mercoledì 24 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri" - Ed. La Valle del tempo, Napoli, 2025. pag. 60 - € 14,00
Figura sapienzale e d'amore abbiamo già avuto modo di definire quella del Professor Spagnuolo, per autorevolezza autoriale e di vita certo, nella appassionata acclamazione di una gioia cui la parola, per quanto può, espande e riverbera. Non si tiene infatti, non può nella direzione dei suoi quasi cent'anni, iscrivendosi nel novero di quei grandi vecchi del dire poetico che hanno nell'ultima fase di Yeats il grande maestro. Ecco ancora in quest'ultima raccolta di quasi cinquanta testi, pur nello sgretolarsi incalzare dell'inesorabile, l'aprirsi nella lotta di quel piccolo satellite del cuore (curioso richiamo a chi scrive all'intonazione di Lou Reeed) gemma di un'eredità a lasciarsi qui per chi resta, e di affidamento, pronuncia all'altrove che già la sigilla. L'inconscio, ancora, allora a smontare e ridefinire figure di sé e degli altri nel caleidoscopio di affinità oltre le forme, oltre il ventaglio di una idealità rimossa giacché a restare tra le fenditure di fotogrammi universali non è che la carne nel suo frammento di carezza e palmo a imbaciare quello spirito altrimenti perso.
"Una tenera misura cerca le stelle" è scritto in uno dei versi iniziali, verso (intensissimo nella sua cristallina trasparenza) in cui a nostro dire è tutto il commosso motivo di una poetica che testo dopo testo tra garbugli di colori e pitture di incontri come da tela (ora addirittura barocca ora quasi alla Pollock) finisce col dare all'uomo dignità di lampeggi, di piccoli segnali a evocarsi, a ricordarsi nel buio delle incrostazioni e dei silenzi. Questo il dono senza oblio, questa la danza di ciò che resta del sogno- forse sogno compiuto:" Le semplici carezze più volte/ sanno fondo di bosco". Germogliare di codici nel riconoscimento del mondo, è infine questo per Spagnuolo l'amore. Lasciando allora spazio al lettore per le sue risonanze andiamo a chiudere proponendo questo testo, che utilizza l'immagine del tramonto come metafora del compimento dell'esistenza. Il rosso del cielo richiama il sangue e il lento spegnersi della vita, mentre il sole che si ritira oltre l'orizzonte suggerisce l'avvicinarsi del limite ultimo. I ricordi, evocati dalle nuvole e dalle foglie scarlatte, scorrono come antichi pensieri che il tempo trascina via. Tuttavia, il testo non esprime disperazione: la vita «china il capo, non vinta», raggiungendo una serena riconciliazione con il destino. Il tramonto diventa così il simbolo di una bellezza estrema e consapevole, che accetta il proprio spegnersi con dignità.
L'eleganza delle immagini e la coerenza simbolica attraversano tutto il testo.
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"Tramonto rosso"
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L’ultima fiamma è rosso sangue,
come un respiro che si spegne
sull’orlo levigato dei silenzi.
Il sole, ormai stremato,
si ritira dietro le ciglia dell’orizzonte intatto,
e l’ombra allunga le sue dita
sui campi, sulle case, sui volti arroventati.
È il tempo in cui più dolce è il peso
degli anni rubati clandestinamente al cuore,
quando ogni battito ora ricorda
che la fine è sull’orlo del non ritorno.
Le nuvole, le foglie in abiti scarlatti,
sfilano come vecchissimi pensieri,
e il vento porta via con sé
sussurri di giorni perduti tra il nonnulla.
Così la vita china il capo, non vinta,
ma riconciliata all’imprevisto,
abbracciando l’attimo nel quale eterno
tutto tace, e tutto resta impietrito nel miraggio.
Nel tramonto ogni sera si riscrive
la poesia dell’ultima ora
una bellezza che non implora,
ma si spegne, fiera, nel fuoco.
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GIAN PIERO STEFANONI

martedì 23 giugno 2026

RIVISTA = KENAVO'

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E' in distribuzione il numero 82 / maggio 2026 della elegante e sobria rivista "Kenavò", edita, concepita e diretta da Fausta Genziana Le Piane.
Firmano questo fascicolo: Plinio Perilli, Fausta Genziana Le Piane, Clara Di Stefano, Francesco Liberti, Anna Manna, Antonio Spagnuolo, Carlo Di LIeto, Maria Rita Magnante, Aurelia Rosa Iurilli, Damiano Ricca, Roberto Casati, Enrico Finocchiaro, Paolo Ruffilli, Alessandro Montagna, Christina Rossetti, Paolo Carlucci, Elisabetta Tassi. L'inserto, sempre curato da Fausta Genziana Le Piane è dedicato questa volta ad Andrea Chénier. Molto ricco "Lo scaffale verde" nell'indicare nuove pubblicazioni di volumi.
Per contatti: faustagenzianalepiane@virgilio.it
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venerdì 19 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIAN PIERO STEFANONI

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Gian Piero Stefanoni: “La città che sale” – Ed. Ladolfi 2026 – pag. 84 - € 12,00
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“Raccolgo in queste pagine un intreccio di riflessioni tra poesia e fede, tra parola poetica e interrogazioni del sacro. Nel dialogo un tentativo nell'affondo del mistero dell'uomo, delle sue aspirazioni, dalla nudità della Croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende. Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleine Delbrêl.”
Un florilegio impegnativo di accostamenti emotivi, di interpretazioni civili e storiche, di rielaborazione della memoria, di progetti dal valore interpretativo, di gioiose volontà di intervento, di storiche evaporazioni, per un tragitto culturale di notevole spessore.
Con attenzione delicata Stefanoni suggerisce: “L’uomo non ha che da vigilare e credere alla tensione che venendo da Dio ci pronuncia a Dio, in quella perseveranza del quotidiano, della ferialità dove la vita nei suoi labirinti è continuamente scritta. Lo sappiamo, andando a concludere, la poesia stessa può aiutarci, nel suo rimemorare la vita in tutte le sue accezioni, soprattutto dove la vita è offesa, dove è a rischio d’ognuno quella preziosità, perché unica, altrimenti mancante in un mondo che sempre più fa dell’uniformità il suo controcanto.”
Qualche passo (Wojtyla) si configura come una meditazione intensa sul mistero della Passione, osservata non come semplice evento storico o religioso, ma come esperienza esistenziale che coinvolge ogni uomo. L’autore pone subito una domanda fondamentale: chi è realmente l’uomo che osserva? È il sacerdote, il poeta, il credente, oppure uno dei tanti presenti sul Calvario? L’interrogativo rimane volutamente aperto perché ciascun lettore possa riconoscersi in quella figura. Lo sguardo diventa così il luogo della partecipazione: chi osserva non resta esterno alla scena, ma ne viene investito, trasformato, chiamato a condividere il peso della sofferenza come un nuovo Cireneo.
La riflessione si sviluppa attraverso le figure simboliche di Simone di Cirene e della Maddalena. Essi rappresentano due modalità dell’incontro con il mistero: il primo attraverso il gesto concreto della condivisione del dolore, la seconda mediante la fedeltà dell’amore che resta accanto al Crocifisso fino alla soglia della Resurrezione. Entrambi diventano modelli di un cammino che conduce dalla disperazione alla speranza. Il Calvario non è più soltanto un luogo storico, ma la metafora della condizione umana, segnata dalla sofferenza, dalla polvere e dall’ingiustizia che ogni “Pilato” continua a riprodurre nel tempo.
Nella stesura dei vari capitoli il testo insiste sul senso di incompiutezza che accompagna ogni ricerca spirituale. La poesia stessa viene presentata come un’indagine difficile, quasi una preghiera che tenta di penetrare il significato del dolore e della redenzione. I molteplici profili evocano chiaramente le stazioni della Via Crucis, le immagini statiche, tappe di una continua interrogazione dell’uomo contemporaneo, la voce indimenticata di un architetto, l’amarezza di un’accusa che blocca l’anima nella cecità del trauma, il contrasto tra la fede ed il dubbio quotidiano, l’irruzione della speranza, la possibilità che il limite dell’esistenza possa essere superato da una luce capace di restituire senso al cammino umano.
L’elevata densità simbolica è per una scrittura che intreccia riflessione teologica, tensione poetica e ricerca filosofica. Il linguaggio, ricco di interrogativi e immagini evocative, costruisce una meditazione corale nella quale il lettore è coinvolto direttamente. L’autore riesce a trasformare la incertezza del quotidiano in una rappresentazione universale della coscienza umana, facendo della sofferenza e della speranza i poli di una continua ricerca di significato.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 18 giugno 2026

POESIA = ROCCO SALERNO

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"La tua anima inazzurrata"
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(in memoria di Plinio Perilli)
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Mi rimane incatramata la tua voce
al varco del Palazzo Caetani (1)
mentre ci salutiamo
nel mio sguardo
dove ormai tremola la tua anima
inazzurrata
ora che apprendo
che sei una stella
che illumina l'Universo
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eternamente incielata
nei nostri palpiti.
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E ora piove sole
dalla tua vergine Parola
sui nostri desolati giorni
orfani di sogni
rinverditi dal tuo Amore
dall'Alto (2)
-bianco gesto dell'anima-
per cui ti consumasti
che tanto decantasti.
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E ora come Adamo disteso (3) anche tu
sillabare puoi come una preghiera al mondo:
"...sappi che io nasco, pulso e rinasco ancora
come quel primo giorno, stupefatto al miracolo,
di fare specchio a un Dio per trasparenza
d'amore, rito e carne di tutto il creato!
sangue che stilla luce..."
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Poeta che annuncia ancora l'Eterno nella coscienza.
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Rocco Salerno
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1) Palazzo Caetani, dove si è svolta la 41 Edizione del Premio di Poesia "Libero de Libero" vinta, appunto, da Plinio Perilli (1955-2026), con la silloge: "Prima la gioia e poi la voce".
2) P.Perilli, L'amore visto dall'alto, Amadeus,1996.
3) P.Perilli, Museo dell'uomo. Poesie e poemetti (1994-2020), Zona, 2020.

venerdì 12 giugno 2026

RIVISTA = KENAVO'

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In distribuzione :Kenavò – N° 82 Maggio 2026===
*Firmano Plinio Perilli, Grecco Russo, Fausta Genziana Le Piane, Maria Rita Magnante, Clara Di Stefano, Francesco Liberti, Anna Manna, Antonio Spagnuolo , Carlo Di Lieto, Aurelia Rosa Iurilli, Damiano Ricca, Roberto Casati, Enrico Finocchiaro, Paolo Ruffilli, Alessandro Montagna, Christina Rossetti, Paolo Carlucci, Elisabetta Tassi. Rubrica “Lo scaffale verde” con indicazione di ultime edizioni. Allegato “Andrea Chénier” a cura di Fausta Genziana Le Piane---
Per contatti: faustagenzianalepiane@virgilio.it

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"In morte di Plinio Perilli"
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Eri il Vate e giocavi alla vita
E all’amore che della vita è un gioco
L’Amore visto dall’alto hai scritto
E poco prima Nina avevi perso
La tua donna la tua amata
E poi le amanti ragazze fiore.
Ed eri allegro per natura e ti prendevano
Per professore e ti chiedevano
Che cattedra avevi quando parlavi
A un uditorio. Istintivo e geniale,
tu Plinio finalista al Montale
mio prefatore, mio amico
per il senso buono della vita.
Eri felice ma poi Nina se n’è andata
E hai scritto Museo dell’uomo.
Caro Vate Plinio romano de Roma
Non mi resta che il silenzio e il mistero
Che è l’esistere e non vivere nuotando.
Sei in questa stanza in un tuo libro
In una tua fotografia in una variabile
Stella del libero arbitrio, nel nulla
E così esisti.
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Raffaele Piazza

giovedì 11 giugno 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO MONTANARI

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Giorgio Montanari: “Partiture per occhi sordi” - Ed Il viandante – 2026 - pag. 82 – € 12,00
Proprio come un melodramma la silloge si divide in cinque atti partendo dal “preludio in la”, con “fuga in sol”, “allegro con fuoco in mi minore”, “interludio in do”, “finale adagio in mi”, concludendo con una poesia che si sviluppa come una riflessione sulla complessità dell’essere umano, rappresentato attraverso una sequenza di elementi anatomici e spirituali che convivono nello stesso spazio esistenziale. Le “regioni cangianti” del verso iniziale evocano una condizione di continua trasformazione: il corpo e la coscienza non sono realtà statiche, ma territori mobili in cui si intrecciano materia e pensiero. La successione di termini quali “cartilagine, epidermide, ragione”, seguiti da “battito cardiaco, vertebre, trachea”, costruisce una sorta di inventario dell’identità umana, dove l’aspetto biologico e quello intellettuale si fondono in una medesima unità.
L’immagine dello “snodo” che si sviluppa in verticale suggerisce l’idea della crescita, dell’evoluzione e della tensione verso una forma più alta di consapevolezza. Tuttavia, questa unità rimane fragile e continuamente esposta al confronto con la realtà concreta. Il gesto semplice del chinarsi per raccogliere “rami secchi” introduce infatti una dimensione quotidiana e simbolica insieme: ciò che appare come un’azione ordinaria diventa metafora della ricerca, del recupero di esperienze passate o di frammenti di memoria. Nel finale, le scarpe che “calpestano consapevolezze” esprimono una sottile contraddizione dell’esistenza: mentre l’uomo cerca di comprendere sé stesso e il mondo, rischia involontariamente di ignorare o schiacciare verità già acquisite. La conoscenza, dunque, non è mai definitiva, ma continuamente messa in discussione dal vivere stesso.
La scrittura di Giorgio Montanari si distingue per un linguaggio essenziale e fortemente evocativo, capace di fondere lessico anatomico e riflessione filosofica. La struttura spesso procede per accumulazione di immagini che trasformano il corpo in metafora dell’identità e della coscienza.
Particolarmente efficace è il contrasto tra la verticalità dello “snodo” e il gesto del chinarsi, che crea una tensione simbolica tra aspirazione e limite. Ne deriva una lirica di notevole densità concettuale, nella quale la corporeità diventa strumento privilegiato per interrogare il senso della consapevolezza umana.
Un equilibrato “solfeggio” fa sì che il ritmo delle sillabe sia melodicamente presente ad ogni verso, inserito quasi sempre senza una metrica prestabilita.
Il poeta sviluppa una riflessione intensa sul tema dell’identità e della trasformazione continua dell’essere umano nella contemporaneità, il soggetto poetico appare impegnato in una nuova lettura del reale, come se fosse costretto a reinterpretare incessantemente il mondo e le persone che lo abitano. L’immagine dei “camaleonti sempre pronti a mutare” introduce il motivo centrale del cambiamento, evidenziando una società in cui nulla resta stabile e ogni identità sembra adattarsi alle circostanze.
L’acqua assume una funzione simbolica: è il fluire dell’esistenza, della memoria e del desiderio. La suggestiva espressione “nella trasparenza della sete” unisce due condizioni apparentemente opposte, la limpidezza e la mancanza, suggerendo che la ricerca di senso nasce proprio da una perenne incompiutezza. Di particolare interesse è il riferimento al nastro di Möbius, figura matematica che possiede una sola superficie continua. Attraverso questa metafora, il poeta rappresenta strade e destini che si intrecciano in un percorso senza inizio né fine, dove le persone, pur cambiando “pelle”, restano profondamente collegate. Le “figure non orientabili ma unite” diventano così simbolo di una condizione umana complessa, sfuggente alle definizioni tradizionali. La dimensione teatrale allora si manifesta la tendenza a nascondere la propria autenticità dietro maschere sociali.
Capacità di fondere immagini scientifiche, simboliche e plateali in un tessuto espressivo coerente e suggestivo, per uno stile essenziale ma denso di significati, caratterizzato da un efficace equilibrio tra astrazione filosofica e concretezza visiva. Ne emerge una meditazione originale sulla fluidità dell’identità contemporanea e sulla difficoltà di distinguere l’autenticità dalla rappresentazione.
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ANTONIO SPAGNUOLO