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PER “OPERE” DI GIANNINO DI LIETO (Interlinea edizioni- 2010)
Teste Giambattista Vico, “della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”: luminosa risposta a un Innominato Scrittore “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, al punto da confessare di ignorarne una poesia solo perché “non la capiva”. Chi di ciò doverosamente, ancorché scandalizzandosene, si lagna (tra gli “Appunti” XIII e XV, in Opere, pp.315-16) è l’autore di quella poesia “ignorata e incompresa” perché oscura, filosofica e strutturalmente e linguisticamente meticcia, ossia Giannino Di Lieto (1930 –2006), un poeta pur ben apprezzato da critici autorevoli (da Stefano Lanuzza, a Gilberto Finzi, ad Alberto Cappi, a Maurizio Perugi, a Luigi Fontanella e soprattutto Giorgio Barberi Squarotti), che sul suo “ostico” sperimentalismo “logicamente oscuro” eppure “limpido”, sulla sua “ricerca di forme nuove”, hanno espresso giudizi motivati e convincenti.
A seguirne il percorso dalle Opere, testé raccolte e pubblicate – dalle iniziali «Poesie» (1969) all’ultimo «Breviario inutile» (2003) – presso Interlinea Edizioni (2010), si ha la conferma di una personalità d’eccezione, coerente nella linearità della sua ricerca espressiva, sviluppatasi dall’ungarettismo della prima fase agli esiti heideggerianamente filosofici degli approdi, capaci di mescolare suggestioni dadaiste e surrealiste, su una solida base di “classicità”, persistente anche se continuamente trasgredita. È in questa strana mescolanza di classicità e trasgressione che, tra “esorcismi e sortilegi (letterari)” e visivi, consiste, non solo a mio parere, la cifra più singolare di Giannino Di Lieto: nella capacità di intrecciare spregiudicatamente, strutture e lacerti espressivi diversi, con citazioni in latino e in volgare delle origini come segnali dell’aspirazione al sublime, attraversando e superando senza imbarazzo ermetismo e postermetismo in direzione della neoavanguardia intesa come stile e come etica piuttosto che come modulo, praticando insomma uno sperimentalismo costante in opposizione ai consueti moduli linguistici, con gli strumenti più consoni, perfino quelli visivi, giocando ma seriamente anche con colori e segni, senza mai impanarsi “nel gorgo della sperimentazione fine a se stessa”, come dimostra Ottavio Rossani in un suo luminoso contributo critico: per “addomesticare” la realtà, con lucida e fredda intelligenza, senza mai concessione così a gratuiti gesti trasgressivi come a lirismi. Un mondo post-apocalittico, dunque, nel rifiuto di ogni emozione, in cui si mostrano detriti anche linguistici di un mondo senza senso che tocca alla poesia rigenerare, giusto come diceva Vico nella “degnità” citata in apertura: è questo l’approdo di un percorso poetico che, al dire di Giorgio Barberi Squarotti “non ha nulla di uguale in Italia”.
Si diceva prima dei critici. Tra i tanti mi piace ricordare quello che aveva rilevato Velia Iacovino, parlando di “operazione linguistico-letteraria delle più raffinate ed erudite”, in cui il significante vive sinergicamente in relazione ad altri significanti potenziandosi per acquistare “una ricchezza indefinita di significati”; dal canto suo, Gilberto Finzi aveva parlato di testi “in crescita coerente e finemente letteraria”, allo scopo di “inventare una nuova comunicatività, attraverso “una somma di intense trame” espressive. Sullo specifico della sua operazione linguistica è essenziale quello che il poeta Alberto Cappi aveva sottolineato a proposito della struttura del verso definendola “misteriosa e avvincente”, ricca di “echi di arcaiche civiltà orali” e protesa “tra fascino millenario e desiderio di futuribilità”. A proposito poi della sua stagione migliore, quella di Punto di inquieto arancione (1972), “uno dei libri fondamentali in tutto il Novecento italiano”, Giorgio Barberi Squarotti rileva come la raccolta segni “una mutazione al tempo stesso radicale e tuttavia segretamente legata per continuità e sviluppo” a tutta l’opera precedente, in virtù di un ritmo poetico nuovo che di contro all’essenzialità delle prime prove introduce un “ampliamento vastissimo del discorso” in modi che tendono “al grandioso e al solenne” in un discorso avvolgente e comunicativo “che sfiora continuamente l’orazione o il monologo drammatico”, con la metrica deputata a sottolineare “la forte scansione del discorso”.
Val la pena di concludere questo rapido itinerario citando nell’emergenza di un lemma un sintomo: il lemma è un latinismo limina, “soglia, limite, confine, linea di partenza” che ritroviamo in due testi ben lontani tra loro, rispettivamente in “Teorema” (Indecifrabile perché) e in “Sera di luglio” (Le cose che sono). Quale sia questo sintomo mi pare appaia ipotizzabile dai diversi contesti: il primo, nel contesto di cui si parla, è una domanda che genera timori intorno a quello che esplicitamente è chiamato “teorema dell’esistenza”, intravisto nella sua “obliquità”, o meglio ancora ambiguità intrinseca alla parola stessa limina come “limite” e “confine” dove tutto si mescola e confonde (limina convertuntur) nella prospettiva del suo attraversamento; il secondo (caedunt limina haud occasu) è giocato tutto su un’implicita ambiguità sessuale del verbo d’apertura sinonimo dell’atto che in Catullo 16 è minacciato (Pedicabo ego vos et irrumabo) agli amici Aurelio e Furio, rei di aver deriso il Poeta. In questa chiave, tra oscure reticenze e paure di morte (nel primo caso) e sentimenti di rivalsa contro “critici” incapaci di accettare le “oscurità” di una poesia rea di non concedersi al plauso dell’Innominato Scrittore di cui in apertura, “famoso per gli Epigrammi e l’ombrello concisamente avvitato alla sua anima”, il Poeta “Fabbricante di parole” ribadisce e rivendica il suo diritto a “un parlare comune separato da tutti” (Città un fabbricante di parole).
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VINCENZO GUARRACINO