domenica 8 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = BARBARA DALL'IDRO


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Barbara Dall’Idro: “apokatàstasis” – Ed. Nulla die – 2026 – pag. 80 - € 15,00
Ecco una raccolta serrata di composizioni, tutte senza titolo, tutte senza punteggio, tutte senza maiuscole, che diviene canto uniforme e musicalmente ricamato, in tre sezioni “labirinto”, “fascinazioni, “panismo”, indubbiamente per chiara disponibilità all’indagine propria del sub-conscio.
Tra le innumerevoli pieghe del tempo, della caotica immanenza del quotidiano, delle vertiginose trasformazioni del pensiero, degli intarsi ombrosi del dolore, delle false colorazioni dell’illusione, la parola, prima scritta e poi sussurrata, incide con eleganza e complicità nel dettato poetico.
“ostaggio della memoria
in una stagione che non mi appartiene
tra prostrazione e vigore
non mi concedo al deperimento
in una dimora di ghiaccio
fomento il fuoco
per denudarmi sempre di ogni orpello
e godere imperitura
di una sacra visione
viatico per il nitido spasmo”
La scrittura si muove lungo una tensione continua tra immobilità e slancio, facendo della memoria non un semplice deposito del passato, ma una forza viva che trattiene e insieme alimenta. La “stagione che non mi appartiene” suggerisce uno scarto esistenziale, un tempo vissuto come estraneo, dentro il quale il soggetto però resiste con consapevole energia. L’opposizione tra “prostrazione e vigore” costruisce una dialettica feconda, in cui la fragilità non annulla, ma rafforza la volontà di non cedere al deperimento. La “dimora di ghiaccio” è immagine potente di isolamento e rigidità, subito riscattata dall’atto attivo del “fomentare il fuoco”, gesto creativo e salvifico. Il linguaggio tende a una spoliazione progressiva, coerente con il desiderio di “denudarsi di ogni orpello”, fino a una nudità essenziale dello sguardo. In questo percorso, la memoria diventa strumento di purificazione più che di rimpianto. La “sacra visione” introduce una dimensione quasi mistica, mai enfatica, ma interiorizzata. Col termine “viatico” rafforza l’idea del testo come passaggio, come soglia. Il finale, con il “nitido spasmo”, fonde chiarezza e dolore in un’immagine di rara intensità. Con questi passi frammentati tra luci ed ombre possiamo affondare tra le pieghe del frastuono, “custodire radici secolari”, affrettarci “oltre la risacca del lenzuolo silente”, tremare “tra le folate solforose della discesa agli inferi”, “esaudire le metamorfosi del primigenio fuoco”.
Il tracciato policromatico di Barbara Dall’Idro convince per compattezza simbolica e rigore espressivo, voce lirica matura, attenta alle curve contemporanee dello sperimentalismo ma ben sostenendo il classico scandire delle sillabe, ed infine capace di trasformare il conflitto interiore in conoscenza. ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 7 febbraio 2026

RIVISTA = KENAVO'


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E' in distribuzione in questi giorni il numero 80 della elegantissima rivista Kenavò fondata, realizzata e diretta da Fausta Genziana Le Piane, elemento di spicco nella rappresentanza valida della cultura contemporanea-
Firmano questo fascicolo, particolarmente interessante per i numerosi interventi, Plinio Perilli, Carlo Di Legge, Paolo Ruffilli, Francesco Liberti, Carla Di Stefano, Anna Manna, Maria Rosaria Catalano, Giusy Pisano, G. Michelone, Aurelia Rosa Iurilli, Enrico Finocchiaro, Elisabetta Tassi, Damiano Ricca, Paolo Carlucci, Roberto Casati, Donal Ryan, Roger Ballen, Maria Rita Magnante, Fausta Le Piane. L'Inserto a cura di Fausta Genziana Le Piane "Leggendo ho scoperto mio padre" porta liriche di Clara Di Stefano, Giuliana Prescenzo, William Blake, Renato Zero. In copertina William Butler Yeats.
Per contatti : faustagenzianalepiane@virgilio.it =

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA CENCI


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Carla Cenci: “L’angelo altrove” Ed. Lepisma – 2024 – pag. 73 - € 13,00
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Nei vari contesti sperimentali odierni che chiedono alla poesia di essere ciò che non è, senza il ritmo cadenzato delle sillabe ed il pungolo delle emozioni, e tentano di abbandonare il suo humus e il suo linguaggio appiattendosi sempre di più in una prosasticità arida senza più il sin¬tomo del metafisico, senza musicalità, si avvicendano tentativi incredibili di scritture, decisamente privi di un tessuto di comprensibilità. Ma per buona sorte ancora molte voci si sono autorevolmente espresse nel riconoscere la necessità di comporre degnamente il configurarsi delle strofe, nella nobile articolazione della testimonianza.
“L’angelo altrove” nella sua concatenazione di effetti positivi rappresenta agevolmente il tributo di chi sa gestire in contemporanea un bagaglio culturale abbastanza condensato e l’abilità di comunicare gli slittamenti della narrazione.
“Gran parte delle liriche che compongono questo libro- scrive Giuseppe Cerbino nella prefazione- raccontano scene di vita quotidiana che si svolgono prevalentemente a Roma e che però trasfigurano sempre qualcosa di fecondo e numinoso; la capacità espressiva di Carla Cenci consiste proprio nel rendere “paradisiaca” ogni vicenda minima e di far scorgere in essa una presenza invisibile.”
Molte poesie colpiscono per la densità visionaria e per l’uso di immagini aspre, quasi fisiche, che restituiscono un senso di soffocamento morale ed esistenziale. Il lessico corporeo (“masticare”, “albume dei canini”, “respiro ammutolito”) rende concreta una guerra che sembra più interiore che storica. Notevole il contrasto tra l’apparenza borghese delle “giacche di perbene” e il “ménage di fango”, che smaschera l’ipocrisia dei ruoli sociali. Il soldato diventa figura simbolica di chi inchioda il silenzio, di chi esercita una violenza muta e necessaria. Il buio, personificato, introduce una domanda radicale sul senso del vivere e del vedere. Il verso finale, spoglio e dimesso, sceglie la sottrazione come gesto etico ed estetico. Ne emerge intensità, consapevole, che affida alla discrezione del nulla una forma alta di resistenza.
“A masticare un gorgo
i soldati in ménage di fango e i cuori
sotto giacche di perbene apparenti.
Dietro il platino dei visi posticci
so aspettare l’albume dei canini,
so di questi un soldato quando inchioda
un respiro ammutolito alla porta.
Dice il buio, che chiede
se lavo ancora gli occhi nella vita
e io di me dentro i suoi
discretamente nulla, niente più.”
La limpida semplicità fanciullesca si riflette nel pesciolino rosso chiuso nella sfera, o “nello stare ad ascoltare/ la cometa, che decanta nel traffico”, o, terminato il convivio, “Fine pranzo nel candeggio,/ tovaglie/ all’oblò di domenica, consueta/ usura di insistenze e la centrifuga/ nel suo continuo, dal suo buio al vento,/ un bucato ingrigito”, o nella lenta lettera che ricompone gli attimi quotidiani della madre.
Scrittura ben cesellata e nello stesso tempo leggera, musicalmente orecchiabile, nella quale il tema del tempo virtualmente vorrebbe fermarsi all’odierno, ma abilmente si arricchisce di memorie e si plasma di chimere.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 6 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = JACOPO RICCIARDI


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Jacopo Ricciardi: “Il fiume e il buco nell’acqua” – Società editrice fiorentina – 2026 – pag. 64- € 13,00 –
Con una serrata tessitura dell’irruenza, anche felpata, del canto, che si concretizza in una semplice empatia, eccoci alla ricerca del racchiudere forma, contenuti, immersioni, sospensioni, emozioni.
Ancorati al porto della sensibilità, e desiderosi di mettere in luce quanto di segreto contiene il subconscio, la ruota della natura e della storia ritorna ad una visione totalizzante e ideologica che riesce ad arginare il senso dello smarrimento.
Frantumazione del pensiero, frantumazione del verso, frantumazione delle frasi necessitano di una particolare attenzione capace di ricomporre, o comporre, l’adagio che si cela ad ogni fibra.
Ci viene in aiuto Mario Fresa, che con arguta sagacia e brillanti selezioni dirige la collana Pasifae, il quale in quarta di copertina scrive:
“In questo ampio e circolare poema-canto è la lingua stessa a porsi come essenza e motore di un rapporto che lega e stringe, in un aperto e infinibile dialogo, il senso dell’unità e di una fitta molteplicità; ed è la lingua medesima – alta e “sperimentale” non nel senso della pura e semplice eversione formale – a mostrare, qui, una sua autentica vita autonoma e una sua forma assoluta e a sé stante: è appunto essa, ora, che pensa; e non più – o non più soltanto – colui che la crea o colui che, da lettore, la utilizza, l’ascolta, la vive.”
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“Il velo nella buca e l’inchino
per gioco, come solleticato nel vento, una
linea tracciata agrodolce
sul petto limitato, l’intingolo
e il segno più giù, lì impresso, nel
senato,
quanto si appaga,
la fretta dilaga per sempre.”
I versi si muovono in una zona di confine tra corporeo e simbolico, dove il gesto minimo diventa rivelazione. Il lessico sensoriale — dal “velo” all’“intingolo” — costruisce una trama tattile e visiva che coinvolge il lettore in modo diretto, quasi fisico. L’“agrodolce” suggerisce una tensione emotiva complessa, mai pacificata, che attraversa il testo come una linea incisa sul corpo e sulla memoria. L’apparente gioco si carica progressivamente di gravità, fino al sorprendente approdo al “senato”, luogo metaforico di giudizio e deliberazione interiore. Qui l’esperienza individuale sembra farsi collettiva, sottoposta a una legge più ampia e impersonale. Il ritmo franto e gli enjambement accentuano l’idea di fretta che “dilaga”, dando forma a un tempo che sfugge e travolge. Intimità e riflessione hanno un non so che di allusione che cerca disperatamente un equilibrio raffinato.
“Il velo” suggerisce insieme pudore e rivelazione, un confine sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta segreto, “La buca” introduce una verticalità negativa, un vuoto che può essere caduta ma anche sepoltura fertile. Tensione visiva e morale, quasi un gesto sospeso nel tempo.
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L’alimento delle illusioni e delle allusioni diventa entusiasmante, prestando fede alla ragione e contemporaneamente al così detto attimo fuggente, il quale, guarda caso, non si è ancora realizzato ma è già passato.
Jacopo Ricciardi “Lucido e bislacco” (lui dice) stende contatti e divaricazioni, manda in fumo “corteccia sonora”, conteggia dischi ed amori, “cela l’etica delle connessioni”, legge e rilegge sul fondale di una mappa, mostrando come giungere dal sogno alle folgorazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO VALDINOCI


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Fabio Valdinoci: “Argine degli angeli” – Ed. peQuod 2025 – pag. 60 - € 14,00
Anche se suddivisa in tre sezioni (Argine valicabile, Il risveglio, Nel regno dei vivi) la silloge ha compatta struttura, sia di scrittura che di proponimenti speculativi, nello scorrere di accenni o figure, di lampeggi o inventiva.
Appaiono così dei fotogrammi che soffiano sulla pagina: “come si apre l’aria/ sul pavimento ricade/ un tutto intatto/ assorbito nel bianco/ da luce immune// in quella foto ebbra di terra/ ancora felice/ con lo sguardo rovesciato/ abitavo un regno.” Vertiginosamente avvolto dalla quotidianità il poeta cerca di inseguire quei sottili presentimenti che fanno ricchezza delle ore in solitudine o nel mormorio di un crepuscolo.
Nel secondo risvolto di copertina Gianfranco Lauretano così conclude: “La poesia di Valdinoci è canto discreto, non spiegato, e non vuole essere neanche confessionale. Poiché nasce come gesto di ascolto, chiede la stessa postura, la stessa intensa attenzione, dato che il sentimento di un respiro presente non appartiene solo a chi scrive, ma anche a chi legge e a ogni corpo che si è sentito, anche per un istante diviso tra la terra e la memoria.”
Le immagini diventano attraversamento del pensiero, probabilità di un transito che cerca ardentemente un approdo magari verso la fede che non si palesa, una dimensione costretta negli spiragli della fortuna, una transizione che agogna al respiro ed evapora nella eternità, un persistere del gusto per una cena amara, un innesto tra lo spazio dei denti e il battito delle palpebre.
“il passo ha una flebile voce/ esce dal fianco/ e vola di bocca in bocca/ per impegno preso/ un nulla di fatto di chi/ posseduto, ospita il silenzio/ attende un altro punto/ di conferimento/ e con un cappio, si lega/ a questo alveare.”
Per Fabio Valdinoci la scrittura è la sua voce, che tenta di dare forma alle sensazioni, ai sentimenti, al fremito della sorpresa, alla evocazione di un “credo” che possa placare ogni ansia interiore.
Ogni componimento, breve nella sua espansione, conserva con rigore il ritmo delle sillabe, che accennano alla musicalità del dettato e rendono elegantemente l’apertura a riflessioni e richiami del subconscio.
“Nell’impermanenza del mattino/ non saremo che ricordi.”
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 4 febbraio 2026

MEMENTO --- ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessa e il cielo polito"
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Sera azzurra a scendere
nell’anima e nel corpo
di ragazza Alessia rosavestita
per la vita.
Si sono schiuse le abetaie
che al Parco Virgiliano
portano in esatta armonia
(tanto Giovanni non mi lascia).
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A poco a poco il volo radente
e di platino delle rondini
squarcia il cielo in un arabesco
di stelle e va la luna a detergere
ferite con lattescente balsamo.
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La strada per l’albereto dell’amore.
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La strada del per sempre.
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Il cielo polito libera di Alessia
il pensiero e ci sarà raccolto.
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Raffaele Piazza