venerdì 3 luglio 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

*
"Alessia e il sogno ad occhi aperti"

Sottesa all’azzurrità
nel farsene una veste
prima di pregare
dopo dell’amica
la telefonata guarda
Alessia la vita che è una
dal balcone-visore
sul condominiale
giardino tra i lampi
delle piante da rinominare
e ci sarà raccolto.
S’imprime la traccia
della felicità naturale
dopo l’amore di ieri sera
fino all’Albergo degli
Angeli oggi nel replicarlo.
La scuola è finita.
La promozione è avvenuta
anche nella vita
e Mirta suicida le è accanto
nel dirle di non avere paura.
*
RAFFAELE PIAZZA

giovedì 2 luglio 2020

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

*

“Giuseppe”
Lo chiamavano Giuseppe il falegname:
aveva tristezza nello sguardo,
il dubbio che cancella le illusioni
ed il fulgore della parola divina.
Vittima che attende all’impossibile,
curvo negli anni all’alba di un sussurro,
nell’incredibile mistero di una vergine
che nessuna vertigine ha scansioni.
La mano inesplorata cade nel tuono
della notte indicata,
abbraccio eguale per quella donna
condivisa dal cielo nell’irreale stanza
che innesca all’immortale.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 1 luglio 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = STELVIO DI SPIGNO

*
Stelvio Di Spigno: “Minimo umano” – Ed. Marcos y Marcos – 2020 – pagg. 96 - € 18,00
Stelvio Di Spigno offre alla poesia una calda ed ampia preparazione culturale e dal dettato rigorosamente ricamato riesce a far emergere quel ritmo orecchiabile che distingue la lirica alta. L’agilità e la scorrevolezza della scrittura, dentro il rovello dell’esistenza quotidiana, ha la capacità di comunicare la profondità dei sentimenti tra analisi e consapevolezza del reale quale visione multicolore della narrazione.
La parola poetica al giorno d’oggi è ancora alla ricerca di un mondo che ritrovi armonie, che in realtà hanno origini sempre più lontane, in continuità con le ambasce misteriosamente affondate nelle circonvoluzioni cerebrali, ed il poeta agguerrito è qui affondato in uno specchio cangiante, che permette percezioni da affrontare ed attraversare, che palpeggia la fragilità della vita, il dramma della perdita, lo sbandamento della illusioni, in vertiginosa ambascia per la riconquista della propria presenza .
Sette le sezioni che caratterizzano questo volume in un crescendo di illuminazioni: “preludi”, “versi morali”, “elegie finali”, “terra e cielo”, “il mondo estremo, “la vita facile”, “congedi”, quasi a tratteggiare un viaggio tra le domande impellenti e l’epilogo di una immaginaria tempesta, consapevolmente immerso nella ondulazione esistenziale.
L’atmosfera intima, a volte cupa, ha sequenze che sono vera e propria narrazione, in un’attesa illusoria percepita dentro un fluire inteso come elemento del tempo e dell’esserci, in continua metamorfosi che unisce emotività e razionalità.
“Una punta di universo caduta qui,/ per noi e nessun altro. Ti aspetto,/ da sempre, come una certezza. Perché/ vivere è un traforo che bisogna/ attraversare…”
“Lascerò il programma del mondo, il ricavo quotidiano” scrive ad un certo punto Stelvio, quasi a voler dichiarare una inaspettata sconfitta, un arrendersi alle intemperie per un “sonno senza più domini”.
Il poeta ha solo 45 anni, non si arrende facilmente ed aspetta con elegante timore: “Faccio la spola/ tra il ricordo e una moneta, tra l’amore/ e l’arena, tra il terriccio e le stelle,/ ma un Dio ancora esiste, un Dio/ che basta/ a me stesso, a se stesso, sublime/ come un esilio, trionfante/ in ciò che ancora vive…” Una dinamica interiore per la quale il sub conscio cerca continuamente di riappropriarsi del proprio Sé, inoltrandosi in un labirinto immaginario che produce orizzonti di senso onirico e a tratti surreali, anche quando un accenno di preghiera tenta nel sussurro di sciogliere le catene del presente.
L’emozione di un desiderio acuisce la fantasia, ma il poeta insiste nella immaginazione della inarrestabile corruzione del corpo, dai muscoli indeboliti ai capelli bianchi, dalla tachipnea alla implorata resurrezione: “Quando l’anima si staccherà da te/ e andrà lì dove tutto si crea,/ tu che non vuoi morire,/ col tuo vestito a festa/ carico di rammendi,/ brillerai per le strade.”
Allungare il “verso” oltre gli spazi che superano la nostra precarietà significa agguantare la coda dell’inarrivabile, dato che non ci è consentito di essere “tutto”, fra il giorno e la notte, fra l’umano e il divino, fra l’assoluto e il relativo, per costituire il tormento del nostro esserci, e qui il poeta cerca di ovviare confondendo il suo pathos nelle fusioni dell’inquietudine, con lo sguardo rivolto all’oltre e il pugno ben chiuso sulla materia.
ANTONIO SPAGNUOLO


martedì 30 giugno 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELE BERTO

*
Daniele Berto – Schegge (Aletti Editore)2016; Pagg. 132 ; Prezzo: 13 euro.

Una raccolta di versi, composti in un decennio, addirittura a tratti velata di attualissima canzonatura, dagli evidenti cambi di schema rinfrancanti in genere lo scriteriato piacere di leggersi dall’esterno; ignaro della provenienza di termini da percepire, senza coglierli per forza, credendo di rimettere in ballo l’affermazione non appariscente di un giovane che si deve rendere responsabile, avventurandosi nel cammino per divenire grande.
Il poeta si appoggia a un interrogativo in attesa che qualcuno lo sblocchi, chiede in che situazione e in quale momento spunta un malessere, la motivazione del piattume esistenziale.
D’altronde i tesori si lavorano soffrendo, ricavandone solitudine con indumenti impossibili poi da smacchiare.
La dote per deliziare lo splendore di uno spirito distinto e consacrato è miserevole, specie nei riguardi di una partner che comunque l’approva in tono confidenziale prima di allontanarsi piano per spegnere nuovamente il sole.
Il quantitativo di trucco per convincersi della propria eternità sconcerta, piuttosto è importante esclusivamente meritarsi un patrimonio, infischiandosene con leggiadria dello scetticismo a tal punto da ridicolizzare l’antipatia espressa dall’individuo che oltraggia una certa presa di posizione.
Daniele indossa una varietà di effetti, non intendendo stabilizzarsi e far venire meno nient’altro che il Sentimento, con la demoralizzazione dovuta dal cieco di turno, per una ragazza preda dell’opportunismo globale, che si avventa con passione sull’amoroso senso da divorare.

“… l’attesa mi spetta”.

La poesia vivacizza la carta, ma stando a una coppia di richieste che probabilmente si soddisfano contando su giuramenti ordinari, sulla vita da concedere di volta in volta, nella fredda stagione che volge all’anomalia di tanto in tanto.
Daniele Berto si fa carico di delusioni da lucidare con l’utopia di chi non smette d’essere ottimista, pur appartenendo a un disgraziato insieme di strumenti che inavvertitamente viene travolto dal terrore moderno.
Si ha a che fare quindi con le tracce che lascia una forma d’essere solitaria che spazia nonostante l’urbano dissapore, a secco di visioni; così da scorgere l’indifferenza che ci percuote e far insorgere il nostro significato prima o poi, manco fosse innaturale centrare l’umana ragione, tra i diavoli della relatività che serbiamo, e con l’incertezza a seguito di ciò che inconsciamente offriamo.
L’aridità immensa di un’ambizione esagerata si accentua girando a vuoto in cerca di una soluzione liquida, la più semplice ed essenziale, fino a complicare ulteriormente il pensiero di pronto incanto, scaturito dall’analisi di testi irreali e dalle sequenze di un cinema che non viene prodotto, frutto dell’onestà intellettuale che si genera appieno… e magari casualmente!
V’è l’anziano che procede intanto senza avere più fretta, dando l’idea di una corrente che non elettrizza oramai alcun percorso, seppur si fiondi nel profondo, lasciandosi catturare dall’età, diversa e impetuosa, del soggetto che può rianimarsi però grazie proprio a chi è avanti con l’età; come se messi sottosequestro sempre da una condizione dettata dall’alto.
Bolidi da corsa gareggiano ogni giorno, debellando il desiderio d’immaginare cosa prova un meraviglioso volatile in azione, di destare presenza davvero al culmine di un contatto fatale; costretti ad accontentarci di ciò che abbiamo a disposizione, a dipendere da un’agiatezza rimarcabile, che non ci riguarda, sprecando respiri per il bene che ci dobbiamo volere, a svanire nell’interesse smarrito dal sognatore privato del suo approdo.
La vista è occupata dalla riflessione, da un moto d’opinioni spulciate col cronometro da far scattare, per una questione di vita o di morte, arrivando a censurare l’imparzialità dentro di noi.
La predestinata fine di troppe relazioni affascina i comuni mortali, conquistabilissimi da chi non s’impegna scansando l’aspetto mediatico che non si lascia sincerare, per puntare sulle opere edite ma introvabili e non fare più paura con la verità; purché quest’ultima non la si stravolga essenzialmente così d’avere la possibilità di sensibilizzare senza risultare la solita delusione per gli “altri”.
Soprattutto l’orientamento dell’estraneo che si dispera; privato del suo punto di vista per viaggiare e amare, in una storia che non faccia rumore, che s’isoli nell’aria, per espandersi ancora invocando dolcemente l’amara metà con qualsiasi esperienza spremuta per non deludere le attese, a costo d’incentivare il proibito moralmente, suscitando una festa a sbafo di coloro che assumono una dignità alimentandosi necessariamente.
La volontà, carnale, si pone dinanzi al poeta; e in un vento caldo, romanticamente preteso, la fisicità si stempera, proporzionale alla riflessione spaziante nello sconforto.
La fantasia è infernale date delle testimonianze d’affetto che s’intrecciano a causa dell’ego perdurante, cosicché qualsiasi istante segna irrimediabilmente, stando a rimirare la femminilità composta da corpi celesti semplici e delicati, nel buio arcano di un amore autentico, che si sdoppia immensamente, con la sacralità da confermare specie in una città movimentata.
Ci si può muovere senza darlo a vedere componendo in versi, alimentati da un’armoniosità d’inconscio, aspettando di centrare il destino di colei che ami, che ha deciso, rischiando il peggio, di procedere piano; dignitosamente e dunque sapendo d’avere sbagliato talvolta, giustappunto per rialzarsi con la forza di un’illusione.
Animando, il poeta riempie di ricordi la ragione, determina le attitudini di carattere esistenziale quando tutto tace in negativo.
Andando in giro, noti come l’attimo si colga per qualsiasi intento scartando la quotidianità come il dono da riporre nel mutismo di un giovane che focalizza le proprie esperienze; uno scorcio d’infinito da riammettere essenzialmente con la libertà che serbiamo probabilmente, in virtù di quel sentimento sincero, che non si presta alla resa incondizionata; di quell’imperativo che come per magia motiva il collettivo seppur imperversino le solite debolezze, di un qualcosa di così a dir poco prezioso e casuale che non diventa mai indimenticabile.
Daniele si appassiona alle controversie, sottilizzando le interpretazioni che scaturiscono da un vocabolo, per un soggetto di amoroso senso da osservare affinché si possa rifiorire d’incanto e per sempre alla luce di un flash, di sola apparenza; per rincuorare in base alla scarsa predisposizione del buonsenso.
Il passato torna a splendere in un luogo d’incontro alla portata di tutti, sotto l’effetto di una dichiarazione d’amore resa visibile proprio a causa di quel dolce timore di non riuscire a reggerla, a stare insieme per tutto il tempo di chiedersi se abbiamo cominciato o finito un certo percorso emotivo.

Le vittorie di una vita non tornano in un ricordo, e ti sposti fatalmente, dipendendo da un invisibile sentore che semmai traccia nel cielo arcobaleni per sicuri lottatori, non vedendo l’ora di risultare sufficientemente, tra i mormorii e gli aiuti per rimediare in tempo al test scolastico sulla sobrietà materiale; in preda agli accessori che si espongono per la compravendita che ti faccia sembrare come gli altri, da immortalare per non isolarsi a fronte del tempo piccolo, eccessivamente frammentario per argomentare e riprendere a studiare al fine di comprendere oggettivamente la letteratura senza che si parli sul serio.
Ora il tempo passa velocemente, a scapito delle vie da seguire, delle prove orali da superare, circa le teorie per regolamentarsi tanto da trarne beneficio; ma il poeta identifica l’inizio di una storia d’amore nello scoramento a seguito dell’ottenimento di un pessimo giudizio globale.
La richiesta di stratagemmi ulteriori alla poesia più bella, per ritemprare lo spirito quando fa freddo e sfidare la sorte, non è esaustiva; ugualmente certi di come un sognante modo di comunicare serva più di un farmaco poderoso e a prova del successivo danno indiretto, quando si ha a che fare con quella persona che ti fissa negli occhi ben consapevole delle sue fragilità da evidenziare, e quindi con l’invito ad allargarsi e a incidere setacciando il piacere terreno, per sentire la voce di cos’abbiamo incamerato senza far rumore per non considerarci estranei e calzare l’entusiasmo avanzando a piccoli passi, fieri delle nostre radici per l’obiettivo da rinnovare con l’ingegno degl’illusionisti che si tradiscono giocoforza per un po’, concentrandosi sulla vetta da scalare in buona sostanza, senza freni.
Le paure si possono irrigidire nella neve delle affermazioni singolari, ciò lo si può intuire affrontando difficoltà varie e indiscusse per contemplare orizzonti e paesaggi sanciti da un lavoro d’immaginazione che si rivela costante quando meno lo pensi; con l’enfasi giornaliera, quella che caratterizza la solidarietà quando il tempo non influisce perché fermi a meditare sul dolore che si prova per un legame che si allenta.
Chissà se occorre vivere al massimo o accontentarsi di respirare, nella ristrettezza comunque da illuminare assolutamente col quesito che ti aspetti ardentemente, ad alzare un vento fresco nella dissoluzione di un abbraccio, in un cammino insignificante visto l’avvenire spiccante il volo.
L’inequivocabile giudizio affonda nella sovrumanità viziata e volgare, che ti priva delle emozioni sul nascere, equamente.
Il sovrano non si riconosce nella sua parola, laddove cominci alla grande un giorno nuovo, con l’intento di farsi compagnia amorevolmente ritagliando proprio quell’istante, per una spontaneità pungente come a sincerare sull’autunno insecchito sentendo la gente, la volontà di relazionarsi a lungo.
Tutt’a un tratto precipitano i pesi di un’esistenza dall’alto, d’adoperare realmente, e ammetti d’essere presente come una gemma che si apre duramente, insolita, per impegnare il tempo che avanza, trasmettendo obblighi in parallelo agli atti di fede, alla cieca; con la difficoltà ad auspicare una sorta d’onestà evolutiva in privato, con la facilità di stare in pace riattivando patemi d’animo… per il travolgimento che ti prefiggi ancora, derivando, centellinando dai sacrifici, dalle emozioni che ricostituiscono la pelle, come se si stesse per cadere per sempre al minimo spostamento.
L’inabilità sta nel limite imposto da chi ti vuole affianco, così pensato da non riuscire ad andare oltre; in una dimensione terrena da riprendere sognando con piacere, in una fuga perenne.

“… come il corridore senza traguardo”.

Nel frattempo la desolazione sembra sobbarcarsi l’aspetto lunare non pronunciato, ciò che non si riesce a ottenere dipende dalla forza dell’individuo che sta perdendo la speranza, il mordente per un trasporto senza tempo, lineare; e l’aria stempera superficialmente il desiderio di libertà all’intensificato calar del sole.
Destinazioni fantastiche danno l’idea di pazientare appieno nel cielo variabile, a un segnale di resa sociale, intimata tra gli appuntamenti da fissare, nei quali magari devi essere trafitto senza cognizione di causa, sentimentalmente; per ribadire della sensibilità forse e purtroppo insuperabile, con l’immediatezza di una pulsazione cardiaca, finita la pausa data all’anima flebile, addirittura ermeticamente, per svoltare nuovamente.
Il potere di selezionare le debolezze appartiene eccome al genere umano, a una condizione che si ricompone per spigolature d’avvertire, evitando di svanire per la convenevolezza che si esaurisce prontamente, bensì svolgendo un lavoro apparentemente inqualificabile, come quello di avventurarsi nella solitudine recuperando l’amore in disuso e fare finalmente luce; per fermare e consigliare su quel che c’è ancora da donare, di meglio.

“Amare è un miracoloso gioco di squadra…”.
*
VINCENZO CALO'

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA LENTI

*
Maria Lenti, "Arcorass / Rincuorarsi", Intr. di Sanzio Balducci. Postfazione di Manuel Cohen, punto a capo editrice, Pasturana, 2020.

È stato piacevole leggere l’ultima pubblicazione della poetessa urbinate Maria Lenti, Arcorass, edita per i tipi di punto a capo editrice a marzo di quest’anno. Lo è stato principalmente per la curiosa operazione linguistica adoperata nel corso del nutrito volume di liriche nelle quali non ha usato – come di consueto – la lingua nazionale né propriamente il dialetto di Urbino (col quale ha scritto vari testi), bensì una riuscita amalgama di entrambi. Arcorass, infatti, nelle liriche che compongono le sei sezioni del volume, fa uso, in maniera cadenzata, a intervalli, di versi in italiano e di altri – ben più espressivi e diretti (com’è la connaturata forza del dialetto quale vera lingua madre) – nel locale dialetto di Urbino, dove è nata nel 1941 e vive da sempre. A introdurre il pregevole testo è una nota tecnica del prof. Sanzio Balducci, docente all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” che, con precisione e chiarezza di linguaggio, anticipa – per i tanti non urbinati e non marchigiani che leggeranno il volume – alcune caratteristiche peculiari tanto della grafia che della fonetica tipiche di questo dialetto centrale appartenente al gruppo delle lingue galliche.
La città di Urbino (ma significativa è la presenza anche nel suo hinterland se pensiamo, ad esempio, alla poesia di Maria Conti di Acqualagna) si è dimostrata – nel corso degli ultimi Secoli – particolarmente vivida e fluente nella produzione di versi in vernacolo. Tra gli autori che, in termini più recenti, hanno dedicato pubblicazioni in dialetto urbinate vanno di certo annoverate le poetesse Germana Duca Ruggeri (pur di natali anconetani ma da molti anni attiva nel capoluogo del Montefeltro), Rosanna Gambarara e Antonio Fontanoni. Anche il noto Umberto Piersanti, voce delle Cesane, ha fatto qualche veloce incursione nel mondo del dialetto impiegando in alcune sue poesie delle terminologie in urbinate1. Sebbene questo dialetto – come ha osservato la stessa Lenti in un suo recente scritto – sia “privo di una tradizione letteraria”2, possiamo notare, anche se si dà una veloce guardata ai decenni precedenti, che non mancarono esperienze in tal senso (Renzo De Scrilli, Bruno Betti, etc.) sebbene poco note, rimaste nel novero della regionalità quando non addirittura del circoscritto ambiente locale di riferimento a differenza del romagnolo – sul quale la Lenti ha abbondantemente scritto nel volume saggistico Cartografie neodialettali (2014) – che, invece, per mezzo di alcuni esponenti, ha avuto una diffusione ben più che regionale (il caso di Raffaello Baldini e di Tonino Guerra è ben esemplificativo, ma anche della giovane Annalisa Teodorani nella nostra contemporaneità).

Nelle poesie che compongono Arcorass che – lo ricordiamo – sono strutturate come a conclusione di un processo di levigazione della roccia con sostrati differenti, le tematiche che riaffiorano sono numerose: dall’amore per l’ambiente e la comunanza con esso, agli affetti e i ricordi che legano la poetessa al passato, l’impegno attivo nel sociale con alcuni testi che, marcatamente, si riconnettono a quella sua esperienza politica nelle file di Rifondazione Comunista (per la quale – come esplicitamente indicato nella nota biografica – venne eletta alla Camera nel 1994 e poi nel 1996 sino al 2001); vi sono anche poesie dal piglio più veloce, dove non si fa difficoltà a intravedere un carattere autoironico e un temperamento spensierato e altre ancora che riflettono sulle forme e le potenzialità dello stesso dialetto. C’è anche l’amore per i viaggi, per il camminare, per il conoscere e il protendersi verso un nuovo e, in maniera massiccia ma mai pedante, l’eco di tanti intellettuali nostrani e non, allusi, richiamati, citati, vagheggiati internamente al suo verso, ripresi con le loro parole a rendere questo cammino poetico, già così ricco di per sé nell’individualità dell’autrice, un vero mosaico di frammenti che sono intertesti continui alla Grande Letteratura.
Il titolo del volume, che in italiano sta per “rincuorarsi”, ha a che vedere con una serie potenzialmente infinita e importante di occorrenze ed eventualità della vita quotidiana, tanto personale che collettiva e concerne, per dirla a grandi linee cercando di evitare appiattimenti di sorta, momenti di epifania, di ripresa del vero, di conoscenza e acquisizione del nuovo, di scoperta, di gioia, godimento, rinata speranza, vivificazione delle emozioni, credenza (giammai quella religiosa, s’intende). In una parola, appunto, di un qualcosa che, per le potenzialità con le quali si manifesta o si produce porta a un piacevole (e spesso mai pronosticato) senso di benessere, di ripresa, di riconciliazione con sé e di conquista. “Arcorass vol dì rincuorarsi/ […]/ liberarsi dalla stanchezza/ dalla noia dalla fatica” (17). In tutto ciò mai viene allentata l’attenzione nei confronti del contesto sociale: di ciò che accade attorno a noi, le condizioni socio-politico-economiche del Paese, finanche il desolante contesto internazionale dominato da belligeranza, indifferenza, lotte intestine, immigrazione e grande povertà economica e morale di alcuni: “allora chi bombarda/ -stamane in Siria trecento morti/ […] che cuore ha/ chi dà ordini/ do’ sta el còr di chi sprem/ il succo delle persone/ per capitali e soldi/di chi fa a pezzi un corpo/ di chi lo violenta”(23) e, in un’altra poesia, “i morti del Medioriente e del Congo, dello Yemen/ della Palestina,/ […]/ le barche che stanno e non stanno a galla” (27).
Vorrei poter concludere queste righe di analisi al nuovo libro della poetessa Lenti con un bel quadretto della sua Urbino ventosa ben reso in una delle liriche che chiudono il libro: “stringe il cuore/ se la incontri del tutto ignara/ di storia e arte/ appare nella sua ferma bellezza,/ irraggiungibile e inaccostabile/ […]/ a Urbin se piagn du volt/ quand s’ariva e quand s’arpart” (103-104).
*
Lorenzo Spurio

Jesi, 27/06/2020

domenica 28 giugno 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE

*
Francesca Lo Bue – Albero di Alfabeti A’rbol de Alfabetos---Raccolta poetica bilingue- Editrice Dante Alighieri – Roma – 2020 – pag. 73 - € 8,00

Francesca Lo Bue è nata a Lercara Friddi (PA); ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola; ha pubblicato una raccolta di poesie in lingua spagnola, 2009 e il romanzo di viaggio Pedro Marciano, 2009 oltre alle raccolte di poesia Il libro errante, Moiras e I canti del pilota.
La raccolta presenta un’introduzione acuta e ricca di acribia ed è scandita nelle seguenti sezioni: Alfabeto (italiano – spagnolo). Alfabeto (spagnolo – italiano) e include traduzioni da Emily Dickinson e Kavafis
Intrigante il procedimento usato dall’autrice d’intitolare ogni componimento con una lettera dell’alfabeto inglese per ognuna delle due serie di poesie e per l’unitarietà contenutistica e stilistica l’opera potrebbe essere considerata un poemetto.
Da notare che in ogni singola poesia ogni verso comincia con la lettera del titolo, non solo il primo verso, e questo uso del linguaggio potrebbe essere definito proprio un giocare con gli alfabeti.
Perché Albero di Alfabeti? Quello dell’albero è un archetipo che nella tradizione ebraica coincide con l’albero della vita che diviene simbolo della vita stessa con le radici che affondano nelle profondità della terra che potrebbe essere considerate la parte oscura e inconscia della coscienza e il tronco, i rami, le foglie i fiori e i frutti che sono il conscio della mente umana, la parte solare dell’esistenza stessa per ogni uomo o donna e potremmo aggiungere ogni essere vivente.
Allora ci chiediamo perché la poetessa abbia voluto abbinare i termini Albero e Alfabeti.
Credo che la Lo Bue con scaltrita coscienza letteraria abbia voluto mettere in gioco i due termini collegandoli tra loro perché sono entrambi densi di significato e in ogni cerchio del tronco dell’albero che ne svela un anno di vita entrano in gioco proprio gli alfabeti che permettono l’uso del linguaggio.
Del resto è incontrovertibile che la forma di espressione linguistica più alta è proprio la poesia stessa che non a caso è sempre metafisica.
Quindi una parola che nasce fecondata dall’acqua come un seme per divenire pianta e poi albero in un gioco di specchi e d’incastri che non può non essere che memorabile per la sua meravigliosa onestà e per la sua originalità.
I componimenti della raccolta s’inseriscono in questo schema e confermano la vena elegante della poetessa nel perfetto controllo formale della materia e, per l’idea che lo sottende, Albero di Alfabeti, può essere considerato il libro più alto della sua produzione poetica.
Aspirazione è dissotterrare il ritmo del tuo/ alfabeto, e in questo verso, rivolgendosi ad un tu del quale ogni riferimento resta taciuto, raggiunge con la metamorfosi la trasformazione dell’alfabeto in albero perché dalle profondità della terra un albero può essere dissotterrato e i fiori e i frutti nella loro bellezza non possono esserne nient’altro che le poesie.
E nella sua acuta poetica la Lo Bue si ripiega continuamente sulla poesia stessa creando una metapoesia che è un unicum nel nostro panorama letterario contemporaneo.
*
Raffaele Piazza

sabato 27 giugno 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANFRANCO JACOBELLIS

*
Gianfranco Jacobellis: “Il fantasista del mare” – biblioteca dei leoni – 2020 – pagg. 216 - € 12,00
La nuova densa raccolta che Gianfranco Jacobellis ci offre in lettura è un caleidoscopico ventaglio di immagini e pensieri, che si apre a infinite sospensioni ed a luccicanti derive della mente, per una vertiginosa rincorsa che dalla “eternità del dubbio” alla “fiaba dell’utopia” insiste nel ritmo armonioso del verso.
L’adagio che sembra sostenere quasi tutti i componimenti è quel ricamo filosofico che sottende, per un registro che corre dal silenzio a “parole senza tempo”, intrecciando le frasi come in un dettato che rasenta l’aforisma. Ma la “poesia”, quella che trema ad ogni passaggio musicale, si imprime con veemenza e ripete il sussurro del canto nel ritmo sicuro della fantasia.
“C’è un tempo nella vita/ che invita a riassumersi/ la filosofia entra nel sogno/ più della fantasia/ e dell’invenzione onirica/ non trasforma la realtà/ tende a spiegarla.”
Il gioco del destino, il labirinto mentale, la ripetizione imprevedibile, il sipario improvviso, la logica delle nuvole, la sincronia delle parole, il vuoto delle assenze, le trappole della notte, infinita ed irresolubile versione delle vicissitudini che ci accompagnano nel nostro andare verso l’infinito, verso l’ignoto, in quella scaletta che si trasforma in pensiero dominante, in cui l’osservatore è parte integrante, attraverso il dialogo ed il lavoro di scavo che cerca di emergere dal pulsare, che ustiona, incenerisce e relaziona.
I sentimenti incalzano e le parole hanno la sincronia del limite, la pazienza del battito cardiaco, la trasformazione della maschera che indossiamo, il gesto partecipe della quotidianità.
Una semplice realtà vissuta in prima persona nel connubio tra il mito e lo scardinamento di una turbinosa opalescenza.
ANTONIO SPAGNUOLO