sabato 7 novembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = PATRIZIA GNARRA

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Patrizia Gnarra: “La semina e l’attesa” - SCRIMM Edizioni – 2022 – pag. 40
Silloge tutta tesa verso il sussurro della parola. Parola scritta con personale sobrietà nel cadenzare il ritmo delle sillabe per ogni verso. Un ricamare sensazioni risvegliate, “Sazio è Amore/ mai/ della purezza dei vostri abbracci e sguardi” nella penombra timida e sensuale, nel porgere un’invocazione, “ È possibile che/ l’attesa sia preghiera / lungimirante / se nell’ora spettrale / v’è un attimo/ che dispera”, nel segnare un istante trascorso: “di un caro passato che riafferma/ battendo il pianto quel fanciullo / addormentato”. Cerca spazi una profonda matrice che sembra scavare negli archivi, immagini, pennellate, bozze, abbagli e fulminazioni, fra i cardini della memoria e le indelebili dimensioni del reale.
Una poesia, improvvisa tra le pagine, si apre con un richiamo alla tradizione cavalleresca dell'epica rinascimentale, evocando le figure di Orlando e Rinaldo, ma soprattutto contrapponendo alla follia amorosa del primo l'ardore ideale del secondo. Non sono dunque le imprese guerriere, né le contraddizioni dell'eroe innamorato, a costituire il centro del componimento, bensì un altro fuoco, una diversa energia che nasce dall'intreccio di un caro passato che riafferma il pianto quel fanciullo addormentatore e fedele. Rinaldo diventa così il simbolo di un'ispirazione capace di superare la dimensione dell'avventura per approdare a una sorta di nobiltà spirituale.
In questo scenario interviene il Cielo, attraverso Amore, definito significativamente «Dio capriccioso e ingeneroso»: una divinità ambigua, che sembra distribuire i propri doni senza seguire una giustizia comprensibile. Eppure proprio da questo volere nasce una creatura femminile straordinaria, un'immagine di perfezione che riunisce in sé la purezza di Eva e la sacralità di Maria. La giovane diviene «Rosa della vita, rosa bianca», emblema di una femminilità incontaminata, diversa dalle altre donne, forse troppo austere per accogliere la dolcezza di una maternità desiderata.
Patrizia comprende che non c’è mistero tra le immagini più intime di un’immersione e lo spazio sospeso nel dubbio di un nulla agguerrito- Ella gioca così tra il simbolo e il desiderio, tra la buona novella e la liberazione dagli incubi, tra il sogno e la diuturna rappresentazione del reale.
Qualche frase stemperata in musica affonda nella tensione tra memoria e rigenerazione, tra la speranza e la dissolvenza del tempo, dal riscatto al richiamo, divenendo così policromatico dialogo con il lettore.
“Essere un nugolo di primavere in una / infinita misura questa vita immagina / all’impertinente rispondo fiera: nessuna/ me stessa, come l’amante con la sua pagina.”
Una scrittura pulita e penetrante, tra i segreti della conoscenza e il mistero del sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 6 novembre 2026

POESIA = PATRIZIA GNARRA

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TRE POESIE DI PATRIZIA GNARRA
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Due poesie ( n. 6, n. 7) dalla raccolta "Atlantide" (Il leggìo, editore, Chioggia, marzo 2023):
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n.6
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Sulla pietra indifferente rinasco
intreccio tra ombra e luce di messi
mentre al varco lupi aspettano greggi
Per me risuona in petto certo l’ammanco
ma ogni tempo sia da noi benedetto
nel sacro mescere di sale e miele.
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n. 7
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Oh, estate,
che fredda ai sussulti rimani
di calde tempeste tropicali
di transiti feroci elefantini
ti prego, di finire il triste
tuo corso che Dio offende
di ciliegie rosse al morso, ti prego
son vicine le ore che lente
consegnano l’umano all’imperio
di cose mai viste.
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Dalla raccolta La semina e l’attesa ( Scrimm Edizioni, Catania, ottobre 2022):
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"Dov’è finita la vita?"
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Dov’è finita la vita?
Se non è distrazione non so
quando questa irride la morte
e lieve cancella il barcollare
della sorte greve
dove sta della creatura l’evoluzione?
Mi rispondo adagio allora:
forse ché ad altri promettere non posso.
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Parma, 06/11/2026
PATRIZIA GNARRA -

mercoledì 4 novembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIETRO LUCIANO BELCASTRO

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Pietro Luciano Belcastro: "E l'alba fu di nuovo chiara" - Ed. Armando Curcio - 2026 - pag. 66 - € 18,00
Silloge particolarmente elaborata, con incursioni tematiche variegate e una scrittura del tutto personale, incisa tra il tentennamento delle rime e lo scigliersi del verso libero, in fenomenologia di lampanti tracce.
Per scorrere con sensibilità complesse mi piace esaminare in particolare la poesia numero 35:
"Pur luce nelle buie ore ti fui un di,
quella che la notte segue
e al primo albore ancor riluce,
o quella che di giorno il cielo avvampa,
o ancora la notturna lampa;
assai e per lungi vagai nei tuoi pensieri
o donna mia, e quello mi dicevi,
ma erano solo parole
che il tempo reo oblia,
come ogni cosa che in terra posa.
Ma più mi strugge, di questo che fugge,
quell’infinito che allora si rivelò,
e che ora, pur dolce, è solo ricordanza.
O forse in questa,
qual nell’oscura forza
che a dir io sono sempre me stesso mi spinge,
pur se ormai ampi solchi il mio sembiante tinge,
s’asconde ben celata, la divina magia
onde non altrove ma in noi è la via?
Sulle scale dell’orto seduto
guardo le gocciole cadere giù,
mentre uno squarcio d’azzurro s’apre
sull’orizzonte lontano:
o donna mia forse non tutto è vano."
Si sviluppa come una meditazione sulla persistenza dell'amore oltre il trascorrere del tempo, quando la passione vissuta si trasforma in memoria e la memoria, a sua volta, diventa interrogazione sull'esistenza. L'incipit, «Pur luce nelle buie ore ti fui un dì», introduce una dichiarazione affettiva nella quale il poeta si riconosce come presenza luminosa nella vita della donna amata: una luce capace di accompagnare la notte, di precedere l'alba, di avvampare nel cielo diurno. Le diverse immagini luminose suggeriscono la totalità di un sentimento che ha cercato di abitare ogni spazio del pensiero e dell'esperienza amorosa. Ma il tempo, definito significativamente «reo», interviene a cancellare le parole, a disperdere le promesse, a trasformare ciò che sembrava eterno in una fragile «ricordanza». Non è tuttavia la perdita in sé a provocare il dolore più profondo: ciò che maggiormente strugge è la consapevolezza di aver conosciuto, in quell'amore, una dimensione d'infinito, una rivelazione che continua a interrogare il presente. Da qui nasce il passaggio dalla nostalgia alla ricerca metafisica. Il poeta si domanda se la forza che ancora lo sostiene, nonostante i solchi impressi dall'età sul volto, non custodisca una «divina magia», una verità che non va cercata altrove, ma dentro l'essere umano. L'identità personale diventa così resistenza alla dissoluzione, affermazione di una continuità interiore che il tempo biologico non riesce completamente a scalfire.
La conclusione riconduce questa inquietudine ad una scena quotidiana e raccolta: il poeta è seduto sulle scale dell'orto, osserva le gocciole cadere e, mentre uno squarcio d'azzurro si apre sull'orizzonte, ritrova una possibilità di speranza. La natura offre un'immagine di rigenerazione: anche dopo la pioggia, il cielo può riaprirsi alla luce. L'ultimo verso, «o donna mia forse non tutto è vano», assume allora il valore di una sommessa dichiarazione di fiducia. L'amore non è più necessariamente presenza fisica, ma sopravvive come esperienza interiore, capace di restituire significato all'esistenza. Il poeta possiede un andamento elegiaco e meditativo, sostenuto da un lessico che intreccia memoria amorosa, riflessione sul tempo e tensione spirituale. Particolarmente efficace è il contrasto fra l'ampiezza delle immagini cosmiche della prima parte e la semplicità domestica della scena conclusiva. La luce, ricorrente elemento simbolico, diventa il filo conduttore dell'intera composizione, fino allo squarcio d'azzurro che restituisce una possibilità di salvezza. Qualche passaggio, soprattutto nella sezione interrogativa sulla «divina magia», risulta concettualmente più denso e potrebbe giovarsi di una maggiore essenzialità espressiva. Ma è proprio nella conclusione, dove il pensiero si ricompone in un'immagine concreta e in una confessione delicata, che la poesia raggiunge la sua più autentica intensità emotiva.
Per Pietro Luciano Belcastro la scrittura diventa palpabile, con un certo equilibrio che ondeggia tra il sussurrato ed il dichiarato, in frammenti temporali che appartengono all'oggi e alla memoria in un solo tratto. La parola,infine diviene strumento di analisi di se stesso, fra dimensioni interiori che giocano al rimpiattino.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 3 novembre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Sillabe”
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Galaverna per membra non più rosee,
indefinibile misura tagliente come notte,
già tarda, allor che i segreti colpiscono
le sponde condivise alle vettovaglie quotidiane.
Secondo il tremore sopito nel consenso del linguaggio
ogni misura è inquieta periferia che con l’ebbrezza
cancella il colpo della monotonia.
Fogliami irrigiditi ingannano questo sontuoso ottobre,
denso per il fumo rubino del cervello
e del veleno forse di qualche umore frantumato.
Intorno il divenire cede ai minuti,
secondario interprete di noi stessi in sillabe.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia a Roccaraso"
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Treno, ferrovia locale dalla
neve leggera nel candore dell’
anima di ragazza Alessia.
Materico incantesimo nel freddo
per resurrezioni ad ogni passo.
Pensa Alessia a Roccaraso
a Giovanni che la raggiungerà
stasera e all’amore all’Hotel
Paradiso, stanza 8. Attimi nivei
e sorride Alessia e sul vetro
appannato della camera scrive
Giovanni per sempre.
A proteggerla una conca
di tramonto e così esiste
Alessia.
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Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA

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“Sinestesia in divenire” di Adriana Mastropasqua (La Valle del Tempo, 2026 Collana Frontiere della poesia contemporanea pp. 56 € 12.00), con la prefazione di Antonio Spagnuolo, contiene la chiave di lettura della poesia in un contesto sensoriale e percettivo, lungo l'accesso cognitivo e identitario dei versi. Adriana Mastropasqua associa la stimolazione dei ricordi in una fusione elegiaca, in cui l'abilità creativa e poetica connette la necessità di trasmettere il confine della memoria nel passaggio esistenziale e appassionato della vita. L'impiego stilistico dell'artificio linguistico, la figura retorica sinestesia (dal greco syn insieme e aisthánomai percepisco), permette ai testi di ritrovare il senso originario ed etimologico delle emozioni, la complessità e il disorientamento delle vicende umane, di ricalcare le immagini incisive e seducenti di un vissuto che accoglie, nell'essenzialità e nell'acutezza del tocco artistico, l'intimità autentica del sentire. L'autrice assimila i colori e i sapori delle proprie radici, interiorizza il filo di continuità di una geografia lirica distesa lungo il territorio dell'anima e degli affetti più cari, attraversa ogni accenno del cuore in un cammino deciso e vitale di mutamento, di consapevolezza, di confronto con la continua evoluzione interiore. La poesia di Adriana Mastropasqua rappresenta una risorsa sensibile che intreccia il filo conduttore delle sensazioni con un rigore fenomenico legato alla comprensione intuitiva del mondo e delle sue compiute verità. Traduce la cifra empatica delle esperienze dirigendole verso una conoscenza della quotidianità e delle cose in una costante disposizione di fluttuazione, dove i confini tra i sentimenti si confondono, offre una corrispondenza profonda e affascinante con i luoghi evocativi. L'unicità di ogni reazione emozionale segna il limite con la direzione dell' appartenenza, dirige il significato intimo del coinvolgimento e identifica il tratto della coscienza come strumento rivelativo della poesia. “Sinestesia in divenire” accoglie la sostanza dell'essere, come ontologia in perenne oscillazione sulla materia mobile dello spirito, rappresentazione di un universo privato che estende la dialettica estetica ed etica di una visione influenzata dal flusso enigmatico e variabile delle parole. Sottolinea come l'esigenza di intraprendere una riflessione sull'ammissione e l'intendimento di una disposizione interiore, legata ai rapporti interpersonali, si plasma attraverso l'incontro e la condivisione con l'altro, in un incrocio magnetico, fluente, nell'incessante svolgimento di un percorso ispirato e intenso. Adriana Mastropasqua concentra la superficie dei suoi versi nell'asse commemorativo di dettagli familiari, indizi romantici, nella cornice estatica di un tempo che afferra l'incarnazione allusiva della caducità e dell'illusorietà nel cuore e ne rende la consistenza sinestetica, il corrispettivo letterario in cui la poesia mantiene, nella soglia dell'infinito, la sua prospettiva in divenire. Approfondisce il profilo speculativo e intellettuale di una allegoria dell'arte, laddove l'immaginario è metafora e dimensione simbolica dell'espressione umana, la vulnerabilità e la resistenza sono specchio della natura vivente tra espansione e contrazione, sperimenta l'intesa suggestiva della permanenza di un pensiero che aleggia sulla sacralità mitologica e sulla coincidenza intangibile del reale, in cui le idee, i dolori, le speranze, lo smarrimento e il riscatto si fondono insieme, respingendo l'isolamento e la solitudine, allargando le inesplorate possibilità degli orizzonti.
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Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti
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Testi scelti
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"Appunti"
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Davanti alla finestra
aperta sull'orizzonte,
l'inchiostro disegna orme
a un passo dall'infinito.
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"Bianco perla, anno zero"
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Niente scorciatoie
“Fare rifornimento di cesoie”.
Camminare a piedi scalzi
niente vicoli,
nessuna scappatoia.
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Un solo indirizzo,
una sola strada.
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Imparare a galleggiare.
Respirare
e lasciarsi andare.
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"Capo Miseno"
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Pizia,
vento di lapislazzuli
avanza sulla cresta dell'onda.
Pungente brezza marina
s'infrange sulla scogliera:
È schiuma riarsa.
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"Costiera Sorrentina"
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Attendo, Vostra Grazia.
Attendo, con minuziosa meticolosità
di riempire di polpa il palato
sgranocchiare coi denti
fino all'ultimo granello di granita.
E dissetare la mente,
mirando e ri-mirando
il limite tra terra e mare.
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"Meriggi di festa"
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Ferragosto,
sullo sdraio il sole
ride alto,
mentre la brace
applaude alla vita.
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"Voto"
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Per le strade del Duomo
risalgo tra la ressa
rifuggo etichette
risparmio energie
persuasa dalla vastità
della parola.
Per sua Santissima Libertà.
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lunedì 2 novembre 2026

INTERVENTO = CARLA MALERBA

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Un excursus policromatico attraverso ultima poesia
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"TEMI E POETICA NELLA PRODUZIONE DI ANTONIO SPAGNUOLO"
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Lettura di Carla Malerba
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E’ in distribuzione dal mese di giugno 2026 il nuovissimo volume “Levigare il finale”- edito da "La valle del tempo" - con il quale Antonio Spagnuolo festeggia il suo novantacinquesimo compleanno, aggiungendo un tocco particolare per la sua poesia. Quasi a voler lenire la corrosione degli anni, ormai giunti ad un traguardo imbarazzante, il poeta cerca ancora una volta di amalgamare lo scandire delle ore nell’impasto avvolgente dei versi, tentando di sopravvivere tra lo sciogliersi ritmato delle sillabe.
Offre una vertiginosa partecipazione il componimento “Cenere”: "Sento perfettamente il rigore della morte che mi blocca,/ chimicamente innamorato abbandono le energie / giorno per giorno anche sognando./ Lo so! / Non potrò vedere la mia carne disfarsi lentamente/ e non potrò contare le ossa levigate, segretamente,/ supplicando un tortuoso legame alle giunture/ nel dondolante rintocco degli squilli./ Tutto è sospeso nel simbolo bruciato/ dal solito verso indescrivibile./ Quel poeta che mi punzecchia contro/ trascinando a ritroso la piaga infetta dell'invidia/ stupirà nel vedere la mia ultima sfera/ con i nastri di porpora avvolta nell'eterno."
Si sviluppa come una meditazione intensa e lucida sulla morte, percepita non come evento lontano ma come presenza concreta che accompagna il vivere quotidiano. L'incipit introduce subito una dimensione di consapevolezza assoluta: la morte non è un'astrazione filosofica, bensì una forza che limita, condiziona e rende fragile ogni slancio vitale. Tuttavia, accanto a questa percezione emerge il paradosso di un soggetto «chimicamente innamorato», ancora legato ai desideri e alle passioni della vita. L'amore e la morte si intrecciano così in una tensione continua, mentre le energie si consumano lentamente «giorno per giorno anche sognando».
Il poeta contempla l'impossibilità di assistere alla propria dissoluzione fisica. L'immagine della carne che si disfa e delle ossa levigate introduce un realismo quasi anatomico, ma immediatamente trasfigurato in una dimensione simbolica. Le giunture che supplicano un legame evocano il desiderio umano di permanenza, il bisogno di trattenere ciò che inevitabilmente tende alla disgregazione. Gli «squilli» e il loro «dondolante rintocco» suggeriscono una liturgia funebre, un richiamo che accompagna il passaggio verso l'ignoto.
Particolarmente significativa è la figura del poeta-rivale che «punzecchia» il soggetto lirico. Qui affiora una riflessione sulla vanità, sull'invidia e sulle competizioni letterarie che continuano ad agitare gli uomini (particolarmente in questi ultimi decenni) anche davanti all'evidenza della fine. La morte diviene allora il momento della rivelazione definitiva: ogni rivalità perde significato e persino l'avversario resterà stupito davanti all'«ultima sfera», immagine enigmatica che sembra rappresentare il compimento dell'esistenza, avvolto nei «nastri di porpora» dell'eternità. Il finale lascia aperta una prospettiva di trascendenza, in cui la fine biologica si converte in una forma di permanenza spirituale e poetica.
Una fusione di registri diversi: il dato corporeo e anatomico convive con una forte tensione simbolica e metafisica. Il linguaggio, ricco di immagini visionarie e di accostamenti inattesi, costruisce un'atmosfera di inquietudine esistenziale che trova equilibrio nella riflessione sul destino umano. La presenza della metapoesia, attraverso il riferimento al poeta rivale, aggiunge una dimensione autocritica che arricchisce il discorso sulla morte, trasformandolo anche in una meditazione sul senso dell'arte e della memoria. La chiusa, volutamente enigmatica, conferisce al componimento una suggestiva apertura interpretativa.
La rilevante produzione di Antonio Spagnuolo, oggi tra i grandi poeti viventi italiani, è testimonianza di un estro poetico che si alimenta di temi disparati: amore, meditazione esistenziale, dolore della perdita, celebrazione della bellezza e della gioia, rievocazione del ricordo. Ad essi si aggiungono elementi paesaggistici e cromatici di grande effetto.
Leggere le sue sillogi mi induce a soffermarmi su questa sua capacità di diversificare il linguaggio, di rispettare la musicalità del verso, di commuovere senza voler commuovere, il tutto legato a un concetto di amore che rimane oltre il tempo, anche se non più tangibile. Non c’è titolo di un suo libro che non richiami l’immagine di Elena, amore di una vita, passione della gioventù e dell’età matura, senile rimpianto, sua accorata solitudine.
Tra le sue raccolte mi piace menzionare qui, tra le altre, “Ricami dalle frane”, titolo significativamente ossimorico nell’assegnare ai sostantivi “ricami” e “frane” la potente, immaginifica visione di due momenti esistenziali in opposizione tra loro: il trionfo dell’amore e l’avvento della morte.
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"Incorreggibile destrezza degli anni
l’intreccio della fiaba e del timore,
se madreperla a merletti ricamava
l’impertinente speranza delle labbra
La poesia iniziale che apre la raccolta rievocando l’amore di Catullo per Lesbia, attraverso reminiscenze classiche e il ritmo della versificazione produce suggestioni e armonie liriche notevoli.
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"E ancora baci!
Ancora più di mille,
se l’apostrofo rosa ha le vertigini
tra le parole t’amo.
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Un’altra silloge che si impone per i suoi temi e per la delicatezza con cui Spagnuolo sfiora le tematiche amorose è “Futili arpeggi”. La raccolta si apre con una riflessione dell’autore sul fare poetico e sul processo che precede la stesura della poesia e si delinea poi come ritmo eleggendo spesso nelle sue composizioni l’endecasillabo, il verso che meglio si confà alla narrazione in versi nella nostra tradizione letteraria.
Senza voler scovare vocaboli altisonanti ci basterà iniziare col dire che la poesia è principalmente musica, ritmo che specialmente con l’endecasillabo ritorna nel segno che la penna incide, Ma questa musica vien fuori da quel mistero che tutti noi conserviamo nel nostro sub conscio, nel luogo segreto del pensiero, che avviluppa le nostre circonvoluzioni cerebrali e diviene canto (Cos’è la poesia? - Antonio Spagnuolo "Futili arpeggi" pag.7)
Altra caratteristica presente nella produzione poetica di Spagnuolo è il tema memoriale, una costante che si intreccia con svariati altri temi; con essa il poeta intende affidare alla poesia il compito di richiamare le immagini del passato grazie alle numerose sollecitazioni che attinge dal presente.
Così il tema del ricordo, diviene asse portante di una ispirazione rivolta all’interiorità di un tempo che risplende nei versi, vivo e presente come non mai.
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"È giunto il tempo di chiudere i conteggi/ e affido il mio bagaglio di poeta All’illusione dell’eternità. /Futili arpeggi dunque, i versi, la poesia, l’amore? No, se ancora si affacciano/ tracce di gemme e di immortalità."
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E ancora amore, paesaggio e cromatismo connotano i suoi versi di note, cadenze ed effetti del tutto particolari.
"Anche la luna riflette le illusioni/ che la notte prepara tra le onde/mentre luccica il ventre tuo nel mare/tra sorrisi e perle luminose." (Dissolvenze e sussurri, 2025)
Ecco, la poesia è danza di parole e immagini, è sospiro e canto, fiaba e accadimento.

"Il preludio sorprende ogni verso,
rincorrendo i colori di un arcobaleno
tra le note del tramonto: illusione di fuochi
che tra i piedi e le mani avemmo in abbandoni.
Le tue braccia una fiaba senza fine,
una fiaba incisa tra le mura, ogni mattina,
che poteva squarciare l’attesa
nelle armonie dei silenzi.
Il raggio del respiro era negli occhi,
nelle palpebre appena socchiuse dal risveglio,
inquiete o illuse di stanare nuove immagini.
Grido sul foglio gli abbandoni del tuo corpo
ora che solo un lamento mi risveglia."
-
(“Fiaba” in “Svestire le memorie,2019)
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CARLA MALERBA