lunedì 11 maggio 2026

POESIA = ILARIA CESARINI

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Acqua potabile -
È il verso dell’albero
la luce contraria che risponde e che
sta alle radici come l’acqua inversa
dopo la pioggia di poco fa.
-
Prova a chiederglielo se hanno preparato la casa, il fumo della brace che brucia l’oro della stella;
l’ultima, quella che neanche un cielo possiede
e che sradico ogni notte, sulla corteccia che era
lacrima dura sul mio dito.

Ma non confonderti
se i discorsi si fossero placati
non sarebbe
-
stato possibile arrivare fino a qua
tu con l’aquilone spento io con le iniziali sulla
schiena, alle prese con natali e castagne,
un ossario di propositi.
******
Restare -
Resto qui, tra i panni stesi e il cane che abbaia
al vuoto del pomeriggio.
-
C’è una donna alla finestra
che non saluta più nessuno,
un campo che si lascia arare dal silenzio,
un vecchio che dice buongiorno al vento
come fosse un figlio tornato.
-
Non cerco più miracoli,
mi bastano le crepe nei muri,
i nomi scritti sui citofoni
che resistono
alle famiglie che cambiano.
-
Ogni giorno è un paese da abitare:
con la paura,
con la luce che cade obliqua
sulle mani che non fanno più male.
-
Resto.
Perché qualcuno deve restare
a dire che anche la solitudine
è una forma di patria.
* ILARIA CESARINI

sabato 9 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

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Giuseppe Iuliano: “If the Scarecrows Had Voice” – Gradiva publications - 2026 – pag. 90 -- $ 15,00
In elegante veste tipografica ecco l’ultima raccolta di Giuseppe Iuliano, valido promotore di cultura e ottimo autore, con pregevolissima traduzione delle poesie in inglese di Michele Delli Gatti.
"Se gli spaventapasseri avessero la voce"-
Una raccolta serrata e rigidamente controllata che si offre con la genuinità di un frutto profumato e maturo.
Storie di vita quotidiana che sembrano diventare un racconto ricamato con attenzione tra memorie lampeggianti e visioni che allertano, tra le incisioni della natura che colora l’Irpinia e i pensieri che sfiorano di tano in tanto l’aura filosofica, tra le semplici illusioni che sfollano i recinti di nuvole e l’amore indelebile per la terra natia.
“Merletto di natura è corona ai monti
qui verde sparso che si sgrana
o s’addensa a filari, contorni di paesi.
Nel mio borgo la torre campanaria
-alfiere disfatto e disarmato-
svetta bianca come le nuvole
con cui spesso si confonde
in greggi cocciute da sempre in fuga
transumanza e ricovero di ogni stagione….”
* Il maggior numero di poesie si costruisce come un intenso quadro della civiltà contadina abbandonata, dove il paesaggio naturale e quello umano si intrecciano in una malinconica meditazione sul tempo e sulla perdita. Il “merletto di natura” che incorona i monti restituisce un’immagine delicata e viva della terra, fatta di verdi sparsi, filari e paesi sospesi nella memoria. Tuttavia, questa bellezza è subito attraversata dal senso della dissoluzione: la torre campanaria, definita “alfiere disfatto e disarmato”, diventa simbolo di una comunità ormai fragile, privata della sua forza identitaria. Le nuvole in fuga e la “transumanza” evocano un continuo movimento della vita, ma anche la precarietà di ogni radicamento.
In sospensioni varie emerge la figura dell’io lirico, un “guerriero solitario” che assume i tratti del custode estremo di un mondo in declino. Il ricordo dell’infanzia contadina, quando costruiva spaventapasseri con “paglia e stracci”, assume un valore simbolico: quelle “maschere di padrone” rappresentano l’antico tentativo dell’uomo di dominare la natura e proteggere il raccolto. Oggi però il poeta si sente “sfiancato”, moderno Priapo impotente davanti allo spopolamento delle campagne, alle “case chiuse” e ai terreni invasi da rovi ed erbacce.
Il poeta con sussurri incalzanti accentua il tono amaro e teatrale della comunità: il mondo contadino appare come “fondale di terre antiche”, abitato da “figure senz’anima”, quasi marionette private della loro autenticità. La poesia diventa così elegia civile e personale insieme, denuncia della perdita di un rapporto genuino tra uomo, terra e comunità.
La scrittura di Iuliano si distingue per la forte capacità evocativa e per un linguaggio che unisce realismo rurale e tensione simbolica.
Le immagini sono dense, spesso visionarie, e costruiscono un’atmosfera di desolazione attraversata da nostalgia e resistenza morale. Notevole l’uso di metafore epiche applicate alla quotidianità, che conferisce alla poesia una dimensione insieme lirica e civile.
Alcune figure vengono stagliate con l’accortezza dell’orafo, presentando personaggi che “inseguono “sogni di croste depresse” o, alternando, cesella manifestazioni festive della piazza centrale, ripete allusioni al tempo trascorso, discute in silenzio sulle assenze familiari.
Versi che riescono a mantenere la musicalità necessaria allo scandire delle sillabe, tra endecasillabi o settenari, tra proposizioni senza metro e brevissimi accenni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELE RICCI

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Daniele Ricci: “La macchina da cucire” (geologia del dolore) – Ed. Puntoacapo- 20125 – pag.108 - € 15,00-
Il richiamo persistente alla geologia è in queste poesie come il filo conduttore di un vissuto che si ricama pagina dopo pagina raccontando intermezzi temporali e incisioni memoriali, ombre vorticanti nel paesaggio e fulminee apparizioni di figure, pennellate per colorare il tramonto e profumi di abeti ed altre foglie, inseguire il volo dei gabbiani e affrontare esplosioni di violenze che urtano il presente.
A pagina 79 incontriamo un riflesso stilato che dà nome al volume e mi piace centellinare tra i versi per entrare nella scrittura del poeta:
“la macchina da cucire
per scoprire il dolore del mondo
rapsodo per legare
cielo e terra
enigma e senso
o quel nulla che arriva.
Lei contava le ore il 13 novembre 2018,
arrivò al pronto soccorso
con la polmonite da legionella
e un’insufficienza respiratoria acuta.
Chiedeva in cambio sabbia
per la clessidra.
Mi guidava la parola di mia madre,
era febbrile e dispnoica
nella preghiera che mi assorda
e mi lascia senza nome.
Da più di un anno
la dispnea è receduta.”
* Essa costruisce un itinerario del dolore attraverso immagini domestiche e visionarie. La “macchina da cucire” diventa simbolo di una ricomposizione impossibile: non serve più a unire tessuti, ma a “scoprire il dolore del mondo”, trasformandosi in strumento poetico e conoscitivo. Il termine “rapsodo” richiama la figura antica del cantore che cuce insieme frammenti di storie; qui il poeta tenta di legare “cielo e terra”, “enigma e senso”, cioè di dare ordine all’esperienza della sofferenza e della morte. Tuttavia la tensione verso il significato si arresta davanti a “quel nulla che arriva”, espressione che suggerisce l’irrompere dell’assenza, del vuoto e del limite umano. Il tono narrativo e autobiografico è evidente. La data precisa, “13 novembre 2018”, conferisce concretezza memoriale alla scena del ricovero ospedaliero. Il dettaglio clinico non raffredda il testo, ma accentua il contrasto tra il linguaggio medico e la dimensione simbolica della clessidra, immagine del tempo che si consuma. La richiesta di “sabbia” appare allora come un’invocazione estrema a prolungare la vita. Centrale è la figura materna, la cui parola continua a guidare il poeta anche nel momento della malattia. La preghiera “che mi assorda / e mi lascia senza nome” esprime invece una crisi dell’identità e della fede: il dolore rende impossibile ogni definizione stabile del sé. Il verso finale, “Da più di un anno / la dispnea è receduta”, introduce una quiete solo apparente: il sintomo fisico si attenua, ma resta intatto il trauma interiore.
Ecco che Daniele Ricci intreccia la quotidianità ad una rapsodia capace di evidenziare il dolore nella fusione di registri differenti: il lessico giornaliero e medico convive con immagini metafisiche e simboliche, producendo una poesia di forte intensità elegiaca. La frammentazione sintattica e l’assenza di punteggiatura marcata favoriscono un andamento di respiro spezzato, coerente con il tema della dispnea. L’oggetto concreto – la macchina da cucire, la clessidra – assume un valore allegorico, secondo una linea della poesia contemporanea che trasforma il dato biografico in interrogazione universale sul dolore e sul tempo. Centrale è anche la dimensione della memoria familiare: la madre non è soltanto presenza privata, ma figura archetipica di origine e perdita.
“La poetica di Ricci – scrive Fabrizio Lombardo in prefazione – per rimanendo legata ad una tradizione che dal simbolismo giunge alla scrittura lirica del Novecento per arrivare ai poeti di oggi, riesce a collocare la sua voce all’interno del pulviscolo complesso fatto di relazioni storiche e naturali che il mondo contemporaneo ha generato e che sono fonte dello straniamento di cui questa poesia si nutre.” Ed in effetti la musicalità di queste composizioni riesce ad essere presente nella scansione delle sillabe, che evocano costantemente il ritmo necessario per quella dinamica intensa, scaturita dalle emozioni, dalle evaporazioni del pensiero filosofico, dalle incursioni del sub conscio, sempre pronto a condividere effusioni e tristezze, illusioni e frammenti di memorie.
Le intime incertezze dello scrittore, le calde immersioni del sentimento, gli approcci velati di un abbraccio al dolore, le cifre stabilite dalla sorte per un requiem di sangue, il giusto confine tra gli azzurri del cielo e le negazioni inferte dalle trafitture quotidiane, lo stringersi attorno al fuoco in un senso segreto e il filo spinato che impiglia un palloncino, sono i numerosi fotogrammi che si susseguono come un vertiginoso arcobaleno che sprizza dalla penna del poeta.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 6 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DORIS EMILIA BRAGAGNINI

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Doris Emilia Bragagnini: “Terra nullius” Anterem edizioni – 2025 – pag. 50 - € 12,00
Già dal titolo, Terra di nessuno, si avvertono le onde di un flusso che potrebbe anche essere negativo, per le sospensioni del tempo che ci avvolgono quotidianamente nel dubbio e nelle imprecise illusioni.
Un gocciolio che affonda nell’esistenziale attraverso il ricamo di versi che offrono il ritmo necessario per il silenzioso trapanare dei pensieri e delle evaporazioni che il nostro sub conscio è capace di rivelare al semplice tocco dell’emozione.
La poesia di Doris Emilia Bragagnini costruisce paesaggi simbolici, aspri e primordiali, in cui il “mondo del lupo” diventa metafora di una dimensione istintiva e non addomesticabile dell’esistenza. Spesso introduce subito un limite conoscitivo: non c’è apprendimento possibile dentro questa realtà, che resta opaca, dominata da forze naturali e da un sapere corporeo, non razionale. Le immagini sono frante, spesso disarticolate, e procedono per accostamenti analogici: il “grigio del pelo scolpito dal vento” e il “gelo distante”, l’“occhio sorretto dal ramo”, “il corpo sorregge il peso”, “mi disfo piano delle attese”, “la luce diffrazione della tenebra” suggerendo una visione molto ampia, come se la percezione stessa fosse un ricamo da decifrare. La corsa è “privata”, la “scossa” che scaglia le membra le trattiene subito dopo. Si crea così una tensione tra impulso e freno, tra energia e blocco.
Il testo si caratterizza per un linguaggio fortemente analogico e per una sintassi ellittica, che privilegia la giustapposizione di immagini rispetto alla linearità discorsiva. La densità metaforica e la rarefazione dei nessi logici collocano la poesia in una linea sperimentale, dove il significato emerge per stratificazioni e risonanze più che per sviluppo argomentativo. L’uso di termini concreti e corporei, accostati a elementi astratti o cosmici, crea un continuo slittamento di piani semantici. Ne deriva una scrittura che mira a rendere l’esperienza del limite — conoscitivo, percettivo e linguistico — attraverso una forma che ne rispecchia la frammentazione.
La parola è limpida, quasi un gocciolio che deterge il pensiero per divenire fonte di percezioni e di suggestioni, immerse in una melodia che dà forma al dettato. Con fotogrammi che si inseguono, figure tratteggiate, suggerimenti plasmabili il volo è compiuto.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 5 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI - FIORENZA FINELLI

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Fiorenza Finelli: “Parabole oniriche” – ed. Centro culturale l’ortica- 2026 – pag. 38 - € 10,00
Premio Sandra Mazzei per una silloge inedita questa raccolta si offre con un titolo accattivante e singolare, che lascia aperto lo spiraglio di indagine che del sogno ricama vari lampeggi e affonda quasi sempre nelle circonvoluzioni del nostro sub conscio.
I fotogrammi si alternano a visioni con delicatezza ma anche con improvvisi sussulti, tra il chiaroscuro della Falce nera e i dettami della passione, tra la purezza di un destino e la quiete di un sogno, tra i frammenti del tempo da centellinare e il “disarmo delle ali intorpidite”.
Per centellinare lo stile che la poetessa incide mi piace indagare sulla poesia “Brandelli d’ali”:
Ti sono rimasti soltanto
brandelli d’ali,
piccoli passi stentati
da centellinare,
incerti come i miei transiti
di bambina impellicciata.
Sono le tue ginocchia
inclementi
caverne di sasso
cieche feritoie.
Troppo breve il tempo,
velatura di un fiore,
quando cala l’imbrunire
sull’assieparsi
di desideri ancora vivi.
La natura ebbra
può essere capace
di cicli spietati.
*
Questa, che prendo ad esempio, costruisce un’immagine di fragilità e di perdita attraverso una serie di metafore corporee e naturali. L’incipit (“brandelli d’ali”) suggerisce immediatamente una condizione di caduta o di impossibilità del volo: ciò che resta non è più slancio, ma residuo. I “piccoli passi stentati” rafforzano questa dimensione di fatica, quasi una regressione a uno stato infantile o vulnerabile, esplicitato poi nell’immagine dei “transiti / di bambina impellicciata”. Qui emerge un contrasto interessante: l’infanzia, solitamente associata a leggerezza, è invece appesantita, protetta in modo eccessivo, quindi limitata nei movimenti.
Il corpo diventa progressivamente paesaggio: le “ginocchia inclementi” si trasformano in “caverne di sasso”, “cieche feritoie”. È un’immagine dura, chiusa, che evoca immobilità e sofferenza, forse legata al tempo che passa o a una condizione fisica e psicologica di blocco. Il lessico minerale (“sasso”, “caverne”) contribuisce a rendere questa parte del corpo quasi disumanizzata, come se la vitalità fosse stata sostituita da una rigidità inerte.
Il tema del tempo è centrale: “Troppo breve il tempo” introduce una riflessione sulla fugacità, resa attraverso la delicata metafora della “velatura di un fiore”. Tuttavia, questa brevità non annulla il desiderio: i “desideri ancora vivi” si addensano, creando una tensione tra vitalità interiore e limite esterno. L’imbrunire segna un passaggio, una soglia tra luce e oscurità, vita e declino.
La chiusa amplia lo sguardo alla natura, definita “ebbra” ma anche capace di “cicli spietati”. Qui la poesia sembra suggerire che la condizione individuale non è isolata, ma inscritta in una legge più ampia, naturale e inevitabile, dove vitalità e distruzione convivono.
Tutta la raccolta si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e compatto, capace di fondere dimensione corporea e paesaggistica in un’unica visione. La tensione tra fragilità e desiderio costituisce il nucleo emotivo della poesia di Fiorenza, mentre ella introduce riflessioni quasi cosmiche sul tempo e sul dolore. L’uso di immagini dure accanto a elementi più delicati crea un efficace contrasto espressivo, si ricongiunge alle palpabili consistenze della natura che circonda e si attarda significativamente nella violenza di una morte incombente.
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ANTONIO SPAGNUOLO.

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLO PARRINI

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“Imparare a dirsi addio” di Paolo Parrini (Samuele Editore, 2025 pp. 126 € 15.00) affronta il tema sensibile della perdita come una scelta consapevole che trasforma il dolore nella tenerezza dei ricordi, un metodo per esprimere una vicinanza coraggiosa laddove l'assenza si riassesta nella percezione del mondo e nella sua eredità. Paolo Parrini concentra l'elaborazione del proprio vissuto nella necessità ineluttabile della separazione attraverso lo svolgimento di una energia poetica, nell'omaggio alla continuità, supporta il legame interiore, dilata l'esperienza delle reazioni affettive. La poesia di Paolo Parrini è come un rovo trafitto nel corpo e nell'anima, maturato nel varco simbolico di una protezione e manutenzione emotiva, a difesa di una capacità evocativa di resilienza, in grado di custodire e intonare la natura penetrante e tenace dei sentieri introspettivi. Si insinua come il profumo di un soffio vitale, unisce passato e presente, estrae il solco della sofferenza nelle pieghe desolate dell'assenza, l'incisione della nostalgia nelle impronte familiari del distacco. Il libro raccoglie la vulnerabilità umana e l'identità indelebile di una sincera testimonianza trascorsa nella fugacità e nella transitorietà delle occasioni, con la preziosa dignità dello spazio e del tempo dell'esistenza, la condivisione di ogni tagliente intreccio della vita. Integra la linea di confine della malinconia nella fiduciosa conversione di ogni congiuntura con la rinascita istintiva del modo in cui abitiamo il mondo. Include la frattura sradicata degli eventi come sospensione sentimentale, lesione tangibile delle relazioni, aggiunge, nella crescita personale e nella prospettiva quotidiana della cura, il rituale di conclusione, la liturgia prolungata alla dedizione d'amore, il vuoto della mancanza incarnato pienamente e saggiamente nelle parole. Paolo Parrini consegna ai lettori un'immersione lenta e inesorabile nella disperazione, ma anche una cognizione di un orizzonte che rende visibile la soglia di una lontananza, avvicina l'equilibrio delicato dell'uomo alla fedeltà delle abitudini, alle incrinature nel tempo, nel mestiere di vivere, esorta a indagare l'abisso per riuscire ad accogliere i fantasmi dei conflitti inconsci, l'invocazione immaginaria di una presenza che ci prende per mano e ci accompagna verso la conoscenza anche drammatica di noi stessi, in bilico tra debolezza e resistenza. Descrive l'espressiva commozione di un'entità arcana, sovrannaturale, nascosta nell'invisibile segretezza della memoria, affonda il respiro ancestrale dei luoghi nella rivelazione di una traccia palpabile, mai sepolta del tutto, ripercorre le immagini rarefatte, consente all'eternità di riaffiorare in tutta la sua forza lirica, travolge il passaggio struggente del congedo come un avvenimento toccante che inghiotte la superficie oscillante degli oggetti, si nasconde negli angoli bui delle stanze, nelle stagioni del cuore, nel silenzio instaurato fra smarrimenti sgombri di parole, nel nome, nel corpo, nella voce. Riempie il calore originario, sussurra nella nudità essenziale dei versi l'elegia del disincanto, abbandona l'ombra esitante della separazione, ancorata al pertugio disabitato e privato di un canto delle vertigini. Difende le pareti che hanno assorbito i giorni e restituito all'appartenenza il ritorno della dolcezza, il momento di pronunciare il suono per tornare alla luce e riconciliarsi con le proprie ferite.
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Rita Bompadre -
Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti
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TESTI SCELTI
Ti ho visto
nel ramo coperto
di neve
nel sole che torna
dopo la sera
ti ho visto in un mare
arrabbiato
nel solco del piede
sul prato.
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Eppure dovrei essere
felice, bagnarmi
i capelli, farmi radice.
E invece questo tarlo
rode e disegna
arabeschi d'ombra
e turbamenti.
-
A letto la sera
col cuore che batte
penso a un prato
che accoglie
nel dormiveglia
crederci, che sia vero,
che verremo abbracciati
da un sole rovente.
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Resta poco
un segno appena
sull'asfalto
sul manto erboso
forse una traccia fine.
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I tuoi occhi scuri
che lascio lago
inesplorato, il viso amato
fatto rotondo dalla prigionia.
Resta una memoria nei tuoi
occhi di neve
la stessa che solcammo.
-
Resta un sonno tormentato
un vento di rimorsi
tomba senza alberi
di un amore vero
quando tu tornavi.
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Quando si spegne la luce
e i morti vengono a trovarmi
nella nebbia fine che entra
nel respiro, allora non occorre
alcuna voce, bastano i brividi
l'odore della pelle di chi si è amato.
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Ho cercato la scia e la voce
qualcosa è passato
accanto, di lato
forse un fuoco fatuo
o una immagine riflessa
sul candore di un mattino
che non trovo più.
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Allora accettare che sia così
che stia finendo tutto lentamente
e dentro un mare quasi calmo
lasciarsi scivolare
a volte occorre fermarsi
guardare indietro
forse vedremo ancora occhi
luminosi, forse no.
-
Ma se riesci a guardare
non sei ancora morto dentro
forse c'è tempo, sì,
per ritrovare l'odore.
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Questi squarci di luce
che arrivano improvvisi
attraversano le strisce pedonali
i marciapiedi rotti
così si consumano le ore
il registro morbido del vivere
la preghiera e la disperazione.
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POESIA = FRANCO CAMPEGIANI

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"Pinocchio, la storia vera"
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Non nasce di legno il bambino,
nasce di carne e spirito
con occhi che sprizzano
gioia incandescente.
Nel nuovo mondo vorrebbe
soltanto viaggiare il bambino
ma il passaporto gli impone
di scordare la città da cui viene
dove viveva in letizia.
Il babbo vorrebbe farne un fantoccio
da esibire per soldi
nei teatri di strada,
ma fugge il bambino
e impara a mentire,
gli cresce un naso lunghissimo
con orecchie asinine,
preferisce le amicizie cattive
alla fata turchina
e sbaglia ogni mossa,
diviene eversivo,
tradisce sé stesso
e finisce anche in prigione il bambino,
lui ch'era nato di sangue e spirito
con un amore profondo nel cuore.
Alla fine Geppetto lo inchioda
agli schemi ai doveri
e i sensi di colpa gli spolpano il cuore,
gli divorano tutta la carne che ha.
E diviene di legno il bambino.
*****
"Il silenzio e le parole"
-
Le parole che vengono dal silenzio
sono scarne e vive e vere,
poi si affastellano, si fanno
fuochi d'artificio, giuochi di prestigio,
pleonasmi ridondanti, pingui tautologie.
La lingua che sorge dal silenzio
è magma incandescente,
guizzo di sangue e spirito, poesia.
Poi si fa chiacchiera e fatuo virtuosismo,
narcisistico delirio autoreferenziale.
Babelico nonsense e nebbia ipnotica,
esca apocalittica, polveriera minacciosa.
Le parole vere nominano
per la prima volta il mondo, sgorgano
da sconosciute sorgenti universali.
Nascano dunque le parole dal silenzio
o sarà il silenzio a imporre
la sua legge alle parole.
*****
"Mi hai trovato infine"

Mi hai trovato infine
in fondo ai silenzi.
Ero torre solitaria
lungo i litorali deserti,
bastione eretto a difesa del nulla
contro l'assalto delle onde e dei venti.
Hai spalancato ogni uscio
entrando con l'uragano
del tuo sorriso d'argento,
delle tue mattine di spuma.
Hai riempito ogni stanza
con i voli bianconeri
delle tue ali d'angelo,
con quella tua gioia
onesta e incontenibile
che vola sul mare
nei chiari di luna e si fonde
con i sobri colori delle aurore.
*
FRANCO CAMPEGIANI