sabato 9 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELE RICCI

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Daniele Ricci: “La macchina da cucire” (geologia del dolore) – Ed. Puntoacapo- 20125 – pag.108 - € 15,00-
Il richiamo persistente alla geologia è in queste poesie come il filo conduttore di un vissuto che si ricama pagina dopo pagina raccontando intermezzi temporali e incisioni memoriali, ombre vorticanti nel paesaggio e fulminee apparizioni di figure, pennellate per colorare il tramonto e profumi di abeti ed altre foglie, inseguire il volo dei gabbiani e affrontare esplosioni di violenze che urtano il presente.
A pagina 79 incontriamo un riflesso stilato che dà nome al volume e mi piace centellinare tra i versi per entrare nella scrittura del poeta:
“la macchina da cucire
per scoprire il dolore del mondo
rapsodo per legare
cielo e terra
enigma e senso
o quel nulla che arriva.
Lei contava le ore il 13 novembre 2018,
arrivò al pronto soccorso
con la polmonite da legionella
e un’insufficienza respiratoria acuta.
Chiedeva in cambio sabbia
per la clessidra.
Mi guidava la parola di mia madre,
era febbrile e dispnoica
nella preghiera che mi assorda
e mi lascia senza nome.
Da più di un anno
la dispnea è receduta.”
* Essa costruisce un itinerario del dolore attraverso immagini domestiche e visionarie. La “macchina da cucire” diventa simbolo di una ricomposizione impossibile: non serve più a unire tessuti, ma a “scoprire il dolore del mondo”, trasformandosi in strumento poetico e conoscitivo. Il termine “rapsodo” richiama la figura antica del cantore che cuce insieme frammenti di storie; qui il poeta tenta di legare “cielo e terra”, “enigma e senso”, cioè di dare ordine all’esperienza della sofferenza e della morte. Tuttavia la tensione verso il significato si arresta davanti a “quel nulla che arriva”, espressione che suggerisce l’irrompere dell’assenza, del vuoto e del limite umano. Il tono narrativo e autobiografico è evidente. La data precisa, “13 novembre 2018”, conferisce concretezza memoriale alla scena del ricovero ospedaliero. Il dettaglio clinico non raffredda il testo, ma accentua il contrasto tra il linguaggio medico e la dimensione simbolica della clessidra, immagine del tempo che si consuma. La richiesta di “sabbia” appare allora come un’invocazione estrema a prolungare la vita. Centrale è la figura materna, la cui parola continua a guidare il poeta anche nel momento della malattia. La preghiera “che mi assorda / e mi lascia senza nome” esprime invece una crisi dell’identità e della fede: il dolore rende impossibile ogni definizione stabile del sé. Il verso finale, “Da più di un anno / la dispnea è receduta”, introduce una quiete solo apparente: il sintomo fisico si attenua, ma resta intatto il trauma interiore.
Ecco che Daniele Ricci intreccia la quotidianità ad una rapsodia capace di evidenziare il dolore nella fusione di registri differenti: il lessico giornaliero e medico convive con immagini metafisiche e simboliche, producendo una poesia di forte intensità elegiaca. La frammentazione sintattica e l’assenza di punteggiatura marcata favoriscono un andamento di respiro spezzato, coerente con il tema della dispnea. L’oggetto concreto – la macchina da cucire, la clessidra – assume un valore allegorico, secondo una linea della poesia contemporanea che trasforma il dato biografico in interrogazione universale sul dolore e sul tempo. Centrale è anche la dimensione della memoria familiare: la madre non è soltanto presenza privata, ma figura archetipica di origine e perdita.
“La poetica di Ricci – scrive Fabrizio Lombardo in prefazione – per rimanendo legata ad una tradizione che dal simbolismo giunge alla scrittura lirica del Novecento per arrivare ai poeti di oggi, riesce a collocare la sua voce all’interno del pulviscolo complesso fatto di relazioni storiche e naturali che il mondo contemporaneo ha generato e che sono fonte dello straniamento di cui questa poesia si nutre.” Ed in effetti la musicalità di queste composizioni riesce ad essere presente nella scansione delle sillabe, che evocano costantemente il ritmo necessario per quella dinamica intensa, scaturita dalle emozioni, dalle evaporazioni del pensiero filosofico, dalle incursioni del sub conscio, sempre pronto a condividere effusioni e tristezze, illusioni e frammenti di memorie.
Le intime incertezze dello scrittore, le calde immersioni del sentimento, gli approcci velati di un abbraccio al dolore, le cifre stabilite dalla sorte per un requiem di sangue, il giusto confine tra gli azzurri del cielo e le negazioni inferte dalle trafitture quotidiane, lo stringersi attorno al fuoco in un senso segreto e il filo spinato che impiglia un palloncino, sono i numerosi fotogrammi che si susseguono come un vertiginoso arcobaleno che sprizza dalla penna del poeta.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 6 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DORIS EMILIA BRAGAGNINI

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Doris Emilia Bragagnini: “Terra nullius” Anterem edizioni – 2025 – pag. 50 - € 12,00
Già dal titolo, Terra di nessuno, si avvertono le onde di un flusso che potrebbe anche essere negativo, per le sospensioni del tempo che ci avvolgono quotidianamente nel dubbio e nelle imprecise illusioni.
Un gocciolio che affonda nell’esistenziale attraverso il ricamo di versi che offrono il ritmo necessario per il silenzioso trapanare dei pensieri e delle evaporazioni che il nostro sub conscio è capace di rivelare al semplice tocco dell’emozione.
La poesia di Doris Emilia Bragagnini costruisce paesaggi simbolici, aspri e primordiali, in cui il “mondo del lupo” diventa metafora di una dimensione istintiva e non addomesticabile dell’esistenza. Spesso introduce subito un limite conoscitivo: non c’è apprendimento possibile dentro questa realtà, che resta opaca, dominata da forze naturali e da un sapere corporeo, non razionale. Le immagini sono frante, spesso disarticolate, e procedono per accostamenti analogici: il “grigio del pelo scolpito dal vento” e il “gelo distante”, l’“occhio sorretto dal ramo”, “il corpo sorregge il peso”, “mi disfo piano delle attese”, “la luce diffrazione della tenebra” suggerendo una visione molto ampia, come se la percezione stessa fosse un ricamo da decifrare. La corsa è “privata”, la “scossa” che scaglia le membra le trattiene subito dopo. Si crea così una tensione tra impulso e freno, tra energia e blocco.
Il testo si caratterizza per un linguaggio fortemente analogico e per una sintassi ellittica, che privilegia la giustapposizione di immagini rispetto alla linearità discorsiva. La densità metaforica e la rarefazione dei nessi logici collocano la poesia in una linea sperimentale, dove il significato emerge per stratificazioni e risonanze più che per sviluppo argomentativo. L’uso di termini concreti e corporei, accostati a elementi astratti o cosmici, crea un continuo slittamento di piani semantici. Ne deriva una scrittura che mira a rendere l’esperienza del limite — conoscitivo, percettivo e linguistico — attraverso una forma che ne rispecchia la frammentazione.
La parola è limpida, quasi un gocciolio che deterge il pensiero per divenire fonte di percezioni e di suggestioni, immerse in una melodia che dà forma al dettato. Con fotogrammi che si inseguono, figure tratteggiate, suggerimenti plasmabili il volo è compiuto.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 5 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI - FIORENZA FINELLI

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Fiorenza Finelli: “Parabole oniriche” – ed. Centro culturale l’ortica- 2026 – pag. 38 - € 10,00
Premio Sandra Mazzei per una silloge inedita questa raccolta si offre con un titolo accattivante e singolare, che lascia aperto lo spiraglio di indagine che del sogno ricama vari lampeggi e affonda quasi sempre nelle circonvoluzioni del nostro sub conscio.
I fotogrammi si alternano a visioni con delicatezza ma anche con improvvisi sussulti, tra il chiaroscuro della Falce nera e i dettami della passione, tra la purezza di un destino e la quiete di un sogno, tra i frammenti del tempo da centellinare e il “disarmo delle ali intorpidite”.
Per centellinare lo stile che la poetessa incide mi piace indagare sulla poesia “Brandelli d’ali”:
Ti sono rimasti soltanto
brandelli d’ali,
piccoli passi stentati
da centellinare,
incerti come i miei transiti
di bambina impellicciata.
Sono le tue ginocchia
inclementi
caverne di sasso
cieche feritoie.
Troppo breve il tempo,
velatura di un fiore,
quando cala l’imbrunire
sull’assieparsi
di desideri ancora vivi.
La natura ebbra
può essere capace
di cicli spietati.
*
Questa, che prendo ad esempio, costruisce un’immagine di fragilità e di perdita attraverso una serie di metafore corporee e naturali. L’incipit (“brandelli d’ali”) suggerisce immediatamente una condizione di caduta o di impossibilità del volo: ciò che resta non è più slancio, ma residuo. I “piccoli passi stentati” rafforzano questa dimensione di fatica, quasi una regressione a uno stato infantile o vulnerabile, esplicitato poi nell’immagine dei “transiti / di bambina impellicciata”. Qui emerge un contrasto interessante: l’infanzia, solitamente associata a leggerezza, è invece appesantita, protetta in modo eccessivo, quindi limitata nei movimenti.
Il corpo diventa progressivamente paesaggio: le “ginocchia inclementi” si trasformano in “caverne di sasso”, “cieche feritoie”. È un’immagine dura, chiusa, che evoca immobilità e sofferenza, forse legata al tempo che passa o a una condizione fisica e psicologica di blocco. Il lessico minerale (“sasso”, “caverne”) contribuisce a rendere questa parte del corpo quasi disumanizzata, come se la vitalità fosse stata sostituita da una rigidità inerte.
Il tema del tempo è centrale: “Troppo breve il tempo” introduce una riflessione sulla fugacità, resa attraverso la delicata metafora della “velatura di un fiore”. Tuttavia, questa brevità non annulla il desiderio: i “desideri ancora vivi” si addensano, creando una tensione tra vitalità interiore e limite esterno. L’imbrunire segna un passaggio, una soglia tra luce e oscurità, vita e declino.
La chiusa amplia lo sguardo alla natura, definita “ebbra” ma anche capace di “cicli spietati”. Qui la poesia sembra suggerire che la condizione individuale non è isolata, ma inscritta in una legge più ampia, naturale e inevitabile, dove vitalità e distruzione convivono.
Tutta la raccolta si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e compatto, capace di fondere dimensione corporea e paesaggistica in un’unica visione. La tensione tra fragilità e desiderio costituisce il nucleo emotivo della poesia di Fiorenza, mentre ella introduce riflessioni quasi cosmiche sul tempo e sul dolore. L’uso di immagini dure accanto a elementi più delicati crea un efficace contrasto espressivo, si ricongiunge alle palpabili consistenze della natura che circonda e si attarda significativamente nella violenza di una morte incombente.
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ANTONIO SPAGNUOLO.

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLO PARRINI

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“Imparare a dirsi addio” di Paolo Parrini (Samuele Editore, 2025 pp. 126 € 15.00) affronta il tema sensibile della perdita come una scelta consapevole che trasforma il dolore nella tenerezza dei ricordi, un metodo per esprimere una vicinanza coraggiosa laddove l'assenza si riassesta nella percezione del mondo e nella sua eredità. Paolo Parrini concentra l'elaborazione del proprio vissuto nella necessità ineluttabile della separazione attraverso lo svolgimento di una energia poetica, nell'omaggio alla continuità, supporta il legame interiore, dilata l'esperienza delle reazioni affettive. La poesia di Paolo Parrini è come un rovo trafitto nel corpo e nell'anima, maturato nel varco simbolico di una protezione e manutenzione emotiva, a difesa di una capacità evocativa di resilienza, in grado di custodire e intonare la natura penetrante e tenace dei sentieri introspettivi. Si insinua come il profumo di un soffio vitale, unisce passato e presente, estrae il solco della sofferenza nelle pieghe desolate dell'assenza, l'incisione della nostalgia nelle impronte familiari del distacco. Il libro raccoglie la vulnerabilità umana e l'identità indelebile di una sincera testimonianza trascorsa nella fugacità e nella transitorietà delle occasioni, con la preziosa dignità dello spazio e del tempo dell'esistenza, la condivisione di ogni tagliente intreccio della vita. Integra la linea di confine della malinconia nella fiduciosa conversione di ogni congiuntura con la rinascita istintiva del modo in cui abitiamo il mondo. Include la frattura sradicata degli eventi come sospensione sentimentale, lesione tangibile delle relazioni, aggiunge, nella crescita personale e nella prospettiva quotidiana della cura, il rituale di conclusione, la liturgia prolungata alla dedizione d'amore, il vuoto della mancanza incarnato pienamente e saggiamente nelle parole. Paolo Parrini consegna ai lettori un'immersione lenta e inesorabile nella disperazione, ma anche una cognizione di un orizzonte che rende visibile la soglia di una lontananza, avvicina l'equilibrio delicato dell'uomo alla fedeltà delle abitudini, alle incrinature nel tempo, nel mestiere di vivere, esorta a indagare l'abisso per riuscire ad accogliere i fantasmi dei conflitti inconsci, l'invocazione immaginaria di una presenza che ci prende per mano e ci accompagna verso la conoscenza anche drammatica di noi stessi, in bilico tra debolezza e resistenza. Descrive l'espressiva commozione di un'entità arcana, sovrannaturale, nascosta nell'invisibile segretezza della memoria, affonda il respiro ancestrale dei luoghi nella rivelazione di una traccia palpabile, mai sepolta del tutto, ripercorre le immagini rarefatte, consente all'eternità di riaffiorare in tutta la sua forza lirica, travolge il passaggio struggente del congedo come un avvenimento toccante che inghiotte la superficie oscillante degli oggetti, si nasconde negli angoli bui delle stanze, nelle stagioni del cuore, nel silenzio instaurato fra smarrimenti sgombri di parole, nel nome, nel corpo, nella voce. Riempie il calore originario, sussurra nella nudità essenziale dei versi l'elegia del disincanto, abbandona l'ombra esitante della separazione, ancorata al pertugio disabitato e privato di un canto delle vertigini. Difende le pareti che hanno assorbito i giorni e restituito all'appartenenza il ritorno della dolcezza, il momento di pronunciare il suono per tornare alla luce e riconciliarsi con le proprie ferite.
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Rita Bompadre -
Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti
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TESTI SCELTI
Ti ho visto
nel ramo coperto
di neve
nel sole che torna
dopo la sera
ti ho visto in un mare
arrabbiato
nel solco del piede
sul prato.
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Eppure dovrei essere
felice, bagnarmi
i capelli, farmi radice.
E invece questo tarlo
rode e disegna
arabeschi d'ombra
e turbamenti.
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A letto la sera
col cuore che batte
penso a un prato
che accoglie
nel dormiveglia
crederci, che sia vero,
che verremo abbracciati
da un sole rovente.
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Resta poco
un segno appena
sull'asfalto
sul manto erboso
forse una traccia fine.
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I tuoi occhi scuri
che lascio lago
inesplorato, il viso amato
fatto rotondo dalla prigionia.
Resta una memoria nei tuoi
occhi di neve
la stessa che solcammo.
-
Resta un sonno tormentato
un vento di rimorsi
tomba senza alberi
di un amore vero
quando tu tornavi.
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Quando si spegne la luce
e i morti vengono a trovarmi
nella nebbia fine che entra
nel respiro, allora non occorre
alcuna voce, bastano i brividi
l'odore della pelle di chi si è amato.
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Ho cercato la scia e la voce
qualcosa è passato
accanto, di lato
forse un fuoco fatuo
o una immagine riflessa
sul candore di un mattino
che non trovo più.
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Allora accettare che sia così
che stia finendo tutto lentamente
e dentro un mare quasi calmo
lasciarsi scivolare
a volte occorre fermarsi
guardare indietro
forse vedremo ancora occhi
luminosi, forse no.
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Ma se riesci a guardare
non sei ancora morto dentro
forse c'è tempo, sì,
per ritrovare l'odore.
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Questi squarci di luce
che arrivano improvvisi
attraversano le strisce pedonali
i marciapiedi rotti
così si consumano le ore
il registro morbido del vivere
la preghiera e la disperazione.
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POESIA = FRANCO CAMPEGIANI

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"Pinocchio, la storia vera"
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Non nasce di legno il bambino,
nasce di carne e spirito
con occhi che sprizzano
gioia incandescente.
Nel nuovo mondo vorrebbe
soltanto viaggiare il bambino
ma il passaporto gli impone
di scordare la città da cui viene
dove viveva in letizia.
Il babbo vorrebbe farne un fantoccio
da esibire per soldi
nei teatri di strada,
ma fugge il bambino
e impara a mentire,
gli cresce un naso lunghissimo
con orecchie asinine,
preferisce le amicizie cattive
alla fata turchina
e sbaglia ogni mossa,
diviene eversivo,
tradisce sé stesso
e finisce anche in prigione il bambino,
lui ch'era nato di sangue e spirito
con un amore profondo nel cuore.
Alla fine Geppetto lo inchioda
agli schemi ai doveri
e i sensi di colpa gli spolpano il cuore,
gli divorano tutta la carne che ha.
E diviene di legno il bambino.
*****
"Il silenzio e le parole"
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Le parole che vengono dal silenzio
sono scarne e vive e vere,
poi si affastellano, si fanno
fuochi d'artificio, giuochi di prestigio,
pleonasmi ridondanti, pingui tautologie.
La lingua che sorge dal silenzio
è magma incandescente,
guizzo di sangue e spirito, poesia.
Poi si fa chiacchiera e fatuo virtuosismo,
narcisistico delirio autoreferenziale.
Babelico nonsense e nebbia ipnotica,
esca apocalittica, polveriera minacciosa.
Le parole vere nominano
per la prima volta il mondo, sgorgano
da sconosciute sorgenti universali.
Nascano dunque le parole dal silenzio
o sarà il silenzio a imporre
la sua legge alle parole.
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"Mi hai trovato infine"

Mi hai trovato infine
in fondo ai silenzi.
Ero torre solitaria
lungo i litorali deserti,
bastione eretto a difesa del nulla
contro l'assalto delle onde e dei venti.
Hai spalancato ogni uscio
entrando con l'uragano
del tuo sorriso d'argento,
delle tue mattine di spuma.
Hai riempito ogni stanza
con i voli bianconeri
delle tue ali d'angelo,
con quella tua gioia
onesta e incontenibile
che vola sul mare
nei chiari di luna e si fonde
con i sobri colori delle aurore.
*
FRANCO CAMPEGIANI

domenica 3 maggio 2026

INTERVENTO = ANTONINO CONTILIANO

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"Sentieri intrecciati e ininterrotti: scienza e poesia"
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Nel panorama contemporaneo del sapere, i confini tradizionalmente eretti tra poesia e scienza appaiono sempre più porosi, se non del tutto dissolti. In apparenza, sono due universi distanti: l’uno votato alla misurazione oggettiva del reale, l’altro all’espressione soggettivo-semantizzante dell’animo umano. Eppure, entrambe le discipline, nel tentativo di esprimere l’infinita processualità del divenire e di conoscere la pluralità complessa del mondo, hanno dovuto abbandonare le certezze granitiche del pensiero classico, fondato sull’armonia e sulla logica bivalente. Su questi nuovi sentieri, poesia, filosofia e scienza si incontrano e si scontrano, utilizzando logiche che potremmo definire comuni-diverse, dove la malinconia di ogni realizzazione alimenta la nostalgia per ciò che non è ancora, ma potrebbe essere. Per inciso, i nostri sentieri ininterrotti, diversamente dagli “interrotti” heideggeriani, non sono quelli che cercano la lingua dell’origine, del dio che ci può salvare, del poeta chiuso nella sua solitudine. Un punto di convergenza cruciale per comprendere questa nuova razionalità paradossale risiede in un’analogia strutturale profonda tra due concetti apparentemente distanti: l’effetto farfalla, cuore pulsante delle scienze della complessità, e la levis immutatio, una figura retorica sottile ma potentissima. Questi due strumenti, se osservati da vicino, permettono di mettere in relazione la scrittura poetica e quella scientifico-matematica, rivelando un segreto condiviso: una minima variazione nelle condizioni iniziali di un sistema, sia esso naturale o linguistico, può generare universi di significato imprevedibili, plurali e in continua trasformazione.
La scienza contemporanea, specialmente attraverso la teoria del caos e la fisica quantistica, ha inflitto un colpo durissimo ai capisaldi della logica classica, introducendo concetti come indeterminazione e, sorprendentemente, la necessità della metafora. Negli anni Settanta del Novecento, studiosi come David Ruelle e Floris Takens, intenti a studiare i fenomeni della turbolenza, intuirono l’esistenza di particolari configurazioni, chiamate attrattori strani, basandosi su puri ragionamenti congetturali. Questo quid bizzarro fu visualizzato da Edward Lorenz nelle traiettorie a spirale, altamente instabili, del suo modello meteorologico: un sistema deterministico che, assumendo la forma di una farfalla con le ali spiegate, dimostrava come la minima variazione in un punto potesse portare a conseguenze globali enormi e imprevedibili. L’effetto farfalla, con la sua potenza iconica, dimostra che l’instabilità rende impossibile una predizione determinata a lungo termine, pur non escludendo la determinabilità locale degli eventi. È qui che entrano in gioco i numeri di Lyapunov, veri e propri strumenti di misura di questa “retorica del caos”. Questi esponenti forniscono un modo per quantificare gli effetti conflittuali dello stiramento e del piegamento nello spazio delle fasi, mostrando come alcuni sistemi possano creare disordine in una direzione, restando ordinati in un’altra. La razionalità, insomma, ha cambiato look, facendo trasparire le sue origini irrazionali: non siamo più di fronte a una logica che esclude, ma a una nuova razionalità paradossale, capace di coniugare simultaneamente gli opposti, il determinismo e l’imprevedibilità. Oggi non c’è procedere scientifico che faccia a meno delle metafore: Robert May parla del serpente dell’erba matematica (le oscillazioni nella dinamica della crescita o decrescita di una popolazione), Mitchell Feigenbaum del polimero del diavolo, la frattalizzazione degli attrattori strani delle scienze del caos (l’iterazione di un motivo geometrico ripetuto su scale sempre più piccole …infinitamente). La scienza, come la poesia, accetta che le proposizioni possano rimanere vere ma al contempo suscettibili di infinite interpretazioni, rendendo il divenire dell’essere un testo infinitamente aperto. La fisica del caos quantistico mette in crisi la validità universale della legge classica, e la misura dello spin di un elettrone non risponde più a previsioni certe. La scienza scopre la sua anima narrativa.
Parallelamente al laboratorio dello scienziato, il laboratorio del poeta ricorre a linguaggi e logiche non riducibili alla certezza del significato univoco. Tra gli strumenti più raffinati del suo sapere vi è la dialettica retorica, e in particolare la levis immutatio, che possiamo a buon diritto definire l’effetto farfalla della poesia. Essa produce gli stessi effetti vaganti quando modifica, anche di un soffio, una variabile testuale. È una figura che, alterando la struttura di un singolo elemento linguistico (un suono, una lettera, una pausa), pone il problema di una ricomposizione totale degli elementi e di una risemantizzazione della forma. Modificando il ritmo o il timbro, la chiave retorica apre le nuove possibilità di vita contenute nella miscela del testo e del tempo, un tempo non cronologico ma kairós, istante opportuno e creativo. Un esempio emblematico, solo per ricordare un caso celebre, è il virtuosismo barocco del gesuita Athanasius Kircher: “Tibi vero gratias agam quo clamore? Amore more ore re” (Evidente, qui, è il fatto che le parole amore, costume, bocca e cosa sono il risultato di una sottrazione sillabica cui è sottoposta il simbolo “clamore”). La frase così si sgretola e si ricompone in un gioco di specchi fonici che moltiplica all’infinito le possibili fonti e modalità della gratitudine. Ma è forse nella letteratura moderna che l’uso di questa “tecnologia” diventa più evidente. Basti pensare alle alterazioni logico-linguistiche nell’Ulisse di James Joyce. Nel capitolo I mangiatori di loto, un personaggio usa la parola word (parola) per dire “ragazzaccio”, in luogo di world (mondo), perché quell’altro mondo, quello reale e forse volgare, non le piace. L’intervento gioca sull’omofonia e l’allitterazione: le parole, facendosi soglia e confine, generano la dissolvenza dei significati che si associano, si scambiano e creano nuove reti semantiche. Una leggera manomissione del testo, una levis immutatio, provoca una dissociazione e una riassociazione rimescolatrice dei termini. Come nelle litografie di Escher o nelle immagini frattali, la configurazione che si modifica conserva e diversifica al contempo l’identità e la differenza delle figure. Lo spazio delle fasi del linguaggio, per usare un termine scientifico, diventa il luogo dinamico dove la parola porta al punto critico di rottura la “danza dei sensi”, generando mondi pieni di instabilità poietica, ma egualmente densi di senso plurale. Il tempo, in questa prospettiva, non è più una sequenza di atomi fissi, ma un tempuscolo di transizione, un flusso continuo.
Se la levis immutatio e l’effetto farfalla sono due facce della stessa medaglia, la loro convergenza implica il superamento della logica classica del terzo escluso, secondo cui una proposizione è o vera o falsa, a favore di una logica del tertium datur, del terzo incluso. Un testo, come un sistema complesso, non è mai una somma di parti, bensì un ologramma dinamico, una struttura di elementi che s’intersecano vicendevolmente creando universi incrociati. La non prevedibilità perfetta non esclude la determinabilità locale: il mondo del caos e quello della poesia coniugano l’ordinato e il disordinato non come opposti dialettici in lotta, ma come relazioni interattive e circolari. La complessità di una struttura artistica è direttamente proporzionale alla complessità dell’informazione trasmessa. Il linguaggio poetico, grazie alla sua plasticità, permette di veicolare un volume d’informazione e di emozioni impossibile per il linguaggio comune. È necessario, quindi, pensare insieme l’identità e la differenza, mantenendo la loro opposizione irresolubile come motore di senso. Questo nuovo sapere richiede un terzo oggetto composito, che partecipi sia dell’ordine solido che del disordine fluido: questo oggetto è il textum, il tessuto del testo, recuperato dalla poesia e dalla sua logica, diventando luogo di una testualità unitaria dove lo scienziato può essere poeta e il poeta scienziato.
All’orizzonte di questa rivoluzione di paradigma non c’è solo una nuova estetica, ma anche un profondo impegno etico-politico. Se il mondo è un sistema complesso in cui una piccola variazione può innescare grandi trasformazioni, allora la parola poetica, con le sue leves immutationes, si carica di una responsabilità inaudita. Il linguaggio poetico diventa un esercizio etico e pratico, un promemoria che gli itinerari della conoscenza non sono mai conclusi, ma si fanno camminando. La hybris della poesia, la sua “tracotanza”, diventa la forza della trasformazione, della ribellione e dell’interrogazione ironica che scatena le contraddizioni del reale. I testi di poesia sono pratica significante e conflittualità antagonista, un portare insieme voci diverse contro lo stato di cose esistenti. In un’epoca di nuove povertà indotte e di modelli teleologico-capitalistici che vorrebbero una storia unidirezionale, la poesia deve porsi come una mina vagante, capace di portare alla deriva i sensi usurati della temporalità. Facendosi luogo del transito permanente della contraddizione, la poesia frantuma l’universalità ideologica del pensiero unico per dare spazio alla phrónesis, al saper decidere e agire il comune. È testimonianza di una praxis della parola che, progettando un mondo diverso, dice che è possibile un’azione dei sogni e delle utopie. Il poeta si fa custode-custodito di un’utopia possibile, quella di mondi e rapporti senza dominio, fondati sulla logica del terzo incluso e sull’etica della contingenza. Attraverso le alterazioni semantiche, operate dalla sua tecnologia, la poesia dimostra, in laboratorio e nella vita, che piccole variazioni nel linguaggio possono innescare grandi trasformazioni nella coscienza e nelle abitudini comportamentali disponibili. Proprio come il battito d’ali di una farfalla può scatenare una tempesta dall’altra parte del mondo, così un verso, una parola, una pausa, possono incrinare l’ordine costituito delle cose, aprendo squarci di bellezza delirante e possibilità inedite. La vita è un esodo permanente, e la poesia ne è la bussola più fragile e potente, capace di navigare nel caos per tracciare rotte imprevedibili verso le possibilità d’essere.
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Antonino Contiliano
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Marsala, 6 marzo, 2026

POESIA = ORIETTA MOSCHITTI CHISARI

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“ Specchio delle nostre brame”
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Chiedimi se è mia la chiglia
che ha squarciato il fondo
e se sepolte nei solchi di fanghiglia
stanno in stracci le fole d'un facondo.
Di rimando farò di me il tuo specchio,
specchio delle tue brame
vissute, arse, gettate dentro un secchio
domando la regina e il suo reame.
Mira a pelo d'acqua l’ardire tuo involuto
e quel volto acerbo tuttora mai cresciuto,
chiedi a lui il senso dell’andare, tornare,
dire tacendo, tacere dicendo,
e quel restare senza saper restare.
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“Il nome delle cose”
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Avrei voluto dare un nome
a quell’aura dal colore bruno, a quella voce acidula d’agrume,
a quei silenzi affogati di parole,
al cuore fievole nutrito di digiuno.
A fianco mi camminava il gelo,
sulla pelle d’agosto sotto il sole
o in autunno quando s'abbruna il
cielo.
Di questo enigma tu avresti trovato
il centro,
dalla circonferenza attraversando il raggio,
e lì, ferma avresti scolpito il nome.
Ma qui non sei Madre e dunque ti subentro,
vago nel cerchio senza un ancoraggio,
affondo, riemergo, inciampo nel suo nome.
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“Meringhe”
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Tintinna nel piatto l’amabile forchetta,
è silenzio lapidario quel tuo sguardo
e trafittura della dura madre,
uno schizzo rosso sulla camicetta,
dunque l'amore non è che folle azzardo.
Ma dove andranno le parole meringate
mutate in ombre come tante ladre?
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ORIETTA MOSCHITTI CHISARI