domenica 17 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO MORASCHINI SCHITO

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Matteo Moraschini Schito: “Circolazioni” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 112 - € 16,00
* Ricca silloge presentata con cura per l’eleganza delle edizioni Fallone, nella quale il giovane poeta (ricercatore e saggista) propone la sua opera di esordio, un poemetto antimoderno e contemporaneamente immerso nella sperimentazione, che affronta temi filosofici, teologici e relazionali attraverso una rigorosa fenomenologia dell'Io.
I brani, nel ritmo delle sillabe ben scandite, si susseguono in sei sezioni “Giri del sangue”, “Direzione senza”, “Forzare allegri”, “Ciclo dei padri”, “Amore in forma di fiammifero”, “Finale”, con un intreccio sempre regolato dalla ricerca della parola.
“Non è che un uomo che muore/ bruciato dai proiettili, / quando nel mondo del fato scappano/ fuori dai bordi del dagherrotipo/ senza dire/ rotta vera/ di destino.”
Ecco che la poesia si costruisce intorno ad un’immagine di morte improvvisa e violenta, ma ciò che interessa davvero il testo non è soltanto l’evento tragico: è il modo in cui esso viene fissato nella memoria e nell’immagine. L’uomo “bruciato dai proiettili” diventa quasi una figura sospesa tra realtà e rappresentazione, tra il fatto accaduto e la sua trasformazione in traccia visiva. Il riferimento al “dagherrotipo” introduce subito una dimensione antica e simbolica della fotografia: non semplice documento, ma impronta del destino, fermo immagine di ciò che precipita fuori dal controllo umano. La fuga “fuori dai bordi del dagherrotipo” suggerisce infatti che la vita eccede sempre la cornice che tenta di contenerla, mentre la “rotta vera / di destino” rimane indicibile, spezzata, impossibile da afferrare pienamente.
Il testo possiede una forte tensione visionaria e un linguaggio densamente metaforico, in cui termini tecnici (“dagherrotipo”, “pellicola”, “cellulosa”) assumono una funzione poetica e filosofica. La sintassi frammentata contribuisce a creare un andamento convulso e intermittente, coerente con il tema del lampo fotografico e della morte improvvisa. In alcuni punti l’oscurità semantica è volutamente estrema, ma proprio questa rarefazione rende la poesia intensa e aperta a più livelli interpretativi. L’autore costruisce così una lirica carica di energia simbolica, dove le metafore diventano l’eco della condizione umana: fragile, violenta, destinata a sopravvivere soltanto come traccia impressa nel tempo.
Più avanti ancora ci soffermiamo dei versi: “ La medetomidina delle undici e venti/ gli occhi i denti a favore del diagramma/ nelle vene sottili dell’ora ormai giunta./ Questo è un ballo di gruppo paradossale,/ esclude il suono, chetamina, ma ancora/increspa l’aria nell’orecchio della veterinaria/ (Curaro) nasconditi e stringi-vene!/ Undici e quaranta, sentenza e domanda/ -“Non c’è più?”- ma mi immergo./ -“Forse per la coda l’acchiappo!”-/ Si ferma a galla la bocca, si ferma/ l’orologio a muro frattanto./ E mentre sparisci nell’ultimo nervo,/ crepa di casa, me salvato, per un pelo,/ confine di credere fino alla fine.”
In scena un’esperienza estrema di confine tra vita e morte attraverso un linguaggio tecnico, quasi clinico, che però viene continuamente deformato dall’emozione. La “medetomidina”, la “chetamina”, il “Curaro” non sono semplici termini medici: diventano simboli di un rito di passaggio, di una sospensione del reale. L’ambiente veterinario suggerisce probabilmente l’agonia o l’eutanasia di un animale amato, ma il testo evita ogni esplicitazione sentimentale diretta; preferisce invece affidarsi a frammenti percettivi, a orari precisi (“undici e venti”, “undici e quaranta”), a dettagli corporei e sonori che registrano il trauma nell’istante stesso in cui avviene.
Matteo riesce a creare un’atmosfera sospesa, dove la precisione tecnica convive con una disperazione trattenuta. Qualche passaggio volutamente ellittico rende il testo arduo e quasi criptico, ma è proprio questa opacità a restituire l’esperienza del dolore come frattura del linguaggio e della logica ordinaria.
Giocare con la sperimentazione nel nostro tempo è quasi un azzardo a causa delle varie progettazioni offerte dai giovani poeti, ondeggiando tra frattura totale del verso e periodi di prosa colloquiale, tra vertiginose figurazioni e ritmi fuori dalle sillabe scandite.
Matteo Moraschini Schito, alternando con abilità il verso classico, riesce a mantenere un equilibrio policromatico che rende la sua poesia un ventaglio di magmatica biografia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANGELO CICCULLO

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Angelo Ciccullo: "In contra di re" - Ed.Passione scrittore- 2025 - pag. 56 -€ 11,00
* "In con tra di re" è il titolo del nuovo libro di poesie di Angelo Ciccullo, il quale continua ad investigare la possibilità della parola di superare la sfera solitaria dell'essere umano. La ricerca della parola in Ciccullo però non è ricerca banale, è indagine sul segreto dell'uomo, investigazione su come potere esprimere il suo mistero, e come esprimere la complessità. La parola in Ciccullo si mostra soprattutto curativa, mira a lenire i mali dell'uomo, che il poeta elenca nei titoli di alcune poesie, come la distanza, l'assenza. I suoi versi indagano il mistero, il gran segreto dell'esistenza, quell'enigma per il quale le parole non bastano mai.
La ricerca della parola mancante, questo è l'obiettivo del libro. Del resto la distanza e l'assenza sono due temi fondamentali nella raccolta, non solo perché danno il titolo a due delle poesie, ma soprattutto perché l'intero corpo delle liriche cerca di evidenziare la solitudine affollata in cui si trovano a vivere le persone nella contemporaneità. Esistono in effetti liriche maggiormente legate a idee edificanti, connesse con sogni e illusioni, ma con le paure recondite dell’essere umano. In effetti anche la poesia dedicata ad Icaro in realtà nasconde dietro di sé la paura per le conseguenze negative che la presunzione dell'uomo riguardo alla sua posizione nell'universo sta generando.
In alcuni momenti il poeta prospetta scenari interiori sconosciuti o che abbiamo dimenticato, e in ogni caso si avverte continuamente l'anelito a qualche luogo nascosto, a qualcos'altro, un regno umano migliore, una vita più vita. Ma soprattutto i versi reclamano il contatto umano, la relazione, il tocco dei corpi, dei sorrisi. Una voglia di umanità che traspare da ogni angolo del libro, un bisogno di esternazione, di congiunzione, di relazione che appare essere il vero significato dell'opera.
Poesie dunque d'apertura, piene di una ricerca di vitalità, di socialità e comunità. Ma si avverte nei versi anche il senso della consunzione, del vivere per la morte, del tempo che si consuma e ci consuma, e non per niente l'ultima sezione è dedicata proprio al tempo. Fare i conti con il tempo per il poeta vuol dire trovare l'adesione giusta ad esso, affinché possa dirsi e farsi eterno. E ciò spiega anche la bellissima poesia finale "Fa niente", in cui si spiega il compito del poeta e forse dell'uomo: essere testimone degno, per un po', di questo viaggio incredibile che chiamiamo vita.
MARCO TABELLIONE

sabato 16 maggio 2026

POESIA = VANNA D'AMATO

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"L’invincibile malinconia"
Alle spalle c’è il vento del nord,
una nave che lascia ogni sponda,
una croce sul Carso
e la fame,
poca brace per passare
l’inverno.
Si mangiavano i passeri,
caduti,
di grandine stecchiti,
qualcuno poteva veramente credere all’amore?
Mia madre dormì su una panca,
tre stagioni
vegliando la sua.
Alla sua mancò il tempo
per farlo
e anche un corpo .
Di schianto era sorta la lupa,
inghiottì ogni sorriso
per quanto timido fosse,
quanto piccolo,
innocuo.
Ogni tanto una nave partiva
quasi mai qualcuno tornava.
Poi
si parlava di morte
in quella casa,
con gusto, con fame, con malizia:
come di un latte acido
e benefico,
come di un pasto necessario.
Il giorno danzava con la morte,
la notte ascoltava i suoi latrati.
Poi
ci furono colori,
spari, canti
e fuochi d’artificio.
Grida, risate e lacrime
ruppero gli argini.
Poi
sul greto asciutto,
tra cemento e foglie,
l’invincibile malinconia.
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VANNA D'AMATO

venerdì 15 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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NOTA DI LETTURA DI GENTILINO CIPRIANO
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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri", la Valle del Tempo, Napoli 2025-
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Ho letto con attenzione e piacere la sua raccolta Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), e mi permetto di condividere alcune riflessioni, nella speranza che possano essere un modesto contributo al dialogo intorno a un'opera che mi ha coinvolto nella sua doppia tensione visiva e sonora, pittorica e sussurrata fin dal titolo. Il titolo è già una poetica. “Dissolvenza” è termine cinematografico e pittorico insieme: indica il passaggio tra due immagini in cui l’una non scompare prima che l’altra insorga, ma le due coesistono per un momento sospeso, si sovrappongono, si contaminano. In questo libro ci sono almeno due grandi dissolvenze strutturali. La prima è tra la tradizione e il contemporaneo: lei convoca Baudelaire, Caronte, Acheronte, Leda, figure di un immaginario mitico-simbolico stratificato, e le fa coesistere con il mouse che “tallona ogni linea / incisa nella memoria”, con il linguaggio digitale di Bluesky/word, con la realtà divenuta artificiale. Non si tratta di straniamento ironico, ma di vera osmosi: il cobalto e l’indaco del primo testo abitano lo stesso spazio cromatico del monitor e della tela. La seconda dissolvenza è tra corpo e parola: il soma e la psiche si confondono continuamente, e in questo lei rimane fedele a una tradizione napolitana e italiana che sa che la poesia nasce sempre da un corpo prima che da un’idea. La presenza della pittura attraversa l’intera raccolta in modo organico, non ornamentale. Poesie come Pennelli, Colori, Astratto, Triangoli, i testi esplicitamente dedicati a mostre come Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni di estate, non sono poesie “su” la pittura, nel senso di una scrittura che descrive dall’esterno un oggetto visivo. Sono piuttosto tentativi di praticare nella lingua ciò che la spatola o il pennello praticano sulla tela: stratificazione, sovrapposizione di toni, gestualità. Il lessico cromatico ( il cobalto, l’indaco, il pervinca, l’oltremare, l’acquamarina, il purpureo ) non è decorativo ma strutturale: i colori nominati sono anche stati emotivi, zone dell’inconscio. In questo lei riprende, a suo modo, quella tradizione del Gesamtkunstwerk ( dell’opera d’arte totale che non conosce confini tra i linguaggi ) che attraversa la modernità da Baudelaire a Kandinskij. Il filo erotico-memoriale che percorre la raccolta merita una riflessione a parte, perché ritengo sia il nucleo piú autentico del libro. In testi come Sogno, Erosioni, Ricerche, Pulviscolo, Memoria, il desiderio non è mai sublimato né estetizzato: rimane carnale, urgente, fisico, anche quando è piú vicino al ricordo che alla presenza. La figura femminile assente-presente funziona come l’orizzonte di una perdita che la poesia non elabora per superarla, ma per tenerla viva. C’è in questo una scelta precisa, quasi controcorrente rispetto a certa lirica contemporanea che tende all’astrazione del dolore: lei non vuole astrarsi, vuole restare nel corpo, nella carne, nel “battere le tracce e l’erosione”. Vecchiaia è in questo senso una delle poesie piú riuscite della raccolta: non c’è rassegnazione, ma una sorta di conversione dello sguardo ( “non piú l’urgenza della passione ardita / ma dolce come nettare”)in cui la sensibilità non si spegne ma si trasforma, diventando piú attenta alle “semplici carezze”, al “fondo di bosco”. La raccolta ha anche una tensione civile e storica che non vuole lasciarsi assorbire dal lirismo personale. Gerusalemme e Egli tace portano il peso delle guerre contemporanee e del silenzio di Dio ( o del suo sostituto, il potere ) di fronte alla distruzione. Quattordici anni è una poesia dolorosa e necessaria, che affronta con sobrietà la struttura psicologica della violenza estrema ( “distorsione degli oscuri impulsi”, “l’atto necessario, / inevitabile, dettato dall’onnipotenza” ) senza cedere né all’enfasi retorica né alla cronaca. La doppia presenza di Libertà e tragedia è una scelta strutturale che interroga il lettore: non si tratta di una ripetizione per dimenticanza, ma di due sguardi sulla stessa materia incandescente. La prima versione è piú aforismatica, la seconda si apre alla testimonianza storica collettiva, con quelle “donne che sussurravano canzoni / mentre cucivano stracci in galera” che rimandano a una memoria resistenziale precisa. Le due versioni si tengono, si illuminano a vicenda. Il testo Baudelaire non è un omaggio distante: è un riconoscimento di parentela poetica. I “vapori d’assenzio”, le “ombre di velluto”, la “musica nera” che “sale le scale”, lei sa che sta evocando il padre maledetto della modernità lirica, colui che ha trasformato il spleen in forma, l’eros e la morte in corrispondenze. Ma la sua poesia non è baudelairiana nell’imitazione: lo è nella radice antropologica, in quel convincimento che la bellezza nasca sempre da qualcosa di ferito, che “ogni rima è una ferita che dissolve”. Il Di Lieto citato in apertura, con la sua analisi de “la bella afasia”, centra un punto essenziale: la sua è una poesia che sa della propria incompletezza strutturale, che non vuole colmare il vuoto tra la cosa e la parola, ma lavorarci dentro.Se mi è consentita una considerazione di carattere critico, che intendo in spirito di dialogo piuttosto che di giudizio: in alcuni testi della prima sezione ( penso a Ventagli o ua Spazi geometrici ) la densità del lessico tecnico-visivo produce per tratti un effetto di saturazione, come se la tela fosse troppo carica di colore e l’immagine perdesse la sua nitidezza. È un rischio connaturato alla sua poetica dell’accumulo e dell’associazione libera un rischio peraltro che lei conosce bene, e che in altri testi governa con grande maestria. Ma è precisamente in quei momenti in cui il verso si alleggerisce ( come nel breve, straordinario Tremore del suono ) che la sua voce raggiunge quella soglia in cui la parola diventa davvero sussurro, e il lettore trattiene il respiro. In definitiva, Dissolvenze e sussurri è un libro che porta il segno di una lunga vita dentro la poesia, non nel senso di una scrittura “saggia” o “tranquilla”, ma nel senso di una voce che ha imparato a non avere paura né del corpo né della morte né del silenzio, e che continua a cercarsi nel colore, nell’immagine, nell’eros e nella storia. La raccolta si chiude con Chiusura, e il titolo ha un suono definitivo, ma la parola finale è “alfabeto calcolato”, che è invece apertura, attesa di un calcolo ancora da fare. Il libro finisce, la voce no!

Cipriano Gentilino

giovedì 14 maggio 2026

POESIA = PAOLA MARA DE MAESTRI

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"Cerco la madre"
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Cerco la madre negli occhi ormai assenti
nella mano fredda che stringo forte al cuore.
Le parole non trovano strada
si perdono in un groviglio
che spezza pensieri e voce.
Ritorno alla dolce infanzia
e cerco la madre che accompagnava
i miei primi passi verso il domani.
Stringo ricordi di un tempo felice.
Ora ritrovo una bambina che non sono io.
Nel bianco della sera respiro la lontananza,
il peso di un silenzio che svuota l'anima.
Le mie radici sento vacillare.
Cerco la madre nella parte di me
che ancora pulsa e ritrovo il tuo sorriso
in ogni fiore che tanto amavi.
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"L’eco delle radici"

Sull’onda cammina la sera.
Nel mio cerchio abito pensieri.
S’accende nell’eco di un silenzio
l’ombra del tuo sorriso:
vesto il sereno, accarezzo ricordi
e stringo radici.
Richiamo il dolce dell’infanzia,
i giorni di luce piena
tra le mani l’aquilone del domani.
Negli occhi il viola dei filari
e il rubino delle rose.
Voci, volti, passi, corse
tra le vie del paese,
il palazzo, la chiesa
…soffioni al vento.
La leggerezza di quei momenti
argina lo sconquasso del fiume.
Raccolgo il fiore della poesia
ponte tra il finito e l’eterno
e nel mio cielo scivola il pensiero
e riposa il cuore.
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"Nel mistero"
-
Un soffio
e la vita s’accende.

Un battito
e il mondo ti sorprende.

Un fremito
ed è già silenzio.
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Nel mistero
un’altra stella
ha chiuso il suo disegno.
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"Donne"

Donne
dagli sguardi acerbi,
nel sole fanno volare
superbi aquiloni di primavera.
-
Donne
dai lunghi passi,
perse nel fulgido sorriso
di uomini soli,
in angoli sparuti
rinvengono
infrante.
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Donne
dalle anime al vento,
ricamano bandiere
per le afone schiere
spoglie di arcobaleni.
-
Donne petali,
donne livree
che danzano
in grandi occhi amaranto.
*****
"L’amore è senza tempo"
-
Vorrei incontrarti
in un giorno senza tempo
e ritrovare il tuo viso intatto
che mi sorride, ancora.
Vorrei sentire la voce dei tuoi passi
avvicinarsi di nuovo ai miei
e la tua mano come una carezza nel cuore
riempire il mio sguardo di luce.
Sfumano i contorni del finito
tra l’agglomerato smarrisco l’orizzonte.
E sull’altalena pensieri
che rasentano il cielo e rovinano a terra
come stelle a fine disegno.
In un gomitolo s’annidano
nodi e corde spezzate.
Eppure nella notte un raggio
mi trapassa e il ritorno è alla vita.
Accolgo il vibrato dell’universo
e ti riconosco.
Nel respiro di un silenzio
non può tacere l’immenso.
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PAOLA MARA DE MAESTRI

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIACOMO LERONNI

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Giacomo Leronni: “Regesto delle forme” -Ed. puntoacapo – 2026 – pag. 230 - € 20,00
Dunque “regesto”, sunto o riassunto strutturato di un documento storico, e per l’autore mirato alle “forme”, quelle forme della scrittura che condensano i significati ed i significanti nello scorrere fluido del verso, per comunicare con il linguaggio che sia capace di avvolgere e rinverdire il pensiero.
“Qui la parola stordisce, annienta //nella sua gioia radiosa/ non c’è alcuna pietà.” – “La pagina si dilata/ la forma declina in altra forma.” - “La verità si svincola/ proietta altrove il suo spazio.” – “La vita subbuglio/ che nessuna parola abbranca// verità sconsacrata/ triturata nell’ombra.” – “Le parole frugano nei corpi/ fino alla grazia: // l’inciampo il nome da osannare.”
Un ininterrotto scorrere di mottetti che avviluppano il nostro sub conscio per indagare sulle possibili varianti che alimentano l’intelletto, la creatività, il focolare dei sentimenti sopiti, il bagaglio culturale.
E Giacomo Leronni mostra a pieno la sostanziosa riserva del suo “sacco”. L’impegno dimostra una preparazione sostanziosa, una esperienza del vissuto che affascina e diviene di notevolmente intrigante scandagliare su alcune composizioni.
“Lebbra, grondare festoso nel buio.
Quando saremo finiti
nell’inizio perpetuo
nella disgregazione di Dio
suoi respiri
sentinelle della sua mente
la febbre frugherà
come un ladro in casa
il nodo condurrà ad altri nodi
laveremo il sangue col fuoco
mai saremo domi, sazi
la luce non ha cuciture
né fame, riposo
la luce non ci deve nulla.”
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Si muove dentro una dimensione visionaria e apocalittica, dove il linguaggio assume il peso di una rivelazione oscura. Fin dal primo verso – “Lebbra, grondare festoso nel buio” – il testo accosta due realtà inconciliabili: la malattia e la festa, la corruzione e un’energia quasi vitale. La “lebbra” non è soltanto il segno fisico della dissoluzione, ma diventa metafora dell’esistenza stessa, della fragilità dell’uomo e della sua esposizione continua al decadimento. Quel “grondare festoso” suggerisce che la distruzione non avviene nel silenzio, ma possiede una propria ebbrezza tragica, una vitalità paradossale che attraversa il buio del mondo.
L’incipit apre subito una prospettiva metafisica: “Quando saremo finiti / nell’inizio perpetuo”. Qui la fine coincide con l’origine, come se morte e nascita fossero aspetti dello stesso ciclo eterno. Il poeta sembra evocare una concezione cosmica dell’esistenza, nella quale il dissolvimento individuale non rappresenta un termine definitivo, ma una ricaduta dentro un movimento incessante dell’essere. L’espressione “disgregazione di Dio” è forse il punto più potente del testo: Dio non appare come principio ordinatore, ma come entità che si frantuma insieme al creato. È una visione radicale, quasi gnostica o nichilistica, dove il divino perde la propria compattezza e si disperde nei frammenti della materia e della coscienza. I “respiri” che diventano “sentinelle della sua mente” trasformano il corpo in luogo di vigilanza e tormento. La febbre, personificata, “frugherà / come un ladro in casa”: immagine quotidiana e terribile insieme, perché suggerisce che il male non arriva dall’esterno, ma abita già dentro di noi. La malattia, il dolore, il disordine scavano nell’intimità dell’essere umano come una presenza clandestina e inevitabile.
Il verso “il nodo condurrà ad altri nodi” introduce una struttura di concatenazione infinita: ogni problema genera un altro problema, ogni enigma apre nuovi enigmi. Non esiste scioglimento definitivo. È una concezione della vita come intreccio irrisolto, come catena di ferite e interrogativi. Anche l’immagine del sangue lavato col fuoco possiede un valore fortemente simbolico: il fuoco non purifica veramente, ma consuma. La redenzione sembra impossibile, o comunque ottenibile solo attraverso una distruzione ulteriore.
Nel finale la poesia raggiunge una dimensione quasi assoluta. “Mai saremo domi, sazi”: l’uomo è condannato all’inquietudine, a una fame spirituale che non trova compimento. La luce stessa, tradizionalmente simbolo di salvezza e verità, viene privata di ogni consolazione: “la luce non ha cuciture / né fame, riposo”. Essa è indifferente all’umano, non partecipa al dolore né offre conforto. L’ultimo verso – “la luce non ci deve nulla” – chiude il testo con una verità severa e spoglia: l’universo non ha obblighi verso l’uomo, non garantisce senso, giustizia o misericordia.
Il poeta adotta un linguaggio essenziale ma altamente evocativo, costruito per immagini improvvise e accensioni simboliche. I versi brevi, privi di punteggiatura forte, creano un flusso continuo e incalzante, quasi un dettato profetico. L’assenza di coordinate narrative precise rende il testo sospeso in uno spazio astratto e universale, dove il corpo, Dio, il sangue e la luce diventano archetipi di una meditazione estrema sulla condizione umana. La forza della poesia risiede proprio in questa tensione tra corporeità e metafisica, tra visione cosmica e ferita concreta, capace di trasformare il dolore in linguaggio assoluto.
Scrittura questa del Leronni fluida e accattivante, impegnata verso dopo verso, e capace di avvolgere il lettore in un fluido continuo entro il quale riusciamo a navigare tra metafore e incisioni, tra filosofia e allettamenti, tra tormenti palpabili e fulminee illuminazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 13 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA

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Sulla mia scrivania fanno bella mostra ben tre volumi della prolifica poetessa: “Ribelle” – Edito Ginevra Bentivoglio – 2025 (Racconto con numerose illustrazioni) – “D’azzurro e piombo” Edizioni Progetto cultura – 2025 – e “Nelle ondose stanze” – Genesi editrice 2026.
Un succoso bagaglio di poesia e di scrittura, che si distingue per l’accortezza delle scelte e per lo scorrevole dettato dei pensieri.
La poetessa ha il dono della fluidità ed i versi, alcuni brevi alcuni senza metrica, si offrono sempre con il ritmo necessario affinché le sillabe scandite diventino incisi musicali.
Poesia che si muove entro un territorio esistenziale dominato dalla frattura tra realtà e coscienza, tra ciò che accade e ciò che viene percepito come vero. Sviluppa, in un componimento, una meditazione notturna e visionaria, nella quale il sonno diventa condizione di estraneità da sé: chi dorme “non ci pensa”, si sottrae alla consapevolezza e si rifugia nell’invenzione dei sogni, “viaggi effimeri” verso paesaggi interiori sospesi tra fascino e inquietudine. L’atmosfera è scandita da immagini sonore e luminose – la campana, il rullio lontano, il lampo improvviso – che costruiscono una scena quasi metafisica, dove il tempo sembra fermarsi nell’“ora dell’oblio”. La campagna solitaria dell’“ultimo respiro” introduce un senso di precarietà e di resa inevitabile, ma il testo evita ogni compiacimento tragico grazie a un’ironia sottile che emerge soprattutto nei versi finali: il selciato “felice” crede che la pioggia cada soltanto per servirlo.
Qui la poesia tocca uno dei suoi nuclei più intensi: l’illusione antropocentrica dell’uomo, convinto di essere il centro degli eventi mentre resta immerso in un universo indifferente.
Prosegue e approfondisce questo interrogarsi sul vero, trasformandolo in domanda filosofica ed emotiva, introducendo un dubbio radicale sulla natura della realtà e sulla fragilità delle convinzioni umane. L’io poetico osserva una condizione di smarrimento collettivo: non esistono più ricorrenze o simboli capaci di commuovere, e perfino il passaggio del tempo – “l’ultimo dell’anno né tanto meno il primo” – appare svuotato di senso. La poesia assume allora il tono di una diagnosi spirituale: il distacco e l’assenza diventano malattie dell’anima contemporanea. Colpisce la concretezza delle immagini, dove l’esistenza è rappresentata attraverso piccoli gesti quotidiani: “rimettere al suo posto / sul solito ripiano il bicchiere sbrecciato”. Quel bicchiere incrinato diventa simbolo di una vita ferita ma ancora ostinatamente trattenuta dentro l’ordine delle abitudini.
Edith mostra una scrittura libera e discorsiva, capace di alternare tensione lirica e colloquialità riflessiva. Il verso procede per accumulo di immagini e interrogativi, senza cercare soluzioni definitive, ma lasciando emergere il senso di un’inquietudine moderna profonda. Ne deriva una poesia della coscienza e dell’incertezza, dove il quotidiano si apre continuamente a interrogazioni metafisiche e dove la fragilità dell’uomo viene osservata con lucidità, amarezza e, talvolta, con una sottile ironia disincantata.
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ANTONIO SPAGNUOLO