martedì 5 luglio 2022

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Polline”
Sei venuta fuori in quel tempo,
quando ho perso il reale ad interrompere
il registro dei pollini,
tanto eri perfetta.
Rimarrà sempre un coagulo
contrabbandiere come la poesia,
inseguendo lunghe sere nel candore
delle tue pupille.
Sgranata nell’aguzzo delle lettere
ammiccavo i tuoi baci nell’impazienza
di ditirambi inconcepibili.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


"Fiore di padre"
Prologo
Dal cielo delle
tue mani alle mie
un fiore d’erba
azzurro sotto il sole
hai messo per caso
a sbocciare per
altre generazioni.
1
Hai attraversato
il tempo in auto e
sei venuta a dare
il senso del latte
al figlio diciottenne,
amato e non voluto
nella magia duale e
2
nella chiostra
prealbare nel movimento
di gioia dello specchio
la tua fotografia
ad entrarmi per gioco
negli occhi e
il jet che ti ha
portato nel candore
del cappotto l’anima
di vetro nel fondersi
della notte con la
visione dei pini
piantati nel primo
‘900 in Villa
Comunale e
3
qui si respira aria di
trasparenza degli occhi
incanto di sorgente
dai tuoi fianchi
di ragazza nel tendere
alla via serale e
una scala per salire alle
cose della natura è rimasta
nelle durate, incantesimo tra
i nostri genitori e i nostri
figli e sei partita per altre
navigazioni su internet
e sul bordo del Mediterraneo e
4
oltre lo squillo del
telefono e la lettera alla
portineria arrivata
o nel nuovo diario,
per accedere al luogo
dove eravamo venuti
con il bambino quando
aveva cinque anni e
ora è la stagione delle
spighe e il figlio ha
18 anni, la forza
trasparente dell’aria
nell’accadere di ore
al mio polso sottile e
a stringere la giovinezza
a respirare la brezza
di un luglio dove tutto
è fermo anche del sole
la lamina, il dischetto
che vedi alle diciannove
dall’oasi del Parco
Virgiliano e poi
la forza nelle gambe
che vengono da me
se sei l’icona a
scendere nella camera
della mente e nella
stanza fino a
di leggerezza porti
altri.
*
Raffaele Piazza

giovedì 30 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA


**Edith Dzieduszycka, Frattaglie, AltrEdizioni Casa Editrice, 2022
Libro imprevisto, nel senso di sorprendente, questo di E. Dzieduszycka, in quanto gioca sullo straniamento e la devianza. In primis dei generi letterari così come acutamente rileva Luciana Gravina nella prefazione in quanto «scelta consapevole di devianza lessemica, oltre che semantica, la qualcosa è precipua del codice poetico». E sembra che qui la poetessa voglia divertirsi con una scrittura paradossale e ammaliante, allestendo un prezioso tessuto testuale in bilico tra il poetico, l’ironico, l’aforismatico, l’acutezza barocca insieme al récit e ad una idea (forse impraticabile) di modello narrativo. Allora il racconto sfuma nelle allusioni, nell’ aneddoto sarcastico di un osservatore disilluso che giudica da lontane distanze. E il lettore precipita nelle frattaglie (non casuale è il referente biologico) delle cose e dei casi umani in un vortice di immagini e analogie.
Un atlante minimo delle personalità e delle debolezze: dall’ “eroe a mano armata” del primo testo, il vate grandeur in ritratto caricaturale, alla Dignità, virtù fuori moda e obsoleta ormai: «Così spennalizzata, anzi sdignitizzata, piano piano spennata, pura malignità, peggio malvagità, nessuno più capiva, la Dignità chi fosse Comunque nel frangente a nessuno importava...»
Quasi una moderna raccolta di cammei sull’impronta dei moralisti classici, questi schizzi della Dzieduszycka, che nella brevità di poche righe condensano un carattere, un’inclinazione, un vizio con una lingua intensamente espressionista. Tra le armi retoriche attualizzate per colpire i conformismi e la decadenza sociale dei nostri tempi l’ironia e il grottesco. Ma ancor di più l’autrice vira il discorso in un senso che la retorica classica avrebbe definito ‘asiano’: manieristico, disarmonizzante e moderno. Giochi di parole, cadenze surrealiste, uso delle Phantasiai, trasfigurazioni e aggregazioni di visioni: «Così fummo gettati, vegetariani vivi, nella caldaia accesa, e d’aglio e rosmarino farciti e rosolati».
Soprattutto le enumerazioni dotte e fantasiose, gli accostamenti improbabili in un gioco di immagini morbose e grottesche: «Ferine le parole appena risputate sul gozzo d’un abisso, carburante filoso, bava di scarafaggi, ortica, lance e frecce, coratelle di ragni, esche glicemiche...». Bisogna ricordare che la parola latina ingenium ha il significato di ‘dote dell’invenzione spiritosa’, perché collegando il dissimile genera stupore. In questi testi l’ingegno e l’acutezza dell’autrice rendono visibile la prospettiva di un mondo rovesciato, di una contemporaneità per molti versi inafferrabile, oscura, dominata da forze autodistruttive. Le sei malattie dello spirito contemporaneo di cui ci parla il filosofo rumeno Costantin Noica sono assommate in questi “Scherzi” filosofico-musicali che rappresentano la precarietà dell’essere, la vita e le sue contraddizioni. L’autrice pare divertirsi molto a scrivere certe distorte visioni o certi giocosi illusionismi riuscendo ad illuminare a giorno un esistenziale che ci comprende e riguarda.
Non è un caso che la raccolta venga introdotta da una sorta di calligramma, e cioè il disegno di alcune lettere dell’alfabeto, le sole consonanti del titolo, (eliminate le vocali come nella lingua sacra ebraica) con piccoli ornamenti simbolici. A sottolineare che il valore della lettera e della parola, (e qui di un titolo che sigla il discorso), inizia già dal segno grafico. E l’avviso all’incauto lettore che varca la pagina è già una promessa di delizie come quelle di un quadro di Hieronymus Bosch: «Entrate con cautela nell’arena addobbata di stracci sanguinanti corde catene mazze impalpabili virus ogni tanto fermando i vostri cauti passi per chiedervi dubbiosi: è prosa poesia è sogno pandemia?»
(Letizia Leone)
*
da "RUBRICA LIBRI RICEVUTI"
Edith Dzieduszycka, Un’altra pelle, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2022
Dal suo lungo percorso poetico, letterario e artistico Edith Dzieduszycka torna alla forma giapponese dell’Haiku, già sperimentata in passato (Haikuore – genesi, 2017) stazione quasi inevitabile per chi voglia collocare la sua scrittura in una nuova posizione di misura versale che crea una distanza con la tradizione del verso alessandrino o dell’endecasillabo, verso principe della tradizione poetica italiana, che Ungaretti conteggiava nella misura esatta di un respiro. La poetessa stessa chiarisce la sua attrazione per tale componimento: «il piccolo grumo di parole, quelle diciassette sillabe, cinque – sette - cinque, che ho già definito “angusta gabbia”, un blocco compatto e senza sbavature, un concentrato che costringe ogni volta a brevità ed essenzialità». L’Haiku risponde ad una esigenza di concentrazione semantica e linguistica tanto che scusandosi anticipatamente per aver deragliato dalla regola aurea di composizione orientale, la Dzieduszycka chiude il libro con una sorta di dialogo erotico ‘Sotto la brace’ dove è forte l’eco delle poesie di ‘L’immobile volo’, (Progetto Cultura, 2020). Nella sua dotta introduzione Giuseppe Gallo ci rammenta l’originarietà del gesto sacrale della scrittura giapponese nello spazio deificato del giardino zen, per poi analizzare lo scarto da tale modello della poetessa francese: «Da una parte sa che sta utilizzando gli haiku non per ciò che questi sono all’interno della tradizione culturale dell’estetica giapponese, ma per ciò che questa forma poetica le può permettere...In effetti la sua attenzione intellettuale e la sua creatività cercavano una struttura che potesse scalfire la prosopopea della versificazione lineare francese e italiana per costringere se stessa alla “brevità” e alla “essenzialità”. È il famoso “risparmio verbale” di cui parlava Zanzotto.» Questa perfezione formale permette alla poetessa di riprendere possesso di un universo naturale e creaturale abbondantemente esplorato dalla tradizione ma qui investito di una nuova aura, di un’altra pelle, lontano dagli stereotipi: a casa nostra / formiche scarafaggi / non li vogliamo.
(Letizia Leone)

martedì 28 giugno 2022

RIVISTA = MALPELO


E in distribuzione il numero 5 della rivista Malpelo (bimestrale di letteratura) giugno 2022.
Diretta da Demetrio Salvi e con la redazione sezione poesia di Bernardo Rossi
Un fascicolo ricchissimo dedicato alle "Streghe" che offre lavori in prosa di notevole interesse e lavori in poesia armoniosamente tratteggiati.
Hanno collaborato per la prosa Giovanni Perfetto, Maria Varricchio, Mario Cataluddi, Carlo Prozzo, Elisa Bondavalli, Maria Cevoli, Bruno Schiavoni, Giuliano Tomarchio, Bruno Billwiller, Renato Bonanni, Giancarlo Brancale, Federico Cauano, Anna Grazia Cervone, Maurizio de Magistris, Demetrio Salvi, Antonio Avossa, Andrea De Vinco, Francesca Erriu Di Tucci, Raffaele Acunzo, Fabrizio Battisti. I poeti Antonio Spagnuolo, Vera D'Atri, Lina Sanniti, Marilia Aricò, Veronica Pellegrini, Rosaria Antonia Miele, Marika Vitale,Costanzo Ioni, Giovanni Ariola, Giuseppe Vetromile, Peppe Bettoliere, Rodolfo Granafei, Nicola Maddalena, Enrico Fagnano, Sebastiano Diciassette, Flavia Cidonio, Bernardo Rossi.

sabato 25 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROSA SORDA


**ROSA SORDA, “TRA LE PIEGHE DEL SILENZIO”, ATB EDIZIONI, TORINO, 2022 - PAGINE 80 - 16,00 €
PREFAZIONE DI MARIA EROVERETI
Il suggestivo titolo della raccolta poetica di Rosa Sorda, “Tra le pieghe del silenzio”, ben esprime lo spirito dei componimenti che la costituiscono, alcuni dei quali già apparsi in una pubblicazione del 2000: In un punto della mente.
Sin dalle prime poesie emerge l’urgenza di Rosa di abbandonarsi all’espansione del proprio mondo interiore e nello stesso tempo l’insofferenza per le incombenze quotidiane che allontanano da quell’io più profondo che solo sostiene e salva dal caos della precarietà: Il fluire / ci è interdetto / l'attimo sospeso / ci sfugge, / strappati / ad una più sottile dimensione / ci dibattiamo /nella quotidianità. Nonostante i componimenti della silloge abbiano visto la luce nell’arco di molti anni, il rifiuto della routine traspare anche dai versi più recenti e gli impegni che scandiscono la giornata diventano le sbarre di una gabbia che impedisce l’evasione verso dimensioni più rarefatte: Su di un foglietto, appunti / per la mia giornata… / conti da rifare… O ancora, in un’altra poesia: Sugli scaffali libri / da ordinare… / Con buona lena / mi metto a lavorare, / ma poi mi arrendo / incerta e confusa… / Non so cosa gettare, / cosa conservare… / è solo apparenza, / senza consistenza… Ma la ricerca di risposte che diano un senso all’esistere, la ricerca di un punto / che tutto unisce, è vana perché non ci sono appigli …in tutto ciò che esiste / manca il punto fermo / che dia l’orientamento. Tuttavia alla poetessa non interessa un mondo / di rassicuranti certezze / delimitato / da ben chiari confini poiché sente che in tralice / tra fenditure, / si svelano inusitate / connessioni del reale… che consentono di cogliere, oltre l’ordine delle cose, altre possibilità / di esistenza / tra le pieghe / dell'apparenza. La precarietà quindi diventa più accettabile nonostante sia l’unica certezza del nostro vivere ma non frena la ricerca di un senso all’esistere.
Con un lessico discorsivo che rifugge dai toni aulici, in versi da cui affiora una malinconica solitudine di fronte ai misteri della nostra fragile realtà, pur accogliendo serenamente la propria condizione, mitigata dall’inclinazione meditativa, Rosa non smette d’interrogarsi: il nostro tempo è limitato? / oppure è eterno stato? // Per sempre, forse, siamo / e non lo sappiamo. E si chiede ancora se la realtà più vera, quella che dà spessore alla nostra essenza, sia da cercarsi nella vita vissuta, in quella quotidianità tanto ricusata, oppure nella mente, nel profondo di se stessi.
Quando però i vincoli quotidiani si allentano …sospeso il pensiero / siamo parte dell’Essere / e in esso / trova pace l’esistere. La poetessa ritrova allora la verità nella bellezza della Natura, nella luce che sprofonda all’orizzonte di un mare immenso e solitario, nei viola lampeggianti delle nubi, negli spazi / grandi / e soli / nel silenzio / sospeso / dei tramonti / in un punto / indefinito / della mente dove il pensiero si ferma e ci si può raccogliere ed espandere all’interno del proprio mondo interiore.
Numerosi sono i componimenti che traggono ispirazione dagli eventi naturali: lo scorrere delle stagioni, la malinconia di un pomeriggio invernale, il vibrare dei sensi in una sera di primavera. A volte la natura provoca un senso di trepidazione, come una notte di luna inquieta in cui la vastità del silenzio trasmette una sensazione quasi allucinante, più spesso invece le bellezze naturali avviluppano coi propri profumi e la preziosità dei propri colori: Mi avvolgo / voluttuosa / in scialli dorati di sole e infondono un senso di leggerezza e di smisurata felicità: Danzo / da sola / in questa festa assolata di luce. La natura per la poetessa è dunque emancipazione dal quotidiano e maggiore consapevolezza di esistere.
La raccolta si divide in tre sezioni che corrispondono ai diversi periodi in cui videro la luce i componimenti, ma la differenza tra esse non è rilevante, non cessano gli interrogativi di Rosa che, se nelle prime composizioni era alla ricerca di un senso dell’esistenza, nella sezione “Tra prismatici spazi” s’interroga sulla fine della vita: “Come finirà la nostra corsa?”, sulla sua eventuale continuità in un altrove imperscrutabile: Mi dite / che la morte è un passaggio / un cambiamento di stato / che la vita continua… // Ma potrò ancora pensare? / indagare, dubitare / se pensabile è il Nulla… // …Nel silenzio sospesa / in concentrato punto / di dilatata mente.
La tensione di Rosa verso il mistero dell’infinito si rivela anche in molti dei dipinti accostati ai componimenti poetici: templi del silenzio, architetture in cui lo spirito si allarga finalmente staccato dalla realtà quotidiana e assurge alla dimensione più elevata a cui l’artista aspira per appagare il proprio bisogno di espansione e trascendenza: Tra le pieghe / del silenzio // ascolto // il battito / impercettibile / dell’Eternità.
*
MARIA EROVERETI

martedì 21 giugno 2022

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**A Pierpaolo Pasolini**
Vedi, Pierpaolo, a Ostia è il
nulla, una culla di pensieri
sciama nel Terzo Millennio
eri felice, Pierpaolo? Saresti
vivo in questo postmoderno
senza usignoli senza la mano
e la manna dell’innocenza
a tessere testi per Garzanti
e sul Decamerone
mirabili pellicole.
Poesia in forma di rosa
un attimo un barlume,
l’esatta verginità morale del tuo
esistere eri l’angelo del nulla
sorridevi in questo ti differenzi,
da Pavese, tu, profeta sanguato dei giorni
e cosa diresti vegliardo nel 2021?
Pierpaolo angelo
tra penna e cinepresa, Corriere
e ragazzi di borgata, privata
felicità nella diversità eri felice?
Ceste di mele di fortuna
ti donerei questi versi
piango come chi crede nell’arte tua
le ceneri tue insieme a quelle di Gramsci
a vedere nel fondo della Storia
un mistico furore di generazioni
senza passato Pierpaolo
oltre la vita e la morte
ai blocchi di partenza e sono morti
Penna e Bellezza e Moravia.
Pierpaolo, in quel chiaroscuro
aurorale che dà barlumi per esatta
coincidenza era il 1975 il. giorno
dell’infanzia e mia nonna disse
che eri morto, sovrana innocenza
penna nel quaderno di me stesso
a non sapere come nascono i figli.
*
RAFFAELE PIAZZA

domenica 19 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = RICCARDO MAZZAMUTO


**Riccardo Mazzamuto: “Tredici giorni al rifugio”- Ed. Eretica – 2022- pag. 62- € 14,00
Quasi attenta cronaca tutte le poesie hanno l’articolazione necessaria che fa riemergere con stile corretto le identità specifiche e l’universo liquido della comunità del borgo Castelnuovo in provincia di Livorno, tra gli anni 1943 1945 , nel fragore che la seconda guerra spiegava senza tregua. Dallo sfollamento alle SS , dal rifugio alle minacce di morte, dalle candele, dal lume a petrolio all’abbattimento del campanile, alla carestia, all’arrivo degli americani, alla libertà.
Un bollettino testimonianza che riaccende ricordi “mantenendo le cronologie e gli episodi del racconto con nomi e fatti realmente esistiti”.
Riccardo Mazzamuto, nel suo lavoro di scelta della parola, riesce con garbo e policromia a realizzare un vero proprio poemetto, in una tensione continua che approda ad un risultato di rara originalità, in una sorta di allegoria della vitalità autentica per un microcosmo semplice, pronto ad accogliere la calda ed inconfondibile umanità di chi viene vertiginosamente traghettato nella disgrazia di un conflitto.
Qui gli episodi si susseguono con ritmo serrato e la scrittura piana e determinata ricama esplosioni diverse, nel flusso del tempo che apre impressioni e ricordi di persone divenute protagoniste del fato.
*
ANTONIO SPAGNUOLO