INTERVENTO = ANTONINO CONTILIANO
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"Sentieri intrecciati e ininterrotti: scienza e poesia"
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Nel panorama contemporaneo del sapere, i confini tradizionalmente eretti tra poesia e scienza appaiono sempre più porosi, se non del tutto dissolti. In apparenza, sono due universi distanti: l’uno votato alla misurazione oggettiva del reale, l’altro all’espressione soggettivo-semantizzante dell’animo umano. Eppure, entrambe le discipline, nel tentativo di esprimere l’infinita processualità del divenire e di conoscere la pluralità complessa del mondo, hanno dovuto abbandonare le certezze granitiche del pensiero classico, fondato sull’armonia e sulla logica bivalente. Su questi nuovi sentieri, poesia, filosofia e scienza si incontrano e si scontrano, utilizzando logiche che potremmo definire comuni-diverse, dove la malinconia di ogni realizzazione alimenta la nostalgia per ciò che non è ancora, ma potrebbe essere. Per inciso, i nostri sentieri ininterrotti, diversamente dagli “interrotti” heideggeriani, non sono quelli che cercano la lingua dell’origine, del dio che ci può salvare, del poeta chiuso nella sua solitudine. Un punto di convergenza cruciale per comprendere questa nuova razionalità paradossale risiede in un’analogia strutturale profonda tra due concetti apparentemente distanti: l’effetto farfalla, cuore pulsante delle scienze della complessità, e la levis immutatio, una figura retorica sottile ma potentissima. Questi due strumenti, se osservati da vicino, permettono di mettere in relazione la scrittura poetica e quella scientifico-matematica, rivelando un segreto condiviso: una minima variazione nelle condizioni iniziali di un sistema, sia esso naturale o linguistico, può generare universi di significato imprevedibili, plurali e in continua trasformazione.
La scienza contemporanea, specialmente attraverso la teoria del caos e la fisica quantistica, ha inflitto un colpo durissimo ai capisaldi della logica classica, introducendo concetti come indeterminazione e, sorprendentemente, la necessità della metafora. Negli anni Settanta del Novecento, studiosi come David Ruelle e Floris Takens, intenti a studiare i fenomeni della turbolenza, intuirono l’esistenza di particolari configurazioni, chiamate attrattori strani, basandosi su puri ragionamenti congetturali. Questo quid bizzarro fu visualizzato da Edward Lorenz nelle traiettorie a spirale, altamente instabili, del suo modello meteorologico: un sistema deterministico che, assumendo la forma di una farfalla con le ali spiegate, dimostrava come la minima variazione in un punto potesse portare a conseguenze globali enormi e imprevedibili. L’effetto farfalla, con la sua potenza iconica, dimostra che l’instabilità rende impossibile una predizione determinata a lungo termine, pur non escludendo la determinabilità locale degli eventi. È qui che entrano in gioco i numeri di Lyapunov, veri e propri strumenti di misura di questa “retorica del caos”. Questi esponenti forniscono un modo per quantificare gli effetti conflittuali dello stiramento e del piegamento nello spazio delle fasi, mostrando come alcuni sistemi possano creare disordine in una direzione, restando ordinati in un’altra. La razionalità, insomma, ha cambiato look, facendo trasparire le sue origini irrazionali: non siamo più di fronte a una logica che esclude, ma a una nuova razionalità paradossale, capace di coniugare simultaneamente gli opposti, il determinismo e l’imprevedibilità. Oggi non c’è procedere scientifico che faccia a meno delle metafore: Robert May parla del serpente dell’erba matematica (le oscillazioni nella dinamica della crescita o decrescita di una popolazione), Mitchell Feigenbaum del polimero del diavolo, la frattalizzazione degli attrattori strani delle scienze del caos (l’iterazione di un motivo geometrico ripetuto su scale sempre più piccole …infinitamente). La scienza, come la poesia, accetta che le proposizioni possano rimanere vere ma al contempo suscettibili di infinite interpretazioni, rendendo il divenire dell’essere un testo infinitamente aperto. La fisica del caos quantistico mette in crisi la validità universale della legge classica, e la misura dello spin di un elettrone non risponde più a previsioni certe. La scienza scopre la sua anima narrativa.
Parallelamente al laboratorio dello scienziato, il laboratorio del poeta ricorre a linguaggi e logiche non riducibili alla certezza del significato univoco. Tra gli strumenti più raffinati del suo sapere vi è la dialettica retorica, e in particolare la levis immutatio, che possiamo a buon diritto definire l’effetto farfalla della poesia. Essa produce gli stessi effetti vaganti quando modifica, anche di un soffio, una variabile testuale. È una figura che, alterando la struttura di un singolo elemento linguistico (un suono, una lettera, una pausa), pone il problema di una ricomposizione totale degli elementi e di una risemantizzazione della forma. Modificando il ritmo o il timbro, la chiave retorica apre le nuove possibilità di vita contenute nella miscela del testo e del tempo, un tempo non cronologico ma kairós, istante opportuno e creativo. Un esempio emblematico, solo per ricordare un caso celebre, è il virtuosismo barocco del gesuita Athanasius Kircher: “Tibi vero gratias agam quo clamore? Amore more ore re” (Evidente, qui, è il fatto che le parole amore, costume, bocca e cosa sono il risultato di una sottrazione sillabica cui è sottoposta il simbolo “clamore”). La frase così si sgretola e si ricompone in un gioco di specchi fonici che moltiplica all’infinito le possibili fonti e modalità della gratitudine. Ma è forse nella letteratura moderna che l’uso di questa “tecnologia” diventa più evidente. Basti pensare alle alterazioni logico-linguistiche nell’Ulisse di James Joyce. Nel capitolo I mangiatori di loto, un personaggio usa la parola word (parola) per dire “ragazzaccio”, in luogo di world (mondo), perché quell’altro mondo, quello reale e forse volgare, non le piace. L’intervento gioca sull’omofonia e l’allitterazione: le parole, facendosi soglia e confine, generano la dissolvenza dei significati che si associano, si scambiano e creano nuove reti semantiche. Una leggera manomissione del testo, una levis immutatio, provoca una dissociazione e una riassociazione rimescolatrice dei termini. Come nelle litografie di Escher o nelle immagini frattali, la configurazione che si modifica conserva e diversifica al contempo l’identità e la differenza delle figure. Lo spazio delle fasi del linguaggio, per usare un termine scientifico, diventa il luogo dinamico dove la parola porta al punto critico di rottura la “danza dei sensi”, generando mondi pieni di instabilità poietica, ma egualmente densi di senso plurale. Il tempo, in questa prospettiva, non è più una sequenza di atomi fissi, ma un tempuscolo di transizione, un flusso continuo.
Se la levis immutatio e l’effetto farfalla sono due facce della stessa medaglia, la loro convergenza implica il superamento della logica classica del terzo escluso, secondo cui una proposizione è o vera o falsa, a favore di una logica del tertium datur, del terzo incluso. Un testo, come un sistema complesso, non è mai una somma di parti, bensì un ologramma dinamico, una struttura di elementi che s’intersecano vicendevolmente creando universi incrociati. La non prevedibilità perfetta non esclude la determinabilità locale: il mondo del caos e quello della poesia coniugano l’ordinato e il disordinato non come opposti dialettici in lotta, ma come relazioni interattive e circolari. La complessità di una struttura artistica è direttamente proporzionale alla complessità dell’informazione trasmessa. Il linguaggio poetico, grazie alla sua plasticità, permette di veicolare un volume d’informazione e di emozioni impossibile per il linguaggio comune. È necessario, quindi, pensare insieme l’identità e la differenza, mantenendo la loro opposizione irresolubile come motore di senso. Questo nuovo sapere richiede un terzo oggetto composito, che partecipi sia dell’ordine solido che del disordine fluido: questo oggetto è il textum, il tessuto del testo, recuperato dalla poesia e dalla sua logica, diventando luogo di una testualità unitaria dove lo scienziato può essere poeta e il poeta scienziato.
All’orizzonte di questa rivoluzione di paradigma non c’è solo una nuova estetica, ma anche un profondo impegno etico-politico. Se il mondo è un sistema complesso in cui una piccola variazione può innescare grandi trasformazioni, allora la parola poetica, con le sue leves immutationes, si carica di una responsabilità inaudita. Il linguaggio poetico diventa un esercizio etico e pratico, un promemoria che gli itinerari della conoscenza non sono mai conclusi, ma si fanno camminando. La hybris della poesia, la sua “tracotanza”, diventa la forza della trasformazione, della ribellione e dell’interrogazione ironica che scatena le contraddizioni del reale. I testi di poesia sono pratica significante e conflittualità antagonista, un portare insieme voci diverse contro lo stato di cose esistenti. In un’epoca di nuove povertà indotte e di modelli teleologico-capitalistici che vorrebbero una storia unidirezionale, la poesia deve porsi come una mina vagante, capace di portare alla deriva i sensi usurati della temporalità. Facendosi luogo del transito permanente della contraddizione, la poesia frantuma l’universalità ideologica del pensiero unico per dare spazio alla phrónesis, al saper decidere e agire il comune. È testimonianza di una praxis della parola che, progettando un mondo diverso, dice che è possibile un’azione dei sogni e delle utopie. Il poeta si fa custode-custodito di un’utopia possibile, quella di mondi e rapporti senza dominio, fondati sulla logica del terzo incluso e sull’etica della contingenza. Attraverso le alterazioni semantiche, operate dalla sua tecnologia, la poesia dimostra, in laboratorio e nella vita, che piccole variazioni nel linguaggio possono innescare grandi trasformazioni nella coscienza e nelle abitudini comportamentali disponibili. Proprio come il battito d’ali di una farfalla può scatenare una tempesta dall’altra parte del mondo, così un verso, una parola, una pausa, possono incrinare l’ordine costituito delle cose, aprendo squarci di bellezza delirante e possibilità inedite. La vita è un esodo permanente, e la poesia ne è la bussola più fragile e potente, capace di navigare nel caos per tracciare rotte imprevedibili verso le possibilità d’essere.
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Antonino Contiliano
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Marsala, 6 marzo, 2026








