POESIA = CAROLINA ANNA FALBO
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"Ballata sull’esiguo"
Impalcare lo stile
è ballata sull’esiguo.
Il nerbo dell’idea e il fiacco sillabario
non compongono quel vento
lontano dell’amore.
La ballata è un’idea del broccato del passato,
quando stavo nel giardino
del viavai delle signore.
Zie e cugine in patrilinea
a darmi un rammendo,
per operare la sutura tra visione e sentimento.
La sutura sull’esiguo
è tenzone d’utopia.
C’era un sogno sul davanti di un immobile castello:
rocce rosse, spiazzo a terra.
Il maglione resta zitto
sul tamburo del diaframma
e mi avvedo che non mi inganno
a guardarti respirare,
nell’esiguo del momento.
La ballata sull’esiguo è il dolore del petto.
Linea retta e poi linee troppo gonfie,
e la snella mia sorella non aveva quella flemma.
Non mangiava mai ad esempio i dolcetti a colazione.
Fragrante passe-partout.
La ballata sull’esiguo è la bimba in filastrocca.
Lei mi sgrana un occhio osceno.
Io le conto la vergogna
e un frollino di silenzio.
Il cortile è a soqquadro per una fuga di ventre.
Fragrante Parma,
sola, nell’atrio rinsecchito
di uomini e di donne di granito.
L’odore del ragù
Esacerba un bruttamore.
Un tumore di memoria
nel paese di mio padre
ti riporta al punto duro da cui muove la radice
dove muore la radice.
Il quartiere danza.
Il ventre è di bambino.
Ed io allungo il dito
nel punto del tuo occhio.
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"Ho finito per farmi bastare"
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Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, o i vizi capitali
che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole -nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale.
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.
Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che smarcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole…
non ci sono più.
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"Antifrasi"
-
L’ha visto indicato col dito,
senza libretto delle istruzioni,
il dito diceva se premi distruggi,
se permuti scambi,
cambi il vessillo, diventa vassallo,
e non vuol diventare vassallo un vento del nord,
la sintesi tesa,
un fischio di assente burrasca.
La misericordiosa grandezza,
in materia di carne,
doveva essere congrega di fronte,
principio gridato,
voce pensante di un pensiero appartato,
incessante.
Un senso di eterno,
di incerto plotone,
esecuzione tarlata,
perfetta lentezza,
linguaggio che coglie preciso il non nome, che non nomina nome
e si vuole eterno ed eterno lo è, nel dimenticare
ogni altruistico dare
a sola frazione
di falso esemplare.
Emenda l’ammenda, dimentica il conto,
lo prende in un altro tradotto fonema, non traduce l’acconto.
Dimentica sé, si emenda scordando,
s’accorda veloce,
mi lascia interdetta perché non ha mèta, e coglie preciso
il senso deriso di me che mi salva,
mi salva e non so se voglia o se lasci,
a quale principio di semplice sponda,
offra ogni ragguaglio
per scordare l’imbroglio.
Lo amo e lo sento è l’imbrunire del senso,
nello spiazzo angolare di campo di rete
aspettando la finta finzione,
le vie di salvezza.
Ma ecco il mio avere, l’avere l’orgoglio reciso,
la rosa ferita materna
della condanna del vivere
senza l’abbraccio
che impersona te, che così tanto persona non sei
ma forma d’immenso.
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CAROLINA ANNA FALBO








