SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCISCO SORIANO
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FRANCISCO SORIANO: “Poesie sparse” – Ed. Aurea Nov – 2026 - € 15,00
* “Il tema battuto dalla poesia di Soriano è amoroso, senza però che l’incontro d’amore trovi svolgimento e si riconosca in una storia; - scrive Marcello Carlino in prefazione - il tema è amoroso purché si consideri che l’espandersi dei versi in un caos calmo e il loro succedersi secondo logiche simmetriche si sostanzino di un eros diffuso, linfa e sangue in circolo nelle varie presenze animate e inanimate (presenze per intero o in frammenti) e delle svariate azioni (inevitabilmente, perennemente incoative) che il discorso della poesia chiama in scena o evoca. Un eros che non ha confini, un eros senza oggetto che non distingue ruoli da protagonisti o da comparse…”
Ma lo sfogliare delle pagine mi porta involontariamente all’ultima poesia (62) che si sviluppa come una meditazione sulla necessità di abbandonare il rancore e le recriminazioni, riconoscendo che la vita, con le sue contraddizioni, non può essere continuamente sottoposta al giudizio del rimpianto. L’esordio, «non serve recriminare», assume il valore di un’ammonizione rivolta a se stessi, quasi un invito a interrompere il circolo sterile delle accuse, al mondo, al tempo e persino all’alternanza naturale del sole e della luna. Se «in un solo modo si vive», occorre accettare l’irrimediabilità di ciò che è accaduto, senza pretendere di correggere il passato attraverso il dolore.
L’imperativo «ritrai gli artigli, i pianti, le grida» suggerisce una rinuncia alla violenza, non soltanto fisica, ma soprattutto emotiva e verbale. Il poeta invita a deporre le armi dell’orgoglio, a ricomporre la frattura tra il detto e il non detto, tra le parole pronunciate e quelle rimaste imprigionate nell’animo. Particolarmente incisiva appare l’immagine delle «dolci parole in salamoia»: la dolcezza del sentimento sembra essersi conservata artificialmente, perdendo però la freschezza originaria, come se il tempo e l’incomprensione avessero alterato la sincerità della comunicazione affettiva.
Il testo costruisce il proprio percorso attraverso immagini naturali e metafore di forte efficacia, contrapponendo la costrizione del mare alla promessa liberatrice del vento. La sintassi spezzata, gli incisi e i trattini riproducono l’andamento inquieto di una riflessione che procede per ripensamenti e improvvise illuminazioni. La conclusione, affidata a Zefiro, restituisce una tensione positiva senza cancellare la sofferenza precedente. Rinascere non significa negare il dolore, ma sottrargli il potere di determinare per sempre il nostro rapporto con la vita.
La poesia 60 continua intorno alla precarietà dell’esistenza e alla ricerca dello stupore, come se ogni esperienza dovesse essere vissuta con intensità prima che il tempo ne decreti la fine. L’esordio, «eccoci a rincorrere lo stupore / come se non ci fosse un domani», suggerisce un’urgenza vitale, ma anche l’inquietudine di chi avverte la fragilità del presente. Il rapporto con l’altro si colloca «nel labirinto del dunque», immagine che evoca l’incertezza del pensiero, il bisogno di spiegazioni e, insieme, l’impossibilità di raggiungere una verità definitiva. La sigaretta fumata diventa allora un gesto quotidiano, quasi una pausa sospesa nel flusso delle domande, mentre l’invito «aspetta dunque» introduce un’interruzione, un tentativo di rinviare il compimento degli eventi e di conservare una possibilità nel futuro. L’ardesia, pietra scura e compatta, suggerisce una scrittura che si fa materia, durezza, incisione destinata a resistere. Eppure, questa solidità si dissolve nello «sprazzo di una litania», dove la ripetizione acquista un valore quasi rituale, ultima voce capace di risuonare «nel deserto del mondo». La poesia diventa così un tentativo di opporsi al silenzio, pur senza poter cancellare la solitudine che lo genera.
La scrittura di Soriano si distingue per la concentrazione espressiva e per una trama di immagini che procede dall’urgenza esistenziale alla desolazione metafisica. La successione dei versi, sostenuta da un andamento libero e da pause significative, riproduce il movimento irregolare del pensiero. La parola ha una concretezza inattesa, mentre il ritmo introduce una dimensione sonora e quasi sacrale.
I pensieri si accavallano e incidono: “speranza sia – il bruco si contorce/ sul nido teso come un’imboscata;/ un fare stanco – canta e ci uccide.” – “l’iride è un arcano/ vetro soffiato pianto/ sulla pelle ardente” – “ora non saprei dire / di quale essenza sia la parola: / cigola al verso del vento / che non la lascia libera di andarsene.”
Soluzioni da definirsi tout-court affidate ad una specie di colorata affabulazione, rappresentata da un obiettivo trasognare ed una simpatica erratica immersione tra i fantasmi.
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ANTONIO SPAGNUOLO








