venerdì 6 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = JACOPO RICCIARDI


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Jacopo Ricciardi: “Il fiume e il buco nell’acqua” – Società editrice fiorentina – 2026 – pag. 64- € 13,00 –
Con una serrata tessitura dell’irruenza, anche felpata, del canto, che si concretizza in una semplice empatia, eccoci alla ricerca del racchiudere forma, contenuti, immersioni, sospensioni, emozioni.
Ancorati al porto della sensibilità, e desiderosi di mettere in luce quanto di segreto contiene il subconscio, la ruota della natura e della storia ritorna ad una visione totalizzante e ideologica che riesce ad arginare il senso dello smarrimento.
Frantumazione del pensiero, frantumazione del verso, frantumazione delle frasi necessitano di una particolare attenzione capace di ricomporre, o comporre, l’adagio che si cela ad ogni fibra.
Ci viene in aiuto Mario Fresa, che con arguta sagacia e brillanti selezioni dirige la collana Pasifae, il quale in quarta di copertina scrive:
“In questo ampio e circolare poema-canto è la lingua stessa a porsi come essenza e motore di un rapporto che lega e stringe, in un aperto e infinibile dialogo, il senso dell’unità e di una fitta molteplicità; ed è la lingua medesima – alta e “sperimentale” non nel senso della pura e semplice eversione formale – a mostrare, qui, una sua autentica vita autonoma e una sua forma assoluta e a sé stante: è appunto essa, ora, che pensa; e non più – o non più soltanto – colui che la crea o colui che, da lettore, la utilizza, l’ascolta, la vive.”
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“Il velo nella buca e l’inchino
per gioco, come solleticato nel vento, una
linea tracciata agrodolce
sul petto limitato, l’intingolo
e il segno più giù, lì impresso, nel
senato,
quanto si appaga,
la fretta dilaga per sempre.”
I versi si muovono in una zona di confine tra corporeo e simbolico, dove il gesto minimo diventa rivelazione. Il lessico sensoriale — dal “velo” all’“intingolo” — costruisce una trama tattile e visiva che coinvolge il lettore in modo diretto, quasi fisico. L’“agrodolce” suggerisce una tensione emotiva complessa, mai pacificata, che attraversa il testo come una linea incisa sul corpo e sulla memoria. L’apparente gioco si carica progressivamente di gravità, fino al sorprendente approdo al “senato”, luogo metaforico di giudizio e deliberazione interiore. Qui l’esperienza individuale sembra farsi collettiva, sottoposta a una legge più ampia e impersonale. Il ritmo franto e gli enjambement accentuano l’idea di fretta che “dilaga”, dando forma a un tempo che sfugge e travolge. Intimità e riflessione hanno un non so che di allusione che cerca disperatamente un equilibrio raffinato.
“Il velo” suggerisce insieme pudore e rivelazione, un confine sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta segreto, “La buca” introduce una verticalità negativa, un vuoto che può essere caduta ma anche sepoltura fertile. Tensione visiva e morale, quasi un gesto sospeso nel tempo.
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L’alimento delle illusioni e delle allusioni diventa entusiasmante, prestando fede alla ragione e contemporaneamente al così detto attimo fuggente, il quale, guarda caso, non si è ancora realizzato ma è già passato.
Jacopo Ricciardi “Lucido e bislacco” (lui dice) stende contatti e divaricazioni, manda in fumo “corteccia sonora”, conteggia dischi ed amori, “cela l’etica delle connessioni”, legge e rilegge sul fondale di una mappa, mostrando come giungere dal sogno alle folgorazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO VALDINOCI


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Fabio Valdinoci: “Argine degli angeli” – Ed. peQuod 2025 – pag. 60 - € 14,00
Anche se suddivisa in tre sezioni (Argine valicabile, Il risveglio, Nel regno dei vivi) la silloge ha compatta struttura, sia di scrittura che di proponimenti speculativi, nello scorrere di accenni o figure, di lampeggi o inventiva.
Appaiono così dei fotogrammi che soffiano sulla pagina: “come si apre l’aria/ sul pavimento ricade/ un tutto intatto/ assorbito nel bianco/ da luce immune// in quella foto ebbra di terra/ ancora felice/ con lo sguardo rovesciato/ abitavo un regno.” Vertiginosamente avvolto dalla quotidianità il poeta cerca di inseguire quei sottili presentimenti che fanno ricchezza delle ore in solitudine o nel mormorio di un crepuscolo.
Nel secondo risvolto di copertina Gianfranco Lauretano così conclude: “La poesia di Valdinoci è canto discreto, non spiegato, e non vuole essere neanche confessionale. Poiché nasce come gesto di ascolto, chiede la stessa postura, la stessa intensa attenzione, dato che il sentimento di un respiro presente non appartiene solo a chi scrive, ma anche a chi legge e a ogni corpo che si è sentito, anche per un istante diviso tra la terra e la memoria.”
Le immagini diventano attraversamento del pensiero, probabilità di un transito che cerca ardentemente un approdo magari verso la fede che non si palesa, una dimensione costretta negli spiragli della fortuna, una transizione che agogna al respiro ed evapora nella eternità, un persistere del gusto per una cena amara, un innesto tra lo spazio dei denti e il battito delle palpebre.
“il passo ha una flebile voce/ esce dal fianco/ e vola di bocca in bocca/ per impegno preso/ un nulla di fatto di chi/ posseduto, ospita il silenzio/ attende un altro punto/ di conferimento/ e con un cappio, si lega/ a questo alveare.”
Per Fabio Valdinoci la scrittura è la sua voce, che tenta di dare forma alle sensazioni, ai sentimenti, al fremito della sorpresa, alla evocazione di un “credo” che possa placare ogni ansia interiore.
Ogni componimento, breve nella sua espansione, conserva con rigore il ritmo delle sillabe, che accennano alla musicalità del dettato e rendono elegantemente l’apertura a riflessioni e richiami del subconscio.
“Nell’impermanenza del mattino/ non saremo che ricordi.”
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 4 febbraio 2026

MEMENTO --- ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessa e il cielo polito"
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Sera azzurra a scendere
nell’anima e nel corpo
di ragazza Alessia rosavestita
per la vita.
Si sono schiuse le abetaie
che al Parco Virgiliano
portano in esatta armonia
(tanto Giovanni non mi lascia).
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A poco a poco il volo radente
e di platino delle rondini
squarcia il cielo in un arabesco
di stelle e va la luna a detergere
ferite con lattescente balsamo.
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La strada per l’albereto dell’amore.
-
La strada del per sempre.
-
Il cielo polito libera di Alessia
il pensiero e ci sarà raccolto.
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Raffaele Piazza

POESIA = IVAN POZZONI


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Commento di Nazario Pardini sul tardomodernismo letterario:
"Poesia ampia, aperta, orizzontale, nuova, di rottura, post-moderna o tardo-moderna, del filone neoNavanguardista che azzarda iperbolici sguardi verso contenuti planati in dismisure che oltrepassano l’ordine armonico. Quegli schemi di altro tipo di poesia tesa al fugit, al memoriale, allo sguardo del giorno che passa. Non può non venire a mente, leggendo Pozzoni, l’Ars Poetica di Czesław Miłosz. Di quegli assoli spersi in vertigini paniche in cui l’ordine è determinato da refrain di armoniche armonie. E in questa novità di far poesia (o di far non-poesia) non sono rare impennate di vera sostanza e potenzialità creativa. Con cui il poeta, ribelle e controcorrente, concretizza la sua identità anticonformista e denunciataria, in nessi verbali crudi, ed efficaci e, non di rado, originali."
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Onore a Nazario. Alalali, alalai, alalai.
=
CINQUE RIOTS TADOMODERNISTI SCELTI DA NAZARIO PARDINI
=
"KALOSKAGACHAZZOI
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In un mondo dove trionfa la καλοκαγαθία, tutti belli e buoni, a blaterar di Gaza in un centro fitness,
i bambini arabi sono magri, noi dobbiamo essere magri e in forma, senza nessuno stress
dei bombardamenti e dei cecchini di Hamas, che rubano (ehm, requisiscono) aiuti alimentari
distribuendoli ai miliziani aggratis e vendendoli ai loro amati concittadini a soli trenta denari,
causa è il blocco fake di Israele, Egitto e Giordania, conseguenza è una nuova strage degli innocenti,
l’aviazione EU sgancia aiuti ad Hamas, l’Heyl Ha'Avir israeliana sgancia bombe irriverenti.
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Noi siamo kaloskagachazzoi, Daino docet, affrontiamo l’uomo medio a calci nei denti, incisivi,
snellendo la funzionalità di fellatio a capo-reparti, direttori, Medi over the media, mass media,
il magazziniere si inchina al capo della cooperativa, l’impiegato al direttore in cerca di incentivi,
timbrato il cartellino, alle 17.00, stile Fantozzi, l’homo medius insipiens scatta in una hilarotragoedia,
con due ore di traffico, arriva a casa e riinizia a fingere di obbedire a coniuge e figliolanza,
i Persiani erano 100.000, i Medi, in Italia 60.000.000, alle Termopili avrebbero causato una mattanza,
l’italiano med(i)o vota Fratelli d’Italia, circa un 20% - come homo inabilis- vota PD,
non ci sorprendiamo di niente, sogn(i)amo il 70% Lega Lombarda, con la dialettizzazione dei TG.
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Siamo kaloskagachazzoi, neutralizziamo la coda di Vaccaro, zanzare scassamaroni in cerca di RH-
l’artista italiano, marionetta cucchiana, s’ingruppa a 00, s’ingroppa i versi senza preservativo,
concependo nuova aurea mediocritas, in onore di Clarabella, al servizio di Gaio Cilnio Mecenate
il nuovo Gaio, «ubi tu Gaius, ibi ego Gaia», dirige, in sottofondo, Mondazzoli, come fosse Caligola
mette in B(i)anca Einaudi la sua Cavalli, brocca vittima del copia/colla, e una serie di minchiate,
come l’opera omnia di Viviani, avrà venduto cinque copie, se hai una testa simile a una mentula,
diventi consulente esterno Mondazzoli, cacciando Riccardi, consulente/direttore, a calci nel deretano
la versione del Doppialingua definisce Lo Specchio di Dorian un affare da (scazzo) Carmelitano.
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"MI AVETE ROTTO..."
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Ribaldi, esempi socio-logici dell’uomo comune, mi avete spaccato il mazzo
io ho cercato di mantenermi umile, a metà sondaggio, ripropongo il Marchese del Grillo
dal 2005, non eravate niente, EGO vi ha antologizzato «Io so' io, e voi non siete un....!»,
da nessuno, con l’aiuto di Polifemo Mondazzoli, siete diventati uomini/donne squillo,
la compra/vendita di autori, vocabolo abrogato, ha avuto un rialzo nel PIL
«cchiú pilu pe' tutti!», u PILU, e a trasformato la neon-avanguardia nellle tigers Tamil.
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Mamma, hai avuto un lutto, è ex-morto il tuo ex-marito, era il factotum della famiglia
mi vuoi sostituire a della cenere in un urna, io me ne frego, e brindo con una bottiglia
di vodka ai fiori di lillà, hai massacrato, giorno dopo giorno, il macellaio bergamasco
l’uomo di ferro ha assunto una scatola di cardiotonici, missile russo sulla strada di Damasco
l’hanno recuperato con una lavanda gastrica, io, mamma, sono l’uomo d’acciaio dietro alle mura
me ne frego se hai 80 anni, attendo Alzheimer o dementia, e ti sbatto in una casa di cura
coi soldi tuoi e la tua reversibilità, seguita da medici e, ogni giorno in compagnia,
non riesci a scalfire, con la strategia del senso di colpa, le mie mura dell’atarassia.

Uomo medio italiano, ti incontro in strada ogni giorno, spingi, rogni, rompi l’anima
ti interessa ottenere il tuo business, i tuoi affari, i cazzi tuoi, non te ne frega di essere un frattale
con lo psichiatra (mio pari) ho concordato una strategia che non è una fisima
1.Ti spiego con calma; 2. Ti minaccio, senza iniustitia, di uscire dal mio spazio vitale;
2. Mi tocchi e contiamo le tue fratture all’ospedale, se sopravvivi a due colpi di jujutsu,
semplicemente, a me, sociopatico, hai il dovere di fare la fine dei disgraziati di Gaza
metti una mano nella bocca del rottweiler e pretendi di uscirne senza che ti polverizzo,
sei un idraulico, un meccanico, un muratore, la feccia dell’umanità: non me ne frega una mazza.
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Il riot dovrebbe continuare con i lazzi/scazzi della mia fidanzata (compagna, partner, camerata)
lo schema semiotico non mi lascia spazio, Tania Ferro, ‘sta volta te la sei scampata.
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"INVECTIVA IN IULIUM CAESAREM"
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Lo farebbero Dossi, Tarchetti, Lucini e Sanguineti, non l’ultimo Sanguineti, dissanguato
io, che brianzolo duro, sono erede della linea lombarda (e della Lega Lombarda) attacco Caezar,
1. Cesare stava sotto il Padus, leader di Roma ladrona, da noi celti non è mai stato amato,
2. Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar
nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem,
Romano e frocio, come Pasolini, ad entrambi, i bruti, cantarono un amaro requiem.

3. Caesarem magnus cinaedus Romulaeque lupae filium, scrive Catullo e non si scusa
rientrando nelle grazie del cinedo, dopo avere rincarato la dose Nihil nimium studeo,
Caesar, tibi velle placere, nec scire utrum sis albus an ater homo continuando nell’accusa
il divo, divertito dall’essere chiamato finocchio, non usa la testa di Catullo come trofeo,
come avrebbe fatto Caligola, Lucano è amaro: hic furor, hic rabies, hic sunt tua crimina, Caesar;
hoc facinus Latii non parva ruina est, è una frase da notte degli Oscar,
Giovenale, come il nostro Giovenale, non si sbilancia lanciando un accusa democristiana
Marziale, essendo di DP, descrive il nostro, senza ritegno, come una divina mezzana.
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4. Non bene conveniunt nec in una sede morantur. Maiestas et amor. Caesar, utrumque tenes
Marziale, è molto sottile, non molto marziale, accusa Cesare di fare il dictator con lo scopare
la Policane arrossirebbe, esperta di carrierismo sessuale, associata, senza contrarre l’herpes,
andando di lingua crede di essere l’Avallone, 1/2 accademia ride e l’altra cerca soddisfazione
Giulio Cesare, fingendo di ricevere la corona da Antonio, ha creato un precedente
nell’Italia moderna la corona d’alloro lirica - come a Dante- spetta ad ogni deficiente
non infierire, inveire, è prerogativa dell’intelle(a)ttuale senza un minimo di scorza
io cerco di chiudere dignitosamente l’ultimo verso, liberandomi dalla camicia di forza.
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"L’ITALIA: IL PARADISO FISCALE"
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Oggi, senza scoperchiare la fogna di freelance, ninfomani in carriera e mestieranti: cioè, un giornale,
nelle mie fonti serie mi sono imbattuto nella true/fake news: l’Italia fa dumping fiscale.
Guardo da dove arriva la dichiarazione, credo Trump, e - come da alcuni mesi- arriva dall’Eliseo
non è il solito imbecille di Macron, Salvini se ne sarebbe fatta una ragione, dichiarazione di Bayrou
in crisi di consensi a una settimana dal voto di fiducia deve rompere, ad ogni italiano, uno Zebedeo
e, a una nazione in default (nascosto) da anni, cerca di far compiere miracoli degni di Gesù.
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Con una intelligenza vicina all’intuito di una lontra, interviene immediatamente la Presidenta Meloni
dichiarando di avere raddoppiato (2016) i vari oneri forfait verso chi si trasferisca nella nostra alcova
l’Italia è un Inferno fiscale, che cappio di Paradiso fiscale, Dante si toccherebbe entrambi i Maroni
con un carico di tasse del 70%, disincentiveremmo l’avvento dell’azienda dei testimoni di Geova,
con sede legale USA, e con la trappola della double tax sulle pensioni, incuneiamo chi è scappato via
ricostruendosi una vita, con la pensione minima, pignoramenti, ipoteche, nella ex ridente Bulgaria,
Bulgaria e Moldavia che, con la minaccia crucca dello spread sui mercati internazionali e del default
abbiamo trasformato da nazioni serene a incasinate, come Le Radeau de la Méduse di Gericault.
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Nell’UE, dumping fiscale, lo fanno apertamente Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi,
dove fuggono i miliardari mangiaranocchi Arnault, Arthur, Tapie, Tajan o Depardieu
alla razza dei Cro-Macron non salta in mente di sputtanare nazioni bodyguard dell’area neo-nazi,
dirottano canotti su Lampedusa, ci invadono con camionette della Gendarmerie, appoggiano Bayrou
se fossi Meloni, nipote di Mussolini, eviteri di attirare attenzione di aver maggior debito della Puglia
semplicemente bombarderei Bordeaux sganciandoci sopra 2500 muli della Giulia,
con la stessa tattica di Salvini MI, rispedendo navi ONG a Marsiglia senza farci prendere per il culo
e ottenendo di imbrattare le strade della Francia con tonnellate di cacca di mulo.
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"GAZA RIVIERA"
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Su consiglio del cerbiatto che Thor mi mandò sotto la Jaguar a sostituire le mie decisioni da single,
mi sono impegnato a rompere meno sullo Stato Pontificio, tornando a raccontare l’hic et nunc,
alla faccia dell’universalità eterna dei 5 ridolfiani, anatomopatologo antropologico esperto di jiingle,
ho riniziato a sbirciare le agenzie editoriali, non i giornali, recependo un sacco di true/fake news funk.
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La soluzione del pregiudicato Trump, con accordo di Israele, è costruire la struttura Gaza Riviera:
abbatti Gaza City, dai 5.000$ a 500.000 gazawi -se sono 200.000 faciliterebbe il trust-,
i gazawi sono in grado di spendere i soldi o a. pagando un affitto verso un’altra frontiera
o b. accendendo un mutuo su un resort della struttura turistica in un bungalow tipo Ask the dust,
la striscia diverrebbe un'amministrazione fiduciaria USA di dieci anni, senza interferenze dei coloni,
dovrebbero acquistare, insieme ai gazawi, un token digitale al fine di oziare, insieme, sulla spiaggia,
l’uno in thobe e kefiah, l’altro con kippah e bekishe nere, è vero che, in coppia, ci vanno i peggiori,
non sono un tecnico marketing o un esperto high-tech e ritengo non mi sembri una decisione saggia.
-
Immagino i gazawi, in spiaggia, con AK-47 e i coloni, con la loro inseparabile Masada
riflettiamo bene, Eleazar Ben Yair, sicarii circondati, viveri annichiliti, continui colpi di balistae,
legioni foderate d’acciaio comandate da Lucio Flavio Silva, un assedio d’indefinita durata,
i Parti non intervennero, incoronando Tito, furono abbattute tutte le voci valutate moleste,
non so se Mossad e Idf abbiano mai letto Luttwak, The Grand Strategy of the Roman Empire,
Masada e Gaza hanno molti nuclei in comune, il CT strategico USA non ha letto Will End in Fire,
a mia modesta opinione "nella ποίησις non si scrive in un poemata" consulterei Nanni Svampa
suggerendo all’idiota Trump di aggiungere ai resorts high-tech anche un’immensa rampa.
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IVAN POZZONI

martedì 3 febbraio 2026

POESIA = MARINA PIZZI


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Da : "Ruggini e manette" 2025-2026
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1.
-
Cieca talpa pavone nero
ormai calice di ruggine
sognare di te l'amarissima
mancia.
Le cicale di agosto ancora
ti supplicano di tornarci accanto
dove le rose si spampano cadute.
Elettricità del temporale piangerti
intriso al fuoco che ti cremò
nodale spigolo il cielo pagano.
*
2.
-
Dilette di avvoltoio le zagare
dove s'intromette il dubbio di stare
stordita comunque elegia del canto.
Il monello bello che si chiamò poeta
ha manette precoci di morte
stazioni di esecuzioni i militi
musici beati gli angioli tradenti.
*
3.

Dove da allora non sono
sono la voragine di me
l'accappatoio che mai si asciuga
apolide di vicoli sinistri.
La casa sprangata dalla voglia
di essere atea e, invece,
cieca forse il cielo e l'inferno.
Parentesi di fame perenne caduta
dubito le gambe, l'acrobata ma non
la bara poliglotta fanghiglia.
So la baracca del cuore che si spacca
il gatto che dorme nel mio letto
consolanza la sola parvenza.
*
4.
-
La dinastia della pioggia
stipendia pozzanghere di melma
quale un pendio ripido con la gobba
di acquisire pendenza.
Un bambolotto senza occhi fu regalato
al tragico gerundio di resistenza.
*
49.
-
Pianse per me la ribelle
enfasi della pioggia.
Ora nessuno infrange il mio
stato nefasto e stolto.
Amore mio Primo
entra per sempre dentro di me.
***
MARINA PIZZI
****
Marina Pizzi è nata a Roma il 5 maggio 1955-
Ha pubblicato diversi volumi di poesia e di lei hanno scritto numerosi crici e saggisti.
Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124-Poetry Wave. Electronic Center of Arts”, coordinata da Emilio Piccolo (1951-2012) e da Antonio Spagnuolo, ha nominato Marina Pizzi poeta dell’anno. Ha fatto parte - insieme a Massimo Bacigalupo, Milo De Angelis, Franco Loi, Tomas Tranströmer, Derek Walcott e altri autori - del Comitato di redazione della rivista internazionale Poesia, prima serie fino ad Aprile 2020. È redattrice del litblog collettivo "La poesia e lo spirito" e collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. Ha lavorato presso la Biblioteca di Area umanistica Giorgio Petrocchi dell'Università degli studi Roma Tre. È stata tradotta in persiano, inglese e tedesco. Molto proficua nel tempo la collaborazione con Le reti di Dedalus di Marco Palladini, Direttore dal 2006-2015.

lunedì 2 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIAN PIERO STEFANONI


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Gian Piero Stefanoni: “Biografia delle voci” – Ed. P.D.E – 2026 – pag. 158 – s.i.p.
In apertura Stefanoni scrive: “Raccolgo in queste pagine una serie di interventi critici, di note a percorsi, figure, opere poetiche in dialetto e lingue minoritarie che ho avuto occasione di scrivere per lo più dalla primavera del 2021.
L’occasione, perché d’occasione davvero si tratta, è nata col desiderio di conoscere la produzione in dialetto della Val Camonica in Lombardia, la terra di mio padre, e dunque nell’approfondimento un tentativo anche di riacquistarmi in qualche modo a lui in quella lingua di cui so intendere nel ricordo solo la tenerezza di qualche parola.” E l’impegno immerso in questa ricerca diventa immediatamente evidente per la dolcezza degli interventi che si susseguono con ritmo serrato e per la prosperità delle presenze.
Il panorama esplorato è ampio e dettagliato, caleidoscopio che sembra non incontrare confini e capace di richiamare i diversi ritmi che sciolgono la poesia nei vari dialetti della nostra Italia.
Una prima sezione del libro contempla le riflessioni critiche attorno alla vita e all’attività letteraria di una serie di autori, a rappresentare tutte le venti regioni italiane, con i loro rispettivi dialetti. Una scelta oculata e credo un certo impegno di tempo per raccogliere testi ed informazioni varie.
Alla luce dei vari dettati la tensione del canto manifesta tutta la sua fantasia, nell’incantato riferimento delle voci, e per le invocazioni dei riflessi che scaturiscono dalla parola.
L’accento delle liriche è palesemente legato alla terra e diviene di volta in volta corpo inalterato nello spazio.
C’è una seconda sezione che porta come titolo “Lingue minori¬tarie e fuori confine” dove Stefanoni ha inserito una serie di autori che, dentro o fuori dal contesto nazionale, hanno usato lingue diverse, derivate da tradizioni antiche o, nel caso parlate nel nostro Paese, quali sacche di resistenza e conservazione nella forma, appunto, delle minoranze.
Ricchezza linguistica, allora, che viene qui tratteggiata con sapienza e con il tratto di chi sa bene soppesare la cultura nelle sue più brillanti manifestazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO