SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA GRAZIA CABRAS
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Maria Grazia Cabras: “Oriolos” (poesie in due lingue) – Ed. Cofine – 2026 – pag. 56 - € 13,50
Aprendo spazi e risonanze la difficilissima lettura del dialetto, impegnato nella prima sezione del volume – “Rovelli” - con liriche in sardo-nuorese, viene immediatamente attenuata dalla presenza di ottime poesie in lingua italiana nelle altre due sezioni (“Agguati” e “Nostos”), nel delicato e preciso segno del verso, che attraversa l’immaginario e richiama con finezza il tocco mitteleuropeo di toni e di registri.
Una delle prime in dialetto suona in italiano:
“I morti sottoterra chiedono di uscire
dalle pietre dai nuraghi dalle Domus
chiedono di uscire con le ombre
in volo
sillabe-ossa cresceranno
in attesa di metamorfosi
bruchi e lombrichi nel fango
seguono destrieri
silenzi d’altri passi altre strade e confini.”
Costruisce un’immagine arcaica e visionaria della memoria, dove i morti non sono immobili nel silenzio ma forze sotterranee che reclamano voce e presenza. L’invocazione iniziale — “I morti sottoterra chiedono di uscire” — apre un movimento di riemersione che attraversa la materia della storia: le “pietre”, i “nuraghi”, le “Domus” diventano simboli di una civiltà sepolta ma ancora viva nella coscienza collettiva. Il testo suggerisce che il passato non muore davvero: resta nascosto nelle rovine, nelle ossa, nei segni della terra.br /> Si introduce una dimensione quasi sacrale, sospesa tra morte e trasformazione. Le “sillabe-ossa” sono una metafora intensa: il linguaggio stesso nasce dai resti, dalla memoria dei corpi e delle generazioni. La parola poetica appare così come un atto di resurrezione. Anche i “bruchi e lombrichi nel fango” partecipano a questo ciclo vitale, indicando una metamorfosi continua, dove decomposizione e rinascita coincidono.
E’ un viaggio verso territori ignoti, confini interiori e storici?
Tutta la scrittura di Maria Grazia colpisce per la densità simbolica e per la capacità di fondere archeologia, mito e visione esistenziale, fantasmi in cerca di respiro, fratture di roccia o gorghi di mare, rivelazioni notturne senza apocalisse, aurora e luna complici delle luci in versi sempre in armonia con la scansione delle sillabe. Il lessico essenziale e frammentato crea un ritmo oracolare, e si manifesta in tutta la sua potenzialità nella seconda parte del volume dove le composizioni abbandonano la metrica per dare spazio ad una struttura esclusivamente in prosa quasi colloquiale.
Particolarmente efficace è l’intreccio tra corporeità e parola poetica, mentre qualche passaggio volutamente ellittico accentua il carattere enigmatico dei componimenti senza impoverirne la forza evocativa.
Spesso la frase aleggia come una visione franta e tellurica, in cui la materia naturale diventa immediatamente metafora della condizione umana. La “frattura nella roccia” inaugura un paesaggio di discontinuità e di ferita originaria: la roccia, simbolo di compattezza e permanenza, si apre invece a un movimento oscuro, trascinato dal “gorgo mare”, forza primordiale che inghiotte e dissolve. Tutto appare sottoposto a un lento consumo del tempo, espresso da quell’“oscuramente / tutto trascorre” che assume il tono di una meditazione esistenziale. La parola poetica si trasforma allora in rito, in “litania”, quasi un rosario recitato tra macerie corporee e spirituali. Le “vertebre scomposte in briciole” evocano una corporeità disfatta, mentre i “trucioli d’ali” suggeriscono resti di un volo impossibile, frammenti di aspirazione e caduta insieme. La “frontiera” che “resiste ciecamente” sembra rappresentare il limite ultimo dell’essere, una soglia che permane pur nell’erosione universale. L’immagine dell’astore introduce una tensione verticale e predatoria: guardare il suo occhio significa confrontarsi con una verità estrema, con la necessità del precipitare. Un finale concentra il senso dell’intera composizione nel binomio “caduta” e “petalo nero”: delicatezza e morte coincidono in una figura di cupa eleganza.
Il poeta si distingue per forte densità simbolica e tensione visionaria. Il verso procede per accumulo di immagini ellittiche e frammentarie, senza concessioni narrative, creando un ritmo liturgico e inquieto. Notevole l’uso della materia concreta trasformata in segno metafisico. La qualità quasi oracolare, dove la rarefazione sintattica amplifica il senso di dissoluzione e di enigma, si manifesta ancora con musicalità controllata.
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ANTONIO SPAGNUOLO








