domenica 3 maggio 2026

POESIA = CINZIA PANUCCIO

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"MEDITERRANEO"
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Lungo le coste color dell’oro,
tra bergamotti e cedri
tracce di viaggiatori erranti,
rincorrono leggende e miti
senza tempo,
gitani in un mondo sconosciuto.
In mezzo alla tempesta,
pezzi di legno,
danzano tra le maree.
Sono i resti dei barconi
agitati da acque impetuose,
tra corpi che non hanno nome
e volti che raccontano storie.
Sono le tratte percorse
da gente disperata,
anime innocenti,
come opere d’arte
trafugate come merci.
Li vedi fluttuare inermi,
tra lunghe estati e gelidi inverni,
in attesa di essere salvati,
affamati, stremati,
sono i nuovi emigrati.
Spesso senza documenti,
sognano nuovi paradisi terrestri
li vedi tendere le mani verso i salvagenti.
Morti viventi, sopra pozzanghere di illusioni,
sogni spezzati, in attesa di chi ti porti sulla riva un fiore.
E fai finta di niente, sordo e cieco difronte alla morte,
da quel dolore che lacera il cuore,
quella pelle trema e gli occhi cercano un bagliore.
Ma all’improvviso un abbraccio ti stringe,
un viso sorride, cela nuove sfide,
una forza motrice ridona la vita
ad un fiore reciso, senza preavviso.
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"IL FIORE D’ORO"
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Attraversi deserti e tempeste di vento,
fragile come un fuscello d’argento,
vestita di mille colori
porti in Italia nuove tradizioni.
Come una dea che rinasce dal mare
allunghi le braccia per farti aiutare
lasci barconi e vite spezzate
la tua casa con bocche affamate.
Arrivi di notte tra onde furiose,
con scarpe rotte e poche cose,
qualche foto, una gonna, un fermaglio carino,
con il sogno di un nuovo destino.
Donna straniera sotto un unico cielo,
non sei diversa sotto altra bandiera,
porti le tue radici e cammini infiniti
ma resti vittima di pregiudizi.
Donna migrante
di questa terra sei parte integrante,
una ricchezza di resilienza
insegni il valore dell’accoglienza.
Cresce il rispetto e la comprensione
per chi arriva da un’altra nazione,
splendidi occhi delicato pallore
arrivi leggiadra dritto al cuore,
diventi il simbolo dell’integrazione.
Abbassi muri, scavalchi confini,
magari solo per lavare dei gradini,
o raccogliere frutta in grandi giardini.
Ma in questo prato così colorato,
cresce un seme quasi fatato,
ha il volto d’oro di chi è abituato
a resistere al tempo cristallizzato,
è il fiore della speranza
donna migrante
hai concluso il tuo viaggio
appassionante.
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"L’amore che uccide."
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Pretende ogni respiro, ogni soffio di vita
vive dentro il tuo cavum come un parassita,
ti attira con false promesse, è una calamita.
Brucia la tua anima nuda, oramai eremita,
dov’è finito il tuo spirito libero, in questa assurda vita.
Speme che mente sulla cattiva sorte,
si compiace spavaldo delle verità distorte,
inutili corse in ospedale tutte le volte
stà zitta o pian piano,
ti riempie di botte,
principessa prigioniera, smarrita dentro la sua torre.
Una tempesta squarcia il cielo,
all’improvviso fiero sferra un pugno a bruciapelo,
troppo nervoso,
mentre si scusa per aver perso il controllo,
con fiori in mano bello come uno sposo.
Un ciclo tossico che ogni volta si fa perdonare
una bomba a tempo che non riesci a disinnescare.
Fragile e leggera come una piuma da spezzare
respiri tremante di paura pensando che
la prossima volta ti potrebbe accoltellare,
e ti inginocchi a suoi piedi,
per farti perdonare.
Ad un tratto cerchi di ribellarti al gaslighting adulatore,
scheggia impazzita
con una forza inaudita,
ma poi lo guardi commossa ed invaghita
mentre non ti accorgi che
pian piano all’inferno sei finita.
Le tue lacrime ataviche sono gocce di vetro
scivolano su un tempo imperfetto dal colore tetro,
su mancati sorrisi ed istanti rubati,
sogni d’amore fugaci oramai accantonati.
Parole nere come la pece
si infiltrano tra le lenzuola in punta di piedi
in un silenzio sfumato fatto di fede.
Lucciole e stelle nella notte buia,
ti amo, ripete sotto la luna
usa una maschera convincente
fatta di mille promesse che valgono un niente.
Pentita, sfinita, tradita, cerchi accecata una via d’uscita
donna fatta di ferro si, ma arrugginita.
Oggi il tempo si è fermato difronte a questo abisso maledetto
uno sparo deciso dritto al cuore
nessun rimorso, nessun errore.
Senza pietà uccisa,
si sgretola così un’eternità breve e sbiadita,
si sgretola così una giovane vita.
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CINZIA PANUCCIO

POESIA = FRANCA CANAPINI

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1 - "Contadina ucraina"
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La donna dal fazzoletto in testa
la donna dallo sguardo che buca
la donna sotto la pioggia di morte
che cade ininterrotta dall’olimpo
dei piccoli demoni implacabili
del potere mondiale
Lei, che ieri ha raccolto brandelli di corpi
e aiutato a seppellirli nell’orto
(perché questa è la guerra__________ da sempre)
stamani si avvia ai campi decisa
-
: è ora di seminare patate
**
(7 maggio 2022- guerra Russia-Ucraina)
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2 - "Così pure gli Umani"
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C’è come una stremata dolcezza
nella gialla Fogliolina di acacia
che ondeggia e precipita lenta
nel silenzio sonnolento dell’aria

Uno sparo-un boato- un rimbombo
:dai tetti e dagli alberi, a perdita
d’occhio, schizzano Uccelli a decine
-
Così pure a quest’ora gli Umani
sotto raffinati ordigni di guerra
*
(Gaza - ottobre 2023)
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3 – "Tututún""
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Le 7 e mezzo di mattina.
La sbarra scampanella, si abbassa.
Tututún, tututún, tututún
sferraglia il treno del Casentino.
Pioggerella. Foschia dal fosso.
A riccioli sotto la pensilina.
Gente di treno. Gente di bus.
Guardali in faccia. Esistono.
Visi scuri. Ombrelli neri.
In mano i cellulari. Tacciono.
Sono i giovani operai. Esistono.
Operai Indiani. Rumeni. Africani.
Operai Italiani. Uccelli
umidi che smazzano lo stormo.
Scompariranno presto
dentro i capannoni lungo il fosso
nello zaino il pranzo, nella mente
tututún, tututún, tututún
pensieri, progetti, sogni.
***
FRANCA CANAPINI

sabato 2 maggio 2026

POESIA = ASSUNTA FICHERA

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"I"
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Per impervi cammini
in bozzoli di luce
nidi altissimi su alberi straziati
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non basta la cera di Agata.
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"II"
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Senti questo rumore di foglie?
In quale lingua posso tradurre
forse un fonema?
Mi dici - le foglie non hanno lingua
. -
Seduto su una pietra nera
respira ed è un rumore simile al rumore
delle foglie
col bastone indica una direzione
una retta immaginaria infinita
nella sua regalità sentenzia -
siamo così superflui all'orizzonte
come una mosca, come un insetto.
-
Lo prendo per mano, andiamo a dormire?
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"III"
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Un firmamento di rose
una spina
una fioritura imprevista
una spina
confine alla tua fronte
le cause innegabili dei disperati
le suppliche
il pane e l'acqua
il pane e l'acqua.
** ASSUNTA FICHERA
***
Assunta Fichera (Siracusa 1960), ha compiuto studi artistici ed ha formazione umanistica. Si è occupata di ambiente ed in virtù della sua formazione ha collaborato con studio di architettura, cultrice di fotografia. Ha organizzato letture sceniche e performance poetiche in luoghi aperti e suggestivi, con la convinzione che la Poesia debba uscire dai santuari e dall'accademia per muoversi in campo aperto.

POESIA = ANTONINO CONTILIANO

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"Bibi"
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“Bibi” non è “non importa chi parla”
né di bici una nuova pubblicità
né certo figlio di Beckett fido
bensì Benjamin Netanyahu
Jahvè duce che a Gaza balza
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alea iacata est … delenda este
Trump Meloni e altra melma di comando
bando e morte sparan per ogni città
-
che Stato sovrano o Repubblica
dice mai di Palestina la gente
se corale la guerra non dilemma!
-
Bibi Jahvè a Gaza sta e duce
guerra di pace produce e pace
di guerra … di genocidio una
-
libertà uguaglianza democrazia
confini boni di carta e video-parla-
mento sono … qui altro è il suono
-
alea iacata est … delenda este
c’era la Palestina … di canzone sarà
una sestina e “Gerico” un archeo parco
-
parola di Bibi “il far pipì” e ogni
dì sine die i nuovi fascismi demo-
cratici matrice di droni e proni
-
(Marsala, 28 agosto 2025)
*****
"Svolta"
-
il mondo può bruciare
è una cosa
-
l’uomo storico all’inizio
non c’era
-
volto e nome
assenza
-
sì siamo un amo
l’avvenire che voi non amate
l’ignoranza dell’avvenire
la fine della storia
la legge del ritorno
la gravità
la fornace nucleare
l’esplosione continua
il suono dei quasar
-
si è deteriorata la chimica
delle stelle
dell’idea di pace e di guerra
tradizionale c’è solo il fumo
-
la svolta!
-
una svolta?
-
né guerra né pace
l’ombra e la luce
il ritorno
l’eterno ritorno
i corpi e l’evanescenza
-
una scienza?
-
non rispondo
-
sì siamo
-
la parola senza inizio
-
(Marsala, 6 marzo 2026)
*****
"Fuori altri"
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all’angolo del ring
muti
-
nudi
di ogni tuta
le parole mutano
-
bucati
-
siamo una presenza
catibut
-
legati dal vento
cuciti
-
luci d’ombre
suonati
cicatrici della storia
sfasati
-
rivoluzione impossibile
andati
siamo presenti
il possibile
-
schizzati sovversivi
aforismi
detersivi del riso
-
ringhiosi a io-sa
sa-io
*
(Marsala, 21 ottobre 2025)
ANTONINO CONTILIANO

venerdì 1 maggio 2026

POESIA = ALEXANDRA FIRITA

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"UN RITMO ANTICO"
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Me ne sono voluta andare
spazio tra di noi era incolmabile
troppo mare, troppa marea.
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Il mio passo non seguiva la terra.
Le mie mani con le dita sagge
non sapevano brillare
non sapevano nemmeno chiudersi
per fermare dentro loro abbraccio
l’essere che ero.
-
Avevo pianto tanto
in un ritmo antico
e l’immagine di te è scivolata via
tra le giornate senza impronte
e giornali sfogliati tra le conchiglie.
-
Essere donna figlia di luna
era un titolo che mi l’hai attaccato
addosso come fosse un rimprovero.
-
Essere donna figlia di luna
senza paura senza rimpianto
me ne sono andata guarire le ferite
di una rosa, di una rosa.
****
"MANIFESTO DELL’ULTIMO ATEO"
-
Non esiste più il reale.
L’eccesso di virtuale getta nel disordine
l’ultimo ateo nutrito con frammenti
di paesaggio comprato di contrabbando.
-
Lì c’era un luogo così bello che
potevi vedere il sole tra i rami
era un luogo dove potevi costruire
una casa per i perduti nelle storie
era un cerchio che si incurvava ogni volta
che cercavi di liberarlo
dall’immagine della ruota.
-
La velocità con cui i dèi viaggiavano
da una religione all’altra, da una storia all’altra,
dava l’illusione di un Olimpo sommerso
nella palude della città.
****
"MI DIRANNO"
-
Uno stiletto – il freddo silenzioso
affonda nella carne.
Sempre più vicino dell’impossibile.
-
Nessun grido nessun rimprovero.
Sveglio solo l’occhio di vetro.
.
Qualcuno mi parlerà delle foglie recise
all’alba come fossero un’altra specie
innaturale nata da una falsa memoria.
-
Tanti mi parleranno del loro fruscio,
delle loro forme.
Tanti mi parleranno del loro profumo.
Le parole si spezzeranno nel fumo.
-
L’occhio di vetro cammina affamato.
Solo fiato, solo rantoli di una macchina
affaticata che recide le foglie.
**
ALEXANDRA FIRITA

giovedì 30 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = UGO MAGNANTI

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Ugo Magnanti: “Scorie per l’avvenire” – Ed. Fusibilia libri – 2024 – pag.38 - € 11,00
Elegante volumetto in una tiratura di cento esemplari, numerati e firmati dall’autore.
Raccolta dall’impasto molto semplice ed accattivante che accoglie memorie strettamente personali, tra vincoli che ricamano il rapporto padre, madre, figlio. Scorrono ricordi affascinanti e tremanti, un susseguirsi di eventi raccontati a volte con particolari che accendono il desiderio di conoscere.
Nella rapida lettura mi pace indagare su la poesia che segue:
“Mio padre smontò il moschetto di nonno,
e lo buttò a pezzi in un fosso, invece
di fare denuncia ai carabinieri;
così tutt’al più, non mi tornerà
in mente da cittadino esemplare.
Le sue cellule adesso le ho io,
e non sono diverso da lui.
Uscendo dalla statale anch’io
prenderei un viottolo in ombra, anzi, il modo
di violare la selva, di lanciare
il calcio o la canna nel vuoto, sarebbe
meno furtivo: nessuno ci spia,
dove non si crede che l’anima esista,
e dove si odia l’umanità.”
Perché mette in scena un gesto apparentemente semplice — smontare e gettare un’arma — che si carica però di un forte valore simbolico. Il padre rifiuta la via “ufficiale”, quella della denuncia e dell’obbedienza alle istituzioni, scegliendo invece un atto privato, quasi istintivo: disperdere il moschetto nel fosso. Questo gesto non è solo una dismissione materiale dell’arma, ma rappresenta una presa di distanza dalla violenza e, allo stesso tempo, dalla retorica della legalità formale. L’io lirico percepisce che proprio questa deviazione dalle regole costituisce una forma più autentica di moralità, tanto da volerla sottrarre alla memoria “da cittadino esemplare”, cioè a una coscienza troppo allineata e normativa.
Il passaggio centrale è quello della trasmissione: “Le sue cellule adesso le ho io”. L’eredità non è tanto culturale o ideologica, quanto biologica, quasi inevitabile. Il figlio riconosce in sé la stessa inclinazione a sottrarsi alle regole codificate, a cercare una via laterale — il “viottolo in ombra” — invece della strada principale. Questo spazio laterale diventa metafora di una dimensione esistenziale: un luogo fuori dallo sguardo sociale, dove l’atto di distruzione (lanciare i pezzi del moschetto) non è più furtivo, ma libero, quasi necessario.
Il luogo dove “nessuno ci spia” in fine coincide con uno spazio in cui “non si crede che l’anima esista” e “si odia l’umanità”. Qui il gesto individuale si inserisce in una visione disincantata del mondo: l’assenza di controllo esterno non porta a una libertà luminosa, ma a una sorta di nichilismo, dove l’etica non è garantita né dalla legge né da una fede nell’umano. Il testo si muove dunque tra ribellione e inquietudine, suggerendo che la libertà ereditata può facilmente scivolare in una zona moralmente ambigua.
Diario familiare, direi, per il quale la scrittura del poeta si mantiene plasmabile e attenta, si distingue per un linguaggio piano e narrativo, che però sostiene una forte densità simbolica.
L’uso di immagini concrete e la descrizione di momenti confidenziali costruisce una geografia morale precisa, in cui lo spazio fisico riflette scelte etiche ed esistenziali. Particolarmente efficaci alcuni contrasti tra la linearità e la deviazione, che traducono in termini spaziali il conflitto tra intimismo e comunità.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = CLAUDIA OLIVERO

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Claudia Olivero: “Passaggi elementari” – Ed. Chiare voci – 2026 – pag. 100 - € 13,00-
“L'opera accoglie una riflessione che prende avvio dal corpo, inteso non come entità astratta o simbolica, ma come luogo di esperienza concreta. – (Scrive Michela Silla in prefazione) -L'attenzione insiste in particolare sulle sue manifestazioni meno evidenti, marginali e quotidiane, che non producono clamore e restano talvolta invisibili. Il corpo ha i suoi confini e tuttavia rappresenta anche una soglia, vale a dire uno spazio di trasformazione e un ponte verso l'alterità. La natura non viene intesa come uno scenario descrittivo: è piuttosto il paesaggio nel quale si sviluppa e si tenta di affrontare la crisi dell'umano.”
Nelle varie sezioni (Elementi, Spazi, Passaggi elementari, Assolo, Corpi, Paesaggi umani, Voci) il canto si scioglie con un ritmo serrato ed uniforme e nella rapida lettura diviene esemplare la poesia che incide con:
“È nella morte il senso. / Il mistero del bisbigliarsi segreti, come le foglie all'autunno /– hanno voce ancora di mare, di spuma salata, verbi di/ memoria acquatica. Nel profilo del freddo fanno rumore le/ piante, ed è qui, nella caduta e nel vento, l'inizio. Se anche/ spoglia, mai nuda è la terra – prepotente, come il verde/ d'ortica. Nel suo digradare e confondersi al giallo, è/ desiderio. Eppure è ortica. / Eppure è dolore. / Non fa male ciò che ferisce. Fa male ciò che non è amore.” Costruisce un paradosso centrale: “È nella morte il senso”. Un incipit che ribalta l’aspettativa comune che associa il significato alla vita, proponendo invece la fine come luogo di rivelazione. La morte non è descritta come annientamento, ma come momento di passaggio e di comprensione, quasi una soglia attraverso cui il reale acquista coerenza.
Il poeta richiama un linguaggio naturale e sommesso, simile al fruscio delle foglie autunnali; la stagione della caduta, diventa simbolo di trasformazione più che di perdita: le foglie non tacciono, ma continuano a “parlare”, portando con sé “voce di mare” e “memoria acquatica”. Qui emerge una dimensione arcaica e originaria: l’acqua, principio vitale, resta inscritta anche nella decadenza, come se ogni fine conservasse tracce dell’inizio.
Non c’è immobilità nella morte, ma un dinamismo che suggerisce un ciclo. L’affermazione “è qui, nella caduta e nel vento, l’inizio” esplicita questa visione ciclica: ciò che cade non scompare, ma prepara una rinascita. La terra stessa, pur “spoglia”, “mai nuda”, mantiene una forza vitale irriducibile, resa nell’immagine dell’ortica: pianta resistente, urticante, simbolo di una vitalità aggressiva e dolorosa.
Simboli policromatici insistono sulla duplicità della visione, avvinti da una inevitabile sofferenza.
La scrittura di Claudia Olivero si distingue per una forte coerenza metaforica e per un uso efficace delle immagini naturali, che costruiscono una riflessione filosofica senza mai diventare astratta. La lingua è densa ma controllata, capace di alternare suggestione sensoriale e concettualizzazione.
Anche se alcune immagini appartengono a un repertorio lirico tradizionale, la loro forza deriva qui dalla combinazione e dalla tensione interna, dalla energia di una singolare e personale originalità.
Molte poesie si muovono dentro una dimensione di smarrimento esistenziale, costruita attraverso immagini concrete che però rimandano costantemente a un vuoto più profondo e inafferrabile.
La progressione dei versi insiste su una tensione tra movimento e stasi. Il “camminando”, di un’altra pagina, suggerisce un’azione continua, ma questa azione è subito problematizzata: il rischio è “ripetere infinite volte lo stesso errore”, cioè attribuire senso e valore al movimento stesso (“credere che il passo meriti il dolore”), quando invece esso conduce soltanto a una ferita, simbolizzata dalla “caviglia distorta”. Qui emerge una critica implicita all’idea che l’esperienza — o lo sforzo esistenziale — abbia necessariamente un significato o una ricompensa. Il nulla non è quindi un’assenza stabile, ma qualcosa di dinamico e sfuggente, che sembra prendere forma solo per sottrarsi immediatamente alla percezione. Questo movimento di apparizione e scomparsa culmina nell’“inafferrabile”, parola chiave che sintetizza l’impossibilità di fissare un senso.
Il linguaggio essenziale e una rete ricamata di immagini coerenti si traducono in termini spaziali e corporei come una riflessione sul senso, sull’errore e sulla ripetizione. L’assenza di una soluzione o di un approdo finale non è una mancanza, ma la cifra stessa del testo: ciò che resta è un movimento interrotto, un passo che continua a cercare un orientamento pur sapendo di non poterlo trovare.
Le incrinature della solitudine, la scansione del tempo ogni mattina, il silenzio, il bianco del foglio, il vuoto, l’agglomerato che pesantemente corrode l’attesa, i ricordi che gemmano tra l’edera, variopinte scansioni di una poesia che affiora ad ogni verso, increspa tremolante , ricerca quei confini che possono colorare il pensiero e svelare ancora una volta i segreti rinchiusi nel sub conscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO