giovedì 21 maggio 2026

POESIA = ALESSIO BARETTINI


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"CERTEZZA UBRIACA"
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Se mai decidessi di spegnere la luce
impedisci al generatore di mostrare la penombra.
Per qualche motivo potresti scoprire
anche oltre la consueta dinamica
di liquami, di lanterne, di metri di giudizio
da mandare a mente o da dimenticare.
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Poi cercando per caso una vecchia foto
che mostrava un giorno eccezionale
brevemente
potresti pensare che tutto finisce al suo posto
per una volta soltanto.
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"BAFFI E FORBICI"
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Calmiere degli occhi
di atmosfera e cronosfera
conoscerà la risposta
articolando combinazioni
abituando duplicità necessarie.
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- Gli affari sono affari -
dirà il Rockerduck che non aspettavi
fingendo il disinteresse che dovrai fuggire
girandoti mille e mille volte sull'asse
che uniscono le tue spalle alla luna
prescelta per rappresentarti
e vedrai finalmente l'uscita
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"FORTUNE"
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La custodia del mio miglioramento
risiede nascosta e nessun numero può svelarlo.
Così il vedere si confina nell'altro
mentre
bisogni primordiali scalfiscono
il muro di gomma dei miei convincimenti
mentre
la giornata procede più lenta del passo
che incede mostrando
l'angolo della storia circondato
da vorticismi, bellicismi, tatticismi,
vini bianchi e mare
e seppie in umido
e attese.
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ALESSIO BARETTINI

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri" - Ed. La valle del tempo 2025 - pag. 60 - € 14,00
Una poesia quella di Antonio Spagnuolo che parte da una impostazione classica per giungere a una espressione poetica prettamente moderna. Lo è sia sul piano del significato che su quello del significante.
L’uomo è centrale, con la sua condizione esistenziale, che si alimenta ai ricordi del passato per intercettare l’inquieta drammaticità del presente.
Lo stesso titolo ci suggerisce questa interpretazione. Le dissolvenze sono di fatto le pieghe della memoria in cui si annidano i ricordi, le emozioni provate, le esperienze vissute, che emergono poeticamente come sussurri dell’anima. Già nella poesia incipitaria c’è il senso profondo del tempo che passa, che non distrugge ma lascia immagini soffuse, in cui la mente si rifugia, in cui la mano che accarezza il mistero dei colori già vecchi… in cui in ogni dissolvenza c’è la traccia di quella gioia che sorvola fantasie.
La realtà si interpreta e si plasma attraverso parole chiave presenti nei titoli delle liriche, che additano a categorie di varia natura, matematiche e fisiche come Triangoli, Spazi geometrici, Colori, Riflessi, o psicologiche e antropologiche, Vecchiaia, Materia, Memoria, Sonno, Malinconie, o letterarie con il riferimento ad Acheronte e Baudelaire. Riferimenti che sottolineano la continuità nel tempo dell’espressione poetica, la necessità di trovare nel passato chiavi di lettura della nostra attualità.
Nella poesia di Spagnuolo non è difficile riconoscere elementi comuni al grande Umberto Saba, nel concetto del tempo, visto non come un nemico, ma come uno specchio della vita e del suo fluire, di cui la memoria diviene salvezza attraverso il ricordo del passato per lenire l’angoscia del presente ed evocare il senso dell’eternità. Come nella lirica Memoria, i cui frammenti sono prigionieri dell’eterna sospensione, per ribadire l’eternità dei sentimenti, delle emozioni, degli attimi della nostra storia esistenziale, di cui la poesia è sublime foriera.
Infine nell’ultima lirica Chiusura, lo sguardo spazia all’ineffabile futuro, laddove approderà il drammatico presente, uno sguardo che va oltre la dimensione individuale per allargarsi a quella collettiva. Una previsione fosca, indubbiamente e giustamente pessimistica.
"Chi spunterà fuori dalle tenebre? / Ribattuto agli intrecci di una prece, / imbevuto di esilio nel grigio delle ingiurie, / cercando le memorie delle rime / che ho vissuto di pietra. / Un recensore per solitudini vissute / nel gelo crudele e rozzo dell’indifferenza."
Insomma una poesia di largo respiro che affronta la condizione esistenziale dell’uomo di oggi nella sua dimensione individuale e collettiva, attraverso un linguaggio espressivo, che anche in virtù della presenza dell’endecasillabo, è caratterizzato da una profonda e pregnante solennità.
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Franco Donatini

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA TERESA COPPOLA

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Maria Teresa Coppola: “Rubato” Ed. G.C.L. – 2026 – pag. 92 - € 13,00
In quattro sezioni ben distinte, ma tenacemente legate dal filo che naviga nella lingua per trasformare l’imprevisto nella bonaccia del senso comune, la silloge cerca quella chiglia tagliente che rimescola le acque, eleva la lirica, suscita onde di musicalità.
Come incipit ci invita uno scritto: “La voce poetica prende forma nell’interrogazione del tempo e dell’identità. L’io non si definisce, ma accade: pensa mentre si muove, dubita mentre si espone. Il corpo diventa luogo di conoscenza, la musica modello di pensiero, il rubato misura interiore di un tempo non lineare. Il non-sapere non è mancanza, ma condizione originaria di apertura al divenire.”
E con il tempo emergono i primi versi, con una poesia che si muove entro una riflessione profondamente ontologica, dove l’essere coincide con il tempo e con il continuo accadere dell’esistenza. Il soggetto lirico rifiuta ogni definizione stabile dell’Io: “Io è soltanto accadere” diventa affermazione di precarietà ma anche di libertà, perché l’identità non è più forma chiusa, bensì fluire incessante. L’espressione “allusiva tras-corri” suggerisce proprio questo attraversamento mobile, mai definitivo, quasi un passaggio continuo tra stati e possibilità.
L’immagine dei “tratti di biro” che non servono a tracciare contorni indica l’impossibilità di delimitare l’essere entro categorie fisse. Figura e sostanza si dissolvono in elementi naturali e mobili: aria, vento, acqua, luce. Tutto ciò che definisce il soggetto appartiene al regno del mutamento. La poesia insiste infatti su verbi dinamici – “corre”, “scorre”, “diventa” – che sottraggono consistenza alla materia e affidano il senso al divenire. Molto significativa è la luce che “inventa colore”: non esiste una realtà assoluta e immobile, ma una continua creazione percettiva. Anche l’identità umana nasce come invenzione temporanea, fragile epifania che vive soltanto nell’istante. Gli “attimi senza estensione” evocano una dimensione quasi metafisica, in cui il tempo si contrae fino a diventare pura intuizione o progetto.
Dopo il fluire indistinto, l’essere può “fingersi” canto, racconto, alba o tramonto: vale a dire trasformarsi in narrazione e simbolo. È importante il verbo “fingere”, perché la poesia non pretende verità assolute ma crea forme provvisorie di senso. Così, dal “niente”, nasce la poesia: unico luogo in cui il divenire riesce a prendere voce senza irrigidirsi in definizione.
Maria Teresa si distingue per una scrittura essenziale e filosofica, capace di fondere riflessione esistenziale e leggerezza lirica. La frammentazione sintattica e il ritmo sospeso accompagnano coerentemente il tema del fluire, mentre le immagini naturali conferiscono musicalità e trasparenza al dettato poetico. Ne emerge una composizione di ascendenza novecentesca, vicina a certa linea ermetica e fenomenologica, ma espressa con limpidezza contemporanea.
Le emozioni hanno “un metronomo rubato”, i giorni “la favola della trasformazione”, l’ipotesi “facciamo che inizi da niente/ il niente che sei e forse è il tutto”, la bellezza “che fila silenzio di tenebra, che tesse terrifica trama di nulla”. Sussurra: “Non basta convocare nei versi/ gabbiani primavere tramonti./ La vita non fa sconti/ ha scordato dettato e promesse/ di mille patriarchi e profeti/ e una fila ti aspetta ogni giorno,/ calzini spaiati semafori rossi…”
Si assapora in tutta la raccolta l’agrodolce delle vibrazioni filosofiche che ci accompagnano spesso nel quotidiano, e ci sorprende la persistente cromatica tessitura dei versi, ben calibrati nelle sillabe e sapientemente ricamati nel respiro affannoso della contemporaneità, e che indica un tempo libero e flessibile, metafora di una poetica che invita a rallentare e a riappropriarsi del proprio istante.
In quest’opera si manifesta anche la vasta preparazione classica, ma soprattutto una passione innata, una voglia di guardarsi dentro, di confrontarsi con i grandi temi dell’esistenza e allo stesso tempo con i drammi dell’umanità, che caratterizzano il nostro inquieto e angoscioso presente.
Il linguaggio è una sorta di partitura tra musica e incisione, una sorta di orditura tra memoria e melodia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 20 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA GRAZIA CABRAS

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Maria Grazia Cabras: “Oriolos” (poesie in due lingue) – Ed. Cofine – 2026 – pag. 56 - € 13,50
Aprendo spazi e risonanze la difficilissima lettura del dialetto, impegnato nella prima sezione del volume – “Rovelli” - con liriche in sardo-nuorese, viene immediatamente attenuata dalla presenza di ottime poesie in lingua italiana nelle altre due sezioni (“Agguati” e “Nostos”), nel delicato e preciso segno del verso, che attraversa l’immaginario e richiama con finezza il tocco mitteleuropeo di toni e di registri.
Una delle prime in dialetto suona in italiano:
“I morti sottoterra chiedono di uscire
dalle pietre dai nuraghi dalle Domus
chiedono di uscire con le ombre
in volo
sillabe-ossa cresceranno
in attesa di metamorfosi
bruchi e lombrichi nel fango
seguono destrieri
silenzi d’altri passi altre strade e confini.”
Costruisce un’immagine arcaica e visionaria della memoria, dove i morti non sono immobili nel silenzio ma forze sotterranee che reclamano voce e presenza. L’invocazione iniziale — “I morti sottoterra chiedono di uscire” — apre un movimento di riemersione che attraversa la materia della storia: le “pietre”, i “nuraghi”, le “Domus” diventano simboli di una civiltà sepolta ma ancora viva nella coscienza collettiva. Il testo suggerisce che il passato non muore davvero: resta nascosto nelle rovine, nelle ossa, nei segni della terra.br /> Si introduce una dimensione quasi sacrale, sospesa tra morte e trasformazione. Le “sillabe-ossa” sono una metafora intensa: il linguaggio stesso nasce dai resti, dalla memoria dei corpi e delle generazioni. La parola poetica appare così come un atto di resurrezione. Anche i “bruchi e lombrichi nel fango” partecipano a questo ciclo vitale, indicando una metamorfosi continua, dove decomposizione e rinascita coincidono.
E’ un viaggio verso territori ignoti, confini interiori e storici?
Tutta la scrittura di Maria Grazia colpisce per la densità simbolica e per la capacità di fondere archeologia, mito e visione esistenziale, fantasmi in cerca di respiro, fratture di roccia o gorghi di mare, rivelazioni notturne senza apocalisse, aurora e luna complici delle luci in versi sempre in armonia con la scansione delle sillabe. Il lessico essenziale e frammentato crea un ritmo oracolare, e si manifesta in tutta la sua potenzialità nella seconda parte del volume dove le composizioni abbandonano la metrica per dare spazio ad una struttura esclusivamente in prosa quasi colloquiale.
Particolarmente efficace è l’intreccio tra corporeità e parola poetica, mentre qualche passaggio volutamente ellittico accentua il carattere enigmatico dei componimenti senza impoverirne la forza evocativa.
Spesso la frase aleggia come una visione franta e tellurica, in cui la materia naturale diventa immediatamente metafora della condizione umana. La “frattura nella roccia” inaugura un paesaggio di discontinuità e di ferita originaria: la roccia, simbolo di compattezza e permanenza, si apre invece a un movimento oscuro, trascinato dal “gorgo mare”, forza primordiale che inghiotte e dissolve. Tutto appare sottoposto a un lento consumo del tempo, espresso da quell’“oscuramente / tutto trascorre” che assume il tono di una meditazione esistenziale. La parola poetica si trasforma allora in rito, in “litania”, quasi un rosario recitato tra macerie corporee e spirituali. Le “vertebre scomposte in briciole” evocano una corporeità disfatta, mentre i “trucioli d’ali” suggeriscono resti di un volo impossibile, frammenti di aspirazione e caduta insieme. La “frontiera” che “resiste ciecamente” sembra rappresentare il limite ultimo dell’essere, una soglia che permane pur nell’erosione universale. L’immagine dell’astore introduce una tensione verticale e predatoria: guardare il suo occhio significa confrontarsi con una verità estrema, con la necessità del precipitare. Un finale concentra il senso dell’intera composizione nel binomio “caduta” e “petalo nero”: delicatezza e morte coincidono in una figura di cupa eleganza.
Il poeta si distingue per forte densità simbolica e tensione visionaria. Il verso procede per accumulo di immagini ellittiche e frammentarie, senza concessioni narrative, creando un ritmo liturgico e inquieto. Notevole l’uso della materia concreta trasformata in segno metafisico. La qualità quasi oracolare, dove la rarefazione sintattica amplifica il senso di dissoluzione e di enigma, si manifesta ancora con musicalità controllata.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 19 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI == FLAVIA COSMA

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Flavia Cosma: “Elegie e altre poesie” – Prefazione di Giuliano Ladolfi --- Giuliano Ladolfi editore – 2025 – pag. 148 - € 15,00
Per la traduzione in italiano (testo a fronte) di Giuliano Ladolfi una avvincente raccolta di poesie che invitano a tuffarsi nella tessitura dei legami dell’essere stato e dell’essere ora, intrecciata tra l’intimità delle passion i e il dubbio delle incertezze, tra i crepitii dell’amore e il silenzio della solitudine, tra l’incertezza del pensiero ricorrente e le illusioni colorate.
Da precisare che il volume è stato scritto orginariamente in inglese e tradotto in francese dalla stessa poetessa.
“La poesia di Flavia Cosma – si legge in uno degli interventi che arricchiscono le numerose postfazioni - è come una materia sottile che si allunga, vola, torna, permea l’aria, segue i tuoi movimenti, si attacca alla tua pelle. Elegie e altre poesie ha una dimensione gnomica che supera l’espressione pura dello stato di mente poetico come immanente e prende il sopravvento, indicando una sorta di stato trascendente come orizzonte. Non solo la poesia penetra ovunque, ma sembra anche uscire da tutto per trascinarci ancora più in alto nel campo dei misteri. Queste poesie vivono pienamente nel loro tempo, confortandoci nella fede nell’inevitabile ritorno della primavera.”
Il linguaggio è quello armonioso di chi compie un viaggio diafano, perché riflette il luccichio delle immagini attraverso le riflessioni dei sentimenti, amore e delicatezza, finezza e vertigini.
Gran parte di questa poesia costruisce una visione della realtà sospesa tra contemplazione e rinascita interiore. Come il gesto naturale della pioggia che viene trasformato: non “cade”, ma “danza”. Questo slittamento lessicale muta il significato dell’esperienza quotidiana, perché ciò che normalmente richiama malinconia diventa invece movimento armonico, quasi musicale. Tutta la lirica che scelgo è attraversata da questa leggerezza: gli uccelli “ondeggiano nel vento”, la canzone “risuona”, l’arcobaleno addolcisce il paesaggio. La natura non è semplice sfondo, ma partecipe di una sorta di rito liberatorio che coinvolge anche l’io poetico.
Il centro della poesia si trova nelle domande: “Come essere ancora tristi? / Cosa ci fa sempre male?”. Qui emerge una tensione esistenziale che però viene subito superata dalla forza della danza, simbolo di un’energia capace di vincere il tempo e la sofferenza. Il tempo, infatti, “sconfitto”, perde la sua corsa incessante e “scende umilmente nell’eternità”: un’immagine molto intensa che suggerisce una pacificazione profonda, quasi spirituale. Anche la morte sembra dissolversi in questo stato di sospensione serena: “Non c’è più fretta, / Non c’è più morte”. L’attesa finale non è più angoscia, ma apertura fiduciosa verso qualcosa di infinito, accompagnata dagli elementi naturali che diventano segni di consolazione.
La scrittura di Flavia convince per la sua limpidezza espressiva e per la coerenza simbolica delle immagini. Il linguaggio è semplice ma musicale, costruito su ripetizioni che molto spesso rafforzano il tono incantato del testo. Alcuni passaggi sfiorano una dimensione quasi mistica, senza però perdere immediatezza emotiva.
E ancora: “Nel negozio di fini porcellane e di cristalli,/ dove sto per svenire, / solo se decidessi / da che parte cadere,/ davanti, dietro o di lato, / prendendo a caso un calice, raffinato, / un uccello su un supporto, una farfalla, un fiore.” Una scena di apparente eleganza — il negozio di porcellane e cristalli — che in realtà custodisce una tensione estrema, quasi esistenziale. Lo svenimento imminente diventa metafora della fragilità umana: il soggetto non teme tanto la caduta, quanto le conseguenze che essa provocherà nel mondo circostante. La scelta “da che parte cadere” suggerisce l’illusione di poter governare almeno il modo del crollo, anche quando la rovina è inevitabile. Gli oggetti raffinati, i calici, gli uccelli e le farfalle evocano una bellezza delicata, destinata a frantumarsi al minimo urto. Il caos dei frammenti e delle grida rappresenta allora la dissoluzione improvvisa dell’ordine quotidiano. Ma compare un angelo, figura silenziosa e quasi misericordiosa, che introduce una dimensione spirituale inattesa. La sua ala bianca che “spazzerà il pavimento” trasforma la distruzione in gesto di pietà e di ricomposizione. Lo stile è limpido e narrativo, ma attraversato da un forte simbolismo che rende la poesia intensa e visionaria.
Molti ancora gli incipit della poetessa: visioni tra sonno e veglia, figure che si stemperano come fantasmi, la fine di una relazione, il martellare dei ricordi che tornano come macigni. Tutto fortunatamente espresso con la musicalità necessaria allo scandire delle sillabe nel verso.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 18 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CIAMMARUCONI & MAGNANTI

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Maria Teresa Ciammaruconi e Ugo Magnanti: “Cuoramore” – Ed Fusibilia Libri . 2026 – pag. 80 - € 16,00 –
Tiratura di cento copie numerate a mano in elegante veste tipografica, ecco “un’ora di acqua fitness pratica e teoria”, come suggerisce il sottotitolo di questa luminosa raccolta di poesie e di disegni, offerti per una lettura-visione che avvolge in un caleidoscopico rincorrersi di versi e di figure. Di Ugo Magnanti conosciamo già bene il tratto di penna che lo distingue, con ricami di sillabe che scandiscono sempre una musicalità preziosa per ogni composizione.
Di Maria Teresa Ciammaruconi apprezziamo il tratto impresso con genuina incisione, che la distingue per l’ariosa freschezza primaverile di tutte le sue proposte raccolte in questo volume.
Con originale sequenza tutte le poesie vengono abbinate, pagina dopo pagina, con l’indicazione “pratica” e “teoria”, quasi a voler suggerire l’andamento di un allenamento ginnico della mente.
Ad esempio della freschezza poetica la poesia a pagina 14:
“Lo smalto urge lo smalto per coprire il nero
o l’unghia
che con gli anni diventa gibbosa
s’incurva a s’incarna come a dire sono stufa
di continuare a crescere per poi essere tranciata,
lo smalto fa ridere i piedi
un ghigno un po' triste per quelli invecchiati un petalo
sull’alluce della ragazza dritta sulle punte
a prendersi l’acqua sulla faccia
dove il getto è più forte e le palpebre
si stringono di segreti racchiusi
segreti a lei stessa che non vuole vedere
la prima ruga lasciata dall’ultimo amore
proprio là dove la bocca si arrotonda a cuore.”
Costruisce una riflessione sul corpo che invecchia attraverso un’immagine quotidiana e apparentemente marginale: lo smalto sulle unghie dei piedi. Quel “coprire il nero” iniziale suggerisce subito il tentativo di mascherare non solo un difetto fisico, ma il segno oscuro del tempo, della stanchezza, forse anche di una sofferenza interiore. L’unghia “gibbosa” e incarnita diventa quasi un organismo autonomo, stanco di crescere “per poi essere tranciata”.
Lo smalto, però, introduce anche una dimensione ironica e fragile. “Fa ridere i piedi”, ma è “un ghigno un po’ triste”: la cura estetica non elimina la coscienza dell’età, tenta soltanto di addolcirla. La poesia allora si sposta verso la figura della ragazza “dritta sulle punte”, colta sotto il getto d’acqua più forte, quasi in un gesto di purificazione o di resistenza. In lei convivono giovinezza e inconsapevolezza: le palpebre “si stringono di segreti”, segreti che la ragazza stessa non vuole affrontare. Il testo suggerisce così il momento delicato in cui il corpo comincia a registrare le prime ferite del tempo e dell’amore.
L’ultimo verso concentra il senso della poesia: “la prima ruga lasciata dall’ultimo ammore” traccia concreta dell’esperienza sentimentale. La bocca “si arrotonda a cuore”, ma il cuore qui non è soltanto simbolo romantico: è il luogo dove eros, memoria e perdita si incidono sul volto.
La lingua alterna crudezza e delicatezza, con immagini che ricordano certa poesia contemporanea attenta alla fisicità e al deterioramento del corpo. Molto efficace è il contrasto tra l’estetica dello smalto e la verità organica dell’invecchiamento: da questo attrito nasce una poesia intensa, malinconica e profondamente umana.
Tutti i disegni hanno il tocco della sobrietà, della semplicità, della vivacità, della gioia, per il tratto sicuro del segno e la scelta accorta dei colori.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 17 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO MORASCHINI SCHITO

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Matteo Moraschini Schito: “Circolazioni” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 112 - € 16,00
* Ricca silloge presentata con cura per l’eleganza delle edizioni Fallone, nella quale il giovane poeta (ricercatore e saggista) propone la sua opera di esordio, un poemetto antimoderno e contemporaneamente immerso nella sperimentazione, che affronta temi filosofici, teologici e relazionali attraverso una rigorosa fenomenologia dell'Io.
I brani, nel ritmo delle sillabe ben scandite, si susseguono in sei sezioni “Giri del sangue”, “Direzione senza”, “Forzare allegri”, “Ciclo dei padri”, “Amore in forma di fiammifero”, “Finale”, con un intreccio sempre regolato dalla ricerca della parola.
“Non è che un uomo che muore/ bruciato dai proiettili, / quando nel mondo del fato scappano/ fuori dai bordi del dagherrotipo/ senza dire/ rotta vera/ di destino.”
Ecco che la poesia si costruisce intorno ad un’immagine di morte improvvisa e violenta, ma ciò che interessa davvero il testo non è soltanto l’evento tragico: è il modo in cui esso viene fissato nella memoria e nell’immagine. L’uomo “bruciato dai proiettili” diventa quasi una figura sospesa tra realtà e rappresentazione, tra il fatto accaduto e la sua trasformazione in traccia visiva. Il riferimento al “dagherrotipo” introduce subito una dimensione antica e simbolica della fotografia: non semplice documento, ma impronta del destino, fermo immagine di ciò che precipita fuori dal controllo umano. La fuga “fuori dai bordi del dagherrotipo” suggerisce infatti che la vita eccede sempre la cornice che tenta di contenerla, mentre la “rotta vera / di destino” rimane indicibile, spezzata, impossibile da afferrare pienamente.
Il testo possiede una forte tensione visionaria e un linguaggio densamente metaforico, in cui termini tecnici (“dagherrotipo”, “pellicola”, “cellulosa”) assumono una funzione poetica e filosofica. La sintassi frammentata contribuisce a creare un andamento convulso e intermittente, coerente con il tema del lampo fotografico e della morte improvvisa. In alcuni punti l’oscurità semantica è volutamente estrema, ma proprio questa rarefazione rende la poesia intensa e aperta a più livelli interpretativi. L’autore costruisce così una lirica carica di energia simbolica, dove le metafore diventano l’eco della condizione umana: fragile, violenta, destinata a sopravvivere soltanto come traccia impressa nel tempo.
Più avanti ancora ci soffermiamo dei versi: “ La medetomidina delle undici e venti/ gli occhi i denti a favore del diagramma/ nelle vene sottili dell’ora ormai giunta./ Questo è un ballo di gruppo paradossale,/ esclude il suono, chetamina, ma ancora/increspa l’aria nell’orecchio della veterinaria/ (Curaro) nasconditi e stringi-vene!/ Undici e quaranta, sentenza e domanda/ -“Non c’è più?”- ma mi immergo./ -“Forse per la coda l’acchiappo!”-/ Si ferma a galla la bocca, si ferma/ l’orologio a muro frattanto./ E mentre sparisci nell’ultimo nervo,/ crepa di casa, me salvato, per un pelo,/ confine di credere fino alla fine.”
In scena un’esperienza estrema di confine tra vita e morte attraverso un linguaggio tecnico, quasi clinico, che però viene continuamente deformato dall’emozione. La “medetomidina”, la “chetamina”, il “Curaro” non sono semplici termini medici: diventano simboli di un rito di passaggio, di una sospensione del reale. L’ambiente veterinario suggerisce probabilmente l’agonia o l’eutanasia di un animale amato, ma il testo evita ogni esplicitazione sentimentale diretta; preferisce invece affidarsi a frammenti percettivi, a orari precisi (“undici e venti”, “undici e quaranta”), a dettagli corporei e sonori che registrano il trauma nell’istante stesso in cui avviene.
Matteo riesce a creare un’atmosfera sospesa, dove la precisione tecnica convive con una disperazione trattenuta. Qualche passaggio volutamente ellittico rende il testo arduo e quasi criptico, ma è proprio questa opacità a restituire l’esperienza del dolore come frattura del linguaggio e della logica ordinaria.
Giocare con la sperimentazione nel nostro tempo è quasi un azzardo a causa delle varie progettazioni offerte dai giovani poeti, ondeggiando tra frattura totale del verso e periodi di prosa colloquiale, tra vertiginose figurazioni e ritmi fuori dalle sillabe scandite.
Matteo Moraschini Schito, alternando con abilità il verso classico, riesce a mantenere un equilibrio policromatico che rende la sua poesia un ventaglio di magmatica biografia.
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ANTONIO SPAGNUOLO