sabato 29 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EMILIA BERSABEA CIRILLO

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Emilia Bersabea Cirillo: “Arsura” – ed. Telebinto 2025 - pag. 82 -- € 12,00
L’impatto, con le scelte metriche, le inconfondibili deviazioni dei significati, il tessuto lessicale e la trama sintattica, si offre in queste liriche con un quadro preciso di sperimentalismo, ben equilibrato e quasi sorprendente per le sue illuminazioni.
La poetessa riceve per il volume il primo premio al concorso Nazionale Aeclanum, che condivide una nota critica di notevole fattura.
“Arsura somiglia a un viaggio, - scrive Rossella Tempesta in prefazione- e non uno qualsiasi ma piuttosto a il viaggio, quello esistenziale per eccellenza, in cui la vita stessa consiste e nel quale il lettore viene coinvolto, cui partecipa pagina dopo pagina, seguendo – appena indietro di un passo – una guida limpida e sensibile qual è la voce della poeta stessa.”
Così una poesia, scelta a caso per interpretare il tragitto, si presenta come una meditazione sul tempo terminale dell’estate, ma progressivamente l’estate stessa diventa metafora di una stagione esistenziale giunta al limite. L’attacco, «Ultimi giorni ultime stanze ultimi fuochi», costruisce subito una scansione ossessiva attraverso la ripetizione dell’aggettivo ultimi: non si tratta soltanto della fine di agosto, ma della percezione di qualcosa che sta esaurendosi, di un tempo che non può essere recuperato. Anche l’espressione «offerte di vacanze last-minute», volutamente quotidiana e quasi prosaica, introduce una nota contemporanea: la società dei consumi tenta di vendere un’ultima possibilità di evasione proprio mentre il soggetto avverte il carattere irreversibile della fine.
Particolarmente efficace è il gioco fonico e semantico di «giorni consumati a consumare»: il verbo consumare si ripete trasformando il tempo in una merce che, mentre viene vissuta, viene anche dissipata. L’estate non è più sinonimo di vitalità e spensieratezza, ma diviene una stagione «acre», «quasi violenta», caratterizzata da un eccesso di luce, di attesa e di notte. La triplice ripetizione «troppa luce troppa attesa troppa notte» restituisce molto bene questa sensazione di saturazione: agosto non è semplicemente troppo caldo o luminoso, è un mese psicologicamente sovraccarico. Il discorso assume un tono più apertamente religioso e invocativo. Agosto è «il mese della festa / della santa Assunta al cielo», e la figura della Vergine viene evocata come possibile protezione dalla condizione dolorosa dell'io. Il «manto azzurro di misericordia» introduce un'immagine di grande tradizione iconografica mariana, ma la preghiera che segue è rivolta a una salvezza eminentemente esistenziale: «liberaci dalla solitudine / dall’uggiosa malinconia senza domani». Il passaggio dal semplice io al noi di «liberaci» allarga la sofferenza individuale a una condizione collettiva.
Cirillo qui possiede una buona compattezza tematica e procede con naturalezza dalla cronaca stagionale alla meditazione sul tempo e sulla solitudine. Interessante soprattutto l'alternanza tra linguaggio contemporaneo («last-minute», «consumati a consumare») e registro lirico-religioso («manto azzurro di misericordia»), che evita una poesia esclusivamente elegiaca e introduce una tensione tra quotidiano e sacro.
“Capita che una luce dimenticata riaffiori”, “I pensieri diventano polvere i desideri stelle introvabili”, “Una sorpresa dopo un’altra una speranza dietro alle finestre in quale luogo mi aspettano”, “Non sono mie le stanze di una casa che ritorna in mente nella controra”, “Raccolgo briciole di pane, resti di candele, tappi di bottiglia, spaghi corti, penne scariche”, “Il mondo non lo fermi perché se ne frega di te e va per la sua strada” – incisi che si alternano al ritmo della caducità e fanno della poesia un veicolo di messaggi dal sapore filosofico nella scansione ben cadenzata delle sillabe.
La parola nasce da un ascolto possibile della dilatazione temporale e determina un percorso che si alterna tra una tensione di ricerca e una dimensione di riferimenti.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 28 agosto 2026

RIVISTA = KENAVO'

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E' in distribuzione il numero di luglio della elegante e sobria rivista bimestrale "KENAVO'", ideata,realizzata e diretta dalla inistancabile Fausta Genziana le Piane- Un crogiuolo di scintillante cultura dedita alle indagini della creatività e della informazione.
Firmano questo fascicolo: Anton Checov, Fausta Genziana le Piane, Clara di Stefano, Francesco Liberti, Maria Rita Magnante, Paolo Carlucci, Anna Manna, Valentina Bandiera, Damiano Ricca, Paolo Ruffilli, Jacques Prevert, Roberto Casati, Antonio Spagnuolo, Elisabetta Tassi, Alessandro Montagna, Aurelia Rosa Iurilli, Gemma Ravanello, William Butler Yeats.
Nello "Scaffale verde" segnalazione di novità editoriali.
L'inserto è dedicato a La casa di Pierrem Lori / Il palazzo eccentrico.
Per contatti: faustagenzianalepiane@virgilio.it

lunedì 24 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUIGI TRISOLINO

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Luigi Trisolino: “Carnànima” – ed. Ensemble – 2026 – pag. 108 - € 15,00
Basta soffermarsi sul titolo, che da solo fonde anima e corpo, per immaginare il percorso che il poeta intende ricamare, invitando il lettore a passi risoluti di conoscenza e ad interrogarsi sul valore effettivo di alcuni incisi quotidiani: i diritti legali, la libertà e la responsabilità personale, il possibile grido di illusioni e speranze.
Divisa in cinque sezioni – Risorgendo il verso, Versi dalle Galizie, Segni ardenti, Veementi versi dall’Egitto e Fede, coscienza e missione – la silloge si distingue per una forma di scrittura intensa e visionaria, capace di unire l’amore, la spiritualità, la giustizia, la politica e il paesaggio in un’unica tensione poetica. La carne diventa luogo dell’esperienza umana, mentre la parola si fa testimonianza, resistenza e possibilità di rinascita, in un continuo dialogo tra il giornaliero e l’eterno.
La scrittura, volutamente incendiata da tensioni e contrasti, diventa uno strumento di resistenza, una lama che ferisce l’inerzia, ma al contempo una fiamma che può illuminare nuove vie di convivenza, quasi a voler accogliere le vibrazioni della conoscenza, unitamente ai segreti del sub conscio, da svelare con avidità.
Scegliendo a caso un componimento, per penetrare nella destinazione dell’identità, la poesia “Oltre il Millennio” si presenta come una meditazione sulla dimensione spirituale dell'esistenza e sulla capacità della fede di proiettare l'uomo oltre la contingenza del presente. L'avvio, «Misterica fede / che / riscopre magnificenza», introduce subito un'atmosfera sacrale, nella quale il mistero religioso diviene strumento di riscoperta della bellezza. La «romana Chiesa» non appare soltanto come istituzione, ma soprattutto come luogo simbolico, spazio della memoria, della luce e della trascendenza. Il riferimento al «Millennio ulteriore» amplia quindi la prospettiva: il tempo storico procede, ma la poesia cerca ciò che permane oltre il tempo, «verso il sapore dell'eterno».
Significativo è il rapporto fra presente e trascendenza. «Abitiamo dolci e veementi il / Presente» suggerisce una partecipazione intensa alla vita concreta, all'azione e alla creazione; ma immediatamente questa esperienza viene oltrepassata attraverso il «trascendendo l'immanente». Il poeta costruisce così una sorta di itinerario ascensionale: dal presente all'oltre, dall'ora all'eterno, dalla realtà visibile a una dimensione spirituale appena intuita. La Chiesa diviene infine una «soave casa», una «venatura di luce», immagine delicata di una possibile dimora nell'immenso. L'ultima parola, «Oltre», lasciata isolata, funziona quasi come una soglia: la poesia non conclude veramente il suo discorso, ma lo apre verso l'infinito. Una forte tensione spirituale e un lessico volutamente solenne, adatto alla materia religiosa, adatto alla speculazione filosofica, adatto alle particolarità intellettive, sono capaci di trasformare la realtà istituzionale in luogo interiore e metafisico. Anche la disposizione spezzata dei versi conferisce alle poesie di Trisolino un andamento che oscilla cromaticamente fra il contemplativo, quasi liturgico, e il deferibile, tra il sussurrabile e il tragico, dove il pensiero metafisico si trasforma in immagine, quale ascesa dal tempo contingente all’eternità.
Trisolino nei suoi ritmi presenta come una meditazione inquieta sul destino della poesia e sul rapporto, sempre problematico, tra il verso e la realtà storica. L’attacco, rivolto ai «signori" e alle "signore di quest’era», assume il tono di una interrogazione quasi profetica: le lacrime della Vergine Maria, immagine della sofferenza sacralizzata, possono davvero «scendere» nella storia e modificarla, oppure restano soltanto un segno di pietà e di dolore? La domanda religiosa diventa così una domanda più ampia sul senso dell’arte: che cosa può realmente fare la poesia di fronte al male, al potere del denaro, alla crisi delle coscienze?
Il poeta colloca se stesso e gli altri poeti in una dimensione insieme «mistica» e marginale. I versi sono «scolpiti inutili ma grondanti / dalle vene», dunque apparentemente improduttivi, incapaci di incidere immediatamente sulla realtà, ma autentici perché nascono dal sangue, dalla sofferenza, da una necessità interiore.
Particolarmente significativa è l'ammissione: «un’inutile filastrocca / m’ha salvato la vita». Qui l’apparente inutilità della poesia si rovescia nel suo contrario: ciò che non produce ricchezza, potere o successo può tuttavia diventare indispensabile alla sopravvivenza spirituale. Egli preferisce «far più di verso che di conto», scegliendo consapevolmente la fedeltà alla propria vocazione contro la logica degli «apogei monetari». Il ritorno di Cristo «sulle acque» introduce infine una dimensione escatologica: il poeta attende un possibile riscatto, consolando con il proprio verso il dolore che ci corrode.
Un nostalgico desiderio di tessuto esistenziale diviene per lo scrittore una sorta di temporalità radicata e viscerale, che non esclude la drammatica consapevolezza della miseria umana. L’inclinazione formale del processo creativo è in queste pagine trattenuta egregiamente in un voluttuoso abbandonarsi alla scrittura per rivelare il verbo coniugato alla storia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 23 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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L’alambicco di thanatos e l’algoritmo della carne: pragmatica ed equilibri clinici in "Levigare il finale" di Antonio Spagnuolo
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Anatomia di un congedo: lo stile tardomodernista e la pragmatica del gancio
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L’esperienza della lettura di "Levigare il finale" (la Valle del Tempo, 2026) di Antonio Spagnuolo non si configura mai come una quieta deambulazione nell’ortus conclusus della memoria, né tantomeno come un repertorio di eleganti consolazioni liriche. Siamo al cospetto di un cantiere anatomo-poetico di rara e spietata precisione, un’opera in cui la parola - scarnificata, sottoposta a trazione meccanica e farmacologica, esposta ai chiaroscuri della carne e del circuito binario- rivendica una valenza pragmatica assoluta. Il gesto versificationario di Spagnuolo agisce come un dispositivo di chirurgia semantica: non descrive la dissoluzione: la precipita e la misura. È una silloge tardomodernista d’eccellenza, a causa della capacita clinica e vertiginosa di orchestrare l’attrito tra l’esattonomia gnomica e la deriva biologica dell’individuo. L’andamento della scrittura procede per vettori ellittici e torsioni sintattiche che ricordano l’esattezza diagnostica e la spietatezza formale tipica delle affilate prose critico-poetiche contemporanee. La lirica non è eufonia, è un’impalcatura che traballa e resiste sotto il peso dell’ontologia. I titoli delle poesie - brevi, perentori, tessere di una cartella clinica dell’anima come Lorazepam, Placebo, Baal, Sbalzi, Licantropo o L’amore resta- funzionano da inneschi deittici. Essi perimetrano il campo di battaglia tra l’entropia del corpo e la disperata tentazione di una ‘sutura’ linguistica. La pragmatica del testo sposta continuamente l’asse dell’enunciazione: l’autore non parla della morte o dell’amore, dialoga dalla ferita stessa, posizionando l’interlocutore in un’attesa sismica dove l’enunciato diviene atto performativo (illocutionary act).
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Il raffronto poetico-filosofico: da Cioran e Han alla cattedrale di plastica del Realismo Terminale
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Per comprendere la portata di questo lavoro occorre posizionarlo al crocevia dei dibattiti filosofici e poetici contemporaneissimi. Quando Spagnuolo scrive in Tregua: «Datemi cinque minuti per sgombrare la mente / dagli elefanti di Annibale, dalle Idi di Marzo, / dai pensieri di Schopenhauer, dai gas della Shoah... / per tuffarmi nell’Intelligenza Artificiale, che potrebbe dirmi / perché non riesco a colloquiare con i defunti» assistiamo a una straordinaria collisione di codici. Vi è un’eco diretta della stanchezza ontologica formulata da Byung-Chul Han nella sua critica alla società dell’iper-trasparenza, unita all’inconsolabile e ironico nichilismo di Emil Cioran. L’accumulo della memoria storica e filosofica si infrange contro l’asettica barriera dell’algoritmo, dimostrando come la tecnica contemporanea non sia in grado di estinguere la domanda metastorica sul lutto. Sotto il profilo strettamente letterario, il dialogo con il Realismo Terminale (esplicitato nella lirica L’amore resta) rappresenta un vertice d’invenzione e di rigore. L’autore non si limita a compiere una pedissequa elencazione di oggetti o residui industriali, opera una reificazione dei sentimenti che trova riscontro solo nelle vette di poeti coetanei del panorama internazionale e nazionale (si pensi alla poesia dell’oggetto di Guido Oldani o alle strutture ossessive di Milo De Angelis e Antonella Anedda). Scrive Spagnuolo: «Non c’è più tempo per boccioli rigidi, / solo vetro che riflette un volto stitico. / La città si sbriciola nei telefoni della Tim... / L’amore si traveste da errore di sistema: / un grido al giorno per ciambelle al pesto. / Resta nei file corrotti della memoria... come forchetta intonsa da piegare» L’amore non è più il principio metafisico dantesco o petrarchesco, ma un ’file corrotto’, un relitto di plastica o metallo - una ‘forchetta intonsa’- che resiste nel circuito gastroenterico della modernità fallita. Il confronto filosofico s’impone naturale anche con Quentin Meillassoux e il Realismo Speculativo: la materia e l’oggetto sopravvivono all’intenzionalità umana, testimoni muti e grotteschi del nostro transito.
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Meccanismi testuali, pragmatica formale e critica letteraria analitica

Analizzando il testo sotto la lente della Analytical Literary Criticism e della teoria della pragmatica linguistica, Levigare il finale rivela una struttura retorico-argomentativa estremamente sofisticata. I meccanismi testuali si reggono su tre direttrici essenziali: il testo fa un uso sistematico e deliberato di directive speech acts e expressive speech acts (Austin, Searle). In componimenti come Silenzi («Bruciate tutto! / Che non rimanga niente / di questo mio percorso») l’enunciato imperativo non ha una semplice funzione retorica, costituisce un perlocutionary effect volto a cancellare il testo stesso mentre viene fruito. L’uso continuato della deissi personale e temporale (deictic anchoring) connette l’«io» poetico a un «tu» indefinito o drammaticamente assente («Ho bisogno di te!», in Nudità), creando un cortocircuito pragmatico in cui l’allocutario è al contempo la donna amata, il lettore e il vuoto cosmico. Attraverso il meccanismo delle pragmatic implicatures (Grice), Spagnuolo viola sistematicamente le massime di relazione e di modo per generare scarti cognitivi. Nella poesia Lorazepam: «Cosi svanisci nel farmaco, / mezzo Lorans appena, / per rintracciare quei nodi della gioventù» il presupposto (presupposition) è che la salvezza o il recupero anamnestico non avvenga tramite la catarsi spirituale, ma mediante la modulazione chimica dei neurorecettori GABA. Il termine medico fa irruzione nel tessuto lirico interrompendo il decoro formale e imponendo un frame cognitivo di tipo clinico-psichiatrico.
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Neuroestetica e sociologia/politologia dell’arte: il corpo reificato e il mercato del sacro
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Dalla prospettiva della Neuroestetica (Semir Zeki, Eric Kandel), le composizioni di Spagnuolo stimolano una marcata reazione nei circuiti della percezione somatosensoriale e specchio (mirror neurons system). La frequenza di vocaboli legati alla propriocezione e al trauma corporeo - ’pelle’, ’ossatura’, ’bronchi’, ’sangue’, ’taglio’, ’bisturi’, ’palpeggio’- attiva una simulazione incarnata (embodied simulation, Gallese). Si veda l’incipit de L’idea: «Balena e rimbalza più volte nella mente / come incisione di bisturi all’inconscio». L’esperienza estetica non è contemplazione distaccata, è sinestesia dolorosa in cui il cervello del lettore risponde alla stimolazione sintattica come a una reale sollecitazione tattile e nocicettiva. Al contempo, sul versante della sociologia e politologia dell’arte, la seconda sezione della raccolta, dedicata alle ‘Poesie per mostre di pittura’, offre uno spaccato impietoso della mercificazione della cultura nella tarda-modernità capitalistica. Spagnuolo demistifica l’evento artistico espositivo, cogliendone il carattere di feticcio e di consumo turistico passeggero. In Fiere e colori (Per Around Overtourism) o in Ogni agone, la critica al sistema della riproducibilità tecnica e dello show-business culturale si fa tagliente: «...ed ora è vetrina, ed è prezzo, / è calcolo freddo per medaglie d’acciaio / Col peso del logo che risalta nel vento». L’arte non è esente dalle dinamiche del biocapitalismo: la poesia registra la riduzione del gesto estetico a ‘logo’ e ‘prezzo’, tenendo aperta la possibilità di una sovversione marginale, dove la pittura o il verso tornano a essere ‘altare terreno’ o ‘scintilla nel caos’.
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Conclusione
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Per tirare le somme di questa analisi in modo chiaro e diretto, svincolandoci per un attimo dai tecnicismi accademici senza nulla togliere al rigore della disamina, occorre riconoscere a Levigare il finale un merito raro nel panorama poetico odierno: la capacita di dire la verità senza rifugiarsi in facili consolazioni o in estetismi di maniera. Antonio Spagnuolo ci consegna un libro lucido e coraggioso. È l’opera di un autore che non ha paura di mettere affianco i grandi miti della storia, la preghiera e l’amore con i dettagli prosaici e crudi della nostra quotidianità: le medicine per l’ansia, la spazzatura digitale, le pieghe del corpo che invecchia, i fogli di plastica e i circuiti elettronici. La poesia non fa da belletto alla realtà, funziona come uno specchio affilato. Ci mostra che, anche quando tutto sembra ridursi a polvere, rumore di fondo o errore di calcolatore, la ricerca di un senso - di una ‘traccia impressa nella carne’- rimane il nostro gesto più umano e ostinato. In conclusione, Levigare il finale riesce a unire una profonda maestria formale a un’urgenza espressiva autentica. È un testo che non si limita a farsi leggere, pretende di essere interrogato, lasciando nel lettore un’eco duratura, come una cicatrice rimarginata e sempre visibile.
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IVAN POZZONI

sabato 22 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI : GIUSEPPE CARLO AIRAGHI

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Giuseppe Carlo Airaghi : “L’unione arbitraria delle singole parti” – Ed. Chiare voci – 2025 – pag. 265 - € 13,00
“Poesie scelte e rivisitate 2013-2023” organica antologia di testi che hanno segnato rigorosamente un tragitto di ricerca della parola per un’ampia risonanza di memorie e di formule dal giro policromatico dei tempi.
Il piluccare pagina dopo pagina di appuntamenti, che rappresentano e sono determinanti nell’intera canzone, imprigionati tra riflessi in penombre e scavi programmati nel sub conscio attraversi gli anni.
Mi piace scorrere velocemente e soffermarmi in equilibrio ad una poesia in particolare: “Ci inchiniamo”, quasi esemplare di un dire che si apre al canto.
Essa costruisce una lucida rappresentazione della società contemporanea attraverso la metafora dell’inchino: un gesto che, nato come segno di rispetto o di deferenza, diventa qui il simbolo della disponibilità a piegarsi alle convenzioni, agli accomodamenti, agli interessi reciproci e alle ipocrisie condivise. Il plurale del titolo e dell’intero testo — ci inchiniamo, ci restituisca, recitiamo, sosteniamo, applaudiamo — è significativo: il poeta non si pone al di fuori del sistema che denuncia, ma vi si riconosce come partecipe. La critica, dunque, non è rivolta soltanto agli altri, ma coinvolge una collettività nella quale ciascuno, in misura diversa, accetta il compromesso.
Un’ironia sottile è il rapporto con la natura e con la luce del sole, normalmente associato a una dimensione liberatoria, trasformato in una sorta di esercizio rituale. Si spera che quel gesto possa sciogliere la tensione delle spalle e rendere nuovamente «agili», ma l’agilità che segue non serve a conquistare una libertà autentica: serve soprattutto a «scansare / gli assalti frontali», a evitare lo scontro, a sopravvivere dentro una realtà fatta di obblighi e piccoli problemi quotidiani.
Particolarmente efficace il passaggio dalle grandi questioni sociali alle conserve acquistate in offerta, alla dispensa, alla pentola e alla cena che bolle lentamente. Il linguaggio concreto e domestico abbassa volutamente il tono della denuncia.
Dominante l’inciso: «A turno recitiamo la parte assegnata». La società appare come un palcoscenico nel quale gli individui non sono più persone pienamente libere, ma interpreti di ruoli prestabiliti. Si applaude chi ci ha applauditi in precedenza, non per autentica stima, ma per reciprocità e autodifesa. L'applauso diventa così una moneta di scambio, esattamente come l'inchino iniziale.
Nella raccolta molte poesie possiedono una forte vena satirico-civile, sostenuta da un linguaggio volutamente quotidiano e antiletterario. Il pregio maggiore consiste nella capacità di far convivere il domestico e il sociale: le conserve, la dispensa, la pentola, il giacinto, l’attesa, lo smussare il filo, diventano oggetti emblematici di una più vasta economia del compromesso. Molto efficace anche l'alternanza delle metafore dell'inchino, del salotto e del teatro, dell’estate che acceca, che danno progressivamente forma alla denuncia.
Airaghi fa i conti degli anni trascorsi e rivolge la propria attenzione al quotidiano, al monotono radicarsi di un viscerale, imbevuto da una sorta di temporalità, che non ha soltanto dimensioni spaziali, ma privilegia il processo del trasversale che attraversa i ritmi della consapevolezza. Nove i volumi riveduti, dai quali le scelte consapevoli di composizioni che riescono a pennellare con variegate incursioni un panorama degno dell’acquerello. “Un segno di vita inascoltata prima di rintanarsi”, “Le grida dei bambini liberate nei giardini”, “La rotta di ritorno ad Itaca”, “Alle muse non ho più nulla da chiedere”, “Per scrivere poesie sincere è necessario essere innocenti”, “Da questa terra stagioni imbestialite”; “Riapriremo le imposte alla luce che entrerà senza cerimonie”, un susseguirsi ondeggiante di pensieri e di figurazioni dettate da una scrittura morbida e accattivante.
In modi diversi nei suoi versi si possono accarezzare illusioni, previsioni, frammenti di una complessità affascinante, confessioni sussurrate, cenni consolatori e impennate del fato.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 20 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

UN RICORDO DEGLI ANNI DELLO SCORSO SECOLO IN CUI ERO ALLA RICERCA DELLO SPERIMENTALISMO