SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO
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L’alambicco di thanatos e l’algoritmo della carne: pragmatica ed equilibri clinici in "Levigare il finale" di Antonio Spagnuolo
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Anatomia di un congedo: lo stile tardomodernista e la pragmatica del gancio
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L’esperienza della lettura di "Levigare il finale" (la Valle del Tempo, 2026) di Antonio Spagnuolo non si configura mai come una quieta deambulazione nell’ortus conclusus della memoria, né tantomeno come un repertorio di eleganti consolazioni liriche. Siamo al cospetto di un cantiere anatomo-poetico di rara e spietata precisione, un’opera in cui la parola - scarnificata, sottoposta a trazione meccanica e farmacologica, esposta ai chiaroscuri della carne e del circuito binario- rivendica una valenza pragmatica assoluta. Il gesto versificationario di Spagnuolo agisce come un dispositivo di chirurgia semantica: non descrive la dissoluzione: la precipita e la misura. È una silloge tardomodernista d’eccellenza, a causa della capacita clinica e vertiginosa di orchestrare l’attrito tra l’esattonomia gnomica e la deriva biologica dell’individuo. L’andamento della scrittura procede per vettori ellittici e torsioni sintattiche che ricordano l’esattezza diagnostica e la spietatezza formale tipica delle affilate prose critico-poetiche contemporanee. La lirica non è eufonia, è un’impalcatura che traballa e resiste sotto il peso dell’ontologia. I titoli delle poesie - brevi, perentori, tessere di una cartella clinica dell’anima come Lorazepam, Placebo, Baal, Sbalzi, Licantropo o L’amore resta- funzionano da inneschi deittici. Essi perimetrano il campo di battaglia tra l’entropia del corpo e la disperata tentazione di una ‘sutura’ linguistica. La pragmatica del testo sposta continuamente l’asse dell’enunciazione: l’autore non parla della morte o dell’amore, dialoga dalla ferita stessa, posizionando l’interlocutore in un’attesa sismica dove l’enunciato diviene atto performativo (illocutionary act).
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Il raffronto poetico-filosofico: da Cioran e Han alla cattedrale di plastica del Realismo Terminale
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Per comprendere la portata di questo lavoro occorre posizionarlo al crocevia dei dibattiti filosofici e poetici contemporaneissimi. Quando Spagnuolo scrive in Tregua: «Datemi cinque minuti per sgombrare la mente / dagli elefanti di Annibale, dalle Idi di Marzo, / dai pensieri di Schopenhauer, dai gas della Shoah... / per tuffarmi nell’Intelligenza Artificiale, che potrebbe dirmi / perché non riesco a colloquiare con i defunti» assistiamo a una straordinaria collisione di codici. Vi è un’eco diretta della stanchezza ontologica formulata da Byung-Chul Han nella sua critica alla società dell’iper-trasparenza, unita all’inconsolabile e ironico nichilismo di Emil Cioran. L’accumulo della memoria storica e filosofica si infrange contro l’asettica barriera dell’algoritmo, dimostrando come la tecnica contemporanea non sia in grado di estinguere la domanda metastorica sul lutto. Sotto il profilo strettamente letterario, il dialogo con il Realismo Terminale (esplicitato nella lirica L’amore resta) rappresenta un vertice d’invenzione e di rigore. L’autore non si limita a compiere una pedissequa elencazione di oggetti o residui industriali, opera una reificazione dei sentimenti che trova riscontro solo nelle vette di poeti coetanei del panorama internazionale e nazionale (si pensi alla poesia dell’oggetto di Guido Oldani o alle strutture ossessive di Milo De Angelis e Antonella Anedda). Scrive Spagnuolo: «Non c’è più tempo per boccioli rigidi, / solo vetro che riflette un volto stitico. / La città si sbriciola nei telefoni della Tim... / L’amore si traveste da errore di sistema: / un grido al giorno per ciambelle al pesto. / Resta nei file corrotti della memoria... come forchetta intonsa da piegare» L’amore non è più il principio metafisico dantesco o petrarchesco, ma un ’file corrotto’, un relitto di plastica o metallo - una ‘forchetta intonsa’- che resiste nel circuito gastroenterico della modernità fallita. Il confronto filosofico s’impone naturale anche con Quentin Meillassoux e il Realismo Speculativo: la materia e l’oggetto sopravvivono all’intenzionalità umana, testimoni muti e grotteschi del nostro transito.
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Meccanismi testuali, pragmatica formale e critica letteraria analitica
Analizzando il testo sotto la lente della Analytical Literary Criticism e della teoria della pragmatica linguistica, Levigare il finale rivela una struttura retorico-argomentativa estremamente sofisticata. I meccanismi testuali si reggono su tre direttrici essenziali: il testo fa un uso sistematico e deliberato di directive speech acts e expressive speech acts (Austin, Searle). In componimenti come Silenzi («Bruciate tutto! / Che non rimanga niente / di questo mio percorso») l’enunciato imperativo non ha una semplice funzione retorica, costituisce un perlocutionary effect volto a cancellare il testo stesso mentre viene fruito. L’uso continuato della deissi personale e temporale (deictic anchoring) connette l’«io» poetico a un «tu» indefinito o drammaticamente assente («Ho bisogno di te!», in Nudità), creando un cortocircuito pragmatico in cui l’allocutario è al contempo la donna amata, il lettore e il vuoto cosmico. Attraverso il meccanismo delle pragmatic implicatures (Grice), Spagnuolo viola sistematicamente le massime di relazione e di modo per generare scarti cognitivi. Nella poesia Lorazepam: «Cosi svanisci nel farmaco, / mezzo Lorans appena, / per rintracciare quei nodi della gioventù» il presupposto (presupposition) è che la salvezza o il recupero anamnestico non avvenga tramite la catarsi spirituale, ma mediante la modulazione chimica dei neurorecettori GABA. Il termine medico fa irruzione nel tessuto lirico interrompendo il decoro formale e imponendo un frame cognitivo di tipo clinico-psichiatrico.
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Neuroestetica e sociologia/politologia dell’arte: il corpo reificato e il mercato del sacro
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Dalla prospettiva della Neuroestetica (Semir Zeki, Eric Kandel), le composizioni di Spagnuolo stimolano una marcata reazione nei circuiti della percezione somatosensoriale e specchio (mirror neurons system). La frequenza di vocaboli legati alla propriocezione e al trauma corporeo - ’pelle’, ’ossatura’, ’bronchi’, ’sangue’, ’taglio’, ’bisturi’, ’palpeggio’- attiva una simulazione incarnata (embodied simulation, Gallese). Si veda l’incipit de L’idea: «Balena e rimbalza più volte nella mente / come incisione di bisturi all’inconscio». L’esperienza estetica non è contemplazione distaccata, è sinestesia dolorosa in cui il cervello del lettore risponde alla stimolazione sintattica come a una reale sollecitazione tattile e nocicettiva. Al contempo, sul versante della sociologia e politologia dell’arte, la seconda sezione della raccolta, dedicata alle ‘Poesie per mostre di pittura’, offre uno spaccato impietoso della mercificazione della cultura nella tarda-modernità capitalistica. Spagnuolo demistifica l’evento artistico espositivo, cogliendone il carattere di feticcio e di consumo turistico passeggero. In Fiere e colori (Per Around Overtourism) o in Ogni agone, la critica al sistema della riproducibilità tecnica e dello show-business culturale si fa tagliente: «...ed ora è vetrina, ed è prezzo, / è calcolo freddo per medaglie d’acciaio / Col peso del logo che risalta nel vento». L’arte non è esente dalle dinamiche del biocapitalismo: la poesia registra la riduzione del gesto estetico a ‘logo’ e ‘prezzo’, tenendo aperta la possibilità di una sovversione marginale, dove la pittura o il verso tornano a essere ‘altare terreno’ o ‘scintilla nel caos’.
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Conclusione
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Per tirare le somme di questa analisi in modo chiaro e diretto, svincolandoci per un attimo dai tecnicismi accademici senza nulla togliere al rigore della disamina, occorre riconoscere a Levigare il finale un merito raro nel panorama poetico odierno: la capacita di dire la verità senza rifugiarsi in facili consolazioni o in estetismi di maniera. Antonio Spagnuolo ci consegna un libro lucido e coraggioso. È l’opera di un autore che non ha paura di mettere affianco i grandi miti della storia, la preghiera e l’amore con i dettagli prosaici e crudi della nostra quotidianità: le medicine per l’ansia, la spazzatura digitale, le pieghe del corpo che invecchia, i fogli di plastica e i circuiti elettronici. La poesia non fa da belletto alla realtà, funziona come uno specchio affilato. Ci mostra che, anche quando tutto sembra ridursi a polvere, rumore di fondo o errore di calcolatore, la ricerca di un senso - di una ‘traccia impressa nella carne’- rimane il nostro gesto più umano e ostinato. In conclusione, Levigare il finale riesce a unire una profonda maestria formale a un’urgenza espressiva autentica. È un testo che non si limita a farsi leggere, pretende di essere interrogato, lasciando nel lettore un’eco duratura, come una cicatrice rimarginata e sempre visibile.
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IVAN POZZONI








