venerdì 13 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANCARLO BARONI


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Giancarlo Baroni: “Brevi Brevissime” – Ed. Bertoni – 2025 – pag. 90 - € 15,00
Giancarlo Baroni (1953) continua a sciorinare il suo bagaglio culturale con alcune composizioni che attualmente si distinguono tutte per una “brevità” di compilazione la quale fa balzare di volta in volta tra la sorpresa e l’indagine, tra il fulmineo e il pittoresco, tra l’adagio e lo speculativo. Forse il poeta tenta di ricucire decine e decine di fotogrammi per realizzare una corposa corona di folgorazioni in un’antologia che racchiude poesie brevi e brevissime, come annuncia il titolo, composte in trentacinque anni e che procede senza riferimenti temporali. La divisione in capitoli si basa sulla loro lunghezza, iniziando da 8, con liriche di otto versi, fino ad arrivare a 2, le brevissime appunto.
Nella nota al termine del libro l’autore afferma: «Queste poesie tentano di raggiungere il lettore rapidamente ma senza fretta. In parte inedite e in parte no; alcune sono frammenti di poesie più ampie».
Appaiono gli animali, la Storia e i suoi personaggi, l’arte e gli artisti, l’osservazione del mondo e delle cose, le figure mitologiche e i demoni, molte volte con il tocco di una sottile ironia che giova al ritmo serrato delle sillabe. Mi piace leggerne insieme una a caso per centellinare gli stratagemmi della scrittura.
“Veleni”
Stremato dalla difficoltà del compito
alla fine si riposò. D’altronde Atlante
si era affaticato per molto meno. Allora
come un aspirante mattatore
che sfrutta l’infortunio del collega
per levagli la parte emerge il Disordine
sciorinando nella scena i suoi veleni.
Una poesia che mette in scena, in forma allegorica, il momento in cui l’ordine del mondo vacilla a causa della stanchezza di chi lo sostiene. Una figura che, sopraffatta dalla difficoltà del compito, è costretta a fermarsi e a riposare. Il riferimento ad Atlante, il titano della mitologia greca condannato a sorreggere la volta celeste, introduce subito una dimensione simbolica: se persino Atlante si era affaticato “per molto meno”, allora il peso che grava sul protagonista appare ancora più gravoso, trasformando la fatica individuale in metafora della responsabilità di mantenere equilibrio e ordine.
Nel momento in cui questa forza ordinatrice cede, anche solo temporaneamente, entra in scena il “Disordine”. La sua comparsa è descritta con un paragone teatrale: come un aspirante attore che approfitta dell’infortunio di un collega per sottrargli la parte, il Disordine si inserisce nello spazio lasciato libero. Il mondo diventa così una sorta di palcoscenico in cui le forze opposte – ordine e caos – si contendono il ruolo principale. L’immagine del “mattatore” accentua l’idea di opportunismo e di spettacolarizzazione: il disordine non arriva con violenza improvvisa, ma con una sorta di esibizione, quasi compiaciuta.
L’ultimo verso, con l’espressione “sciorinando nella scena i suoi veleni”, rafforza questa visione teatrale e suggerisce che il disordine si diffonde lentamente ma in modo pervasivo. I “veleni” sono le conseguenze della perdita di equilibrio: confusione, degradazione, crisi. Nel complesso, la poesia riflette sulla fragilità dell’ordine e sulla facilità con cui il caos può prendere il sopravvento quando chi lo sostiene viene meno. Bastano una pausa, una stanchezza, una distrazione perché il disordine trovi spazio e si imponga come protagonista.
E l’esempio proposto avverte che l’atmosfera di tutta la silloge si sviluppa con la densità simbolica e con l’efficace fusione di registri culturali diversi. Lo strumento del poeta accresce la gratificazione e l’interezza dell’elaborato diviene in fine un agile saltellare tra dimensioni variabili e affreschi pittorici di notevole spessore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 12 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA


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Adriana Mastropasqua: "Sinestesia in divenire" - Ed. La valle del tempo 2026 - pag.56 - € 12,00
Primo premio al concorso "L'assedio della poesia 2025"
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– La poesia nasce spesso dall’incontro fortuito tra emozioni, immagini e parole. Tuttavia, il vero poeta non si affida ciecamente al caso: lo sfida, lo piega, lo trasforma. Attraverso l’arte della scelta e della forma, la poesia riesce ad aggirare l’imprevedibile, creando ordine dal caos. Ogni verso, pur nato magari da un’intuizione casuale, viene cesellato con cura, guidato da un’intelligenza emotiva che sa cogliere il senso nascosto dietro l’apparente disordine. In questo modo, la poesia si fa alchimia: trasforma l’accidentale in necessario, l’effimero in eterno. E’ possibile con la poesia offrire quel mistero incontrollabile che si propone quotidianamente come un abbraccio universale che traccia sospensione cromata dei sentimenti e tenerezze di una melodia. La casualità diventa così materia prima, non ostacolo, e il poeta, come un artigiano paziente, sa ascoltare il caso senza esserne schiavo, piegandolo a una visione più alta e consapevole.
*- Le poesie qui raccolte si impongono all’attenzione della critica per la loro capacità di coniugare limpidezza espressiva e profondità simbolica, in un dialogo costante tra elemento naturale e tensione interiore. La parola poetica si muove con passo lieve ma consapevole, facendo della natura non un semplice scenario, bensì un organismo vivo, specchio e misura dell’umano.
Non mancano richiami di figure classiche e mitologiche, ma l’autrice costruisce un raffinato contrappunto tra realtà quotidiana e colorazione dell’immaginazione, tra aria e mare, tra palpabile e sussurrabile. L’aria, elemento della leggerezza e dell’aspirazione, viene interrogata nei suoi limiti: “non sai interpretare i rivoli di schiuma”, “non sai contare il passo delle onde”. È una sottrazione sapiente, quasi una pedagogia del vuoto. L’aria, simbolo di libertà e spiritualità, non possiede il linguaggio profondo dell’acqua, non sa “strappare parola al fondale”. L’immagine del “cefalo affamato” che non può essere salvato con l’aria introduce un improvviso scarto etico: la poesia non è evasione, ma confronto con la realtà concreta, talvolta crudele.
Eppure, proprio nella leggerezza si annida la speranza. La coccinella che “si arma” e “spira leggiadra” diviene emblema di una forza minuta ma invincibile. Qui la scrittura si fa quasi epifania: la levità non è superficialità, bensì capacità di elevarsi sopra il peso del mondo. La speranza non è declamata, ma affidata a un’immagine essenziale, pura, che vibra di silenzio e luce.
In un secondo testo, il motivo del viaggio amplia l’orizzonte simbolico. Il confine di Ventimiglia si apre a una dimensione europea e culturale, evocando la pittura moderna attraverso le “bagnanti” di Paul Cézanne e la circolarità armonica di Henri Matisse. Il dialogo con l’arte figurativa non è citazione ornamentale, ma immersione: la voce poetica entra nel quadro, danza, forma un cerchio. La perfezione diventa gesto condiviso, esperienza comunitaria. Il “Mistral” che bussa alle porte introduce un vento mitico, battezzato “Eolo Ciclope”: una fusione di mito classico e immaginazione personale. Il vento si fa forza di trasformazione, “ondate nuove di ribellione”. La poesia assume allora una dimensione civile: il viaggio non è soltanto geografico o estetico, ma interiore e storico. Perdersi “al centro del mondo” significa attraversare crisi e smarrimenti per approdare a una consapevolezza più ampia.
Per il premio assegnato le motivazioni sono molteplici, in special modo se teniamo presente i vari tentativi di sperimentalismo che vengono giocati in questi ultimi anni nel panorama culturale, che ci avvolge e che molto spesso travolge, dimenticando la genuinità dell’espressione poetica che ha sempre bisogno di ritmo e musicalità, di scansione delle sillabe, di scioglimento di quel groviglio interiore che corrode inaspettatamente le nostre circonvoluzioni cerebrali.
La cifra stilistica dell’autrice si distingue per l’uso calibrato dell’enjambement, per la musicalità sobria e per la densità iconica delle immagini. Ogni verso appare scavato, essenziale, privo di ridondanze. L’elemento naturale — aria, acqua, vento — si intreccia con il mito e con l’arte, componendo un tessuto poetico che unisce memoria culturale e tensione contemporanea.
Per la capacità di fondere leggerezza e profondità, visione estetica e interrogazione morale; per l’originalità con cui il paesaggio naturale si trasfigura in simbolo universale; per la maturità stilistica che coniuga limpidezza e suggestione, quest’opera merita pienamente un riconoscimento. La sua voce, insieme delicata e ferma, sa portare “nuova speranza”, anche se purtroppo tutti noi ci illudiamo di ritrovare una pace universale nel panorama civile e morale contemporaneo.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 8 marzo 2026

POESIA = CINZIA ROTA


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"IL PASSO TRATTENUTO"
-
Sull’orlo del tramonto il vento scioglie il mio nome,
alcune rose cadono lente in un vuoto d’aria,
il bianco indossato vibra, come l’onda del suono
tra voli obliqui di gabbiani fusi alla memoria.
Rimango ferma, eppure in me, tutto migra,
come se il passo trattenuto fosse già un ritorno,
e l’onda che mi sfiora, aprisse la soglia più integra
e il silenzio s’allunga, mi chiama nel suo giorno.
Così ti lascio andare, lieve, all’orizzonte che inclina,
mentre un petalo sospeso impara a non cadere
e la brezza m’incanta, mentre nel suo respiro t’avvicina,
come un destino che s’apre, senza chiedere misura.
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"VELLUTO
-
Avanzo,
l’incedere tatuato dalla memoria.
Sono stata ferma qualche tempo,
ma non ho dimenticato nulla.
La quiete non mi ha spento:
ha cesellato solo la mia carne,
il giusto intervallo necessario.
Non vedo più la gente,
scivola ai margini, sfocata
in un affresco, intravisto lontano.
Il mio respiro m’avvolge, mi parla,
la sua voce è vera come una parola.
Ciò che sono stata, adesso sono.
Non cerco musica negli altri,
sono intera.
Non mi spaventa più la folla:
resta fuori, come un rumore.
Sono qui, con me,
respiro solitudine di velluto…
E qui, comincia la mia storia:
Sono tornata.
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"IL BACIO"

L’aria cede alla notte,
vede più di quanto dice,
lieve, s’apre la soglia.
Tra pelle e parola
trema un segreto.
Si slaccia alla bocca,
un filo d’acqua
che inciampa nella luce.
Tace, poi piano piano
risale, un segreto,
un’ombra sulle labbra
ch’evapora, al sole.
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©𝐂𝐢𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐑𝐨𝐭𝐚 * 𝐂𝐨𝐩𝐲𝐫𝐢𝐠𝐡𝐭
Legge sulla proprietà intellettuale. n. 633 del 22.04.1941

sabato 7 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LAURA CHIARINA


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Laura Chiarina: “Cercando il senso” – Ed. Divina follia – 2025 – pag. 70 - € 14,00
Una raccolta di poesie intensa e sorprendentemente attuale, sia per i contenuti policromatici, sia per la maniera di disporre i versi sul foglio. Già dal titolo emerge il cuore del libro: la continua, ostinata ricerca di un significato che dia direzione all’esistenza. Capacità di unire la profondità del pensiero alla immediatezza dei fotogrammi che scatta pagina dopo pagina. L’indagine del fremito interiore, dei piccoli gesti quotidiani, delle immagini familiari, delle appassionanti visioni è il ventaglio di un racconto, nell’esplosione dei sentimenti, ed invita alla ricognizione tra limpido e ombroso, tra suggestioni e dubbi, tra essenziale ed arcano. C’è anche una vena critica verso la società contemporanea, segnata da consumismo e alienazione, ma anche un filo di speranza che corre tra i testi.
La natura, fiumi, papaveri, stagioni, non è semplice sfondo, bensì voce guida che indica la via verso alla pari del tremore dei sentimenti “dall’inesprimibile sapore/ come semi dell’uva”.
“Non rimane che resistere
in bilico sull’antinomia
-poiché man mano
frammenti
d’un ragionamento cristallino-
confermano che nulla
si può conoscere
è come un soffio
la percezione
dell’Oltre
che fa di noi Verità
assieme al fiore che dura
la sua fragranza nel deserto
al pasto macabro
della iena
al breve volo della farfalla
al sovrastare dell’aquila
quale Verità Altra
se non un immaginario
-percepito
Incompleto infinito-
(vano tentativo di circoscriverlo)
In una parola
accade si risolvano enigmi
in un solo sillogismo
incrociando l’Oltre
nello sguardo nuovo
e arcaico di un bimbo.”
*
La poesia si sviluppa come una riflessione filosofica sul limite della conoscenza umana e sulla tensione continua tra razionalità e mistero. Fin dai primi versi emerge l’immagine dell’uomo “in bilico sull’antinomia”, cioè sospeso tra opposti che non possono essere facilmente conciliati. Il poeta sembra suggerire che, nonostante i tentativi della ragione – evocati nei “frammenti d’un ragionamento cristallino” – la realtà ultima rimane inafferrabile, poiché “nulla si può conoscere” in modo definitivo. Tuttavia questa constatazione non genera disperazione, ma apre piuttosto a una dimensione più ampia della percezione. L’“Oltre” appare come un’intuizione lieve e improvvisa, “come un soffio”, che attraversa l’esperienza del mondo naturale. Le immagini del fiore nel deserto, della iena, della farfalla e dell’aquila delineano un mosaico di vita in cui bellezza, crudeltà, fragilità e potenza convivono. In questa varietà si manifesta una “Verità Altra”, non completamente definibile dalla mente umana, ma percepibile come un infinito incompleto, che sfugge a ogni tentativo di essere racchiuso in formule.
Particolarmente efficace è il finale, dove la soluzione degli enigmi non avviene attraverso una complessa costruzione logica, ma nell’incontro con lo sguardo “nuovo e arcaico di un bimbo”. L’infanzia diventa così simbolo di una conoscenza intuitiva e originaria, capace di accogliere il mistero senza ridurlo.
La poesia si distingue per la sua densità concettuale e per l’intreccio armonioso tra pensiero e immagine, offrendo una meditazione profonda che invita il lettore a riconoscere la bellezza dell’incompiuto e dell’indefinibile.
La molteplicità delle incisioni poetiche dettate da Laura Chiarina sono così evidenti in tutta la stesura, tali da lasciare aperta ogni indagine, quasi un corpo a corpo con il modo che ci avvolge, quasi come il sasso lanciato in uno stagno che genera onde di precisa fattura e stacca frammenti di sospensione speculativa.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

TRADUZIONE = ANTONIO SPAGNUOLO

"LA TUA "FORMA"
Ogni giorno il tuo profilo sparisce,
anzi dissolve:
non posso credere che il nulla
sia la tua forma.
Ho parlato alle stanze mentre il vuoto
corrode la mia rassegnazione,
declinando preghiere inaspettate,
rincorrendo tratteggi colorati,
ma non ritrovo.
Il mio respiro ha gli angoli del muro,
ha il taglio lontano di memoria,
nel freddo che discioglie le dita.
Il ritorno non è più promessa
inchiodata alle macchie di una inutile speranza.
**
“FIINȚA TA”
Cu fiecare zi profilul tău se șterge
ba chiar se mistuie:
nu pot să cred c-acest neant
e chiar ființa ta.
Am stat de vorbă cu încăperile în timp ce vidul
îmi corodează resemnarea,
asfințind rugăciuni neașteptate,
luând urma unor hașuri colorate,
dar n-o regăsesc.
Răsuflarea mea are muchiile zidului,
are tăișul depărtat al memoriei,
în frigul ce dizolvă degetele.
Întoarcerea nu mai e făgăduință
țintuită de petele unei zadarnice speranțe.
*
Versisone romena di GEO VASILE

venerdì 6 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SALVATORE OROFINO


Salvatore Orofino: “Ciao, sono Luca” – Ed. Zona 2025 – pag. 166 - € 20,00
(prefazione di Plinio Perilli)
Una silloge corposa che si presenta apertamente come “prosa poetica”, ricca com’è di pagine che raccontano e ricamano, sussurrano o declamano, affondano tra le pieghe della memoria o scavano con arguzia nel sub conscio, non impiegando mai il ritmo del verso classico.
Mi piace focalizzare la mia indagine prendendo spunto da una delle prime composizioni: “Da quanto tempo segui la strada laterale, la sua faccia mentre chiude la porta o quando l’aspetti con il cappotto ripiegato sul braccio e pensi di non avere il fiato lucido ma un respiro corto./ Così doppi le stanze con questa misura molecolare di desiderio, com’è doppio l’amore che provi per lei nelle sale d’attesa; anche il dolore all’ingiù a volte è doppio, esattissimo./ È la nostra storia vera fin nei minimi particolari./ La passione incendiata in pochi metri, che riesce longeva verso la finestra, le finestre alte, respira tanti chilometri di vestiti bruciati tra le tue ginocchia.”
La pagina costruisce un piccolo teatro dell’attesa e del desiderio attraverso immagini quotidiane e insieme estremamente concentrate. Fin dal primo verso — “Da quanto tempo segui la strada laterale” — si avverte un movimento marginale, quasi nascosto: la “strada laterale” suggerisce una relazione che procede ai bordi dell’esistenza ordinaria, in uno spazio discreto e appartato. L’immagine della “faccia mentre chiude la porta” o dell’attesa con “il cappotto ripiegato sul braccio” restituisce una scena precisa, domestica, ma attraversata da un’emozione trattenuta. Il soggetto sente di non avere “il fiato lucido”, ma “un respiro corto”: l’amore non è qui un’illuminazione limpida, bensì un’esperienza fisica, quasi affannosa, che modifica il ritmo stesso del corpo. Compare una delle immagini più originali: la “misura molecolare di desiderio”. Espressione che introduce una dimensione scientifica, minima, quasi invisibile, per descrivere qualcosa di intensamente emotivo. Il desiderio non è rappresentato come slancio grandioso, ma come una sostanza che permea lo spazio stanza dopo stanza, come se ogni gesto e ogni attesa fossero unità infinitesimali di una stessa energia affettiva. Anche l’amore è “doppio”, così come “doppio” può essere il dolore: questa duplicazione suggerisce una relazione complessa, fatta di intensità parallele, di felicità e sofferenza che si rispecchiano con una precisione quasi matematica (“esattissimo”). Raccontare attraverso i minimi gesti, con a volte precisione dei particolari e dove l’immaginario diventa apertura dell’intimità.
Così rigo dopo rigo Salvatore Orofino riesce a tessere per tutte le strofe un’intensità metaforica che fonde registri diversi ed immagini molto spesso fortemente sensoriali e corporee, con scrittura controllata, evitando agilmente impatti che potrebbero lasciare indecisioni.
“Attende cose sparite con la corda delle dita, le pieghe delle unghie all’infinito in gola. / Lei è davanti a lui gli entra nel fiato, il respiro stinge/ una sola forma lineata, poi si commuove.”
Figure che giungono fulminando, tratteggi che stordiscono, ombre e luci avvolte nella memoria, stanze scelte per il tempo minimo, pensieri che volteggiano, illusioni che affogano, desideri che potrebbero essere doni.
Ma: “Anche l’amore muore in un cassetto o in una curva perfetta di velluto rosso” per ricordare al lettore la fugacità dell’esistenza.
Capitoli in progress, elegantemente introdotti dalle foto di scacchi, che danno sobrietà ed equilibrio alla scrittura, tutta tesa in guizzi di sapienza, di cultura, di emozioni, tra formule sapienziali e turbamenti, tra atti di fede o improvvise cessioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


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ANTONIO SPAGNUOLO, Dissolvenze e sussurri, La Valle del Tempo, Napoli, 2025 - pag. 60 - € 14,00
Il tempo e la memoria costituiscono il sotteso filo conduttore dell’ultima raccolta di poesie che Antonio Spagnuolo propone ai lettori. Non è casuale la scelta del titolo che affida, a mio avviso, la dissolvenza allo scorrere inesorabile del tempo, mentre la memoria tiene accesa la fiamma del ricordo che a volte è colmo di rimpianto o di malinconia, altre invece di vita fatta di carne e desiderio nel ricordo della persona amata. Non è un caso che la poesia che apre la raccolta così concluda: «In ogni dissolvenza c’è la traccia / di quella gioia che sorvola fantasie (Bluesky/word)», anche se il poeta è consapevole che solo la realtà virtuale può restituirgli oggi il senso di quella che un tempo era vita. È il piccolo mouse «che tallona ogni linea / incisa nella memoria», mentre il fantasticare fa rivivere frammenti che consentono di «tuffarsi verso fiamme che destano memorie», trasformando «i sussurri in un prodigio / che sconvolge le cose comuni», come si legge in Hardback.
È la stessa dissolvenza che ferma in un ricordo preciso «le misure di un cipiglio / ormai avvolto nelle trasparenze», mentre i pensieri diventano il riflesso confuso di una realtà che ormai non esiste più. «Tutto è precipitato nel racconto / di un alito di vento» dirà il poeta nella poesia Racconto. È il vento che apre ai ricordi e solleva polvere dalla storia intrisa di sangue sulla città di Gerusalemme, dove solo il sogno «di un bimbo che ammira le stelle / e chiede smarrito il silenzio» può costituire un seme che apre alla speranza.
Con i ricordi giunge anche la consapevolezza che la vecchiaia alleggerisce l’urgenza della passione che ormai non brucia più e anche il dolore, che penetrava come spine nel corpo e nell’anima, si attenua «Etereo ma più vero / perché cammina lentamente», come si legge in Vecchiaia. Ed è proprio questo scorrere silenzioso del tempo che trasforma «la carne in memoria» e, al di là dei mutamenti inevitabili del corpo, il desiderio si fa strada e riporta lontano, ad altre età, nonostante l’attesa sia ormai “fuori tempo”. Tutto si scioglie, dice il poeta, in una polvere sottile che cancella i contorni e confonde fantasia e realtà.
Spagnuolo è un poeta che riesce sempre a collegare il proprio personale dolore a quello di questa triste umanità che conosce solo odio e guerre, e, anche se cerca la libertà, il tragico coglie lo sguardo di chi muore, quello di una «fanciulla dagli occhi di sole» che non capisce chi possa avere scagliato la pietra che copre di sangue i suoi capelli. Da qui la domanda accorata che si legge in Egli tace, che è quella dell’uomo che si sente abbandonato da Dio, di cui invano invoca un intervento riparatore che metta fine a tanta crudeltà.
Preparata dalla poesia che ha per titolo Tramonto rosso, una delle più belle della raccolta, «così la vita china il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto», quasi in chiusura torna la voce della donna amata e quello «stupore sfilacciato di ricordi» che vince il silenzio della morte. Poesie come Memoria, Malinconie, Baudelaire, ci riportano l’immagine della donna nella sua bellezza e nella sua vitalità, anche se il poeta deve ammettere che ormai avverte, giorno dopo giorno, «l’incalzare dello sgretolarsi / che consuma inesorabilmente / quel che resta del mio angolo oscuro / per tormenti» (Timori).
Vorrei concludere citando una poesia in cui tutto è racchiuso: il senso della parola che oscilla fra realtà e sogno, un’eco che si infrange nel silenzio e il senso della eterna attesa.
"Tremore del suono"
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Si disfa la parola, simbolo che sparisce
e poi ritorna
nel margine obliquo del ricordo
come neve sul vetro d’estate.
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Hai lasciato un frammento, da svelare,
una sillaba spenta che si adatta
tra le ciglia del giorno.
-
Non resta che il suono tra le note
di un’eco ritrosa,
che inciampa nel silenzio
e si fa eternità dubbiosa.
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(Arezzo, 5 marzo 2026)
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Fernanda Caprilli