SEGNALAZIONE VOLUMI = SERENA CIANTI
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Serena Cianti: “DIALOGO CON L’ANGELO CUSTODE” ed. Terre sommerse – 2026 – pag. 44 -
Nell’impatto con questa rutilante e lunga cantica – perché di cantica si può parlare in una stesura che si adagia al mistero della fede – il primo interrogativo si affaccia nel dubbio : la poetessa ha scelto di proposito una versione strettamente classicheggiante per le sue poesie?
Ella scrive nell’introduzione: “ Chi è nato in Italia, cresciuto nella cultura cattolica, è stato abituato fin dall’infanzia a dialogare con il proprio Angelo custode attraverso la preghiera, immaginandolo come un amico esterno, bellissimo e dotato di ali ma quella preghiera che ha permesso a tanti bambini di scivolare nel sonno senza timore diventa per l’uomo iniziato ai misteri, la potente invocazione per la crescita spirituale e il ricollegamento tra il divino e l’umano, la spada del guerriero che si erge sulla città conquistata, lo scettro del re seduto sul trono o la lanterna dell’Eremita dei Tarocchi.
La preghiera all’Angelo custode scioglie e avvolge la vita dell’uomo nuovo e lo conduce ad altri lidi, alla scoperta di dimensioni superiori rispetto all’ordinario. In questo viaggio anche la morte diventa per il saggio, il passaggio trasformativo necessario che lo farà approdare al “Potere della creazione” insito nel grembo della donna sul piano della materia.”
La poesia di Serena propone una visione fortemente simbolica e profetica, costruita attorno alla figura dell’Angelo che, facendosi “cupo”, introduce un annuncio solenne e insieme minaccioso. Un’immagine iniziale — “occhi avea ‘sì tristi / che rabbrividimmi tutta” — stabilisce immediatamente un clima di turbamento: l’io lirico è attraversato da un brivido che non è solo paura, ma percezione del sacro. L’Angelo non porta una consolazione, bensì una rivelazione esigente, che tocca il cuore del mistero della generazione e della creazione.
Ritmo incalzante il susseguirsi delle sillabe che compongono un musicale accento di preghiera e di richiesta, di illusione e di sbandamento, di speranza e di fervore, quasi ricordo di un tempo trascorso a vagare nel deserto.
Il nucleo simbolico della poesia si concentra nell’enigmatica affermazione: “la sposa è chiave / della figlia madre”. Qui la figura femminile si moltiplica in una triade — sposa, figlia, madre — che richiama archetipi profondi della tradizione religiosa e culturale occidentale, e in particolare l’immaginario cristiano legato alla maternità divina. La Donna è presentata come principio originario, “in Lei è celata / la Creazione intera”: non solo grembo biologico, ma grembo cosmico, custode dell’oro, cioè del valore supremo, della scintilla vitale. L’“oro” che “sol la Donna attiene” non è ricchezza materiale, bensì potenza generativa, luce primigenia. Con ammonimenti, colorati dal lessico centellinato, il mistero si fa annuncio, fra lo straordinario riflesso della creazione e la continua fulminazione delle apparizioni. Allora forse la poetessa adotta un linguaggio volutamente arcaizzante (“Ei disse”, “non v’è”, “si non sarà”), che conferisce solennità e rimanda a una dimensione biblica o liturgica.
I versi brevi, spezzati, contribuiscono al ritmo oracolare, mentre l’assenza di punteggiatura accentua la forza assertiva delle immagini. La scelta di un registro alto e simbolico rende così le composizioni compatte, quasi scolpite.
Una condensazione che affronta con coraggio un tema da tensione filosofica esistenziale, riuscendo a conferire quella forza visionaria che molto spesso ci aggancia nelle ore di solitudine e di silenzio.
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ANTONIO SPAGNUOLO












