mercoledì 18 marzo 2026

POESIA = ROSSELLA SANTORO

*******************************
"Il mio cuore agitato"
-
Il mio cuore completamente agitato
non può concedersi queste emozioni
rifletto ma poi mi mancano le cerco
come cose che non sapevo di volere
eseguo silenzi mentre immagino di parlarti
ti sogno ma non servirà
non ci sarà un contenitore che tenga
e non passerà.
*******
"Vibrazione residua"
Eppure, anche nel silenzio qualcosa vibra
una memoria sottile di ciò che non si è detto, di ciò che è rimasto sospeso
un brivido, un pensiero che torna senza chiedere permesso
resta l’eco di un battito che prima non c’era.
*******
"Risveglio e consapevolezza"
Non ho mai immaginato mai desiderato una cosa così
nel guardarti nel salutarti
sì, sicuramente carino ma l’idea non mi sfiorò neppure un attimo
poi ne ho sorriso banalizzando un’ipotesi che non poteva non poteva essere
addomesticata ai tuoi richiami risvegliai in me qualcosa di così nuovo
dove di nuovo non c'è più.
**
Rossella Santoro

martedì 17 marzo 2026

POESIA = CRISTIANO CUTURI


**************************
"Non sparami con il tuo fucile."

Non spararmi con il tuo fucile,
non ne ricaveresti che un uomo che muore.
Ma stringimi forte la mano.
Non spararmi con il tuo fucile,
non ne ricaveresti che la tua morte, oltre la mia.
Allungami la mano destra,
anche se non è quella del cuore,
così che io potrò salvarti.
Moriresti anche tu, come me;
se mi sparassi adesso, in questo momento,
per te niente più varrebbero i tuoi ricordi cari,
quei pomeriggi che accompagnato da tua madre
giocavi con i fili d’erba di un’aiuola piena di fiori azzurri,
quelle sere, durante le quali la voce di tuo padre
ti sembrava colorata di verde smeraldo,
di quel colore che non avrebbe potuto invecchiare mai.
Come potresti invece invecchiare tu stesso, adesso,
se mi sparassi con questo tuo fucile,
invecchieresti fino a morire,
e non ci metteresti di più di un attimo soltanto.
Ma stringimi la mano, te lo ripeto ancora, e stringimela forte,
e da uomo, guardami negli occhi.
Chi sceglie la via della pace al posto della guerra,
è perché ha capito che l’amore è l’unica cosa che veramente conta,
dopo aver conosciuto la bomba, che non perdona mai nessuno,
dopo aver perso per sempre le sue aiuole fiorite,
i suoi ricordi più belli di quando tanti anni fa era un bambino.
**********
"L’intelligenza del cuore."
-
Io ti vendo queste mie povere parole
e tu mi ascolti, mi rispondi, magari non capendole.
Io ti leggo le mie poesie, ancora, perché so che in te
non sono esaurite la ragione e l’intelligenza del cuore.
-
"A mia mamma."
***********
"Quello che mi dice mia madre tutte le mattine."
-
Tutte le mattine, ma proprio tutte,
mia madre mi dice: “Apri le tende del balcone,
perché voglio guardare il cielo.
Anche se è nuvoloso, ho bisogno di guardarlo”.
Io riconosco in questo suo bisogno tanta di quella poesia,
che piango, ogni volta, anche se lacrime di fatto
non me ne scendono dagli occhi.
Lei ama molto guardare il cielo.
Questa è la forte preghiera che mia
madre fa tutte le mattine.
Questo forse è il suo bisogno di Dio.
**
Cristiano Cuturi.

lunedì 16 marzo 2026

UN SAGGIO = VALENTINA MELONI


**********************************
"La lingua del duende – cante jondo e lingua materna nella poetica lorchiana.
================
Il saggio, che ha vinto una menzione d’onore al Premio Isolario 2026 per saggi inediti, analizza il ruolo fondamentale del cante jondo nella formazione poetica di Federico García Lorca, interpretandolo come una vera e propria “lingua originaria” che alimenta la sua visione della poesia. Lorca stesso afferma che «il cante jondo è il canto più antico d’Europa», sottolineando come la poesia nasca prima di tutto come voce e canto, prima ancora che come parola scritta. In questa dimensione primordiale, in cui ritmo, respiro e parola sono ancora uniti, il poeta riconosce una delle radici più profonde della propria poetica.
Il saggio ricostruisce inizialmente la formazione musicale di Lorca. Fin dall’infanzia egli fu introdotto alla musica grazie alla madre e alla zia Isabel, che lo avviarono allo studio della chitarra. Successivamente l’incontro con il maestro Antonio Segura Mesa a Granada consolidò il suo interesse per la musica popolare. Sotto la guida del maestro, Lorca studiò con passione il repertorio folclorico spagnolo, arrivando a interpretare al pianoforte numerose canzoni tradizionali. Il suo talento musicale era tale che Segura ipotizzò per lui una possibile carriera da musicista professionista. Tuttavia la morte del maestro nel 1916 e l’opposizione della famiglia interruppero questa strada.
Questo momento di svolta coincide simbolicamente con l’inizio della vocazione poetica di Lorca. Sotto l’influenza del suo professore universitario Martín Domínguez Berrueta, Lorca iniziò a scrivere i primi versi e nel 1918 pubblicò la sua prima opera, Impresiones y paisajes. Anche se il libro passò quasi inosservato, esso rappresentò il suo ingresso nell’ambiente culturale spagnolo e segnò l’inizio di un percorso artistico destinato a intrecciare profondamente poesia, musica e tradizione popolare.
Il cuore del saggio è l’analisi del rapporto tra la poetica lorchiana e il cante jondo, forma musicale e poetica radicata nella cultura andalusa. Questo canto, caratterizzato da un’espressività intensa e da una struttura essenziale, rappresenta per Lorca una manifestazione autentica dello spirito popolare. Il cante jondo non è solo una forma musicale, ma un linguaggio ancestrale in cui si conservano le memorie, i dolori e le passioni di una comunità.
In questa prospettiva il saggio mette in evidenza come Lorca percepisca il cante jondo come una lingua materna poetica, una forma di espressione che precede e supera la scrittura letteraria. La sua poesia cerca infatti di recuperare quella dimensione originaria della parola in cui canto, ritmo e sentimento sono inseparabili. La tradizione orale diventa così per Lorca una fonte di autenticità e un modello di intensità espressiva.
Un momento centrale nella riflessione di Lorca su questo tema è la celebre conferenza dedicata al cante jondo, nella quale il poeta analizza le caratteristiche di questo canto e il suo valore culturale. Lorca interpreta il cante jondo come un patrimonio spirituale profondamente radicato nella storia dell’Andalusia, dove si intrecciano influenze culturali diverse — arabe, gitane, ebraiche e cristiane — che nel corso dei secoli hanno contribuito a formare una tradizione musicale unica.
Il saggio sottolinea inoltre il ruolo svolto dal compositore Manuel de Falla, con cui Lorca collaborò alla valorizzazione del cante jondo. Insieme promuoveranno iniziative culturali volte a preservare e diffondere questa tradizione musicale, considerata un patrimonio autentico della cultura andalusa. In questo contesto il cante jondo viene riconosciuto come una forma d’arte capace di esprimere una profondità emotiva rara, legata alla dimensione tragica dell’esistenza.
Un concetto fondamentale per comprendere la poetica lorchiana è quello di duende, che il saggio interpreta come una forza creativa oscura e vitale che attraversa l’arte autentica. Il duende non è semplicemente ispirazione, ma una presenza misteriosa che nasce dal contatto con le radici profonde della vita e della morte. Nel cante jondo questa forza si manifesta nella voce del cantante, nella tensione emotiva del canto e nella sua capacità di trasformare il dolore in espressione artistica.
Lorca riconosce nel duende una qualità essenziale della grande arte, capace di dare alla parola poetica una intensità quasi rituale. La poesia, come il canto, diventa allora un’esperienza incarnata, che coinvolge il corpo, la voce e la memoria collettiva. Il poeta non si limita a descrivere la realtà, ma la attraversa con una partecipazione emotiva che rende la parola viva e vibrante.
Il saggio evidenzia come questa concezione influenzi profondamente la scrittura di Lorca, in particolare nelle raccolte poetiche e nelle opere teatrali in cui emergono immagini, ritmi e simboli legati alla cultura popolare andalusa. Il linguaggio poetico di Lorca cerca di recuperare la forza originaria del canto, privilegiando immagini essenziali, ritmi musicali e una forte dimensione simbolica.
In questo senso la poesia lorchiana può essere interpretata come un tentativo di creare una sorta di “canto generale andaluso”, capace di raccogliere e trasformare la tradizione orale in una nuova forma poetica. Lorca non si limita a imitare il folklore, ma lo rielabora attraverso una sensibilità moderna, trasformando il patrimonio popolare in una poesia di grande intensità estetica.
Il saggio sottolinea inoltre come la lingua poetica di Lorca sia profondamente radicata nella dimensione sonora della parola. Il ritmo, l’intonazione e la musicalità diventano elementi fondamentali della sua scrittura, che conserva sempre una forte componente orale. La poesia ritorna così alla sua origine di canto condiviso, dove la parola non è solo significato ma anche suono e respiro. In conclusione, il lavoro interpreta la poetica di Lorca come un dialogo continuo tra tradizione popolare e creazione artistica. Il cante jondo rappresenta per il poeta non soltanto una fonte di ispirazione musicale, ma una vera e propria lingua dell’anima, capace di esprimere le emozioni più profonde dell’esperienza umana. Attraverso questa tradizione Lorca riscopre la dimensione originaria della poesia come canto e come memoria collettiva.
La lingua del duende diventa quindi la lingua di una poesia che nasce dal contatto con la terra, con la voce del popolo e con le radici più antiche della cultura. In questa prospettiva la poesia di Lorca appare come una forma di ascolto profondo: un tentativo di restituirebr /> alla parola poetica quella intensità originaria che apparteneva al canto primordiale.
**************************************
Valentina Meloni, è nata a Roma nel 1976. Scrive poesie, saggi, aforismi e racconti da diversi anni. Vive in Valdichiana dal 2007 e conduce una vita ritirata a contatto con la natura. Scrive fiabe e storie per bambini, si dedica alla poesia, alla traduzione. Ha pubblicato per la poesia: Le regole del controdolore (Temperino Rosso, 2016), la raccolta di haiku uscita in allegato alla rivista statunitense Otata nanita (Otata’s Bookshelf, 2017), l’autoantologia di eco-poesia profonda Alambic (Progetto Cultura, 2018), la raccolta poetico-fotografica sul femminicidio e la violenza di genere Eva (NOSM, 2018) con fotografie di Annalisa Marino, con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato - epistolario poetico (La Vita Felice, 2018), Enso, Haiku Yoti (Nausicaa, 2019), Snails, ebook (Le lumachine, 2018), L’evidenza del vuoto (Ensemble, 2022), La Tessitrice vincitrice del Premio Scriptura (Yod Edizioni, 2022), Usei- il suono della pioggia (La Ruota Edizioni, 2023). Inoltre ha dato alle stampe le plaquette numerate: Nei giardini di Suzhou (FusibiliaLibri, 2015), Il fiore della luna-Leggenda di Rosaspina (La Linea dell’Equatore, 2018) illustrate dall'artista Santo Previtera, Suite della solitudine (Haiku, Katauta, 2020) illustrata dall'artista Rosario Morra e con Massimo Govetto Una rosa per Emily (Komorebi ni nureru, 2019). Nel 2017 ha pubblicato, inoltre, le fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e il ragno Alvaro, Nanuk e l’albero dei desideri (Temperino Rosso). L’albo illustrato Briciole di haiku (AG book Publishing, 2021). La raccolta di prose brevi e haibun Ippocampo - Prose poetiche e Reminiscenze (ilmiolibro 2020). Altre poesie, racconti, saggi sono pubblicati in riviste di settore e raccolte antologiche. Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali. Ha curato e tradotto dall’inglese, per i tipi di Musicaos Editore, nella Collana Fogli di Via, Dendrarium del poeta bulgaro Alexander Shurbanov. Nel 2010 fonda e tuttora cura il blog Poesie sull’albero un’antologia online tematica su alberi e natura. Nel 2017 ha fondato Komorebi ni nureru Italian Journal, una rivista aperiodica di Haikai in traduzione. Redattrice per Diwali – rivista contaminata delle rubriche di saggistica e recensioni. Contatti: www.valentinameloni.com

sabato 14 marzo 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**************************
“Fuga”
-
Rubo le ore aggrappato alle sfere
nel vano tentativo di fermarle.
Ormai vecchio, il mattino chiama ancora,
con dita sottili e poca luce alle palpebre.
Contro Thanatos, ritento con la spada,
ma con respiro ostinato,
per carpire semplici guizzi di memorie
e stringendo contro vento le cartelle
dell’ultima fascinazione.
Il tempo ha inciso il mio nome nella polvere,
tra versi incontrollati e possibili metriche,
eppure il cuore non ha imparato a tacere.
Dentro di me arde una brace sfrenata,
una parola che chiede nuovamente di nascere
per incidere il tuo nome nell’eterno.
Le mie mani tremano, sì,
ma sanno ancora accarezzare la carne.
Anche oggi ogni foglio è una frontiera,
ogni verso una piccola rivolta, che brucia
l’intelletto ed i pensieri.
Non ho finito di amare la terra,
né gli occhi che incontro per strada.
Cerco ancora pane caldo nella sera,
che scurisce i silenzi, e ti nomino invano
per ripetere insieme le splendide fughe dell’amore.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIER LUIGI GUERRINI


**********************************
Pier Luigi Guerrini: “L’amnistia del silenzio” – Ed. Bertoni 2025 – pag. 60 - € 15,00
In prefazione Rita Bonetti scrive: “Il viaggio tra queste pagine colme di vita, sofferenza, gioia, visione e immaginazione poetica, non è da me definitivamente archiviato come un ricordo tra i ricordi. È, anzi, un punto di partenza per il seguito di quell’esplorazione dei sentieri complessi della vita che non deve essere mai interrotto. Nell’opera di Guerrini, infatti, sembrerebbe affiorare l’insistenza con la quale ogni mistero della natura umana debba essere indagato, in questo caso con l’uso della parola più adeguata e con l’uso di un cuore pronto ad alzare il sipario al mondo e sul mondo.”
L’emozione che suscita la poesia allora è come una trafittura piacevole che cerca di risvegliare sentimenti e interrogativi, o ancora meraviglie e illusioni, o ancora memorie e desideri.
In questo panorama multicolore ecco anche il gioco acrobatico della parola:
FUORI POSTO
prova parvo privo di voce
trova torva trave di croce
selva valse troppe illusioni
rupe ch’attende acque pure.
Pasqua si prende il silenzio
tutto per sé.
traverso di fango
mi chino e piango.
rivolto nel sangue
pietà grondanti
e il cielo non è disposto
a rincorrere
il mio esser fuori posto.
nel mare di burrasche,
tante navi fuori porto.
*
Un breve ma intenso percorso emotivo che ruota intorno al sentimento di estraneità e di disarmonia dell’io rispetto al mondo. Fin dai primi versi si avverte una tensione sonora e semantica: “prova parvo privo di voce / trova torva trave di croce”. L’accumulo di allitterazioni e assonanze (soprattutto con le consonanti p, t e v) crea un effetto quasi martellante, che restituisce la fatica dell’espressione e la difficoltà del soggetto poetico a trovare una voce autentica. Il riferimento alla “trave di croce” introduce un’immagine di peso e di sofferenza che richiama implicitamente una dimensione sacrificale.
Anche il paesaggio naturale assume un valore simbolico: la “selva”, la “rupe” e le “acque pure” delineano un ambiente aspro, quasi primordiale, in cui l’illusione si dissolve e rimane soltanto l’attesa di una possibile purificazione. Il verso “Pasqua si prende il silenzio / tutto per sé” suggerisce una sospensione sacrale: la Pasqua, momento di rinascita nella tradizione cristiana, qui appare invece come un tempo di silenzio assoluto, quasi sottratto all’uomo. Il soggetto resta dunque escluso anche dalla promessa di redenzione. L’io poetico entra in scena in modo diretto: “traverso di fango / mi chino e piango”. Il fango è simbolo di caduta e di umiliazione, ma anche di una condizione terrena da cui non si riesce a sollevarsi. Il sangue e la “pietà grondante” evocano ancora un immaginario cristologico, accentuando la dimensione dolorosa dell’esperienza. Tuttavia il cielo “non è disposto / a rincorrere” l’uomo: il divino rimane distante, indifferente alla condizione umana.br />< In tutta la silloge Guerrini si distingue per una scrittura fortemente fonica e concentrata, in cui il lavoro sulle allitterazioni e sulle rime interne svolge un ruolo fondamentale nella costruzione del senso. Le immagini naturali e religiose si intrecciano in un breve percorso simbolico che conduce dalla metafora alla vertigine esistenziale, dal mistero alla incredulità. La sua scrittura appare così come una meditazione sull’inadeguatezza dell’uomo contemporaneo, sospeso tra desiderio di redenzione e la consapevolezza di una irriducibile distanza dal sacro, sospeso tra il sacrificio per il lavoro fisico ed il divertimento sotteso alle frasi.
“il freddo dirada le parole
come il passero in cerca di sole.
i pensieri accavallati
s’inseguono, si trovano,
si scontrano, s’illudono,
si scontano ai saldi di stagione.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 13 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANCARLO BARONI


***************************
Giancarlo Baroni: “Brevi Brevissime” – Ed. Bertoni – 2025 – pag. 90 - € 15,00
Giancarlo Baroni (1953) continua a sciorinare il suo bagaglio culturale con alcune composizioni che attualmente si distinguono tutte per una “brevità” di compilazione la quale fa balzare di volta in volta tra la sorpresa e l’indagine, tra il fulmineo e il pittoresco, tra l’adagio e lo speculativo. Forse il poeta tenta di ricucire decine e decine di fotogrammi per realizzare una corposa corona di folgorazioni in un’antologia che racchiude poesie brevi e brevissime, come annuncia il titolo, composte in trentacinque anni e che procede senza riferimenti temporali. La divisione in capitoli si basa sulla loro lunghezza, iniziando da 8, con liriche di otto versi, fino ad arrivare a 2, le brevissime appunto.
Nella nota al termine del libro l’autore afferma: «Queste poesie tentano di raggiungere il lettore rapidamente ma senza fretta. In parte inedite e in parte no; alcune sono frammenti di poesie più ampie».
Appaiono gli animali, la Storia e i suoi personaggi, l’arte e gli artisti, l’osservazione del mondo e delle cose, le figure mitologiche e i demoni, molte volte con il tocco di una sottile ironia che giova al ritmo serrato delle sillabe. Mi piace leggerne insieme una a caso per centellinare gli stratagemmi della scrittura.
“Veleni”
Stremato dalla difficoltà del compito
alla fine si riposò. D’altronde Atlante
si era affaticato per molto meno. Allora
come un aspirante mattatore
che sfrutta l’infortunio del collega
per levagli la parte emerge il Disordine
sciorinando nella scena i suoi veleni.
Una poesia che mette in scena, in forma allegorica, il momento in cui l’ordine del mondo vacilla a causa della stanchezza di chi lo sostiene. Una figura che, sopraffatta dalla difficoltà del compito, è costretta a fermarsi e a riposare. Il riferimento ad Atlante, il titano della mitologia greca condannato a sorreggere la volta celeste, introduce subito una dimensione simbolica: se persino Atlante si era affaticato “per molto meno”, allora il peso che grava sul protagonista appare ancora più gravoso, trasformando la fatica individuale in metafora della responsabilità di mantenere equilibrio e ordine.
Nel momento in cui questa forza ordinatrice cede, anche solo temporaneamente, entra in scena il “Disordine”. La sua comparsa è descritta con un paragone teatrale: come un aspirante attore che approfitta dell’infortunio di un collega per sottrargli la parte, il Disordine si inserisce nello spazio lasciato libero. Il mondo diventa così una sorta di palcoscenico in cui le forze opposte – ordine e caos – si contendono il ruolo principale. L’immagine del “mattatore” accentua l’idea di opportunismo e di spettacolarizzazione: il disordine non arriva con violenza improvvisa, ma con una sorta di esibizione, quasi compiaciuta.
L’ultimo verso, con l’espressione “sciorinando nella scena i suoi veleni”, rafforza questa visione teatrale e suggerisce che il disordine si diffonde lentamente ma in modo pervasivo. I “veleni” sono le conseguenze della perdita di equilibrio: confusione, degradazione, crisi. Nel complesso, la poesia riflette sulla fragilità dell’ordine e sulla facilità con cui il caos può prendere il sopravvento quando chi lo sostiene viene meno. Bastano una pausa, una stanchezza, una distrazione perché il disordine trovi spazio e si imponga come protagonista.
E l’esempio proposto avverte che l’atmosfera di tutta la silloge si sviluppa con la densità simbolica e con l’efficace fusione di registri culturali diversi. Lo strumento del poeta accresce la gratificazione e l’interezza dell’elaborato diviene in fine un agile saltellare tra dimensioni variabili e affreschi pittorici di notevole spessore.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 12 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA


*************************
Adriana Mastropasqua: "Sinestesia in divenire" - Ed. La valle del tempo 2026 - pag.56 - € 12,00
Primo premio al concorso "L'assedio della poesia 2025"
***
– La poesia nasce spesso dall’incontro fortuito tra emozioni, immagini e parole. Tuttavia, il vero poeta non si affida ciecamente al caso: lo sfida, lo piega, lo trasforma. Attraverso l’arte della scelta e della forma, la poesia riesce ad aggirare l’imprevedibile, creando ordine dal caos. Ogni verso, pur nato magari da un’intuizione casuale, viene cesellato con cura, guidato da un’intelligenza emotiva che sa cogliere il senso nascosto dietro l’apparente disordine. In questo modo, la poesia si fa alchimia: trasforma l’accidentale in necessario, l’effimero in eterno. E’ possibile con la poesia offrire quel mistero incontrollabile che si propone quotidianamente come un abbraccio universale che traccia sospensione cromata dei sentimenti e tenerezze di una melodia. La casualità diventa così materia prima, non ostacolo, e il poeta, come un artigiano paziente, sa ascoltare il caso senza esserne schiavo, piegandolo a una visione più alta e consapevole.
*- Le poesie qui raccolte si impongono all’attenzione della critica per la loro capacità di coniugare limpidezza espressiva e profondità simbolica, in un dialogo costante tra elemento naturale e tensione interiore. La parola poetica si muove con passo lieve ma consapevole, facendo della natura non un semplice scenario, bensì un organismo vivo, specchio e misura dell’umano.
Non mancano richiami di figure classiche e mitologiche, ma l’autrice costruisce un raffinato contrappunto tra realtà quotidiana e colorazione dell’immaginazione, tra aria e mare, tra palpabile e sussurrabile. L’aria, elemento della leggerezza e dell’aspirazione, viene interrogata nei suoi limiti: “non sai interpretare i rivoli di schiuma”, “non sai contare il passo delle onde”. È una sottrazione sapiente, quasi una pedagogia del vuoto. L’aria, simbolo di libertà e spiritualità, non possiede il linguaggio profondo dell’acqua, non sa “strappare parola al fondale”. L’immagine del “cefalo affamato” che non può essere salvato con l’aria introduce un improvviso scarto etico: la poesia non è evasione, ma confronto con la realtà concreta, talvolta crudele.
Eppure, proprio nella leggerezza si annida la speranza. La coccinella che “si arma” e “spira leggiadra” diviene emblema di una forza minuta ma invincibile. Qui la scrittura si fa quasi epifania: la levità non è superficialità, bensì capacità di elevarsi sopra il peso del mondo. La speranza non è declamata, ma affidata a un’immagine essenziale, pura, che vibra di silenzio e luce.
In un secondo testo, il motivo del viaggio amplia l’orizzonte simbolico. Il confine di Ventimiglia si apre a una dimensione europea e culturale, evocando la pittura moderna attraverso le “bagnanti” di Paul Cézanne e la circolarità armonica di Henri Matisse. Il dialogo con l’arte figurativa non è citazione ornamentale, ma immersione: la voce poetica entra nel quadro, danza, forma un cerchio. La perfezione diventa gesto condiviso, esperienza comunitaria. Il “Mistral” che bussa alle porte introduce un vento mitico, battezzato “Eolo Ciclope”: una fusione di mito classico e immaginazione personale. Il vento si fa forza di trasformazione, “ondate nuove di ribellione”. La poesia assume allora una dimensione civile: il viaggio non è soltanto geografico o estetico, ma interiore e storico. Perdersi “al centro del mondo” significa attraversare crisi e smarrimenti per approdare a una consapevolezza più ampia.
Per il premio assegnato le motivazioni sono molteplici, in special modo se teniamo presente i vari tentativi di sperimentalismo che vengono giocati in questi ultimi anni nel panorama culturale, che ci avvolge e che molto spesso travolge, dimenticando la genuinità dell’espressione poetica che ha sempre bisogno di ritmo e musicalità, di scansione delle sillabe, di scioglimento di quel groviglio interiore che corrode inaspettatamente le nostre circonvoluzioni cerebrali.
La cifra stilistica dell’autrice si distingue per l’uso calibrato dell’enjambement, per la musicalità sobria e per la densità iconica delle immagini. Ogni verso appare scavato, essenziale, privo di ridondanze. L’elemento naturale — aria, acqua, vento — si intreccia con il mito e con l’arte, componendo un tessuto poetico che unisce memoria culturale e tensione contemporanea.
Per la capacità di fondere leggerezza e profondità, visione estetica e interrogazione morale; per l’originalità con cui il paesaggio naturale si trasfigura in simbolo universale; per la maturità stilistica che coniuga limpidezza e suggestione, quest’opera merita pienamente un riconoscimento. La sua voce, insieme delicata e ferma, sa portare “nuova speranza”, anche se purtroppo tutti noi ci illudiamo di ritrovare una pace universale nel panorama civile e morale contemporaneo.
*
ANTONIO SPAGNUOLO