sabato 18 luglio 2026

RIVISTA = IL FOGLIO LETTERARIO

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– Numero speciale dedicato all’Empatismo.
Il fascicolo è interamente dedicato alla teoria dell’Empatismo che Menotti Lerro va proponendo, nei suoi vari aspetti ormai universali, da anni con intelligente alacrità-
In apertura Francesco D'Episcopo scrive: “Nel panorama culturale contemporaneo italiano ed europeo emergono raramente figure capaci di coniugare in modo organico ricerca accademica, produzione artistica, progettazione territoriale e costruzione di movimenti culturali. La vicenda intellettuale di Menotti Lerro si distingue proprio per il tentativo di integrare tali dimensioni in un’unica visione, culminata nella fondazione del Movimento Empatico Internazionale nel 2020 e nella realizzazione di un articolato sistema culturale radicato nel Cilento ma proiettato verso una dimensione globale. L’intero percorso può essere sintetizzato attraverso sei pilastri fondamentali che costituiscono le coordinate essenziali della sua opera: gli alti studi accademici, la grande prolificità artistica, il Premio Internazionale Cilento Poesia, il Centro Contemporaneo delle Arti, la Piramide Culturale del Cilento e il Movimento Empatico Internazionale. Tali elementi non rappresentano semplicemente attività parallele, bensì parti interconnesse di un medesimo progetto culturale.”
Il 2020 segna un momento epocale di svolta determinando la fine del post modernismo e la nascita del nuovo movimento post-post-modernista. L'innovazione che il movimento empatico sta determinando con grande lungimiranza e forza culturale da anni segna una sua strada ben precisa e cerca luminosità policromatica nella scrittura di qesto secolo. Numerosi gli interventi programmatici e gli articoli presenti in queste pagine, tutti a firma di pregevoli autori.
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A. S.

DIBATTITO = SPERIMENTALISMO OGGI

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Il blog "Poetrydream" da oltre venti anni si propone come palestra della poesia contemporanea ed al momento è visitato quotidianamente da più di mille ingressi provenienti da tutto il mondo.
Apre ora un dibattito sulle risultanze e realizzazioni dei vari gruppi di sperimentalismo attualmente in lizza. Dalla poesia postuma allo slam, dalla patafisica all'empatismo, dalla chicken poetry allo spoken word, dalla cyber poesia alla poesia algoritmica, eccetera. - Quali sono le aspettative future o nell'immediato? E quali gli accostamenti o i contrasti con la poesia classicheggiante, che dura? Inviare gli elaborati in allegato email (formato word) alla casella : spagnuoloantonio@hotmail.com ==

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Spettro”
Non combattere contro gli oscuri terrori
per la momentanea fuga delle seduzioni,
dal fantasma che trasforma le immersioni
attorno all’ambiguità dell’anima che tenta
di liberarsi dalle onde maligne dei ricordi.
Niente potrà sconfiggere la greve incongruenza
delle variazioni e degli esili:
un costante ripiegamento diventerà occasione
nascosta nell’immaginario spettro
che si aggira irrisolto
come filtro inquietante delle apparizioni
della eterna illusione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 17 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MICHAEL MICCI

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Michael Micci: “Epica dell’abbandono” – Ed. RP – 2026 – pag. 76 - € 10,00
Una scrittura elegantemente pulita distingue in maniera limpida le poesie di questa silloge di esordio, una scrittura che si ammira per la sua fulminea semplicità del dire.
Tento dal "panorama" di estrapolare una poesia a caso.
“Febbre altissima,
corona di spine:
ti parlo nel sonno
come fossi ancora qui.
Ma il risveglio è buio
e rivoli rossi
mi serrano gli occhi
un tempo aperti
sulla tua schiena bianca.
Amore di Schrodinger:
il virus ti uccide e ti resuscita
mi uccide e mi resuscita.
E non so più se fuori dalla stanza
mi attendono i vivi
oppure i morti
riuniti in silenzioso parlamento.”
Poesia che si muove in uno spazio di confine, dove la febbre non è soltanto una condizione fisica, ma diventa il simbolo di uno stato liminale in cui realtà, sogno e memoria si sovrappongono senza più distinguersi. L'incipit, "Febbre altissima, / corona di spine", richiama immediatamente una dimensione di sofferenza quasi sacrale: la malattia assume i contorni di una passione, di un dolore che trasfigura il corpo e lo spirito. Il dialogo con l'assenza è il nucleo emotivo della lirica. L'io poetico continua a parlare all'amato nel sonno, come se la morte o la lontananza non avessero ancora reciso il legame. Il risveglio, tuttavia, dissolve l'illusione e introduce un'immagine di forte impatto: il buio e i "rivoli rossi" che serrano gli occhi evocano insieme la sofferenza fisica, l'emorragia del ricordo e la difficoltà di continuare a vedere il mondo con lo stesso sguardo di un tempo. Il ricordo della "schiena bianca" rappresenta allora l'ultimo frammento di una corporeità amata, luminosa, ormai affidata soltanto alla memoria.
Particolarmente efficace è la metafora dell'"Amore di Schrödinger", che trasporta nel linguaggio poetico il celebre paradosso della fisica quantistica. L'amore, come il gatto di Schrödinger, esiste contemporaneamente nella vita e nella morte: il virus uccide e resuscita, annienta e restituisce, mantenendo il sentimento in una condizione di perpetua sospensione. Non vi è una verità definitiva, ma una coesistenza di stati opposti che riflette l'esperienza traumatica della perdita e dell'epidemia.
Il finale amplia la vicenda individuale a una dimensione universale. La stanza non è più soltanto un luogo domestico, ma una soglia metafisica oltre la quale non è possibile distinguere i vivi dai morti. Quel "silenzioso parlamento" riunisce entrambi in una comunità indistinta, suggerendo che il dolore ha cancellato ogni certezza ontologica. Il silenzio conclusivo non rappresenta un vuoto, bensì una forma di meditazione estrema sulla precarietà dell'esistenza e sulla persistenza dell'amore oltre i limiti della vita.
Così tutta la raccolta si distingue per l'intensità emotiva e per la capacità di fondere registri diversi: il linguaggio della sofferenza cristologica, quello scientifico e quello elegiaco convivono in un equilibrio originale. Le immagini sono essenziali ma incisive, e il ritmo spezzato accompagna efficacemente l'affanno della coscienza. Una personale ricerca nei meandri del nostro sub conscio tra “la noia dei fiori non ancora recisi” e le ingiustizie di “un Putin che invade l’Ucraina”, tra “l’epica che aspira ad una tela” e “le parole d’amore in lingue diverse”.
Il poeta conserva una notevole forza evocativa e restituisce con autenticità l'esperienza della perdita, trasformando la memoria amorosa in una riflessione universale sul confine sottile tra la vita e la morte, stemperando il pensiero in promesse accattivanti, ricercando i riflessi in un “silenzio che allontani la paura”.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIANNA COLAFATI

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"L'urlo del bianco"
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Perché non prendo forma?
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Quel bosco,
quella strada,
quella stretta opprimente.
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Li sento ridere.
Si prendono gioco di me.
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Le montagne, il mare, il dolore:
tutto ha forma.
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È bianca la mia superficie muta,
ma sotto la pelle di calce
bruciano un rosso senza nome
e un blu da poterci annegare.
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Nel vuoto rispecchio la mia cecità,
e l’aria intorno urla.
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"Il cemento non respira"
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Massa densa di grigio
offusca la mente.
Annego nel rombo assordante.
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Buchi dentro,
schegge
nel vuoto lasciato dal verde.
Cling, clang.
-
Ma tutto è troppo immobile,
anche in questo vortice.
Neanche il cemento respira.
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Solo un filo d'erba in quella crepa.
Spinge.
Il manto si sgretola
e tace.
-
Sola,
attende un goccio di pioggia.
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"Flusso"
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Tutto passa e lascia il segno,
come acqua che scava la roccia
senza chiedere permesso.
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Attriti, chilometri,
deviazioni di traiettoria e cadute.
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Ogni cicatrice sul fondale
non è una fine.
E’ il flusso
di ciò che siamo stati.
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MARIANNA COLAFATI

lunedì 13 luglio 2026

POESIA = CAROLINA ANNA FALBO

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"Ballata sull’esiguo"

Impalcare lo stile
è ballata sull’esiguo.
Il nerbo dell’idea e il fiacco sillabario
non compongono quel vento
lontano dell’amore.
La ballata è un’idea del broccato del passato,
quando stavo nel giardino
del viavai delle signore.
Zie e cugine in patrilinea
a darmi un rammendo,
per operare la sutura tra visione e sentimento.
La sutura sull’esiguo
è tenzone d’utopia.
C’era un sogno sul davanti di un immobile castello:
rocce rosse, spiazzo a terra.
Il maglione resta zitto
sul tamburo del diaframma
e mi avvedo che non mi inganno
a guardarti respirare,
nell’esiguo del momento.
La ballata sull’esiguo è il dolore del petto.
Linea retta e poi linee troppo gonfie,
e la snella mia sorella non aveva quella flemma.
Non mangiava mai ad esempio i dolcetti a colazione.
Fragrante passe-partout.
La ballata sull’esiguo è la bimba in filastrocca.
Lei mi sgrana un occhio osceno.
Io le conto la vergogna
e un frollino di silenzio.
Il cortile è a soqquadro per una fuga di ventre.
Fragrante Parma,
sola, nell’atrio rinsecchito
di uomini e di donne di granito.
L’odore del ragù
Esacerba un bruttamore.
Un tumore di memoria
nel paese di mio padre
ti riporta al punto duro da cui muove la radice
dove muore la radice.
Il quartiere danza.
Il ventre è di bambino.
Ed io allungo il dito
nel punto del tuo occhio.
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"Ho finito per farmi bastare"
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Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, o i vizi capitali
che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole -nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale.
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.
Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che smarcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole…
non ci sono più.
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"Antifrasi"
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L’ha visto indicato col dito,
senza libretto delle istruzioni,
il dito diceva se premi distruggi,
se permuti scambi,
cambi il vessillo, diventa vassallo,
e non vuol diventare vassallo un vento del nord,
la sintesi tesa,
un fischio di assente burrasca.
La misericordiosa grandezza,
in materia di carne,
doveva essere congrega di fronte,
principio gridato,
voce pensante di un pensiero appartato,
incessante.
Un senso di eterno,
di incerto plotone,
esecuzione tarlata,
perfetta lentezza,
linguaggio che coglie preciso il non nome, che non nomina nome
e si vuole eterno ed eterno lo è, nel dimenticare
ogni altruistico dare
a sola frazione
di falso esemplare.
Emenda l’ammenda, dimentica il conto,
lo prende in un altro tradotto fonema, non traduce l’acconto.
Dimentica sé, si emenda scordando,
s’accorda veloce,
mi lascia interdetta perché non ha mèta, e coglie preciso
il senso deriso di me che mi salva,
mi salva e non so se voglia o se lasci,
a quale principio di semplice sponda,
offra ogni ragguaglio
per scordare l’imbroglio.
Lo amo e lo sento è l’imbrunire del senso,
nello spiazzo angolare di campo di rete
aspettando la finta finzione,
le vie di salvezza.
Ma ecco il mio avere, l’avere l’orgoglio reciso,
la rosa ferita materna
della condanna del vivere
senza l’abbraccio
che impersona te, che così tanto persona non sei
ma forma d’immenso.
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CAROLINA ANNA FALBO

lunedì 6 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI =CARMELA POLITI CENERE

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Carmela Politi Cenere: “Nel giardino segreto danzano i Sakura” - Ed. Homo scrivens – 2026 – pag. 176 – € 16,00
Scrittura piana e scorrevole con la quale l’autrice cesella personaggi ed ambienti, e con la precisione e la luminosità di chi sa ben adoperare lo scalpello.
Dai cromatici ricordi di un Giappone, vissuto con fervore, ai volteggi dei Quartieri Spagnoli di Napoli la gioventù e il matrimonio di Rosaria si avvolgono deliziosamente come “una gemma di sakura portata via dal vento di primavera”. Ed anche dopo la imprevista morte del marito il tocco magico di uno scrupoloso rigore di speranze ed energia vitale accompagnano le vicissitudini che vertiginosamente le pareti domestiche offrono alla quotidianità. Il termine giapponese sakura indica il fiore di ciliegio. Nella cultura nipponica incarna la bellezza effimera e la transitorietà della vita, poiché la sua fioritura dura solo una o due settimane.
Così le generazioni che si alternano in questo lungo racconto lasciano il loro segno anche quando le assenze possono essere momentanee. “La casa appariva silenziosa, le camere prive di sorriso, le tende non si muovevano più perché anche il vento indugiava, si tratteneva di fronte a quella intimità muta, discreta e, pensando di volarla, rimaneva sulla soglia, timoroso di varcarla.”
Puntuali gli avvenimenti si affacciano senza tregua, dalla dipartita dei genitori alle vicissitudini del Covid, e per esso l’impegno professionale di Roberto, il marito sempre caldo e affettuoso, le vaccinazioni obbligatorie dopo la scoperta del vaccino sperimentale, e ancora le difficoltà per l’improvvisa patologia proprio del dottor Roberto.
Stemperata con elegante saggezza la narrazione si avvale di un tessuto culturale di notevole spessore, e le varie e articolate notizie, tra le affermazioni dei sentimenti e l’avvilupparsi del fato, si offrono con una tecnica descrittiva di particolare perizia.
Carmela Politi Cenere con delicati e suggestivi sussurri affonda tra le difficolta del messaggio e scuce da par suo l’omogenea indivisibile costellazione psichica del multidimensionale. Una compenetrazione empatica con il dispiegamento di una filosofia di vita, tra rivelazione della realtà e magia di sintesi del sognatore. Ella cerca di plasmare, e recita una vita della protagonista “capace di costituire un monito per tutte le donne che, per la loro stabilità dovrebbero lottare senza mai arrendersi di fronte ad uno sguardo ammaliatore, sperare di un futuro di magica traboccante luce anche nei momenti bui.”
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ANTONIO SPAGNUOLO