mercoledì 13 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANDREA ROMPIANESI

*****************************
Andrea Rompianesi: “Arcaismo a fronte” – Ed. Transeuropa/nuova poetica- 2026 – pag. 52- € 15,00
XXI composizioni, quasi tutte “quartine”, si rincorrono in queste variopinte poesie di Rompianesi, chiaramente impregnate ed impegnate da uno sperimentalismo del tutto personale e per tal ragione efficacemente singolare.
Egli oso dire “gioca” con le parole, gioca rincorrendo gioiosamente i vocaboli e ricercando la sopita potenzialità dei lemmi arcaici per riproporli accanto in versi contemporanei.
Immagino che la sua ricerca sia stata ed è impegnativa, forse anche faticosa, immersa com’è in un ricamo di centinaia di termini, che donano ancora oggi un ritmo ed una esplosione singolare, e volgerli in una versione contemporanea .
Per comprendere a pieno questa operazione di scrittura mi limito ed esaminare una poesia, scelta a caso:
“VIII”
Rarificativa scherna frontale
impedica allotta invenia
sonevole e allenia cumpater
rusponi elucidati vadati
lenendo esterminevole costinci
//
Divenuto rado l’inganno d’origine
distoglie allora il perdono
risonante e lenisce complice
ricchezze dichiarate passate
placando da luogo distruggitore
*
La poesia si sviluppa in due movimenti distinti ma complementari. La prima sezione appare come una sorta di lingua deformata, quasi pre-verbale, in cui le parole sembrano spezzarsi e ricomporsi in un magma sonoro: “Rarificativa scherna frontale / impedica allotta invenia…”. Qui il significato non è immediatamente logico, ma fonico e intuitivo. Il lettore entra in uno spazio di sperimentazione dove il linguaggio perde la sua funzione comunicativa tradizionale e diventa materia viva, pulsazione, tentativo di dire l’indicibile. È come se il poeta volesse mostrare la nascita stessa della parola, ancora incerta, incompleta, ma carica di tensione emotiva. Nella proposta a fronte, invece, il discorso si chiarisce e si apre a una dimensione riflessiva: “Divenuto rado l’inganno d’origine / distoglie allora il perdono…”. Qui emerge chiaramente il tema dell’inganno primario, forse legato alla memoria, all’identità o alla condizione umana. Quando questo inganno si rarefà, il soggetto poetico sembra attraversare una fase di consapevolezza dolorosa ma necessaria. Il perdono, che potrebbe salvare o riconciliare, viene “distolto”, quasi rifiutato, mentre il linguaggio si fa più meditativo e insieme apocalittico. L’ultima immagine, “placando da luogo distruggitore”, lascia intuire una possibilità di quiete nata proprio dalla distruzione, come se il dolore potesse trasformarsi in purificazione.
Il poeta mostra una forte impronta sperimentale, vicina alle esperienze della neoavanguardia e alla poesia fonetica. Utilizza la frantumazione lessicale non come puro esercizio stilistico, ma come ricerca di un livello più profondo della parola poetica. Il contrasto tra il caos linguistico iniziale e la maggiore chiarezza della seconda parte crea un percorso di emersione del senso, dove il lettore passa dall’oscurità sonora a una rivelazione solo parziale e inquieta. Ne deriva una poesia intensa, che privilegia la suggestione e il valore evocativo del linguaggio rispetto alla narrazione lineare.
Nella nota in appendice Giorgio Bonacini scrive: “E dove c’è stupore c’è un continuo riavvolgimento di sensi che provano a districarsi, ma di nuovo si riagganciano, anche in operazioni apparentemente tecniche che diventano, invece, tentativi di avvicinare le energie di un pensiero con le innumerevoli sfaccettature della poesia.”
Ecco un bagaglio culturale da centellinare e possibilmente ponderare, rincorrendo le onde magnetiche dell’incessante ritmo delle sillabe.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

*************************
"PAROLA E PENSIERO"
Gioco incastrando sillabe ed inseguendo
le onde variegate delle idee.
Ed è possibile, con l’argento chiuso nel simbolo,
azzardare stilemi. Mentre nessuno può fingere non sapere
che la felicità sia un cardine intorno cui ruota l’esistenza,
una corrente che non ristagna sull’orlo delle notti.
La parola ha più ali invisibili,
sulle labbra vibra, falciando l’aria,
poi senza catene cerca i confini segreti di un brusio.
Invisibili e ostinate, attraversano silenzi,
si insinuano tra pieghe di emozioni
che sanno sciogliere il tempo fragrante di impasti.
Il pensiero la chiama nel buio, per ogni sillaba,
la cerca tra echi e strane possibilità,
la afferra con mani d’ombra
e le dà forma, ritmo e respiro.
Un vincolo che aggancia arcobaleni,
crea figure e simboli, in una danza antica
che abbraccia i tremori della mente.
Ponte che dall’inconscio insiste a gocce residue
e incrocia le alternanze di catene.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 11 maggio 2026

POESIA = GIULIANO MAROCCINI

*******************
I
Il silenzio è d’oro
la parola è di neve
il corpo di farina
l’anima è zucchero a velo
e il pensiero?
**********************
II
Il giorno in cui te ne andrai
sarà come quando partono le rondini
dalle grondaie
seguirai geometrie dell’aria
le linee delle tue mani
i solchi tracciati intorno ai formicai
disegnerò col dito una casetta di calce
sulle terre riarse
e lì dentro
mi mancherai
e se soffierò via le pareti per venirti a cercare
tu accoglimi
ma non mi aspettare
come quando si partiva per mare:
chissà se è questo il mio modo d’amare
*************************
III
-
La pazienza ammazza
una tazza di tisana
una dieta poco sana
la malsana abitudine
di non soffrire di solitudine
******************
IV
-
Portandomi la malinconia come colpa
mangiai le ossa
e non la polpa
Io che addentavo caramelle
non sapevo che a succhiarle
fossero molto più belle
*************************
GIULIANO MAROCCINI

POESIA = ILARIA CESARINI

**********************************
Acqua potabile -
È il verso dell’albero
la luce contraria che risponde e che
sta alle radici come l’acqua inversa
dopo la pioggia di poco fa.
-
Prova a chiederglielo se hanno preparato la casa, il fumo della brace che brucia l’oro della stella;
l’ultima, quella che neanche un cielo possiede
e che sradico ogni notte, sulla corteccia che era
lacrima dura sul mio dito.

Ma non confonderti
se i discorsi si fossero placati
non sarebbe
-
stato possibile arrivare fino a qua
tu con l’aquilone spento io con le iniziali sulla
schiena, alle prese con natali e castagne,
un ossario di propositi.
******
Restare -
Resto qui, tra i panni stesi e il cane che abbaia
al vuoto del pomeriggio.
-
C’è una donna alla finestra
che non saluta più nessuno,
un campo che si lascia arare dal silenzio,
un vecchio che dice buongiorno al vento
come fosse un figlio tornato.
-
Non cerco più miracoli,
mi bastano le crepe nei muri,
i nomi scritti sui citofoni
che resistono
alle famiglie che cambiano.
-
Ogni giorno è un paese da abitare:
con la paura,
con la luce che cade obliqua
sulle mani che non fanno più male.
-
Resto.
Perché qualcuno deve restare
a dire che anche la solitudine
è una forma di patria.
* ILARIA CESARINI

sabato 9 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

******************************
Giuseppe Iuliano: “If the Scarecrows Had Voice” – Gradiva publications - 2026 – pag. 90 -- $ 15,00
In elegante veste tipografica ecco l’ultima raccolta di Giuseppe Iuliano, valido promotore di cultura e ottimo autore, con pregevolissima traduzione delle poesie in inglese di Michele Delli Gatti.
"Se gli spaventapasseri avessero la voce"-
Una raccolta serrata e rigidamente controllata che si offre con la genuinità di un frutto profumato e maturo.
Storie di vita quotidiana che sembrano diventare un racconto ricamato con attenzione tra memorie lampeggianti e visioni che allertano, tra le incisioni della natura che colora l’Irpinia e i pensieri che sfiorano di tano in tanto l’aura filosofica, tra le semplici illusioni che sfollano i recinti di nuvole e l’amore indelebile per la terra natia.
“Merletto di natura è corona ai monti
qui verde sparso che si sgrana
o s’addensa a filari, contorni di paesi.
Nel mio borgo la torre campanaria
-alfiere disfatto e disarmato-
svetta bianca come le nuvole
con cui spesso si confonde
in greggi cocciute da sempre in fuga
transumanza e ricovero di ogni stagione….”
* Il maggior numero di poesie si costruisce come un intenso quadro della civiltà contadina abbandonata, dove il paesaggio naturale e quello umano si intrecciano in una malinconica meditazione sul tempo e sulla perdita. Il “merletto di natura” che incorona i monti restituisce un’immagine delicata e viva della terra, fatta di verdi sparsi, filari e paesi sospesi nella memoria. Tuttavia, questa bellezza è subito attraversata dal senso della dissoluzione: la torre campanaria, definita “alfiere disfatto e disarmato”, diventa simbolo di una comunità ormai fragile, privata della sua forza identitaria. Le nuvole in fuga e la “transumanza” evocano un continuo movimento della vita, ma anche la precarietà di ogni radicamento.
In sospensioni varie emerge la figura dell’io lirico, un “guerriero solitario” che assume i tratti del custode estremo di un mondo in declino. Il ricordo dell’infanzia contadina, quando costruiva spaventapasseri con “paglia e stracci”, assume un valore simbolico: quelle “maschere di padrone” rappresentano l’antico tentativo dell’uomo di dominare la natura e proteggere il raccolto. Oggi però il poeta si sente “sfiancato”, moderno Priapo impotente davanti allo spopolamento delle campagne, alle “case chiuse” e ai terreni invasi da rovi ed erbacce.
Il poeta con sussurri incalzanti accentua il tono amaro e teatrale della comunità: il mondo contadino appare come “fondale di terre antiche”, abitato da “figure senz’anima”, quasi marionette private della loro autenticità. La poesia diventa così elegia civile e personale insieme, denuncia della perdita di un rapporto genuino tra uomo, terra e comunità.
La scrittura di Iuliano si distingue per la forte capacità evocativa e per un linguaggio che unisce realismo rurale e tensione simbolica.
Le immagini sono dense, spesso visionarie, e costruiscono un’atmosfera di desolazione attraversata da nostalgia e resistenza morale. Notevole l’uso di metafore epiche applicate alla quotidianità, che conferisce alla poesia una dimensione insieme lirica e civile.
Alcune figure vengono stagliate con l’accortezza dell’orafo, presentando personaggi che “inseguono “sogni di croste depresse” o, alternando, cesella manifestazioni festive della piazza centrale, ripete allusioni al tempo trascorso, discute in silenzio sulle assenze familiari.
Versi che riescono a mantenere la musicalità necessaria allo scandire delle sillabe, tra endecasillabi o settenari, tra proposizioni senza metro e brevissimi accenni.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELE RICCI

****************************
Daniele Ricci: “La macchina da cucire” (geologia del dolore) – Ed. Puntoacapo- 20125 – pag.108 - € 15,00-
Il richiamo persistente alla geologia è in queste poesie come il filo conduttore di un vissuto che si ricama pagina dopo pagina raccontando intermezzi temporali e incisioni memoriali, ombre vorticanti nel paesaggio e fulminee apparizioni di figure, pennellate per colorare il tramonto e profumi di abeti ed altre foglie, inseguire il volo dei gabbiani e affrontare esplosioni di violenze che urtano il presente.
A pagina 79 incontriamo un riflesso stilato che dà nome al volume e mi piace centellinare tra i versi per entrare nella scrittura del poeta:
“la macchina da cucire
per scoprire il dolore del mondo
rapsodo per legare
cielo e terra
enigma e senso
o quel nulla che arriva.
Lei contava le ore il 13 novembre 2018,
arrivò al pronto soccorso
con la polmonite da legionella
e un’insufficienza respiratoria acuta.
Chiedeva in cambio sabbia
per la clessidra.
Mi guidava la parola di mia madre,
era febbrile e dispnoica
nella preghiera che mi assorda
e mi lascia senza nome.
Da più di un anno
la dispnea è receduta.”
* Essa costruisce un itinerario del dolore attraverso immagini domestiche e visionarie. La “macchina da cucire” diventa simbolo di una ricomposizione impossibile: non serve più a unire tessuti, ma a “scoprire il dolore del mondo”, trasformandosi in strumento poetico e conoscitivo. Il termine “rapsodo” richiama la figura antica del cantore che cuce insieme frammenti di storie; qui il poeta tenta di legare “cielo e terra”, “enigma e senso”, cioè di dare ordine all’esperienza della sofferenza e della morte. Tuttavia la tensione verso il significato si arresta davanti a “quel nulla che arriva”, espressione che suggerisce l’irrompere dell’assenza, del vuoto e del limite umano. Il tono narrativo e autobiografico è evidente. La data precisa, “13 novembre 2018”, conferisce concretezza memoriale alla scena del ricovero ospedaliero. Il dettaglio clinico non raffredda il testo, ma accentua il contrasto tra il linguaggio medico e la dimensione simbolica della clessidra, immagine del tempo che si consuma. La richiesta di “sabbia” appare allora come un’invocazione estrema a prolungare la vita. Centrale è la figura materna, la cui parola continua a guidare il poeta anche nel momento della malattia. La preghiera “che mi assorda / e mi lascia senza nome” esprime invece una crisi dell’identità e della fede: il dolore rende impossibile ogni definizione stabile del sé. Il verso finale, “Da più di un anno / la dispnea è receduta”, introduce una quiete solo apparente: il sintomo fisico si attenua, ma resta intatto il trauma interiore.
Ecco che Daniele Ricci intreccia la quotidianità ad una rapsodia capace di evidenziare il dolore nella fusione di registri differenti: il lessico giornaliero e medico convive con immagini metafisiche e simboliche, producendo una poesia di forte intensità elegiaca. La frammentazione sintattica e l’assenza di punteggiatura marcata favoriscono un andamento di respiro spezzato, coerente con il tema della dispnea. L’oggetto concreto – la macchina da cucire, la clessidra – assume un valore allegorico, secondo una linea della poesia contemporanea che trasforma il dato biografico in interrogazione universale sul dolore e sul tempo. Centrale è anche la dimensione della memoria familiare: la madre non è soltanto presenza privata, ma figura archetipica di origine e perdita.
“La poetica di Ricci – scrive Fabrizio Lombardo in prefazione – per rimanendo legata ad una tradizione che dal simbolismo giunge alla scrittura lirica del Novecento per arrivare ai poeti di oggi, riesce a collocare la sua voce all’interno del pulviscolo complesso fatto di relazioni storiche e naturali che il mondo contemporaneo ha generato e che sono fonte dello straniamento di cui questa poesia si nutre.” Ed in effetti la musicalità di queste composizioni riesce ad essere presente nella scansione delle sillabe, che evocano costantemente il ritmo necessario per quella dinamica intensa, scaturita dalle emozioni, dalle evaporazioni del pensiero filosofico, dalle incursioni del sub conscio, sempre pronto a condividere effusioni e tristezze, illusioni e frammenti di memorie.
Le intime incertezze dello scrittore, le calde immersioni del sentimento, gli approcci velati di un abbraccio al dolore, le cifre stabilite dalla sorte per un requiem di sangue, il giusto confine tra gli azzurri del cielo e le negazioni inferte dalle trafitture quotidiane, lo stringersi attorno al fuoco in un senso segreto e il filo spinato che impiglia un palloncino, sono i numerosi fotogrammi che si susseguono come un vertiginoso arcobaleno che sprizza dalla penna del poeta.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 6 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DORIS EMILIA BRAGAGNINI

****************************
Doris Emilia Bragagnini: “Terra nullius” Anterem edizioni – 2025 – pag. 50 - € 12,00
Già dal titolo, Terra di nessuno, si avvertono le onde di un flusso che potrebbe anche essere negativo, per le sospensioni del tempo che ci avvolgono quotidianamente nel dubbio e nelle imprecise illusioni.
Un gocciolio che affonda nell’esistenziale attraverso il ricamo di versi che offrono il ritmo necessario per il silenzioso trapanare dei pensieri e delle evaporazioni che il nostro sub conscio è capace di rivelare al semplice tocco dell’emozione.
La poesia di Doris Emilia Bragagnini costruisce paesaggi simbolici, aspri e primordiali, in cui il “mondo del lupo” diventa metafora di una dimensione istintiva e non addomesticabile dell’esistenza. Spesso introduce subito un limite conoscitivo: non c’è apprendimento possibile dentro questa realtà, che resta opaca, dominata da forze naturali e da un sapere corporeo, non razionale. Le immagini sono frante, spesso disarticolate, e procedono per accostamenti analogici: il “grigio del pelo scolpito dal vento” e il “gelo distante”, l’“occhio sorretto dal ramo”, “il corpo sorregge il peso”, “mi disfo piano delle attese”, “la luce diffrazione della tenebra” suggerendo una visione molto ampia, come se la percezione stessa fosse un ricamo da decifrare. La corsa è “privata”, la “scossa” che scaglia le membra le trattiene subito dopo. Si crea così una tensione tra impulso e freno, tra energia e blocco.
Il testo si caratterizza per un linguaggio fortemente analogico e per una sintassi ellittica, che privilegia la giustapposizione di immagini rispetto alla linearità discorsiva. La densità metaforica e la rarefazione dei nessi logici collocano la poesia in una linea sperimentale, dove il significato emerge per stratificazioni e risonanze più che per sviluppo argomentativo. L’uso di termini concreti e corporei, accostati a elementi astratti o cosmici, crea un continuo slittamento di piani semantici. Ne deriva una scrittura che mira a rendere l’esperienza del limite — conoscitivo, percettivo e linguistico — attraverso una forma che ne rispecchia la frammentazione.
La parola è limpida, quasi un gocciolio che deterge il pensiero per divenire fonte di percezioni e di suggestioni, immerse in una melodia che dà forma al dettato. Con fotogrammi che si inseguono, figure tratteggiate, suggerimenti plasmabili il volo è compiuto.
*
ANTONIO SPAGNUOLO