SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO
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NOTA DI LETTURA DI GENTILINO CIPRIANO
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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri", la Valle del Tempo, Napoli 2025-
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Ho letto con attenzione e piacere la sua raccolta Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), e mi permetto di condividere alcune riflessioni, nella speranza che possano essere un modesto contributo al dialogo intorno a un'opera che mi ha coinvolto nella sua doppia tensione visiva e sonora, pittorica e sussurrata fin dal titolo. Il titolo è già una poetica. “Dissolvenza” è termine cinematografico e pittorico insieme: indica il passaggio tra due immagini in cui l’una non scompare prima che l’altra insorga, ma le due coesistono per un momento sospeso, si sovrappongono, si contaminano. In questo libro ci sono almeno due grandi dissolvenze strutturali. La prima è tra la tradizione e il contemporaneo: lei convoca Baudelaire, Caronte, Acheronte, Leda, figure di un immaginario mitico-simbolico stratificato, e le fa coesistere con il mouse che “tallona ogni linea / incisa nella memoria”, con il linguaggio digitale di Bluesky/word, con la realtà divenuta artificiale. Non si tratta di straniamento ironico, ma di vera osmosi: il cobalto e l’indaco del primo testo abitano lo stesso spazio cromatico del monitor e della tela. La seconda dissolvenza è tra corpo e parola: il soma e la psiche si confondono continuamente, e in questo lei rimane fedele a una tradizione napolitana e italiana che sa che la poesia nasce sempre da un corpo prima che da un’idea. La presenza della pittura attraversa l’intera raccolta in modo organico, non ornamentale. Poesie come Pennelli, Colori, Astratto, Triangoli, i testi esplicitamente dedicati a mostre come Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni di estate, non sono poesie “su” la pittura, nel senso di una scrittura che descrive dall’esterno un oggetto visivo. Sono piuttosto tentativi di praticare nella lingua ciò che la spatola o il pennello praticano sulla tela: stratificazione, sovrapposizione di toni, gestualità. Il lessico cromatico ( il cobalto, l’indaco, il pervinca, l’oltremare, l’acquamarina, il purpureo ) non è decorativo ma strutturale: i colori nominati sono anche stati emotivi, zone dell’inconscio. In questo lei riprende, a suo modo, quella tradizione del Gesamtkunstwerk ( dell’opera d’arte totale che non conosce confini tra i linguaggi ) che attraversa la modernità da Baudelaire a Kandinskij. Il filo erotico-memoriale che percorre la raccolta merita una riflessione a parte, perché ritengo sia il nucleo piú autentico del libro. In testi come Sogno, Erosioni, Ricerche, Pulviscolo, Memoria, il desiderio non è mai sublimato né estetizzato: rimane carnale, urgente, fisico, anche quando è piú vicino al ricordo che alla presenza. La figura femminile assente-presente funziona come l’orizzonte di una perdita che la poesia non elabora per superarla, ma per tenerla viva. C’è in questo una scelta precisa, quasi controcorrente rispetto a certa lirica contemporanea che tende all’astrazione del dolore: lei non vuole astrarsi, vuole restare nel corpo, nella carne, nel “battere le tracce e l’erosione”. Vecchiaia è in questo senso una delle poesie piú riuscite della raccolta: non c’è rassegnazione, ma una sorta di conversione dello sguardo ( “non piú l’urgenza della passione ardita / ma dolce come nettare”)in cui la sensibilità non si spegne ma si trasforma, diventando piú attenta alle “semplici carezze”, al “fondo di bosco”. La raccolta ha anche una tensione civile e storica che non vuole lasciarsi assorbire dal lirismo personale. Gerusalemme e Egli tace portano il peso delle guerre contemporanee e del silenzio di Dio ( o del suo sostituto, il potere ) di fronte alla distruzione. Quattordici anni è una poesia dolorosa e necessaria, che affronta con sobrietà la struttura psicologica della violenza estrema ( “distorsione degli oscuri impulsi”, “l’atto necessario, / inevitabile, dettato dall’onnipotenza” ) senza cedere né all’enfasi retorica né alla cronaca. La doppia presenza di Libertà e tragedia è una scelta strutturale che interroga il lettore: non si tratta di una ripetizione per dimenticanza, ma di due sguardi sulla stessa materia incandescente. La prima versione è piú aforismatica, la seconda si apre alla testimonianza storica collettiva, con quelle “donne che sussurravano canzoni / mentre cucivano stracci in galera” che rimandano a una memoria resistenziale precisa. Le due versioni si tengono, si illuminano a vicenda. Il testo Baudelaire non è un omaggio distante: è un riconoscimento di parentela poetica. I “vapori d’assenzio”, le “ombre di velluto”, la “musica nera” che “sale le scale”, lei sa che sta evocando il padre maledetto della modernità lirica, colui che ha trasformato il spleen in forma, l’eros e la morte in corrispondenze. Ma la sua poesia non è baudelairiana nell’imitazione: lo è nella radice antropologica, in quel convincimento che la bellezza nasca sempre da qualcosa di ferito, che “ogni rima è una ferita che dissolve”. Il Di Lieto citato in apertura, con la sua analisi de “la bella afasia”, centra un punto essenziale: la sua è una poesia che sa della propria incompletezza strutturale, che non vuole colmare il vuoto tra la cosa e la parola, ma lavorarci dentro.Se mi è consentita una considerazione di carattere critico, che intendo in spirito di dialogo piuttosto che di giudizio: in alcuni testi della prima sezione ( penso a Ventagli o ua Spazi geometrici ) la densità del lessico tecnico-visivo produce per tratti un effetto di saturazione, come se la tela fosse troppo carica di colore e l’immagine perdesse la sua nitidezza. È un rischio connaturato alla sua poetica dell’accumulo e dell’associazione libera un rischio peraltro che lei conosce bene, e che in altri testi governa con grande maestria. Ma è precisamente in quei momenti in cui il verso si alleggerisce ( come nel breve, straordinario Tremore del suono ) che la sua voce raggiunge quella soglia in cui la parola diventa davvero sussurro, e il lettore trattiene il respiro. In definitiva, Dissolvenze e sussurri è un libro che porta il segno di una lunga vita dentro la poesia, non nel senso di una scrittura “saggia” o “tranquilla”, ma nel senso di una voce che ha imparato a non avere paura né del corpo né della morte né del silenzio, e che continua a cercarsi nel colore, nell’immagine, nell’eros e nella storia. La raccolta si chiude con Chiusura, e il titolo ha un suono definitivo, ma la parola finale è “alfabeto calcolato”, che è invece apertura, attesa di un calcolo ancora da fare. Il libro finisce, la voce no!
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Cipriano Gentilino








