venerdì 17 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MICHAEL MICCI

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Michael Micci: “Epica dell’abbandono” – Ed. RP – 2026 – pag. 76 - € 10,00
Una scrittura elegantemente pulita distingue in maniera limpida le poesie di questa silloge di esordio, una scrittura che si ammira per la sua fulminea semplicità del dire.
Tento dal "panorama" di estrapolare una poesia a caso.
“Febbre altissima,
corona di spine:
ti parlo nel sonno
come fossi ancora qui.
Ma il risveglio è buio
e rivoli rossi
mi serrano gli occhi
un tempo aperti
sulla tua schiena bianca.
Amore di Schrodinger:
il virus ti uccide e ti resuscita
mi uccide e mi resuscita.
E non so più se fuori dalla stanza
mi attendono i vivi
oppure i morti
riuniti in silenzioso parlamento.”
Poesia che si muove in uno spazio di confine, dove la febbre non è soltanto una condizione fisica, ma diventa il simbolo di uno stato liminale in cui realtà, sogno e memoria si sovrappongono senza più distinguersi. L'incipit, "Febbre altissima, / corona di spine", richiama immediatamente una dimensione di sofferenza quasi sacrale: la malattia assume i contorni di una passione, di un dolore che trasfigura il corpo e lo spirito. Il dialogo con l'assenza è il nucleo emotivo della lirica. L'io poetico continua a parlare all'amato nel sonno, come se la morte o la lontananza non avessero ancora reciso il legame. Il risveglio, tuttavia, dissolve l'illusione e introduce un'immagine di forte impatto: il buio e i "rivoli rossi" che serrano gli occhi evocano insieme la sofferenza fisica, l'emorragia del ricordo e la difficoltà di continuare a vedere il mondo con lo stesso sguardo di un tempo. Il ricordo della "schiena bianca" rappresenta allora l'ultimo frammento di una corporeità amata, luminosa, ormai affidata soltanto alla memoria.
Particolarmente efficace è la metafora dell'"Amore di Schrödinger", che trasporta nel linguaggio poetico il celebre paradosso della fisica quantistica. L'amore, come il gatto di Schrödinger, esiste contemporaneamente nella vita e nella morte: il virus uccide e resuscita, annienta e restituisce, mantenendo il sentimento in una condizione di perpetua sospensione. Non vi è una verità definitiva, ma una coesistenza di stati opposti che riflette l'esperienza traumatica della perdita e dell'epidemia.
Il finale amplia la vicenda individuale a una dimensione universale. La stanza non è più soltanto un luogo domestico, ma una soglia metafisica oltre la quale non è possibile distinguere i vivi dai morti. Quel "silenzioso parlamento" riunisce entrambi in una comunità indistinta, suggerendo che il dolore ha cancellato ogni certezza ontologica. Il silenzio conclusivo non rappresenta un vuoto, bensì una forma di meditazione estrema sulla precarietà dell'esistenza e sulla persistenza dell'amore oltre i limiti della vita.
Così tutta la raccolta si distingue per l'intensità emotiva e per la capacità di fondere registri diversi: il linguaggio della sofferenza cristologica, quello scientifico e quello elegiaco convivono in un equilibrio originale. Le immagini sono essenziali ma incisive, e il ritmo spezzato accompagna efficacemente l'affanno della coscienza. Una personale ricerca nei meandri del nostro sub conscio tra “la noia dei fiori non ancora recisi” e le ingiustizie di “un Putin che invade l’Ucraina”, tra “l’epica che aspira ad una tela” e “le parole d’amore in lingue diverse”.
Il poeta conserva una notevole forza evocativa e restituisce con autenticità l'esperienza della perdita, trasformando la memoria amorosa in una riflessione universale sul confine sottile tra la vita e la morte, stemperando il pensiero in promesse accattivanti, ricercando i riflessi in un “silenzio che allontani la paura”.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIANNA COLAFATI

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"L'urlo del bianco"
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Perché non prendo forma?
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Quel bosco,
quella strada,
quella stretta opprimente.
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Li sento ridere.
Si prendono gioco di me.
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Le montagne, il mare, il dolore:
tutto ha forma.
-
È bianca la mia superficie muta,
ma sotto la pelle di calce
bruciano un rosso senza nome
e un blu da poterci annegare.
-
Nel vuoto rispecchio la mia cecità,
e l’aria intorno urla.
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"Il cemento non respira"
-
Massa densa di grigio
offusca la mente.
Annego nel rombo assordante.
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Buchi dentro,
schegge
nel vuoto lasciato dal verde.
Cling, clang.
-
Ma tutto è troppo immobile,
anche in questo vortice.
Neanche il cemento respira.
-
Solo un filo d'erba in quella crepa.
Spinge.
Il manto si sgretola
e tace.
-
Sola,
attende un goccio di pioggia.
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"Flusso"
-
Tutto passa e lascia il segno,
come acqua che scava la roccia
senza chiedere permesso.
-
Attriti, chilometri,
deviazioni di traiettoria e cadute.
-
Ogni cicatrice sul fondale
non è una fine.
E’ il flusso
di ciò che siamo stati.
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MARIANNA COLAFATI

lunedì 13 luglio 2026

POESIA = CAROLINA ANNA FALBO

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"Ballata sull’esiguo"

Impalcare lo stile
è ballata sull’esiguo.
Il nerbo dell’idea e il fiacco sillabario
non compongono quel vento
lontano dell’amore.
La ballata è un’idea del broccato del passato,
quando stavo nel giardino
del viavai delle signore.
Zie e cugine in patrilinea
a darmi un rammendo,
per operare la sutura tra visione e sentimento.
La sutura sull’esiguo
è tenzone d’utopia.
C’era un sogno sul davanti di un immobile castello:
rocce rosse, spiazzo a terra.
Il maglione resta zitto
sul tamburo del diaframma
e mi avvedo che non mi inganno
a guardarti respirare,
nell’esiguo del momento.
La ballata sull’esiguo è il dolore del petto.
Linea retta e poi linee troppo gonfie,
e la snella mia sorella non aveva quella flemma.
Non mangiava mai ad esempio i dolcetti a colazione.
Fragrante passe-partout.
La ballata sull’esiguo è la bimba in filastrocca.
Lei mi sgrana un occhio osceno.
Io le conto la vergogna
e un frollino di silenzio.
Il cortile è a soqquadro per una fuga di ventre.
Fragrante Parma,
sola, nell’atrio rinsecchito
di uomini e di donne di granito.
L’odore del ragù
Esacerba un bruttamore.
Un tumore di memoria
nel paese di mio padre
ti riporta al punto duro da cui muove la radice
dove muore la radice.
Il quartiere danza.
Il ventre è di bambino.
Ed io allungo il dito
nel punto del tuo occhio.
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"Ho finito per farmi bastare"
-
Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, o i vizi capitali
che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole -nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale.
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.
Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che smarcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole…
non ci sono più.
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"Antifrasi"
-
L’ha visto indicato col dito,
senza libretto delle istruzioni,
il dito diceva se premi distruggi,
se permuti scambi,
cambi il vessillo, diventa vassallo,
e non vuol diventare vassallo un vento del nord,
la sintesi tesa,
un fischio di assente burrasca.
La misericordiosa grandezza,
in materia di carne,
doveva essere congrega di fronte,
principio gridato,
voce pensante di un pensiero appartato,
incessante.
Un senso di eterno,
di incerto plotone,
esecuzione tarlata,
perfetta lentezza,
linguaggio che coglie preciso il non nome, che non nomina nome
e si vuole eterno ed eterno lo è, nel dimenticare
ogni altruistico dare
a sola frazione
di falso esemplare.
Emenda l’ammenda, dimentica il conto,
lo prende in un altro tradotto fonema, non traduce l’acconto.
Dimentica sé, si emenda scordando,
s’accorda veloce,
mi lascia interdetta perché non ha mèta, e coglie preciso
il senso deriso di me che mi salva,
mi salva e non so se voglia o se lasci,
a quale principio di semplice sponda,
offra ogni ragguaglio
per scordare l’imbroglio.
Lo amo e lo sento è l’imbrunire del senso,
nello spiazzo angolare di campo di rete
aspettando la finta finzione,
le vie di salvezza.
Ma ecco il mio avere, l’avere l’orgoglio reciso,
la rosa ferita materna
della condanna del vivere
senza l’abbraccio
che impersona te, che così tanto persona non sei
ma forma d’immenso.
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CAROLINA ANNA FALBO

lunedì 6 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI =CARMELA POLITI CENERE

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Carmela Politi Cenere: “Nel giardino segreto danzano i Sakura” - Ed. Homo scrivens – 2026 – pag. 176 – € 16,00
Scrittura piana e scorrevole con la quale l’autrice cesella personaggi ed ambienti, e con la precisione e la luminosità di chi sa ben adoperare lo scalpello.
Dai cromatici ricordi di un Giappone, vissuto con fervore, ai volteggi dei Quartieri Spagnoli di Napoli la gioventù e il matrimonio di Rosaria si avvolgono deliziosamente come “una gemma di sakura portata via dal vento di primavera”. Ed anche dopo la imprevista morte del marito il tocco magico di uno scrupoloso rigore di speranze ed energia vitale accompagnano le vicissitudini che vertiginosamente le pareti domestiche offrono alla quotidianità. Il termine giapponese sakura indica il fiore di ciliegio. Nella cultura nipponica incarna la bellezza effimera e la transitorietà della vita, poiché la sua fioritura dura solo una o due settimane.
Così le generazioni che si alternano in questo lungo racconto lasciano il loro segno anche quando le assenze possono essere momentanee. “La casa appariva silenziosa, le camere prive di sorriso, le tende non si muovevano più perché anche il vento indugiava, si tratteneva di fronte a quella intimità muta, discreta e, pensando di volarla, rimaneva sulla soglia, timoroso di varcarla.”
Puntuali gli avvenimenti si affacciano senza tregua, dalla dipartita dei genitori alle vicissitudini del Covid, e per esso l’impegno professionale di Roberto, il marito sempre caldo e affettuoso, le vaccinazioni obbligatorie dopo la scoperta del vaccino sperimentale, e ancora le difficoltà per l’improvvisa patologia proprio del dottor Roberto.
Stemperata con elegante saggezza la narrazione si avvale di un tessuto culturale di notevole spessore, e le varie e articolate notizie, tra le affermazioni dei sentimenti e l’avvilupparsi del fato, si offrono con una tecnica descrittiva di particolare perizia.
Carmela Politi Cenere con delicati e suggestivi sussurri affonda tra le difficolta del messaggio e scuce da par suo l’omogenea indivisibile costellazione psichica del multidimensionale. Una compenetrazione empatica con il dispiegamento di una filosofia di vita, tra rivelazione della realtà e magia di sintesi del sognatore. Ella cerca di plasmare, e recita una vita della protagonista “capace di costituire un monito per tutte le donne che, per la loro stabilità dovrebbero lottare senza mai arrendersi di fronte ad uno sguardo ammaliatore, sperare di un futuro di magica traboccante luce anche nei momenti bui.”
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 3 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUCA R. MARTINI

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Luca R. Martini: "Il tempo dopo" - Di Felice Edizioni, 2026 -
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(L’altra memoria)
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Ogni epoca lascia dietro di sé un paesaggio. Non sempre lascia una memoria. È dentro questa differenza che si muove Il tempo dopo (Di Felice Edizioni, 2026) di Luca Raul Martini - una raccolta che compie un gesto ormai inconsueto, quello di sottrarre l'uomo dal centro della scena e restituire il mondo alla sua silenziosa autonomia. Nelle pagine di questo libro non è la perdita a dominare, ma la permanenza. Le cose non sopravvivono agli uomini come reliquie, continuano semplicemente a essere ciò che sono. Una strada, un cane, un quartiere, un ospedale, un inverno non chiedono di essere interpretati. Esistono. E proprio questa ostinazione del reale diventa materia poetica. Martini sembra diffidare di tutto ciò che, nella poesia contemporanea, tende a trasformarsi immediatamente in simbolo. Non cerca metafore consolatorie, non costruisce allegorie, non forza il lettore verso una conclusione emotiva. L’autore guarda, e lo fa con una precisione quasi morale. Perché ogni volta che la parola pretende di aggiungere qualcosa alla realtà, rischia anche di sottrarle la sua verità. È questo rigore a rendere Il tempo dopo un libro raro.
La scrittura procede come un'archeologia del presente, scava non nelle grandi fratture della storia, ma nelle tracce minime che il tempo deposita sulle cose: gli spazi urbani, gli animali, i corpi consumati, gli oggetti rimasti al loro posto quando tutto il resto è cambiato. La memoria, allora, non appartiene più all'uomo, è il mondo stesso a ricordare. Questa inversione dello sguardo modifica profondamente anche la figura dell'io poetico. L'autore rinuncia a occupare il centro del discorso, preferisce esporsi al rischio dell'ascolto. È una scelta tanto poetica quanto etica. Lasciare parlare le cose significa riconoscere che la realtà possiede un'esistenza che precede ogni nostro tentativo di nominarla. Forse la forza più autentica di questo libro risiede proprio nella sua discrezione. Il tempo dopo vuole solo essere abitato, e quando accade, ci si accorge che il "dopo" del titolo non coincide con ciò che viene dopo un evento, ma con il momento in cui il mondo continua a esistere senza aver più bisogno di noi. È un'intuizione poetica di grande portata, affidata a una lingua essenziale, sorvegliata, capace di lasciare che sia il silenzio a completare ciò che il verso, con sapienza, decide di non dire.
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RITA PACILIO
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"Il tempo dopo" (p. 18)
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Essere il niente che mi fa compagnia
nella casa disertata. Di nuovo
sono comparse le nuvole. Di nuovo
l’edificio e crollato.
-
La paura e piu forte di ogni cerimonia.
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"Il ristorante dei cani" (p. 16)
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Lontano che vai e uno dei due
va sempre via per primo
ne servono i fischietti ne i richiami
lo scheletro delle parole amate.
The never ending skeletal family.
E ora e inutile mettersi carponi
abbaiando per Vertumno o altri
dei infidi e dagli arti rattrappiti.
A chi cerchi la boria per risposta?
-
Semmai qui si riposa
nei vasti e freddi lidi
del ristorante dei cani
e vano e il mio o il tuo mendicar
carne morta carne nel lessico
nostro privato
questo cadavere in traduzione
ora reso pubblico prima dell’alt
che gela in un gesto i camerieri.
Il banchiere, la moglie folle, i gabellieri
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"Time out" (p. 21)
-
E rimasta una cappella
luminosa di gelo
vicino alla casa sgomberata
dalla valanga. Apro un libro
E ancora apparecchiato l’altare
di quando eravamo bambini
i chierichetti ciechi che
leggevano Char
li dietro la villa in rovina,
nascosti agli occhi i confini.
L’altare serve ai nostri morti
a quelli degli altri
chiunque puo dire messa
in questi prati adesso turistici.
Per un po’ si puo girare
intorno a un corpo senza vita
essendoci sempre
un flash di sospensione
nel tempo e nello sterminio
del tempo. La possibilita
per noi di respirare
piano, leggere e sanguinare
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Luca R. Martini vive a Milano. Ha sempre lavorato nel campo della comunicazione e ha pubbliato racconti in libri, riviste e testate online. Nel 2017 è uscita la sua raccolta poetica "Tra due stazioni" che nel 2026 è stata tradotta in romeno e pubblicata a Bucarest. E’ del 2026 la piu recente raccolta, "Il tempo dopo" (Di felice Edizioni).

mercoledì 1 luglio 2026

POESIA = EMMA PRETTI

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(Collage di rovi)
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"Morso di lupo"
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La notte che le stelle giacquero
m’insegnarono il male.
Se ne stava col pelo ritto
fuori dalla porta
e bestemmiava sé stesso.
Io proprio non capivo
dove ruzzolassero le sue parole
fuori dalla fosca cortina della nebbia.
Gobbo mi sembrava e straricco
e rapido a sparire
lasciando come traccia solo l’impronta
della propria lingua.
Rappresentava il lupo la civetta l’avvoltoio
o una colonna supersonica di fuoco
- tutte le disumane difformi apparenze.
L’unico colpevole rimasto
con gli occhi roteanti nelle orbite vuote
mi raccontò del suo bosco perfetto
dove si raccolgono solo funghi velenosi.
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"Sacrificio"
-
Serpenti senza legge
nella catapecchia manicomio
che tende verso la scarpata:
com’è possibile confrontare
la cornacchia e la lepre
rispetto a una simile posizione?
Non c’è idiota che non conosca
La strada sdrucciola
che fa di caino omicida
il miglior donatore.
*
(Dalla raccolta Economia del bosco, Caramanica editore, 2002)
********
"Afasia del male"
-
Se i colpevoli non ci sono più
la memoria tace.
Dio sceglie il silenzio per salvare
le insensate ragioni del male inconcepibile
che cavalca i margini delle ombre e i loro tentacoli
e in lui dimora carbonizzato dal suo sguardo.
********
"Nel mezzo di un’aquila dipinta"
-
L’amore se l’han bevuto le stelle
Il sole brucia senza far rumore
E l’odio adesso è una risorsa.
Non costa niente, come un pezzo
di pane comune.
Segatura sotto i denti
Brace accesa tra i capelli.
Non sa leggere e non sa scrivere
Ma canta, canta al suono
Possente dei tamburi.
Canta e divora
- Divora e geme.
*
(Dalla raccolta Modalità silenziosa, Genesi editrice, 2017)
*********
"Istant poem"
-
nel singhiozzo della tortora
l’alba è domani.
Manca pace e pioggia.
-
(Componimento inedito)
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EMMA PRETTI

lunedì 29 giugno 2026

POESIA = ALFONSO LENTINI

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"SENZA LE CARTE ADATTE"
-
"I"
-
emergi dal barcone e a chi ti accoglie
concedi infreddolita
un sorriso sbandato, la tua mano
perde sangue, sei viva,
parli piano:
non cercato, voluto,
ho soltanto lasciato
che l’esistenza mi scorresse addosso
con l’acqua della doccia
che lava la salsedine e la sabbia,
niente rabbia o rancore
-
eppure quattro figlie
modellate dal nulla
ho donato al pianeta,
ho abitato sei case,
le ho lasciate pulite
dopo averle svuotate
di tutto
-
abitavo gli alberghi
se suonavo ai concerti
o alle feste da ballo
e la notte veniva
a trovarmi un amore
sempre nuovo e mordace
rapace
-
però un giorno è arrivata la sberla,
perché l’esistenza è fuggire,
inseguire sparire
ricomparire là
dove non ti si aspetta,
perché la vita è gatta,
una merla
che cova la luna
****
"II"
-
era una data dubbia, una di quelle
certo mai registrata
nei quaderni di scuola o nei regesti
-
la tua cella volante ti portava
a sfiorare dall’alto Dolomiti
dai ghiacci accoltellata
da grida in verticale
senza le carte adatte
varcavi a quattro zampe
i confini degli orti, dei pianeti
-
timbravi passaporti
palesemente finti
strisciavi, arrampicavi
le rampe di scale ossidate,
non contenta tranciavi
le reti metalliche, i fili
spinati, superavi
la bordura agguerrita,
i cespugli di cardo e cento dita
***
"III"
-
ti ho vista, eri delfina, che sterzavi
ed uscivi di strada
-
vento e spada
amputavano netti i tuoi passi
le scarpe da montagna insufficienti,
denti stretti, fischiavi
la cantica sbagliata
fatta a pezzi
fra camicie di gelo
e legacci di jazz
****
"IV"
-
di mezzelune tinta, coronata
di spine, hai reciso
il collare che ti legava al mare
sei sconnessa, approdata
al cortile di sassi, ai tralicci
dell’alta tensione
****
"V"
-
di notte nei bagni del treno
ti infrattavi sfrontata
raccontavi savane, carezzavi la neve
e quel gerundio appeso al reggiseno
era un sollievo breve
-
ALFONSO LENTINI
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Alfonso Lentini è nato a Favara (AG) nel 1951. Laureato in filosofia, si è formato nel clima delle neoavanguardie siciliane del secondo Novecento. Dalla fine degli anni Settanta vive a Belluno.
La sua attività spazia dalle arti visive alla scrittura.
La sua prima personale risale al 1976.
Nelle sue mostre e installazioni propone “poesie oggettuali”, scritture verbo-visive e asemiche, libri oggetto, libri d’artista e in generale opere basate sulla valorizzazione della parola nella sua dimensione materiale e gestuale. Fra i suoi libri: Noi siamo i lupopesci (collana glossa curata da Carlo Sperduti, pièdimosca 2023), Le professoresse meccaniche (Graphofeel, 2019), Tre lune in attesa (Formebrevi 2018), Illegali vene (prefazione di Eugenio Lucrezi, Eureka Edizioni 2015), Luminosa signora (postfazione di Antonio Pane, Pagliai 2011), Cento madri (vincitore del premio “Città di Forlì”, postfazione di Paolo Ruffilli, Foschi 2009) Suoi lavori visivi, racconti e poesie sono usciti a tiratura limitata con esoeditori come Pulcinoelefante, Fuocofuochino, Babbomorto, minima/poesia, in riviste d’assemblaggio come BAU o ASEMICA, o in edizione autoprodotta in forma di libri d’artista.
Con saggi e recensioni si è occupato di scrittori e artisti “irregolari” come Angelo Maria Ripellino, Antonio Pizzuto, Dino Buzzati, Filippo Bentivegna. Ha collaborato e collabora con riviste fra cui Anterem, Ballyhoo - Quotidiano dei Poeti, Colophon di Egidio Fiorin, Il Grandevetro, L’immaginazione, L’Indice, Nuova Tèchne, Quaderni del Collage de ‘Pataphisique, Stilos, Terra del Fuoco, Testuale, Zeta e, in rete, Bac Bac, La morte per acqua, La Recherche, Le reti di Dedalus, Mirkal, Mr Dedalus, multiperso, Niederngasse, Poème de Terre, Utopie del desiderio, Utsanga. È uno dei principali autori del quotidiano di scritture online Il cucchiaio nell’orecchio, fondato nel 2017 da Francesco Gambaro e attualmente diretto da Gaetano Altopiano.
“Senza le carte adatte” è una suite composta intorno al 2020--