martedì 7 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLA MIGLIACCIO


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“con le mani nella neve” di Paola Migliaccio (Eretica Edizioni, 2025 pp.80 € 15.00) raggira lo spazio bianco del gelo interiore e scalda il cuore della poetessa, custode dei ricordi e degli affetti. Paola Migliaccio evoca immagini di autenticità, racchiuse nell'essenzialità dei versi, attraversa la fragilità umana nel rigido e pungente scenario delle parole e nell'intenso e appassionato passaggio delle esperienze. L'energia coraggiosa e consapevole di ogni sentimento produce nell'autrice una riflessione sul fondamento del presente, ancorato alla risorsa emotiva del passato e disponibile alle occasioni di crescita personale e di maturità sensibile. La poesia di Paola Migliaccio viaggia intorno alla presenza costante della speranza, intesa come un'ancora di salvezza per l'anima, nella volontà di guardare oltre le difficoltà della vita e intraprendere nuovi cammini di resilienza e di fiducia. I versi incontrano anche l'espressione di una poesia carnale, viscerale, in cui la forma elegiaca profonda e accorata estrae il solco confidenziale nelle sincere sensazioni, trasformano il vissuto in testimonianze essenziali e vibranti, disegnano il raggio impalpabile del corpo e della vicinanza in una trama che è residenza riflessa del cuore. La poesia di Paola Migliaccio è un richiamo sapiente dell'anima, ospita il carattere spirituale delle ferite, stabilisce le sue radici all'interno di una spinta vitale collegata al recupero delle proprie motivazioni e al soccorso della gratitudine e della cura, si lega necessariamente ai luoghi solidi e tangibili della propria conoscenza. Paola Migliaccio esplora l'inquietudine senza filtri, in maniera impulsiva e diretta, la manifesta negli abissi silenziosi nella memoria fisica e trascendente, nella concretezza corporea dei legami, radicati nella misteriosa e affascinante ricerca del proprio posto nel mondo. Prolunga oltre l'assenza e la perdita ogni risorsa cognitiva delle domande esistenziali abbracciando la capacità artistica di dare un senso alla vita e alle sue infinite possibilità, mantenendo la dimensione introspettiva delle risposte. “con le mani nella neve” è una rivelazione letteraria in cui il significato originario della poesia trova la sua intonata identità nella pagina scritta, densa di istintiva e dirompente avidità. Il libro sigilla l'estenuante passaggio dell'eternità, racchiusa in un battito vertiginoso di desiderio di vita, suscita nel lettore la reazione approfondita di un coinvolgimento ammantato dalla sospensione del tempo, traduce l'emozione in pensiero presentando una visione meditativa e terapeutica dell'ispirazione poetica e di tutto il suo indelebile e incendiario respiro. Paola Migliaccio sente l'urgenza di descriversi attraverso un linguaggio visivo per esplorare la bellezza e il dolore della materia impalpabile, difende il candore di ogni preghiera di salvezza oltre il riverbero di ogni vuoto, entra in contatto diretto con l'elemento naturale incontaminato, ritratto per metafora, nella neve, simbolo di un fenomeno incantato che avvolge l'indagine cosciente della propria finitezza, attutita dalla capacità di comprensione e dall'opportunità di rivolgere l'attenzione verso il proprio mondo e di spiegarlo poeticamente. Il messaggio sensoriale del libro assorbe la consistenza fisica, invita a esaminare, scomporre l'animo umano, a guardare dentro di noi per scoprire da ciò che si è perso il segreto ritrovato di ogni carezza, di ogni volo sopra la vulnerabilità, di ogni ricamo d'ali su ogni zona d'ombra.
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Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
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Testi scelti
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Ti ho compreso
solo nel silenzio.
Senza parole,
abbiamo respirato
stelle gemelle.
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Mi sono data al mondo
mentre mi accarezzavi il volto
sotto un ciliegio in fiore.
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Ho senso di polvere
confinata in pelle cristallo

Parole squalo bucano
fitti argini di coscienza

Muto forma, trasfiguro
il sangue in mare di luce.
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Ho incontrato la poesia
come s'incontra Dio - nei vuoti d'aria -
tra le squame dei pesci orfani d'acqua
nel silenzio che squarcia il pensiero,
nel mio sfiorire, mentre inchino la testa,
per pudore - che morire non si può
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non per vanità - solo per amore.
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Sospendeva persino il fiato dei lupi
la sua risata - un ronzio negazionista,
s'attaccava alle finestre e alla mia camicia
gocciolava parole come un uragano,
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gli donavo boccioli per farlo piccolo,
- piccolo come me.
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Ho raccolto ghiande vuote,
da riempire con sogni color cielo,
mani di madre prestate dal bosco
sul mio volto convalescente,
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stella caduta in una notte inventata.
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Resta solo - lo scalpello
a scaldare il cuore del tronco
si attenua la durezza - poco
sotto i baci del vento
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Sono le tue parole a insistere
esplode il verde della linfa
- riposa la tempesta.
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POESIA = MARIAGRAZIA ROSSI

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" Agonia di una città"
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Una lenta agonia
di una Darsena
che non vuole morire
Ancora ci sono gozzi
vita di vecchi marinai e pescatori
e nelle pozzanghere sguazzano anatre ed anche un gatto nero
La chiesa della Madonna assunta sta cadendo a pezzi
Non c è tanta gente
sembra un paese finito
nelle viscere della terra mia
c' è il fuoco
c' è una caldera attiva
C è un cuore che pulsa
e come da sempre
Pozzuoli vive
abbracciando la sua CROCE
scossa dopo scossa
balla
ma sopravvive
E la Madonnina della piazza
abbraccia la città
sotto il suo santo manto
protezione dona.
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"Col cuore spezzato"
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Col cuore spezzato
piange la Mamma
il figlio nudo deposto in grembo
I vili soldati avevano sorteggiato
l ' inconsutile tunica
La tristezza infinita spegne il sole
Lacrime lavano le spoglie del Divino
e dopo averlo cosparso di olio e balsamo profumati
lo adagiano in un avello scavato nella roccia
e lo chiudono con una porta di pietra.
Il Mondo è in lutto.
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MARIAGRAZIA ROSSI

lunedì 6 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Antonio Spagnuolo: "Dìssolvenze e sussurri", Ed. la Valle del Tempo. - 2025 - pag.60 - € 14,00
Leggendo “Dissolvenze e sussurri” di Antonio Spagnuolo, mi è venuta in mente l'assai nota affermazione di Orazio: Ut pictura poësis, non solo perché alcuni testi sono suggeriti dalla visitazione di mostre di pittura (come dichiara il medesimo sottotitolo “per una mostra di pittura” di Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni d'estate), ed altri sono dominati dal blu cobalto, colore della spiritualità e del sogno (come nei cieli di Van Gogh), ma perché, come il succitato poeta latino, Spagnuolo è convinto che i colori vengano usati dai pittori come strumenti di rappresentazione di idee e sogni attraverso una rivisitazione della realtà, così come i poeti si servono delle parole per pronunciare il mondo e ricreare atmosfere, come accade, per fare un esempio, nel testo Tramonto rosso (pag. 37) in cui il colore del cielo e del sole declinante viene suggerito, oltre che, appunto, dall'aggettivo “rosso”, da una sua enfatizzazione attraverso la comparazione con il sangue, lo “scarlatto” delle foglie, e, ancora, l'immagine del fuoco presente anche nel participio aggettivato “arroventati” attribuito ai volti.
Se, però, il parallelismo tra pittura e poesia si esaurisse nella capacità di creare belle e suggestive immagini, si resterebbe nell'ambito di un estetismo fine a sé stesso e nella celebrazione di un virtuosismo formale e verbale ammirevole, ma senza spessore etico, laddove l'aggettivo “etico” non va inteso come portatore di moralità strictu sensu, ma di un respiro umano che oltrepassi il significato letterale.
Lo spiega bene lo stesso autore nei versi che chiudono il già citato testo Mare e monti: «visioni che agli occhi e all'anima disvelano/ “Mare e monti” non soltanto paesaggio,/ ma viaggio dell'inconscio e del linguaggio,/ sfumature di vertigini sottili,/ nel vortice al respiro che si adagia».
Non per niente il sogno (vero e proprio teatro della mente, in cui l'inconscio si manifesta attraverso un susseguirsi di immagini che parlano un linguaggio altro da quello codificato) e la memoria (che si affida all'affioramento di frammenti di vita spesso slegati e già metamorfizzati dal sentimento e dalla distanza temporale) sono gli altri due elementi che intramano la poesia di Spagnuolo, avendo l'uno e l'altra come fulcro emotivo la passione amorosa, nient'affatto smorzata nonostante la distanza crescente della perdita, per la moglie, tant'è che mai potrebbe, quest'ultima. essere paragonata a certe donne angelicate, dopo il loro trapasso, di molta letteratura italiana, quanto piuttosto a certe figure del mito greco che conservano la forza di un umanissimo coinvolgimento emotivo in modo quasi esacerbato dalla mancanza di ogni consolazione legata ad un'ipotesi di trascendenza.
L'immagine della sposa, infatti, aderisce, nelle poesie di Spagnuolo, ad un sentimento che trattiene la concretezza carnale, la gestualità aggraziata e ammiccante, il turbamento dei sensi. Nel sogno e nella memoria ella torna palpitante e seducente, così come appaiono concreti e immersivi certi dipinti in cui l'osservatore ha la sensazione di sprofondare fisicamente. E, tuttavia, sta in questo limite della parola (o, per usare i termini definitori del poeta, la sua “menzogna”, il suo tremendo “abbaglio”) che rappresenta il reale, ma non può farlo rinascere come corpo vivente, il dramma ineluttabile (a cui ha dato voce così efficacemente un'autrice come la Pizarnik): «Ora i frammenti sono prigionieri/ dell'eterna sospensione/ e l'impudenza non placa mai le spalle/ offerte ai riflessi della tua memoria» e ancora: «Urlo il tuo nome come lupo alla luna,/ e la luna risponde,/ trasformando ogni sillaba in fantasmi».
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Franca Alaimo
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6 Aprile, Lunedì dell'Angelo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = NICOLETTA NUZZO

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NICOLETTA NUZZO : “MOLTEPLICE” ed. Rupe mutevole – 2026 – pag. 62 - € 10,00
* Lo svolgersi accattivante di queste poesie, attraverso numerosi componimenti che portano dediche per personaggi noti, o per amici, o per il gatto, o ancora per avvenimenti storici e di attualità, ci trasporta agevolmente in un’atmosfera che sorprende per agilità di linguaggio e scelta della frase.
Si muove lungo una linea di tensione costante tra interiorità e dimensione collettiva, tra ricerca identitaria e presa di posizione politica, introducendo un paesaggio simbolico duale: da un lato l’oblio, cioè il rischio della perdita di sé, della dissoluzione nell’indistinto; dall’altro la tempesta, immagine di conflitto, di turbamento ma anche di energia vitale. In questo spazio oscillante prende forma “una storia doppia”, quella di un io che si costruisce nel confronto con il tu e con le altre, senza però rinunciare alla propria singolarità. La ricerca di un’identità “abbastanza consapevole” indica un processo mai compiuto del tutto, ma sufficientemente saldo da permettere la relazione senza smarrimento.
Più avanti il tema della discesa “nel Regno delle mie ombre” richiama una dimensione quasi archetipica, junghiana: il confronto con ciò che è rimosso, oscuro, necessario per una piena integrazione del sé. Non si tratta solo di introspezione, ma di un passaggio obbligato per dare “una forma vivente e in evoluzione” all’essere. L’identità, dunque, non è fissa ma dinamica, attraversata da tensioni e trasformazioni.
Si intreccia la stessa poetessa con forza tra la dimensione politica e quella femminista. Il “no da dire insieme alle altre” segna il passaggio dall’io al noi: la soggettività individuale trova compimento nella solidarietà e nella lotta condivisa. Il sistema patriarcale è descritto con immagini dure e violente: esso “separa e uccide i figli” per vendetta contro il corpo generativo femminile, e avvelena la terra attraverso un “maschile accecato dall’invidia e dal potere”. Qui la poesia assume un tono di denuncia, quasi profetico, in cui la violenza strutturale si riflette tanto nei rapporti umani quanto nell’ambiente.
Ella ha la capacità di ricamare registro lirico e tensione civile senza cadere nella retorica. Il linguaggio è essenziale ma carico di immagini simboliche efficaci (oblio/tempesta, ombre, terra avvelenata), che sostengono un discorso insieme intimo e politico. Muovendosi in uno spazio profondamente interiore, dove l’io lirico sembra attraversare una condizione di smarrimento e ricerca di ordine l’immagine richiama spesso qualcosa di familiare e originario, ma subito questo radicamento viene incrinato dal “peso smarrito” che l’autrice tenta di racchiudere sul cuscino: un gesto intimo, quasi domestico, che però non riesce a contenere davvero il disagio. Le “stanze ben apparecchiate dentro di me” suggeriscono un’interiorità organizzata, forse costruita con cura, ma che appare insufficiente, perché il soggetto cerca invece un “ripostiglio inerte”, uno spazio marginale dove relegare ciò che non trova ancora forma.
Tutta la raccolta si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e corporeo, in cui lo spazio domestico si intreccia con quello psichico. La tensione tra ordine e disordine, tra grammatica e caos, costituisce il nucleo tematico principale. Interessante è l’uso di immagini biologiche e floreali, che suggeriscono un processo di metamorfosi non ancora compiuto. Lo stile, frammentato e privo di punteggiatura forte, rispecchia efficacemente la condizione di instabilità dell’io lirico, rendendo il testo coerente nella sua espressività inquieta e sospesa.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia e Pasqua 2026"
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Incantesimo libero per Alessia
al risveglio (subito del sogno
come una donna si ricorda
sedici anni contati come gocce
di mare e sta infinitamente).
Trascrive le parole con affilata
grafia nel diario e pensa a Mirta.
Azzurrità cerulea del cielo
a proteggerla prima di pregare.
Ci sarà raccolto nell’angolo
della mente trasparente
e non avrà paura della gioia.
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Raffaele Piazza

sabato 4 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI == CESARE VERGATI

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Cesare Vergati: “Aforismi in opera” – Ed. ExCogita 2025 – pag. 106 - € 12,00
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Prima di immergerci nella sorprendente avventura di questi aforismi bisogna gustare, tutta di un fiato, la “conversazione con Alberto Casiraghi di Cesare Vergati”, elegantemente proposta in appendice del volume. I due ci introducono speditamente nell’amalgama policromatica della scrittura nella quale la sottrazione diventa affidamento fulminante della espressione poetica.
Il volume si presenta come un laboratorio della parola breve, un’officina in cui il pensiero si distilla fino a farsi scheggia, tensione, talvolta persino enigma. Non siamo di fronte a una raccolta meramente sentenziosa, ma a un percorso in cui l’aforisma diventa esercizio di scavo, una forma di scrittura che rinuncia all’espansione narrativa per concentrarsi sulla densità e sull’urto semantico.
Si avverte una poetica ben precisa. Così: «In un dato di fatto l’esperienza spensierata serve da palliativo» suggerisce una visione disincantata dell’esperienza, dove la leggerezza non è liberazione ma compensazione, quasi un anestetico contro la rigidità del reale. L’aforisma non consola: smaschera. Allo stesso modo, «Nell’umano il disumano ritrova un vasto campo di dedizione smanioso di giungere all’inumano» introduce una tensione quasi paradossale, una spirale concettuale che mette in crisi i confini etici e ontologici, insinuando che ciò che definiamo “umano” contenga già in sé una vocazione al suo superamento o alla sua negazione.
Ancora più sottile è «Le più profonde sofferenze aggirano i più grandi dolori», dove il rapporto tra sofferenza e dolore viene rovesciato: non è il dolore a fondare la sofferenza, ma una dimensione più segreta, più interna, che lo elude, lo circonda, forse lo svuota. Qui l’aforisma si fa quasi meditazione filosofica, lasciando al lettore il compito di colmare i vuoti. E gli esempi diventano numerosi, carichi di ritmo musicale bene impastato al suggerimento speculativo.
Le aspettative per una “tele-scrittura” — intesa come scrittura capace di trasmettersi, diffondersi e risuonare in un contesto contemporaneo segnato dalla rapidità e dalla frammentazione — sono alte. Questo tipo di aforistica sembra infatti particolarmente adatto a una fruizione mobile, intermittente, ma non per questo superficiale. Al contrario, la brevità richiede una partecipazione attiva: ogni frase chiede di essere riletta, sostata, quasi abitata.
Cesare Vergati sa trovare una sua naturale espansione proprio in forme di circolazione “a distanza”, dove il testo breve diventa nodo di riflessione condivisa, scintilla capace di accendere interpretazioni plurali. Se la tele-scrittura rischia spesso di appiattire il pensiero, qui potrebbe invece amplificarne la complessità, trasformando ogni aforisma in un punto di partenza più che in una conclusione.
In questo senso, il volume promette non solo una raccolta, ma un’esperienza: quella di una scrittura che, pur nella sua essenzialità, continua a lavorare nel tempo lungo della coscienza del lettore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 3 aprile 2026

POESIA = LUIGI TRISOLINO

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"Il lamento dell’oblio"
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Ancòra affanni,
dopo il peregrinare folle
sui seni bollenti del destino.
La mia coppa di vino tace
invecchiando, persa fra le dita cogitanti.
Afa di ghiaccio quaggiù, non basta una vita.
Non sei nata, amica mia, per essere schiava.
Martire e oggetto vischioso,
scheletro mutilato e carne per bruti fuochi.
Non posso pensare senza graffiarmi
con le mani la fronte, amica mia,
al tuo seno d’altri offeso, coi capezzoli infranti nel pianto.
Questa parte di te che dimora
sotto la pelle di noi nomadi pellegrini
con gli animi randagi, o amica mia,
dondola l’acido vino nella mano tramante.
Mi siedo
come s’una nuda fresca roccia primordiale
accanto al mio vulcano incerto:
nella ferita trovo il vuoto. Lo annuso.
Ho bisogno di capire, non si può ormai fuggire.
Scalciante il mio oblio,
sul suo terreno fragile m’accingo già alla caccia.
In memoria del tuo sangue
traboccante il vino conta, sul mio costato colando,
le innumerevoli schegge di ossa
in direzione del cuore.
Vorrei lasciar gli arpioni predatori
e andare a pesca soavemente, nell’immenso del mio io.
Trovare te, amare sempre e solamente te,
scompigliare come ricci capelli al vento
i rottami del mio calcolo, omicida del tuo amore.
Ma ora amo i superstiti brandelli
del mio ardore scomposto, disperso oltre l’oblio.
L’orizzonte m’ama, mi desta,
mi scansa per far posto a nuova vita.
Da quando l’eterno amplesso con il cielo
come brezza mi carezza folle e balzante,
schietto e pulsante mi respiro.
Perdo il conto delle ore: il mio tempo è un compagno di guerra
ferito, tradito dal mio stesso inconsapevole
masticar di pensiero, sotto le stelle.
Elevo una speranza sulla via: che amar si possa
un’altra volta ancora;
ch’io non confonda la tua morte
con la vita mia, né il ricordo di te
con le mie pallide e godenti rotte di quest’oggi.
Ma una notte
la luna mi cadrà addosso
ovattando sulle mie nudità anelanti,
come un diamante proibito in attesa di brillare.
Bevo il succo dell’infinito, intanto,
sugli stracci di brune nubi smarrite,
quaggiù.
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LUIGI TRISOLINO
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Poesia vincitrice 1° Classificata al Premio Letterario Nazionale “Le parole della Poesia 2017”***