martedì 27 ottobre 2026

POESIA = LORENZO BERTONI

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" I "
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Ti hanno presa
al gioco del nascondino
una pacca sulla spalla è bastata
a farti grondare di latte.
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Aspetta!
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Vedrai che uscirà
di nuovo la giostra -
vincolo santo.
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Guardami
mentre sollevo al cielo
questo animale da colosseo.
*****
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" II "
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Lì ho visto una festa
sempre controluce i commensali
servivano uova di pavone.
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Incravattati con la piuma in testa
dissero ti aspettiamo
nessuno a capotavola
mangiammo e bevemmo senza parlare.
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Capii quando vidi
un giovane in costume
ti stavamo aspettando, si è aggiunta una sedia
(dissero in coro)
le uova sono ancora calde.
*****
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" III "
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Ho sempre paura
che i corvi mi tocchino gli occhi
e svegliarmi
sotto distese di piedi.
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La notte sogno l'incendio
e penso di essere io
anche i fornelli
li controllo sempre.
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Questa pausa
dall’errore non risponde
del presente scappare
dalla morte, il disturbo post-traumatico
la paura del ritorno.
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LORENZO BERTONI

lunedì 26 ottobre 2026

POETI DA RICORDARE = GIANNINO DI LIETO

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PER “OPERE” DI GIANNINO DI LIETO (Interlinea edizioni- 2010)
Teste Giambattista Vico, “della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”: luminosa risposta a un Innominato Scrittore “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, al punto da confessare di ignorarne una poesia solo perché “non la capiva”. Chi di ciò doverosamente, ancorché scandalizzandosene, si lagna (tra gli “Appunti” XIII e XV, in Opere, pp.315-16) è l’autore di quella poesia “ignorata e incompresa” perché oscura, filosofica e strutturalmente e linguisticamente meticcia, ossia Giannino Di Lieto (1930 –2006), un poeta pur ben apprezzato da critici autorevoli (da Stefano Lanuzza, a Gilberto Finzi, ad Alberto Cappi, a Maurizio Perugi, a Luigi Fontanella e soprattutto Giorgio Barberi Squarotti), che sul suo “ostico” sperimentalismo “logicamente oscuro” eppure “limpido”, sulla sua “ricerca di forme nuove”, hanno espresso giudizi motivati e convincenti.
A seguirne il percorso dalle Opere, testé raccolte e pubblicate – dalle iniziali «Poesie» (1969) all’ultimo «Breviario inutile» (2003) – presso Interlinea Edizioni (2010), si ha la conferma di una personalità d’eccezione, coerente nella linearità della sua ricerca espressiva, sviluppatasi dall’ungarettismo della prima fase agli esiti heideggerianamente filosofici degli approdi, capaci di mescolare suggestioni dadaiste e surrealiste, su una solida base di “classicità”, persistente anche se continuamente trasgredita. È in questa strana mescolanza di classicità e trasgressione che, tra “esorcismi e sortilegi (letterari)” e visivi, consiste, non solo a mio parere, la cifra più singolare di Giannino Di Lieto: nella capacità di intrecciare spregiudicatamente, strutture e lacerti espressivi diversi, con citazioni in latino e in volgare delle origini come segnali dell’aspirazione al sublime, attraversando e superando senza imbarazzo ermetismo e postermetismo in direzione della neoavanguardia intesa come stile e come etica piuttosto che come modulo, praticando insomma uno sperimentalismo costante in opposizione ai consueti moduli linguistici, con gli strumenti più consoni, perfino quelli visivi, giocando ma seriamente anche con colori e segni, senza mai impanarsi “nel gorgo della sperimentazione fine a se stessa”, come dimostra Ottavio Rossani in un suo luminoso contributo critico: per “addomesticare” la realtà, con lucida e fredda intelligenza, senza mai concessione così a gratuiti gesti trasgressivi come a lirismi. Un mondo post-apocalittico, dunque, nel rifiuto di ogni emozione, in cui si mostrano detriti anche linguistici di un mondo senza senso che tocca alla poesia rigenerare, giusto come diceva Vico nella “degnità” citata in apertura: è questo l’approdo di un percorso poetico che, al dire di Giorgio Barberi Squarotti “non ha nulla di uguale in Italia”.
Si diceva prima dei critici. Tra i tanti mi piace ricordare quello che aveva rilevato Velia Iacovino, parlando di “operazione linguistico-letteraria delle più raffinate ed erudite”, in cui il significante vive sinergicamente in relazione ad altri significanti potenziandosi per acquistare “una ricchezza indefinita di significati”; dal canto suo, Gilberto Finzi aveva parlato di testi “in crescita coerente e finemente letteraria”, allo scopo di “inventare una nuova comunicatività, attraverso “una somma di intense trame” espressive. Sullo specifico della sua operazione linguistica è essenziale quello che il poeta Alberto Cappi aveva sottolineato a proposito della struttura del verso definendola “misteriosa e avvincente”, ricca di “echi di arcaiche civiltà orali” e protesa “tra fascino millenario e desiderio di futuribilità”. A proposito poi della sua stagione migliore, quella di Punto di inquieto arancione (1972), “uno dei libri fondamentali in tutto il Novecento italiano”, Giorgio Barberi Squarotti rileva come la raccolta segni “una mutazione al tempo stesso radicale e tuttavia segretamente legata per continuità e sviluppo” a tutta l’opera precedente, in virtù di un ritmo poetico nuovo che di contro all’essenzialità delle prime prove introduce un “ampliamento vastissimo del discorso” in modi che tendono “al grandioso e al solenne” in un discorso avvolgente e comunicativo “che sfiora continuamente l’orazione o il monologo drammatico”, con la metrica deputata a sottolineare “la forte scansione del discorso”.
Val la pena di concludere questo rapido itinerario citando nell’emergenza di un lemma un sintomo: il lemma è un latinismo limina, “soglia, limite, confine, linea di partenza” che ritroviamo in due testi ben lontani tra loro, rispettivamente in “Teorema” (Indecifrabile perché) e in “Sera di luglio” (Le cose che sono). Quale sia questo sintomo mi pare appaia ipotizzabile dai diversi contesti: il primo, nel contesto di cui si parla, è una domanda che genera timori intorno a quello che esplicitamente è chiamato “teorema dell’esistenza”, intravisto nella sua “obliquità”, o meglio ancora ambiguità intrinseca alla parola stessa limina come “limite” e “confine” dove tutto si mescola e confonde (limina convertuntur) nella prospettiva del suo attraversamento; il secondo (caedunt limina haud occasu) è giocato tutto su un’implicita ambiguità sessuale del verbo d’apertura sinonimo dell’atto che in Catullo 16 è minacciato (Pedicabo ego vos et irrumabo) agli amici Aurelio e Furio, rei di aver deriso il Poeta. In questa chiave, tra oscure reticenze e paure di morte (nel primo caso) e sentimenti di rivalsa contro “critici” incapaci di accettare le “oscurità” di una poesia rea di non concedersi al plauso dell’Innominato Scrittore di cui in apertura, “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, il Poeta “Fabbricante di parole” ribadisce e rivendica il suo diritto a “un parlare comune separato da tutti” (Città un fabbricante di parole).
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VINCENZO GUARRACINO

sabato 24 ottobre 2026

POESIA = SANDRA MANCA

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"In questo declino"
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È nel fragore quotidiano che cerco
il silenzio, l’incontro ravvicinato
con l’universo quando cala la sera
e s’accende la terra
proiettando i suoi lunghi fari nel buio.
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Città che rubano spazio
alle stelle scolorano la notte,
dove costellazioni di solitudini.
raccontano al cielo
follie e storie finite.
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Il silenzio è una cartomante
che affronta il destino:
l’amore è un abbaglio
nel mondo in declino.

18 ottobre 2026
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"L'attesa"
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Il mobilio dice molto di te:
cosa mangi,
quanto dormi,
della tua solitudine adagiata
sui libri di storia e filosofia
sui dischi rock.

Non c’è traccia d’amore
nella tua dimora…
forse
in quell’aspirapolvere col filo ancora teso
in mezzo alla cucina.

Sui vetri le labbra
che ti hanno baciato una notte o più.

Eppure
il letto è caldo
anche dall’altra parte
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e la tavola è sempre apparecchiata
per due.
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agosto 2026
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"Controcanto"
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Guarda la scogliera il mare
Gettarsi all’orizzonte, ogni sera;
frangersi l’onda
sui suoi fianchi rugosi
quando il vento scaglia sabbia e sale.
La luce assale lidi e iridi
Che mettono a fuoco l’estate;
attesa e odiata per la sua calura,
e quel freddo fuori stagione.
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La vita è un continuo alzare di creste,
alla ricerca di un faro che illumini
il sentiero.
Sul fondo,
il peso dei giorni perduti
e la paura
a fare rumore.
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Ma c’è qualcosa controcorrente
Che riporta a galla le sere di festa,
contare nel bicchiere le stelle
imparando l’amore
quando anche il giorno
vorrebbe essere
notte.
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giugno 2026
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SANDRA MANCA

venerdì 23 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA

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Adriana Mastropasqua: "Sinestesia in divenire" - Ed. La valle del tempo - 2026
(Premio "L'assedio della poesia" 2025)
Una visione approfondita, rallentata e ingrandita, guida le poesie di Adriana Mastropasqua nel suo ultimo lavoro dal titolo Sinestesia in divenire. Ogni bellezza, ogni elemento della realtà, ogni fenomeno viene messo in luce e vagliato in tutti i suoi particolari. La maniera di Adriana Mastropasqua è caratterizzata da una tendenza a selezionare i contenuti del reale e dell'esistenza e a ricollocarli in modo inusitato; siamo così di fronte non tanto ad una trasformazione di tali elementi in quadri simbolici, ma piuttosto ad una visione straniata di essi, una visione che però consente di mostrarli in una veste nuova e per questo più vera.
La poesia della giovane scrittrice non rimanda, dunque, a universi paralleli che si vogliono risvegliare simbolicamente, ma mira piuttosto a riscoprire i lati della realtà che spesso sono tralasciati. Non viene a galla una presunta realtà più vera e profonda, ma piuttosto piccoli mondi, piccole vite in cui il lettore può rivedersi. I versi dunque si scindono, si frammentano in mille istanti, volti, situazioni, ambienti, cose, esseri. Ma su tutto, su tutto questo universo molteplice, si irradia lo sguardo unificante della poesia. In tal modo, dal piccolo mondo anche di oggetti e frammenti minuti, la poetessa sa ricavare indicazioni simboliche per il grande mondo; attraverso la parte scopre il tutto. In molte poesie la poetessa sembra voler testimoniare la condizione dell'artista immerso nella tirannia dell'opera d'arte, anche se poi questo riferimento autoreferenziale finisce per illuminare l'intera condizione dell'essere umano.
I versi di Mastropasqua esplorano infatti il quotidiano, le minuzie dell'esistenza, per poter però spalancare lo sguardo in modo quasi montaliano all'oltre, ai misteri dell'uomo e del mondo, misteri che però si mostrano pressoché in sordina, come sullo sfondo. Piuttosto su tutto aleggia la precomprensione della poesia, la sua capacità di prevenire i significati e giungere ad un grado di illuminazione sul senso dell'esistenza. Il pensiero poetante anticipa i significati e poi li ritrova nella realtà. Il tutto per imparare a "galleggiare" come si afferma in alcune delle poesie, che non vuol dire vivere nella superficialità ma in uno stato di leggera elevazione tale da garantire l'aderenza e l'adesione a tutte le cose. Questo stato consente una iper-percettività, se così vogliamo chiamarla, una ipersensibilità che permette di scavare nella realtà e coglierne l'intimo segreto. Ed è ciò che Adriana Mastropasqua riesce a fare perfettamente in questo profondissimo libro. **
MARCO TABELLIONE

giovedì 22 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELA MARRA

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Daniela Marra: “Le spine del Rosa” – Ed. Colonnese – 2026 – pag. 152 - € 15,00
Dotata di una ricca documentazione epistolare, che rende vivacissimo il racconto, questo romanzo ha il pregio di godere di una scrittura impeccabile, frutto di un ottimo bagaglio culturale, nutrito da decenni di approfondimenti ed indagini.
Una storia di passione e d’arte nella Napoli del ‘600. Daniela Marra riesce a dialogare con i lettori offrendo loro un’opera intensa e originale dedicata all’immortale Salvator Rosa, artista ribelle e visionario del seicento napoletano, sul quale la scrittrice a lungo si è documentata nel tempo, conversando “oniricamente” – ma in modo costante e concreto – con l’uomo e l’artista, attraverso ricerche e letture di documenti inediti, saggi, cullata dagli avvenimenti sempre colorati che baciarono a lungo e e baciano quella Napoli di ieri e di oggi.
Porta vecchia, porta Capuana, il chiostro, gli affanni giovanili, le prime scritture con l’eleganza degli svolazzi, lo struggimento per le prime sconfitte di aspirante pittore.
Le pagine scorrono rapide con la vivace attenzione agli accadimenti e la sorprendete alternanza di lettere autografe.
Temperamento inquieto, insofferente alle convenzioni e animato da un'insaziabile curiosità intellettuale, nato a Napoli, mostrò precocemente una vocazione per la pittura, alla quale si accompagnava un'indole ribelle, incline all'avventura e poco disposta ad accettare le regole imposte dalla società. Nonostante le difficoltà economiche della famiglia, si dedicò allo studio dell'arte, frequentando ambienti artistici e cercando maestri capaci di guidarne il talento.
I suoi primi tentativi furono caratterizzati da una ricerca personale che lo allontanava progressivamente dai modelli più tradizionali. Attratto dalla natura selvaggia, dai paesaggi aspri, dalle rocce e dalle figure immerse in scenari drammatici, Rosa cominciò a delineare uno stile originale, nel quale il paesaggio diventava espressione di una sensibilità inquieta e quasi romantica, anticipatrice di gusti successivi. Le difficoltà della sua formazione lo spinsero a spostarsi e a cercare nuove opportunità, fino al soggiorno romano, dove poté confrontarsi con un ambiente culturale più vasto e competitivo.
Alla pittura affiancò presto la poesia, la satira e la riflessione filosofica, rivelando un'indipendenza di giudizio che lo rese celebre, ma gli procurò anche contrasti con gli ambienti accademici e con alcuni potenti del suo tempo. Le storie della sua giovinezza, talvolta arricchite dalla leggenda, restituiscono l'immagine di un artista insofferente alla disciplina convenzionale, pronto a difendere la propria libertà creativa. I capitoli, tutti con una data ben precisa, si accompagnano ad una lettera, molte delle quali per Giovan Battista Ricciardi. Si ricamano in colorati particolari di vita quotidiana e tessono con fervore il tempo audace e tempestoso dell’artista, che negli ultimi anni fu caratterizzato da una crescente maturità artistica e da un’intensa attività intellettuale. Dopo aver vissuto a Napoli, a Roma e a Firenze, egli si stabilì nuovamente a Roma, dove continuò a dedicarsi alla pittura, alla poesia e alla riflessione filosofica. Spirito indipendente e insofferente alle convenzioni, Rosa aveva sempre difeso con orgoglio la propria libertà creativa, opponendosi alle imposizioni del gusto dominante e alle rivalità degli ambienti artistici. La salute, tuttavia, cominciò a indebolirsi. Salvator Rosa morì a Roma il 15 marzo 1673, all’età di cinquantasette anni, lasciando incompiuti alcuni progetti e un patrimonio artistico che avrebbe esercitato una notevole influenza sulla sensibilità romantica dei secoli successivi. Con energico fascino la scrittrice scalpella la sua figura che rimane quella di un artista ribelle e anticonformista, capace di trasformare la propria insofferenza verso le regole in una nuova concezione della bellezza, nella quale il sublime, il dramma e la libertà dell’immaginazione occupano un posto centrale.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 20 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Atomo del nulla”
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La deforme immagine del vero, inutile strada,
cerca di colmare l’ultima data concessa
al mio serto d’alloro, proiettato in una fuga
quasi spericolata e vago arpione di salvezza.
Fuggo, anticonformista, peraltro l’antica sapienza
inchiodata al passato come parabola
la cui vera ragione schiva un ritrovamento.
Anche la frenesia dell’immaginario ripete
“aut stabis, aut lento pede deambulabis »,
corollario di quel raggio che indaga
un orizzonte di attese o una tensione in bilico.
Atomo del nulla nel nulla eterno,
ingrigito nel sudario del famoso aoristo.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA GRAZIA GALATA'

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Maria Grazia Galatà: “Orfani di meraviglia” Ed.Effigi – 2026 – pag. 92 - € 12,00
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“cadute tra luce e buio/ nel rimpianto/ di una via persa” = tre versi che potrebbero essere l’incipit di un itinerario variegato e intagliato che cerca di imporre una forza rigenerante. Sillaba dopo sillaba compaiono le “vivisezioni” di emozioni e vertigini, di illusioni e preghiere, di abbandoni e ripiegamenti, di sussurri e ascolti. Lo spazio che la poetessa occupa con il ritmo musicale del verso è lo spazio dell’infinito, un’ascesa verso la brace di un focolare sospeso tra il soffio dell’infinito e la realtà quotidiana.
Si apre in una dimensione di raccoglimento assoluto, là dove il silenzio precede persino la preghiera e diventa il luogo originario di una domanda. Il «punto interrogativo» che sorge da questa sospensione suggerisce l’inquietudine dell’uomo di fronte all’esistenza, il bisogno di interrogare ciò che sfugge alla ragione e alla certezza. Non è ancora una richiesta di risposte, ma il manifestarsi di un dubbio che abita la coscienza prima ancora che la parola possa esprimerlo.
Le notti, con la loro opera discreta e incessante, «cesellano parole»: l’immagine attribuisce al tempo notturno la funzione di un artefice silenzioso, capace di modellare pensieri e sensazioni nella dimensione dell’impercettibile. In questo spazio si incontrano la noia e il sonno, definiti «vicini invisibili», presenze che accompagnano l’uomo senza rivelarsi pienamente, quasi fossero manifestazioni di un vuoto interiore o di una stanchezza esistenziale. Tutto ciò che rimane nascosto, che non trova espressione immediata, alberga «tra questa luce sopraffatta»: una luminosità fragile, forse vinta dall’oscurità, ma non del tutto cancellata.
Il tempo, pur nella sua imprevedibilità, conserva la possibilità di un dono, di un’esperienza ancora da vivere o di una rivelazione improvvisa. Molti testi si distinguono per una scrittura rarefatta, nella quale prevalgono immagini allusive e accostamenti semantici capaci di suggerire più che di dichiarare. Efficace è soprattutto il contrasto tra la luce sopraffatta e il dono di un tempo ignoto, che mantiene aperta una possibilità di attesa. La poesia di Maria Grazia si sviluppa a tratti anche come una breve scena di assenza, nella quale il ricordo di una persona amata si affaccia improvvisamente alla coscienza, senza tuttavia trovare alcuna corrispondenza nella realtà. Così «mi sei venuta in mente», suggerisce un’apparizione interiore, un richiamo della memoria che sembra quasi prendere corpo attraverso la finestra aperta. Ma oltre la nebbia, che può essere interpretata come simbolo di una percezione incerta e confusa, la figura evocata non c’è. L’assenza dell’altro diventa così occasione per scoprire una disarmonia più radicale: non è soltanto venuta meno una presenza desiderata, ma sembra essersi dissolta la trama di significati che consentiva di abitare la realtà.
Ella affida dunque a immagini quotidiane e scarne una riflessione sulla solitudine, sulla memoria e sulla crisi del senso, lasciando che sia proprio l’incompiutezza a esprimere l’impossibilità di una risposta.
“adesso guardo in su ed è/ così lontano il tempo/ in cui non sono” lievi tocchi di immersioni filosofiche.
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ANTONIO SPAGNUOLO