddo nella pancia,
non nasconde la casa
il nulla delle dita.
La strada era chiusa
la vita non più a pezzi
mentre sto per partire
con le buste della spesa in mano.
La terra del pane
a ovest del futuro
scavando
nel filo del cuore."
Una poesia che costruisce un paesaggio interiore sospeso tra quotidianità e inquietudine esistenziale. L’incipit, “Alzarsi nella notte / corrosa da sogni non terminati”, introduce subito una dimensione incompiuta: il sogno, anziché essere rifugio, si fa luogo di erosione e di disagio. La notte non è soltanto tempo fisico, ma spazio psichico in cui ciò che resta irrisolto continua a lavorare sotterraneamente.
“La parola inventa la realtà” rappresenta un passaggio chiave: la lingua non descrive il mondo, ma lo crea. In questo senso, il soggetto poetico appare consapevole della fragilità del reale, che può essere ridefinito, ma anche distorto, dal linguaggio. Tuttavia, questa capacità creativa non porta conforto: subito dopo emerge una percezione fisica e concreta, “Sentire freddo nella pancia”, che restituisce un disagio corporeo, primario, non mediato.
La casa, tradizionalmente luogo di protezione, viene negata: “non nasconde la casa / il nulla delle dita”. E si manifesta un senso di vuoto radicale, quasi tattile. Le dita, simbolo di contatto e presa sul mondo, non afferrano nulla: la realtà sfugge, si dissolve.
“La strada era chiusa” segna una cesura, un impedimento esistenziale. Tuttavia, subito dopo compare una tensione opposta: “la vita non più a pezzi / mentre sto per partire / con le buste della spesa in mano”. Il gesto quotidiano, banale, diventa carico di ambiguità: partire con la spesa suggerisce una fuga impossibile, o un tentativo di ricomporre la vita proprio attraverso ciò che è ordinario.
Nella chiusa il testo assume una dimensione più simbolica. La “terra del pane” richiama nutrimento, origine, forse una patria reale o interiore; ma è collocata “a ovest del futuro”, cioè in una geografia impossibile, che mescola spazio e tempo. Lo scavo “nel filo del cuore” indica un’indagine intima, dolorosa e continua, come se il senso potesse emergere solo attraversando una linea sottile e fragile.
La scrittura di Daniele Ricci si distingue per un linguaggio essenziale e frammentato, capace di fondere immagini quotidiane e visioni astratte. L’uso di enjambement e accostamenti inattesi crea una tensione continua tra concretezza e dissoluzione del senso. Egli si muove in una linea tipicamente contemporanea, in cui l’io lirico non si afferma, ma si interroga e si disgrega, lasciando emergere una percezione instabile della realtà. Particolarmente efficace è la capacità di trasformare oggetti comuni – la casa, la strada, la spesa – in simboli di spaesamento esistenziale.
. "Dopo ogni abuso subìto
mi nascondo dietro un muro,
nessuno mi ha insegnato
i nomi dei sentimenti..."
In scena una soggettività ferita che reagisce al trauma attraverso il ritiro e il silenzio. L’immagine del “muro” funziona come metafora di difesa: non solo barriera contro l’esterno, ma anche limite che impedisce al soggetto di riconoscersi e di essere riconosciuto. L’“abuso” – lasciato volutamente indeterminato – assume così un valore universale, diventando esperienza esistenziale prima ancora che evento concreto.
Il tema della mancanza di un’educazione emotiva traducono una sensibilità personale, espressa semplicemente nella quotidianità. Il soggetto non possiede il linguaggio per nominare ciò che prova: questa assenza lessicale corrisponde a un vuoto relazionale, a un difetto originario di trasmissione affettiva. Il dolore, dunque, non è solo subito ma anche non dicibile, e proprio questa indicibilità ne amplifica l’isolamento.
Il poeta rafforza l’immediatezza espressiva, mentre la linearità dei versi riflette una sorta di immobilità interiore.
La sua "parola", nella sua essenzialità, tocca il nodo profondo del rapporto tra trauma, identità e linguaggio.
Silloge con sette capitoli, legati ad un ritmo costante che trasporta facilmente tra onde di emozioni a pelle e incisioni di adagi dal tenore filosofico. Il sub conscio si manifesta e detta figure e illuminazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 28 aprile 2026

POESIA = ROSSANA NICOTRA

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I
-
Se potessimo scendere
gradino dopo gradino
nella valle madre e stare dentro
la roccia che veste il vulcano e non si scioglie
la roccia più scura e perversa nell'affondo
lasciarsi incagliare e così
perdere ad ogni mossa
arrendersi all'abbondanza che ci vive.
-
Si sta. Ci si osserva lungamente
in segreto le formiche lavorano
con i resti dei biscotti, bevendo il tè.
-
Con il fuoco dei berberi
prepari un pasto caldo
per i giorni dei morti.
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II
-
Riconoscersi casa e subito perdersi
in figure scomposte senza asilo.
È un taglio obliquo. Un repulisti. Ricucire
attraverso e senza asciugare l'essudato.
-
Il sangue com'era, prima di farsi umano.
****
III
-
Finché le pareti non cedono per un sisma
tu parlami.
Parlami di quando era un andare di note
in jazz e flamenco
un crescendo di notti spose. Parlami
di quanto è insensato dire poco
a chi col dito non tiene il segno, a chi scrive
fuori dai bordi. Parlami dell'acqua
in cui abbiamo immerso
le foglie secche di alloro
– bevila di nuovo, battèzzati –
di quando si sentiva il timbro del Muezzin
-
il bando del venditore di origano.
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ROSSANA NICOTRA

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Una pronuncia di poesia totale – Varcando la soglia di «Dissolvenze e sussurri»
«La vita del poeta ha i suoi piccoli avvenimenti, come quella degli altri uomini. Va in campagna, viaggia, ma il nome della città dove ha trascorso l’estate scritto, insieme alla data, in fondo all’ultima pagina di un libro, ci mostra che la vita ch’egli condivide con gli altri gli serve per un uso del tutto diverso».1 Cadenzandosi in una sintassi che sa di vita, la poesia di Antonio Spagnuolo si svolge nel continuum di congiunzioni e di una varietà di preposizioni: essa è congiunzione nel momento in cui il conosciuto del mondo incontra l’essere di una visione; ed è varietà di preposizioni nella sequenza di un tutto incluso di finalità, di origine, di motivazione, risuonando di un raccontare d’esistenza con il mezzo del linguaggio comune. È questo l’incipit di un meditare intorno a «Dissolvenze e sussurri»2 e che riversa nella poesia di Antonio Spagnuolo la traiettoria pluriforme di romanzo. Romanzo di vita, appunto, giacché la poesia di Antonio Spagnuolo si spalanca ad un romanzo d’esistenza, nel quale il poeta tiene a bada le interferenze, malgrado pur di esse si fa carico e fortuna per fruirne in quanto condizioni di un (per)turbamento sollecitato a scavare in quell’amalgama di sequenze che egli, infine, scompiglia per redimerne il valore. Pertugio affrancato dalla simulazione ed egli vi è all’interno non già a recuperare la sostanza delle cose, poiché, invece, sono le cose a presentarsi a lui nella loro sostanza, nell’attesa di forgiarsi in un’integralità che superi il simulacro della parvenza, vincendo silenzi sfilacciati / nei frammenti che attendono prodezze3.
Universo in continua mutazione, la poesia di Antonio Spagnuolo elabora la natura di sostanza di tutto quel che contiene: pienezza di ricordi, di passi declinati, di soste, di meditazioni. Ma le porte che al poeta rinnovano l’accesso si aprono lentamente ed egli con pari lentezza vi accede affinché mani, piedi, olfatto senza vertigine, penetrino il mistero ambito lontano da qualsiasi dissimulazione (È il mouse che tallona ogni linea / incisa nella memoria e nella strana / realtà divenuta artificiale4 – egli scrive). Da anni la prospettiva esistenziale risuona ad ampio spettro di un bisogno di poesia. C'è chi proietta il bisogno come orizzonte e opera secondo un Pasoliniano alibi per non recedere dalla non-azione oppure incline alla dis-azione. C'è poi chi si attiva, anche se soltanto nella parola genuflessa ad un perimetro fosforescente rigido, magari osteggiando la sistematicità propensa ad ossequiare il baluginio delle cose comuni. E infine c'è il Poeta stretto nel suo dialogo con il mondo, intento a tuffarsi verso fiamme che destano memorie, / trasformare i sussurri in un prodigio / che sconvolge le cose comuni / e fonde in lampeggi cento idee5. A questi fattori esistenziali spetta l'attualissima resistenza di una poesia che si scopre sempre. Ma di chi è la voce e di chi la parola? Del filosofo, forse, ansante di percorrere lo scenario di fattezze (dis)umanizzate; di scrutare la maldestra rotta con incandescente fiato; oppure la voce è del poeta, di colui il quale agita il piano allocato nella solidità di una stoltezza e dissolve l’ingannevole tracciato e allenta la distanza tra l’io e l’io e l’essere? Un romanzo, dunque, Spagnuolo incide nella grafia del tempo; un romanzo, pure, nel raccontare di vicende di realtà, laddove né eroi, né isole distratte di furtiva delizia, si fondono in uno schema impostato. Senza incanto, egli afferra la frenesia bizzarra per scoprire del tempo festoso / il compasso segreto6. Ed è la scultura del romanzo esistenziale in forma di poesia – come pur vero è il viceversa – a diffondersi in questo mio esplorare l’energia di una pronuncia di poesia continuamente coinvolta a prendere forma e difformarsi nel pegno di sembianze da scoprire7.
Cronaca di un tempo individualizzato oltre i confini della tenuta ornamentale, la poesia di Antonio Spagnuolo permea l'occasione di lettura-scrittura-lettura (e che ridiscute l’io nel mondo e l’essere del mondo di Heideggeriano rimando) con un'intensità che trasfigura il fatto esperienziale, aderendo ad una miscela di suono e di figurazione, così come emerge da qualsiasi verso si vada a leggere nella silloge, sì che la silloge trasla in esperienza storica; titolo articolato in una concretezza pura e che, a dispetto di dissolvenze, si propaga in sussurri e lì, nella forma che al poeta è gradita, il pensiero filtra nella parola la forza di una coscienza. Così, la poesia come parola cosmica8 palpita di sentimenti in vita, distratti dalla virtualità di frantumi scellerati, e ai quali il poeta risponde con una parola che custodisce la potenza del tutto Baudelairiana di scavare l'agibile e l'intangibile al fine di toccare l'inconosciuto. Forte, in questo frangente, risuona l’etimo del pensiero, allorquando, tutt’altro che fugace, la mente materializza nella grafia verbale quel che il poeta traduce. Così Ogni parola – egli scrive – è un brindisi di cenere, / ogni rima una ferita che dissolve.9 Comunque la si osservi, insomma, la poesia non rimuove la realtà, anzi: ad essa ancor più e senza tregua si lega, giacché è nella realtà, è alla fonte del mondo vissuto, che la coscienza del poeta inscrive il chiarimento (Confrontando gli accenti / modellati dal pensiero inascoltato / incontro ancora quel fuoco / che da nostalgia è diventato folle. / Tutto è precipitato nel racconto / di un alito di vento10). Da comprendere, dunque, è la parola nella consapevolezza del viversi nell’egida di una significazione da recuperare nella realtà vissuta. Con ciò intendiamo che il lavoro svolto da Antonio Spagnuolo cadenzi un’identificazione che, nei termini Ricoeuriani, nutre i tratti della significazione poetica, quanto, dunque, della realtà a cui essa si riferisce, proponendosi nella genuinità di un linguaggio orientato – oltre la dissuasiva fretta – a farsi perlocuzione. Così ciascun verso e ciascuna parola si fanno manifesto dell’incessante lavorio ermeneutico nell’Heideggeriano «essere (solidamente) nel mondo»; altrettanto solidamente si dismette il capriccio della dissuasione attraverso una meditazione drammatica, ispirata e a sua volta ispiratrice di un verbo musicale, di un verbo figurale o scultoreo e in questa forma di sostanza ciascun luogo in versi rinasce in una costruzione libera di misurare il tempo nella duplice dimensione di rintocco epocale e di scansione individuale. E leggiamo: Credendo un mondo giusto da rifare, / tra i fuochi e i morti, sotto cieli rossi, / vorrei soltanto rincorrere il futuro. / nel cuore resta una scintilla, / una parola scritta in ogni muro, / “libertà” – maledetta e benedetta – / che arde nel tempo e gioca nei contesti, / Non è conquista, ma eterna scelta,11.
È sfida, forse; una sfida intesa a cogliere elementi che la coscienza del poeta rimette al proprio posto, eliminando qualsiasi illusione volumetrica e mantenendo l'essenza di ciò che egli ritiene ancorare, prendendosi la distanza da quel che il mondo delle cose gli rimanda; infittendosi in una finzione balenante (e devastante) e che egli poi declina nel periplo di una storia da narrare in interezza e in genuinità. Su questo sfondo il momento si allunga, intreccia solchi nebulosi e disperse trame con raggelanti attrazioni che trattengono la sostanza del vissuto mondano. Resta la scrittura, laddove la comprensione è affinità e vicinanza emozionale, ma anche unificazione dei frammenti; laddove delineano un proprio spazio l’immaginario e la fattezza di un vivere in oggettività. In scrittura resta la poesia quale territorio comprensivo, infine, nel quale il poeta incontra i suoi pensieri, mai da essi distanziandosi, pur quando è l’accadimento esterno al sé a decidere che mai periferia esista in poesia: qui, invero, si riconciliano opposti e trasgressioni, fantasticherie e il sangue di niente e di nessuno è clandestino. Leggiamo, quindi: Impigliato nei sentieri sconosciuti, / lungo nere pareti, lo scenario / del passato diviene fantasia / e per una volta ancora minacciosa12. Scorrono versi pari ad un piano-sequenza rappresentativo di idee presenti alla mente; e le idee così imbastite attraversano la parola nella rigenerazione del sentire; parola-forma che dà spessore universale all’evidenza scenica; traghettamento di una pronuncia memorabile e in incessante avvicinamento. Apprendiamo così come la leggerezza della materia – con la quale Antonio Spagnuolo incide la prolusione alla poetica – invada l’orizzonte meditativo nel suo farsi sostegno alla causalità di riflessioni; nel guidare una durata temporale anti-dissolvente (Così la vita – egli scrive – incide il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto, / abbracciando l’attimo nel quale eterno / tutto tace, e tutto resta impietrito nel miraggio13). Ed il poeta non si trattiene rispetto alle equivalenze che il sentire protrae; anzi, da esse apprende la modalità per procedere nella consapevole trasformazione che accompagna la sostanza dell’essere nel mondo a contesto delle proprie parole, nell’intarsio di pausa e di suggestione. Di ricordo e di silenzi di un respiro, nel quale intatto resta il legame con la vicenda storica che nelle cose si scrive giorno dopo giorno per amplificarsi, poi, in una parola coinvolgente: Nel tramonto ogni sera si riscrive / la poesia dell’ultima ora – / una bellezza che non implora, / ma si spegne, fiera, nel fuoco.14 Sicché né le parole e neanche le cose o gli accadimenti sfuggono: idealmente, tutti insieme, questi elementi edificano una parabola di riflessioni protese a farsi spazio storico nella tonalità cangiante del verso; a congegnare il florilegio delle visioni sostanziali – veri e propri fotogrammi di un montaggio ardito nel trasferire la volta di un reale babelico a realtà variabile, e nella cui variabilità il poeta sosta a distinguere il fronte proprio ed il fronte oggettivo e tenace, il verso sporge nel sussurro del doloroso stigma che disfa la parola, simbolo che sparisce / e poi ritorna / nel margine obliquo del ricordo – come neve sul vetro d’estate15, per poi interloquire con la prossimità e fissare una pronuncia deittica; pronuncia che, in quanto tale, si muove tra visioni e intuizioni, fino a balenare nell’esclusiva semantica di una (mai genuflessa) memoria: Ed ora giorno dopo giorno / avverto l’incalzare dello sgretolarsi / che consuma inesorabilmente / quel che resta del mio angolo oscuro / per tormenti16. Ed il tormento e lo strazio convocano la parola a farsi foriera di tutta una storia che d’attorno e dentro si agita (Stupide mani giocano a tormenti17); poi, con un sussurro, tormento e strazio rivelano la visione maltrattata dell’essere (Chi ha spento le luci dell’alba18). Egli scrive: È Babele che incombe in questo mondo / di lingue frantumate / e dove l’odio è capace / d’inchiodare il fratello a nuova Croce. / Mettere a tacere la stanchezza del rifiuto / è il vero prezzo di opposte resistenze / nel logorante segno degli inganni / capaci di corrompere ogni traccia / dell’umana pietà, / tra sguardi brulicanti di burrasca19. L’apice si raggiunge, dunque, nella coincidenza di un punto di vista che dalla temporalità individuale riceve nel suo vortice meditante vivenze periferiche rispetto al sé, segnando orme di una storia che è viaggio dell’inconscio e del linguaggio20.
In questi termini, la poesia di Spagnuolo è occasione per incontrare un pensiero intriso di coscienza contemporanea: di fatto, nella grafia – estirpata di qualsiasi riproduzione di ostentata soggettività – egli assimila l’orizzonte di una luce che persiste chiara ed enigmatica ad un tempo ed elicita quanti più territori senz’alcun intralcio, tanto da trattenere la maieutica sobrietà di una parola tutt’altro che in transito e che è richiamo eterno di amore; di un amore intarsiato dalle curvature di un paesaggio refrattario all’indugio nell’effetto estemporaneo. E il poeta scrive: Potrei cambiare gioco / ogni volta che le pupille tremano, / anche stremato dalle derisioni / imbrunite, a far segno in un girone. / Un gioco di pazienza che ripete / nascondigli che durano millenni / ed invece sono trappole / per le enormi schegge dell’eterno21. E nello scrutare-meditare il poeta inventa una figurazione che nulla sottrae, protendendosi in una direzione tutt’altro che oziante, e che si diffonde senza mai anelare al ristoro sui piani intersecanti di una lettura che affiora e sommerge e affonda, per poi sollevarsi in fasi di permutazione e, infine, mostrarsi con il profilo che si aprì nel varco, / il piccolo satellite del cuore, / per trainare gli artigli in ogni segno / che affoga l’alfabeto calcolato22.
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Carmen De Stasio
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1 M. Proust, Sulla lettura (1905), BUR, Milano, 2011, p.117
2 A. Spagnuolo, Dissolvenze e sussurri (silloge), la Valle del Tempo, Napoli, 2025
3 Bluesky/word, p. 9
4 Ventagli,p. 10
5 Hardback, p. 14
6 Triangoli, p.15
7 Astratto, p. 16
8 F. Flora, Saggi di poetica moderna (1949), Casa Ed. G. D’Anna, Messina – Firenze, 1976, p. 48
9 Baudelaire, p. 51
10 Racconto, p 23
11 Libertà e tragedia, p. 34
12 Proposte, p. 36
13 Tramonto rosso, p. 37
14 Ibi
15 Tremore del suono, p. 45
16 Timori, p. 53
17 Acheronte, p. 42
18 Gerusalemme, p. 27
19 Egli tace, p. 43
20 Mare e monti, p. 38
21 Farsa, p. 52
22 Chiusura, p. 54
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domenica 26 aprile 2026

POESIA = ALESSANDRA VERDE

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"BUGIE"
Mi sembra una bugia
quella di tornare indietro
e rifare tutto nello stesso modo.
-
Mi sembra una menzogna
che non si addice
neanche all’uomo più sincero.
-
Tornassi indietro io
cambierei tutto,
pensieri, città, miracoli.
-
Cambierei quel senso
di anima sperduta,
cambierei quel segreto
che si cela dietro la vita.
-
Strapperei
il filo che mi tiene legata
alla forma, dalla nascita
tornerei all’età del pianto,
ma ingannerei ancora
il mio nemico allo specchio.
*****
STRADA DI CASA
Ho messo male i piedi sulla roccia,
sotto di me un fiume limpido:
sarà colui che – ancor più in basso -
cancella i ricordi e li trascina
via come sassi?
-
Ho messo male i piedi, sono caduta.
Vorrei proprio cancellarli i miei
errori, i miei pianti, quelli di adesso.
Vorrei gonfiarmi di acqua e così
galleggiare fino a che il fiume
non si sappia fermare
fino a che io non torni a
scoprire i sorrisi
ad aspettare mio padre
se caduta dalla bici,
a salire tra le sue braccia
e credere, credere sempre di
poter tornare dove già sono stata
e sentirmi di nuovo me stessa,
a casa.
-
Ho messo male i piedi, dove sono finita?
Lo saprà la roccia? E la
goccia? Che dai miei occhi
chiama e risponde alla cascata che
cade nella vita.
*****
"LEGGERMENTE"
Delle volte non
si può far altro
che respirare,
involontariamente cadere
coscientemente cercare
di credere che
il cuore – sì –
sarà più leggero di una piuma
sulla bilancia dell’aldilà.
*°*
ALESSANDRA VERDE

POESIA = EMILA OTELLO

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"STRADE NEL SOTTOFONDO"
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Ci sono strade nel sottofondo
tempestate di aride stelle.
E su strati di ghiaccio, anelando,
giungono spumeggianti corolle.
-
Nelle stesure del tempo io resto,
ancorata al bisogno di credere,
al fato che torna, un po' molesto,
schiva, nel voler ancor confondere.
-
Chi sei tu, infatuo destino che bussi,
quando la porta cercai di chiudere
e già t'apprestavi a entrare furtivo.
-
Non conosco ancor il tuo obiettivo:
entravi, uscivi — tornavi a fondere
come antichi sogni in liquidi riflussi.
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10/04/2026 ****
"SULLA LAMA DEL TEMPO"
-
E siamo qui, in quest’ora tanto attesa,
sulla lama affilata di un rasoio:
chi con occhi di lince,
chi con occhi di talpa,
ma siamo qui.
-
Al culmine del principizio,
prima della grande tempesta.
La terra è gravida di doglie,
prima che giunga il parto.
-
Chi sarà pronto ad accogliere?
Il nascituro figlio porterà gioia,
crescerà tra le pietre concave del passato,
segnerà l’autunno e la primavera.

Con un taglio netto
al cordone ombelicale del vecchio tempo,
un vestito nuovo da indossare,
un talismano tra le mani
ed un annuncio: «Ecco, sono qua!»
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27/03/2026 ****
"L'AQUILA DEL DESERTO"
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E la colomba si posa sul ramo più alto,
la voce di femmina si innalza,
da ogni tempio, da ogni era giunge.
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Come artigli di falco graffiano le unghie,
per troppi giorni ingoiati,
e basterà un gesto, un solo gesto:
abbassare il velo,
trapassare lo sguardo,
lasciare che il vento frughi
tra i suoi capelli.
-
Una ciocca tagliata sfida il tempo.
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Cammina, donna, cammina,
con passo lesto:
è tempo di sradicare radici,
e il maschio diventa teschio,
come amuleto nel cassetto.
-
Solleva il nero della tua prigione,
mostra la bellezza al mondo.
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Non ti fece Dio più bella di Adamo?
Non lasciò la bellezza nuda?
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Non nascose la Rosa tra i rovi,
né la farfalla nel bozzolo.
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Ammira il cielo con occhi di rimmel,
sfoggia l’onda sinuosa della bellezza.
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Ogni figlia è madre del mondo,
ogni donna è madre di figlio
che ha raccolto lacrime di dolore.
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È tempo questo di giustizia,
di aprire le gabbie della morte.
-
Vola, aquila del deserto,
vola sul tetto più alto del mondo.
E ogni voce canti: io ora son qua!
-
26/03/2026
*
EMILIA OTELLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA MONNETTI

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Francesca Monnetti: “Secondo-genitura”- Società Editrice Fiorentina – 2026 – pag. 80 - € 14,00
Il titolo “Secondo-genitura” è un gioco linguistico piuttosto denso, e può essere interpretato su più livelli: la condizione del secondogenito (il figlio nato dopo il primo). Tuttavia, la grafia spezzata con il trattino suggerisce che non si tratti solo di una posizione familiare, ma di qualcosa di più simbolico. Potrebbe alludere ad una rinascita interiore, potrebbe riferirsi ad una voce non dominante, alternativa, potrebbe suggerire una creazione filtrata, infine qualcosa di non più immediato, bensì atto riflesso. Incipit imbarazzante! Tutto accade secondo un programma ben determinato o da plasmare?
Come suggestione improvvisa, in questa armoniosa scrittura, che caratterizza in effetti tutta la silloge di Francesca Monnetti, mi piace esaminare la poesia “Mural tuttomondo” a Keith Haring- che si configura come un omaggio visivo e concettuale all’opera di Keith Haring, traducendone il linguaggio grafico in parola poetica. Il testo rinuncia quasi del tutto alla punteggiatura e agli spazi tradizionali (“nonunacesura”, “nondiscontinua”), costruendo una continuità fluida che riflette direttamente la linea haringhiana: una linea che non si interrompe, che connette, che ingloba il caos del mondo senza mai frammentarlo del tutto. La scelta di fondere le parole (“fissa-nonfissa”, “pathosmoto”) suggerisce una tensione costante tra stabilità e movimento, tra forma e energia, che è tipica anche dei murales dell’artista.
Il “disordine nel mondo” non viene negato, ma “(far)risaltare”: la poesia, come il mural, non elimina il caos, bensì lo rende visibile e lo trasforma in ritmo. In questo senso, l’arte non è evasione ma “argine ultimo”, un limite fragile ma necessario contro lo “svanire”. La linea diventa allora principio generativo: “vibravive”, “tienedesta”, mantiene una vitalità che si oppone alla dissoluzione. Il lessico insiste su termini dinamici e corporei (“emozione”, “pathos”, “moto”), sottolineando come l’opera sia esperienza sensibile prima ancora che estetica.
Direi che si può leggere il testo come un esempio di poesia visiva e performativa, vicina alle sperimentazioni della neoavanguardia italiana, dove il segno linguistico tende a farsi gesto grafico. Tuttavia, rispetto a certe rigidità sperimentali, qui emerge una tensione comunicativa più aperta: la poesia non è chiusa in sé, ma “alprossimo integrocilega”, cioè orientata verso l’altro, verso una dimensione relazionale. Questo aspetto richiama la funzione pubblica del mural di Haring, pensato per uno spazio urbano condiviso.
Tutta la scrittura in queste pagine cerca di restituire l’immediatezza e l’energia del gesto artistico, con un ritmo guizzante delle sillabe che attanaglia lo sguardo per diffusione di pensiero e di idee.
I tratteggi, per immagini o personaggi, per figure o illusioni, per descrizioni particolareggiate (al fiore del petalo/ nelle compositae … alla distanza/ lo preferisco/… fa capolino …/infiorescenza … terminale) o per bisbigliare suggerimenti, sono tutti attraversati da una rigorosa armonia che rende plastica la composizione. E non manca un alone sottile, che si ricama da solo, tra possibili scorrimenti filosofici e cristalline schegge del sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO