martedì 28 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Una pronuncia di poesia totale – Varcando la soglia di «Dissolvenze e sussurri»
«La vita del poeta ha i suoi piccoli avvenimenti, come quella degli altri uomini. Va in campagna, viaggia, ma il nome della città dove ha trascorso l’estate scritto, insieme alla data, in fondo all’ultima pagina di un libro, ci mostra che la vita ch’egli condivide con gli altri gli serve per un uso del tutto diverso».1 Cadenzandosi in una sintassi che sa di vita, la poesia di Antonio Spagnuolo si svolge nel continuum di congiunzioni e di una varietà di preposizioni: essa è congiunzione nel momento in cui il conosciuto del mondo incontra l’essere di una visione; ed è varietà di preposizioni nella sequenza di un tutto incluso di finalità, di origine, di motivazione, risuonando di un raccontare d’esistenza con il mezzo del linguaggio comune. È questo l’incipit di un meditare intorno a «Dissolvenze e sussurri»2 e che riversa nella poesia di Antonio Spagnuolo la traiettoria pluriforme di romanzo. Romanzo di vita, appunto, giacché la poesia di Antonio Spagnuolo si spalanca ad un romanzo d’esistenza, nel quale il poeta tiene a bada le interferenze, malgrado pur di esse si fa carico e fortuna per fruirne in quanto condizioni di un (per)turbamento sollecitato a scavare in quell’amalgama di sequenze che egli, infine, scompiglia per redimerne il valore. Pertugio affrancato dalla simulazione ed egli vi è all’interno non già a recuperare la sostanza delle cose, poiché, invece, sono le cose a presentarsi a lui nella loro sostanza, nell’attesa di forgiarsi in un’integralità che superi il simulacro della parvenza, vincendo silenzi sfilacciati / nei frammenti che attendono prodezze3.
Universo in continua mutazione, la poesia di Antonio Spagnuolo elabora la natura di sostanza di tutto quel che contiene: pienezza di ricordi, di passi declinati, di soste, di meditazioni. Ma le porte che al poeta rinnovano l’accesso si aprono lentamente ed egli con pari lentezza vi accede affinché mani, piedi, olfatto senza vertigine, penetrino il mistero ambito lontano da qualsiasi dissimulazione (È il mouse che tallona ogni linea / incisa nella memoria e nella strana / realtà divenuta artificiale4 – egli scrive). Da anni la prospettiva esistenziale risuona ad ampio spettro di un bisogno di poesia. C'è chi proietta il bisogno come orizzonte e opera secondo un Pasoliniano alibi per non recedere dalla non-azione oppure incline alla dis-azione. C'è poi chi si attiva, anche se soltanto nella parola genuflessa ad un perimetro fosforescente rigido, magari osteggiando la sistematicità propensa ad ossequiare il baluginio delle cose comuni. E infine c'è il Poeta stretto nel suo dialogo con il mondo, intento a tuffarsi verso fiamme che destano memorie, / trasformare i sussurri in un prodigio / che sconvolge le cose comuni / e fonde in lampeggi cento idee5. A questi fattori esistenziali spetta l'attualissima resistenza di una poesia che si scopre sempre. Ma di chi è la voce e di chi la parola? Del filosofo, forse, ansante di percorrere lo scenario di fattezze (dis)umanizzate; di scrutare la maldestra rotta con incandescente fiato; oppure la voce è del poeta, di colui il quale agita il piano allocato nella solidità di una stoltezza e dissolve l’ingannevole tracciato e allenta la distanza tra l’io e l’io e l’essere? Un romanzo, dunque, Spagnuolo incide nella grafia del tempo; un romanzo, pure, nel raccontare di vicende di realtà, laddove né eroi, né isole distratte di furtiva delizia, si fondono in uno schema impostato. Senza incanto, egli afferra la frenesia bizzarra per scoprire del tempo festoso / il compasso segreto6. Ed è la scultura del romanzo esistenziale in forma di poesia – come pur vero è il viceversa – a diffondersi in questo mio esplorare l’energia di una pronuncia di poesia continuamente coinvolta a prendere forma e difformarsi nel pegno di sembianze da scoprire7.
Cronaca di un tempo individualizzato oltre i confini della tenuta ornamentale, la poesia di Antonio Spagnuolo permea l'occasione di lettura-scrittura-lettura (e che ridiscute l’io nel mondo e l’essere del mondo di Heideggeriano rimando) con un'intensità che trasfigura il fatto esperienziale, aderendo ad una miscela di suono e di figurazione, così come emerge da qualsiasi verso si vada a leggere nella silloge, sì che la silloge trasla in esperienza storica; titolo articolato in una concretezza pura e che, a dispetto di dissolvenze, si propaga in sussurri e lì, nella forma che al poeta è gradita, il pensiero filtra nella parola la forza di una coscienza. Così, la poesia come parola cosmica8 palpita di sentimenti in vita, distratti dalla virtualità di frantumi scellerati, e ai quali il poeta risponde con una parola che custodisce la potenza del tutto Baudelairiana di scavare l'agibile e l'intangibile al fine di toccare l'inconosciuto. Forte, in questo frangente, risuona l’etimo del pensiero, allorquando, tutt’altro che fugace, la mente materializza nella grafia verbale quel che il poeta traduce. Così Ogni parola – egli scrive – è un brindisi di cenere, / ogni rima una ferita che dissolve.9 Comunque la si osservi, insomma, la poesia non rimuove la realtà, anzi: ad essa ancor più e senza tregua si lega, giacché è nella realtà, è alla fonte del mondo vissuto, che la coscienza del poeta inscrive il chiarimento (Confrontando gli accenti / modellati dal pensiero inascoltato / incontro ancora quel fuoco / che da nostalgia è diventato folle. / Tutto è precipitato nel racconto / di un alito di vento10). Da comprendere, dunque, è la parola nella consapevolezza del viversi nell’egida di una significazione da recuperare nella realtà vissuta. Con ciò intendiamo che il lavoro svolto da Antonio Spagnuolo cadenzi un’identificazione che, nei termini Ricoeuriani, nutre i tratti della significazione poetica, quanto, dunque, della realtà a cui essa si riferisce, proponendosi nella genuinità di un linguaggio orientato – oltre la dissuasiva fretta – a farsi perlocuzione. Così ciascun verso e ciascuna parola si fanno manifesto dell’incessante lavorio ermeneutico nell’Heideggeriano «essere (solidamente) nel mondo»; altrettanto solidamente si dismette il capriccio della dissuasione attraverso una meditazione drammatica, ispirata e a sua volta ispiratrice di un verbo musicale, di un verbo figurale o scultoreo e in questa forma di sostanza ciascun luogo in versi rinasce in una costruzione libera di misurare il tempo nella duplice dimensione di rintocco epocale e di scansione individuale. E leggiamo: Credendo un mondo giusto da rifare, / tra i fuochi e i morti, sotto cieli rossi, / vorrei soltanto rincorrere il futuro. / nel cuore resta una scintilla, / una parola scritta in ogni muro, / “libertà” – maledetta e benedetta – / che arde nel tempo e gioca nei contesti, / Non è conquista, ma eterna scelta,11.
È sfida, forse; una sfida intesa a cogliere elementi che la coscienza del poeta rimette al proprio posto, eliminando qualsiasi illusione volumetrica e mantenendo l'essenza di ciò che egli ritiene ancorare, prendendosi la distanza da quel che il mondo delle cose gli rimanda; infittendosi in una finzione balenante (e devastante) e che egli poi declina nel periplo di una storia da narrare in interezza e in genuinità. Su questo sfondo il momento si allunga, intreccia solchi nebulosi e disperse trame con raggelanti attrazioni che trattengono la sostanza del vissuto mondano. Resta la scrittura, laddove la comprensione è affinità e vicinanza emozionale, ma anche unificazione dei frammenti; laddove delineano un proprio spazio l’immaginario e la fattezza di un vivere in oggettività. In scrittura resta la poesia quale territorio comprensivo, infine, nel quale il poeta incontra i suoi pensieri, mai da essi distanziandosi, pur quando è l’accadimento esterno al sé a decidere che mai periferia esista in poesia: qui, invero, si riconciliano opposti e trasgressioni, fantasticherie e il sangue di niente e di nessuno è clandestino. Leggiamo, quindi: Impigliato nei sentieri sconosciuti, / lungo nere pareti, lo scenario / del passato diviene fantasia / e per una volta ancora minacciosa12. Scorrono versi pari ad un piano-sequenza rappresentativo di idee presenti alla mente; e le idee così imbastite attraversano la parola nella rigenerazione del sentire; parola-forma che dà spessore universale all’evidenza scenica; traghettamento di una pronuncia memorabile e in incessante avvicinamento. Apprendiamo così come la leggerezza della materia – con la quale Antonio Spagnuolo incide la prolusione alla poetica – invada l’orizzonte meditativo nel suo farsi sostegno alla causalità di riflessioni; nel guidare una durata temporale anti-dissolvente (Così la vita – egli scrive – incide il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto, / abbracciando l’attimo nel quale eterno / tutto tace, e tutto resta impietrito nel miraggio13). Ed il poeta non si trattiene rispetto alle equivalenze che il sentire protrae; anzi, da esse apprende la modalità per procedere nella consapevole trasformazione che accompagna la sostanza dell’essere nel mondo a contesto delle proprie parole, nell’intarsio di pausa e di suggestione. Di ricordo e di silenzi di un respiro, nel quale intatto resta il legame con la vicenda storica che nelle cose si scrive giorno dopo giorno per amplificarsi, poi, in una parola coinvolgente: Nel tramonto ogni sera si riscrive / la poesia dell’ultima ora – / una bellezza che non implora, / ma si spegne, fiera, nel fuoco.14 Sicché né le parole e neanche le cose o gli accadimenti sfuggono: idealmente, tutti insieme, questi elementi edificano una parabola di riflessioni protese a farsi spazio storico nella tonalità cangiante del verso; a congegnare il florilegio delle visioni sostanziali – veri e propri fotogrammi di un montaggio ardito nel trasferire la volta di un reale babelico a realtà variabile, e nella cui variabilità il poeta sosta a distinguere il fronte proprio ed il fronte oggettivo e tenace, il verso sporge nel sussurro del doloroso stigma che disfa la parola, simbolo che sparisce / e poi ritorna / nel margine obliquo del ricordo – come neve sul vetro d’estate15, per poi interloquire con la prossimità e fissare una pronuncia deittica; pronuncia che, in quanto tale, si muove tra visioni e intuizioni, fino a balenare nell’esclusiva semantica di una (mai genuflessa) memoria: Ed ora giorno dopo giorno / avverto l’incalzare dello sgretolarsi / che consuma inesorabilmente / quel che resta del mio angolo oscuro / per tormenti16. Ed il tormento e lo strazio convocano la parola a farsi foriera di tutta una storia che d’attorno e dentro si agita (Stupide mani giocano a tormenti17); poi, con un sussurro, tormento e strazio rivelano la visione maltrattata dell’essere (Chi ha spento le luci dell’alba18). Egli scrive: È Babele che incombe in questo mondo / di lingue frantumate / e dove l’odio è capace / d’inchiodare il fratello a nuova Croce. / Mettere a tacere la stanchezza del rifiuto / è il vero prezzo di opposte resistenze / nel logorante segno degli inganni / capaci di corrompere ogni traccia / dell’umana pietà, / tra sguardi brulicanti di burrasca19. L’apice si raggiunge, dunque, nella coincidenza di un punto di vista che dalla temporalità individuale riceve nel suo vortice meditante vivenze periferiche rispetto al sé, segnando orme di una storia che è viaggio dell’inconscio e del linguaggio20.
In questi termini, la poesia di Spagnuolo è occasione per incontrare un pensiero intriso di coscienza contemporanea: di fatto, nella grafia – estirpata di qualsiasi riproduzione di ostentata soggettività – egli assimila l’orizzonte di una luce che persiste chiara ed enigmatica ad un tempo ed elicita quanti più territori senz’alcun intralcio, tanto da trattenere la maieutica sobrietà di una parola tutt’altro che in transito e che è richiamo eterno di amore; di un amore intarsiato dalle curvature di un paesaggio refrattario all’indugio nell’effetto estemporaneo. E il poeta scrive: Potrei cambiare gioco / ogni volta che le pupille tremano, / anche stremato dalle derisioni / imbrunite, a far segno in un girone. / Un gioco di pazienza che ripete / nascondigli che durano millenni / ed invece sono trappole / per le enormi schegge dell’eterno21. E nello scrutare-meditare il poeta inventa una figurazione che nulla sottrae, protendendosi in una direzione tutt’altro che oziante, e che si diffonde senza mai anelare al ristoro sui piani intersecanti di una lettura che affiora e sommerge e affonda, per poi sollevarsi in fasi di permutazione e, infine, mostrarsi con il profilo che si aprì nel varco, / il piccolo satellite del cuore, / per trainare gli artigli in ogni segno / che affoga l’alfabeto calcolato22.
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Carmen De Stasio
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1 M. Proust, Sulla lettura (1905), BUR, Milano, 2011, p.117
2 A. Spagnuolo, Dissolvenze e sussurri (silloge), la Valle del Tempo, Napoli, 2025
3 Bluesky/word, p. 9
4 Ventaglip. 10
5 Hardback, p. 14
6 Triangoli, p.15
7 Astratto, p. 16
8 F. Flora, Saggi di poetica moderna (1949), Casa Ed. G. D’Anna, Messina – Firenze, 1976, p. 48
9 Baudelaire, p. 51
10 Racconto, p Libertà e tragedia, p. 34
11 Proposte, p. 36
12 Tramonto rosso, p. 37
13 Ibi
14 Tremore del suono, p. 45
15 Timori, p. 53
16 Acheronte, p. 42
17 Gerusalemme, p. 27
18 Egli tace, p. 43
19 Mare e monti, p. 38
20 Farsa, p. 52
21 Chiusura, p. 54
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domenica 26 aprile 2026

POESIA = ALESSANDRA VERDE

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"BUGIE"
Mi sembra una bugia
quella di tornare indietro
e rifare tutto nello stesso modo.
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Mi sembra una menzogna
che non si addice
neanche all’uomo più sincero.
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Tornassi indietro io
cambierei tutto,
pensieri, città, miracoli.
-
Cambierei quel senso
di anima sperduta,
cambierei quel segreto
che si cela dietro la vita.
-
Strapperei
il filo che mi tiene legata
alla forma, dalla nascita
tornerei all’età del pianto,
ma ingannerei ancora
il mio nemico allo specchio.
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STRADA DI CASA
Ho messo male i piedi sulla roccia,
sotto di me un fiume limpido:
sarà colui che – ancor più in basso -
cancella i ricordi e li trascina
via come sassi?
-
Ho messo male i piedi, sono caduta.
Vorrei proprio cancellarli i miei
errori, i miei pianti, quelli di adesso.
Vorrei gonfiarmi di acqua e così
galleggiare fino a che il fiume
non si sappia fermare
fino a che io non torni a
scoprire i sorrisi
ad aspettare mio padre
se caduta dalla bici,
a salire tra le sue braccia
e credere, credere sempre di
poter tornare dove già sono stata
e sentirmi di nuovo me stessa,
a casa.
-
Ho messo male i piedi, dove sono finita?
Lo saprà la roccia? E la
goccia? Che dai miei occhi
chiama e risponde alla cascata che
cade nella vita.
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"LEGGERMENTE"
Delle volte non
si può far altro
che respirare,
involontariamente cadere
coscientemente cercare
di credere che
il cuore – sì –
sarà più leggero di una piuma
sulla bilancia dell’aldilà.
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ALESSANDRA VERDE

POESIA = EMILA OTELLO

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"STRADE NEL SOTTOFONDO"
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Ci sono strade nel sottofondo
tempestate di aride stelle.
E su strati di ghiaccio, anelando,
giungono spumeggianti corolle.
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Nelle stesure del tempo io resto,
ancorata al bisogno di credere,
al fato che torna, un po' molesto,
schiva, nel voler ancor confondere.
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Chi sei tu, infatuo destino che bussi,
quando la porta cercai di chiudere
e già t'apprestavi a entrare furtivo.
-
Non conosco ancor il tuo obiettivo:
entravi, uscivi — tornavi a fondere
come antichi sogni in liquidi riflussi.
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10/04/2026 ****
"SULLA LAMA DEL TEMPO"
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E siamo qui, in quest’ora tanto attesa,
sulla lama affilata di un rasoio:
chi con occhi di lince,
chi con occhi di talpa,
ma siamo qui.
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Al culmine del principizio,
prima della grande tempesta.
La terra è gravida di doglie,
prima che giunga il parto.
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Chi sarà pronto ad accogliere?
Il nascituro figlio porterà gioia,
crescerà tra le pietre concave del passato,
segnerà l’autunno e la primavera.

Con un taglio netto
al cordone ombelicale del vecchio tempo,
un vestito nuovo da indossare,
un talismano tra le mani
ed un annuncio: «Ecco, sono qua!»
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27/03/2026 ****
"L'AQUILA DEL DESERTO"
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E la colomba si posa sul ramo più alto,
la voce di femmina si innalza,
da ogni tempio, da ogni era giunge.
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Come artigli di falco graffiano le unghie,
per troppi giorni ingoiati,
e basterà un gesto, un solo gesto:
abbassare il velo,
trapassare lo sguardo,
lasciare che il vento frughi
tra i suoi capelli.
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Una ciocca tagliata sfida il tempo.
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Cammina, donna, cammina,
con passo lesto:
è tempo di sradicare radici,
e il maschio diventa teschio,
come amuleto nel cassetto.
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Solleva il nero della tua prigione,
mostra la bellezza al mondo.
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Non ti fece Dio più bella di Adamo?
Non lasciò la bellezza nuda?
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Non nascose la Rosa tra i rovi,
né la farfalla nel bozzolo.
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Ammira il cielo con occhi di rimmel,
sfoggia l’onda sinuosa della bellezza.
-
Ogni figlia è madre del mondo,
ogni donna è madre di figlio
che ha raccolto lacrime di dolore.
-
È tempo questo di giustizia,
di aprire le gabbie della morte.
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Vola, aquila del deserto,
vola sul tetto più alto del mondo.
E ogni voce canti: io ora son qua!
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26/03/2026
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EMILIA OTELLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA MONNETTI

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Francesca Monnetti: “Secondo-genitura”- Società Editrice Fiorentina – 2026 – pag. 80 - € 14,00
Il titolo “Secondo-genitura” è un gioco linguistico piuttosto denso, e può essere interpretato su più livelli: la condizione del secondogenito (il figlio nato dopo il primo). Tuttavia, la grafia spezzata con il trattino suggerisce che non si tratti solo di una posizione familiare, ma di qualcosa di più simbolico. Potrebbe alludere ad una rinascita interiore, potrebbe riferirsi ad una voce non dominante, alternativa, potrebbe suggerire una creazione filtrata, infine qualcosa di non più immediato, bensì atto riflesso. Incipit imbarazzante! Tutto accade secondo un programma ben determinato o da plasmare?
Come suggestione improvvisa, in questa armoniosa scrittura, che caratterizza in effetti tutta la silloge di Francesca Monnetti, mi piace esaminare la poesia “Mural tuttomondo” a Keith Haring- che si configura come un omaggio visivo e concettuale all’opera di Keith Haring, traducendone il linguaggio grafico in parola poetica. Il testo rinuncia quasi del tutto alla punteggiatura e agli spazi tradizionali (“nonunacesura”, “nondiscontinua”), costruendo una continuità fluida che riflette direttamente la linea haringhiana: una linea che non si interrompe, che connette, che ingloba il caos del mondo senza mai frammentarlo del tutto. La scelta di fondere le parole (“fissa-nonfissa”, “pathosmoto”) suggerisce una tensione costante tra stabilità e movimento, tra forma e energia, che è tipica anche dei murales dell’artista.
Il “disordine nel mondo” non viene negato, ma “(far)risaltare”: la poesia, come il mural, non elimina il caos, bensì lo rende visibile e lo trasforma in ritmo. In questo senso, l’arte non è evasione ma “argine ultimo”, un limite fragile ma necessario contro lo “svanire”. La linea diventa allora principio generativo: “vibravive”, “tienedesta”, mantiene una vitalità che si oppone alla dissoluzione. Il lessico insiste su termini dinamici e corporei (“emozione”, “pathos”, “moto”), sottolineando come l’opera sia esperienza sensibile prima ancora che estetica.
Direi che si può leggere il testo come un esempio di poesia visiva e performativa, vicina alle sperimentazioni della neoavanguardia italiana, dove il segno linguistico tende a farsi gesto grafico. Tuttavia, rispetto a certe rigidità sperimentali, qui emerge una tensione comunicativa più aperta: la poesia non è chiusa in sé, ma “alprossimo integrocilega”, cioè orientata verso l’altro, verso una dimensione relazionale. Questo aspetto richiama la funzione pubblica del mural di Haring, pensato per uno spazio urbano condiviso.
Tutta la scrittura in queste pagine cerca di restituire l’immediatezza e l’energia del gesto artistico, con un ritmo guizzante delle sillabe che attanaglia lo sguardo per diffusione di pensiero e di idee.
I tratteggi, per immagini o personaggi, per figure o illusioni, per descrizioni particolareggiate (al fiore del petalo/ nelle compositae … alla distanza/ lo preferisco/… fa capolino …/infiorescenza … terminale) o per bisbigliare suggerimenti, sono tutti attraversati da una rigorosa armonia che rende plastica la composizione. E non manca un alone sottile, che si ricama da solo, tra possibili scorrimenti filosofici e cristalline schegge del sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 25 aprile 2026

POESIA = NUNZIO FESTA

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"MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA"
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Una dozzina di uova e una rapina
alla banca del sapone e una donna
supina a rigare con le mani le foglie
di pomodoro o tabacco e il -
glioletto col polmone
malato a farsi addormentare dai papaveri
: poveri: buoni: incattiviti
dai cadaveri delle promesse ricevute
: uomini e donne perseguitati
dalla miseria
dai soli doveri.
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"MATERNITÀ"
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(ad Amedeo Modigliani)
-
Ogni bambino ha negli occhi
un gigante: la -
glia è nella casa
con i pidocchi e l'istante del ritratto
è l'unica spesa possibile
: lo stretto fra la Francia e Livorno
allunga ogni monetina
ammissibile per l'umore
e per il vino e per il liquore
sul pennello
: il ritorno migliore
: un giorno ogni giorno:
nelle tele tentazioni tentate
: le donne sono due
e il colpo di genio è il corpo che
si assume nel mantello della tragedia
: il seme della dannazione e
il morire
come unica approvazione.
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"INCISO"
-
Il Marecchia è spesso un calzino
s-
brato: l'arte e la storia un rifugio
nella parte più sana della quotidiana
realtà: carte smaltate e il silenzio
: il -
ato delle nuvole in legno e paura
la congettura che si sta avvicinando
la -
ne dei tempi: siamo gestiti noi pure
da esempi troppo certi – invece – del fare
e (del) divenire: murene e santi
viventi esseri / speciali da cucire
nelle compravendite e come
involuzione: pianti e grida: ci siamo -
nalmente
liberati – almeno
della continua s-
da
e della rincorsa
: incamminati: sicuri
delle nostre ossa.
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"COLLEZIONE DI LASCITI"
-
Sono invecchiato forse prima
di te: seppure compio le scale
senza troppa fatica: uguale
alla casa lisciata quasi a lima
di coltello e bugie del bosco
: un luogo che qui riconosco
essere stato la visita perduta
degli alberi: del terreno: muta
in estate
e in primavera
: la sera prima di fare l'amore
: stesse raccomandazioni sul divano:
qualcosa a sapore di cartone
di fate: e quindi da -
aba
: canzone di cera e umore
di carruba del mio paese.
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NUNZIO FESTA

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANLUCA GARRAPA

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Gianluca Garrapa: “Saltiquanti” – Edizioni del Centro scritture – 2025 – pag. 176 - € 16,90
Volume ricchissimo per costruzioni e frammentazioni, per figure luminose e tratteggi, per incisivi motteggi e ombre che sfuggono. Molte poesie costruiscono un dialogo frammentato tra due poli, “Corpo” e “Assente”, che funzionano come voci interne scisse: da un lato la materialità, l’istinto, la presenza fisica; dall’altro una coscienza dislocata, ironica, talvolta allucinata. Per scarti, giustapposizioni e cortocircuiti semantici, dove il linguaggio non mira a una narrazione lineare ma a rendere l’esperienza di una percezione alterata e discontinua. Così un dialogo tra le due voci è costantemente perturbato da intrusioni di registro: il basso e il triviale (“cazzo”, “coglione”) convivono con immagini pseudo-filosofiche (“diecimila anni e macigni d’aria: le idee”) e con riflessioni metapoetiche (“il filo ludico al dialogo”). Questo impasto linguistico produce un effetto di spaesamento che riflette una crisi del senso: il ritmo si accelera spesso e avvince.
Un tema centrale è quello del “sottofondo”, che ritorna più volte come metafora di una realtà latente: può essere inteso come dimensione inconscia, come rumore di fondo culturale (“sottosfondo di marijuana nell’epoca mediana”) o come sentimento resistente (“un sentimento che resiste / per sempre”). In questo senso, la poesia sembra interrogarsi sulla possibilità di autenticità in un contesto storico percepito come vuoto e manipolato (“cultura di noi altri vuoti di spiritualità”).
Con tono ludico ricreativo il poeta si colloca in una linea di sperimentazione che rifiuta la coerenza discorsiva tradizionale per privilegiare un montaggio di frammenti, registri e livelli di realtà. La voce poetica si sdoppia e si mette in scena, trasformando la poesia in uno spazio teatrale minimo, dove però la rappresentazione è continuamente destabilizzata. L’uso del linguaggio colloquiale e volgare non è gratuito, ma funzionale a smascherare ogni residuo di retorica elevata, mentre le improvvise accensioni liriche o filosofiche vengono facilmente contraddette o ironizzate.
Tutta la silloge si muove entro una dimensione fortemente corporea e insieme alienata, in cui il soggetto percepisce il proprio corpo come qualcosa di estraneo, quasi costruito artificialmente (“non m’appartiene / che un doppio artefatto”). L’immagine “bagnato di sodio e di sole”, mescola elementi naturali e chimici, suggerendo una condizione sospesa tra vita organica e artificio, tra autenticità e costruzione. Il corpo non è più sede di identità, ma oggetto manipolato da forze esterne (“creato da loro fin troppo / perfetti”), forse allusione a un sistema sociale o a modelli imposti di perfezione.
La lingua è aspra, materica, attraversata da termini concreti e talvolta disturbanti (“guazzame di sporco”, “filo di stagno”), che restituiscono una sensazione di compressione esistenziale.
Particolarmente significativa è la metafora della nave: “come nave l’immagine trema”. Qui il soggetto appare instabile, in bilico, esposto a un movimento che non controlla. Il “frigger di pietre” sotto il piede introduce un elemento di precarietà e di attrito, quasi a indicare un cammino difficile, segnato da dolore e rischio. La morte, evocata nei “contorni precisi”, non è tanto evento finale quanto presenza che delimita l’esperienza stessa. Forte dunque la densità metaforica e un linguaggio che unisce registri fisici e astratti, costruendo una poesia di tensione interna più che di narrazione. La sintassi spezzata e l’accumulo di immagini contribuiscono a creare un effetto di disorientamento coerente con il tema dell’alienazione del soggetto.
Gianluca Garrapa si dibatte coscientemente nel conflitto tra interiorità e forma imposta, tra desiderio di apertura e impossibilità di sperare pienamente. La chiusura si propone come conteggio delle ore, dei minuti, dell’attimo e si adagia ad una composizione che abbandona il ritmo scandito delle sillabe per ricamare un fraseggio che che sostiene la narrativa.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 21 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = RENATO MINORE

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Renato Minore: “Per speculum et in aenigmate – Ed. Di Felice – 2025 – pag. 64 - € 10,00
Una brillante incursione tra le fulminazioni del quotidiano e la godibilità del pensiero vagante, spesso avvolto dalla frammentazione del visibile e la tentazione di un’illusione.
Il poeta chiarisce il titolo, nella prima sezione del volume: “come in uno specchio e in un confuso enigma”. A me piace, come vecchissimo medico, rammentare anche che lo “speculum”, usato in clinica, è un dispositivo metallico atto a mantenere aperto un orifizio, particolarmente in ginecologia. E questa suggestione si adatta agilmente allo scorrere di alcune figure poetiche che magistralmente Renato Minore mette tra i versi. “L’aprirsi dell’inquietudine che fulmina la storia”, “l’inconfondibile sagoma di ciò che simula sperienza e verità”, “la nebbia sottile per velare anche l’ultimo incanto”, “il soffio svagato che porta alla fine”, “chi è da sempre esule per sempre”. Tutti sondaggi che richiedono compartecipazione.
“Un’azione ben responsabile e cosciente quella che qui Minore evoca, - scrive Vincenzo Guarracino in prefazione – chiamando in causa anzitutto se stesso, in un gioco di pulsioni che pertengono alle ragioni profonde dell’io che, di fronte al reale e all’Altro esprime un bisogno di conferme attraverso indizi, significanti e significati, differenti, spesso drammaticamente sfuggenti, ma convergenti in una domanda di senso, dalla cui urgenza l’io si sente agito e spinto in un processo infinito di decodifica del loro nucleo fattuale, deputato a strutturarsi nel suo Immaginario come paradigma del suo stare di fronte alle cose, , ossia rovistando e pesando ogni gesto per mettere a nudo le nervature più segrete, senza sottrarsi neppure al gesto crudele di sviscerare carattere e azioni al fine di pronosticare sopra di se, scrivere minutamente con le più argute e profonde riflessioni la sua vita. (come scrive Leopardi nello Zibaldone)”
Fra le molte scelgo una composizione coinvolgente:
“Per vivere ancora
la sola vita che conosce
manda il suo messaggio
su Istagram per dire io,
io c’ero negli anni Ottanta,
l’unico desiderio sogno incubo
di questi giorni
in cui si sente morta
per avere soltanto
quindici clic nelle foto
d’un tempo sulla meraviglia
dell’incrocio di gambe
proprio come Sharon Stone.”
Mette sapientemente in scena una figura che cerca di riaffermare la propria esistenza attraverso i mezzi contemporanei della visibilità digitale. Il verso iniziale, “Per vivere ancora / la sola vita che conosce”, suggerisce una sopravvivenza più che una piena vitalità: la protagonista sembra intrappolata in un’unica modalità di essere, quella mediata dallo sguardo altrui. Il “messaggio su Instagram” diventa allora un atto quasi disperato, un tentativo di dire “io” e di ribadire una presenza che rischia di dissolversi. Il riferimento agli “anni Ottanta” introduce una dimensione nostalgica, contrapponendo un passato percepito come più autentico o significativo a un presente dominato da metriche superficiali, come i “quindici clic”.
Il cuore del testo sta proprio in questa frattura temporale e identitaria: il passato è evocato attraverso immagini di seduzione e spettacolarità (“l’incrocio di gambe / proprio come Sharon Stone”), mentre il presente è segnato da una sensazione di morte simbolica, dovuta alla mancanza di riconoscimento. La meraviglia di un tempo si riduce oggi a un conteggio sterile di interazioni, e l’identità si appiattisce su un bisogno di conferma numerica. Il tono è insieme ironico e tragico: ironico per l’uso di un’icona pop e di un linguaggio quotidiano, tragico per la consapevolezza della perdita di senso.
La poesia di Minore in questa silloge (Premio Florida Roma 2024-2025) si inserisce in una linea contemporanea che riflette sul rapporto tra identità e social media, utilizzando un lessico semplice e riferimenti culturali immediatamente riconoscibili. L’efficacia del testo risiede nella capacità di condensare, in pochi versi, una critica alla società dell’immagine, alle figure che ci accostano, e alla nostalgia come rifugio identitario. Un commento godibile per gesti comuni che appaiono come interventi dal tratto filosofico.
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ANTONIO SPAGNUOLO