giovedì 13 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CATIA SIMONE

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Catia Simone: “Momenti di necessarie necessità” – Ed. Chiare voci – 2026 – pag. 96 - € 13,00
La fantasia che si sprigiona in queste liriche ha la cadenza delle improvvisazioni per un singolare impegno delle presenze che dal disincanto fioccano divenendo pensieri.
A pagina 62 una poesia si apre con una constatazione apparentemente semplice, quasi cronachistica, ma subito attraversata da un sentimento di insofferenza: il luogo evocato è quello della folla turistica, dell’affollamento estivo, della socialità diventata consumo. Immagini pungenti e fortemente concrete, capaci di restituire in pochi tratti una realtà contemporanea dominata dal turismo di massa. Il termine “clan”, in particolare, suggerisce gruppi chiusi, rituali collettivi, appartenenze effimere; mentre l’espressione “svuotaturisti”, volutamente deformata, introduce una vena sarcastica che trasforma il traghetto in una sorta di macchina destinata a riversare masse di visitatori sul territorio.
Il poeta contrappone una serie di negazioni: “non un angolo di solitudine / non un attimo di quiete / non un attimo di sottrazione all’eccesso”. La ripetizione dell’“non” costruisce un ritmo incalzante e produce una progressiva sensazione di soffocamento. Non viene negata soltanto la solitudine, ma persino la possibilità di sottrarsi, per un momento, all’eccesso. È proprio questa “sottrazione” a costituire il nucleo più profondo del testo: la poesia sembra chiedere uno spazio appartato nel quale poter ascoltare il tempo, la memoria, ciò che la folla inevitabilmente copre. Il punto d'innesco della memoria: non è più soltanto una taglia o una misura, ma una cifra che mette in rapporto il presente con il passato. Dal dettaglio quotidiano si passa al numero degli abitanti della Terra, e infine a un’altra forma di numerazione, quella impossibile da calcolare delle persone scomparse dalla nostra vita e dalla nostra memoria affettiva. È un movimento molto efficace: dalla folla visibile dei vivi si giunge alla folla invisibile degli assenti. Si rivela così che dietro la denuncia del turismo, del rumore e dell’eccesso si nasconde una meditazione sul tempo e sulla perdita.
Catia Simone per la sua scrittura possiede una struttura narrativa essenziale e un linguaggio volutamente colloquiale, nel quale la dimensione poetica nasce soprattutto dal montaggio delle immagini e dal brusco passaggio dal quotidiano alla meditazione esistenziale. “A volte mi sveglio nel cuore della notte/ sempre che la notte abbia un cuore.” – “Oggi ho accontentato la parola/ poi un vento impetuoso ha zittito anche me.” – “Invidiare è un’inutile perdita di tempo/ sognare ci separa dalla notte.” – “Mi farò una coda cappio/ e mi appenderò al lampadario barocco.” – “Il novecento resiste/ penso -/mentre con il telefono riprendo le capriole di una folaga.” Tutte prospettive che scorrono improvvisamente e la poesia trova il proprio punto di forza nelle immagini capaci di rovesciare a volte anche i significati della folla aggregata nel sub conscio.
Il tessuto si ricama progressivamente con colorate immaginazione che scaturiscono dalla memoria e cedono all’incantamento della rappresentazione, o accostano equilibri di significanti tra l’amarezza della solitudine e la moltitudine delle inquietudini, o ancora nelle illimitate possibilità delle ore persiste come ironia del fato.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 11 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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Dalla silloge "Parole e pensiero"
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“Nebbie”
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Ai tuoi piedi la mia ignoranza, il mio affogare
tra i flutti di un sospetto che ogni sera
torna ad interrogare penombre.
L’inganno è tra le parole di rito
dettate da sapienti architetture
che alimentano il credo di un possibile eterno.
Ho consumato parole tentando un’orazione
che sappia amalgamare ultime strofe
all’inquietante quesito.
Ma non sono riuscito, svanito nella nebbia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 6 agosto 2026

POESIA = LUIGI TRISOLINO

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Dando l’addio, e l’a Dio, a Francesco Guccini voglio ricordare un suo brano cantato… “Stagioni”, dove in alcuni passi dedicati a Ernesto Che Guevara, detto Che, cantava:
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«Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
Che “Che” Guevara è morto, forse non tornerà
Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni
E voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni
-
Da qualche parte un giorno, dove non si saprà
Dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà»
-
(Francesco Guccini)
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Vorrei rispondere a tale poesia cantata con alcuni semplici versi, sicuramente meno belli, ma semplicemente miei, di quest’oggi… di adesso… di ciò che magmaticamente sento che sta per venirmi in esplosione:
"Ah Guccìn Che…"
-
E se Che Guevara è già tornato?
E se bande e bandiere rosse
ripudia e ha ripudiato,
e se
e se.
-
Sé, il suo sé, se quaggiù fosse
ancora e ancora,
magari non avrebbe barattato
l’illusione trotzkijsta
– e il suo mai al socialismo
in un Paese solo –
con l’utopia
vissuta, graffiata bendata
nella Baia de’ Porci, solinga
accecata di coraggio
-
suicida utopia chiusa in scatole
di storia e tragedie
eh, chissà.
-
E magari oggi è tornato,
ah Gucci’, un Che,
chissà se
in una María Corina
Machado,
che del Venezuela batte
e combatte quelli che
amandolo
al tempo che fu, l’han poi
tradito – quel Che –
vestendo – l’illusione –
di lacci contrari
sotto lo stesso
sanguineo segno,
rosso. Quelli. Che
han gettato ai porci
l’utopia ingenua
di
sogni e artate scienze
soltanto tenendo, del reo potere
il vessillo
-
con falci
popoli martellando.
-
Allor, Guccìn maestro,
presto: da lassù scruta
nudo l’orizzonte su ‘sta
Terra, viva e stanca. Ma
ancor qui. Qui ancoràta
ancora.
Vedi se come cantavi un giorno
da qualche parte
dove non lo aspettate
è tornato davvero,
-
invero dove nessuna massa
lo vede
mai.
Magari a destra, quella dove
libertà è popolo
e popolo è identità. Oggi.
-
Mentre di Fulgencii Batistj
– ehinoj già –
ne son piene
rovine e fosse, mainstream.
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ROMA, Presidenza del consiglio dei ministri, giovedì 6 agosto 2026,
LUIGI TRISOLINO

mercoledì 5 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA PIA L. CRISAFULLI

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Mariapia L. Crisafulli: “Tacimento orizzontale” – Ed. Macabor 2025 – pag. 112 –
Corposa silloge che offre uno scorrere veloce e colorato di pensieri e tocchi lievi, che vanno dal mottetto composto da poche parole a note chiaramente svelate dalla quotidianità.
Molte poesie si configurano come un intenso monologo interiore nel quale il paesaggio urbano diventa specchio di una condizione esistenziale, o con personale ricamo l’esperienza soggettiva diviene esempio di un processo di identificazione. La città non è descritta attraverso i suoi elementi monumentali o paesaggistici, ma attraverso la percezione soggettiva di chi la attraversa. Altre illustrano il contrasto tra "il caos" che "travolge e sconvolge" e "la calma che ancora sonnecchia sui binari" introducendo una dialettica fra movimento e quiete, fra destino e possibilità. I binari assumono un valore simbolico: sono il luogo delle partenze e degli arrivi, delle occasioni colte o perdute, ma anche delle direzioni che la vita avrebbe potuto prendere.
Le metafore si alternano con lo stile corretto di chi ha bisogno di dichiarare, sussurrando, le valide frantumazioni del presente, attingendo molto spesso nel fondo della memoria o nei segreti multicolore del sub conscio. Non tutto ciò che si perde è una sconfitta: talvolta è proprio l'errore, il ritardo o la deviazione a consentire una più autentica consapevolezza di sé. La poesia approda così a una forma di accettazione matura, dove il destino non è più un limite, ma uno spazio da abitare.
Mariapia L. Crisafulli usa un linguaggio essenziale e fortemente evocativo, capace di fondere dimensione autobiografica e valori universali. L'alternanza fra immagini concrete (i binari, il traffico, il sole, la piazza, mani nude, carezze,) e riflessioni interiori (aver cura del silenzio, credere e ostentare cicatrici) costruisce una trama lirica di notevole intensità emotiva.
Il ritrovamento della persona amata coincide con un ritorno alle radici dell'esistenza, a quel luogo dell'anima in cui memoria, affetti e tempo si fondono in un'unica dimensione emotiva. La "casa del gelsomino" non rappresenta semplicemente un'abitazione, bensì il simbolo della dimora interiore, dello spazio in cui l'amore ha trovato il proprio compimento e continua a custodire la sua forza generatrice. Il gelsomino, con il suo profumo persistente e delicato, diviene emblema della memoria che non sfiorisce e della fedeltà ai sentimenti.
L'incontro annulla le distanze temporali e restituisce al poeta il calore delle "carezze antiche", rimaste intatte nonostante il trascorrere degli anni. La memoria non assume qui i toni malinconici del rimpianto, ma quelli della riconquista: il passato torna a vivere nel presente grazie alla permanenza dell'amore. La speranza supera la semplice nostalgia.
La scrittura si distingue per la limpidezza espressiva e per un linguaggio sobrio, capace di trasformare la memoria privata in esperienza universale. L'autrice evita ogni enfasi retorica, affidando l'emozione a immagini semplici ma fortemente evocative ricamo, i figli migratori, con il verso libero mantiene un ritmo naturale e raccolto, mentre la costruzione procede per progressive illuminazioni affettive.
Anna Maria Curci in prefazione sottolinea: “In Tacimento orizzontale il mondo del mito si fa incontro a chi legge fin dai titoli di alcuni testi, o gruppi di testi: Telemachie, Cassandra, L’epitaffio di Orfeo. Tra le Epifanie, inoltre, fa la sua comparsa Arianna, dal labirinto di Cnosso fino all’incontro con Dioniso, il «divino danzatore». Soffermarsi sui versi di quei testi permette di accedere a una originale rilettura del mito, che a sua volta si fa sia mitopoiesi, sia dichiarazione di poetica: «Per un consiglio non vorrei/ interrogare gli astri il mare/ il buco nero che mi avvolge/ senza assorbirmi mai// Con le parole/ hai costruito navi/ fabbricato telescopi/ il buco nero era radice/ l’inchiostro dentro ogni marea// E adesso io non so parlare» (Telemachie), «C’era solo uno sbaglio/ nel vederci giusto:/ assecondare la visione» (Cassandra), «La notte miraggia/ labirinti/ Tu li percorri/ assetato di spiragli// Ma Arianna adesso è calva/ adesso amata/ dal divino danzatore// Il suo filo era una chioma», «Non cercare qui le tue parole.// La poesia non è dei morti ma/ dei vivi:/ è la loro urgenza che mi abita» (L’epitaffio di Orfeo).
Qui una dialettica sempre fruttuosa, in perenne inseguimento di contorni in apparenza evanescenti, ma sempre in contatto con la realtà.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIA EROVERETI

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"Non sappiamo…"
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Quando scivoleremo nell'ignoto
in un impenetrabile altrove
quando non saremo più carne
sarà il nulla
o una placida linfa nutritiva
diramante tra radici e fronde?
Forse migreremo nel cosmo
ondulanti fotoni
sciolti atomi primordiali
alla ricerca di una nuova stella.
-
O invece torneremo
e "Quanti corpi
attraversiamo, in quante forme migriamo
braccati come lupi nella notte." -1
sempre con un cuore
implorante carezze?
-
Non sappiamo…
-
(gennaio 2026)
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"Tornerò"
-
tornerò polvere senza più luce
a quella terra inebriante
che ha scoccato la scintilla
e infuso il respiro dei gelsomini
il sospiro sensuale della zagara
sepolti nei recessi dell'anima
eppure ancora vibranti
tra gli azzurri della memoria.
-
Tornerò
tra ceneri che han germinato vita
forse a cogliere per un istante ancora
l'ebbrezza della primavera
e lo sfolgorio della luce primigenia
"come mai si fossero spente..." -2
-
(aprile 2026)
MARIA EROVERETI
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1 Lorenzo Pataro, “Amuleti”, Ensemble Edizioni, 2022, pag. 72
2- Ispirata al componimento di Emanuela Dalla Libera “Tornerò”, dalla raccolta Canto per voce sola, Macabor Editore.
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.Erovereti affronta con sobrietà ed intensità uno dei grandi interrogativi dell'esistenza: il destino dell'essere dopo la morte. Il dettato è limpido, essenziale, privo di enfasi retorica, e costruisce una progressione meditativa che alterna ipotesi metafisiche e immagini cosmiche. L'opposizione tra il "nulla", la "placida linfa nutritiva", la dispersione negli elementi primordiali e la possibile reincarnazione amplia il campo della riflessione senza mai pretendere di offrire una risposta definitiva. Di particolare efficacia è il ricorso al lessico della natura e dell'universo ("radici e fronde", "fotoni", "atomi primordiali"), che conferisce un respiro universale e suggerisce una continuità tra la vita umana e il cosmo. Si rafforza il senso dell'eterno migrare dell'anima, mentre si chiude il cerchio con una sospensione interrogativa di grande forza evocativa. Ne risulta una poesia di tono filosofico, capace di coniugare semplicità espressiva e profondità speculativa, lasciando al lettore il compito di abitare il mistero senza dissolverlo. (A.S.)

lunedì 3 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Tranello”
Sequenze visionarie lungo un versante inquieto,
al varco del non senso.
Da qui si può evadere inconsapevolmente
qual gioco del rovescio, dove l’immaginario
scivola e scava sè stesso.
In questo crogiuolo ecco l’incantesimo
della prigione dei sensi, oltre il nulla,
sino alla viva preghiera che palesa.
Con il pulsare delle voci un solitario
smembrare delle ombre
e dell’inganno inesorabilmente grave.
Notte dall’aura solenne, anzi stupore,
per il meditato tranello.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 29 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = STEFANO TACCONE

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Stefano Taccone: “Poco più che spam” – Ed. Macabor 2026 – pag. 156 -- € 15,00
Potremmo anche cedere allo scontro che avviene tra le banalità del quotidiano e l’insistere persistente di frecciate che raggiungono le nostre contrazioni involontarie in quei dispositivi di comunicazione contemporanei, ormai simbolo della impoverita cultura della massa.
Stefano Taccone gioca allo scoperto e immerge la sua penna nella terrestre adozione dei simboli o nel safari della periferia urbana, a momenti avvolto dalle scenografie del vernacolo, a volte smarrito tra i ricordi che accendono nuove fiammelle.
Una poesia limpidamente frastagliata, intinta in un processo corrosivo o conservata nelle scene del racconto, custode di una ridda di notizie false o colorato ricamo di sperimentazioni formulate dalle ipotesi del verosimile.
Varie suddivisioni della silloge. “Napoli piange ride e divide”, “Tutti siamo stati bambini”, “Della sinistra ed altre sinistrità”, “Vi siete messi nelle orecchie”, “Così va il monitor”, “Un po' di scuola è d’obbligo”, “Quasi quasi mi faccio apire dagli UFO”, “Il mestiere di convivere”, “Poesie scritte da chi?”, “Quando incontri persone empatiche” sono tutti capitoli di uno svolgimento che riferisce elegantemente la realtà in una semplice ricognizione di eventi.
Versi di autentica percezione, alimentati anche da un evidente bagaglio culturale che sottende.
Non manca una vera e propria burla per il “contemporaneo:
“Ogni giorno su questo pianeta
tre miliardi di persone
adorano il dio Meta
e Marco il suo profeta
-
a colpi di like
a suon di vocali
a forza di post
a ritmo di reel
a furia di storie
-
Lui sa scrutare i cuori
meglio dei nostri genitori
e ci dona istantaneamente
tutto ciò che desidereremmo
prima ancora che ci venga in mente
-
ancora un po' e potremmo dire
non sono più io che vivo
ma è Meta che vive in me.”
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Una riflessione ironica e insieme inquietante sul rapporto fra l'essere umano e i social network, trasformando il mondo digitale in una moderna religione. L'incipit, con l'affermazione che "tre miliardi di persone adorano il dio Meta", introduce immediatamente una metafora forte: la piattaforma non è più soltanto uno strumento di comunicazione, ma assume i tratti di una divinità onnipresente, capace di orientare desideri, comportamenti e persino la percezione della realtà. La figura di "Marco", evidente allusione a Mark Zuckerberg, viene elevata al ruolo di "profeta", accentuando il carattere liturgico della comunicazione moderna.
L'elenco cadenzato di "like", "vocali", "post", "reel" e "storie" riproduce il ritmo incessante della vita sui social, dove ogni gesto diventa un rito quotidiano. L'effetto è quello di una litania, che sostituisce la preghiera con le pratiche della connessione permanente. Meta viene descritta come un'entità che "sa scrutare i cuori", conoscendo gli utenti meglio dei loro stessi genitori e anticipandone perfino i desideri. È una rappresentazione poetica della profilazione algoritmica, ma anche una riflessione sull'abdicazione della libertà individuale di fronte all'intelligenza artificiale e ai sistemi di raccolta dei dati. Il verso conclusivo, evidente richiamo alla celebre espressione paolina "non sono più io che vivo...", rovescia il significato spirituale della citazione: non è più il divino ad abitare l'uomo, bensì la tecnologia, che rischia di sostituirsi alla coscienza personale. La poesia diventa così una critica della progressiva alienazione dell'identità nell'era digitale.
L'ironia iniziale evolve in una denuncia etica, sostenuta da una costruzione semplice ma incisiva e da un efficace crescendo culminante nell'ultimo verso, di forte impatto.
Così nel complesso la poesia di Stefano Taccone comunica con immediatezza una delle questioni più urgenti del nostro tempo: il rischio che gli algoritmi finiscano per sostituire il libero esercizio della volontà e dell'identità personale, realizzando nello stesso tempo un volume ricchissimo di figure e di citazioni, di racconti e di impatti imprevisti, di scaltre pennellate e di inaspettati accenni ad eventi storici.
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ANTONIO SPAGNUOLO