martedì 3 novembre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA

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“Sinestesia in divenire” di Adriana Mastropasqua (La Valle del Tempo, 2026 Collana Frontiere della poesia contemporanea pp. 56 € 12.00), con la prefazione di Antonio Spagnuolo, contiene la chiave di lettura della poesia in un contesto sensoriale e percettivo, lungo l'accesso cognitivo e identitario dei versi. Adriana Mastropasqua associa la stimolazione dei ricordi in una fusione elegiaca, in cui l'abilità creativa e poetica connette la necessità di trasmettere il confine della memoria nel passaggio esistenziale e appassionato della vita. L'impiego stilistico dell'artificio linguistico, la figura retorica sinestesia (dal greco syn insieme e aisthánomai percepisco), permette ai testi di ritrovare il senso originario ed etimologico delle emozioni, la complessità e il disorientamento delle vicende umane, di ricalcare le immagini incisive e seducenti di un vissuto che accoglie, nell'essenzialità e nell'acutezza del tocco artistico, l'intimità autentica del sentire. L'autrice assimila i colori e i sapori delle proprie radici, interiorizza il filo di continuità di una geografia lirica distesa lungo il territorio dell'anima e degli affetti più cari, attraversa ogni accenno del cuore in un cammino deciso e vitale di mutamento, di consapevolezza, di confronto con la continua evoluzione interiore. La poesia di Adriana Mastropasqua rappresenta una risorsa sensibile che intreccia il filo conduttore delle sensazioni con un rigore fenomenico legato alla comprensione intuitiva del mondo e delle sue compiute verità. Traduce la cifra empatica delle esperienze dirigendole verso una conoscenza della quotidianità e delle cose in una costante disposizione di fluttuazione, dove i confini tra i sentimenti si confondono, offre una corrispondenza profonda e affascinante con i luoghi evocativi. L'unicità di ogni reazione emozionale segna il limite con la direzione dell' appartenenza, dirige il significato intimo del coinvolgimento e identifica il tratto della coscienza come strumento rivelativo della poesia. “Sinestesia in divenire” accoglie la sostanza dell'essere, come ontologia in perenne oscillazione sulla materia mobile dello spirito, rappresentazione di un universo privato che estende la dialettica estetica ed etica di una visione influenzata dal flusso enigmatico e variabile delle parole. Sottolinea come l'esigenza di intraprendere una riflessione sull'ammissione e l'intendimento di una disposizione interiore, legata ai rapporti interpersonali, si plasma attraverso l'incontro e la condivisione con l'altro, in un incrocio magnetico, fluente, nell'incessante svolgimento di un percorso ispirato e intenso. Adriana Mastropasqua concentra la superficie dei suoi versi nell'asse commemorativo di dettagli familiari, indizi romantici, nella cornice estatica di un tempo che afferra l'incarnazione allusiva della caducità e dell'illusorietà nel cuore e ne rende la consistenza sinestetica, il corrispettivo letterario in cui la poesia mantiene, nella soglia dell'infinito, la sua prospettiva in divenire. Approfondisce il profilo speculativo e intellettuale di una allegoria dell'arte, laddove l'immaginario è metafora e dimensione simbolica dell'espressione umana, la vulnerabilità e la resistenza sono specchio della natura vivente tra espansione e contrazione, sperimenta l'intesa suggestiva della permanenza di un pensiero che aleggia sulla sacralità mitologica e sulla coincidenza intangibile del reale, in cui le idee, i dolori, le speranze, lo smarrimento e il riscatto si fondono insieme, respingendo l'isolamento e la solitudine, allargando le inesplorate possibilità degli orizzonti.
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Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti
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Testi scelti
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"Appunti"
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Davanti alla finestra
aperta sull'orizzonte,
l'inchiostro disegna orme
a un passo dall'infinito.
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"Bianco perla, anno zero"
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Niente scorciatoie
“Fare rifornimento di cesoie”.
Camminare a piedi scalzi
niente vicoli,
nessuna scappatoia.
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Un solo indirizzo,
una sola strada.
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Imparare a galleggiare.
Respirare
e lasciarsi andare.
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"Capo Miseno"
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Pizia,
vento di lapislazzuli
avanza sulla cresta dell'onda.
Pungente brezza marina
s'infrange sulla scogliera:
È schiuma riarsa.
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"Costiera Sorrentina"
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Attendo, Vostra Grazia.
Attendo, con minuziosa meticolosità
di riempire di polpa il palato
sgranocchiare coi denti
fino all'ultimo granello di granita.
E dissetare la mente,
mirando e ri-mirando
il limite tra terra e mare.
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"Meriggi di festa"
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Ferragosto,
sullo sdraio il sole
ride alto,
mentre la brace
applaude alla vita.
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"Voto"
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Per le strade del Duomo
risalgo tra la ressa
rifuggo etichette
risparmio energie
persuasa dalla vastità
della parola.
Per sua Santissima Libertà.
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lunedì 2 novembre 2026

INTERVENTO = CARLA MALERBA

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Un excursus policromatico attraverso ultima poesia
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"TEMI E POETICA NELLA PRODUZIONE DI ANTONIO SPAGNUOLO"
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Lettura di Carla Malerba
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E’ in distribuzione dal mese di giugno 2026 il nuovissimo volume “Levigare il finale”- edito da "La valle del tempo" - con il quale Antonio Spagnuolo festeggia il suo novantacinquesimo compleanno, aggiungendo un tocco particolare per la sua poesia. Quasi a voler lenire la corrosione degli anni, ormai giunti ad un traguardo imbarazzante, il poeta cerca ancora una volta di amalgamare lo scandire delle ore nell’impasto avvolgente dei versi, tentando di sopravvivere tra lo sciogliersi ritmato delle sillabe.
Offre una vertiginosa partecipazione il componimento “Cenere”: "Sento perfettamente il rigore della morte che mi blocca,/ chimicamente innamorato abbandono le energie / giorno per giorno anche sognando./ Lo so! / Non potrò vedere la mia carne disfarsi lentamente/ e non potrò contare le ossa levigate, segretamente,/ supplicando un tortuoso legame alle giunture/ nel dondolante rintocco degli squilli./ Tutto è sospeso nel simbolo bruciato/ dal solito verso indescrivibile./ Quel poeta che mi punzecchia contro/ trascinando a ritroso la piaga infetta dell'invidia/ stupirà nel vedere la mia ultima sfera/ con i nastri di porpora avvolta nell'eterno."
Si sviluppa come una meditazione intensa e lucida sulla morte, percepita non come evento lontano ma come presenza concreta che accompagna il vivere quotidiano. L'incipit introduce subito una dimensione di consapevolezza assoluta: la morte non è un'astrazione filosofica, bensì una forza che limita, condiziona e rende fragile ogni slancio vitale. Tuttavia, accanto a questa percezione emerge il paradosso di un soggetto «chimicamente innamorato», ancora legato ai desideri e alle passioni della vita. L'amore e la morte si intrecciano così in una tensione continua, mentre le energie si consumano lentamente «giorno per giorno anche sognando».
Il poeta contempla l'impossibilità di assistere alla propria dissoluzione fisica. L'immagine della carne che si disfa e delle ossa levigate introduce un realismo quasi anatomico, ma immediatamente trasfigurato in una dimensione simbolica. Le giunture che supplicano un legame evocano il desiderio umano di permanenza, il bisogno di trattenere ciò che inevitabilmente tende alla disgregazione. Gli «squilli» e il loro «dondolante rintocco» suggeriscono una liturgia funebre, un richiamo che accompagna il passaggio verso l'ignoto.
Particolarmente significativa è la figura del poeta-rivale che «punzecchia» il soggetto lirico. Qui affiora una riflessione sulla vanità, sull'invidia e sulle competizioni letterarie che continuano ad agitare gli uomini (particolarmente in questi ultimi decenni) anche davanti all'evidenza della fine. La morte diviene allora il momento della rivelazione definitiva: ogni rivalità perde significato e persino l'avversario resterà stupito davanti all'«ultima sfera», immagine enigmatica che sembra rappresentare il compimento dell'esistenza, avvolto nei «nastri di porpora» dell'eternità. Il finale lascia aperta una prospettiva di trascendenza, in cui la fine biologica si converte in una forma di permanenza spirituale e poetica.
Una fusione di registri diversi: il dato corporeo e anatomico convive con una forte tensione simbolica e metafisica. Il linguaggio, ricco di immagini visionarie e di accostamenti inattesi, costruisce un'atmosfera di inquietudine esistenziale che trova equilibrio nella riflessione sul destino umano. La presenza della metapoesia, attraverso il riferimento al poeta rivale, aggiunge una dimensione autocritica che arricchisce il discorso sulla morte, trasformandolo anche in una meditazione sul senso dell'arte e della memoria. La chiusa, volutamente enigmatica, conferisce al componimento una suggestiva apertura interpretativa.
La rilevante produzione di Antonio Spagnuolo, oggi tra i grandi poeti viventi italiani, è testimonianza di un estro poetico che si alimenta di temi disparati: amore, meditazione esistenziale, dolore della perdita, celebrazione della bellezza e della gioia, rievocazione del ricordo. Ad essi si aggiungono elementi paesaggistici e cromatici di grande effetto.
Leggere le sue sillogi mi induce a soffermarmi su questa sua capacità di diversificare il linguaggio, di rispettare la musicalità del verso, di commuovere senza voler commuovere, il tutto legato a un concetto di amore che rimane oltre il tempo, anche se non più tangibile. Non c’è titolo di un suo libro che non richiami l’immagine di Elena, amore di una vita, passione della gioventù e dell’età matura, senile rimpianto, sua accorata solitudine.
Tra le sue raccolte mi piace menzionare qui, tra le altre, “Ricami dalle frane”, titolo significativamente ossimorico nell’assegnare ai sostantivi “ricami” e “frane” la potente, immaginifica visione di due momenti esistenziali in opposizione tra loro: il trionfo dell’amore e l’avvento della morte.
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"Incorreggibile destrezza degli anni
l’intreccio della fiaba e del timore,
se madreperla a merletti ricamava
l’impertinente speranza delle labbra
La poesia iniziale che apre la raccolta rievocando l’amore di Catullo per Lesbia, attraverso reminiscenze classiche e il ritmo della versificazione produce suggestioni e armonie liriche notevoli.
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"E ancora baci!
Ancora più di mille,
se l’apostrofo rosa ha le vertigini
tra le parole t’amo.
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Un’altra silloge che si impone per i suoi temi e per la delicatezza con cui Spagnuolo sfiora le tematiche amorose è “Futili arpeggi”. La raccolta si apre con una riflessione dell’autore sul fare poetico e sul processo che precede la stesura della poesia e si delinea poi come ritmo eleggendo spesso nelle sue composizioni l’endecasillabo, il verso che meglio si confà alla narrazione in versi nella nostra tradizione letteraria.
Senza voler scovare vocaboli altisonanti ci basterà iniziare col dire che la poesia è principalmente musica, ritmo che specialmente con l’endecasillabo ritorna nel segno che la penna incide, Ma questa musica vien fuori da quel mistero che tutti noi conserviamo nel nostro sub conscio, nel luogo segreto del pensiero, che avviluppa le nostre circonvoluzioni cerebrali e diviene canto (Cos’è la poesia? - Antonio Spagnuolo "Futili arpeggi" pag.7)
Altra caratteristica presente nella produzione poetica di Spagnuolo è il tema memoriale, una costante che si intreccia con svariati altri temi; con essa il poeta intende affidare alla poesia il compito di richiamare le immagini del passato grazie alle numerose sollecitazioni che attinge dal presente.
Così il tema del ricordo, diviene asse portante di una ispirazione rivolta all’interiorità di un tempo che risplende nei versi, vivo e presente come non mai.
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"È giunto il tempo di chiudere i conteggi/ e affido il mio bagaglio di poeta All’illusione dell’eternità. /Futili arpeggi dunque, i versi, la poesia, l’amore? No, se ancora si affacciano/ tracce di gemme e di immortalità."
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E ancora amore, paesaggio e cromatismo connotano i suoi versi di note, cadenze ed effetti del tutto particolari.
"Anche la luna riflette le illusioni/ che la notte prepara tra le onde/mentre luccica il ventre tuo nel mare/tra sorrisi e perle luminose." (Dissolvenze e sussurri, 2025)
Ecco, la poesia è danza di parole e immagini, è sospiro e canto, fiaba e accadimento.

"Il preludio sorprende ogni verso,
rincorrendo i colori di un arcobaleno
tra le note del tramonto: illusione di fuochi
che tra i piedi e le mani avemmo in abbandoni.
Le tue braccia una fiaba senza fine,
una fiaba incisa tra le mura, ogni mattina,
che poteva squarciare l’attesa
nelle armonie dei silenzi.
Il raggio del respiro era negli occhi,
nelle palpebre appena socchiuse dal risveglio,
inquiete o illuse di stanare nuove immagini.
Grido sul foglio gli abbandoni del tuo corpo
ora che solo un lamento mi risveglia."
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(“Fiaba” in “Svestire le memorie,2019)
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CARLA MALERBA

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIANNA IANNARONE

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Marianna Iannarone: “D’amore e d’altra specie” Ed. GPM – 2026 – pag. 64 - € 6,99
Una nutrita scheda biobibliografica in appendice mostra il viaggio attraverso gli anni per un bagaglio culturale di notevole spessore ed una ricognizione coloratissima di riconoscimenti raccolti in varie esperienze. Poesia senza confini che coincide luminosamente con i luoghi della memoria e l’ansia policromatica dell’interrogazione e della scoperta che ruota intorno alla parola.
“Intrattenimento virale scrollo l’inutilità totale:/ l’ultimo fenomeno senza né arte e né parte –/ che per stare informati vale la pena restare sul pezzo/ ma da un pezzo non c’è più contegno –“ sussurra la poetessa a conclusione di queste sue pagine, quasi a giustificare il dubbio che nasce in chi si abbandona alla scrittura poetica. Ma: “L’arte dell’arrangiarsi/ è un affresco di pane e cipolle/ una celebrazione al dono/ quando la creatività si ispira al vero.”
La scrittura nelle prime composizioni si sviluppa come una riflessione amara e dolente sulla condizione dell'umanità, continuamente sospesa tra il desiderio di pace e il ripetersi inesorabile della violenza. L'immagine iniziale, «Dietro l’angolo l’indaco del cielo», introduce una dimensione cromatica di grande suggestione: il blu profondo, assimilato alla vastità del mare, non è tuttavia un colore di serenità, ma sembra appesantito dal dolore dei «cuori infranti sugli scogli». La natura diventa così lo specchio di una sofferenza collettiva, mentre la significativa affermazione «lì Dio sembra essere arrivato tardi» esprime lo smarrimento di fronte alle tragedie, quasi che persino la dimensione divina non riesca a intervenire tempestivamente per salvare l'uomo dalla propria crudeltà.
Il discorso poetico si allarga progressivamente, passando dalla percezione individuale a una denuncia universale. La mancanza di pace viene indicata come una condizione incompatibile con la sopravvivenza stessa, mentre l'assenza di ponti tra i popoli diventa metafora di incomunicabilità, separazione e odio. A questa immagine negativa si contrappone una possibilità di riscatto: «ma con la musica fanno l'amore». È forse il passaggio più luminoso del componimento, perché affida all'arte e alla sensibilità il compito di ricostruire un'intesa che la politica, le divisioni e le guerre sembrano avere distrutto.
Marianna Iannarone possiede una forte tensione etica e civile, sostenuta da immagini evocative e da un linguaggio che alterna suggestione lirica e dichiarazione polemica. Qualche passaggio, soprattutto quello relativo alla fame e alla sollecitudine, presenta una costruzione semantica che contribuisce a restituire il disordine di un mondo nel quale persino le parole della solidarietà sembrano aver perduto la loro efficacia.
Ancora più avanti una denuncia drammatica della perdita di coscienza dinanzi alla violenza, alla guerra e alla progressiva assuefazione dell'umanità all'orrore. L'apostrofe «Ripugnanza sei l’esplosione della desolazione isterica», attribuisce a un sentimento una dimensione quasi fisica, capace di sconvolgere i volti, deformare le coscienze e trasformare il pianto in una manifestazione collettiva di disperazione. La morte che si consuma sulla strada diventa il simbolo di un'esistenza travolta dalla brutalità, mentre l'immagine del carrarmato che «trapassi la vita» restituisce con crudezza l'irruzione della guerra nella quotidianità degli uomini.
La «macchia assassina, croce e bandiera» introduce una significativa contaminazione di simboli religiosi e identitari, trasformati in emblemi di sopraffazione e di sangue. Il mondo evocato è ormai «privato di coscienza»: gli uomini assistono alla tragedia, si scompongono interiormente, ma non rivendicano, non reagiscono, non interrompono il meccanismo della violenza. L'immagine conclusiva, «lasci un fiore piuttosto che un cuore battere», racchiude tutta la desolazione del componimento: il fiore diventa un gesto rituale di commemorazione, ma non restituisce la vita né sostituisce la necessità di una ribellione morale. Finché ogni angolo continuerà a bruciare, la pietà rischierà di rimanere soltanto un omaggio ai morti, anziché trasformarsi in una forza capace di salvare i vivi. Ne emerge una poesia di denuncia, nella quale la vera colpa non è soltanto la violenza esercitata, ma anche l'indifferenza di chi ha imparato a considerarla inevitabile.
Suggerisce con enfasi: “L’amore è una carezza che produce poesia/ una certezza che accompagna la vita”. Forse per addolcire con garbo e fermezza di penna i timori e le sospensioni che ci attanagliano nella quotidianità.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 30 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Argine”
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C’è un grande prato verde nella mia memoria,
immenso, fermo al conteggio del polso,
mentre il tuo nudo torna umido tra foglie.
Nel sapore dell’erba frugo ancora attimi ulcerati,
timoroso di scoprire realmente passaggi dissolti,
ombre divise in morbide escursioni,
rapide tenerezze, sospese ad un ramo troppo carico.
La parola, allora, è groviglio della fuga,
una forma di spugna, confusa alle risposte impreviste,
che si affligge di istanti condivisi
alla brina, agganciata alle tempie.
Immutabile e stanco rimane soltanto quel silenzio
che divide l’argine incosciente.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 28 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIORGIO BOLLA

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Giorgio Bolla: “Dove sei” – Book Editore 2026 – pag, 86 - € 16,00
La poesia nasce spesso da una necessità profonda dell’inconscio di rompere gli argini del silenzio, di liberare ciò che il pensiero custodisce nelle sue pieghe più segrete e che la memoria trattiene sotto la cenere del tempo. È un’esplosione improvvisa, talvolta inattesa, nella quale immagini, emozioni, desideri e ricordi affiorano alla coscienza senza seguire un ordine prestabilito. Il poeta si trova così a esplorare territori interiori che non sempre conosce, guidato da una voce sotterranea che reclama ascolto e pretende di trasformare l’indefinito in rivelazione.
E l’irruzione dell’inconscio non basta: occorre la ricerca della sillaba, quell’arduo lavoro di selezione e di scavo attraverso il quale il tumulto interiore acquista forma, ritmo e significato. Ogni vocabolo diventa uno strumento per amalgamare i sentimenti, avvicinare le contraddizioni, ricomporre le fratture dell’esperienza e dare consistenza a ciò che sembrava inafferrabile. Non si limita a descrivere un’emozione: la interroga, la trasforma, la rende comunicabile, preservandone tuttavia il mistero originario.
“Ma questo poemetto di Bolla – scrive l’indimenticabile Plinio Perilli nella prefazione - ha una sua profusione, dedizione in più, tra anima e poesia. Non è solo l’affetto, a dettare a Giorgio quei suoi versi così teneri, avvolgenti; ma è proprio una squisita dose di mistero, quasi un pertugio inconscio, a suggerirgli un canto che è insieme raziocinio e melanconia.”
Molti versi di questa silloge si tessono con il filo del detto e del non detto, del sussurrato e del declamato, del velo incognito e della fulminazione inaspettata. Forse colloqui con l’altro, con figure immaginarie, con specchi che frantumano visioni, con delicati strofinii del gatto, per meriggi e notti immerso nel tepore dell’amore.
Il ritmo si configura come una meditazione sull’incontro amoroso, concepito non soltanto come esperienza dei corpi, ma come transito verso una dimensione più profonda dell’esistenza. L’ «Abbiamo scelto un meriggio», introduce una precisa collocazione temporale, quasi una decisione rituale condivisa: il meriggio, con la sua luce intensa e la sua sospensione, diventa il luogo simbolico nel quale due presenze si preparano a oltrepassare i confini della quotidianità. Il termine «transito» suggerisce un passaggio, forse una trasformazione interiore, nel quale lo sguardo dell’altro si posa sulla carne e la corporeità diviene il primo strumento di conoscenza reciproca.
Particolarmente significativa, più oltre, è l’espressione «impazzirà la tua entropia»: un vocabolo scientifico, riferito al disordine e alla trasformazione dei sistemi, viene trasferito nell’ambito della passione, evocando lo sconvolgimento che l’incontro produce nell’equilibrio individuale. L’amore altera le coordinate consuete, incrina l’ordine razionale e apre un varco verso una percezione nuova del tempo e del sentimento, una discesa nell’intimità più segreta, dove il cammino di due soggetti non procede più verso una meta esterna, ma penetra nel significato stesso della loro unione. Molte sono le immagini di Giorgio Bolla che ricamano una delicata malinconica, perché restituiscono all’amore la sua natura effimera, sospesa tra desiderio di permanenza e consapevolezza della precarietà. Gli «spiragli di freddo» e i «sassi grigi» introducono una materia aspra, quasi un paesaggio interiore nel quale la tenerezza deve misurarsi con l’assenza, la solitudine e il limite. Eppure, proprio in questo scenario, gli amanti trovano «slarghi / di presenza» — spazi nei quali la vicinanza può manifestarsi e sottrarre, almeno per qualche istante, la vita alla dispersione. Attraverso un lessico composito, nel quale termini astratti e scientifici convivono con immagini corporee e paesaggi minerali si realizza la sua originalità, la quale risiede soprattutto nel tentativo di tradurre l’intensità amorosa in una dinamica di disordine, discesa e provvisoria ricomposizione.
Il poeta si svela come una confessione intima, nella quale la parola nasce proprio dalla difficoltà di esprimersi e dall’incertezza del vivere. L’interrogativo, «Perché devo dire / se non ho da dire», mette in discussione la necessità stessa della comunicazione: parlare non è un obbligo, soprattutto quando il pensiero non riesce a tradurre in parole ciò che si agita nell’interiorità. La vita, tuttavia, deve accadere, procedere secondo un movimento che non sempre dipende dalla volontà individuale. Da qui emerge la domanda sulla fine, accompagnata dalla percezione di essere niente, di smarrirsi in una dimensione esistenziale nella quale anche la propria identità sembra perdere consistenza.
Un interrogativo che corrode forse tutti noi mortali, sospesi come siamo tra una realtà quotidiana che compone ed un’attesa subdola del nulla che seguirà.
Testi, quasi sempre molto brevi, delineano un paesaggio suggestivo, fatto di percorsi tortuosi, colori e immagini naturali che sembrano promettere un approdo, senza tuttavia consentirlo. L’aria appena respirata richiama la precarietà dell’esistenza, mentre gli incontri che si susseguono suggeriscono la frammentarietà dei rapporti umani: si passa da una presenza all’altra senza riuscire necessariamente a raggiungere una vera comunione. L’amore appare così non come una certezza acquisita, ma come una possibilità ancora da conquistare, esposta all’incertezza del tempo e alla difficoltà di superare la propria solitudine.
Nella tensione tra desiderio e rinuncia, tra il bisogno di comunicare e l’impossibilità di dare forma compiuta ai sentimenti il linguaggio di Bolla diviene essenziale e interrogativo, accompagna un pensiero che procede per esitazioni, mentre le immagini introducono una dimensione lirica molte volte allusiva, ma sempre ricche di un bagaglio culturale di notevole struttura.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 27 ottobre 2026

POESIA = LORENZO BERTONI

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" I "
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Ti hanno presa
al gioco del nascondino
una pacca sulla spalla è bastata
a farti grondare di latte.
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Aspetta!
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Vedrai che uscirà
di nuovo la giostra -
vincolo santo.
-
Guardami
mentre sollevo al cielo
questo animale da colosseo.
*****
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" II "
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Lì ho visto una festa
sempre controluce i commensali
servivano uova di pavone.
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Incravattati con la piuma in testa
dissero ti aspettiamo
nessuno a capotavola
mangiammo e bevemmo senza parlare.
-
Capii quando vidi
un giovane in costume
ti stavamo aspettando, si è aggiunta una sedia
(dissero in coro)
le uova sono ancora calde.
*****
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" III "
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Ho sempre paura
che i corvi mi tocchino gli occhi
e svegliarmi
sotto distese di piedi.
-
La notte sogno l'incendio
e penso di essere io
anche i fornelli
li controllo sempre.
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Questa pausa
dall’errore non risponde
del presente scappare
dalla morte, il disturbo post-traumatico
la paura del ritorno.
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LORENZO BERTONI

lunedì 26 ottobre 2026

POETI DA RICORDARE = GIANNINO DI LIETO

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PER “OPERE” DI GIANNINO DI LIETO (Interlinea edizioni- 2010)
Teste Giambattista Vico, “della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”: luminosa risposta a un Innominato Scrittore “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, al punto da confessare di ignorarne una poesia solo perché “non la capiva”. Chi di ciò doverosamente, ancorché scandalizzandosene, si lagna (tra gli “Appunti” XIII e XV, in Opere, pp.315-16) è l’autore di quella poesia “ignorata e incompresa” perché oscura, filosofica e strutturalmente e linguisticamente meticcia, ossia Giannino Di Lieto (1930 –2006), un poeta pur ben apprezzato da critici autorevoli (da Stefano Lanuzza, a Gilberto Finzi, ad Alberto Cappi, a Maurizio Perugi, a Luigi Fontanella e soprattutto Giorgio Barberi Squarotti), che sul suo “ostico” sperimentalismo “logicamente oscuro” eppure “limpido”, sulla sua “ricerca di forme nuove”, hanno espresso giudizi motivati e convincenti.
A seguirne il percorso dalle Opere, testé raccolte e pubblicate – dalle iniziali «Poesie» (1969) all’ultimo «Breviario inutile» (2003) – presso Interlinea Edizioni (2010), si ha la conferma di una personalità d’eccezione, coerente nella linearità della sua ricerca espressiva, sviluppatasi dall’ungarettismo della prima fase agli esiti heideggerianamente filosofici degli approdi, capaci di mescolare suggestioni dadaiste e surrealiste, su una solida base di “classicità”, persistente anche se continuamente trasgredita. È in questa strana mescolanza di classicità e trasgressione che, tra “esorcismi e sortilegi (letterari)” e visivi, consiste, non solo a mio parere, la cifra più singolare di Giannino Di Lieto: nella capacità di intrecciare spregiudicatamente, strutture e lacerti espressivi diversi, con citazioni in latino e in volgare delle origini come segnali dell’aspirazione al sublime, attraversando e superando senza imbarazzo ermetismo e postermetismo in direzione della neoavanguardia intesa come stile e come etica piuttosto che come modulo, praticando insomma uno sperimentalismo costante in opposizione ai consueti moduli linguistici, con gli strumenti più consoni, perfino quelli visivi, giocando ma seriamente anche con colori e segni, senza mai impanarsi “nel gorgo della sperimentazione fine a se stessa”, come dimostra Ottavio Rossani in un suo luminoso contributo critico: per “addomesticare” la realtà, con lucida e fredda intelligenza, senza mai concessione così a gratuiti gesti trasgressivi come a lirismi. Un mondo post-apocalittico, dunque, nel rifiuto di ogni emozione, in cui si mostrano detriti anche linguistici di un mondo senza senso che tocca alla poesia rigenerare, giusto come diceva Vico nella “degnità” citata in apertura: è questo l’approdo di un percorso poetico che, al dire di Giorgio Barberi Squarotti “non ha nulla di uguale in Italia”.
Si diceva prima dei critici. Tra i tanti mi piace ricordare quello che aveva rilevato Velia Iacovino, parlando di “operazione linguistico-letteraria delle più raffinate ed erudite”, in cui il significante vive sinergicamente in relazione ad altri significanti potenziandosi per acquistare “una ricchezza indefinita di significati”; dal canto suo, Gilberto Finzi aveva parlato di testi “in crescita coerente e finemente letteraria”, allo scopo di “inventare una nuova comunicatività, attraverso “una somma di intense trame” espressive. Sullo specifico della sua operazione linguistica è essenziale quello che il poeta Alberto Cappi aveva sottolineato a proposito della struttura del verso definendola “misteriosa e avvincente”, ricca di “echi di arcaiche civiltà orali” e protesa “tra fascino millenario e desiderio di futuribilità”. A proposito poi della sua stagione migliore, quella di Punto di inquieto arancione (1972), “uno dei libri fondamentali in tutto il Novecento italiano”, Giorgio Barberi Squarotti rileva come la raccolta segni “una mutazione al tempo stesso radicale e tuttavia segretamente legata per continuità e sviluppo” a tutta l’opera precedente, in virtù di un ritmo poetico nuovo che di contro all’essenzialità delle prime prove introduce un “ampliamento vastissimo del discorso” in modi che tendono “al grandioso e al solenne” in un discorso avvolgente e comunicativo “che sfiora continuamente l’orazione o il monologo drammatico”, con la metrica deputata a sottolineare “la forte scansione del discorso”.
Val la pena di concludere questo rapido itinerario citando nell’emergenza di un lemma un sintomo: il lemma è un latinismo limina, “soglia, limite, confine, linea di partenza” che ritroviamo in due testi ben lontani tra loro, rispettivamente in “Teorema” (Indecifrabile perché) e in “Sera di luglio” (Le cose che sono). Quale sia questo sintomo mi pare appaia ipotizzabile dai diversi contesti: il primo, nel contesto di cui si parla, è una domanda che genera timori intorno a quello che esplicitamente è chiamato “teorema dell’esistenza”, intravisto nella sua “obliquità”, o meglio ancora ambiguità intrinseca alla parola stessa limina come “limite” e “confine” dove tutto si mescola e confonde (limina convertuntur) nella prospettiva del suo attraversamento; il secondo (caedunt limina haud occasu) è giocato tutto su un’implicita ambiguità sessuale del verbo d’apertura sinonimo dell’atto che in Catullo 16 è minacciato (Pedicabo ego vos et irrumabo) agli amici Aurelio e Furio, rei di aver deriso il Poeta. In questa chiave, tra oscure reticenze e paure di morte (nel primo caso) e sentimenti di rivalsa contro “critici” incapaci di accettare le “oscurità” di una poesia rea di non concedersi al plauso dell’Innominato Scrittore di cui in apertura, “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, il Poeta “Fabbricante di parole” ribadisce e rivendica il suo diritto a “un parlare comune separato da tutti” (Città un fabbricante di parole).
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VINCENZO GUARRACINO