mercoledì 14 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCISCO SORIANO

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FRANCISCO SORIANO: “Poesie sparse” – Ed. Aurea Nov – 2026 - € 15,00
* “Il tema battuto dalla poesia di Soriano è amoroso, senza però che l’incontro d’amore trovi svolgimento e si riconosca in una storia; - scrive Marcello Carlino in prefazione - il tema è amoroso purché si consideri che l’espandersi dei versi in un caos calmo e il loro succedersi secondo logiche simmetriche si sostanzino di un eros diffuso, linfa e sangue in circolo nelle varie presenze animate e inanimate (presenze per intero o in frammenti) e delle svariate azioni (inevitabilmente, perennemente incoative) che il discorso della poesia chiama in scena o evoca. Un eros che non ha confini, un eros senza oggetto che non distingue ruoli da protagonisti o da comparse…”
Ma lo sfogliare delle pagine mi porta involontariamente all’ultima poesia (62) che si sviluppa come una meditazione sulla necessità di abbandonare il rancore e le recriminazioni, riconoscendo che la vita, con le sue contraddizioni, non può essere continuamente sottoposta al giudizio del rimpianto. L’esordio, «non serve recriminare», assume il valore di un’ammonizione rivolta a se stessi, quasi un invito a interrompere il circolo sterile delle accuse, al mondo, al tempo e persino all’alternanza naturale del sole e della luna. Se «in un solo modo si vive», occorre accettare l’irrimediabilità di ciò che è accaduto, senza pretendere di correggere il passato attraverso il dolore.
L’imperativo «ritrai gli artigli, i pianti, le grida» suggerisce una rinuncia alla violenza, non soltanto fisica, ma soprattutto emotiva e verbale. Il poeta invita a deporre le armi dell’orgoglio, a ricomporre la frattura tra il detto e il non detto, tra le parole pronunciate e quelle rimaste imprigionate nell’animo. Particolarmente incisiva appare l’immagine delle «dolci parole in salamoia»: la dolcezza del sentimento sembra essersi conservata artificialmente, perdendo però la freschezza originaria, come se il tempo e l’incomprensione avessero alterato la sincerità della comunicazione affettiva.
Il testo costruisce il proprio percorso attraverso immagini naturali e metafore di forte efficacia, contrapponendo la costrizione del mare alla promessa liberatrice del vento. La sintassi spezzata, gli incisi e i trattini riproducono l’andamento inquieto di una riflessione che procede per ripensamenti e improvvise illuminazioni. La conclusione, affidata a Zefiro, restituisce una tensione positiva senza cancellare la sofferenza precedente. Rinascere non significa negare il dolore, ma sottrargli il potere di determinare per sempre il nostro rapporto con la vita.
La poesia 60 continua intorno alla precarietà dell’esistenza e alla ricerca dello stupore, come se ogni esperienza dovesse essere vissuta con intensità prima che il tempo ne decreti la fine. L’esordio, «eccoci a rincorrere lo stupore / come se non ci fosse un domani», suggerisce un’urgenza vitale, ma anche l’inquietudine di chi avverte la fragilità del presente. Il rapporto con l’altro si colloca «nel labirinto del dunque», immagine che evoca l’incertezza del pensiero, il bisogno di spiegazioni e, insieme, l’impossibilità di raggiungere una verità definitiva. La sigaretta fumata diventa allora un gesto quotidiano, quasi una pausa sospesa nel flusso delle domande, mentre l’invito «aspetta dunque» introduce un’interruzione, un tentativo di rinviare il compimento degli eventi e di conservare una possibilità nel futuro. L’ardesia, pietra scura e compatta, suggerisce una scrittura che si fa materia, durezza, incisione destinata a resistere. Eppure, questa solidità si dissolve nello «sprazzo di una litania», dove la ripetizione acquista un valore quasi rituale, ultima voce capace di risuonare «nel deserto del mondo». La poesia diventa così un tentativo di opporsi al silenzio, pur senza poter cancellare la solitudine che lo genera.
La scrittura di Soriano si distingue per la concentrazione espressiva e per una trama di immagini che procede dall’urgenza esistenziale alla desolazione metafisica. La successione dei versi, sostenuta da un andamento libero e da pause significative, riproduce il movimento irregolare del pensiero. La parola ha una concretezza inattesa, mentre il ritmo introduce una dimensione sonora e quasi sacrale.
I pensieri si accavallano e incidono: “speranza sia – il bruco si contorce/ sul nido teso come un’imboscata;/ un fare stanco – canta e ci uccide.” – “l’iride è un arcano/ vetro soffiato pianto/ sulla pelle ardente” – “ora non saprei dire / di quale essenza sia la parola: / cigola al verso del vento / che non la lascia libera di andarsene.”
Soluzioni da definirsi tout-court affidate ad una specie di colorata affabulazione, rappresentata da un obiettivo trasognare ed una simpatica erratica immersione tra i fantasmi.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 13 ottobre 2026

ANTEPRIMA = CARLA MALERBA

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Carla Malerba : “Il tempio sulla collina” e altri racconti– Ed. Fara 2026 – pag. 64 n - € 14,00
Scrivere racconti è forse un privilegio della sintesi, la possibilità di offrire al lettore una visione rapida e complessiva di un’esperienza, di un sentimento, di un frammento di vita. Il racconto possiede il dono della concentrazione: in poche pagine può racchiudere un’intera esistenza, illuminare una contraddizione umana, restituire il significato di un incontro o fissare nella memoria un istante destinato a trasformarsi in rivelazione. La sua brevità non è necessariamente un limite, ma una scelta espressiva che esige precisione, essenzialità e capacità di suggerire. Ogni parola deve contribuire all’architettura del testo, ogni particolare può assumere un valore simbolico, ogni silenzio può diventare più eloquente di una lunga spiegazione. Non si tratta, tuttavia dal romanzo, soltanto di una differenza di lunghezza. Un racconto può essere intenso e profondo quanto un romanzo, così come un romanzo può perdere efficacia se si abbandona a digressioni inutili. La distinzione autentica riguarda soprattutto il modo di organizzare la materia narrativa: il racconto concentra, il romanzo dilata; il racconto suggerisce attraverso l’essenziale, il romanzo esplora attraverso la continuità.
Scrivere racconti significa accettare la sfida di dire molto con poco, affidando alla sensibilità del lettore il compito di completare ciò che la pagina lascia in sospeso. Il romanzo invita a soggiornare a lungo nel mondo della narrazione; il racconto, invece, può spalancare una porta e richiuderla subito dopo, lasciandoci tuttavia nell'animo una domanda, un turbamento, una verità. Ed è proprio questa capacità di prolungarsi interiormente ben oltre la propria ultima parola a fare del racconto una delle forme più preziose della letteratura.
Carla Malerba ci offre pagine molto agili e coinvolgenti, dalla scrittura lampeggiante e scorrevole, per un ricamo che si realizza da una fonte ricca del bagaglio culturale della scrittrice.
“Mentre saliva anche lei verso il tempio, vide uscire dalle acque di una piccola insenatura un giovane uomo dai capelli lunghi, fermati al disopra della nuca. Due bande inanellate gli scendevano sul petto. Fissava un punto lontano oltre la riva, le sembrava un enigmatico kuros moderno. Senza accorgersene adeguò il passo a quello del giovane che aveva preso a inerpicarsi sullo scosceso pendio che dalla riva portava sulla strada. Ora gli stava dietro e rallentava di proposito il passo mentre lui muoveva le lunghe gambe abbronzate e muscolose con ritmo cadenzato. Si accorse di essere sola con il ragazzo davanti a lei, non un turista, nessuno, ad eccezione di alcune pacifiche e aggraziate coturnici che pascolavano nelle zone ombrose presso i cespugli. Si disse che non doveva temere. Perché avrebbe dovuto rinunciare ad arrivare all’altura? Non aveva paura alcuna di quel giovane che andava verso il tempio e vi sarebbe arrivato senz’altro prima di lei. Lo vide infatti entrare nella cella, là dove venivano custoditi i simboli sacri del dio e in quell’istante un raggio obliquo di sole gli illuminò la capigliatura che rifulse, bionda com’era, di un bagliore repentino.” Un breve assaggio dalle prime pagine.
E nel racconto “Una storia veneziana”: "Non aveva relazioni clandestine da nascondergli. Con la scusa dell’incontro, della possibilità di un lavoro, si era procurata la possibilità di star sola in quella città così unica al mondo che avrebbe desiderato starci per sempre. Dalla stazione, appena quattro passi e c’era il suo albergo. Posizione comoda, ma perlopiù le stanze si affacciavano su calli strette e dalle finestre si vedevano solo altre finestre. Ma era un buon posto per stare da soli, con un giardino silenzioso in cui sostare con il tempo favorevole. Alla reception chiese la stessa stanza dove era stata altre volte. Fu fortunata, era libera e appena vi entrò saggiò la morbidezza del letto e si distese a fissare il soffitto per qualche minuto. Pensò in quell’istante che le storie nella vita si intrecciano da sole, come quando si scrive un romanzo: niente di prefabbricato, tutto nasce lì, alla tastiera. Anche la mattina in cui lo aveva conosciuto poteva benissimo essere l’inizio di un gran bel racconto.”
L’incontro con Dario, nato quasi per caso in un bar e sviluppatosi attraverso frequentazioni sempre più assidue, sembra offrire alla protagonista una possibilità concreta di ricominciare. La condivisione di interessi culturali, la scoperta dell’intimità fisica e il progetto di una convivenza delineano un rapporto autentico, capace di alleviare la solitudine e di restituire alla vita una dimensione di serenità. Eppure, nonostante la dolcezza di questa nuova relazione, qualcosa rimane irrisolto: il ricordo di quel breve idillio veneziano, tanto fugace quanto profondo, conserva un’intensità che nessuna esperienza successiva riesce a eguagliare.
Il ritorno a Venezia, dopo dieci anni, assume così il significato di un viaggio interiore, una ricerca della verità attraverso i luoghi che custodiscono la memoria. Le calli, i ponti e soprattutto il punto esatto in cui la donna aveva incontrato l'uomo diventano spazi evocativi, capaci di restituire gesti, parole e sensazioni rimasti impressi nel tempo. La protagonista rilegge retrospettivamente gli avvenimenti, riconoscendo nella reticenza e nella tristezza dell'uomo, al momento del distacco, segnali che allora non aveva saputo interpretare. Il desiderio di ritrovarlo non è soltanto nostalgia amorosa: è anche bisogno di comprendere, di dare una spiegazione a ciò che è rimasto sospeso. L'immagine finale degli occhiali che stanno per cadere richiama il primo incontro e trasforma un gesto quotidiano in una possibilità quasi magica di ricongiungimento. Il passato, dunque, non è semplicemente trascorso: continua a vivere nella coscienza, alimentando la speranza che una verità tardiva possa ancora restituire senso a quell'esperienza. Qui la delicatezza dell'indagine psicologica e per la capacità di intrecciare la dimensione sentimentale con quella della memoria. Venezia non è un semplice sfondo paesaggistico, ma diventa un luogo simbolico nel quale il tempo sembra arrestarsi e l'assenza acquistare una presenza quasi tangibile. Interessante è il contrasto tra Dario, figura di una possibile stabilità quotidiana, e l'uomo veneziano, che rimane invece legato a un'esperienza incompiuta e per questo idealizzata. La protagonista sembra cercare non soltanto una persona, ma anche la soluzione di un enigma che continua a condizionare il suo presente.
Sul piano stilistico, la narrazione è scorrevole e coinvolgente, anche se alcune spiegazioni psicologiche risultano esplicite e affidate maggiormente ai gesti, ai silenzi e alle immagini. Incisiva appare la scena conclusiva, nella quale la speranza prende forma attraverso una frase semplice, già pronunciata nel passato e ora attesa come una promessa. Il nucleo più suggestivo del brano è proprio l'idea che un incontro brevissimo possa lasciare una traccia più profonda di un rapporto duraturo, perché ciò che non è stato chiarito continua a sollecitare l'immaginazione e a chiedere, ostinatamente, una risposta.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 11 ottobre 2026

ANTEPRIMA = GIANPAOLO MASTROPASQUA

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Dal libro "SPARTITO BIANCO 79 Capricci al Buio", in prossima uscita per Puntoacapo editrice
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Dal Movimento n. 6 Offertorium - Romanza in Caos Maggiore
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"La Capitale dei Sud"
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Attraversai mezza città, dal basso
all’alto, fin dove i versi umani
si lanciano in tutti i versi del cielo
chiamando arcane paure e sensuali
precipizi, per l’immensa ombra dei titani
addormentati, per lo scherzo del vivere.
E tu, amore della mia prima e ultima vita,
sgrani gli occhi e non vuoi più andar via
ti perdi tra le scale perenni del Seicento
tra la fame sotto gli archi delle parole
e la sete rincorsa in funivie di sillabe,
qui tutto è adolescente ed eterno
mutevole come le nuvole e immutato,
io guardo a picco le case sul porto e sogno:
Napoli è un’amichevole furia, un sublime
teatro all’aperto, pazzo di bellezza,
un bambino millenario, raffinato
e malandrino, un ragazzo sveglio
e puttaniere che mi saluta sempre
dall’infanzia, una donna dai seni grossi
e gambe in preghiera, un santo sanguigno
e scostumato che amoreggia nelle chiese
dimenticate, cambiando i colori dei cieli,
un calcio d’oro in faccia ai pregiudizi, un mare
con un mondo sommerso dove ritornare.
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Gianpaolo G. Mastropasqua
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GIANPAOLO G. MASTROPASQUA nato a Bari (1979). Medico Psichiatra, Maestro di Musica, Psicoterapeuta della Gestalt, performer, vive nella Città Bianca. Ultime pubblicazioni: Viaggio salvatico, Ologramma in La minore – Accordatura orchestrale 432 Hz, In Silenzio Maggiore – poesiaconcerto 1999-2005 che riprende con una sezione inedita i primi libri, Danze d’amore e duende (versione completa), pubblicato precedentemente in Spagna e in Romania in versione bilingue. Vincitore di vari premi nazionali e internazionali, è presente in rubriche di poesia, riviste specializzate, quotidiani, programmi radio-televisivi, in diverse antologie e blog letterari italiani ed esteri, nonché nell’Atlante della Poesia Contemporanea “Ossigeno nascente” dell’Università di Bologna, in VIP (Voice of Italian Poets) dell’Università di Torino. Ha ideato, diretto e co-diretto vari eventi tra cui il Grand Tour Poetico. Ha partecipato a diversi Festival Internazionali di Poesia. É uno dei 7 poeti del film “Il futuro in una poesia” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Alcuni testi sono stati tradotti in spagnolo, rumeno, catalano, tedesco, inglese, greco, turco, russo e cinese. Ha ricevuto il “The Light of Galata” dell’IstanbulArts Culture and Tourism, e il Naji Naaman Literary Prize per la Creatività. Inserito nell’Annuario Internazionale Artisti Mondadori ’22 per la sua opera-libro “Ologramma in La minore”, videoesposta nei musei d’arte contemporanea in Europa e nella Biennale USA 2023/2024. Ha ideato Poesiaconcerto in varie declinazioni in sodalizio con diversi artisti contemporanei. Ha ideato e fondato la Casa della Poesia Meridiana – Casa del Duende. Per Poetipost68 ha curato la parola chiave “Follia”. Giurato in rilevanti premi letterari, tra cui il Premio Rainer Maria Rilke. Scelto per Gli Speciali di Radio Rai Techetè il ciclo “Arte Ri Evoluzionaria”.

giovedì 8 ottobre 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADA RIZZO

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Ada Rizzo: “Il cacciatore di biglie” (romanzo) – Ed. Youcanprint 2026 – pag. 266 - € 18,00
Quarantadue capitoli dettagliatamente segmentati in un lungo racconto, nel quale i numerosi personaggi ricamano eventi di quotidianità, a momenti convulsi, a tratti plasmati nella morbida illusione, a momenti impuntati contro la violenza che cerca di distruggere materia e sentimenti.
“L’universo che scoprirete in queste pagine esplora il profondo impatto dei conflitti armati sui cittadini più vulnerabili, e al tempo stesso più resilienti: i bambini. – Scrive Farzaneh Dorri in prefazione- Attraverso i loro occhi, la guerra non è una grande strategia politica, ma una crisi personale, una rottura della sicurezza e dell’innocenza. Queste pagine offrono una testimonianza della loro capacità di agire, sopravvivere e mantenere viva la speranza, nonostante la devastazione.”
E’ la voce di bambini che quasi sempre non posseggono lo scudo che sappia difenderli contro un mondo intento a distruggere e ad abbrutire nelle violenze, e la sopravvivenza diventa capricciosa necessità atta a condividere le difficoltà distillate dal tempo ingordo.
Samyr, Kalila, Mariam, Bashir, zia Fatima, percorrono queste pagine con passi colorati, in una stesura del testo pregevolmente ricca di eloquenza.
C’è un brano a metà volume che costruisce il ricordo di una giornata apparentemente semplice, ma destinata ad assumere, nella memoria, un valore quasi assoluto. Il gioco tra il narratore e Kalila nasce dall’acqua e dal movimento: gli spruzzi, la fuga, l’inseguimento, il corpo sollevato sulle spalle diventano gesti di una complicità spontanea, nella quale il tempo sembra sospendersi. L’espressione «gioco infinito» introduce già il tema centrale della pagina: il desiderio di sottrarre alla precarietà dell’esistenza un momento di felicità.
Attorno ai due protagonisti si dispone una piccola comunità affettiva: mamma e papà osservano, sorridono, controllano con discrezione che il gioco rimanga sicuro. Il loro sguardo introduce una dimensione protettiva e familiare che trasforma la spiaggia in uno spazio dell’infanzia e della serenità. Anche il cibo — pane caldo, olive, pomodori, formaggio — partecipa a questa costruzione della felicità. La semplicità del pasto ne accresce il valore: non occorrono ricchezze, perché il piacere nasce dalla condivisione e dalla presenza reciproca.
Il tramonto conclude la giornata con un’immagine fortemente simbolica. Il cielo che «esplode di colori» accompagna la discesa del sole e, insieme, la consapevolezza che ogni momento felice è destinato a finire. Il gesto finale, con la testa di Kalila appoggiata al narratore, concentra tutta la tenerezza del ricordo: «vorrei che questo momento non terminasse» non è soltanto un desiderio infantile, ma la struggente aspirazione a fermare il tempo e conservare intatta una felicità che proprio perché fuggevole diventa preziosa.
Tutte le pagine di Ada Rizzo posseggono una limpida capacità evocativa e procedono attraverso dettagli concreti, evitando l’eccesso sentimentale. Acqua, sabbia, cibo, ombra, tramonto e viaggio sull’Ape Car, incontri e scontri, timore e spavalderia, compongono una memoria sensoriale molto viva. Particolarmente efficaci gli improvvisi passaggi dalla dimensione giocosa a quella malinconica, dalla descrizione dettagliata ai lampeggi dei sentimenti. La semplicità della narrazione è dunque la forza principale: dietro il racconto di coinvolgimenti familiari si avverte il bisogno profondo di salvare dall’oblio un istante d’amore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 7 ottobre 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Il vuoto”
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Abbandonato, cadrò senza cadere,
catapultato oltre ogni possibile confine,
nel vuoto che non ha testimonianza.
Non sarà notte, né silenzio, né attesa,
nessun luogo, nessun nome, dissolti fuori del tempo.
Come presenza un’assenza che non conosce più!
La parola che fu, sempre senza pronunce,
e tutto ciò che ho amato ed evapora,
avrà forse il peso di una foglia caduta.
Ogni libro sarà pagine senza più respiro,
le mani che ho stretto perderanno calore.
L’amore donato e ricevuto,
che sembrava una forma invincibile dell’essere,
si farà improvvisamente il non-essere,
come una fiamma spenta prima ancora di ricordare luce.
Soltanto un breve errore della materia,
un lampo apparso nel buio e subito restituito al buio,
il volto che ancora riconosco nello specchio?
Occhi per non vedere ciò che insegue la vita
la mia energia, dispersa oltre misura,
insegue inutilmente chi ora la contiene.
I versi mi appartengono tremando
incapaci di restituirmi un abbraccio, in assolute distanze.
Consumata con ostinata passione la carne
potrà sembrare come non fosse mai accaduto,
e contro Thanatos, non avrà di nuovo un cuore.
Resterà forse, sorseggiando le macchie di un arcobaleno,
finché anche la memoria non avrà più voce.
Resterà nel non essere l’eco dell’energia dispersa!
Poi nulla: non l’eternità, ma l’assenza dell’eternità stessa.
nel mondo come un segno cancellato dal coltello.
Il silenzio che non ci appartiene, precipitando
truccato in tacchi a spillo, sarà promessa di ruggine
consumata ai margini di una prenotazione.
*
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“Medaglione”
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Forse un colpo di clava, come caverna
da ricostruire assecondando passioni,
ripristina filtrati ormai archiviati,
o nei segreti un senatore che parla di confronti
e di vecchie amicizie, vittima di una donna
sazia di sassi e di civetterie.
Completamente in custodia delle meraviglie
additato dai turni della misericordia
divento l’ossessione che scardina,
grimaldello affidato al principio e mille volte
marea da ricomporre con preziosi inviti.
Per te ancora pagine che colorano di luci
il segno della sepoltura, cariatide e riflesso
della ricognizione che si schiude
nel tepore di domande ingommate nell’occhio.
Inciampa in fretta il cuneo dell’imbrunire:
medaglione ricordo di un racconto.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 6 ottobre 2026

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia accarezza il mare"
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Sguardo di Alessia al folto
delle onde con gli occhi
nel lambirle a poco a poco
sottese all’azzurrità del cielo.
Accarezza il mare Alessia
dal belvedere del Parco Virgiliano,
l’aria a dissetarla nella tersa
stagione (la quinta che oltre
gli orologi esiste). Azione
di Alessia nell’intensificare
le tinte nel leggere la marina
distesa (il graffito: non ti
lascerà)
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Raffaele Piazza.

SEGNALAZIONE VOLUMI = CRISTIANO CUTURI

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Cristiano Cuturi: “Come rondini in volo” – Ed. La valle del tempo 2026 – pag. 82 - € 16,00
La sensibilità, plasmata con semplicità e delicatezza, regala pagine che sembrano continuamente attendere un segnale che sappia stringere nella morsa della creatività le variegate emozioni che improvvisamente la quotidianità ci porge tra la sgangherata realtà ed rigore inaspettato dei confronti. La scrittura di Crisitano Cuturi si inserisce abilmente nella tradizione plasmando accenni di stesure moderne che nella maggioranza delle composizioni insiste spesso sulla recitazione della preghiera. Attrae l’apertura a questa lettura la poesia “Sulla mia chitarra più vecchia” (pag. 24) che recita:
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Sulla mia chitarra più vecchia più preziosa
ci sono i segni che ha fatto un bambino che non sapeva suonare
l’ho tenuta per tanti anni abbandonata, perché conoscevo solo pochi accordi.
Adesso che so suonare qualcosa vorrei tanto che mi ascoltasse mio padre,
adesso che tutto riposa dentro l’abbracio che da la sera,
troppo generosa e troppo donna, come una femmina che concede
la sua bellezza al mondo intero.
Proprio adesso. Io vorrei che le note di quelle corde che da poco ho cambiato,
arrivassero sino al paradiso, che credo che poi non sia così lontano.
-
Chiaramente si costruisce intorno a un oggetto apparentemente semplice, la chitarra, che diventa progressivamente il deposito materiale della memoria e del rapporto con il padre. La “chitarra più vecchia più preziosa” non vale per la sua qualità musicale, ma per i segni lasciati su di essa da un bambino incapace ancora di suonare: quelle tracce infantili sono dunque una sorta di scrittura originaria, testimonianza di un tempo in cui il desiderio precedeva la competenza. La chitarra conserva ciò che il tempo non può cancellare: l’immagine di quel bambino e, insieme, la possibilità di un dialogo rimasto incompiuto. Il passaggio decisivo avviene quando il poeta confessa di averla tenuta per anni “abbandonata”, perché conosceva soltanto pochi accordi. L’abbandono dello strumento può essere letto anche come metafora di una vita sospesa: qualcosa che possiede una voce, ma non ha ancora trovato i mezzi per esprimerla pienamente. Ora, invece, “so suonare qualcosa”: l'espressione volutamente modesta contiene una conquista profonda. Non importa quanto sia grande la competenza raggiunta; ciò che conta è che finalmente il poeta sente di poter dare una forma alla propria voce e, soprattutto, di poterla offrire a qualcuno.
Quel qualcuno è il padre, inseguito ripetutamente nei suoi versi, intaccando e ricucendo memorie, evocato con una frase di struggente semplicità: “vorrei tanto che mi ascoltasse mio padre”. Il desiderio arriva però quando l'ascolto non è più concretamente possibile. Da qui nasce la tensione fondamentale della poesia: proprio nel momento in cui il figlio sente di avere finalmente qualcosa da dire, il destinatario non può più riceverlo. La musica diventa allora un tentativo di oltrepassare la separazione della morte.
Molto intensa è l'immagine della sera, “troppo generosa e troppo donna”, quasi una presenza femminile che accoglie e avvolge ogni cosa. La sera assume così un valore materno ed erotico insieme, una dimensione di abbraccio universale nella quale “tutto riposa”. È il momento in cui i confini tra presenza e assenza sembrano attenuarsi e il ricordo può cercare una strada verso l'oltre.
Le corde appena cambiate rappresentano una possibilità di rinascita della voce. Le nuove corde possono finalmente produrre note capaci di salire verso il padre: “arrivassero sino al paradiso”. Ma anche il paradiso viene sottratto a una dimensione dogmatica: “credo che poi non sia così lontano”. Quel “credo” è fondamentale, perché non afferma una certezza religiosa; esprime piuttosto una speranza, quasi una fiducia poetica. La distanza della morte può forse essere ridotta dalla musica, dalla memoria, dall'amore.
Silloge ricca e programmata nei riflessi di ricordi ed emozioni, nei tratteggi di avvenimenti e metafore completamente sciolte. Poesia della memoria filiale e della parola tardiva, costruita su un linguaggio piano, colloquiale, che acquista intensità proprio al padre. attraverso la sincerità della confessione. Particolarmente efficace è il contrasto tra il “avvenimenti della prima infanzia e l'uomo che oggi vorrebbe essere ascoltato”: in mezzo c'è tutto il tempo della vita.
Il periodo linguistico concettuale si basa su di un atto di fiducia per quei contatti sentimentali ed universali che accostano metafisica e storia, etica e scienza, amore e inganno, illusione e speranza, dubbio e fede, per una sapiente interpretazione del tempo passato e del vissuto attuale.
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ANTONIO SPAGNUOLO