domenica 22 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI


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EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI, Epiloghi, Interno Poesia Editore, Borgoricco (PD) 2025
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La prima sezione che ha per titolo Al riparo dal vento maestrale presenta due grandi temi cari al poeta: quello della poesia e del suo percorso nel tempo fino all’affermazione che solo apparentemente segna l’epilogo della sua vicenda poetica e infine l’amore fatto di ricordi e di rimpianti, di scelte sbagliate ma di una presenza costante nel corso della vita.
Ed è proprio nel testo che apre la raccolta, intitolato Sulla poesia, che l’Autore dichiara che il lavoro del poeta è simile a quello di chi pota un albero: una volta eliminati i rami secchi, la poesia si farà strada raggiungendo quell’essenzialità che richiede un esercizio costante e una capacità di cogliere la sua presenza «anche nelle ombre in rilievo tra le pietre / del muro». Ma occorre anche – dice Evaristo – eliminare quel contorno «posticcio / e salottiero» che caratterizza oggi tanta poesia perché «meglio la scarna povertà delle parole / di questo vuoto della vanità».
Ci sono momenti – e il poeta lo sa bene – in cui la voce della poesia sembra vacillare e ciò genera il senso di essere giunti a un approdo, a «quel bilancio finale» che porta alla chiusura. Ma ecco che la poesia intitolata Ammissioni si apre con un melodico canto «Cara poesia che sai di chiostro, / di muschio e di fiorita di sambuco, / ormai suono stridente delle ruote / di carri incatenati al giogo di buoi / stanchi: taci e non brilli più» per chiudersi poi con il senso di una perdita che sembra definitiva. D’improvviso, però, l’imprevedibile accade e la poesia torna a far sentire la sua voce «e già i versi / come fili d’erba si preparano a fiorire». Così passo su passo, il poeta attraverserà il guado di questo torrente tumultuoso che gli si è aperto davanti e potrà ritrovare il suo ritmo e il canto che gli è congeniale.
E con la poesia tornano i ricordi di un amore intensamente vissuto, sognato, rimpianto, le cui tracce «indicano percorsi misteriosi / che portano alla fonte della vita / oppure all’antro della perdizione».
E nonostante il tempo abbia segnato il volto del poeta, i suoi occhi pur se “vecchi e stanchi” mantengono la purezza di un tempo e giocano con la pazzia di ritrovate parole d’amore.
E nella poesia che chiude questa prima sezione Evaristo ammette che, nonostante gli sforzi fatti per chiudere questo capitolo, “quel pungolo rovente” «Si è spostato – dice – in ogni punto / della mente, per buona parte / della mia vita, …» (Tentativi) e torna, nonostante l’assenza, a illuminare con il suo “fascio di luce” l’attesa della notte.
Così al riparo dal maestrale si apre lentamente la strada che porta alla vita, a quel quotidiano che è fatto di amore per la terra, per gli amici, per le persone care con le quali il poeta divide saggezza e umiltà come si legge nella seconda sezione che ha per titolo Le stelle non sono lì per caso.
Le stelle guardano dall’alto questa terra e con la loro luce danno un volto e un nome alla natura e agli esseri viventi che la abitano. Campagna, la poesia che apre questa seconda sezione, ci mostra l’ulivo caro al poeta in una visione antropomorfica che esalta il rapporto intimo esistente fra l’uomo e la Natura: «Parlano e pregano gli olivi, forse / solamente tacciono nell’ascolto / dello scorrere del tempo,» indifferenti all’alternarsi del giorno e della notte e all’esistenza stessa dell’uomo. Dalla visione della campagna umbra tanto cara al poeta emergono così i volti delle persone che hanno fatto parte del suo vissuto, ricordo di uomini come Gianni che «raccoglie ghiande per i maiali» o come Enne il vecchio amico con il quale il poeta parla «della vita, della sorte, / del non si sa da cosa dipendiamo» per concludere amaramente che «la mente non trova / ancora risposta alcuna a nessuno / dei nostri troppi, infiniti perché».
E continuando a parlare con gli olivi, dal cui tronco contorto e dal groviglio dei rami pendono – dice Evaristo - «tutte le mie incertezze», si sviluppa una visione del mondo priva di certezze ultraterrene (si veda per esempio Casualità), fino a giungere all’amara constatazione di Effe il falegname, che, annunciando con amarezza la perdita della nostra identità, parla del dubbio irrisolto della nostra esistenza e conclude: «non sapremo mai perché siamo stati / qui o meglio solo perché siamo stati».
Altre poesie ci parlano di ricordi che tornano improvvisi quando un amico offre in dono un cestino di funghi, alla cui vista si riaffacciano i volti «di una famiglia che non c’è più» e rievocano l’inganno feroce di questa vita, così breve, così lontana ormai; altre volte è L’orto di Lillì dove matura l’uvaspina dai colori screziati e quando cade il pallone oltre il muro si può scoprire, riflesso nelle sue ampolle, “lo scorrere delle ore”.
L’ultima parte che si apre, a mio avviso, con Speculazioni dà inizio a una serie di considerazioni che sono tipiche del pensiero filosofico e meditativo dell’autore: la notte non solo evoca, ma permette un esame sul senso della vita, su quello che è stata, sui dubbi, le idee, le fatiche, perché “guardare nel buio” apre spiragli al sonno e alla speranza tanto da far credere al poeta «che le stelle non sono lì per caso». È il tema dell’abbandonarsi all’irrazionale o forse «alla fede in qualcuno o in qualcosa» che lo porta ad ammettere che la sola razionalità non rende conto di tutto, pur nella consapevolezza di essere nulla di fronte all’indifferenza della Natura, un «Uomo soggetto ai capricci del Fato, / isolato su questa assurda ellisse / del pianeta da noi chiamato Terra», come si legge in La condizione umana. Nasce da qui il senso di perdita assoluta che si prova quando gli amici ci lasciano e solo il buio riesce a parlare al cuore per ricordargli che un giorno quel battito si fermerà e poi sarà silenzio. «Il buio è fluido / e invade ogni spazio», si legge in Giri di chiave, ora resta solo l’attesa di quel passaggio o di quella luce «che ti guidi davvero oltre / gli stretti confini dai calendari».
Non è un caso, a mio avviso, che, dopo queste riflessioni, la silloge si chiuda con due poesie che evocano la vita. In Voli, dopo il temporale che si allontana, tornano i garriti dei rondoni che volano sopra i prati “vivi di pioggia, verdi di vita” e il suono delle loro voci che «come parole, sfidano la notte / imminente e tutte le nostre paure». La nostra resilienza, come si legge in Primo Dicembre, è come quella degli insetti che continuano a «suggere / ciò che resta dei fiori del nespolo» attenti a cogliere quel sapore che solo la vita ha in sé e, come tale, va assaporato fino in fondo perché solo così potrà sprigionarsi «il profumo di un’altra stagione» e, quindi, anche la poesia potrà accompagnare con il suo canto il tempo della vita che ci è stato assegnato.
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FERNANDA CAPRILLI

sabato 21 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERENA CIANTI


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Serena Cianti: “DIALOGO CON L’ANGELO CUSTODE” ed. Terre sommerse – 2026 – pag. 44 -
Nell’impatto con questa rutilante e lunga cantica – perché di cantica si può parlare in una stesura che si adagia al mistero della fede – il primo interrogativo si affaccia nel dubbio : la poetessa ha scelto di proposito una versione strettamente classicheggiante per le sue poesie?
Ella scrive nell’introduzione: “ Chi è nato in Italia, cresciuto nella cultura cattolica, è stato abituato fin dall’infanzia a dialogare con il proprio Angelo custode attraverso la preghiera, immaginandolo come un amico esterno, bellissimo e dotato di ali ma quella preghiera che ha permesso a tanti bambini di scivolare nel sonno senza timore diventa per l’uomo iniziato ai misteri, la potente invocazione per la crescita spirituale e il ricollegamento tra il divino e l’umano, la spada del guerriero che si erge sulla città conquistata, lo scettro del re seduto sul trono o la lanterna dell’Eremita dei Tarocchi.
La preghiera all’Angelo custode scioglie e avvolge la vita dell’uomo nuovo e lo conduce ad altri lidi, alla scoperta di dimensioni superiori rispetto all’ordinario. In questo viaggio anche la morte diventa per il saggio, il passaggio trasformativo necessario che lo farà approdare al “Potere della creazione” insito nel grembo della donna sul piano della materia.”
La poesia di Serena propone una visione fortemente simbolica e profetica, costruita attorno alla figura dell’Angelo che, facendosi “cupo”, introduce un annuncio solenne e insieme minaccioso. Un’immagine iniziale — “occhi avea ‘sì tristi / che rabbrividimmi tutta” — stabilisce immediatamente un clima di turbamento: l’io lirico è attraversato da un brivido che non è solo paura, ma percezione del sacro. L’Angelo non porta una consolazione, bensì una rivelazione esigente, che tocca il cuore del mistero della generazione e della creazione.
Ritmo incalzante il susseguirsi delle sillabe che compongono un musicale accento di preghiera e di richiesta, di illusione e di sbandamento, di speranza e di fervore, quasi ricordo di un tempo trascorso a vagare nel deserto.
Il nucleo simbolico della poesia si concentra nell’enigmatica affermazione: “la sposa è chiave / della figlia madre”. Qui la figura femminile si moltiplica in una triade — sposa, figlia, madre — che richiama archetipi profondi della tradizione religiosa e culturale occidentale, e in particolare l’immaginario cristiano legato alla maternità divina. La Donna è presentata come principio originario, “in Lei è celata / la Creazione intera”: non solo grembo biologico, ma grembo cosmico, custode dell’oro, cioè del valore supremo, della scintilla vitale. L’“oro” che “sol la Donna attiene” non è ricchezza materiale, bensì potenza generativa, luce primigenia. Con ammonimenti, colorati dal lessico centellinato, il mistero si fa annuncio, fra lo straordinario riflesso della creazione e la continua fulminazione delle apparizioni. Allora forse la poetessa adotta un linguaggio volutamente arcaizzante (“Ei disse”, “non v’è”, “si non sarà”), che conferisce solennità e rimanda a una dimensione biblica o liturgica.
I versi brevi, spezzati, contribuiscono al ritmo oracolare, mentre l’assenza di punteggiatura accentua la forza assertiva delle immagini. La scelta di un registro alto e simbolico rende così le composizioni compatte, quasi scolpite.
Una condensazione che affronta con coraggio un tema da tensione filosofica esistenziale, riuscendo a conferire quella forza visionaria che molto spesso ci aggancia nelle ore di solitudine e di silenzio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = FILOMENA SCARALLO


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venerdì 20 febbraio 2026

POESIA = EMANUELA DALLA LIBERA


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1)
Dimmi, cos’è che ti ha così
pensosamente attraversato
gli occhi da lasciarti in viso
i segni di un doloroso inverno?
cos’è che ti ha turbato il passo
e così mutato i gesti che guardi
sempre l’orizzonte e in fronte
porti le tracce di un lungo andare,
dell’attesa che si rinnovi il giorno,
che presagi tornino le ore a ricamare
e che una quotidiana quiete
rimpiazzi i vortici di vento in cui
ti è precipitato il cuore? Saliranno
dall’orlo della notte i tuoi pensieri
se ne andranno portandosi appresso
gli anni accatastati in fila, ti desterà
un barlume d’alba sopra il mare,
l’anelito ad attendere, nell’aria
che si imbruna sopra i boschi
e le radure, il pieno della luna. 
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2
Si faceva più lento il tempo,
scorreva adagio oltre gli argini
insonni delle stagioni in fila
sulle sponde dei ricordi.
Era il vento tra i pioppi a misurare
il giorno, dintorno voci si disperdevano
sull’orlo dei sentieri, volavano rapidi
gli uccelli in cerca di riposo.
Camminavamo a ritroso, pensierosi,
sfidando il cielo sulle chiome, sembrava
immenso il mondo, eterno il tempo.
Dicevi che nulla sarebbe cambiato
se avessimo affidato al vento
le nostre voci. Sarebbero ritornate,
dicevi, come ritorna ogni cosa
sia pure in altra forma, con altro dolore.
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3)
Ancora odo quel suono d’onde
sugli scogli e la tua voce
in rivoli innocenti di pensieri,
di sguardi fiduciosi su sentieri
immaginati. Sapeva di certezze
l’onda che veniva da lontano,
portava misteri d’altre sponde,
lune tramontate altrove,
vite sconosciute a raccontarsi.
Tu a noi raccontavi la vita nel suo farsi
dicevi parole che scivolavano
sull’acqua e svanivano nelle notti buie
in accordi di maree per poi tornare
nelle albe quiete tra i silenzi intatti
delle nuvole in corsa nel vuoto di universi,
di scie sul mare candide nel vento.
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EMANUELA DALLA LIBERA

mercoledì 18 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA


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Carla Malerba: “Un tempo nuovo” – Ed. Fara – 2026 – pag. 56 - € 12,50
Silloge votata al Narrapoetando 2026 ricevendo dal giurato Luigi Palazzo il seguente giudizio:
«Con tocco delicato, il tempo, la natura, la vita sono mescolati in versi essenziali, profondi, riflessivi.»
Così, come stemperato dalla ritmata scansione del metronomo, il susseguirsi dei pensieri, delle immagini, delle illusioni, delle irrequietezze che ci invitano alla vertigine del quotidiano, riesce a comporre una policromatica miscela di perfetta poesia e audace estetica della scrittura.
Due le sezioni: “Come gioia pura” e “A tratti senti”, che in effetti si agganciano delicatamente nell’afflato e tracciano un percorso del gesto in movimento, della emotività che emerge dalle visioni.
Il soffio di adagia semplice: “Perduti campi di primavera/ guazze di petali/ confuse e d’erbe/ luce di sole e vita/ in movimento/ nessun’ombra/ nei giardini felici/ neppure suoni/ parla solo il vento/ respiri di corolle.” In special modo quando la natura ci aggancia son le sue stagioni, o quando il sub conscio tenta aggiustamenti: “Semplice è sinonimo di chiaro/ è parola che invita/al sincero rispetto delle cose/ semplice come lo sguardo di un bambino/ l’occhio del poeta/ osserva intuisce riferisce/ cosa c’è nell’anima del mondo.”
Carla Malerba indaga silenziosamente, ma con ritmo vigoroso, tra le ombre e le improvvise luci, tra il verde della natura e il solfeggio dell’opulenza, nella chiarissima brama di esserci ancora perché costantemente insidiata nella corsa del tempo, anche quando l’eco delle voci, il riverbero delle memorie rimandano alle falde del silenzio. Indaga fra il germogliare delle immagini e i fotogrammi di un rastrellamento, fra gli angoli delle reminiscenze e il fascino della percezione, fra il segno di ogni passo e una tensione che urge. Un fluire che genera fibrillazione anche quando il verso si presenta spoglio di languori o di smerigli.
“Inseguire chimere/ apparteneva/ a un’età governata/ da venti improvvisi/ altro era il tempo/delle sfide coscienti/ che irridevano l’ombra/ fioriva la poesia/ per l’amore non menzognero/ per l’attimo che si eterna/ e subito scompare/ non per corone d’alloro/ma per un serto di viole.”
Rivelazioni che attraversano verticalmente l’idea, quella idea che giungerà quale strale che ubbidisce sempre attivamente e mostra le nuove motivazioni delle suggestioni e delle speranze.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


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POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia coltiva la fragola"
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Sera di luna di platino
per Alessia ragazza
sul bordo della serra
delle fragole. Attimi
mistici e sensuali con
gli occhi nel rosso della
fragola e della fabula
i contorni intravisti
con anima sottile.
Bella la vita. Versa
acqua Alessia sulle foglie
della pianta amica.
Risorge in chiara forma
nel verde brillante delle
foglie. Alessia gioca
alla vita a diventare
fragolina di bosco
e trasale e stasera
fa l’amore dopo la
riscoperta delle cose.
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Raffaele Piazza