domenica 13 settembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

***************************
MOTIVAZIONE DEL PREMIO AECLANUM ( 3° classif. ) PER IL VOLUME "DISSOLVENZE E SUSSURRI" ***************************
Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri", Ed. la Valle del Tempo, Napoli, 2025-- pag.60 - € 14,00
*
Cobalto, pervinca e indaco nelle loro sfumature azzurre-grigio-viola fanno da sfondo all’intuizione che si traduce nel continuo sofisma dei versi, un uso, dunque, artificioso della poesia, che lambisce l’ideale da rimettere in asse e il reale, intrecciandoli al sussurro delle foglie. E questo sussurro, personificazione metaforica, che evoca leopardianamente quiete, si connette con i silenzi sfilacciati, a rimarcare, però, una quiete fragile con il silenzio-trama che si sgrana: ecco la dissolvenza. Si perde consistenza nei rapporti umani, ma non nei pensieri che s’aprono ancora alla gioia che sorvola fantasie. (Bluesky/word)
Si guarda la realtà con lucidità e distacco, senza filtri, con una matura consapevolezza che ogni linea/incisa nella memoria è metaforicamente tallonata dal mouse, ma si affida anche a un sinestetico pennello bizzarro l’atto imprevedibile della mente, alla ricerca di affinità espressive, per ridestare dal profondo segreti: si accende abbarbicata alle forme/la grafica che osserva il mondo intero/in un amplesso che raccoglie i sussurri/…/il palmo…/...cerca le stelle. (Pennelli)
Tratteggi, irrequieti controluce destano memorie; le forme variegate dei colori che colano sulle tele o convergono a strisce frenesia, invitano a scoprire del tempo festoso/il compasso segreto. Nella creatività sparisce l’inganno, ogni tassello, ogni cesello è motivo per spiccare il salto e trasformare in altro il fruscio della spatola incantata con un gioioso sinestetico travaglio. (Triangoli)
E questo dare sostanza alle attese in una ricercata conquista della misura cromatica è il dialogo, che accosta chiasticamente ancora/resine e collanti, impalcature e campi, figlio di una volubile festosità del possesso/e gli elementi astratti di un travaglio. (Spazi geometrici)
Un conto è il ricordo che è preciso con i suoi ritagli di figure e stagioni, altra cosa sono i pensieri che hanno stagioni in cornice/…più spesso dei riflessi/confusi a corporei lampeggi. (Riflessi) Fatta di molliche anche la storia, ogni giorno diviene parte del passato e s’affida all’oblio, brividi suggellano il congedo, mentre frammenti ricompongono memorie fra un battere le tracce e l’erosione.
La nostalgia fa capolino sulla soglia, testimone che Tutto è precipitato nel racconto/di un alito di vento. (Racconto)
E nel baleno temporale l’autore si scopre ferito nella fede e disperso/nei millenni promessi dal credo, sì che in un’azione visiva e dissolvente, afferma: sfilaccio ciò che resta del mio corpo /sbavando gli ultimi solchi/del breve arco che mi fu concesso, ma con il gerundio sbavando dilata nello spazio e nel tempo l’agire e contemporaneamente, in senso figurato, rafforza il desiderio di incidere e lasciare ancora orme nei solchi della vita.
È una vittoria parlare di vecchiaia, che se non dà più spazio a l’urgenza della passione ardita e partorisce semplici carezze che più volte/ sanno di fondo di bosco, di fronte è un dono cogliere ogni battito, sapendo che la fine è sull’orlo del non ritorno ed è spiraglio di malinconia l’attesa vana e fuori tempo, ma c’è altro tempo che bussa e chiede il suo aedo che tramandi la parola libertà-maledetta e benedetta- con i suoi contrasti emotivi, la carichi di sussurri pronunciati in albe di speranze tra amore e rovine,/fra chi dona e illusione che trascina, parola legata anche oggi alla sua controparte: tragedia, perché il destino la segna con cicatrici/di tragedie perverse soffiate in tempo/dalle barricate di più aspri rancori./…/È tragico il coraggio di chi sa che morirà/eppure sorride/,,,/ Libertà non è assenza di dolore./È scelta, rischio ,abisso./È la voce che rompe ogni silenzio.(Libertà e tragedia)
Altra denuncia in Egli tace: È babele che incombe in questo mondo/di lingue frantumate/e dove l’odio è capace/d’inchiodare il fratello a nuova Croce e in Gerusalemme: ...le pietre tremano stanche/sotto quel cielo che chiedeva pace/ed ora è squarciato dal fuoco. Le personificazioni rendono più intensa la preghiera: Ferita e divina ritorni la tua preghiera/fra le carni strappate e i ricordi di amore Nell’ossimorica armonia dei timori, in chiave, però, più intimistica, il poeta ripropone il concetto di erosione e dissolvenza: Ed ora giorno dopo giorno/avverto l’incalzare dello sgretolarsi/che consuma inesorabilmente/quel che resta del mio angolo oscuro/per tormenti.
Cosa lo salva? Il Verso e i versi per mostre di pitture!
Ogni pennello sussurra un’emozione,/…/ “Mare e Monti” non soltanto paesaggio,/ma viaggio dell’inconscio e del linguaggio, /sfumature di vertigini sottili, /nel vortice al respiro che si adagia. (Mare e Monti) e in Frontiere: I gesti si caricano di confini/che oscillano tra abitudine e distanze, /vibranti rimembranze e nuovi sogni. /…c’è una soglia nascosta/in un sorriso scambiato sulla tela/…/Nei mille bivi il colore di tutti i giorni è un tenero/taglio che la speranza incide per amare. Estate, il gioco dei miraggi, /che mescola nel sogno sabbia e neve, /lasciando sulla pelle il colore di attese/e negli occhi un orizzonte che non ha confini. (Tra dipinti e illusioni di estate).
*
Luisa Martiniello

sabato 12 settembre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

**********
POESIE DEL SECOLO SCORSO

SEGNALAZIONE VOLUMI = EMANUELA DALLA LIBERA

******************************
Emanuela Dalla Libera: “Memorie della pianura” – Ed. Il convivio – 2026 – pag. 64 - € 13,00
Con una scrittura limpida e immediatamente comunicativa, il tessuto poetico si coniuga con la solida tenuta delle illuminazioni, delle folgorazioni, della creatività. Un ricamo che cerca di intrecciare la quotidianità con la sparizione delle figure di un mondo moderno, le illusioni con i marosi della memoria.
Scrive Vincenzo Guarracino in prefazione: “È fin dalle prime pagine di Memorie della pianura di Emanuela Dalla Libera che si percepisce un passo lento, meditativo, come quello di chi stia attraversando un paesaggio antico e familiare e si guardi intorno con religiosa e compunta attenzione, con ancora l’eco dell’“ebbrezza”, del piacevole stordimento, della sua “stagione” poetica più recente. La sua è una voce poetica che non descrive, ascolta, posta com’è qui e altrove all’insegna di un vigile allerta dei sensi che elegge la natura a templum, a teatro della propria esperienza di verità, dove la parola è il tramite di un rito che sollecita forze e presenze ieraticamente attive.”
Le pagine si susseguono senza interruzioni di sorta in un continuo raccontasr/si che avvince per il ritmo incalzante delle figurazioni e delle incisioni partite quasi sempre da sub conscio.
Molte poesie si aprono con una meditazione sulla condizione umana, sospesa tra la gioia e il dolore, tra la luminosità della primavera e il grigiore degli inverni. «Nessuna vita è mai fuori della gioia / e del dolore»: affermazione che assume il valore di una verità universale, quasi un principio esistenziale al quale ogni essere umano è sottoposto. La vita non può sottrarsi all’alternanza delle stagioni, ai mutamenti della fortuna, alla presenza e all’assenza, alla felicità e alla sofferenza. Da questa consapevolezza nasce il desiderio di tornare ai giorni trascorsi, di recuperare quell’ebbrezza della vita e dell’amore che il tempo ha lentamente sottratto. Il verbo «ritornare», ripetuto in momenti decisivi, esprime una nostalgia che non è semplice rimpianto, ma vera e propria tensione verso una possibile riconquista. Il passato viene evocato attraverso sensazioni concrete: il fuoco sulle labbra, la frenesia delle estati, i sentieri erbosi e solitari, il vento tra i canneti, il canto del cuculo ridesto a primavera. La memoria non si limita a conservare gli eventi: li riaccende, restituendo loro una presenza sensibile, quasi tattile e sonora.
Il tema dell’assenza si manifesta con particolare intensità nei versi dedicati alle mani strette e negate dal tempo. La stretta delle mani è un gesto semplice, ma racchiude il calore dell’incontro, la complicità, la promessa dell’amore. Il tempo, tuttavia, ha separato quei corpi e quelle presenze, lasciando il desiderio di «accorciare lo spazio tra noi». È uno spazio che non è soltanto geografico: è la distanza prodotta dalla perdita, dalla lontananza affettiva, dalla consapevolezza che alcuni incontri non possono più ripetersi.
La poetessa non si arresta alla malinconia. Il movimento del ricordo si trasforma in una ricerca di futuro. Il «faticoso andare» dell’uomo può ancora aprirsi a «un orizzonte di promesse inaspettate», a scorci limpidi su un’erba appena germinata.
Oscillazione continua tra memoria e desiderio, tra ciò che è perduto e ciò che ancora può nascere è così un gesto di resistenza al tempo: se non è possibile ritornare realmente ai giorni felici, è possibile almeno conservarne la fiamma nella parola, trasformando l’assenza in canto e il dolore in una nuova promessa di luce.
Emanuela Dalla Libera realizza nei suoi versi una costruzione lirica ampia e meditativa, sostenuta da una forte continuità tematica. Il lessico naturale — primavera, inverni, estati, vento, canneti, erba germinata, sole — non svolge una funzione meramente descrittiva, ma si configura come una vera grammatica simbolica dell’esistenza. Le stagioni diventano figure del tempo umano, mentre la natura offre il modello di un rinnovamento che l’uomo desidera e insieme teme di non poter raggiungere. Sul piano formale, l’ampiezza dei periodi e la prevalenza dell’endecasillabo e di misure prossime all’endecasillabo conferiscono un andamento discorsivo e musicale. La sintassi distesa accompagna la meditazione, anche se in alcuni passaggi l’accumulo di immagini e di aspirazioni rischia di attenuare la tensione poetica, rendendo il dettato più dichiarativo che evocativo.
“così lontani gli anni e le stagioni /e gli astri che sopra vi avevano/ nidificato coi loro balenii”, “che avesse fine / ogni guerra e tornasse primavera / sugli alberi feriti dalla galaverna”, “Enormi si facevano /le notti, giorni lenti a passare / sul filo dell’attesa, che ritornasse / la vita nel suo alveo”, “Nessuno è tornato nel giardino triste, / l’amore, mai nato, si è dissolto, / nessuna anima è rimasta tra l’erba marcia / e le ortensie soffocate dal gelo.”
Con incisioni del dubbio o di un malcelato risentimento si offrono le frasi che riaccendono sentimenti.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POETI DA RICORDARE = VITTORIO PARISI

******** VITTORIO PARISI = 1892 - 1955

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

*****************************
"Alessia al timone felice"
-
Mattino di giugno
di candele solari per
Alessia al timone nel
mare di Napoli, barchetta
azzurra per la gioia
con l’amore per le acque
fredde e calme a raffreddare
di Alessia la camera
della mente
di stella e luna di Alessia.
Cala la nebbia e tira
la lenza gettata con
devozione e un grosso
pesce mette Alessia
nel cestino a bordo.
Viene Giovanni vicino
in motoscafo salta
sulla barca e bacia
Alessia dall’estasi rapita
(allora mi ama!!!).
*
Raffaele Piazza

venerdì 11 settembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONELLA CAGGIANO

******************************
ANTONELLA CAGGIANO==”Diecimila anni” – Ed. Moretti / Vitali – 2026. Pag. 104 - € 10,00
Immergersi tra le sillabe di queste poesie è come essere delicatamente accarezzati da un tocco di ali di farfalle, tutte dotate di un candido potere che riesce a levigare fantasie e a ricamare memorie. Un universo personale diventa linfa del mondo, dilatazione del quotidiano, sintesi del mito e delle illusioni.
Nell’eleganza di uno stile misurato e volto ai tessuti della discrezione improvvisamente appaiono anche fulminazioni incisive, spesso inquiete e tremanti, incisive per allusioni e sguardi che si mescolano all’imprevisto o alle ondulazioni della memoria.
Mi piace rileggere questa poesia:
“tornerai come torna la sera
con tutti i baci che rimbombano
e nella testa batte batte sordo
il battito del cuore ostinato
nel ritmo caparbio delle cicale
Tornerai come torna la valle
col tremore negli occhi dell’estate
rossi papaveri e gerani e ortensie
giardini cantano viole gravide
con tutti i baci che rimbombano
e nella testa batte batte sordo
il battito del cuore ostinato
nel ritmo caparbio delle cicale
Tornerai come il giugno dei ragazzi
e porterai il vento
in tutte le strade che ballano
con le voci delle madri a cena
gli sbuffi delle tende speziate
con tutti i baci che rimbombano
e nella testa batte batte sordo
il battito del cuore ostinato
nel ritmo caparbio delle cicale.”
Essa si costruisce intorno a una parola-chiave, «tornerai», ripetuta come una promessa, un’invocazione e insieme un tentativo di resistenza all’assenza. Non viene precisato chi sia il destinatario di questo ritorno: una persona amata, una stagione, un tempo della vita, forse addirittura una felicità perduta. Proprio questa indeterminatezza permette al testo di trasformare un’esperienza privata in una condizione più universale: ciò che è scomparso viene continuamente richiamato attraverso le immagini della natura e della memoria.
Il ritorno viene dapprima assimilato alla sera, poi alla valle, infine al giugno dei ragazzi. Tre figure temporali e spaziali che appartengono a una memoria profondamente sensoriale. La sera è il momento del raccoglimento e dell'attesa; la valle richiama uno spazio originario, quasi edenico, nel quale l'estate si manifesta attraverso «rossi papaveri», «gerani» e «ortensie»; giugno, invece, introduce la dimensione della giovinezza, dei ragazzi, delle strade percorse dal vento e dalle voci familiari.
Il cuore «batte batte sordo», quasi ossessivamente, opponendo la propria ostinazione al trascorrere del tempo.
La ripetizione della strofa centrale funziona allora come un vero ritornello mnemonico. «Con tutti i baci che rimbombano / e nella testa batte batte sordo...» ritorna tre volte, quasi a imitare il battito cardiaco e il frinire incessante delle cicale. La poesia assume così una struttura circolare: il desiderio del ritorno viene pronunciato, la memoria lo alimenta, e il ritornello riconduce ancora al punto di partenza. Non è un ritorno reale, dunque, ma il tentativo della parola di rendere nuovamente presente ciò che il tempo ha sottratto.Il vero protagonista del testo è quindi il tempo, ma un tempo che la poesia tenta ostinatamente di contraddire. Il futuro del verbo «tornerai» contiene la speranza; le immagini dell'estate appartengono alla memoria; il presente del cuore e delle cicale mantiene aperta la ferita. La poesia nasce precisamente da questa tensione fra ciò che non c'è più e ciò che la parola continua a promettere.
La scrittura di Antonella Caggiano possiede una forte musicalità, sostenuta dalle ripetizioni, dalle allitterazioni e soprattutto dalle formule di angoscia, che trasferiscono “un sorriso monco sull’albero”, “Psiche ha raccolto le sue farfalle”, “Non sarà mai più estate a Gaza”, “I libri tessono viaggi in gusci”, “Urli di tradimento di chi sfida”, “Della croce il segreto degli occhi”, variazioni di ritmo e musicalità che accendono attenzione. Il lessico è volutamente semplice e figurativo, con una netta prevalenza di immagini naturali e domestiche.
*
Antonio Spagnuolo

martedì 8 settembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO CUSCITO

***************************
Giorgio Cuscito: “Nessuna solitudine” – Ed. RP – 2026 – pag. 66 - € 10,00
La vera poesia, quella sussurrata tra armonie ed emozioni, accompagna il cammino di ognuno. Amore, dolore, guerra, speranza, morte, amicizia, fede, appaiono talvolta come argomenti troppo volte affrontati, e che ogni sentimento abbia trovato la propria voce nei grandi poeti del passato. Di fronte a questa apparente saturazione ci si potrebbe chiedere che cosa resti ancora da dire al poeta contemporaneo. Eppure il verso ritmato continua ad esistere e a rinnovarsi, perché ciò che conta non è soltanto ciò che viene detto, ma il modo in cui viene vissuto e vibrato tra le sillabe.
“Nessuna solitudine” è la raccolta di poesie di esordio di Giorgio Cuscito. Egli presenta sin dalle prime composizioni un tentativo di scoperta del ricamo armonioso del verso, e affonda nei vari scintillii della solitudine come compagna, dell’amore come tempo passato e tempo futuro, delle vertigini quotidiane, del dubbio di un credo, dell’illusione e delle aspettative.
Fra le diverse composizione serpeggia luminoso un registro che si costruisce intorno a un desiderio di liberazione e di trasformazione dell’identità. L’immagine della tenda (ad esempio) è significativa: scostarla significa oltrepassare una barriera, uscire da una condizione di occultamento per «tendere al cielo», dunque verso uno spazio aperto, verticale, finalmente libero. Il poeta vorrebbe guardare il mondo dall’alto, «tra i tetti», assumendo una prospettiva diversa, quasi estranea alla quotidianità. Da qui nasce una progressiva metamorfosi: l’io afferma «Non sono un uomo» e si riconosce invece nel gatto che, pur vivendo all’ombra, sfida i cani incatenati. È una figura di libertà istintiva contrapposta alla prigionia.
Anche l’«industria assolata / che non ha bisogno di lavorare» introduce una curiosa immagine di autonomia: una realtà che esiste senza dover dimostrare la propria utilità. Infine il soggetto diventa «quel profumo / sempre irriconoscibile», qualcosa di impalpabile, impossibile da definire e possedere. Ma la tensione verso la libertà si rovescia nella confessione conclusiva. Le parole dell’altra persona — «so di vecchio», «la mia pelle sa di polvere», «la mia bocca è amara» — riportano l’io alla dimensione fisica del tempo, della decadenza e della memoria. Il verso, «Solitaria è / la mia compagnia», chiude il testo con una nota di radicale isolamento: dopo tante metamorfosi, ciò che resta è la solitudine.
“Nel logorarsi, / negli angoli dietro al bar/ c’è sempre una via /dove non c’è nessuno/ Lì/ la quiete l’eterno/ la sopravvivenza / il piacere/ scorrono/ e/ nascondersi dura/fino alla morte.” Un sottile tocco di filosofia accompagna le interpretazioni del quotidiano, e la poesia si riordina in un ciclo ideale che suggerisce e avvolge.
Una forte energia immaginativa, ben equilibrata nella scrittura, produce una sorta di metamorfosi surreale dell’io. Interessante è il contrasto fra il desiderio di elevarsi e l’inevitabile ritorno alla vecchiaia e alla solitudine. Così come appaiono colorate le esperienze della vita di tutti i giorni, in una semplice realtà con tutte le sue problematiche e contraddizioni.
*
ANTONIO SPAGNUOLO