domenica 26 aprile 2026

POESIA = ALESSANDRA VERDE

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"BUGIE"
Mi sembra una bugia
quella di tornare indietro
e rifare tutto nello stesso modo.
-
Mi sembra una menzogna
che non si addice
neanche all’uomo più sincero.
-
Tornassi indietro io
cambierei tutto,
pensieri, città, miracoli.
-
Cambierei quel senso
di anima sperduta,
cambierei quel segreto
che si cela dietro la vita.
-
Strapperei
il filo che mi tiene legata
alla forma, dalla nascita
tornerei all’età del pianto,
ma ingannerei ancora
il mio nemico allo specchio.
*****
STRADA DI CASA
Ho messo male i piedi sulla roccia,
sotto di me un fiume limpido:
sarà colui che – ancor più in basso -
cancella i ricordi e li trascina
via come sassi?
-
Ho messo male i piedi, sono caduta.
Vorrei proprio cancellarli i miei
errori, i miei pianti, quelli di adesso.
Vorrei gonfiarmi di acqua e così
galleggiare fino a che il fiume
non si sappia fermare
fino a che io non torni a
scoprire i sorrisi
ad aspettare mio padre
se caduta dalla bici,
a salire tra le sue braccia
e credere, credere sempre di
poter tornare dove già sono stata
e sentirmi di nuovo me stessa,
a casa.
-
Ho messo male i piedi, dove sono finita?
Lo saprà la roccia? E la
goccia? Che dai miei occhi
chiama e risponde alla cascata che
cade nella vita.
*****
"LEGGERMENTE"
Delle volte non
si può far altro
che respirare,
involontariamente cadere
coscientemente cercare
di credere che
il cuore – sì –
sarà più leggero di una piuma
sulla bilancia dell’aldilà.
*°*
ALESSANDRA VERDE

POESIA = EMILA OTELLO

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"STRADE NEL SOTTOFONDO"
-
Ci sono strade nel sottofondo
tempestate di aride stelle.
E su strati di ghiaccio, anelando,
giungono spumeggianti corolle.
-
Nelle stesure del tempo io resto,
ancorata al bisogno di credere,
al fato che torna, un po' molesto,
schiva, nel voler ancor confondere.
-
Chi sei tu, infatuo destino che bussi,
quando la porta cercai di chiudere
e già t'apprestavi a entrare furtivo.
-
Non conosco ancor il tuo obiettivo:
entravi, uscivi — tornavi a fondere
come antichi sogni in liquidi riflussi.
*
10/04/2026 ****
"SULLA LAMA DEL TEMPO"
-
E siamo qui, in quest’ora tanto attesa,
sulla lama affilata di un rasoio:
chi con occhi di lince,
chi con occhi di talpa,
ma siamo qui.
-
Al culmine del principizio,
prima della grande tempesta.
La terra è gravida di doglie,
prima che giunga il parto.
-
Chi sarà pronto ad accogliere?
Il nascituro figlio porterà gioia,
crescerà tra le pietre concave del passato,
segnerà l’autunno e la primavera.

Con un taglio netto
al cordone ombelicale del vecchio tempo,
un vestito nuovo da indossare,
un talismano tra le mani
ed un annuncio: «Ecco, sono qua!»
-
27/03/2026 ****
"L'AQUILA DEL DESERTO"
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E la colomba si posa sul ramo più alto,
la voce di femmina si innalza,
da ogni tempio, da ogni era giunge.
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Come artigli di falco graffiano le unghie,
per troppi giorni ingoiati,
e basterà un gesto, un solo gesto:
abbassare il velo,
trapassare lo sguardo,
lasciare che il vento frughi
tra i suoi capelli.
-
Una ciocca tagliata sfida il tempo.
-
Cammina, donna, cammina,
con passo lesto:
è tempo di sradicare radici,
e il maschio diventa teschio,
come amuleto nel cassetto.
-
Solleva il nero della tua prigione,
mostra la bellezza al mondo.
-
Non ti fece Dio più bella di Adamo?
Non lasciò la bellezza nuda?
-
Non nascose la Rosa tra i rovi,
né la farfalla nel bozzolo.
-
Ammira il cielo con occhi di rimmel,
sfoggia l’onda sinuosa della bellezza.
-
Ogni figlia è madre del mondo,
ogni donna è madre di figlio
che ha raccolto lacrime di dolore.
-
È tempo questo di giustizia,
di aprire le gabbie della morte.
-
Vola, aquila del deserto,
vola sul tetto più alto del mondo.
E ogni voce canti: io ora son qua!
-
26/03/2026
*
EMILIA OTELLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA MONNETTI

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Francesca Monnetti: “Secondo-genitura”- Società Editrice Fiorentina – 2026 – pag. 80 - € 14,00
Il titolo “Secondo-genitura” è un gioco linguistico piuttosto denso, e può essere interpretato su più livelli: la condizione del secondogenito (il figlio nato dopo il primo). Tuttavia, la grafia spezzata con il trattino suggerisce che non si tratti solo di una posizione familiare, ma di qualcosa di più simbolico. Potrebbe alludere ad una rinascita interiore, potrebbe riferirsi ad una voce non dominante, alternativa, potrebbe suggerire una creazione filtrata, infine qualcosa di non più immediato, bensì atto riflesso. Incipit imbarazzante! Tutto accade secondo un programma ben determinato o da plasmare?
Come suggestione improvvisa, in questa armoniosa scrittura, che caratterizza in effetti tutta la silloge di Francesca Monnetti, mi piace esaminare la poesia “Mural tuttomondo” a Keith Haring- che si configura come un omaggio visivo e concettuale all’opera di Keith Haring, traducendone il linguaggio grafico in parola poetica. Il testo rinuncia quasi del tutto alla punteggiatura e agli spazi tradizionali (“nonunacesura”, “nondiscontinua”), costruendo una continuità fluida che riflette direttamente la linea haringhiana: una linea che non si interrompe, che connette, che ingloba il caos del mondo senza mai frammentarlo del tutto. La scelta di fondere le parole (“fissa-nonfissa”, “pathosmoto”) suggerisce una tensione costante tra stabilità e movimento, tra forma e energia, che è tipica anche dei murales dell’artista.
Il “disordine nel mondo” non viene negato, ma “(far)risaltare”: la poesia, come il mural, non elimina il caos, bensì lo rende visibile e lo trasforma in ritmo. In questo senso, l’arte non è evasione ma “argine ultimo”, un limite fragile ma necessario contro lo “svanire”. La linea diventa allora principio generativo: “vibravive”, “tienedesta”, mantiene una vitalità che si oppone alla dissoluzione. Il lessico insiste su termini dinamici e corporei (“emozione”, “pathos”, “moto”), sottolineando come l’opera sia esperienza sensibile prima ancora che estetica.
Direi che si può leggere il testo come un esempio di poesia visiva e performativa, vicina alle sperimentazioni della neoavanguardia italiana, dove il segno linguistico tende a farsi gesto grafico. Tuttavia, rispetto a certe rigidità sperimentali, qui emerge una tensione comunicativa più aperta: la poesia non è chiusa in sé, ma “alprossimo integrocilega”, cioè orientata verso l’altro, verso una dimensione relazionale. Questo aspetto richiama la funzione pubblica del mural di Haring, pensato per uno spazio urbano condiviso.
Tutta la scrittura in queste pagine cerca di restituire l’immediatezza e l’energia del gesto artistico, con un ritmo guizzante delle sillabe che attanaglia lo sguardo per diffusione di pensiero e di idee.
I tratteggi, per immagini o personaggi, per figure o illusioni, per descrizioni particolareggiate (al fiore del petalo/ nelle compositae … alla distanza/ lo preferisco/… fa capolino …/infiorescenza … terminale) o per bisbigliare suggerimenti, sono tutti attraversati da una rigorosa armonia che rende plastica la composizione. E non manca un alone sottile, che si ricama da solo, tra possibili scorrimenti filosofici e cristalline schegge del sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 25 aprile 2026

POESIA = NUNZIO FESTA

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"MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA"
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Una dozzina di uova e una rapina
alla banca del sapone e una donna
supina a rigare con le mani le foglie
di pomodoro o tabacco e il -
glioletto col polmone
malato a farsi addormentare dai papaveri
: poveri: buoni: incattiviti
dai cadaveri delle promesse ricevute
: uomini e donne perseguitati
dalla miseria
dai soli doveri.
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"MATERNITÀ"
-
(ad Amedeo Modigliani)
-
Ogni bambino ha negli occhi
un gigante: la -
glia è nella casa
con i pidocchi e l'istante del ritratto
è l'unica spesa possibile
: lo stretto fra la Francia e Livorno
allunga ogni monetina
ammissibile per l'umore
e per il vino e per il liquore
sul pennello
: il ritorno migliore
: un giorno ogni giorno:
nelle tele tentazioni tentate
: le donne sono due
e il colpo di genio è il corpo che
si assume nel mantello della tragedia
: il seme della dannazione e
il morire
come unica approvazione.
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"INCISO"
-
Il Marecchia è spesso un calzino
s-
brato: l'arte e la storia un rifugio
nella parte più sana della quotidiana
realtà: carte smaltate e il silenzio
: il -
ato delle nuvole in legno e paura
la congettura che si sta avvicinando
la -
ne dei tempi: siamo gestiti noi pure
da esempi troppo certi – invece – del fare
e (del) divenire: murene e santi
viventi esseri / speciali da cucire
nelle compravendite e come
involuzione: pianti e grida: ci siamo -
nalmente
liberati – almeno
della continua s-
da
e della rincorsa
: incamminati: sicuri
delle nostre ossa.
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"COLLEZIONE DI LASCITI"
-
Sono invecchiato forse prima
di te: seppure compio le scale
senza troppa fatica: uguale
alla casa lisciata quasi a lima
di coltello e bugie del bosco
: un luogo che qui riconosco
essere stato la visita perduta
degli alberi: del terreno: muta
in estate
e in primavera
: la sera prima di fare l'amore
: stesse raccomandazioni sul divano:
qualcosa a sapore di cartone
di fate: e quindi da -
aba
: canzone di cera e umore
di carruba del mio paese.
***
NUNZIO FESTA

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANLUCA GARRAPA

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Gianluca Garrapa: “Saltiquanti” – Edizioni del Centro scritture – 2025 – pag. 176 - € 16,90
Volume ricchissimo per costruzioni e frammentazioni, per figure luminose e tratteggi, per incisivi motteggi e ombre che sfuggono. Molte poesie costruiscono un dialogo frammentato tra due poli, “Corpo” e “Assente”, che funzionano come voci interne scisse: da un lato la materialità, l’istinto, la presenza fisica; dall’altro una coscienza dislocata, ironica, talvolta allucinata. Per scarti, giustapposizioni e cortocircuiti semantici, dove il linguaggio non mira a una narrazione lineare ma a rendere l’esperienza di una percezione alterata e discontinua. Così un dialogo tra le due voci è costantemente perturbato da intrusioni di registro: il basso e il triviale (“cazzo”, “coglione”) convivono con immagini pseudo-filosofiche (“diecimila anni e macigni d’aria: le idee”) e con riflessioni metapoetiche (“il filo ludico al dialogo”). Questo impasto linguistico produce un effetto di spaesamento che riflette una crisi del senso: il ritmo si accelera spesso e avvince.
Un tema centrale è quello del “sottofondo”, che ritorna più volte come metafora di una realtà latente: può essere inteso come dimensione inconscia, come rumore di fondo culturale (“sottosfondo di marijuana nell’epoca mediana”) o come sentimento resistente (“un sentimento che resiste / per sempre”). In questo senso, la poesia sembra interrogarsi sulla possibilità di autenticità in un contesto storico percepito come vuoto e manipolato (“cultura di noi altri vuoti di spiritualità”).
Con tono ludico ricreativo il poeta si colloca in una linea di sperimentazione che rifiuta la coerenza discorsiva tradizionale per privilegiare un montaggio di frammenti, registri e livelli di realtà. La voce poetica si sdoppia e si mette in scena, trasformando la poesia in uno spazio teatrale minimo, dove però la rappresentazione è continuamente destabilizzata. L’uso del linguaggio colloquiale e volgare non è gratuito, ma funzionale a smascherare ogni residuo di retorica elevata, mentre le improvvise accensioni liriche o filosofiche vengono facilmente contraddette o ironizzate.
Tutta la silloge si muove entro una dimensione fortemente corporea e insieme alienata, in cui il soggetto percepisce il proprio corpo come qualcosa di estraneo, quasi costruito artificialmente (“non m’appartiene / che un doppio artefatto”). L’immagine “bagnato di sodio e di sole”, mescola elementi naturali e chimici, suggerendo una condizione sospesa tra vita organica e artificio, tra autenticità e costruzione. Il corpo non è più sede di identità, ma oggetto manipolato da forze esterne (“creato da loro fin troppo / perfetti”), forse allusione a un sistema sociale o a modelli imposti di perfezione.
La lingua è aspra, materica, attraversata da termini concreti e talvolta disturbanti (“guazzame di sporco”, “filo di stagno”), che restituiscono una sensazione di compressione esistenziale.
Particolarmente significativa è la metafora della nave: “come nave l’immagine trema”. Qui il soggetto appare instabile, in bilico, esposto a un movimento che non controlla. Il “frigger di pietre” sotto il piede introduce un elemento di precarietà e di attrito, quasi a indicare un cammino difficile, segnato da dolore e rischio. La morte, evocata nei “contorni precisi”, non è tanto evento finale quanto presenza che delimita l’esperienza stessa. Forte dunque la densità metaforica e un linguaggio che unisce registri fisici e astratti, costruendo una poesia di tensione interna più che di narrazione. La sintassi spezzata e l’accumulo di immagini contribuiscono a creare un effetto di disorientamento coerente con il tema dell’alienazione del soggetto.
Gianluca Garrapa si dibatte coscientemente nel conflitto tra interiorità e forma imposta, tra desiderio di apertura e impossibilità di sperare pienamente. La chiusura si propone come conteggio delle ore, dei minuti, dell’attimo e si adagia ad una composizione che abbandona il ritmo scandito delle sillabe per ricamare un fraseggio che che sostiene la narrativa.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 21 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = RENATO MINORE

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Renato Minore: “Per speculum et in aenigmate – Ed. Di Felice – 2025 – pag. 64 - € 10,00
Una brillante incursione tra le fulminazioni del quotidiano e la godibilità del pensiero vagante, spesso avvolto dalla frammentazione del visibile e la tentazione di un’illusione.
Il poeta chiarisce il titolo, nella prima sezione del volume: “come in uno specchio e in un confuso enigma”. A me piace, come vecchissimo medico, rammentare anche che lo “speculum”, usato in clinica, è un dispositivo metallico atto a mantenere aperto un orifizio, particolarmente in ginecologia. E questa suggestione si adatta agilmente allo scorrere di alcune figure poetiche che magistralmente Renato Minore mette tra i versi. “L’aprirsi dell’inquietudine che fulmina la storia”, “l’inconfondibile sagoma di ciò che simula sperienza e verità”, “la nebbia sottile per velare anche l’ultimo incanto”, “il soffio svagato che porta alla fine”, “chi è da sempre esule per sempre”. Tutti sondaggi che richiedono compartecipazione.
“Un’azione ben responsabile e cosciente quella che qui Minore evoca, - scrive Vincenzo Guarracino in prefazione – chiamando in causa anzitutto se stesso, in un gioco di pulsioni che pertengono alle ragioni profonde dell’io che, di fronte al reale e all’Altro esprime un bisogno di conferme attraverso indizi, significanti e significati, differenti, spesso drammaticamente sfuggenti, ma convergenti in una domanda di senso, dalla cui urgenza l’io si sente agito e spinto in un processo infinito di decodifica del loro nucleo fattuale, deputato a strutturarsi nel suo Immaginario come paradigma del suo stare di fronte alle cose, , ossia rovistando e pesando ogni gesto per mettere a nudo le nervature più segrete, senza sottrarsi neppure al gesto crudele di sviscerare carattere e azioni al fine di pronosticare sopra di se, scrivere minutamente con le più argute e profonde riflessioni la sua vita. (come scrive Leopardi nello Zibaldone)”
Fra le molte scelgo una composizione coinvolgente:
“Per vivere ancora
la sola vita che conosce
manda il suo messaggio
su Istagram per dire io,
io c’ero negli anni Ottanta,
l’unico desiderio sogno incubo
di questi giorni
in cui si sente morta
per avere soltanto
quindici clic nelle foto
d’un tempo sulla meraviglia
dell’incrocio di gambe
proprio come Sharon Stone.”
Mette sapientemente in scena una figura che cerca di riaffermare la propria esistenza attraverso i mezzi contemporanei della visibilità digitale. Il verso iniziale, “Per vivere ancora / la sola vita che conosce”, suggerisce una sopravvivenza più che una piena vitalità: la protagonista sembra intrappolata in un’unica modalità di essere, quella mediata dallo sguardo altrui. Il “messaggio su Instagram” diventa allora un atto quasi disperato, un tentativo di dire “io” e di ribadire una presenza che rischia di dissolversi. Il riferimento agli “anni Ottanta” introduce una dimensione nostalgica, contrapponendo un passato percepito come più autentico o significativo a un presente dominato da metriche superficiali, come i “quindici clic”.
Il cuore del testo sta proprio in questa frattura temporale e identitaria: il passato è evocato attraverso immagini di seduzione e spettacolarità (“l’incrocio di gambe / proprio come Sharon Stone”), mentre il presente è segnato da una sensazione di morte simbolica, dovuta alla mancanza di riconoscimento. La meraviglia di un tempo si riduce oggi a un conteggio sterile di interazioni, e l’identità si appiattisce su un bisogno di conferma numerica. Il tono è insieme ironico e tragico: ironico per l’uso di un’icona pop e di un linguaggio quotidiano, tragico per la consapevolezza della perdita di senso.
La poesia di Minore in questa silloge (Premio Florida Roma 2024-2025) si inserisce in una linea contemporanea che riflette sul rapporto tra identità e social media, utilizzando un lessico semplice e riferimenti culturali immediatamente riconoscibili. L’efficacia del testo risiede nella capacità di condensare, in pochi versi, una critica alla società dell’immagine, alle figure che ci accostano, e alla nostalgia come rifugio identitario. Un commento godibile per gesti comuni che appaiono come interventi dal tratto filosofico.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 20 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI: ALFONSO CELESTINO

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Alfonso Celestino: “L’ora palindroma” – Ed. G.C.L. edizioni – 2024 –pag. 80 - € 12,00
Denso impasto tra versi di luminosità propria, per quelle ondate che il tempo concede – avaro – celebrando “lo spirito del presente” e “i pensieri satelliti in orbita”. Un gioco di immagini tratteggiate proposte dal poeta.
“Il suo stile- scrive Bartolomeo Di Giovanni in prefazione - si avvicina a quello della preghiera: devozione e osservazione sono gli elementi che costituiscono la base del suo sentire come eterna tenacia del suo spazio-tempo, caduto ma infinitamente speranzoso, non rinuncia quindi a percepirsi come figlio di quella coltre blu che cela segreti ma si vogliono fare scoprire attraverso la ricerca.” E più avanti: “La sua Poetica è riassumibile in: Memoria, Tempo, Natura e Amore, un quadrivio che conduce alla analisi interiore, alle sensazioni stillate da un’anima colma di perché e al tempo stesso con le possibilità esaustive che solamente diventando strofe ne coglie l’assoluto.”
La silloge si apre con il succedersi di brevi fotogrammi, a mo’ di svelti adagi, incisi fra le crepe del marmo e fra i lampeggi del pensiero. Molti i segnali che si avvicendano tra i versi, ritmati e accorti.
Poesia che si distingue per un linguaggio accessibile ma carico di simboli naturali (pioggia, nubi, cielo, semaforo rosso, acrobati, ) che sostengono una riflessione sull’amore come esperienza trasformativa e molto spesso sulla consuetudine che ci sospinge. L’andamento è lineare, quasi narrativo, ma arricchito da immagini liriche efficaci, soprattutto nella fusione tra elementi naturali e linguaggio (“sillabe” che nascono dalle gocce). mette in scena frammenti di quotidianità urbana trasformato in spettacolo. Il semaforo rosso, normalmente percepito come un’interruzione del flusso e un momento di attesa, diventa qui un’occasione di sospensione quasi teatrale. Talvolta il dettato tende a esplicitare troppo il messaggio (ad esempio nella definizione dell’Amore come equilibrio), riducendo leggermente la forza evocativa; tuttavia il finale aperto e dubitativo restituisce complessità e mantiene viva la tensione poetica.
Le immagini centrali diventano semplice intesa del gesto, gesto che diventa a sua volta apertura emotiva, esperienza del ricordo.
La pioggia, ad esempio, non è soltanto fenomeno naturale, ma materia della memoria e della speranza: ogni goccia porta con sé frammenti di passato e possibilità future. Il soggetto poetico, con “occhi chiusi e pugni stretti”, vive una tensione duplice: da un lato l’abbandono (gli occhi chiusi, il contatto con le gocce), dall’altro una resistenza interiore (i pugni serrati), come se l’amore fosse insieme desiderio e difesa.
Il dettato si caratterizza per un linguaggio semplice e diretto, vicino all’oralità, che ben si adatta al contesto naturale rappresentato. L’uso di esclamazioni e di un ritmo dinamico contribuisce a rendere vivaci le scene, quasi cinematografiche. Il poeta riesce a trasmettere con efficacia il suo messaggio centrale: la possibilità di riscoprire meraviglia e umanità anche nei momenti più ordinari della vita contemporanea.
“I sentieri si aprono camminando, / con un bastone, una torcia, / le orecchie e il cuore spalancati, / senza distrazioni né tentazioni / in compagnia della sola curiosità. / Segui il tuo talento, / quell’attrazione che parte dal cuore / e arriva a far muovere il primo passo.”
Una metafora semplice ma efficace: il cammino come figura della ricerca interiore e della realiz-zazione personale. I “sentieri” che “si aprono camminando” suggeriscono un’idea dinamica dell’esistenza, in cui la direzione non è data a priori ma si rivela solo attraverso l’esperienza diret-ta. Il bastone, la torcia richiamano una dimensione quasi iniziatica: strumenti essenziali per orien-tarsi, ma anche simboli di sostegno e di luce interiore. L’insistenza sull’assenza di “distrazioni né tentazioni” e sulla presenza della “sola curiosità” definisce un atteggiamento etico prima ancora che pratico: una disposizione all’ascolto autentico, rappresentata dalle “orecchie e il cuore spalancati”.
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ANTONIO SPAGNUOLO