SEGNALAZIONE VOLUMI = EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI
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EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI, Epiloghi, Interno Poesia Editore, Borgoricco (PD) 2025
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La prima sezione che ha per titolo Al riparo dal vento maestrale presenta due grandi temi cari al poeta: quello della poesia e del suo percorso nel tempo fino all’affermazione che solo apparentemente segna l’epilogo della sua vicenda poetica e infine l’amore fatto di ricordi e di rimpianti, di scelte sbagliate ma di una presenza costante nel corso della vita.
Ed è proprio nel testo che apre la raccolta, intitolato Sulla poesia, che l’Autore dichiara che il lavoro del poeta è simile a quello di chi pota un albero: una volta eliminati i rami secchi, la poesia si farà strada raggiungendo quell’essenzialità che richiede un esercizio costante e una capacità di cogliere la sua presenza «anche nelle ombre in rilievo tra le pietre / del muro». Ma occorre anche – dice Evaristo – eliminare quel contorno «posticcio / e salottiero» che caratterizza oggi tanta poesia perché «meglio la scarna povertà delle parole / di questo vuoto della vanità».
Ci sono momenti – e il poeta lo sa bene – in cui la voce della poesia sembra vacillare e ciò genera il senso di essere giunti a un approdo, a «quel bilancio finale» che porta alla chiusura. Ma ecco che la poesia intitolata Ammissioni si apre con un melodico canto «Cara poesia che sai di chiostro, / di muschio e di fiorita di sambuco, / ormai suono stridente delle ruote / di carri incatenati al giogo di buoi / stanchi: taci e non brilli più» per chiudersi poi con il senso di una perdita che sembra definitiva. D’improvviso, però, l’imprevedibile accade e la poesia torna a far sentire la sua voce «e già i versi / come fili d’erba si preparano a fiorire». Così passo su passo, il poeta attraverserà il guado di questo torrente tumultuoso che gli si è aperto davanti e potrà ritrovare il suo ritmo e il canto che gli è congeniale.
E con la poesia tornano i ricordi di un amore intensamente vissuto, sognato, rimpianto, le cui tracce «indicano percorsi misteriosi / che portano alla fonte della vita / oppure all’antro della perdizione».
E nonostante il tempo abbia segnato il volto del poeta, i suoi occhi pur se “vecchi e stanchi” mantengono la purezza di un tempo e giocano con la pazzia di ritrovate parole d’amore.
E nella poesia che chiude questa prima sezione Evaristo ammette che, nonostante gli sforzi fatti per chiudere questo capitolo, “quel pungolo rovente” «Si è spostato – dice – in ogni punto / della mente, per buona parte / della mia vita, …» (Tentativi) e torna, nonostante l’assenza, a illuminare con il suo “fascio di luce” l’attesa della notte.
Così al riparo dal maestrale si apre lentamente la strada che porta alla vita, a quel quotidiano che è fatto di amore per la terra, per gli amici, per le persone care con le quali il poeta divide saggezza e umiltà come si legge nella seconda sezione che ha per titolo Le stelle non sono lì per caso.
Le stelle guardano dall’alto questa terra e con la loro luce danno un volto e un nome alla natura e agli esseri viventi che la abitano. Campagna, la poesia che apre questa seconda sezione, ci mostra l’ulivo caro al poeta in una visione antropomorfica che esalta il rapporto intimo esistente fra l’uomo e la Natura: «Parlano e pregano gli olivi, forse / solamente tacciono nell’ascolto / dello scorrere del tempo,» indifferenti all’alternarsi del giorno e della notte e all’esistenza stessa dell’uomo. Dalla visione della campagna umbra tanto cara al poeta emergono così i volti delle persone che hanno fatto parte del suo vissuto, ricordo di uomini come Gianni che «raccoglie ghiande per i maiali» o come Enne il vecchio amico con il quale il poeta parla «della vita, della sorte, / del non si sa da cosa dipendiamo» per concludere amaramente che «la mente non trova / ancora risposta alcuna a nessuno / dei nostri troppi, infiniti perché».
E continuando a parlare con gli olivi, dal cui tronco contorto e dal groviglio dei rami pendono – dice Evaristo - «tutte le mie incertezze», si sviluppa una visione del mondo priva di certezze ultraterrene (si veda per esempio Casualità), fino a giungere all’amara constatazione di Effe il falegname, che, annunciando con amarezza la perdita della nostra identità, parla del dubbio irrisolto della nostra esistenza e conclude: «non sapremo mai perché siamo stati / qui o meglio solo perché siamo stati».
Altre poesie ci parlano di ricordi che tornano improvvisi quando un amico offre in dono un cestino di funghi, alla cui vista si riaffacciano i volti «di una famiglia che non c’è più» e rievocano l’inganno feroce di questa vita, così breve, così lontana ormai; altre volte è L’orto di Lillì dove matura l’uvaspina dai colori screziati e quando cade il pallone oltre il muro si può scoprire, riflesso nelle sue ampolle, “lo scorrere delle ore”.
L’ultima parte che si apre, a mio avviso, con Speculazioni dà inizio a una serie di considerazioni che sono tipiche del pensiero filosofico e meditativo dell’autore: la notte non solo evoca, ma permette un esame sul senso della vita, su quello che è stata, sui dubbi, le idee, le fatiche, perché “guardare nel buio” apre spiragli al sonno e alla speranza tanto da far credere al poeta «che le stelle non sono lì per caso». È il tema dell’abbandonarsi all’irrazionale o forse «alla fede in qualcuno o in qualcosa» che lo porta ad ammettere che la sola razionalità non rende conto di tutto, pur nella consapevolezza di essere nulla di fronte all’indifferenza della Natura, un «Uomo soggetto ai capricci del Fato, / isolato su questa assurda ellisse / del pianeta da noi chiamato Terra», come si legge in La condizione umana. Nasce da qui il senso di perdita assoluta che si prova quando gli amici ci lasciano e solo il buio riesce a parlare al cuore per ricordargli che un giorno quel battito si fermerà e poi sarà silenzio. «Il buio è fluido / e invade ogni spazio», si legge in Giri di chiave, ora resta solo l’attesa di quel passaggio o di quella luce «che ti guidi davvero oltre / gli stretti confini dai calendari».
Non è un caso, a mio avviso, che, dopo queste riflessioni, la silloge si chiuda con due poesie che evocano la vita. In Voli, dopo il temporale che si allontana, tornano i garriti dei rondoni che volano sopra i prati “vivi di pioggia, verdi di vita” e il suono delle loro voci che «come parole, sfidano la notte / imminente e tutte le nostre paure». La nostra resilienza, come si legge in Primo Dicembre, è come quella degli insetti che continuano a «suggere / ciò che resta dei fiori del nespolo» attenti a cogliere quel sapore che solo la vita ha in sé e, come tale, va assaporato fino in fondo perché solo così potrà sprigionarsi «il profumo di un’altra stagione» e, quindi, anche la poesia potrà accompagnare con il suo canto il tempo della vita che ci è stato assegnato.
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FERNANDA CAPRILLI












