martedì 3 febbraio 2026

POESIA = MARINA PIZZI


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Da : "Ruggini e manette" 2025-2026
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1.
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Cieca talpa pavone nero
ormai calice di ruggine
sognare di te l'amarissima
mancia.
Le cicale di agosto ancora
ti supplicano di tornarci accanto
dove le rose si spampano cadute.
Elettricità del temporale piangerti
intriso al fuoco che ti cremò
nodale spigolo il cielo pagano.
*
2.
-
Dilette di avvoltoio le zagare
dove s'intromette il dubbio di stare
stordita comunque elegia del canto.
Il monello bello che si chiamò poeta
ha manette precoci di morte
stazioni di esecuzioni i militi
musici beati gli angioli tradenti.
*
3.

Dove da allora non sono
sono la voragine di me
l'accappatoio che mai si asciuga
apolide di vicoli sinistri.
La casa sprangata dalla voglia
di essere atea e, invece,
cieca forse il cielo e l'inferno.
Parentesi di fame perenne caduta
dubito le gambe, l'acrobata ma non
la bara poliglotta fanghiglia.
So la baracca del cuore che si spacca
il gatto che dorme nel mio letto
consolanza la sola parvenza.
*
4.
-
La dinastia della pioggia
stipendia pozzanghere di melma
quale un pendio ripido con la gobba
di acquisire pendenza.
Un bambolotto senza occhi fu regalato
al tragico gerundio di resistenza.
*
49.
-
Pianse per me la ribelle
enfasi della pioggia.
Ora nessuno infrange il mio
stato nefasto e stolto.
Amore mio Primo
entra per sempre dentro di me.
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MARINA PIZZI
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Marina Pizzi è nata a Roma il 5 maggio 1955-
Ha pubblicato diversi volumi di poesia e di lei hanno scritto numerosi crici e saggisti.
Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124-Poetry Wave. Electronic Center of Arts”, coordinata da Emilio Piccolo (1951-2012) e da Antonio Spagnuolo, ha nominato Marina Pizzi poeta dell’anno. Ha fatto parte - insieme a Massimo Bacigalupo, Milo De Angelis, Franco Loi, Tomas Tranströmer, Derek Walcott e altri autori - del Comitato di redazione della rivista internazionale Poesia, prima serie fino ad Aprile 2020. È redattrice del litblog collettivo "La poesia e lo spirito" e collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. Ha lavorato presso la Biblioteca di Area umanistica Giorgio Petrocchi dell'Università degli studi Roma Tre. È stata tradotta in persiano, inglese e tedesco. Molto proficua nel tempo la collaborazione con Le reti di Dedalus di Marco Palladini, Direttore dal 2006-2015.

lunedì 2 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIAN PIERO STEFANONI


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Gian Piero Stefanoni: “Biografia delle voci” – Ed. P.D.E – 2026 – pag. 158 – s.i.p.
In apertura Stefanoni scrive: “Raccolgo in queste pagine una serie di interventi critici, di note a percorsi, figure, opere poetiche in dialetto e lingue minoritarie che ho avuto occasione di scrivere per lo più dalla primavera del 2021.
L’occasione, perché d’occasione davvero si tratta, è nata col desiderio di conoscere la produzione in dialetto della Val Camonica in Lombardia, la terra di mio padre, e dunque nell’approfondimento un tentativo anche di riacquistarmi in qualche modo a lui in quella lingua di cui so intendere nel ricordo solo la tenerezza di qualche parola.” E l’impegno immerso in questa ricerca diventa immediatamente evidente per la dolcezza degli interventi che si susseguono con ritmo serrato e per la prosperità delle presenze.
Il panorama esplorato è ampio e dettagliato, caleidoscopio che sembra non incontrare confini e capace di richiamare i diversi ritmi che sciolgono la poesia nei vari dialetti della nostra Italia.
Una prima sezione del libro contempla le riflessioni critiche attorno alla vita e all’attività letteraria di una serie di autori, a rappresentare tutte le venti regioni italiane, con i loro rispettivi dialetti. Una scelta oculata e credo un certo impegno di tempo per raccogliere testi ed informazioni varie.
Alla luce dei vari dettati la tensione del canto manifesta tutta la sua fantasia, nell’incantato riferimento delle voci, e per le invocazioni dei riflessi che scaturiscono dalla parola.
L’accento delle liriche è palesemente legato alla terra e diviene di volta in volta corpo inalterato nello spazio.
C’è una seconda sezione che porta come titolo “Lingue minori¬tarie e fuori confine” dove Stefanoni ha inserito una serie di autori che, dentro o fuori dal contesto nazionale, hanno usato lingue diverse, derivate da tradizioni antiche o, nel caso parlate nel nostro Paese, quali sacche di resistenza e conservazione nella forma, appunto, delle minoranze.
Ricchezza linguistica, allora, che viene qui tratteggiata con sapienza e con il tratto di chi sa bene soppesare la cultura nelle sue più brillanti manifestazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = LEONARDO MANETTI


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“Le ore eterne dell’Attesa” di Leonardo Manetti (Edizioni WE - Italia, 2025 pp. €114 15.00), scandiscono il tempo delle aspettative, occupano un luogo privilegiato dove scoprire l'amore e accogliere la solitudine della sospensione, interpretano il cammino introspettivo e la percezione di una struggente speranza per ascoltare e ricongiungere il ritorno degli affetti più cari. Leonardo Manetti, omaggia, con la sua opera, la dedizione dell'aspettare, la persuasione di rivelare, attraverso la spontaneità dei sentimenti, la tensione romantica di ogni mancanza, il desiderio sincero di trasformare il destino e il senso della vita nel sogno d'amore. Nutre le stagioni delle emozioni, indica la previsione di un percorso interiore in cui si custodisce un legame e si sceglie, nell'evoluzione amorosa, la profondità identitaria del cuore, definisce l'elaborazione di un impegno che gratifica il vincolo affettivo, affranca le tormentate contraddizioni dell'essere, rinnova l'eternità della presenza e l'empatia dell'anima.
La poesia di Leonardo Manetti decanta una ricerca lenta e ispirata attraverso l'uso sapiente e pastoso delle parole, rafforza la connessione vellutata delle sensazioni, accompagna la delicatezza dei versi per poi rivelarne il suo significato più suadente e intimo. Il libro esamina l'esperienza coinvolgente della crescita e della maturità artistica e personale dell'autore, analizza la convincente e commovente riflessione sull'inafferrabilità della vita, riempie la distanza e il vuoto delle assenze con la qualità contemplativa del silenzio e della fedeltà. Leonardo Manetti fa sua la cadenza spirituale e carnale, invocando l'intenzione nobilitata in cui la passione e l'innamoramento rispecchiano l'espansione di una intrigante continuità, l'attrazione sfuggente per i ricordi e per ogni profetica restituzione della nostalgia. Comprende l'evocativa capacità di riconoscere, nell'esistenza umana, il tortuoso intreccio di luci e ombre, di debolezza e di forza, di fragilità e di resistenza nell'affrontare il dolore e viverne la sua fugacità. Consegna la testimonianza di una finalità privata intorno alla possibilità di ricomporre uno spirito frantumato e disgregato dalla paura e dalle esitazioni. “Le ore eterne dell'Attesa” concentra il peso e l'abisso delle occasioni scomponendo gli intervalli temporali tra la confidenza malinconica del passato, l'instabilità inquieta del presente e l'apertura fiduciosa del futuro. Consuma l'orizzonte di una realtà che misura la dimensione ideale e proiettiva dell'amore, la lucidità del vissuto, lo stato intuitivo di coscienza e l'oscillazione illuminante dell'immaginario. Leonardo Manetti sa indugiare sulla provvisorietà del quotidiano, guardare e considerare le vibrazioni dei pensieri che riprendono la forma accesa e viva della dedizione esclusiva, ascoltare l'impulso della perseveranza, come ricompensa alla felicità. Il libro ne è una conferma miracolosa su come la sorprendente meraviglia del sentire può migliorare la costanza e la cura del bene, le condizioni di affinamento e di conservazione esprimono la meticolosa e genuina pienezza relazionale.
Leonardo Manetti osserva i cambiamenti umani, ammette il dubbio imperturbabile dell'indifferenza, si scontra con la condanna della mancanza, attende i giorni migliori. Risveglia il coraggio e l'energia nella rivelazione di una sensibilità che manifesta il riscatto, incendia e rinsalda l'essenza poetica, offre quiete alla solitudine, la forza redentiva e il fondamento della salvezza.
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Rita Bompadre -
Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
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Passi scelti
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"BRUCIA"
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Cerco per casa qualcosa che ho perso,
o meglio, qualcosa di mai scovato.
Ribalto cassetti, svuoto gli armadi.
Dove si sarà cacciato?
Lo sento, nel petto così ardentemente.
Non ho più dubbi, esiste ed è vivo,
brucia l'amore, ma di fiamma sbagliata;
Non di passione, solo di ira.
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"SGUARDI LONTANI"
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Teneri occhi che mi osservano,
dolce è lo sguardo incrociato,
parole senza suono
ci uniscono all'ascolto.
Un attimo di fiaba
e poi subito il reale,
poche semplici note
di una scala senza chiave.
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"IL GIOCO DELL'OCA"
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Prima uno, poi due.
Domani sono le dita
i dadi di chi rimane.
Pensavi al giallo,
invece è rosso
e ottieni un nero.
Numeri impazziti
si rincorrono sulla linea
e cambiano colore.
Tre è divertimento,
cinque era riflessione
sette sarà amore.
Si parte dal via,
ci si perde tra le caselle,
arriviamo insieme.
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"CONFUSIONE"
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Fuori c'è il ghiaccio
delle nostre vite,
noi siamo in una bolla
di acqua calda.

Torna presto primavera,
voglio vederti
di nuovo germogliare,
spegnendo l'illusione.
***
"NELL'ARIA"
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Stringo forte
in un abbraccio
l'aria intorno a me,
e mi accorgo
che è materia viva.
-
Il suo viso è definito,
il suo corpo è familiare
il suo respiro è caldo
come l'amore
che nutro per lei.
***
"IN QUESTA NOTTE"

E ora che la notte è giunta,
cerco i tuoi occhi nelle stelle
mentre il dolore che sale
lungo le crepe della mia pelle
mi chiede di te.
Dicono che questi sono i momenti
in cui i poeti scrivono i versi più belli,
ma passo le notti con un foglio bianco
e il dolore accanto a me.
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giovedì 29 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI= ANTONIO SPAGNUOLO


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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri" - Ed. La valle del tempo - 2025 -- pag. 60 - € 14,00
LETTURA DI ORONZO LIUZZI
Una mappa dei ricordi silenziosa si affaccia sul passato al suono della melodia incantatrice e trascinando con sé passione amore “quella gioia che un tempo / affondava nel ventre e tu eri l’incanto”. Antonio Spagnuolo in DISSOLVENZE E SUSSURRI con vigoroso fulgore porta alla luce, come un motore oleato e rimesso in moto, il serbatoio della felicità di un cuore che tiene sempre acceso in questa terra l’amore che emana un forte bagliore ineguagliabile di speranza e brilla a cielo aperto nello spazio di tutta questa bellezza e attraversa “la carne” che “diviene memoria”.
Parla scrive Antonio Spagnuolo protegge l’amore rimasto dentro un corpo che ancora sogna pulsa vibra come un’onda d’urto “Scivolo le braccia tra le cosce / come tra rami spogli del tiglio, / ingozzando idee fuggiasche.”
Preso da un languore notturno l’Autore alquanto ossigenato respira va avanti indietro avanti riconosce “il tempo in cui più dolce è il peso / degli anni rubati clandestinamente al cuore, / quando ogni battito ora ricorda / che la fine è sull’orlo del non ritorno” e osserva riflette sensibile sospira “Così la vita china il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto, / abbracciando l’attimo nel quale eterno / tutto tace, e tutto resta impietrito nel miraggio” e sopraffatto dalle intemperie della vita il conforto ricompone un corpo in uno stato di crisi “ogni sera si riscrive / la poesia dell’ultima ora – / una bellezza che non implora, / ma si spegne, fiera, nel fuoco”.
E sente di continuo il richiamo di lei che non muore mai ma gorgoglia scoppietta di notte “Nel sogno riappare la tua carne. / Io con violenza la palpo / per accertarmi che sei di nuovo viva, / nuda tra i cuscini roventi.”
Il suo amore non è solo un circuito chiuso, un anello di solitudine posato sull’assoluto ardente dei ricordi, ma la sua mente ha legami con tutto l’universo e non solo, ma anche con l’inquieto dramma di questo nostro scuro tempo “Il vento sibila tra le antiche mura / di Gerusalemme e le pietre tremano stanche / sotto quel cielo che chiedeva pace / ed ora è squarciato dal fuoco. / Dove pregavano mani intrecciate / ora s’alzano pugni e fucili, / tra passi confusi che grondano sangue. / Chi ha spento le luci dell’alba / e muore tra i vicoli che furono sacri?” e in questa offuscata confusione “c’è un seme tra polveri e macerie / che è il sogno di un bimbo che ammira le stelle/ e chiede smarrito il silenzio.”
E il linguaggio poetico di Spagnuolo che ben conosciamo scopre conosce realizza ancora una volta un meraviglioso delirante fermento “L’abbaglio che calamita la parola / squarcia il pensiero, come caverna di fandonie, / una pietra che stampa per spiragli / ed interrompe ciò che sfianca il vuoto.”
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Oronzo Liuzzi

martedì 27 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARCO PETRUZZELLA


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Marco Petruzzella: “Atlante minimo” Ed. peQuod – 2026 – pag. 68 -€ 14,00
Nel sottotitolo “geografie personali”, forse a voler significare che la catena che lega tutte le composizioni di questa raccolta è semplicemente la incuriosita tessitura di una storia che accende emozioni e illusioni, frequenze e visioni, incontri e sussurri in un limpido diario da sfogliare quotidianamente.
“Le città non mantengono le promesse.
Nei sottopassi, sotto le gru dei cantieri,
tra l’odore di benzina e il respiro corto dei tram,
ho imparato che anche il cemento diventa memoria.”
Il suo viaggio inizia proprio con gli incontri probabili in città o in aperture policromatiche, con variazioni, o cercando di condurre elegantemente alcune rilevanti scelte di riflessione sul quotidiano, tra il banale e l’impegnativo, ed illuminando gradualmente qualche segmento esortativo, o alternando una visione da descrivere a ricognizioni che hanno il sapore appena accennato della filosofia.
“ retorica del soldatino apparente
tradita dalla smorfia navigata
dalla distanza percorsa
tra la rassegnazione e lo schermo
tra l’uomo di mondo e lo scherno.”
L’esperienza personale decanta nel verbo assegnato alla ricerca della verità, riportando il verso sul confine sottilissimo che separa la scrittura dall’ispirazione, a tratti per lo sguardo al quale è concesso di cogliere un paesaggio per un arco intero, a volte per una virata improvvisa del ritmo che cede volentieri alla contemplazione.
Nella sezione “Grafie intime” si parla di congiunti, di amore, di amici, di ricordi “che bussano ancora/ anche quando il silenzio, vigliacco, li archivia”. E le figure sono pennellate decise, quasi che la spatola sappia abbondare nel colore per ben delineare i contorni. Interventi per Massimo Arrigoni per Dario Bellezza, per la figlia. Ancora nella sezione “Mappe del corpo” il passo dell’esistenza è in bilico, tra le mani che curano e carezzano, tra le incertezze e le attese, “Quando ori dentiere e scope/ la faranno da padrone/ e la paura della morte/è solo l’ennesima partita persa a punti.”
“Cartografia della parola” e “Frammenti” chiudono questo rutilante album, dove l’uso del linguaggio simbolico lascia intatta l’adesione del poeta al volo messo a disposizione nelle forme dello spazio, tra la curiosità ostentata e segreta o la fretta che accartoccia da qualche parte.
Per il poeta il rapporto tra la fede della ragione e l’attimo fuggente non è sempre fallimentare, ma potrebbe realizzarsi utilizzando il bagaglio del passato e l’unità basilare della nostra fedeltà al sogno.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIA PIA MISCHITELLI


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Dalla raccolta inedita “Microchimere”
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Ho visto morire mia madre. I suoi occhi verdi divenuti oceano non erano abbastanza grandi per contenere tutta la sua tristezza nel lasciarci. Allora, sono tornati piccoli occhi di passero ed ella è volata via senza rumore, così come era arrivata in questo mondo. Un piccolo passero posato su un ramo: è il destino di ognuno di noi.
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Un gabbiano abbassa il volo ed è il cielo che si stende su tutta la terra. Si scrolla ed è la Grazia in gocce d'acqua marina che si sparge sugli uomini. Le gocce sono i minuti che mi restano, le ore, gli anni sul Rosario del tempo che la Vita mi ha destinato.
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Il silenzio tra le tue parole, l'uccello che volge il capo, il soffio del Mezzogiorno nella Provenza rasa, sono questi i pochi segni dell'amore che muove il mondo, questo indecifrabile algoritmo divenuto:
=
«L’inno all’amore», «Le città invisibili», «Il rumore dell'altalena», «L’ottava sinfonia di Chopin», affinché lo si comprenda, un poco, il mondo.
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"Ulivi"
Ulivi,-
carne del vento
tronchi muscoli di legno
annodati alla sete
si torcono
ad attendere acqua.
-
Non chiedono:
loro sono già preghiere
scagliate contro la roccia,
loro sono già profezie
che la terra tenta di tracciare
senza mai riuscire a stendere.

L’argento delle foglie
abbaglia l’occhio del meriggio:
un brivido di lame fredde
sopra il corpo arso del monte.
-
Nell’olio denso e scuro
spremuto dalla pazienza dei secoli,
il silenzio ha il sapore della rivincita,
sulle città ricche di sdegno.
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Ulivi,
non hanno radici, ma artigli.
Loro hanno tutto il tempo,
basta afferrarlo per non cadere.
Ad accarezzare la loro speranza-scorza
le mani dei padri si son fatte corteccia
gli occhi mare verde
di un sogno d’altrove rimasto qui
rannicchiato nel sonno
delle radici.
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Restano lì,
soldati d’ombra nella calce viva,
mentre il vento pettina l'invincibile
e insegna che per restare vivi
bisogna imparare a piegarsi
senza mai cedere.
********
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"Mezzogiorno di pietra"
-
Si fissa
il sole
nel centro del cielo
un occhio tumefatto
sopra l’arsura dei greppi.
-
Qui non c’è voce d’acque,
ma un ronzio di luce
che scava le tempie del monte dell'Angelo,
mozzando l’alito.
-
Le case bianche,
chiuse nel guscio di calce,
paiono ossa levigate dal tempo,
attenderò che la mia ombra
lasciata tra i sassi
torni a farsi carne con loro.
-
Attenderò il ritorno mio
nella vita che si raggomitola
dentro il sonno delle radici,
mentre l’anima s’incide
sul muro caldo del mondo,
ferma,
come il riverbero della controra.
===
MARIA PIA MISCHITELLI

sabato 24 gennaio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARCO MEZZETTI


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Marco Mezzetti: “A volte ritornano” – Ed. La Gru – 2026 – pag. 128 - € 15,00-
Il sottotitolo “raccolta di haiku ironici all’italiana” smuove immediatamente l’attenzione, e la curiosità diventa anch’essa una manifestazione di interesse culturale e gioviale insieme.
La valanga di componimenti che Marco Mezzetti ci offre manifesta una irrefrenabile spettacolarizzazione dei brevissimi dettati che galleggiano tra immaginazione e plasmabilità del reale.
Gli haiku nascono come forme minime, quasi impalpabili, eppure dentro i loro diciassette suoni si condensa una visione del mondo. Nella tradizione giapponese non sono semplici giochi di stile, ma esercizi di attenzione: uno sguardo che coglie l’attimo, una filosofia del poco che allude al molto. E tuttavia, se osservati con l’occhio della poesia occidentale, gli haiku sembrano quasi una burla: versi cortissimi, niente rime, nessuna solennità metrica. È come se facessero il verso, con estrema serietà, alla gravità della poesia classica. Personalmente io spesso sono agguantato dal dubbio.
Ma – credo - proprio in questa ambiguità sta la loro forza. La struttura dell’haiku somiglia a uno scherzo ben riuscito: è breve, spiazza, arriva subito al punto e poi lascia il lettore sospeso. Ma lo scherzo, come spesso accade, è solo apparente. Dietro l’essenzialità formale si nasconde un pensiero profondo, una filosofia che rifiuta l’enfasi e preferisce l’allusione, il silenzio, la pausa.
“Un musicista/ sventola il suo stipendio. / Batte gran…cassa.” Trasportare l’haiku in italiano e caricarlo di ironia può diventare allora un gesto culturale fertile. L’ironia non svilisce la tradizione, anzi la rende accessibile e vitale. Scrivere haiku ironici significa usare una forma antica per parlare al presente, giocando con le aspettative del lettore: ci si aspetta l’illuminazione zen e invece arriva una risata, che però costringe a pensare. Un sorriso che accarezza l’essenza delle illusioni. È un modo per educare allo sguardo critico, per mostrare che la poesia non è solo monumento, ma anche un breve valzer intelligente.
In questo senso l’haiku ironico è un ponte che tenta di dimostrare che fare cultura non significa appesantire i contenuti, ma saperli rendere vivi, memorabili, persino divertenti. A volte, per dire qualcosa di serio, la forma più efficace è proprio quella che sembra uno scherzo.
“Guerriglia urbana, / risse partenopee, / Spaccanapoli”.
“Due uova a letto/ senza preliminari. / Andiamo al sodo?”
Raccolta dalla scrittura scoppiettante, volume da conservare gelosamente e consultare non soltanto in caso di ipocondria…
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ANTONIO SPAGNUOLO