SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO TAMMARO
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Antonio Tammaro: “Via da quest’arsura” – Ed. Fallone – 2024 – pag. 128 - € 16,00
Un semplice suggerimento suggella gli squarci corrosivi delle attese, delle incertezze, delle inquietudini, che, con profondi annuvolamenti e nella sensazione di bruciori, avvolgono il nostro scrigno dal codice segreto.
Fosforescenti fughe dalla quotidianità si intrecciano allora con le impalcature di una vigoria filosofica che impreziosisce la ricerca e prepara lo sciamare delle percezioni a quella moltitudine di immagini, verso il caleidoscopio della metafora.
“Ci rapisce il sentore che/ una tempesta s’alzi tra le garitte/ e venga a squarciare le nostre strade/ con la sua raucedine. La terra/ reca una frangia di pioggia nel costato/ che rimanda la sete: i nemici/ non serrano le bocche per morire/ ma per suggerirci quanto sia bello baciare. / Nel disgelo il seme di Dio/ prova a dirci quello che non sentiamo. / Nel disgelo la sua corrosiva allusione.”
Una tormentata sensazione di annullamento avvolge il poeta che cerca ostinatamente l’aiuto divino, anche se questo difficilmente sarà capace di lenire il pensiero arrugginito dalla banalità. Allora: la resa o il tenace vorticare di fantasmi? La supposta logica dell’infinito o la vacuità dell’illusione? Il fuggire dell’annebbiarsi degli anni o l’addensare nelle pupille querule il luccicare della speranza?
“C’è, in questa silloge, in cui l’afflato poetico si esprime talora in versi, talora in prose artistiche prodighe e brillanti, - scrive Isabella Bignozzi in prefazione – il gesto del movimento che da mancanze si fa intimo pellegrinaggio di desiderio e attesa. L’emotività emerge in specie quando il dire, dalla piattaforma di un dettato sintatticamente ricercato e peculiare, s’incorona di povertà, “abbassandosi” in locuzioni dialettali che, come tenerezze improvvise, come cadute inverse, potenziano cromaticamente la visione: posandola nel suo ancestrale giaciglio, rendendola più soffice e selvatica insieme.”
Con segni sicuri il poeta propone visioni che si alternano tra i lacerti di scrittori ammalati o “il soffio primaverile che brucia a stento sulle braccia”, tra i rimandi di fughe e passaggi l’eco di voci scomparse, tra la presunta logica dell’infinito e il rosso sanguigno del dubbio, tra “i petali caduti sui tetti sparsi” e la ritualità di un fuoco o di un orgasmo.
Nell’ultima pagina della silloge: “il bisogno delle parole del mondo ma il mondo non ha bisogno delle mie parole, altrove è la realtà che non parla, selciato che si cammina scalzi, finestre spalancate, vetri rotti tra le rovine di una casa diruta, è languore che si spoglia del tetto, delle mura, degli orpelli, è bellezza che non striscia e non dimora nella vanagloria della scrittura.” Pennellate ardenti e coerenti, in un dettato che dimostra il chiarissimo filo della vertigine culturale, il traballante tocco della vanità.
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ANTONIO SPAGNUOLO









