domenica 16 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

Antonio Spagnuolo: "Levigare il finale" , La Valle del Tempo, 2026 - pag. 88 - € 14,00
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E’ innegabile che l’ultimo libro di Antonio Spagnuolo costituisca una prova complessa, probabilmente una sintesi dei suoi temi, prima di tutto, l’amore.
Il sentimento eterno, che Maria Montessori definiva giustamente come “senso”, arricchendolo di una complessità maggiore, dà al poeta la possibilità di ribadire alcune sue considerazioni; l’amore è l’avventura di un esporsi del corpo nelle sue componenti plurime di pensiero, investimento emotivo e affettivo. Non per ultimo, forza travolgente dell’eros.
La reiterazione del tema denuncia uno stato di ansia e di eccitazione costante verso tutte le manifestazioni della vita, per cui l’eros è da intendersi come forza aggregante e disgregante, angosciosamente ripetitiva ma necessaria.
La complessità è da riferirsi anche agli esiti formali del libro: uno stile accattivante, sinceramente esposto nei suoi contenuti, spalleggia, in altre zone, una sintassi a volte rigogliosa, a volte geometrica, in cui l’ “ignoranza” palese dell’esperienza umana è fronteggiata dal tentativo di verificare l’utilità di formule alchemiche del pensiero, sunti, spiegazioni, illuminazioni:
"L’idea"
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Balena e rimbalza più volte nella mente
come incisioni di bisturi all’inconscio.
Nell’alveo vasto dell’eterno, rapita e contesa
come un astro divelto nel fiato corto dell’alba,
s’allontana rapida come folgore, ed ha lasciato
il tremito della mia mano, che non raggiungi più,
perché ti vedo fuggire dalla tua musica,
che frange ancora il cuore nella resa.
Nel tuo silenzio d’oro invano levigo parole
per fermare la corsa nel vuoto ultraterreno.
Invano accendo lo scintillio delle mie notti vigili,
mentre nell’ombra s’innalza Eros, fiero
che alla morte strappa un’ultima festa.
Provo sillabe accidentate per allontanare la falce
che incrina anche il tuo nome e nasce ancora Eros,
tardivo nume della tua assenza, nel gelo di campane
e immagini dal fiato breve.
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Se accogliamo del testo, la centralità della parola “assenza”, questa si significa sia per una questione privata, ma, tutto sommato, universale, dall’altra per l’impossibilità di sintetizzare in formule l’eros che rinasce, tutte le volte che il fiato si riaccende.
L’altro aspetto del libro riguarda una dicitura più immediata, che approda alla preghiera attraverso l’ammissione di un amore più grande, quello del dio verso la propria creatura. La centralità del tema è suggerita dal fatto che i primi testi della raccolta evocano il sacrificio del Crocifisso, verso cui il poeta non indulge passivamente ad esaltazione, ma ne riconsidera la grandezza in contrasto con la limitatezza umana. La memoria dilava; ardua è la salita della ragione perché comprenda, ma il gesto rimane, ed è un gesto che è possibile comprendere attraverso la prassi dell’amore: “Eppure è lì che respira, sulla Croce, / schiacciato dalle notti anche nel buio, / in attesa della mia preghiera”.
Così aveva chiosato nella citazione iniziale Spagnuolo: “L’amore non ha bisogno dell’eternità religiosa / per continuare ad avere realtà. / Esiste come esperienza vissuta, come traccia. / Anche se il destino finale è il silenzio / la traiettoria che lo precede può essere stata / luminosa e indelebile”.
L’amore esiste, dunque, nel mentre: “Troppo scomoda l’idea del dopo, troppe vertigini!”.
Scrive ancora Spagnuolo a proposito della conoscenza: “Forse l’eternità è solo questo: / un’attesa senza voce, senza passi, / senza gli impatti del quotidiano giogo / che rallegra il sapere”.
In altri testi Spagnuolo raggiunge momenti di generosa sincerità:
"Silenzi"
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Bruciare tutto!
Che non rimanga niente
di questo mio percorso.
Rabbia donare l’intelletto all’infinito
che segue inerme nel segno di sconfitte
oltre la morte.
Rigurgito le gelosie subite
aspettando la boa che segna fine,
per lasciarmi in disparte nel vagito
che ricama l’orlo di un amore passato.
Furia senza requie ride al senso
di un oscuro rancore.
Che vale un grido se eterno sarà il silenzio?
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Poesia senile. Poesia che ci dice cos’è la senilità: riassunto, languore, rimpianto, onore e perdita: “Nel mio peregrinare la luce è morta / anche se prima rivolta alle ferite ardenti”. “Ho bisogno di te! / Di quella gioventù che custodiva segreti / ormai incatenati nel crogiuolo delle rimembranze”. “Non voglio morire! / Anche se ho consumato tutte le parole / voglio ancora offrirti le idee, le memorie, / e rinnovare l’ardore che accogliesti da fanciulla”.
Molti testi nella prima parte del libro rimandano all’immagine del rosario, fino al grido della preghiera pura: “La croce” è, appunto, una preghiera di pura bellezza che riporto per intero.
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Che i miei miseri versi diventino preghiera
verso di Te trafitto sulla Croce,
tra la luce che propone spine
ed il sangue che tinge il fiume in rosso.
Sul legno alto nel cielo le stelle
tentano un ponte per tutto il creato,
ed io povero artista ho mani vuote,
sogni spezzati, livide illusioni.
Vorrei porti il segreto con verghe d’oro
e con le pietre, e con versi
che non spariranno in fretta,
ma le mie sillabe tremano di fede,
mimando voce al ladrone smarrito.
Tu accogli il mio muto oscillare,
il desiderio di riuscire a credere,
allontanando il dubbio che corrode
e le parole del mio fragile canto.
Lama di folgori la tua passione terrena
è la ferita per il mio eterno rincorrere.
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SEBASTIANO AGLIECO

sabato 15 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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Dalla silloge "Parola e pensiero"
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“Fornace”
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Chi avrebbe raccolto l’invisibile supremo fiato
dell’ironia del fato,
lo stupore che falcia ogni destro
sradicato dal cielo?
Conservi intatta le forme e nel sogno
compaiono le figure del passato
fuse nel piombo della nera solitudine.
L’ultimo tuo racconto è un conflitto
come carro armato sui binari,
tra scuri cespugli di carbonio.
Restano variegate schiere dell’assurdo,
una raffica che striscia per falciare l’aria
ormai sprovvista di sobborghi più alberati.
Confusa tra le ossa ed il metallo
racconti saggia ancora l’arida fornace.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 13 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CATIA SIMONE

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Catia Simone: “Momenti di necessarie necessità” – Ed. Chiare voci – 2026 – pag. 96 - € 13,00
La fantasia che si sprigiona in queste liriche ha la cadenza delle improvvisazioni per un singolare impegno delle presenze che dal disincanto fioccano divenendo pensieri.
A pagina 62 una poesia si apre con una constatazione apparentemente semplice, quasi cronachistica, ma subito attraversata da un sentimento di insofferenza: il luogo evocato è quello della folla turistica, dell’affollamento estivo, della socialità diventata consumo. Immagini pungenti e fortemente concrete, capaci di restituire in pochi tratti una realtà contemporanea dominata dal turismo di massa. Il termine “clan”, in particolare, suggerisce gruppi chiusi, rituali collettivi, appartenenze effimere; mentre l’espressione “svuotaturisti”, volutamente deformata, introduce una vena sarcastica che trasforma il traghetto in una sorta di macchina destinata a riversare masse di visitatori sul territorio.
Il poeta contrappone una serie di negazioni: “non un angolo di solitudine / non un attimo di quiete / non un attimo di sottrazione all’eccesso”. La ripetizione dell’“non” costruisce un ritmo incalzante e produce una progressiva sensazione di soffocamento. Non viene negata soltanto la solitudine, ma persino la possibilità di sottrarsi, per un momento, all’eccesso. È proprio questa “sottrazione” a costituire il nucleo più profondo del testo: la poesia sembra chiedere uno spazio appartato nel quale poter ascoltare il tempo, la memoria, ciò che la folla inevitabilmente copre. Il punto d'innesco della memoria: non è più soltanto una taglia o una misura, ma una cifra che mette in rapporto il presente con il passato. Dal dettaglio quotidiano si passa al numero degli abitanti della Terra, e infine a un’altra forma di numerazione, quella impossibile da calcolare delle persone scomparse dalla nostra vita e dalla nostra memoria affettiva. È un movimento molto efficace: dalla folla visibile dei vivi si giunge alla folla invisibile degli assenti. Si rivela così che dietro la denuncia del turismo, del rumore e dell’eccesso si nasconde una meditazione sul tempo e sulla perdita.
Catia Simone per la sua scrittura possiede una struttura narrativa essenziale e un linguaggio volutamente colloquiale, nel quale la dimensione poetica nasce soprattutto dal montaggio delle immagini e dal brusco passaggio dal quotidiano alla meditazione esistenziale. “A volte mi sveglio nel cuore della notte/ sempre che la notte abbia un cuore.” – “Oggi ho accontentato la parola/ poi un vento impetuoso ha zittito anche me.” – “Invidiare è un’inutile perdita di tempo/ sognare ci separa dalla notte.” – “Mi farò una coda cappio/ e mi appenderò al lampadario barocco.” – “Il novecento resiste/ penso -/mentre con il telefono riprendo le capriole di una folaga.” Tutte prospettive che scorrono improvvisamente e la poesia trova il proprio punto di forza nelle immagini capaci di rovesciare a volte anche i significati della folla aggregata nel sub conscio.
Il tessuto si ricama progressivamente con colorate immaginazione che scaturiscono dalla memoria e cedono all’incantamento della rappresentazione, o accostano equilibri di significanti tra l’amarezza della solitudine e la moltitudine delle inquietudini, o ancora nelle illimitate possibilità delle ore persiste come ironia del fato.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 11 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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Dalla silloge "Parole e pensiero"
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“Nebbie”
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Ai tuoi piedi la mia ignoranza, il mio affogare
tra i flutti di un sospetto che ogni sera
torna ad interrogare penombre.
L’inganno è tra le parole di rito
dettate da sapienti architetture
che alimentano il credo di un possibile eterno.
Ho consumato parole tentando un’orazione
che sappia amalgamare ultime strofe
all’inquietante quesito.
Ma non sono riuscito, svanito nella nebbia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 6 agosto 2026

POESIA = LUIGI TRISOLINO

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Dando l’addio, e l’a Dio, a Francesco Guccini voglio ricordare un suo brano cantato… “Stagioni”, dove in alcuni passi dedicati a Ernesto Che Guevara, detto Che, cantava:
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«Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
Che “Che” Guevara è morto, forse non tornerà
Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni
E voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni
-
Da qualche parte un giorno, dove non si saprà
Dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà»
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(Francesco Guccini)
*****
Vorrei rispondere a tale poesia cantata con alcuni semplici versi, sicuramente meno belli, ma semplicemente miei, di quest’oggi… di adesso… di ciò che magmaticamente sento che sta per venirmi in esplosione:
"Ah Guccìn Che…"
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E se Che Guevara è già tornato?
E se bande e bandiere rosse
ripudia e ha ripudiato,
e se
e se.
-
Sé, il suo sé, se quaggiù fosse
ancora e ancora,
magari non avrebbe barattato
l’illusione trotzkijsta
– e il suo mai al socialismo
in un Paese solo –
con l’utopia
vissuta, graffiata bendata
nella Baia de’ Porci, solinga
accecata di coraggio
-
suicida utopia chiusa in scatole
di storia e tragedie
eh, chissà.
-
E magari oggi è tornato,
ah Gucci’, un Che,
chissà se
in una María Corina
Machado,
che del Venezuela batte
e combatte quelli che
amandolo
al tempo che fu, l’han poi
tradito – quel Che –
vestendo – l’illusione –
di lacci contrari
sotto lo stesso
sanguineo segno,
rosso. Quelli. Che
han gettato ai porci
l’utopia ingenua
di
sogni e artate scienze
soltanto tenendo, del reo potere
il vessillo
-
con falci
popoli martellando.
-
Allor, Guccìn maestro,
presto: da lassù scruta
nudo l’orizzonte su ‘sta
Terra, viva e stanca. Ma
ancor qui. Qui ancoràta
ancora.
Vedi se come cantavi un giorno
da qualche parte
dove non lo aspettate
è tornato davvero,
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invero dove nessuna massa
lo vede
mai.
Magari a destra, quella dove
libertà è popolo
e popolo è identità. Oggi.
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Mentre di Fulgencii Batistj
– ehinoj già –
ne son piene
rovine e fosse, mainstream.
***
ROMA, Presidenza del consiglio dei ministri, giovedì 6 agosto 2026,
LUIGI TRISOLINO

mercoledì 5 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA PIA L. CRISAFULLI

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Mariapia L. Crisafulli: “Tacimento orizzontale” – Ed. Macabor 2025 – pag. 112 –
Corposa silloge che offre uno scorrere veloce e colorato di pensieri e tocchi lievi, che vanno dal mottetto composto da poche parole a note chiaramente svelate dalla quotidianità.
Molte poesie si configurano come un intenso monologo interiore nel quale il paesaggio urbano diventa specchio di una condizione esistenziale, o con personale ricamo l’esperienza soggettiva diviene esempio di un processo di identificazione. La città non è descritta attraverso i suoi elementi monumentali o paesaggistici, ma attraverso la percezione soggettiva di chi la attraversa. Altre illustrano il contrasto tra "il caos" che "travolge e sconvolge" e "la calma che ancora sonnecchia sui binari" introducendo una dialettica fra movimento e quiete, fra destino e possibilità. I binari assumono un valore simbolico: sono il luogo delle partenze e degli arrivi, delle occasioni colte o perdute, ma anche delle direzioni che la vita avrebbe potuto prendere.
Le metafore si alternano con lo stile corretto di chi ha bisogno di dichiarare, sussurrando, le valide frantumazioni del presente, attingendo molto spesso nel fondo della memoria o nei segreti multicolore del sub conscio. Non tutto ciò che si perde è una sconfitta: talvolta è proprio l'errore, il ritardo o la deviazione a consentire una più autentica consapevolezza di sé. La poesia approda così a una forma di accettazione matura, dove il destino non è più un limite, ma uno spazio da abitare.
Mariapia L. Crisafulli usa un linguaggio essenziale e fortemente evocativo, capace di fondere dimensione autobiografica e valori universali. L'alternanza fra immagini concrete (i binari, il traffico, il sole, la piazza, mani nude, carezze,) e riflessioni interiori (aver cura del silenzio, credere e ostentare cicatrici) costruisce una trama lirica di notevole intensità emotiva.
Il ritrovamento della persona amata coincide con un ritorno alle radici dell'esistenza, a quel luogo dell'anima in cui memoria, affetti e tempo si fondono in un'unica dimensione emotiva. La "casa del gelsomino" non rappresenta semplicemente un'abitazione, bensì il simbolo della dimora interiore, dello spazio in cui l'amore ha trovato il proprio compimento e continua a custodire la sua forza generatrice. Il gelsomino, con il suo profumo persistente e delicato, diviene emblema della memoria che non sfiorisce e della fedeltà ai sentimenti.
L'incontro annulla le distanze temporali e restituisce al poeta il calore delle "carezze antiche", rimaste intatte nonostante il trascorrere degli anni. La memoria non assume qui i toni malinconici del rimpianto, ma quelli della riconquista: il passato torna a vivere nel presente grazie alla permanenza dell'amore. La speranza supera la semplice nostalgia.
La scrittura si distingue per la limpidezza espressiva e per un linguaggio sobrio, capace di trasformare la memoria privata in esperienza universale. L'autrice evita ogni enfasi retorica, affidando l'emozione a immagini semplici ma fortemente evocative ricamo, i figli migratori, con il verso libero mantiene un ritmo naturale e raccolto, mentre la costruzione procede per progressive illuminazioni affettive.
Anna Maria Curci in prefazione sottolinea: “In Tacimento orizzontale il mondo del mito si fa incontro a chi legge fin dai titoli di alcuni testi, o gruppi di testi: Telemachie, Cassandra, L’epitaffio di Orfeo. Tra le Epifanie, inoltre, fa la sua comparsa Arianna, dal labirinto di Cnosso fino all’incontro con Dioniso, il «divino danzatore». Soffermarsi sui versi di quei testi permette di accedere a una originale rilettura del mito, che a sua volta si fa sia mitopoiesi, sia dichiarazione di poetica: «Per un consiglio non vorrei/ interrogare gli astri il mare/ il buco nero che mi avvolge/ senza assorbirmi mai// Con le parole/ hai costruito navi/ fabbricato telescopi/ il buco nero era radice/ l’inchiostro dentro ogni marea// E adesso io non so parlare» (Telemachie), «C’era solo uno sbaglio/ nel vederci giusto:/ assecondare la visione» (Cassandra), «La notte miraggia/ labirinti/ Tu li percorri/ assetato di spiragli// Ma Arianna adesso è calva/ adesso amata/ dal divino danzatore// Il suo filo era una chioma», «Non cercare qui le tue parole.// La poesia non è dei morti ma/ dei vivi:/ è la loro urgenza che mi abita» (L’epitaffio di Orfeo).
Qui una dialettica sempre fruttuosa, in perenne inseguimento di contorni in apparenza evanescenti, ma sempre in contatto con la realtà.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIA EROVERETI

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"Non sappiamo…"
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Quando scivoleremo nell'ignoto
in un impenetrabile altrove
quando non saremo più carne
sarà il nulla
o una placida linfa nutritiva
diramante tra radici e fronde?
Forse migreremo nel cosmo
ondulanti fotoni
sciolti atomi primordiali
alla ricerca di una nuova stella.
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O invece torneremo
e "Quanti corpi
attraversiamo, in quante forme migriamo
braccati come lupi nella notte." -1
sempre con un cuore
implorante carezze?
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Non sappiamo…
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(gennaio 2026)
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"Tornerò"
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tornerò polvere senza più luce
a quella terra inebriante
che ha scoccato la scintilla
e infuso il respiro dei gelsomini
il sospiro sensuale della zagara
sepolti nei recessi dell'anima
eppure ancora vibranti
tra gli azzurri della memoria.
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Tornerò
tra ceneri che han germinato vita
forse a cogliere per un istante ancora
l'ebbrezza della primavera
e lo sfolgorio della luce primigenia
"come mai si fossero spente..." -2
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(aprile 2026)
MARIA EROVERETI
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1 Lorenzo Pataro, “Amuleti”, Ensemble Edizioni, 2022, pag. 72
2- Ispirata al componimento di Emanuela Dalla Libera “Tornerò”, dalla raccolta Canto per voce sola, Macabor Editore.
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.Erovereti affronta con sobrietà ed intensità uno dei grandi interrogativi dell'esistenza: il destino dell'essere dopo la morte. Il dettato è limpido, essenziale, privo di enfasi retorica, e costruisce una progressione meditativa che alterna ipotesi metafisiche e immagini cosmiche. L'opposizione tra il "nulla", la "placida linfa nutritiva", la dispersione negli elementi primordiali e la possibile reincarnazione amplia il campo della riflessione senza mai pretendere di offrire una risposta definitiva. Di particolare efficacia è il ricorso al lessico della natura e dell'universo ("radici e fronde", "fotoni", "atomi primordiali"), che conferisce un respiro universale e suggerisce una continuità tra la vita umana e il cosmo. Si rafforza il senso dell'eterno migrare dell'anima, mentre si chiude il cerchio con una sospensione interrogativa di grande forza evocativa. Ne risulta una poesia di tono filosofico, capace di coniugare semplicità espressiva e profondità speculativa, lasciando al lettore il compito di abitare il mistero senza dissolverlo. (A.S.)