mercoledì 4 novembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIETRO LUCIANO BELCASTRO

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Pietro Luciano Belcastro: "E l'alba fu di nuovo chiara" - Ed. Armando Curcio - 2026 - pag. 66 - € 18,00
Silloge particolarmente elaborata, con incursioni tematiche variegate e una scrittura del tutto personale, incisa tra il tentennamento delle rime e lo scigliersi del verso libero, in fenomenologia di lampanti tracce.
Per scorrere con sensibilità complesse mi piace esaminare in particolare la poesia numero 35:
"Pur luce nelle buie ore ti fui un di,
quella che la notte segue
e al primo albore ancor riluce,
o quella che di giorno il cielo avvampa,
o ancora la notturna lampa;
assai e per lungi vagai nei tuoi pensieri
o donna mia, e quello mi dicevi,
ma erano solo parole
che il tempo reo oblia,
come ogni cosa che in terra posa.
Ma più mi strugge, di questo che fugge,
quell’infinito che allora si rivelò,
e che ora, pur dolce, è solo ricordanza.
O forse in questa,
qual nell’oscura forza
che a dir io sono sempre me stesso mi spinge,
pur se ormai ampi solchi il mio sembiante tinge,
s’asconde ben celata, la divina magia
onde non altrove ma in noi è la via?
Sulle scale dell’orto seduto
guardo le gocciole cadere giù,
mentre uno squarcio d’azzurro s’apre
sull’orizzonte lontano:
o donna mia forse non tutto è vano."
Si sviluppa come una meditazione sulla persistenza dell'amore oltre il trascorrere del tempo, quando la passione vissuta si trasforma in memoria e la memoria, a sua volta, diventa interrogazione sull'esistenza. L'incipit, «Pur luce nelle buie ore ti fui un dì», introduce una dichiarazione affettiva nella quale il poeta si riconosce come presenza luminosa nella vita della donna amata: una luce capace di accompagnare la notte, di precedere l'alba, di avvampare nel cielo diurno. Le diverse immagini luminose suggeriscono la totalità di un sentimento che ha cercato di abitare ogni spazio del pensiero e dell'esperienza amorosa. Ma il tempo, definito significativamente «reo», interviene a cancellare le parole, a disperdere le promesse, a trasformare ciò che sembrava eterno in una fragile «ricordanza». Non è tuttavia la perdita in sé a provocare il dolore più profondo: ciò che maggiormente strugge è la consapevolezza di aver conosciuto, in quell'amore, una dimensione d'infinito, una rivelazione che continua a interrogare il presente. Da qui nasce il passaggio dalla nostalgia alla ricerca metafisica. Il poeta si domanda se la forza che ancora lo sostiene, nonostante i solchi impressi dall'età sul volto, non custodisca una «divina magia», una verità che non va cercata altrove, ma dentro l'essere umano. L'identità personale diventa così resistenza alla dissoluzione, affermazione di una continuità interiore che il tempo biologico non riesce completamente a scalfire.
La conclusione riconduce questa inquietudine ad una scena quotidiana e raccolta: il poeta è seduto sulle scale dell'orto, osserva le gocciole cadere e, mentre uno squarcio d'azzurro si apre sull'orizzonte, ritrova una possibilità di speranza. La natura offre un'immagine di rigenerazione: anche dopo la pioggia, il cielo può riaprirsi alla luce. L'ultimo verso, «o donna mia forse non tutto è vano», assume allora il valore di una sommessa dichiarazione di fiducia. L'amore non è più necessariamente presenza fisica, ma sopravvive come esperienza interiore, capace di restituire significato all'esistenza. Il poeta possiede un andamento elegiaco e meditativo, sostenuto da un lessico che intreccia memoria amorosa, riflessione sul tempo e tensione spirituale. Particolarmente efficace è il contrasto fra l'ampiezza delle immagini cosmiche della prima parte e la semplicità domestica della scena conclusiva. La luce, ricorrente elemento simbolico, diventa il filo conduttore dell'intera composizione, fino allo squarcio d'azzurro che restituisce una possibilità di salvezza. Qualche passaggio, soprattutto nella sezione interrogativa sulla «divina magia», risulta concettualmente più denso e potrebbe giovarsi di una maggiore essenzialità espressiva. Ma è proprio nella conclusione, dove il pensiero si ricompone in un'immagine concreta e in una confessione delicata, che la poesia raggiunge la sua più autentica intensità emotiva.
Per Pietro Luciano Belcastro la scrittura diventa palpabile, con un certo equilibrio che ondeggia tra il sussurrato ed il dichiarato, in frammenti temporali che appartengono all'oggi e alla memoria in un solo tratto. La parola,infine diviene strumento di analisi di se stesso, fra dimensioni interiori che giocano al rimpiattino.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 3 novembre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Sillabe”
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Galaverna per membra non più rosee,
indefinibile misura tagliente come notte,
già tarda, allor che i segreti colpiscono
le sponde condivise alle vettovaglie quotidiane.
Secondo il tremore sopito nel consenso del linguaggio
ogni misura è inquieta periferia che con l’ebbrezza
cancella il colpo della monotonia.
Fogliami irrigiditi ingannano questo sontuoso ottobre,
denso per il fumo rubino del cervello
e del veleno forse di qualche umore frantumato.
Intorno il divenire cede ai minuti,
secondario interprete di noi stessi in sillabe.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia a Roccaraso"
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Treno, ferrovia locale dalla
neve leggera nel candore dell’
anima di ragazza Alessia.
Materico incantesimo nel freddo
per resurrezioni ad ogni passo.
Pensa Alessia a Roccaraso
a Giovanni che la raggiungerà
stasera e all’amore all’Hotel
Paradiso, stanza 8. Attimi nivei
e sorride Alessia e sul vetro
appannato della camera scrive
Giovanni per sempre.
A proteggerla una conca
di tramonto e così esiste
Alessia.
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Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA

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“Sinestesia in divenire” di Adriana Mastropasqua (La Valle del Tempo, 2026 Collana Frontiere della poesia contemporanea pp. 56 € 12.00), con la prefazione di Antonio Spagnuolo, contiene la chiave di lettura della poesia in un contesto sensoriale e percettivo, lungo l'accesso cognitivo e identitario dei versi. Adriana Mastropasqua associa la stimolazione dei ricordi in una fusione elegiaca, in cui l'abilità creativa e poetica connette la necessità di trasmettere il confine della memoria nel passaggio esistenziale e appassionato della vita. L'impiego stilistico dell'artificio linguistico, la figura retorica sinestesia (dal greco syn insieme e aisthánomai percepisco), permette ai testi di ritrovare il senso originario ed etimologico delle emozioni, la complessità e il disorientamento delle vicende umane, di ricalcare le immagini incisive e seducenti di un vissuto che accoglie, nell'essenzialità e nell'acutezza del tocco artistico, l'intimità autentica del sentire. L'autrice assimila i colori e i sapori delle proprie radici, interiorizza il filo di continuità di una geografia lirica distesa lungo il territorio dell'anima e degli affetti più cari, attraversa ogni accenno del cuore in un cammino deciso e vitale di mutamento, di consapevolezza, di confronto con la continua evoluzione interiore. La poesia di Adriana Mastropasqua rappresenta una risorsa sensibile che intreccia il filo conduttore delle sensazioni con un rigore fenomenico legato alla comprensione intuitiva del mondo e delle sue compiute verità. Traduce la cifra empatica delle esperienze dirigendole verso una conoscenza della quotidianità e delle cose in una costante disposizione di fluttuazione, dove i confini tra i sentimenti si confondono, offre una corrispondenza profonda e affascinante con i luoghi evocativi. L'unicità di ogni reazione emozionale segna il limite con la direzione dell' appartenenza, dirige il significato intimo del coinvolgimento e identifica il tratto della coscienza come strumento rivelativo della poesia. “Sinestesia in divenire” accoglie la sostanza dell'essere, come ontologia in perenne oscillazione sulla materia mobile dello spirito, rappresentazione di un universo privato che estende la dialettica estetica ed etica di una visione influenzata dal flusso enigmatico e variabile delle parole. Sottolinea come l'esigenza di intraprendere una riflessione sull'ammissione e l'intendimento di una disposizione interiore, legata ai rapporti interpersonali, si plasma attraverso l'incontro e la condivisione con l'altro, in un incrocio magnetico, fluente, nell'incessante svolgimento di un percorso ispirato e intenso. Adriana Mastropasqua concentra la superficie dei suoi versi nell'asse commemorativo di dettagli familiari, indizi romantici, nella cornice estatica di un tempo che afferra l'incarnazione allusiva della caducità e dell'illusorietà nel cuore e ne rende la consistenza sinestetica, il corrispettivo letterario in cui la poesia mantiene, nella soglia dell'infinito, la sua prospettiva in divenire. Approfondisce il profilo speculativo e intellettuale di una allegoria dell'arte, laddove l'immaginario è metafora e dimensione simbolica dell'espressione umana, la vulnerabilità e la resistenza sono specchio della natura vivente tra espansione e contrazione, sperimenta l'intesa suggestiva della permanenza di un pensiero che aleggia sulla sacralità mitologica e sulla coincidenza intangibile del reale, in cui le idee, i dolori, le speranze, lo smarrimento e il riscatto si fondono insieme, respingendo l'isolamento e la solitudine, allargando le inesplorate possibilità degli orizzonti.
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Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti
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Testi scelti
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"Appunti"
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Davanti alla finestra
aperta sull'orizzonte,
l'inchiostro disegna orme
a un passo dall'infinito.
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"Bianco perla, anno zero"
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Niente scorciatoie
“Fare rifornimento di cesoie”.
Camminare a piedi scalzi
niente vicoli,
nessuna scappatoia.
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Un solo indirizzo,
una sola strada.
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Imparare a galleggiare.
Respirare
e lasciarsi andare.
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"Capo Miseno"
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Pizia,
vento di lapislazzuli
avanza sulla cresta dell'onda.
Pungente brezza marina
s'infrange sulla scogliera:
È schiuma riarsa.
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"Costiera Sorrentina"
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Attendo, Vostra Grazia.
Attendo, con minuziosa meticolosità
di riempire di polpa il palato
sgranocchiare coi denti
fino all'ultimo granello di granita.
E dissetare la mente,
mirando e ri-mirando
il limite tra terra e mare.
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"Meriggi di festa"
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Ferragosto,
sullo sdraio il sole
ride alto,
mentre la brace
applaude alla vita.
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"Voto"
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Per le strade del Duomo
risalgo tra la ressa
rifuggo etichette
risparmio energie
persuasa dalla vastità
della parola.
Per sua Santissima Libertà.
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lunedì 2 novembre 2026

INTERVENTO = CARLA MALERBA

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Un excursus policromatico attraverso ultima poesia
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"TEMI E POETICA NELLA PRODUZIONE DI ANTONIO SPAGNUOLO"
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Lettura di Carla Malerba
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E’ in distribuzione dal mese di giugno 2026 il nuovissimo volume “Levigare il finale”- edito da "La valle del tempo" - con il quale Antonio Spagnuolo festeggia il suo novantacinquesimo compleanno, aggiungendo un tocco particolare per la sua poesia. Quasi a voler lenire la corrosione degli anni, ormai giunti ad un traguardo imbarazzante, il poeta cerca ancora una volta di amalgamare lo scandire delle ore nell’impasto avvolgente dei versi, tentando di sopravvivere tra lo sciogliersi ritmato delle sillabe.
Offre una vertiginosa partecipazione il componimento “Cenere”: "Sento perfettamente il rigore della morte che mi blocca,/ chimicamente innamorato abbandono le energie / giorno per giorno anche sognando./ Lo so! / Non potrò vedere la mia carne disfarsi lentamente/ e non potrò contare le ossa levigate, segretamente,/ supplicando un tortuoso legame alle giunture/ nel dondolante rintocco degli squilli./ Tutto è sospeso nel simbolo bruciato/ dal solito verso indescrivibile./ Quel poeta che mi punzecchia contro/ trascinando a ritroso la piaga infetta dell'invidia/ stupirà nel vedere la mia ultima sfera/ con i nastri di porpora avvolta nell'eterno."
Si sviluppa come una meditazione intensa e lucida sulla morte, percepita non come evento lontano ma come presenza concreta che accompagna il vivere quotidiano. L'incipit introduce subito una dimensione di consapevolezza assoluta: la morte non è un'astrazione filosofica, bensì una forza che limita, condiziona e rende fragile ogni slancio vitale. Tuttavia, accanto a questa percezione emerge il paradosso di un soggetto «chimicamente innamorato», ancora legato ai desideri e alle passioni della vita. L'amore e la morte si intrecciano così in una tensione continua, mentre le energie si consumano lentamente «giorno per giorno anche sognando».
Il poeta contempla l'impossibilità di assistere alla propria dissoluzione fisica. L'immagine della carne che si disfa e delle ossa levigate introduce un realismo quasi anatomico, ma immediatamente trasfigurato in una dimensione simbolica. Le giunture che supplicano un legame evocano il desiderio umano di permanenza, il bisogno di trattenere ciò che inevitabilmente tende alla disgregazione. Gli «squilli» e il loro «dondolante rintocco» suggeriscono una liturgia funebre, un richiamo che accompagna il passaggio verso l'ignoto.
Particolarmente significativa è la figura del poeta-rivale che «punzecchia» il soggetto lirico. Qui affiora una riflessione sulla vanità, sull'invidia e sulle competizioni letterarie che continuano ad agitare gli uomini (particolarmente in questi ultimi decenni) anche davanti all'evidenza della fine. La morte diviene allora il momento della rivelazione definitiva: ogni rivalità perde significato e persino l'avversario resterà stupito davanti all'«ultima sfera», immagine enigmatica che sembra rappresentare il compimento dell'esistenza, avvolto nei «nastri di porpora» dell'eternità. Il finale lascia aperta una prospettiva di trascendenza, in cui la fine biologica si converte in una forma di permanenza spirituale e poetica.
Una fusione di registri diversi: il dato corporeo e anatomico convive con una forte tensione simbolica e metafisica. Il linguaggio, ricco di immagini visionarie e di accostamenti inattesi, costruisce un'atmosfera di inquietudine esistenziale che trova equilibrio nella riflessione sul destino umano. La presenza della metapoesia, attraverso il riferimento al poeta rivale, aggiunge una dimensione autocritica che arricchisce il discorso sulla morte, trasformandolo anche in una meditazione sul senso dell'arte e della memoria. La chiusa, volutamente enigmatica, conferisce al componimento una suggestiva apertura interpretativa.
La rilevante produzione di Antonio Spagnuolo, oggi tra i grandi poeti viventi italiani, è testimonianza di un estro poetico che si alimenta di temi disparati: amore, meditazione esistenziale, dolore della perdita, celebrazione della bellezza e della gioia, rievocazione del ricordo. Ad essi si aggiungono elementi paesaggistici e cromatici di grande effetto.
Leggere le sue sillogi mi induce a soffermarmi su questa sua capacità di diversificare il linguaggio, di rispettare la musicalità del verso, di commuovere senza voler commuovere, il tutto legato a un concetto di amore che rimane oltre il tempo, anche se non più tangibile. Non c’è titolo di un suo libro che non richiami l’immagine di Elena, amore di una vita, passione della gioventù e dell’età matura, senile rimpianto, sua accorata solitudine.
Tra le sue raccolte mi piace menzionare qui, tra le altre, “Ricami dalle frane”, titolo significativamente ossimorico nell’assegnare ai sostantivi “ricami” e “frane” la potente, immaginifica visione di due momenti esistenziali in opposizione tra loro: il trionfo dell’amore e l’avvento della morte.
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"Incorreggibile destrezza degli anni
l’intreccio della fiaba e del timore,
se madreperla a merletti ricamava
l’impertinente speranza delle labbra
La poesia iniziale che apre la raccolta rievocando l’amore di Catullo per Lesbia, attraverso reminiscenze classiche e il ritmo della versificazione produce suggestioni e armonie liriche notevoli.
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"E ancora baci!
Ancora più di mille,
se l’apostrofo rosa ha le vertigini
tra le parole t’amo.
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Un’altra silloge che si impone per i suoi temi e per la delicatezza con cui Spagnuolo sfiora le tematiche amorose è “Futili arpeggi”. La raccolta si apre con una riflessione dell’autore sul fare poetico e sul processo che precede la stesura della poesia e si delinea poi come ritmo eleggendo spesso nelle sue composizioni l’endecasillabo, il verso che meglio si confà alla narrazione in versi nella nostra tradizione letteraria.
Senza voler scovare vocaboli altisonanti ci basterà iniziare col dire che la poesia è principalmente musica, ritmo che specialmente con l’endecasillabo ritorna nel segno che la penna incide, Ma questa musica vien fuori da quel mistero che tutti noi conserviamo nel nostro sub conscio, nel luogo segreto del pensiero, che avviluppa le nostre circonvoluzioni cerebrali e diviene canto (Cos’è la poesia? - Antonio Spagnuolo "Futili arpeggi" pag.7)
Altra caratteristica presente nella produzione poetica di Spagnuolo è il tema memoriale, una costante che si intreccia con svariati altri temi; con essa il poeta intende affidare alla poesia il compito di richiamare le immagini del passato grazie alle numerose sollecitazioni che attinge dal presente.
Così il tema del ricordo, diviene asse portante di una ispirazione rivolta all’interiorità di un tempo che risplende nei versi, vivo e presente come non mai.
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"È giunto il tempo di chiudere i conteggi/ e affido il mio bagaglio di poeta All’illusione dell’eternità. /Futili arpeggi dunque, i versi, la poesia, l’amore? No, se ancora si affacciano/ tracce di gemme e di immortalità."
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E ancora amore, paesaggio e cromatismo connotano i suoi versi di note, cadenze ed effetti del tutto particolari.
"Anche la luna riflette le illusioni/ che la notte prepara tra le onde/mentre luccica il ventre tuo nel mare/tra sorrisi e perle luminose." (Dissolvenze e sussurri, 2025)
Ecco, la poesia è danza di parole e immagini, è sospiro e canto, fiaba e accadimento.

"Il preludio sorprende ogni verso,
rincorrendo i colori di un arcobaleno
tra le note del tramonto: illusione di fuochi
che tra i piedi e le mani avemmo in abbandoni.
Le tue braccia una fiaba senza fine,
una fiaba incisa tra le mura, ogni mattina,
che poteva squarciare l’attesa
nelle armonie dei silenzi.
Il raggio del respiro era negli occhi,
nelle palpebre appena socchiuse dal risveglio,
inquiete o illuse di stanare nuove immagini.
Grido sul foglio gli abbandoni del tuo corpo
ora che solo un lamento mi risveglia."
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(“Fiaba” in “Svestire le memorie,2019)
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CARLA MALERBA

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIANNA IANNARONE

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Marianna Iannarone: “D’amore e d’altra specie” Ed. GPM – 2026 – pag. 64 - € 6,99
Una nutrita scheda biobibliografica in appendice mostra il viaggio attraverso gli anni per un bagaglio culturale di notevole spessore ed una ricognizione coloratissima di riconoscimenti raccolti in varie esperienze. Poesia senza confini che coincide luminosamente con i luoghi della memoria e l’ansia policromatica dell’interrogazione e della scoperta che ruota intorno alla parola.
“Intrattenimento virale scrollo l’inutilità totale:/ l’ultimo fenomeno senza né arte e né parte –/ che per stare informati vale la pena restare sul pezzo/ ma da un pezzo non c’è più contegno –“ sussurra la poetessa a conclusione di queste sue pagine, quasi a giustificare il dubbio che nasce in chi si abbandona alla scrittura poetica. Ma: “L’arte dell’arrangiarsi/ è un affresco di pane e cipolle/ una celebrazione al dono/ quando la creatività si ispira al vero.”
La scrittura nelle prime composizioni si sviluppa come una riflessione amara e dolente sulla condizione dell'umanità, continuamente sospesa tra il desiderio di pace e il ripetersi inesorabile della violenza. L'immagine iniziale, «Dietro l’angolo l’indaco del cielo», introduce una dimensione cromatica di grande suggestione: il blu profondo, assimilato alla vastità del mare, non è tuttavia un colore di serenità, ma sembra appesantito dal dolore dei «cuori infranti sugli scogli». La natura diventa così lo specchio di una sofferenza collettiva, mentre la significativa affermazione «lì Dio sembra essere arrivato tardi» esprime lo smarrimento di fronte alle tragedie, quasi che persino la dimensione divina non riesca a intervenire tempestivamente per salvare l'uomo dalla propria crudeltà.
Il discorso poetico si allarga progressivamente, passando dalla percezione individuale a una denuncia universale. La mancanza di pace viene indicata come una condizione incompatibile con la sopravvivenza stessa, mentre l'assenza di ponti tra i popoli diventa metafora di incomunicabilità, separazione e odio. A questa immagine negativa si contrappone una possibilità di riscatto: «ma con la musica fanno l'amore». È forse il passaggio più luminoso del componimento, perché affida all'arte e alla sensibilità il compito di ricostruire un'intesa che la politica, le divisioni e le guerre sembrano avere distrutto.
Marianna Iannarone possiede una forte tensione etica e civile, sostenuta da immagini evocative e da un linguaggio che alterna suggestione lirica e dichiarazione polemica. Qualche passaggio, soprattutto quello relativo alla fame e alla sollecitudine, presenta una costruzione semantica che contribuisce a restituire il disordine di un mondo nel quale persino le parole della solidarietà sembrano aver perduto la loro efficacia.
Ancora più avanti una denuncia drammatica della perdita di coscienza dinanzi alla violenza, alla guerra e alla progressiva assuefazione dell'umanità all'orrore. L'apostrofe «Ripugnanza sei l’esplosione della desolazione isterica», attribuisce a un sentimento una dimensione quasi fisica, capace di sconvolgere i volti, deformare le coscienze e trasformare il pianto in una manifestazione collettiva di disperazione. La morte che si consuma sulla strada diventa il simbolo di un'esistenza travolta dalla brutalità, mentre l'immagine del carrarmato che «trapassi la vita» restituisce con crudezza l'irruzione della guerra nella quotidianità degli uomini.
La «macchia assassina, croce e bandiera» introduce una significativa contaminazione di simboli religiosi e identitari, trasformati in emblemi di sopraffazione e di sangue. Il mondo evocato è ormai «privato di coscienza»: gli uomini assistono alla tragedia, si scompongono interiormente, ma non rivendicano, non reagiscono, non interrompono il meccanismo della violenza. L'immagine conclusiva, «lasci un fiore piuttosto che un cuore battere», racchiude tutta la desolazione del componimento: il fiore diventa un gesto rituale di commemorazione, ma non restituisce la vita né sostituisce la necessità di una ribellione morale. Finché ogni angolo continuerà a bruciare, la pietà rischierà di rimanere soltanto un omaggio ai morti, anziché trasformarsi in una forza capace di salvare i vivi. Ne emerge una poesia di denuncia, nella quale la vera colpa non è soltanto la violenza esercitata, ma anche l'indifferenza di chi ha imparato a considerarla inevitabile.
Suggerisce con enfasi: “L’amore è una carezza che produce poesia/ una certezza che accompagna la vita”. Forse per addolcire con garbo e fermezza di penna i timori e le sospensioni che ci attanagliano nella quotidianità.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 30 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Argine”
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C’è un grande prato verde nella mia memoria,
immenso, fermo al conteggio del polso,
mentre il tuo nudo torna umido tra foglie.
Nel sapore dell’erba frugo ancora attimi ulcerati,
timoroso di scoprire realmente passaggi dissolti,
ombre divise in morbide escursioni,
rapide tenerezze, sospese ad un ramo troppo carico.
La parola, allora, è groviglio della fuga,
una forma di spugna, confusa alle risposte impreviste,
che si affligge di istanti condivisi
alla brina, agganciata alle tempie.
Immutabile e stanco rimane soltanto quel silenzio
che divide l’argine incosciente.
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ANTONIO SPAGNUOLO