sabato 12 settembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EMANUELA DALLA LIBERA

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Emanuela Dalla Libera: “Memorie della pianura” – Ed. Il convivio – 2026 – pag. 64 - € 13,00
Con una scrittura limpida e immediatamente comunicativa, il tessuto poetico si coniuga con la solida tenuta delle illuminazioni, delle folgorazioni, della creatività. Un ricamo che cerca di intrecciare la quotidianità con la sparizione delle figure di un mondo moderno, le illusioni con i marosi della memoria.
Scrive Vincenzo Guarracino in prefazione: “È fin dalle prime pagine di Memorie della pianura di Emanuela Dalla Libera che si percepisce un passo lento, meditativo, come quello di chi stia attraversando un paesaggio antico e familiare e si guardi intorno con religiosa e compunta attenzione, con ancora l’eco dell’“ebbrezza”, del piacevole stordimento, della sua “stagione” poetica più recente. La sua è una voce poetica che non descrive, ascolta, posta com’è qui e altrove all’insegna di un vigile allerta dei sensi che elegge la natura a templum, a teatro della propria esperienza di verità, dove la parola è il tramite di un rito che sollecita forze e presenze ieraticamente attive.”
Le pagine si susseguono senza interruzioni di sorta in un continuo raccontasr/si che avvince per il ritmo incalzante delle figurazioni e delle incisioni partite quasi sempre da sub conscio.
Molte poesie si aprono con una meditazione sulla condizione umana, sospesa tra la gioia e il dolore, tra la luminosità della primavera e il grigiore degli inverni. «Nessuna vita è mai fuori della gioia / e del dolore»: affermazione che assume il valore di una verità universale, quasi un principio esistenziale al quale ogni essere umano è sottoposto. La vita non può sottrarsi all’alternanza delle stagioni, ai mutamenti della fortuna, alla presenza e all’assenza, alla felicità e alla sofferenza. Da questa consapevolezza nasce il desiderio di tornare ai giorni trascorsi, di recuperare quell’ebbrezza della vita e dell’amore che il tempo ha lentamente sottratto. Il verbo «ritornare», ripetuto in momenti decisivi, esprime una nostalgia che non è semplice rimpianto, ma vera e propria tensione verso una possibile riconquista. Il passato viene evocato attraverso sensazioni concrete: il fuoco sulle labbra, la frenesia delle estati, i sentieri erbosi e solitari, il vento tra i canneti, il canto del cuculo ridesto a primavera. La memoria non si limita a conservare gli eventi: li riaccende, restituendo loro una presenza sensibile, quasi tattile e sonora.
Il tema dell’assenza si manifesta con particolare intensità nei versi dedicati alle mani strette e negate dal tempo. La stretta delle mani è un gesto semplice, ma racchiude il calore dell’incontro, la complicità, la promessa dell’amore. Il tempo, tuttavia, ha separato quei corpi e quelle presenze, lasciando il desiderio di «accorciare lo spazio tra noi». È uno spazio che non è soltanto geografico: è la distanza prodotta dalla perdita, dalla lontananza affettiva, dalla consapevolezza che alcuni incontri non possono più ripetersi.
La poetessa non si arresta alla malinconia. Il movimento del ricordo si trasforma in una ricerca di futuro. Il «faticoso andare» dell’uomo può ancora aprirsi a «un orizzonte di promesse inaspettate», a scorci limpidi su un’erba appena germinata.
Oscillazione continua tra memoria e desiderio, tra ciò che è perduto e ciò che ancora può nascere è così un gesto di resistenza al tempo: se non è possibile ritornare realmente ai giorni felici, è possibile almeno conservarne la fiamma nella parola, trasformando l’assenza in canto e il dolore in una nuova promessa di luce.
Emanuela Dalla Libera realizza nei suoi versi una costruzione lirica ampia e meditativa, sostenuta da una forte continuità tematica. Il lessico naturale — primavera, inverni, estati, vento, canneti, erba germinata, sole — non svolge una funzione meramente descrittiva, ma si configura come una vera grammatica simbolica dell’esistenza. Le stagioni diventano figure del tempo umano, mentre la natura offre il modello di un rinnovamento che l’uomo desidera e insieme teme di non poter raggiungere. Sul piano formale, l’ampiezza dei periodi e la prevalenza dell’endecasillabo e di misure prossime all’endecasillabo conferiscono un andamento discorsivo e musicale. La sintassi distesa accompagna la meditazione, anche se in alcuni passaggi l’accumulo di immagini e di aspirazioni rischia di attenuare la tensione poetica, rendendo il dettato più dichiarativo che evocativo.
“così lontani gli anni e le stagioni /e gli astri che sopra vi avevano/ nidificato coi loro balenii”, “che avesse fine / ogni guerra e tornasse primavera / sugli alberi feriti dalla galaverna”, “Enormi si facevano /le notti, giorni lenti a passare / sul filo dell’attesa, che ritornasse / la vita nel suo alveo”, “Nessuno è tornato nel giardino triste, / l’amore, mai nato, si è dissolto, / nessuna anima è rimasta tra l’erba marcia / e le ortensie soffocate dal gelo.”
Con incisioni del dubbio o di un malcelato risentimento si offrono le frasi che riaccendono sentimenti.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POETI DA RICORDARE = VITTORIO PARISI

******** VITTORIO PARISI = 1892 - 1955

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia al timone felice"
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Mattino di giugno
di candele solari per
Alessia al timone nel
mare di Napoli, barchetta
azzurra per la gioia
con l’amore per le acque
fredde e calme a raffreddare
di Alessia la camera
della mente
di stella e luna di Alessia.
Cala la nebbia e tira
la lenza gettata con
devozione e un grosso
pesce mette Alessia
nel cestino a bordo.
Viene Giovanni vicino
in motoscafo salta
sulla barca e bacia
Alessia dall’estasi rapita
(allora mi ama!!!).
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Raffaele Piazza

venerdì 11 settembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONELLA CAGGIANO

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ANTONELLA CAGGIANO==”Diecimila anni” – Ed. Moretti / Vitali – 2026. Pag. 104 - € 10,00
Immergersi tra le sillabe di queste poesie è come essere delicatamente accarezzati da un tocco di ali di farfalle, tutte dotate di un candido potere che riesce a levigare fantasie e a ricamare memorie. Un universo personale diventa linfa del mondo, dilatazione del quotidiano, sintesi del mito e delle illusioni.
Nell’eleganza di uno stile misurato e volto ai tessuti della discrezione improvvisamente appaiono anche fulminazioni incisive, spesso inquiete e tremanti, incisive per allusioni e sguardi che si mescolano all’imprevisto o alle ondulazioni della memoria.
Mi piace rileggere questa poesia:
“tornerai come torna la sera
con tutti i baci che rimbombano
e nella testa batte batte sordo
il battito del cuore ostinato
nel ritmo caparbio delle cicale
Tornerai come torna la valle
col tremore negli occhi dell’estate
rossi papaveri e gerani e ortensie
giardini cantano viole gravide
con tutti i baci che rimbombano
e nella testa batte batte sordo
il battito del cuore ostinato
nel ritmo caparbio delle cicale
Tornerai come il giugno dei ragazzi
e porterai il vento
in tutte le strade che ballano
con le voci delle madri a cena
gli sbuffi delle tende speziate
con tutti i baci che rimbombano
e nella testa batte batte sordo
il battito del cuore ostinato
nel ritmo caparbio delle cicale.”
Essa si costruisce intorno a una parola-chiave, «tornerai», ripetuta come una promessa, un’invocazione e insieme un tentativo di resistenza all’assenza. Non viene precisato chi sia il destinatario di questo ritorno: una persona amata, una stagione, un tempo della vita, forse addirittura una felicità perduta. Proprio questa indeterminatezza permette al testo di trasformare un’esperienza privata in una condizione più universale: ciò che è scomparso viene continuamente richiamato attraverso le immagini della natura e della memoria.
Il ritorno viene dapprima assimilato alla sera, poi alla valle, infine al giugno dei ragazzi. Tre figure temporali e spaziali che appartengono a una memoria profondamente sensoriale. La sera è il momento del raccoglimento e dell'attesa; la valle richiama uno spazio originario, quasi edenico, nel quale l'estate si manifesta attraverso «rossi papaveri», «gerani» e «ortensie»; giugno, invece, introduce la dimensione della giovinezza, dei ragazzi, delle strade percorse dal vento e dalle voci familiari.
Il cuore «batte batte sordo», quasi ossessivamente, opponendo la propria ostinazione al trascorrere del tempo.
La ripetizione della strofa centrale funziona allora come un vero ritornello mnemonico. «Con tutti i baci che rimbombano / e nella testa batte batte sordo...» ritorna tre volte, quasi a imitare il battito cardiaco e il frinire incessante delle cicale. La poesia assume così una struttura circolare: il desiderio del ritorno viene pronunciato, la memoria lo alimenta, e il ritornello riconduce ancora al punto di partenza. Non è un ritorno reale, dunque, ma il tentativo della parola di rendere nuovamente presente ciò che il tempo ha sottratto.Il vero protagonista del testo è quindi il tempo, ma un tempo che la poesia tenta ostinatamente di contraddire. Il futuro del verbo «tornerai» contiene la speranza; le immagini dell'estate appartengono alla memoria; il presente del cuore e delle cicale mantiene aperta la ferita. La poesia nasce precisamente da questa tensione fra ciò che non c'è più e ciò che la parola continua a promettere.
La scrittura di Antonella Caggiano possiede una forte musicalità, sostenuta dalle ripetizioni, dalle allitterazioni e soprattutto dalle formule di angoscia, che trasferiscono “un sorriso monco sull’albero”, “Psiche ha raccolto le sue farfalle”, “Non sarà mai più estate a Gaza”, “I libri tessono viaggi in gusci”, “Urli di tradimento di chi sfida”, “Della croce il segreto degli occhi”, variazioni di ritmo e musicalità che accendono attenzione. Il lessico è volutamente semplice e figurativo, con una netta prevalenza di immagini naturali e domestiche.
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Antonio Spagnuolo

martedì 8 settembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO CUSCITO

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Giorgio Cuscito: “Nessuna solitudine” – Ed. RP – 2026 – pag. 66 - € 10,00
La vera poesia, quella sussurrata tra armonie ed emozioni, accompagna il cammino di ognuno. Amore, dolore, guerra, speranza, morte, amicizia, fede, appaiono talvolta come argomenti troppo volte affrontati, e che ogni sentimento abbia trovato la propria voce nei grandi poeti del passato. Di fronte a questa apparente saturazione ci si potrebbe chiedere che cosa resti ancora da dire al poeta contemporaneo. Eppure il verso ritmato continua ad esistere e a rinnovarsi, perché ciò che conta non è soltanto ciò che viene detto, ma il modo in cui viene vissuto e vibrato tra le sillabe.
“Nessuna solitudine” è la raccolta di poesie di esordio di Giorgio Cuscito. Egli presenta sin dalle prime composizioni un tentativo di scoperta del ricamo armonioso del verso, e affonda nei vari scintillii della solitudine come compagna, dell’amore come tempo passato e tempo futuro, delle vertigini quotidiane, del dubbio di un credo, dell’illusione e delle aspettative.
Fra le diverse composizione serpeggia luminoso un registro che si costruisce intorno a un desiderio di liberazione e di trasformazione dell’identità. L’immagine della tenda (ad esempio) è significativa: scostarla significa oltrepassare una barriera, uscire da una condizione di occultamento per «tendere al cielo», dunque verso uno spazio aperto, verticale, finalmente libero. Il poeta vorrebbe guardare il mondo dall’alto, «tra i tetti», assumendo una prospettiva diversa, quasi estranea alla quotidianità. Da qui nasce una progressiva metamorfosi: l’io afferma «Non sono un uomo» e si riconosce invece nel gatto che, pur vivendo all’ombra, sfida i cani incatenati. È una figura di libertà istintiva contrapposta alla prigionia.
Anche l’«industria assolata / che non ha bisogno di lavorare» introduce una curiosa immagine di autonomia: una realtà che esiste senza dover dimostrare la propria utilità. Infine il soggetto diventa «quel profumo / sempre irriconoscibile», qualcosa di impalpabile, impossibile da definire e possedere. Ma la tensione verso la libertà si rovescia nella confessione conclusiva. Le parole dell’altra persona — «so di vecchio», «la mia pelle sa di polvere», «la mia bocca è amara» — riportano l’io alla dimensione fisica del tempo, della decadenza e della memoria. Il verso, «Solitaria è / la mia compagnia», chiude il testo con una nota di radicale isolamento: dopo tante metamorfosi, ciò che resta è la solitudine.
“Nel logorarsi, / negli angoli dietro al bar/ c’è sempre una via /dove non c’è nessuno/ Lì/ la quiete l’eterno/ la sopravvivenza / il piacere/ scorrono/ e/ nascondersi dura/fino alla morte.” Un sottile tocco di filosofia accompagna le interpretazioni del quotidiano, e la poesia si riordina in un ciclo ideale che suggerisce e avvolge.
Una forte energia immaginativa, ben equilibrata nella scrittura, produce una sorta di metamorfosi surreale dell’io. Interessante è il contrasto fra il desiderio di elevarsi e l’inevitabile ritorno alla vecchiaia e alla solitudine. Così come appaiono colorate le esperienze della vita di tutti i giorni, in una semplice realtà con tutte le sue problematiche e contraddizioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = DANIELA D'ALOIA

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"Ti vedo"
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Acquaforte
Spio la casa
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Punta secca, sbarbata e cera molle, c’era
Il dettaglio della forma
Mezza luna i suoi denti
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Lo spettatore sia invitato a capire
il ruolo della luce,
la luce percorsa, la luce percossa,
la luce tremula che si può soltanto intuire
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A volte nasconde passaggi
A volte è un’incisione nelle iridi la luce
A volte una gola.
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"Da luce"
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La notte macina la strada,
divora vorace i nervi tesi
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Alle prime luci, l’alba
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Risalgo dal cancello d’ingresso
i miei fili d’erba e la pietra bianca
Qui il vento sibila parole lontane
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Alcuni vivono nascosti.
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"I tuoi mostriciattoli non fanno più paura"
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Eravamo infiniti e…
Ogni volta è un piccolo dolore
La caduta, il fallimento, l’errore,
un crack le mie costole
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Ho un nuovo quaderno
Le righe sono graffi e i pensieri si formano
a metà
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Voglio un legno antico, una piccola gioia
Una stanza senza nome,
un eterno mah
Le nuvole in slow motion, ma che dico,
ferme.
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Daniela D’Aloia

lunedì 7 settembre 2026

POESIA = SPERIMENTALISMO ANNI 80

ANCHE IO HO GIOCATO NELLO SCORSO SECOLO!!!!