lunedì 20 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI: ALFONSO CELESTINO

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Alfonso Celestino: “L’ora palindroma” – Ed. G.C.L. edizioni – 2024 –pag. 80 - € 12,00
Denso impasto tra versi di luminosità propria, per quelle ondate che il tempo concede – avaro – celebrando “lo spirito del presente” e “i pensieri satelliti in orbita”. Un gioco di immagini tratteggiate proposte dal poeta.
“Il suo stile- scrive Bartolomeo Di Giovanni in prefazione - si avvicina a quello della preghiera: devozione e osservazione sono gli elementi che costituiscono la base del suo sentire come eterna tenacia del suo spazio-tempo, caduto ma infinitamente speranzoso, non rinuncia quindi a percepirsi come figlio di quella coltre blu che cela segreti ma si vogliono fare scoprire attraverso la ricerca.” E più avanti: “La sua Poetica è riassumibile in: Memoria, Tempo, Natura e Amore, un quadrivio che conduce alla analisi interiore, alle sensazioni stillate da un’anima colma di perché e al tempo stesso con le possibilità esaustive che solamente diventando strofe ne coglie l’assoluto.”
La silloge si apre con il succedersi di brevi fotogrammi, a mo’ di svelti adagi, incisi fra le crepe del marmo e fra i lampeggi del pensiero. Molti i segnali che si avvicendano tra i versi, ritmati e accorti.
Poesia che si distingue per un linguaggio accessibile ma carico di simboli naturali (pioggia, nubi, cielo, semaforo rosso, acrobati, ) che sostengono una riflessione sull’amore come esperienza trasformativa e molto spesso sulla consuetudine che ci sospinge. L’andamento è lineare, quasi narrativo, ma arricchito da immagini liriche efficaci, soprattutto nella fusione tra elementi naturali e linguaggio (“sillabe” che nascono dalle gocce). mette in scena frammenti di quotidianità urbana trasformato in spettacolo. Il semaforo rosso, normalmente percepito come un’interruzione del flusso e un momento di attesa, diventa qui un’occasione di sospensione quasi teatrale. Talvolta il dettato tende a esplicitare troppo il messaggio (ad esempio nella definizione dell’Amore come equilibrio), riducendo leggermente la forza evocativa; tuttavia il finale aperto e dubitativo restituisce complessità e mantiene viva la tensione poetica.
Le immagini centrali diventano semplice intesa del gesto, gesto che diventa a sua volta apertura emotiva, esperienza del ricordo.
La pioggia, ad esempio, non è soltanto fenomeno naturale, ma materia della memoria e della speranza: ogni goccia porta con sé frammenti di passato e possibilità future. Il soggetto poetico, con “occhi chiusi e pugni stretti”, vive una tensione duplice: da un lato l’abbandono (gli occhi chiusi, il contatto con le gocce), dall’altro una resistenza interiore (i pugni serrati), come se l’amore fosse insieme desiderio e difesa.
Il dettato si caratterizza per un linguaggio semplice e diretto, vicino all’oralità, che ben si adatta al contesto naturale rappresentato. L’uso di esclamazioni e di un ritmo dinamico contribuisce a rendere vivaci le scene, quasi cinematografiche. Il poeta riesce a trasmettere con efficacia il suo messaggio centrale: la possibilità di riscoprire meraviglia e umanità anche nei momenti più ordinari della vita contemporanea.
“I sentieri si aprono camminando, / con un bastone, una torcia, / le orecchie e il cuore spalancati, / senza distrazioni né tentazioni / in compagnia della sola curiosità. / Segui il tuo talento, / quell’attrazione che parte dal cuore / e arriva a far muovere il primo passo.”
Una metafora semplice ma efficace: il cammino come figura della ricerca interiore e della realiz-zazione personale. I “sentieri” che “si aprono camminando” suggeriscono un’idea dinamica dell’esistenza, in cui la direzione non è data a priori ma si rivela solo attraverso l’esperienza diret-ta. Il bastone, la torcia richiamano una dimensione quasi iniziatica: strumenti essenziali per orien-tarsi, ma anche simboli di sostegno e di luce interiore. L’insistenza sull’assenza di “distrazioni né tentazioni” e sulla presenza della “sola curiosità” definisce un atteggiamento etico prima ancora che pratico: una disposizione all’ascolto autentico, rappresentata dalle “orecchie e il cuore spalancati”.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Fiammelle”
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Ora sere violente accendono l’autunno
scivolando all’ombra dei cipressi
quando il cipiglio si punteggia in rosa
ed affretta monotoni brusii.
Ecco i bronzi ed i marmi
deridere malinconici folletti,
ecco gigli tulipani e rose
fra i tuoi capelli dal brivido irritante.
Cristallizzato in brina il mio pensiero,
vivido o scarlatto,
è preda come palma al vento,
oppure scrigno segreto che nasconde
motivi che potrebbero scoppiare,
per rompere parole
o spargere a fiotti il destino
che non trattiene singhiozzi.
Così parla alla pietra
il mostriciattolo che digrigna
ed inscrive legnose fiammelle d’amore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 19 aprile 2026

POESIA = ALFONSO CELESTINO

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"Dal silenzio del primo verso"
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Gli alberi dormono sotto le stelle
camminano sulle pareti
impronte mutevoli.
Sulla scrivania
giace una pagina bianca
colma di possibilità.
Fa rumore lo sguardo
popolato da vibrazioni,
le dita cercano l’inchiostro
e la seta calda del dialogo,
custode eloquente
di un’apparente assenza.
Viatico gioco è l’ascolto di sé stessi,
una ricerca che spodesta l’inerzia,
fa emergere il vuoto sonoro del primo verso,
presenza titubante di un atteso pensiero.
In quel secondo infinito,
in cui tutto trattiene il fiato,
si specchia l’uomo taciturno
nella promessa di un nuovo inizio:
la voce interiore…
il mormorio delle foglie…
la vita su questa terra.
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"Nuovi gesti"

Ascolta:
non ti parlo di eternità,
ma di cerchi che si chiudono,
di cicli che ritornano.
Siamo tutti semicerchi
che si completano solo con un abbraccio.
Metti in evidenza tutto ciò che ti appartiene.
La primavera è nei tuoi nuovi gesti,
la capacità di meravigliarsi:
davanti a te stessa.
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"Un altro momento ancora"
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Hai costruito una piccola
colonna di sassi
di fronte al mare,
così da poter vedere
come si può stare
in equilibrio
davanti all'infinito.
Dolce e gentile
è il movimento delle tue mani,
pazienti (r)esistono
un altro momento ancora.
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ALFONSO CELESTINO

sabato 18 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO TAMMARO

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Antonio Tammaro: “Discroste” – Fallone editore – 2026 – pag. 64 - € 15,00-
Una silloge notevolmente serrata, per un colloquio policromatico tra la pagina bianca e il poeta che affonda il suo esistere quotidiano tra vertigine e smagliature della psiche.
Un ritmare che coinvolge e stimola il motore segreto del sub conscio.
La poesia si muove in uno spazio simbolico denso e quasi ermetico, dove il gesto iniziale si carica subito di una peso ambivalente: è un atto insieme generativo e distruttivo. Le bacche, semi di vita e nutrimento, vengono consegnate a un luogo ostile, i rovi, che evocano ferita, intrico, difesa, un tentativo di trasformazione tardiva, forse consapevolmente destinata al fallimento o comunque segnata da una stagione di declino. In questo senso, l’io lirico sembra agire contro se stesso, “nel tentativo di fingermi avaro”, come se trattenere o negare fosse una forma di autodifesa emotiva.
Molte le tensioni interne che emergono con forza, dove si accumulano stati d’animo (“dannato distrutto deluso”) senza punteggiatura, in una sorta di flusso compresso e affannoso. L’“afrore represso” allude a un’energia vitale o passionale trattenuta, che non trova sfogo e si converte in rabbia trattenuta “in disparte”. Questa rabbia, tuttavia, non esplode: lavora sotterraneamente, “a levigare le strade alle sponde”, immagine che suggerisce un’azione lenta, quasi ossessiva, di adattamento o di consumo interiore.
Il testo si colloca in una linea di poesia contemporanea che privilegia l’opacità semantica e la densità metaforica, rinunciando a una narrazione lineare in favore di un accumulo di immagini e stati interiori. La lingua è fortemente nominale, con una riduzione della sintassi e dell’interpunzione che contribuisce a creare un ritmo spezzato, quasi ansimante, coerente con il contenuto emotivo.
Dal punto di vista stilistico, si nota una tensione tra concretezza e astrazione: accanto a termini molto fisici “cesoie”, “croste”, “raschiato” compaiono parole più rarefatte o concettuali: “come farei/ senza il colpo della ghianda/ sulla terra”, “è una smania che teme/ folle di tripodi e specchiere/ fitta annodature di traglie”, creando un lessico stratificato che richiede un lettore attivo e attento.
Simpaticamente la raccolta si suddivide in cinque sezioni, che l'autore chiama "croste": Oniros, Corpo e materia, Paesaggio e memoria, Contramore e bella morte, Disgregazione, quasi per segnare le varie tappe di un percorso che si avviluppa tra meditazione e sussurri.
Antonio Tammaro con i suoi ritmi si distingue per la coerenza del tono e per la capacità di tradurre un conflitto interiore in immagini incisive, forte densità simbolica, sospensioni del pensiero e delle visioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 17 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANO MAROCCINI

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Giuliano Maroccini: “Le cose elementari” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 40 - € 12,00
Uno scrigno tascabile nel quale la poesia alberga nel ritmo incalzante delle sillabe, pronunciate elegantemente tra sbuffi di allegria e incertezze, tra appunti quotidiani e spontanee luci abbaglianti.
Sono soltanto dodici poesie, ma bastano per rinfrescare il pensiero e ricercare la parola.
Brevi ma capaci di costruisce una tensione delicata tra il desiderio umano di orientamento e la percezione di averlo smarrito. L’io lirico esprime un bisogno quasi primordiale di ritorno alla natura (“muschi e sorgenti”), luoghi che evocano purezza, origine e autenticità. Il gesto del “guardare bene” e del “fermarsi” suggerisce una pausa rispetto al ritmo disordinato dell’esistenza moderna: è come se solo rallentando si potesse recuperare un senso più profondo delle cose. In questo scenario, gli animali — il bue e l’asino citati alla IV — assumono un valore simbolico: non sono semplici presenze pastorali, ma custodi di una memoria che l’uomo sembra aver perduto. Il riferimento alla “stella cometa” richiama esplicitamente l’immaginario della Natività, e dunque una dimensione sacra, di rivelazione e di guida. Tuttavia, mentre gli animali potrebbero ancora “ricordare”, l’io poetico confessa la propria condizione di smarrimento: “vago senza meta”: una nota di disorientamento esistenziale, in cui l’uomo appare separato sia dalla natura sia dal divino.
La semplicità di questi testi è solo apparente, costruita su un linguaggio essenziale e su immagini archetipiche. L’uso dell’enjambement e dei versi brevi contribuisce a creare un ritmo frammentato, che riflette lo stato interiore dell’io lirico. La scelta di interrogare gli animali, la verde natura, la sintassi che appare, il rancore, la pietà, introduce un rovesciamento significativo: la sapienza non è più prerogativa dell’uomo, ma risiede in ciò che è umile e naturale. Questo ribaltamento richiama una tradizione poetica novecentesca attenta alla crisi della modernità e alla perdita di senso, ma lo fa con una leggerezza quasi fiabesca, evitando toni esplicitamente drammatici. Il risultato è una meditazione discreta ma incisiva sulla distanza tra l’uomo contemporaneo e le sue radici spirituali.
“Vorrei essere didascalico/ e invece ogni volta travalico/ i confini si rompe la sintassi/ un’epistassi di parole come se andassi/ a coglier viole col retino/ versarmi addosso il vino/ sporcarmi tutto come un bambino/ che fa la cacca come una vacca…”
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA

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CARLA MALERBA: "UN TEMPO NUOVO" - FaraEditore, 2026
… Ora sotto lo specchio immoto/fluttuano foreste d’erba/con braccia amorose invocano/i messaggeri del disgelo.
Come le foreste d’erba che, fluttuando, invocano un prossimo disgelo, così l’essere umano invoca che qualcosa o qualcuno sopraggiunga a liberarlo da una condizione di chiusura e solitudine. Qualcosa accade, un improvviso bagliore che lacera la notte, e la vitalità dell’essere si risveglia, esplode. L’essere entra in Un tempo nuovo. Nel quale “Come gioia pura” “A tratti senti”.
Così, iniziando dall’ultima poesia, mi piace cogliere l’essenza di questa raccolta di poesia, ultima fatica di Carla Malerba, dall’immagine di copertina del tutto allusiva al contenuto: rovine in primo piano (il passato) quasi del tutto ricoperte da una rigogliosa vegetazione (il presente). La vita ritorna sempre ciclicamente nella natura, come nell’intimità umana. “Come gioia pura/l’oro delle foglie/scende lieve dai rami/a formare tappeti solari/muoiono/ma risplendono/ciclo che si chiude/attesa che si rinnova”.
La poetessa si è rigenerata, ha conquistato un tempo nuovo; ora vive e canta il suo sentire presente in cui dominano la contemplazione della bellezza “Nell’albero la luce del crepuscolo…” e la meditazione quieta sulle cose del mondo “E’ il dono della vita/che stupisce/è l’occhio universale/che risveglia/accenti d’amore alle creature…”
Il ricordo del passato non soddisfa “Ritornare/è un po’ come morire/anche i luoghi invecchiano/ e negano la dolcezza del vissuto…” “…sentire il vuoto dell’indifferenza verso passate stagioni/di cui l’unica certezza/è l’incerta memoria…”.
In questa nuova dimensione intima è il tempo presente che conta, un tempo di accettazione e di serenità, un tempo in cui lo spirito si riempie di gioia per le cose piccole, ma a ben vedere grandi, che ci sono state donate insieme alla vita; le cose essenziali del mondo cantate dall’amato Francesco d’Assisi: “…per quella famiglia/di sole, d’aria e vento/d’acqua di fuoco e stelle…” Ed ecco che ricorrono sparse nei versi le parole quieto/a, lieve, luce, cielo, sole a testimoniare la gioia di vivere in questa rinnovata semplice spiritualità, dove anche la morte è dono di Dio.
Lo stile di Carla Malerba sembra essersi ulteriormente affinato, ora consiste in poche parole selezionate con cura per testi brevi, quasi frammenti, dal dire essenziale e delicato, fatto di espressioni spesso nominali.
Dai versi in cui, come esprime nelle due meta-poesie presenti nella raccolta, privilegia chiarezza e raggiunta semplicità, si sprigiona una musica dolce e una certa misteriosità, quasi che le parole ci raggiungano dalle nostre lontane origini. Molto efficaci le immagini rappresentate, talvolta anche suggestive “…il fischio del treno/ancorato alle rotaie/ripete senza sosta/le stesse parole ferrate d’addio…”
Un tempo nuovo è una raccolta di poesia in frammenti che, se lo leggi e lo rileggi, ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza, donando benessere all’anima.
Trascrivo qua sotto tre poesie come esempio di ciò che si può trovare di bello e di vero nel libro.
***
A tratti senti
fluire il tempo
non questo tempo
l’altro
del tutto che si compie
vuoto d’ore
eterno
***
Ho pensato parole
da darti
per vita donata
parole che sai
sussurrate
per dirti
che amore s’infinita
ad onta dei divieti
e provo a immaginarti
nei gesti
negli sguardi
e il mio sfiorarti
è lieve scricchiolio nella spalliera
***
In questo vespero appannato
che prelude
a un assorto tempo umano
depongo con cura ciò che resta
delle trascorse stagioni
Qui è vivo il presente
Scandisce ore di tedio
il ticchettio della pioggia
-
Nel cielo velato
fosco di ambigui sussurri
si compie il passaggio
e quel che resta
il Tempo trasfigura
***
FRANCA CANAPINI

giovedì 16 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO DAINOTTI

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Fabio Dainotti: “Per gente sola” – Book editore- 2026 – pag.96 - € 18,00
Uno scorrere rapido di pensieri e di figure tra versi che mantengono il ritmo per una poesia che riesce a dare forme e riconoscimento alle parole dalle battute alchemiche. Non rincorre qualcosa di misterioso, ma è capace di indicare con delicatezza e colori svariati la condizione di solitudine che attanaglia quotidianamente nella semplice storia umana.
Le scene si spostano facilmente tra piccole stanze sotto i tetti e l’isolamento dei pensieri, e a volte c’è spaesamento come se le percezioni fossero simboliche, o ancora la capacità di rovesciare le aspettative in una incrostata solitudine esistenziale, forse anche legata al buio.
A tratti il lettore sente un raggio che lo sfiora per accendere speranza e a tratti la solitudine viene addirittura agognata. Quasi uno scherzo del nostro sub conscio che offre zampilli alla ricerca di un metro capace di riorganizzare le difficoltà relazionali.
Questi versi hanno un tono molto tipico della poesia novecentesca: frammentario, quasi fatto di appunti (“tracce, messaggi, pensieri”), ma attraversato da un filo preciso — la solitudine e la percezione strana dello spazio e del tempo.
Si apre con un’idea semplice ma importante: tutto cambia. I pensieri non sono mai gli stessi, c’è una continua mutazione interiore.
Mentre emerge un senso di assenza: un luogo elegante (il salone illuminato) ecco che la poesia porta le tracce di qualcuno, ma non del soggetto. È una presenza mancata.
“Si respira in questi versi dainottiani, volutamente sfilacciati ed erratici, (scrive Luigi Fontanella in prefazione) il vivere sospeso di gente presente einsieme assente; gente quasi fantasmatica che “intravive” dentro una propria dimensione semi-onirica. Credo che in quest’atmosfera tra l’esserci e il non esserci, ossia tra presenza e assenza, risieda il fascino particolare e umbratile della poesia del Nostro, all’interno di luoghi reali e al contempo mentali in cui il soggetto agente e ben attento ai minimalia che lo circondano ma, al contempo, anche come fosse spesso “distratto”, ossia solo con-vivendo in un Altrove in cui volentieri vorrebbe “rifugiarsi”, congedandosi dal mondo e anche da sé stesso.”
Ogni frammento cerca di accostarsi ad una soluzione, che a volte diventa biografia e a volte ricama misure austere, verso il raccoglimento, verso la ricerca.
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ANTONIO SPAGNUOLO