venerdì 17 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA

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CARLA MALERBA: "UN TEMPO NUOVO" - FaraEditore, 2026
… Ora sotto lo specchio immoto/fluttuano foreste d’erba/con braccia amorose invocano/i messaggeri del disgelo.
Come le foreste d’erba che, fluttuando, invocano un prossimo disgelo, così l’essere umano invoca che qualcosa o qualcuno sopraggiunga a liberarlo da una condizione di chiusura e solitudine. Qualcosa accade, un improvviso bagliore che lacera la notte, e la vitalità dell’essere si risveglia, esplode. L’essere entra in Un tempo nuovo. Nel quale “Come gioia pura” “A tratti senti”.
Così, iniziando dall’ultima poesia, mi piace cogliere l’essenza di questa raccolta di poesia, ultima fatica di Carla Malerba, dall’immagine di copertina del tutto allusiva al contenuto: rovine in primo piano (il passato) quasi del tutto ricoperte da una rigogliosa vegetazione (il presente). La vita ritorna sempre ciclicamente nella natura, come nell’intimità umana. “Come gioia pura/l’oro delle foglie/scende lieve dai rami/a formare tappeti solari/muoiono/ma risplendono/ciclo che si chiude/attesa che si rinnova”.
La poetessa si è rigenerata, ha conquistato un tempo nuovo; ora vive e canta il suo sentire presente in cui dominano la contemplazione della bellezza “Nell’albero la luce del crepuscolo…” e la meditazione quieta sulle cose del mondo “E’ il dono della vita/che stupisce/è l’occhio universale/che risveglia/accenti d’amore alle creature…”
Il ricordo del passato non soddisfa “Ritornare/è un po’ come morire/anche i luoghi invecchiano/ e negano la dolcezza del vissuto…” “…sentire il vuoto dell’indifferenza verso passate stagioni/di cui l’unica certezza/è l’incerta memoria…”.
In questa nuova dimensione intima è il tempo presente che conta, un tempo di accettazione e di serenità, un tempo in cui lo spirito si riempie di gioia per le cose piccole, ma a ben vedere grandi, che ci sono state donate insieme alla vita; le cose essenziali del mondo cantate dall’amato Francesco d’Assisi: “…per quella famiglia/di sole, d’aria e vento/d’acqua di fuoco e stelle…” Ed ecco che ricorrono sparse nei versi le parole quieto/a, lieve, luce, cielo, sole a testimoniare la gioia di vivere in questa rinnovata semplice spiritualità, dove anche la morte è dono di Dio.
Lo stile di Carla Malerba sembra essersi ulteriormente affinato, ora consiste in poche parole selezionate con cura per testi brevi, quasi frammenti, dal dire essenziale e delicato, fatto di espressioni spesso nominali.
Dai versi in cui, come esprime nelle due meta-poesie presenti nella raccolta, privilegia chiarezza e raggiunta semplicità, si sprigiona una musica dolce e una certa misteriosità, quasi che le parole ci raggiungano dalle nostre lontane origini. Molto efficaci le immagini rappresentate, talvolta anche suggestive “…il fischio del treno/ancorato alle rotaie/ripete senza sosta/le stesse parole ferrate d’addio…”
Un tempo nuovo è una raccolta di poesia in frammenti che, se lo leggi e lo rileggi, ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza, donando benessere all’anima.
Trascrivo qua sotto tre poesie come esempio di ciò che si può trovare di bello e di vero nel libro.
***
A tratti senti
fluire il tempo
non questo tempo
l’altro
del tutto che si compie
vuoto d’ore
eterno
***
Ho pensato parole
da darti
per vita donata
parole che sai
sussurrate
per dirti
che amore s’infinita
ad onta dei divieti
e provo a immaginarti
nei gesti
negli sguardi
e il mio sfiorarti
è lieve scricchiolio nella spalliera
***
In questo vespero appannato
che prelude
a un assorto tempo umano
depongo con cura ciò che resta
delle trascorse stagioni
Qui è vivo il presente
Scandisce ore di tedio
il ticchettio della pioggia
-
Nel cielo velato
fosco di ambigui sussurri
si compie il passaggio
e quel che resta
il Tempo trasfigura
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FRANCA CANAPINI

giovedì 16 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO DAINOTTI

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Fabio Dainotti: “Per gente sola” – Book editore- 2026 – pag.96 - € 18,00
Uno scorrere rapido di pensieri e di figure tra versi che mantengono il ritmo per una poesia che riesce a dare forme e riconoscimento alle parole dalle battute alchemiche. Non rincorre qualcosa di misterioso, ma è capace di indicare con delicatezza e colori svariati la condizione di solitudine che attanaglia quotidianamente nella semplice storia umana.
Le scene si spostano facilmente tra piccole stanze sotto i tetti e l’isolamento dei pensieri, e a volte c’è spaesamento come se le percezioni fossero simboliche, o ancora la capacità di rovesciare le aspettative in una incrostata solitudine esistenziale, forse anche legata al buio.
A tratti il lettore sente un raggio che lo sfiora per accendere speranza e a tratti la solitudine viene addirittura agognata. Quasi uno scherzo del nostro sub conscio che offre zampilli alla ricerca di un metro capace di riorganizzare le difficoltà relazionali.
Questi versi hanno un tono molto tipico della poesia novecentesca: frammentario, quasi fatto di appunti (“tracce, messaggi, pensieri”), ma attraversato da un filo preciso — la solitudine e la percezione strana dello spazio e del tempo.
Si apre con un’idea semplice ma importante: tutto cambia. I pensieri non sono mai gli stessi, c’è una continua mutazione interiore.
Mentre emerge un senso di assenza: un luogo elegante (il salone illuminato) ecco che la poesia porta le tracce di qualcuno, ma non del soggetto. È una presenza mancata.
“Si respira in questi versi dainottiani, volutamente sfilacciati ed erratici, (scrive Luigi Fontanella in prefazione) il vivere sospeso di gente presente einsieme assente; gente quasi fantasmatica che “intravive” dentro una propria dimensione semi-onirica. Credo che in quest’atmosfera tra l’esserci e il non esserci, ossia tra presenza e assenza, risieda il fascino particolare e umbratile della poesia del Nostro, all’interno di luoghi reali e al contempo mentali in cui il soggetto agente e ben attento ai minimalia che lo circondano ma, al contempo, anche come fosse spesso “distratto”, ossia solo con-vivendo in un Altrove in cui volentieri vorrebbe “rifugiarsi”, congedandosi dal mondo e anche da sé stesso.”
Ogni frammento cerca di accostarsi ad una soluzione, che a volte diventa biografia e a volte ricama misure austere, verso il raccoglimento, verso la ricerca.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 15 aprile 2026

POESIA = EMMA PRETTI

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"Il profumo di un mazzo di fiori"
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Nella gioia il cuore si confonde
intento a comporre respiri
e assorbire profumo di fiori.
E ’un infante estasiato che balla
Dentro lo chiffon del vestito più bello
di mamma.
Di fronte allo specchio
il riflesso della sua vita cambiata
lo inebria come un armadio aperto
e stupendo.
Il guaio è che non vuole più andarsene
s’impunta a restare lì per sempre,
non vuole più crescere.
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"La musica e il sogno"
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La musica non ha il sogno, lo attraversa.
La musica non contempla il sogno, lo possiede.
Non ha parole per descriverlo, viaggia con lui.
Il sogno della musica è desiderio che zampilla,
una visione tesa all’evanescenza.
La musica non dubita del sogno,
lascia che in esso voci si chiamino
e si rincorrano
come elfi nella Foresta Dell’Invisibile.
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"Tracce"

Vorrei lasciare orme
semplici e affascinanti
come passi di uccelli
sulla neve.
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Tracce che dicano:
seguimi, anche se
non mi raggiungerai,
là dove la neve
si fonde con la nebbia.
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EMMA PRETTI

martedì 14 aprile 2026

POESIA = FRANCESCO RANDAZZO

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Tre poesie inedite in siciliano
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I
Pani ca si spezza ‘ntra li manu
st’amuri di figghiu ca mi lèvita
d’intra ‘u me cori ormai stancu
e l’arma si rapi tutta di celu
taliannu stu carusu ca surriri.
-
Dammi la manu, figghiu,
stringila forti, accumpagna
li me’ passi strammulianti,
caminamu ‘nsemula ancora,
ancora picca picca, pi sempri.
-
Ma quannu ju mi fermu, tu cuntinua. *
I
Pane che si spezza tra le mani
quest’amore di figlio che mi lievita
dentro il cuore mio ormai stanco
e l’anima s’apre tutta di cielo
guardando quel ragazzo che sorride.
-
Dammi la mano, figlio,
stringila forte, accompagna
i miei passi traballanti,
camminiamo insieme ancora,
ancora poco poco, per sempre.
-
Ma quando io mi fermerò, tu continua.
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II
Curtigghi ciaurusi di vasilicò e menta,
tirrazzi russi di pummaroru sutta ‘u suli,
strati disignati di luci, palazzi di petra janca,
e lu mari, lu mari vecchiu, la spuma di mari
ca sbrinziava lu canuzzu ca m’accumpagnava,
girannu lu paisi cu ‘na bicicletta vulanti,
ventu cauru e ciauru di vita sarbaggia,
senza sapiri comu, né picchì, ju sulu
‘nta di jorna luntani, picciriddu, ju
fui d’intra la mavarìa di la filicità.
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II
Cortili profumati di basilico e menta,
terrazze rosse di pomodori sotto il sole,
strade disegnate dalla luce, palazzi di pietra bianca,
e il mare, il mare vecchio, la schiuma di mare
che spruzzava il cagnolino che m’accompagnava,
girando il paese con una bicicletta volante,
vento caldo e odore di vita selvaggia,
senza saper come, né perché, io solo
in quei giorni lontani, ragazzino, io
fui dentro l’incantesimo della felicità.
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III
La campanedda di la missa sunava,
agginucchiuni e mani junti, aspittava
ca n’angilu vulannu m’agghicassi
‘nu rispiru novu, ‘n sarvamentu,
e cu l’ali accarizzassi l’armuzza
mia, cumpagna di malincunia,
e lu scantu di viviri passassi.
-
Lu ‘ntisi pi daveru dd’angilu,
e ancora aspettu c’arritorna,
p’abbulari liggeri, celu celu.
*
III
La campanella della messa suonava,
in ginocchio e mani giunte, aspettavo
che un angelo volando mi portasse
un respiro nuovo, una salvezza,
e con le ali accarezzasse la piccola anima
mia, compagna di malinconia,
e la paura di vivere passasse.
-
Lo sentii per davvero quell’angelo,
e ancora aspetto che ritorni,
per volare leggeri, cielo cielo.
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FRANCESCO RANDAZZO

sabato 11 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LELLA DE MARCHI

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Lella De Marchi: “Le stanze di Emily”- Anterem edizioni – 2024- pag. 68 - € 14,00
Sin dall’ouverture si assapora quale sia il potenziale amalgamato in una scrittura rapida e corposa insieme, che si colloca in una linea di poesia riflessiva e metapoetica che indaga i processi della percezione più che i contenuti dell’esperienza. L’oggetto quotidiano, ridotto alla sua funzione minima (il cassetto come contenitore , ad esempio), diventa un dispositivo epistemologico: ciò che conta non è il cassetto in sé, ma il modo in cui viene guardato, pensato, isolato o reintegrato.
In quarta di copertina leggiamo: “Grazie a Lella De Marchi rientriamo nella grande storia letteraria e poetica che attraversa l’800 e si spinge fino alla prima metà del novecento, una storia densa di vertigini e drammi, e lo facciamo con il suo sguardo contemporaneo e attualissimo, per merito di una scrittura che naturalmente include e contiene istanze recenti. Cercare la prosa, quasi un’idea narrativa, dentro una forma poetica rende questa raccolta ricca di uno scorrere impreziosito da raffinate iterazioni.
La divisione dell’opera è in sezioni con i nomi delle stanze di una casa, “Le stanze di Emily”: spaesante è l’avere intitolato “Una stanza tutta per sé” quella dedicata alla soffitta. Come se Virginia Woolf entrasse di diritto nella casa di Dickinson. Un proseguimento temporale che può essere un ideale passaggio di testimone, nella tensione del gesto, nel sottile proseguire di una storia a lungo pensata, che finalmente plana in un libro che in più accoglie precise citazioni dickinsoniane.”
La stesura allora si costruisce attorno a un oggetto minimo e quotidiano che diventa progressivamente il centro di una riflessione sul rapporto tra percezione, pensiero e realtà. Fin dai primi versi, l’atto del “guardare” non è mai neutro: osservare il cassetto significa già selezionarlo, isolarlo, conferirgli un privilegio ontologico rispetto al resto del mondo. Il soggetto dichiara esplicitamente questo gesto: “lo scelgo. lo metto a fuoco. / e tutti gli altri cassetti scompaiono”. La realtà, dunque, non è data una volta per tutte, ma emerge come effetto di un’attenzione che esclude.
Si introduce una tensione tra ciò che è e ciò che appare: la visione non coincide con la verità dell’oggetto, ma con una costruzione mentale. In questo senso, il verso “sto guardando un cassetto mentre vedo quello che sto pensando” esplicita la sovrapposizione tra percezione e pensiero: non vediamo le cose, ma il modo in cui le pensiamo.
Così: “ la voce al mattino si sente una moglie tradita./ si è accorta della distanza tra la spalliera/ e il materasso, tra il capo e il fondo del letto./ (della sua distanza, forse, o forse della distanza tra sè e le cose) produce però un effetto emotivo inatteso, che riflette una proiezione del soggetto, riconosce nel destino dell’oggetto il proprio rischio di isolamento, conseguenza della selezione percettiva. Qui la poesia si apre a una dimensione quasi cosmica, in cui l’oggetto iniziale perde centralità e viene ricollocato in una rete infinita di relazioni.
La poetessa, dunque, mette in scena un doppio movimento: da un lato la costruzione soggettiva della realtà attraverso l’attenzione, dall’altro la resistenza oggettiva del mondo che sfugge a questa costruzione. Il tempo è la dimensione necessaria per attraversare questi passaggi: dal dettaglio all’insieme, dall’insieme al dettaglio, in un continuo oscillare che definisce l’esperienza conoscitiva.
La lingua è volutamente piana, quasi prosastica, costruita su ripetizioni e variazioni minime. Questa scelta stilistica rispecchia il contenuto: il pensiero procede per tentativi, correzioni, ritorni. Le iterazioni mimano il lavoro della coscienza che cerca di scardinare i propri automatismi. Non c’è slancio lirico né figurazione complessa, ma una sorta di “ascesi dello sguardo” che riduce il campo per interrogarne le condizioni.--
“riempire quello che c’è da riempire e svuotare/ quello che c’è da svuotare. Avere/ la forza di affidarsi all’ignoto per vederci/ più chiaro, chiarire senza mentire. Dare/forza all’evidenza per vedere quello che resta/al fondo del bicchiere. sapere quello che vedi,”
La centralità del soggetto seleziona, emerge una realtà eccedente, non riducibile alla coscienza. In questo senso, il testo evita sia il solipsismo (tutto è costruito dal soggetto) sia un realismo ingenuo (il mondo è dato indipendentemente): si muove piuttosto in una zona intermedia, in cui percezione e realtà si co-determinano.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Nudità”
Le tue cosce in penombre s’aprono al ricordo,
stolte le mie mani palpeggiano il morbido cuscino
che accoglieva la pelle, gli umori, le perle.
Ingigantisce la mia passione nel socchiudere gli occhi,
densa e sterminata come le vele al vento,
e nei pensieri attende lo strisciare d’una serpe.
Estinguersi lentamente nel silenzio
sospeso alle tue dita, alabastro o cenere,
ormai tocchi di verbene che affiorano
clandestini nelle pieghe ostinate del letto.
Sul piede nudo scivola la luce, lenta.
Il tuo piede, affusolato e segreto,
mi sfiora con la grazia silenziosa della fine,
e accende nel tatto un brivido sottile,
come se ogni nodo fosse una promessa,
un invito lieve, trattenuto, ma infinito.
Le braccia, morbide e piene, donano carne,
racchiudono il calore vacillante alle tempie,
si offrono come rifugio, ora che sono solo.
Spilli infilzati a stento tra le mille carezze
e le nascoste radici della primavera,
così con la faretra piccole fiamme nel palmo
per le briciole di un funambolo.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALENTINA MELONI

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Valentina Meloni: “L’evidenza del vuoto” – Ed. Ensemble – 2022- pag. 84 - € 12,00
Il fuoco principale che riscalda queste poesie è la capacità di plasmare il quotidiano e ricondurlo al sorriso che spesso si sofferma al sentore di un mondo che circonda tra “le pareti in intonaco a vernice” e “il fingere l’amore che non siamo”.
Valentina Meloni parla, sussurra, suggerisce, ammira, riflette, ripropone, affonda nel verde del prato o dona con delicatezza una perla d’amore.
Mi piace allora indicare, scelta a caso, una poesia per entrare nella sua ricerca della parola:
"Ci sono giorni pieni di ombre
chiuse a chiave tra i muri
e coperte sfatte di sogni.
Avrei voluto muovere i desideri
far ripartire un tempo nuovo
ma tutto si ferma sempre
a quello che ci manca: l’amore
- Mi ricorda un verso-
È il mancato appuntamento.
Tu non ci sarai alle 6,50
di questo giorno qualunque
non ci sarò io a dirmi mare pane.
Se ne andrà, tra le nebbie dell’alba,
vagando in esausta esistenza
una bambina rubata alle ore."
-
Si costruisce attorno a un’atmosfera di sospensione e mancanza, dove il tempo e lo spazio sembrano contrarsi in una dimensione interiore segnata dall’assenza. Le “ombre chiuse a chiave tra i muri” evocano una condizione di clausura emotiva: non solo un ambiente fisico, ma soprattutto uno stato dell’anima in cui i ricordi e i desideri restano imprigionati. Le “coperte sfatte di sogni” suggeriscono un’intimità violata o incompiuta, come se il sogno non fosse più rifugio ma traccia di una disillusione. Tensione tra volontà e immobilità: “Avrei voluto muovere i desideri / far ripartire un tempo nuovo”, ed ogni slancio si infrange contro una stasi inevitabile. Questo blocco esistenziale trova la sua causa profonda in ciò che manca: “l’amore”, definito con grande efficacia come “il mancato appuntamento”. L’immagine è semplice ma potentissima, perché trasforma un sentimento astratto in un evento concreto e quotidiano, mancato per sempre. L’orario preciso, “alle 6,50”, rafforza questa dimensione realistica e accentua il senso di perdita: il dolore non è vago, ma puntuale, scandito nel tempo.
Il finale introduce una figura simbolica, “una bambina rubata alle ore”, che sembra incarnare l’innocenza sottratta, il tempo perduto o una parte fragile del sé condannata a vagare “tra le nebbie dell’alba”. L’alba, tradizionalmente momento di rinascita, qui si rovescia in uno spazio di smarrimento, sottolineando l’esausta condizione esistenziale del soggetto.
Colpisce per la sua capacità di coniugare immagini concrete e tensione lirica, costruendo un linguaggio essenziale ma denso di suggestioni. L’uso di dettagli quotidiani, come l’orario preciso, si intreccia con simboli più ampi, rendendo il testo accessibile e al contempo profondamente evocativo. Particolarmente riuscita è la definizione dell’amore come “mancato appuntamento”, che condensa in una formula memorabile il tema della perdita. L’intero componimento mantiene un equilibrio efficace tra introspezione e visione, dimostrando una sensibilità poetica autentica e consapevole.
La metrica di tutta la silloge dichiara una personale capacità di scrittura, che riesce fortunatamente a mantenere quel ritmo necessario nel creare musicalità nel verso. Ella ricama figure tra “la pazienza di chi sorregge il cielo” e “la danza delle dita sui tasti bianchissimi della vita”, tra i “sepolcri di mattoni e polvere” e “un pianto trattenuto di petali di neve”, visoni che rendono il cromatismo scintillante della lirica intessuta di preziose metafore.
ANTONIO SPAGNUOLO