martedì 3 marzo 2026

POESIA = ROSSELLA SANTORO


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"L'Amore"
Ad ogni buon modo,
quel tempo è andato.
Mi accorgo stranamente
che non sei mai sparito
nel mio cuore,
ne riconosco il battito
emotivo.
Quell’emozione così
intensa, così vera.
Quell’attimo nascente
che accende l’innamoramento.
Oh le piccole nostalgiche passioni,
di pochi gesti , un biglietto ,un fiore
Rendevano così felici
Di un amore.
***
"2"
Si incontravano
A fine estate ,
In un periodico tempo.
-
Dove bastava
si vedessero,
Per dirsi si .
Brevi istanti
Poi sparivano.
-
Disegno insolito
Per nessun destino,
Dove pero’ un sorriso
Rimase custodito
In un bacio e Basta.
***
Senza più tempo"
Da quando sei andato via
nessun oggetto è stato più come prima.
L' orologio della cucina
ha smesso di vivere per un po',
non erano le pile ad essere andate
lui oggi ha deciso di tornare al suo tempo.
-
La luce pure se elettrica ha sentito il bisogno
di trovare la sua esistenza a prescindere
dalla mia volontà.
Insieme seguono frequenze
che cerco di capire.
Prima di uscire, guardo l’ orologio,
indica un orario:
sorrido,
non è di questo tempo ordinario.
Spengo la luce ,
che ritrovo luminosa al mio ritorno,
sembra aspettarmi.
Da quando sei andato via
così , velocemente,
niente è più come prima.
E’ in questo dopo
che cerco di comprendere di più
ogni cosa.
Come se le cose, dopo di te,
avessero una loro ribelle esistenza:
si governano come gli pare.
Perché questo tempo disordinato,
disorientato,
non appartiene più a nessuno.
Ora che sei andato via
la tua presenza nell’ assenza:
Resta.
ROSSELLA SANTORO

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALERIA SEROFILLI


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Valeria Serofilli: “Il cappello a fiori” – Ed. Leonida – 2026 – pag. 104 - € 14,00
Una scrittura rapida e decisa che alimenta il dialogo quotidiano, intriso di interrogativi, di fulminee pennellate, di figure ondeggianti, di panorami illusori. Tra la natura intima del dettato personale e le metafore che vengono a galla pagina dopo pagina le numerose poesie che Valeria Serofilli raccoglie con il sottotitolo “Appointment in Samarra” si inseguono con un battito alternante e variegato, tra l’endecasillabo di classica fattura e il verso breve degli “Haiku delle quattro stagioni”, tra il ritmo cadenzato delle poesie “mitologiche” e la musicalità di “carezze con lunghe dita affusolate”.
Il suo appuntamento nell’antica città dell’Iraq, uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio degli sciiti, dall’architettura storica e lo splendore delle rovine artistiche, forse incide nel suo vagare in un tempo trascorso e difficilmente recuperabile con la semplice memoria.
“Tanta vita è passata/e me ne accorgo/solo adesso- che ne consumo/ il ricordo/ Dell’antico/ traguardo/ del mai risolto/ dell’ancora atteso/ dell’eterno ritorno.” E lei stessa sottolinea: “Il titolo Il cappello a fiori (Appointment in Samarra) richiama consapevolmente il racconto morale mediorientale di Samarra/Samarcanda e il romanzo di John O’Hara. In quella tradizione la morte è destino, incontro inevitabile. La poesia eponima nasce dalla stessa intuizione, ma ne rovescia l’iconografia: la morte non è lugubre, non è impersonale, non è muta: è femminile, chiede il permesso di entrare, ha capelli biondi, occhi azzurri e... un cappello a fiori.”
Un fascio luminoso di poesie che ricamano pensieri filosofici sopiti o pronti a stimolare continuamente nuove fulminazioni. Poesie che plasmano programmi semplici di varie stagioni, di colori evocativi e suggestivi, di appelli a volte sussurrati nell’orecchio e a volte declamati con musicalità, di tocchi policromatici inseriti tra il mitologico e la fugacità dell’esistenza, di ritmi delicati e incisioni traumatiche.
“O mia Aretusa/a breve- lasciata Pisa/ m’insinuerò al di sotto delle onde/per venire da te ad Ortigia/ Là- una volta riemerso dal mare/in sapida mescolanza/ mi unirò a te/ mia fonte d’amore e/ ispirazione mia sposa eternamente novella/ io- sposo di una notte, gitano da una vita/ per farne un’acqua sola!”
Scrittura che nasce dalla variopinta ricchezza culturale che distingue Valeria Serofilli per la sua quotidiana immersione nella creatività e nella capacità di rinsaldare il sociale alla cifra delle immagini poetiche.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONELLO DI GRAZIA


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“Declinazioni umane” di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. “Declinazioni umane” registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali.
Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta.
La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.
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Rita Bompadre -
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Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/ ********************************************
TESTI ESCELTI
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"DOPO CENA"
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Devastanti bufere al tramonto
pieno inverno
macerie di morti
in un fioco lume, indistinto.
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Cerco negli abissi profondi
mari languidi
il tuo riso diverso.
-
Inesausto silenzio,
greve discesa,
buia Siberia.
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"CAPODANNO"
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Nel giro silenzioso
d'uno sgomento di festa
nostalgia dei tuoi occhi
fugaci, intesa d'un meriggio
lontano.
E lieve si presenta
il sentiero percorso
e gravida l'insipienza
di questa certa abitudine
di urla dimenticanze giorni sottili
inverni
che non sfioravano la schiena.
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"SENZA SOFFI DI VENTO"
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Senza soffi di vento
l'emiciclo di stelle inestese
nello spazio nel tempo
smemora.
E resto a contemplare
la distesa operosa
di un mare che soffoca
le grida
di assordanti cicale.
Questa notte non ha
un prima né conduce
a domani: vaghiamo
svuotati e felici.
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"A MEZZOGIORNO"
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Gli anni avviluppati
in una scorza faticosa battono
ad ore inconsuete
chiedendo il conto.
Ma resta soltanto il tornare
lieve
dal mare al tramonto,
e svanire,
abisso di fuga
e celato candore,
in sghembi sentieri e vicoli ciechi.
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"MOTO DI ROTAZIONE"
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Nei giorni sparsi di brina
ancorati a doveri inesausti
di un'umanità tumultuosa
sembrava la terra girare
in spente chiose.
-
Non più sogni,
separazione di anima
e corpo, destavano
viali di stelle avvenire:
il tempo gravitava intorno
a giudizi poco globali.
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domenica 1 marzo 2026

POESIA = GENNARO CASTALDO

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"VOCI"
Tacciono le voci
dell’umana specie,
zittite da orridi scempi
che innumerevoli uomini,
hanno inferto al seno,
della prolifera Madre.
La vana cupidigia,
la bramata ricchezza,
il prostrarsi a un dio
duro e senza anima,
hanno reso avida e ingorda
la tua sete di sangue.
Velenosi rifiuti,
frutto della tua malvagità,
hai disseminato
nel ventre di Gea.
Ora, non più partorisce
nettare e ambrosia,
per la tua esistenza,
ma frutti che celano,
un pestifero e crudele morbo.
Osservi la tua semenza
nascere giù morta.
Le hai negato l’unico attimo
d’illusoria felicità.
Le hai troncato le ali
prima che spiccasse il volo,
regalandole un mondo
carico di apocalittiche visioni.
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"Sogno"
Non oso alzare lo sguardo
per non naufragare nei tuoi occhi.
Ho tanto bisogno di te!
per sorreggere le arcate
della mia misera esistenza.
Sei l’oppio ristoratore
per i travagli inconsueti
dei miei nevralgici pensieri.
Inoltro l’assurdo di un sogno
su un percorso irreale,
sento, il peso della tua presenza
fiorire sull’aridità del mio cuore.
Origlio con cautela sull’uscio.
Aspetto! Dammi un cenno,
un piccolo cenno,
aprirò con impeto una falla.
Irromperà, di sicuro la tua essenza
a placare i bollori di un amante
perso, nella scia di un desiderio
abortito e mai nato.
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"Messaggio"
Solo una voce,
risponderà al tuo messaggio,
urlato forte,
affidato al vento.
Ascoltala,
sembra venire
da molto lontano,
da remote regioni,
da monti scoscesi,
da gole profonde,
da orridi abissi.
Invece quella voce,
così diversa, così intensa
non è altro che la voce
della tua coscienza.
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GENNARO CASTALDO

martedì 24 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROSA BLANCO

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Rosa Blanco: “Anima nuda” – Ed. Ensemble – 2024 – pag. 42 - € 13
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In una scansione dettata con sobrio equilibrio tra forma e contenuti i “fotogrammi dell’anima” varcano i confini della realtà affondando nelle immagini delle emozioni , a volte anche contrastanti, o toccando spesso note di meraviglia e ombre di sussulti.
La poesia si costruisce attorno all’idea del tempo come flusso inarrestabile: “i giorni rincorrono i giorni”, in un movimento circolare e continuo che richiama la dimensione del “perpetuo divenire”. Rosa Blanco colloca il lettore in una notte d’inverno, simbolo di stasi, gelo e difficoltà interiore, ma subito introduce la certezza del mutamento: “dovrà finire” (pag. 35). La ripetizione di questa espressione rafforza la fiducia in un ciclo naturale che non si interrompe mai. L’inverno, con il suo gelo che “si insinua fin dentro le ossa”, diventa metafora di una condizione esistenziale segnata da incertezza, silenzio e vuoto. Tuttavia, la prospettiva non è pessimistica: l’attesa della primavera, capace di “ritemprerà le membra” e di “scioglierà il ghiaccio”, suggerisce una rigenerazione non solo fisica ma soprattutto spirituale. Il tempo, pur “scivolando tra le mani di brina”, non è mero consumo: è preparazione a una rinascita.
L’immagine finale (sempre pag. 35) del “desiderio mai sopito” introduce un elemento intimo e personale. Nel buio del presente, ciò che sostiene lo spirito non è ancora la primavera reale, ma la sua promessa, custodita come visione sfocata ma persistente. È proprio questa tensione tra gelo e attesa, tra notte e desiderio, a dare alla poesia una dimensione universale: ogni inverno interiore contiene in sé la possibilità di un risveglio.
Molti i ricordi che risvegliano nella memoria ondulazioni di un quotidiano trascorso fra le intimità familiari (pag. 27), imbarazzi di un sorriso e il timore delle rughe, o fra l’amaro stupore di una notte che accenna con stupore alla paura del domani.
Limpidezza espressiva ed efficacia delle immagini naturali, che diventano simboli trasparenti di stati d’animo profondi. La ripetizione di alcuni versi crea un ritmo meditativo e consolante, mentre il lessico semplice ma evocativo rende la riflessione accessibile senza perdere intensità.
Scrittura rapida e senza ostacoli da decifrare.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 22 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI


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EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI, Epiloghi, Interno Poesia Editore, Borgoricco (PD) 2025
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La prima sezione che ha per titolo Al riparo dal vento maestrale presenta due grandi temi cari al poeta: quello della poesia e del suo percorso nel tempo fino all’affermazione che solo apparentemente segna l’epilogo della sua vicenda poetica e infine l’amore fatto di ricordi e di rimpianti, di scelte sbagliate ma di una presenza costante nel corso della vita.
Ed è proprio nel testo che apre la raccolta, intitolato Sulla poesia, che l’Autore dichiara che il lavoro del poeta è simile a quello di chi pota un albero: una volta eliminati i rami secchi, la poesia si farà strada raggiungendo quell’essenzialità che richiede un esercizio costante e una capacità di cogliere la sua presenza «anche nelle ombre in rilievo tra le pietre / del muro». Ma occorre anche – dice Evaristo – eliminare quel contorno «posticcio / e salottiero» che caratterizza oggi tanta poesia perché «meglio la scarna povertà delle parole / di questo vuoto della vanità».
Ci sono momenti – e il poeta lo sa bene – in cui la voce della poesia sembra vacillare e ciò genera il senso di essere giunti a un approdo, a «quel bilancio finale» che porta alla chiusura. Ma ecco che la poesia intitolata Ammissioni si apre con un melodico canto «Cara poesia che sai di chiostro, / di muschio e di fiorita di sambuco, / ormai suono stridente delle ruote / di carri incatenati al giogo di buoi / stanchi: taci e non brilli più» per chiudersi poi con il senso di una perdita che sembra definitiva. D’improvviso, però, l’imprevedibile accade e la poesia torna a far sentire la sua voce «e già i versi / come fili d’erba si preparano a fiorire». Così passo su passo, il poeta attraverserà il guado di questo torrente tumultuoso che gli si è aperto davanti e potrà ritrovare il suo ritmo e il canto che gli è congeniale.
E con la poesia tornano i ricordi di un amore intensamente vissuto, sognato, rimpianto, le cui tracce «indicano percorsi misteriosi / che portano alla fonte della vita / oppure all’antro della perdizione».
E nonostante il tempo abbia segnato il volto del poeta, i suoi occhi pur se “vecchi e stanchi” mantengono la purezza di un tempo e giocano con la pazzia di ritrovate parole d’amore.
E nella poesia che chiude questa prima sezione Evaristo ammette che, nonostante gli sforzi fatti per chiudere questo capitolo, “quel pungolo rovente” «Si è spostato – dice – in ogni punto / della mente, per buona parte / della mia vita, …» (Tentativi) e torna, nonostante l’assenza, a illuminare con il suo “fascio di luce” l’attesa della notte.
Così al riparo dal maestrale si apre lentamente la strada che porta alla vita, a quel quotidiano che è fatto di amore per la terra, per gli amici, per le persone care con le quali il poeta divide saggezza e umiltà come si legge nella seconda sezione che ha per titolo Le stelle non sono lì per caso.
Le stelle guardano dall’alto questa terra e con la loro luce danno un volto e un nome alla natura e agli esseri viventi che la abitano. Campagna, la poesia che apre questa seconda sezione, ci mostra l’ulivo caro al poeta in una visione antropomorfica che esalta il rapporto intimo esistente fra l’uomo e la Natura: «Parlano e pregano gli olivi, forse / solamente tacciono nell’ascolto / dello scorrere del tempo,» indifferenti all’alternarsi del giorno e della notte e all’esistenza stessa dell’uomo. Dalla visione della campagna umbra tanto cara al poeta emergono così i volti delle persone che hanno fatto parte del suo vissuto, ricordo di uomini come Gianni che «raccoglie ghiande per i maiali» o come Enne il vecchio amico con il quale il poeta parla «della vita, della sorte, / del non si sa da cosa dipendiamo» per concludere amaramente che «la mente non trova / ancora risposta alcuna a nessuno / dei nostri troppi, infiniti perché».
E continuando a parlare con gli olivi, dal cui tronco contorto e dal groviglio dei rami pendono – dice Evaristo - «tutte le mie incertezze», si sviluppa una visione del mondo priva di certezze ultraterrene (si veda per esempio Casualità), fino a giungere all’amara constatazione di Effe il falegname, che, annunciando con amarezza la perdita della nostra identità, parla del dubbio irrisolto della nostra esistenza e conclude: «non sapremo mai perché siamo stati / qui o meglio solo perché siamo stati».
Altre poesie ci parlano di ricordi che tornano improvvisi quando un amico offre in dono un cestino di funghi, alla cui vista si riaffacciano i volti «di una famiglia che non c’è più» e rievocano l’inganno feroce di questa vita, così breve, così lontana ormai; altre volte è L’orto di Lillì dove matura l’uvaspina dai colori screziati e quando cade il pallone oltre il muro si può scoprire, riflesso nelle sue ampolle, “lo scorrere delle ore”.
L’ultima parte che si apre, a mio avviso, con Speculazioni dà inizio a una serie di considerazioni che sono tipiche del pensiero filosofico e meditativo dell’autore: la notte non solo evoca, ma permette un esame sul senso della vita, su quello che è stata, sui dubbi, le idee, le fatiche, perché “guardare nel buio” apre spiragli al sonno e alla speranza tanto da far credere al poeta «che le stelle non sono lì per caso». È il tema dell’abbandonarsi all’irrazionale o forse «alla fede in qualcuno o in qualcosa» che lo porta ad ammettere che la sola razionalità non rende conto di tutto, pur nella consapevolezza di essere nulla di fronte all’indifferenza della Natura, un «Uomo soggetto ai capricci del Fato, / isolato su questa assurda ellisse / del pianeta da noi chiamato Terra», come si legge in La condizione umana. Nasce da qui il senso di perdita assoluta che si prova quando gli amici ci lasciano e solo il buio riesce a parlare al cuore per ricordargli che un giorno quel battito si fermerà e poi sarà silenzio. «Il buio è fluido / e invade ogni spazio», si legge in Giri di chiave, ora resta solo l’attesa di quel passaggio o di quella luce «che ti guidi davvero oltre / gli stretti confini dai calendari».
Non è un caso, a mio avviso, che, dopo queste riflessioni, la silloge si chiuda con due poesie che evocano la vita. In Voli, dopo il temporale che si allontana, tornano i garriti dei rondoni che volano sopra i prati “vivi di pioggia, verdi di vita” e il suono delle loro voci che «come parole, sfidano la notte / imminente e tutte le nostre paure». La nostra resilienza, come si legge in Primo Dicembre, è come quella degli insetti che continuano a «suggere / ciò che resta dei fiori del nespolo» attenti a cogliere quel sapore che solo la vita ha in sé e, come tale, va assaporato fino in fondo perché solo così potrà sprigionarsi «il profumo di un’altra stagione» e, quindi, anche la poesia potrà accompagnare con il suo canto il tempo della vita che ci è stato assegnato.
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FERNANDA CAPRILLI

sabato 21 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERENA CIANTI


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Serena Cianti: “DIALOGO CON L’ANGELO CUSTODE” ed. Terre sommerse – 2026 – pag. 44 -
Nell’impatto con questa rutilante e lunga cantica – perché di cantica si può parlare in una stesura che si adagia al mistero della fede – il primo interrogativo si affaccia nel dubbio : la poetessa ha scelto di proposito una versione strettamente classicheggiante per le sue poesie?
Ella scrive nell’introduzione: “ Chi è nato in Italia, cresciuto nella cultura cattolica, è stato abituato fin dall’infanzia a dialogare con il proprio Angelo custode attraverso la preghiera, immaginandolo come un amico esterno, bellissimo e dotato di ali ma quella preghiera che ha permesso a tanti bambini di scivolare nel sonno senza timore diventa per l’uomo iniziato ai misteri, la potente invocazione per la crescita spirituale e il ricollegamento tra il divino e l’umano, la spada del guerriero che si erge sulla città conquistata, lo scettro del re seduto sul trono o la lanterna dell’Eremita dei Tarocchi.
La preghiera all’Angelo custode scioglie e avvolge la vita dell’uomo nuovo e lo conduce ad altri lidi, alla scoperta di dimensioni superiori rispetto all’ordinario. In questo viaggio anche la morte diventa per il saggio, il passaggio trasformativo necessario che lo farà approdare al “Potere della creazione” insito nel grembo della donna sul piano della materia.”
La poesia di Serena propone una visione fortemente simbolica e profetica, costruita attorno alla figura dell’Angelo che, facendosi “cupo”, introduce un annuncio solenne e insieme minaccioso. Un’immagine iniziale — “occhi avea ‘sì tristi / che rabbrividimmi tutta” — stabilisce immediatamente un clima di turbamento: l’io lirico è attraversato da un brivido che non è solo paura, ma percezione del sacro. L’Angelo non porta una consolazione, bensì una rivelazione esigente, che tocca il cuore del mistero della generazione e della creazione.
Ritmo incalzante il susseguirsi delle sillabe che compongono un musicale accento di preghiera e di richiesta, di illusione e di sbandamento, di speranza e di fervore, quasi ricordo di un tempo trascorso a vagare nel deserto.
Il nucleo simbolico della poesia si concentra nell’enigmatica affermazione: “la sposa è chiave / della figlia madre”. Qui la figura femminile si moltiplica in una triade — sposa, figlia, madre — che richiama archetipi profondi della tradizione religiosa e culturale occidentale, e in particolare l’immaginario cristiano legato alla maternità divina. La Donna è presentata come principio originario, “in Lei è celata / la Creazione intera”: non solo grembo biologico, ma grembo cosmico, custode dell’oro, cioè del valore supremo, della scintilla vitale. L’“oro” che “sol la Donna attiene” non è ricchezza materiale, bensì potenza generativa, luce primigenia. Con ammonimenti, colorati dal lessico centellinato, il mistero si fa annuncio, fra lo straordinario riflesso della creazione e la continua fulminazione delle apparizioni. Allora forse la poetessa adotta un linguaggio volutamente arcaizzante (“Ei disse”, “non v’è”, “si non sarà”), che conferisce solennità e rimanda a una dimensione biblica o liturgica.
I versi brevi, spezzati, contribuiscono al ritmo oracolare, mentre l’assenza di punteggiatura accentua la forza assertiva delle immagini. La scelta di un registro alto e simbolico rende così le composizioni compatte, quasi scolpite.
Una condensazione che affronta con coraggio un tema da tensione filosofica esistenziale, riuscendo a conferire quella forza visionaria che molto spesso ci aggancia nelle ore di solitudine e di silenzio.
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ANTONIO SPAGNUOLO