sabato 7 febbraio 2026

RIVISTA = KENAVO'


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E' in distribuzione in questi giorni il numero 80 della elegantissima rivista Kenavò fondata, realizzata e diretta da Fausta Genziana Le Piane, elemento di spicco nella rappresentanza valida della cultura contemporanea-
Firmano questo fascicolo, particolarmente interessante per i numerosi interventi, Plinio Perilli, Carlo Di Legge, Paolo Ruffilli, Francesco Liberti, Carla Di Stefano, Anna Manna, Maria Rosaria Catalano, Giusy Pisano, G. Michelone, Aurelia Rosa Iurilli, Enrico Finocchiaro, Elisabetta Tassi, Damiano Ricca, Paolo Carlucci, Roberto Casati, Donal Ryan, Roger Ballen, Maria Rita Magnante, Fausta Le Piane. L'Inserto a cura di Fausta Genziana Le Piane "Leggendo ho scoperto mio padre" porta liriche di Clara Di Stefano, Giuliana Prescenzo, William Blake, Renato Zero. In copertina William Butler Yeats.
Per contatti : faustagenzianalepiane@virgilio.it =

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA CENCI


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Carla Cenci: “L’angelo altrove” Ed. Lepisma – 2024 – pag. 73 - € 13,00
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Nei vari contesti sperimentali odierni che chiedono alla poesia di essere ciò che non è, senza il ritmo cadenzato delle sillabe ed il pungolo delle emozioni, e tentano di abbandonare il suo humus e il suo linguaggio appiattendosi sempre di più in una prosasticità arida senza più il sin¬tomo del metafisico, senza musicalità, si avvicendano tentativi incredibili di scritture, decisamente privi di un tessuto di comprensibilità. Ma per buona sorte ancora molte voci si sono autorevolmente espresse nel riconoscere la necessità di comporre degnamente il configurarsi delle strofe, nella nobile articolazione della testimonianza.
“L’angelo altrove” nella sua concatenazione di effetti positivi rappresenta agevolmente il tributo di chi sa gestire in contemporanea un bagaglio culturale abbastanza condensato e l’abilità di comunicare gli slittamenti della narrazione.
“Gran parte delle liriche che compongono questo libro- scrive Giuseppe Cerbino nella prefazione- raccontano scene di vita quotidiana che si svolgono prevalentemente a Roma e che però trasfigurano sempre qualcosa di fecondo e numinoso; la capacità espressiva di Carla Cenci consiste proprio nel rendere “paradisiaca” ogni vicenda minima e di far scorgere in essa una presenza invisibile.”
Molte poesie colpiscono per la densità visionaria e per l’uso di immagini aspre, quasi fisiche, che restituiscono un senso di soffocamento morale ed esistenziale. Il lessico corporeo (“masticare”, “albume dei canini”, “respiro ammutolito”) rende concreta una guerra che sembra più interiore che storica. Notevole il contrasto tra l’apparenza borghese delle “giacche di perbene” e il “ménage di fango”, che smaschera l’ipocrisia dei ruoli sociali. Il soldato diventa figura simbolica di chi inchioda il silenzio, di chi esercita una violenza muta e necessaria. Il buio, personificato, introduce una domanda radicale sul senso del vivere e del vedere. Il verso finale, spoglio e dimesso, sceglie la sottrazione come gesto etico ed estetico. Ne emerge intensità, consapevole, che affida alla discrezione del nulla una forma alta di resistenza.
“A masticare un gorgo
i soldati in ménage di fango e i cuori
sotto giacche di perbene apparenti.
Dietro il platino dei visi posticci
so aspettare l’albume dei canini,
so di questi un soldato quando inchioda
un respiro ammutolito alla porta.
Dice il buio, che chiede
se lavo ancora gli occhi nella vita
e io di me dentro i suoi
discretamente nulla, niente più.”
La limpida semplicità fanciullesca si riflette nel pesciolino rosso chiuso nella sfera, o “nello stare ad ascoltare/ la cometa, che decanta nel traffico”, o, terminato il convivio, “Fine pranzo nel candeggio,/ tovaglie/ all’oblò di domenica, consueta/ usura di insistenze e la centrifuga/ nel suo continuo, dal suo buio al vento,/ un bucato ingrigito”, o nella lenta lettera che ricompone gli attimi quotidiani della madre.
Scrittura ben cesellata e nello stesso tempo leggera, musicalmente orecchiabile, nella quale il tema del tempo virtualmente vorrebbe fermarsi all’odierno, ma abilmente si arricchisce di memorie e si plasma di chimere.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 6 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = JACOPO RICCIARDI


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Jacopo Ricciardi: “Il fiume e il buco nell’acqua” – Società editrice fiorentina – 2026 – pag. 64- € 13,00 –
Con una serrata tessitura dell’irruenza, anche felpata, del canto, che si concretizza in una semplice empatia, eccoci alla ricerca del racchiudere forma, contenuti, immersioni, sospensioni, emozioni.
Ancorati al porto della sensibilità, e desiderosi di mettere in luce quanto di segreto contiene il subconscio, la ruota della natura e della storia ritorna ad una visione totalizzante e ideologica che riesce ad arginare il senso dello smarrimento.
Frantumazione del pensiero, frantumazione del verso, frantumazione delle frasi necessitano di una particolare attenzione capace di ricomporre, o comporre, l’adagio che si cela ad ogni fibra.
Ci viene in aiuto Mario Fresa, che con arguta sagacia e brillanti selezioni dirige la collana Pasifae, il quale in quarta di copertina scrive:
“In questo ampio e circolare poema-canto è la lingua stessa a porsi come essenza e motore di un rapporto che lega e stringe, in un aperto e infinibile dialogo, il senso dell’unità e di una fitta molteplicità; ed è la lingua medesima – alta e “sperimentale” non nel senso della pura e semplice eversione formale – a mostrare, qui, una sua autentica vita autonoma e una sua forma assoluta e a sé stante: è appunto essa, ora, che pensa; e non più – o non più soltanto – colui che la crea o colui che, da lettore, la utilizza, l’ascolta, la vive.”
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“Il velo nella buca e l’inchino
per gioco, come solleticato nel vento, una
linea tracciata agrodolce
sul petto limitato, l’intingolo
e il segno più giù, lì impresso, nel
senato,
quanto si appaga,
la fretta dilaga per sempre.”
I versi si muovono in una zona di confine tra corporeo e simbolico, dove il gesto minimo diventa rivelazione. Il lessico sensoriale — dal “velo” all’“intingolo” — costruisce una trama tattile e visiva che coinvolge il lettore in modo diretto, quasi fisico. L’“agrodolce” suggerisce una tensione emotiva complessa, mai pacificata, che attraversa il testo come una linea incisa sul corpo e sulla memoria. L’apparente gioco si carica progressivamente di gravità, fino al sorprendente approdo al “senato”, luogo metaforico di giudizio e deliberazione interiore. Qui l’esperienza individuale sembra farsi collettiva, sottoposta a una legge più ampia e impersonale. Il ritmo franto e gli enjambement accentuano l’idea di fretta che “dilaga”, dando forma a un tempo che sfugge e travolge. Intimità e riflessione hanno un non so che di allusione che cerca disperatamente un equilibrio raffinato.
“Il velo” suggerisce insieme pudore e rivelazione, un confine sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta segreto, “La buca” introduce una verticalità negativa, un vuoto che può essere caduta ma anche sepoltura fertile. Tensione visiva e morale, quasi un gesto sospeso nel tempo.
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L’alimento delle illusioni e delle allusioni diventa entusiasmante, prestando fede alla ragione e contemporaneamente al così detto attimo fuggente, il quale, guarda caso, non si è ancora realizzato ma è già passato.
Jacopo Ricciardi “Lucido e bislacco” (lui dice) stende contatti e divaricazioni, manda in fumo “corteccia sonora”, conteggia dischi ed amori, “cela l’etica delle connessioni”, legge e rilegge sul fondale di una mappa, mostrando come giungere dal sogno alle folgorazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO VALDINOCI


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Fabio Valdinoci: “Argine degli angeli” – Ed. peQuod 2025 – pag. 60 - € 14,00
Anche se suddivisa in tre sezioni (Argine valicabile, Il risveglio, Nel regno dei vivi) la silloge ha compatta struttura, sia di scrittura che di proponimenti speculativi, nello scorrere di accenni o figure, di lampeggi o inventiva.
Appaiono così dei fotogrammi che soffiano sulla pagina: “come si apre l’aria/ sul pavimento ricade/ un tutto intatto/ assorbito nel bianco/ da luce immune// in quella foto ebbra di terra/ ancora felice/ con lo sguardo rovesciato/ abitavo un regno.” Vertiginosamente avvolto dalla quotidianità il poeta cerca di inseguire quei sottili presentimenti che fanno ricchezza delle ore in solitudine o nel mormorio di un crepuscolo.
Nel secondo risvolto di copertina Gianfranco Lauretano così conclude: “La poesia di Valdinoci è canto discreto, non spiegato, e non vuole essere neanche confessionale. Poiché nasce come gesto di ascolto, chiede la stessa postura, la stessa intensa attenzione, dato che il sentimento di un respiro presente non appartiene solo a chi scrive, ma anche a chi legge e a ogni corpo che si è sentito, anche per un istante diviso tra la terra e la memoria.”
Le immagini diventano attraversamento del pensiero, probabilità di un transito che cerca ardentemente un approdo magari verso la fede che non si palesa, una dimensione costretta negli spiragli della fortuna, una transizione che agogna al respiro ed evapora nella eternità, un persistere del gusto per una cena amara, un innesto tra lo spazio dei denti e il battito delle palpebre.
“il passo ha una flebile voce/ esce dal fianco/ e vola di bocca in bocca/ per impegno preso/ un nulla di fatto di chi/ posseduto, ospita il silenzio/ attende un altro punto/ di conferimento/ e con un cappio, si lega/ a questo alveare.”
Per Fabio Valdinoci la scrittura è la sua voce, che tenta di dare forma alle sensazioni, ai sentimenti, al fremito della sorpresa, alla evocazione di un “credo” che possa placare ogni ansia interiore.
Ogni componimento, breve nella sua espansione, conserva con rigore il ritmo delle sillabe, che accennano alla musicalità del dettato e rendono elegantemente l’apertura a riflessioni e richiami del subconscio.
“Nell’impermanenza del mattino/ non saremo che ricordi.”
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 4 febbraio 2026

MEMENTO --- ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessa e il cielo polito"
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Sera azzurra a scendere
nell’anima e nel corpo
di ragazza Alessia rosavestita
per la vita.
Si sono schiuse le abetaie
che al Parco Virgiliano
portano in esatta armonia
(tanto Giovanni non mi lascia).
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A poco a poco il volo radente
e di platino delle rondini
squarcia il cielo in un arabesco
di stelle e va la luna a detergere
ferite con lattescente balsamo.
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La strada per l’albereto dell’amore.
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La strada del per sempre.
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Il cielo polito libera di Alessia
il pensiero e ci sarà raccolto.
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Raffaele Piazza

POESIA = IVAN POZZONI


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Commento di Nazario Pardini sul tardomodernismo letterario:
"Poesia ampia, aperta, orizzontale, nuova, di rottura, post-moderna o tardo-moderna, del filone neoNavanguardista che azzarda iperbolici sguardi verso contenuti planati in dismisure che oltrepassano l’ordine armonico. Quegli schemi di altro tipo di poesia tesa al fugit, al memoriale, allo sguardo del giorno che passa. Non può non venire a mente, leggendo Pozzoni, l’Ars Poetica di Czesław Miłosz. Di quegli assoli spersi in vertigini paniche in cui l’ordine è determinato da refrain di armoniche armonie. E in questa novità di far poesia (o di far non-poesia) non sono rare impennate di vera sostanza e potenzialità creativa. Con cui il poeta, ribelle e controcorrente, concretizza la sua identità anticonformista e denunciataria, in nessi verbali crudi, ed efficaci e, non di rado, originali."
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Onore a Nazario. Alalali, alalai, alalai.
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CINQUE RIOTS TADOMODERNISTI SCELTI DA NAZARIO PARDINI
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"KALOSKAGACHAZZOI
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In un mondo dove trionfa la καλοκαγαθία, tutti belli e buoni, a blaterar di Gaza in un centro fitness,
i bambini arabi sono magri, noi dobbiamo essere magri e in forma, senza nessuno stress
dei bombardamenti e dei cecchini di Hamas, che rubano (ehm, requisiscono) aiuti alimentari
distribuendoli ai miliziani aggratis e vendendoli ai loro amati concittadini a soli trenta denari,
causa è il blocco fake di Israele, Egitto e Giordania, conseguenza è una nuova strage degli innocenti,
l’aviazione EU sgancia aiuti ad Hamas, l’Heyl Ha'Avir israeliana sgancia bombe irriverenti.
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Noi siamo kaloskagachazzoi, Daino docet, affrontiamo l’uomo medio a calci nei denti, incisivi,
snellendo la funzionalità di fellatio a capo-reparti, direttori, Medi over the media, mass media,
il magazziniere si inchina al capo della cooperativa, l’impiegato al direttore in cerca di incentivi,
timbrato il cartellino, alle 17.00, stile Fantozzi, l’homo medius insipiens scatta in una hilarotragoedia,
con due ore di traffico, arriva a casa e riinizia a fingere di obbedire a coniuge e figliolanza,
i Persiani erano 100.000, i Medi, in Italia 60.000.000, alle Termopili avrebbero causato una mattanza,
l’italiano med(i)o vota Fratelli d’Italia, circa un 20% - come homo inabilis- vota PD,
non ci sorprendiamo di niente, sogn(i)amo il 70% Lega Lombarda, con la dialettizzazione dei TG.
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Siamo kaloskagachazzoi, neutralizziamo la coda di Vaccaro, zanzare scassamaroni in cerca di RH-
l’artista italiano, marionetta cucchiana, s’ingruppa a 00, s’ingroppa i versi senza preservativo,
concependo nuova aurea mediocritas, in onore di Clarabella, al servizio di Gaio Cilnio Mecenate
il nuovo Gaio, «ubi tu Gaius, ibi ego Gaia», dirige, in sottofondo, Mondazzoli, come fosse Caligola
mette in B(i)anca Einaudi la sua Cavalli, brocca vittima del copia/colla, e una serie di minchiate,
come l’opera omnia di Viviani, avrà venduto cinque copie, se hai una testa simile a una mentula,
diventi consulente esterno Mondazzoli, cacciando Riccardi, consulente/direttore, a calci nel deretano
la versione del Doppialingua definisce Lo Specchio di Dorian un affare da (scazzo) Carmelitano.
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"MI AVETE ROTTO..."
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Ribaldi, esempi socio-logici dell’uomo comune, mi avete spaccato il mazzo
io ho cercato di mantenermi umile, a metà sondaggio, ripropongo il Marchese del Grillo
dal 2005, non eravate niente, EGO vi ha antologizzato «Io so' io, e voi non siete un....!»,
da nessuno, con l’aiuto di Polifemo Mondazzoli, siete diventati uomini/donne squillo,
la compra/vendita di autori, vocabolo abrogato, ha avuto un rialzo nel PIL
«cchiú pilu pe' tutti!», u PILU, e a trasformato la neon-avanguardia nellle tigers Tamil.
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Mamma, hai avuto un lutto, è ex-morto il tuo ex-marito, era il factotum della famiglia
mi vuoi sostituire a della cenere in un urna, io me ne frego, e brindo con una bottiglia
di vodka ai fiori di lillà, hai massacrato, giorno dopo giorno, il macellaio bergamasco
l’uomo di ferro ha assunto una scatola di cardiotonici, missile russo sulla strada di Damasco
l’hanno recuperato con una lavanda gastrica, io, mamma, sono l’uomo d’acciaio dietro alle mura
me ne frego se hai 80 anni, attendo Alzheimer o dementia, e ti sbatto in una casa di cura
coi soldi tuoi e la tua reversibilità, seguita da medici e, ogni giorno in compagnia,
non riesci a scalfire, con la strategia del senso di colpa, le mie mura dell’atarassia.

Uomo medio italiano, ti incontro in strada ogni giorno, spingi, rogni, rompi l’anima
ti interessa ottenere il tuo business, i tuoi affari, i cazzi tuoi, non te ne frega di essere un frattale
con lo psichiatra (mio pari) ho concordato una strategia che non è una fisima
1.Ti spiego con calma; 2. Ti minaccio, senza iniustitia, di uscire dal mio spazio vitale;
2. Mi tocchi e contiamo le tue fratture all’ospedale, se sopravvivi a due colpi di jujutsu,
semplicemente, a me, sociopatico, hai il dovere di fare la fine dei disgraziati di Gaza
metti una mano nella bocca del rottweiler e pretendi di uscirne senza che ti polverizzo,
sei un idraulico, un meccanico, un muratore, la feccia dell’umanità: non me ne frega una mazza.
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Il riot dovrebbe continuare con i lazzi/scazzi della mia fidanzata (compagna, partner, camerata)
lo schema semiotico non mi lascia spazio, Tania Ferro, ‘sta volta te la sei scampata.
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"INVECTIVA IN IULIUM CAESAREM"
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Lo farebbero Dossi, Tarchetti, Lucini e Sanguineti, non l’ultimo Sanguineti, dissanguato
io, che brianzolo duro, sono erede della linea lombarda (e della Lega Lombarda) attacco Caezar,
1. Cesare stava sotto il Padus, leader di Roma ladrona, da noi celti non è mai stato amato,
2. Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar
nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem,
Romano e frocio, come Pasolini, ad entrambi, i bruti, cantarono un amaro requiem.

3. Caesarem magnus cinaedus Romulaeque lupae filium, scrive Catullo e non si scusa
rientrando nelle grazie del cinedo, dopo avere rincarato la dose Nihil nimium studeo,
Caesar, tibi velle placere, nec scire utrum sis albus an ater homo continuando nell’accusa
il divo, divertito dall’essere chiamato finocchio, non usa la testa di Catullo come trofeo,
come avrebbe fatto Caligola, Lucano è amaro: hic furor, hic rabies, hic sunt tua crimina, Caesar;
hoc facinus Latii non parva ruina est, è una frase da notte degli Oscar,
Giovenale, come il nostro Giovenale, non si sbilancia lanciando un accusa democristiana
Marziale, essendo di DP, descrive il nostro, senza ritegno, come una divina mezzana.
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4. Non bene conveniunt nec in una sede morantur. Maiestas et amor. Caesar, utrumque tenes
Marziale, è molto sottile, non molto marziale, accusa Cesare di fare il dictator con lo scopare
la Policane arrossirebbe, esperta di carrierismo sessuale, associata, senza contrarre l’herpes,
andando di lingua crede di essere l’Avallone, 1/2 accademia ride e l’altra cerca soddisfazione
Giulio Cesare, fingendo di ricevere la corona da Antonio, ha creato un precedente
nell’Italia moderna la corona d’alloro lirica - come a Dante- spetta ad ogni deficiente
non infierire, inveire, è prerogativa dell’intelle(a)ttuale senza un minimo di scorza
io cerco di chiudere dignitosamente l’ultimo verso, liberandomi dalla camicia di forza.
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"L’ITALIA: IL PARADISO FISCALE"
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Oggi, senza scoperchiare la fogna di freelance, ninfomani in carriera e mestieranti: cioè, un giornale,
nelle mie fonti serie mi sono imbattuto nella true/fake news: l’Italia fa dumping fiscale.
Guardo da dove arriva la dichiarazione, credo Trump, e - come da alcuni mesi- arriva dall’Eliseo
non è il solito imbecille di Macron, Salvini se ne sarebbe fatta una ragione, dichiarazione di Bayrou
in crisi di consensi a una settimana dal voto di fiducia deve rompere, ad ogni italiano, uno Zebedeo
e, a una nazione in default (nascosto) da anni, cerca di far compiere miracoli degni di Gesù.
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Con una intelligenza vicina all’intuito di una lontra, interviene immediatamente la Presidenta Meloni
dichiarando di avere raddoppiato (2016) i vari oneri forfait verso chi si trasferisca nella nostra alcova
l’Italia è un Inferno fiscale, che cappio di Paradiso fiscale, Dante si toccherebbe entrambi i Maroni
con un carico di tasse del 70%, disincentiveremmo l’avvento dell’azienda dei testimoni di Geova,
con sede legale USA, e con la trappola della double tax sulle pensioni, incuneiamo chi è scappato via
ricostruendosi una vita, con la pensione minima, pignoramenti, ipoteche, nella ex ridente Bulgaria,
Bulgaria e Moldavia che, con la minaccia crucca dello spread sui mercati internazionali e del default
abbiamo trasformato da nazioni serene a incasinate, come Le Radeau de la Méduse di Gericault.
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Nell’UE, dumping fiscale, lo fanno apertamente Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi,
dove fuggono i miliardari mangiaranocchi Arnault, Arthur, Tapie, Tajan o Depardieu
alla razza dei Cro-Macron non salta in mente di sputtanare nazioni bodyguard dell’area neo-nazi,
dirottano canotti su Lampedusa, ci invadono con camionette della Gendarmerie, appoggiano Bayrou
se fossi Meloni, nipote di Mussolini, eviteri di attirare attenzione di aver maggior debito della Puglia
semplicemente bombarderei Bordeaux sganciandoci sopra 2500 muli della Giulia,
con la stessa tattica di Salvini MI, rispedendo navi ONG a Marsiglia senza farci prendere per il culo
e ottenendo di imbrattare le strade della Francia con tonnellate di cacca di mulo.
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"GAZA RIVIERA"
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Su consiglio del cerbiatto che Thor mi mandò sotto la Jaguar a sostituire le mie decisioni da single,
mi sono impegnato a rompere meno sullo Stato Pontificio, tornando a raccontare l’hic et nunc,
alla faccia dell’universalità eterna dei 5 ridolfiani, anatomopatologo antropologico esperto di jiingle,
ho riniziato a sbirciare le agenzie editoriali, non i giornali, recependo un sacco di true/fake news funk.
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La soluzione del pregiudicato Trump, con accordo di Israele, è costruire la struttura Gaza Riviera:
abbatti Gaza City, dai 5.000$ a 500.000 gazawi -se sono 200.000 faciliterebbe il trust-,
i gazawi sono in grado di spendere i soldi o a. pagando un affitto verso un’altra frontiera
o b. accendendo un mutuo su un resort della struttura turistica in un bungalow tipo Ask the dust,
la striscia diverrebbe un'amministrazione fiduciaria USA di dieci anni, senza interferenze dei coloni,
dovrebbero acquistare, insieme ai gazawi, un token digitale al fine di oziare, insieme, sulla spiaggia,
l’uno in thobe e kefiah, l’altro con kippah e bekishe nere, è vero che, in coppia, ci vanno i peggiori,
non sono un tecnico marketing o un esperto high-tech e ritengo non mi sembri una decisione saggia.
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Immagino i gazawi, in spiaggia, con AK-47 e i coloni, con la loro inseparabile Masada
riflettiamo bene, Eleazar Ben Yair, sicarii circondati, viveri annichiliti, continui colpi di balistae,
legioni foderate d’acciaio comandate da Lucio Flavio Silva, un assedio d’indefinita durata,
i Parti non intervennero, incoronando Tito, furono abbattute tutte le voci valutate moleste,
non so se Mossad e Idf abbiano mai letto Luttwak, The Grand Strategy of the Roman Empire,
Masada e Gaza hanno molti nuclei in comune, il CT strategico USA non ha letto Will End in Fire,
a mia modesta opinione "nella ποίησις non si scrive in un poemata" consulterei Nanni Svampa
suggerendo all’idiota Trump di aggiungere ai resorts high-tech anche un’immensa rampa.
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IVAN POZZONI