ANTEPRIMA = CARLA MALERBA
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Carla Malerba : “Il tempio sulla collina” e altri racconti– Ed. Fara 2026 – pag. 64 n - € 14,00
Scrivere racconti è forse un privilegio della sintesi, la possibilità di offrire al lettore una visione rapida e complessiva di un’esperienza, di un sentimento, di un frammento di vita. Il racconto possiede il dono della concentrazione: in poche pagine può racchiudere un’intera esistenza, illuminare una contraddizione umana, restituire il significato di un incontro o fissare nella memoria un istante destinato a trasformarsi in rivelazione. La sua brevità non è necessariamente un limite, ma una scelta espressiva che esige precisione, essenzialità e capacità di suggerire. Ogni parola deve contribuire all’architettura del testo, ogni particolare può assumere un valore simbolico, ogni silenzio può diventare più eloquente di una lunga spiegazione. Non si tratta, tuttavia dal romanzo, soltanto di una differenza di lunghezza. Un racconto può essere intenso e profondo quanto un romanzo, così come un romanzo può perdere efficacia se si abbandona a digressioni inutili. La distinzione autentica riguarda soprattutto il modo di organizzare la materia narrativa: il racconto concentra, il romanzo dilata; il racconto suggerisce attraverso l’essenziale, il romanzo esplora attraverso la continuità.
Scrivere racconti significa accettare la sfida di dire molto con poco, affidando alla sensibilità del lettore il compito di completare ciò che la pagina lascia in sospeso. Il romanzo invita a soggiornare a lungo nel mondo della narrazione; il racconto, invece, può spalancare una porta e richiuderla subito dopo, lasciandoci tuttavia nell'animo una domanda, un turbamento, una verità. Ed è proprio questa capacità di prolungarsi interiormente ben oltre la propria ultima parola a fare del racconto una delle forme più preziose della letteratura.
Carla Malerba ci offre pagine molto agili e coinvolgenti, dalla scrittura lampeggiante e scorrevole, per un ricamo che si realizza da una fonte ricca del bagaglio culturale della scrittrice.
“Mentre saliva anche lei verso il tempio, vide uscire dalle acque di una piccola insenatura un giovane uomo dai capelli lunghi, fermati al disopra della nuca. Due bande inanellate gli scendevano sul petto. Fissava un punto lontano oltre la riva, le sembrava un enigmatico kuros moderno. Senza accorgersene adeguò il passo a quello del giovane che aveva preso a inerpicarsi sullo scosceso pendio che dalla riva portava sulla strada. Ora gli stava dietro e rallentava di proposito il passo mentre lui muoveva le lunghe gambe abbronzate e muscolose con ritmo cadenzato. Si accorse di essere sola con il ragazzo davanti a lei, non un turista, nessuno, ad eccezione di alcune pacifiche e aggraziate coturnici che pascolavano nelle zone ombrose presso i cespugli. Si disse che non doveva temere. Perché avrebbe dovuto rinunciare ad arrivare all’altura? Non aveva paura alcuna di quel giovane che andava verso il tempio e vi sarebbe arrivato senz’altro prima di lei. Lo vide infatti entrare nella cella, là dove venivano custoditi i simboli sacri del dio e in quell’istante un raggio obliquo di sole gli illuminò la capigliatura che rifulse, bionda com’era, di un bagliore repentino.” Un breve assaggio dalle prime pagine.
E nel racconto “Una storia veneziana”: "Non aveva relazioni clandestine da nascondergli. Con la scusa dell’incontro, della possibilità di un lavoro, si era procurata la possibilità di star sola in quella città così unica al mondo che avrebbe desiderato starci per sempre. Dalla stazione, appena quattro passi e c’era il suo albergo. Posizione comoda, ma perlopiù le stanze si affacciavano su calli strette e dalle finestre si vedevano solo altre finestre. Ma era un buon posto per stare da soli, con un giardino silenzioso in cui sostare con il tempo favorevole. Alla reception chiese la stessa stanza dove era stata altre volte. Fu fortunata, era libera e appena vi entrò saggiò la morbidezza del letto e si distese a fissare il soffitto per qualche minuto. Pensò in quell’istante che le storie nella vita si intrecciano da sole, come quando si scrive un romanzo: niente di prefabbricato, tutto nasce lì, alla tastiera. Anche la mattina in cui lo aveva conosciuto poteva benissimo essere l’inizio di un gran bel racconto.”
L’incontro con Dario, nato quasi per caso in un bar e sviluppatosi attraverso frequentazioni sempre più assidue, sembra offrire alla protagonista una possibilità concreta di ricominciare. La condivisione di interessi culturali, la scoperta dell’intimità fisica e il progetto di una convivenza delineano un rapporto autentico, capace di alleviare la solitudine e di restituire alla vita una dimensione di serenità. Eppure, nonostante la dolcezza di questa nuova relazione, qualcosa rimane irrisolto: il ricordo di quel breve idillio veneziano, tanto fugace quanto profondo, conserva un’intensità che nessuna esperienza successiva riesce a eguagliare.
Il ritorno a Venezia, dopo dieci anni, assume così il significato di un viaggio interiore, una ricerca della verità attraverso i luoghi che custodiscono la memoria. Le calli, i ponti e soprattutto il punto esatto in cui la donna aveva incontrato l'uomo diventano spazi evocativi, capaci di restituire gesti, parole e sensazioni rimasti impressi nel tempo. La protagonista rilegge retrospettivamente gli avvenimenti, riconoscendo nella reticenza e nella tristezza dell'uomo, al momento del distacco, segnali che allora non aveva saputo interpretare. Il desiderio di ritrovarlo non è soltanto nostalgia amorosa: è anche bisogno di comprendere, di dare una spiegazione a ciò che è rimasto sospeso. L'immagine finale degli occhiali che stanno per cadere richiama il primo incontro e trasforma un gesto quotidiano in una possibilità quasi magica di ricongiungimento. Il passato, dunque, non è semplicemente trascorso: continua a vivere nella coscienza, alimentando la speranza che una verità tardiva possa ancora restituire senso a quell'esperienza. Qui la delicatezza dell'indagine psicologica e per la capacità di intrecciare la dimensione sentimentale con quella della memoria. Venezia non è un semplice sfondo paesaggistico, ma diventa un luogo simbolico nel quale il tempo sembra arrestarsi e l'assenza acquistare una presenza quasi tangibile. Interessante è il contrasto tra Dario, figura di una possibile stabilità quotidiana, e l'uomo veneziano, che rimane invece legato a un'esperienza incompiuta e per questo idealizzata. La protagonista sembra cercare non soltanto una persona, ma anche la soluzione di un enigma che continua a condizionare il suo presente.
Sul piano stilistico, la narrazione è scorrevole e coinvolgente, anche se alcune spiegazioni psicologiche risultano esplicite e affidate maggiormente ai gesti, ai silenzi e alle immagini. Incisiva appare la scena conclusiva, nella quale la speranza prende forma attraverso una frase semplice, già pronunciata nel passato e ora attesa come una promessa. Il nucleo più suggestivo del brano è proprio l'idea che un incontro brevissimo possa lasciare una traccia più profonda di un rapporto duraturo, perché ciò che non è stato chiarito continua a sollecitare l'immaginazione e a chiedere, ostinatamente, una risposta.
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ANTONIO SPAGNUOLO








