venerdì 3 aprile 2026

POESIA = LUIGI TRISOLINO

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"Il lamento dell’oblio"
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Ancòra affanni,
dopo il peregrinare folle
sui seni bollenti del destino.
La mia coppa di vino tace
invecchiando, persa fra le dita cogitanti.
Afa di ghiaccio quaggiù, non basta una vita.
Non sei nata, amica mia, per essere schiava.
Martire e oggetto vischioso,
scheletro mutilato e carne per bruti fuochi.
Non posso pensare senza graffiarmi
con le mani la fronte, amica mia,
al tuo seno d’altri offeso, coi capezzoli infranti nel pianto.
Questa parte di te che dimora
sotto la pelle di noi nomadi pellegrini
con gli animi randagi, o amica mia,
dondola l’acido vino nella mano tramante.
Mi siedo
come s’una nuda fresca roccia primordiale
accanto al mio vulcano incerto:
nella ferita trovo il vuoto. Lo annuso.
Ho bisogno di capire, non si può ormai fuggire.
Scalciante il mio oblio,
sul suo terreno fragile m’accingo già alla caccia.
In memoria del tuo sangue
traboccante il vino conta, sul mio costato colando,
le innumerevoli schegge di ossa
in direzione del cuore.
Vorrei lasciar gli arpioni predatori
e andare a pesca soavemente, nell’immenso del mio io.
Trovare te, amare sempre e solamente te,
scompigliare come ricci capelli al vento
i rottami del mio calcolo, omicida del tuo amore.
Ma ora amo i superstiti brandelli
del mio ardore scomposto, disperso oltre l’oblio.
L’orizzonte m’ama, mi desta,
mi scansa per far posto a nuova vita.
Da quando l’eterno amplesso con il cielo
come brezza mi carezza folle e balzante,
schietto e pulsante mi respiro.
Perdo il conto delle ore: il mio tempo è un compagno di guerra
ferito, tradito dal mio stesso inconsapevole
masticar di pensiero, sotto le stelle.
Elevo una speranza sulla via: che amar si possa
un’altra volta ancora;
ch’io non confonda la tua morte
con la vita mia, né il ricordo di te
con le mie pallide e godenti rotte di quest’oggi.
Ma una notte
la luna mi cadrà addosso
ovattando sulle mie nudità anelanti,
come un diamante proibito in attesa di brillare.
Bevo il succo dell’infinito, intanto,
sugli stracci di brune nubi smarrite,
quaggiù.
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LUIGI TRISOLINO
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Poesia vincitrice 1° Classificata al Premio Letterario Nazionale “Le parole della Poesia 2017”***

giovedì 2 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALBERTO RIZZI

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Alberto Rizzi: “Pseudo-haiku” – Ed. La linea dell’equatore- 2025 – pag.45 -s.i.p.
Tiratura di cento esemplari numerati a mano limpido omaggio primaverile ricamato da una ricerca armoniosa della parola e del pensiero.
Questi testi, definiti dall’autore “pseudo-haiku”, si muovono nel solco della brevità e dell’intuizione tipiche dell’haiku tradizionale, ma se ne distaccano per una maggiore espansione riflessiva e per una presenza più marcata dell’io. Non si tratta infatti di semplici istantanee naturali, bensì di momenti in cui il dato sensibile si apre immediatamente a una risonanza interiore.
La lettura scivola con frequenze rapide e accattivanti, soffermandoci tra pagina e pagina in esempi delicatamente luminosi, così nel componimento numero 7, “Dolce carezzare giovani alberi / urgono le api ai fiori: / continuo è l’intreccio delle anime”, la scena naturale è attraversata da un movimento armonico e necessario. Il gesto umano del “carezzare” si accorda con l’operosità delle api, creando una rete di relazioni che culmina nell’immagine finale dell’“intreccio delle anime”. Qui la natura non è sfondo ma organismo vivente e interconnesso, in cui ogni elemento – umano e non umano – partecipa a un’unica vibrazione vitale. L’uso del presente (“urgono”, “è”) rafforza l’idea di un flusso continuo, senza interruzioni.
Ancora nel testo numero 13, “Manosfioro la ruvidosa cute / d’un giovane albero; / un brivido mi ricorda promesse”, il contatto si fa più intimo e corporeo. La parola “cute” attribuisce all’albero una qualità quasi umana, accentuando la fusione tra soggetto e natura. Il “brivido” che nasce da questo sfioramento non è soltanto sensoriale, ma evocativo: rimanda a “promesse”, cioè a qualcosa di sospeso tra memoria e desiderio. Rispetto al primo haiku, qui l’accento è meno cosmico e più personale: la natura diventa specchio di una tensione interiore, di un’attesa o di una nostalgia.
Soffermandoci nel componimento numero 35, “Lo scrosciare del torrente è parola, / s’apre fra queste case: / il suono detta strada ad un pensiero”, il paesaggio sonoro assume una funzione quasi linguistica. Il torrente “è parola”: non solo produce un suono, ma comunica, orienta, guida. L’elemento naturale si inserisce nello spazio umano (“fra queste case”) e diventa principio ordinatore del pensiero. L’ultima immagine suggerisce che il fluire dell’acqua non solo accompagna, ma addirittura dirige il percorso mentale, come se il pensiero stesso fosse un’estensione del ritmo naturale.
Felicemente Rizzi mostra una scrittura che, pur ispirandosi alla concisione e all’immediatezza dell’haiku, e si caratterizza per una forte carica analogica nonché per una tendenza alla riflessione esplicita. La natura è costantemente antropomorfizzata o interiorizzata: alberi, api e torrenti non restano oggetti di contemplazione, ma diventano interlocutori o proiezioni dell’io. L’autore sembra dunque operare una ibridazione tra la forma breve orientale e una sensibilità lirica occidentale, più incline all’interpretazione e alla simbolizzazione, dove l’immagine naturale è sempre già attraversata da un significato umano.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 29 marzo 2026

UNA MOSTRA = FLORIANA PORTA


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Omaggio a Emily Dickinson – Castello di Moncalieri dal 6 marzo al 24 maggio
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Nella serie di acquerelli presentata in mostra, Floriana Porta, che ben conosciamo come abile poetessa sempre pronta nel trasmettere emozioni ed impulsi creativi di ottima scintilla, costruisce un dialogo delicato e stratificato con l’opera e la figura di Emily Dickinson, restituendone una presenza viva, inquieta e sorprendentemente attuale. Le sue carte nascono da un gesto di sottrazione e ricomposizione: pagine recise da libri di poesia e spartiti musicali diventano superfici sensibili su cui parole, frammenti e velature cromatiche si intrecciano in un equilibrio sospeso tra visione e scrittura. Non è cosa facile inseguire il personaggio storicizzato fragile e appartato che la tradizione ha spesso consegnato all’immaginario collettivo, ma bisogna avere una solida impalcatura culturale per carpire nell’intimo una donna ironica, appassionata e irriverentemente trasgressiva, capace di mettere in discussione gerarchie consolidate – religione, scienza, ordine patriarcale – con una scrittura che ancora oggi conserva una forza critica intatta.
In queste opere, il segno pittorico non illustra il testo, ma lo attraversa, lo assorbe e lo trasforma. Le lettere si dissolvono nel colore, i versi si fanno tracce, e l’immagine diventa un paesaggio interiore, intimo e silenzioso. Il blu – cifra distintiva – domina la composizione come spazio mentale ed emotivo: un blu profondo, meditativo, che evoca distanza e profondità, ma anche un’intensa prossimità con il pensiero poetico. Il segno nero del pennarello incide con precisione i diversi profili. Il disegno preciso su fogli sparsi ripete come fotogrammi variegati il fruscio delle ali o l’intarsio delle foglie. L’improvvisazione nel disporre opere accostate sull’impiantito a disposizione di voglia toccare con mano produce quell’armonia che soltanto la poesia è abile ritmo.
L’omaggio a Dickinson si articola così in una rilettura sensibile e contemporanea della sua scrittura. Lontana dall’immagine stereotipata della poetessa reclusa e fragile, emerge qui una figura complessa: ironica, appassionata, capace di una sottile e radicale sovversione. Porta intercetta proprio questa tensione, restituendo attraverso la materia pittorica la forza critica di una voce che ha saputo incrinare certezze e catene, dalla psicologia alla scienza, dalla quotidianità superficiale fino all’ordine severo.
Il tratteggio di Floriana si configura dunque come uno spazio di ascolto e di risonanza, dove parola e immagine si incontrano senza gerarchie, dando vita a una scrittura visiva che non conclude, ma apre. In questo dialogo, il tempo si sospende e la poesia continua a interrogare il presente, trovando nell’acquerello una nuova forma di respiro.
Alle stampe nel prossimo autunno il volume con i suoi versi e dipinti dedicati a Emily Dickinson, che faranno parte di una nuova pubblicazione che sarà in libreria a settembre, edito da Pecore Nere Editorial e avrà per titolo "Nel giardino dei tuoi passi". Il libro raccoglierà i versi poetici e le opere: acquerelli su carta, buste, pagine poetiche e spartiti musicali; foglie dipinte a tempera e antotipie.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = VALERIA DELL'ERA


"L’imputata"
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No, signore e signori della corte,
non sono stata io.
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Sono innocente.
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Anche se, nemmeno in grande lontananza,
immaginare potete
la quantità infinita
di desiderio
che avevo
di spogliarmi
degli abiti composti e gentili
della civiltà
per trasformare la ferocia della rabbia
in edificio,
tangibile architettura.
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"La cupola del teatro"
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dalla volta
si distaccò
e diritta precipitò
sulla platea;
fu al rullo di un grande tamburo
quando il coro dei Carmina Burana attaccò,
poi le voci disperate divennero
e presero
forsennate
a inseguirsi.
**
"Non conosceva"
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né ozi né vizi,
mangiava sano non fumava non beveva,
andava in palestra.
O almeno così dichiarava,
un po’ forzato il sorriso,
mi è sembrato.
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Ho poi riflettuto che forse in questi,
per un altro po’ almeno,
grassi tempi occidentali,
il salutismo
è divenuto dipendenza
che altre
sostituisce.
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VALERIA DELL'ERA

venerdì 27 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIO LOCATELLI

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Nota di lettura per TRAME DI TERRA E CUORE di Giulio Locatelli
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"UNA COSTANTE ACCETTAZIONE DEL VIVERE"
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Giulio Locatelli, imprenditore toscano con una spiccata propensione alla scrittura, pubblica la sua terza raccolta poetica dal titolo “Trame di terra e cuore “dove i versi fissano emozioni, sentimenti e ricordi di vita.
Il titolo della silloge in sé già contiene le parole chiave per introdurre i lettori nel mondo del poeta, un mondo a lui necessario, dove le persone, gli affetti, gli attaccamenti ai luoghi, rappresentano i punti fermi della sua esistenza.
La raccolta è infatti specchio di un vissuto in cui si colloca ciò che il poeta più ama e che ciascun lettore può avvertire e condividere.
Sono dichiarazioni sincere, volutamente espresse in una lingua colloquiale, senza quegli artifici che accadono in certa poesia volta più a stupire piuttosto che a toccare le corde dell’anima. In questa raccolta, già dalla prima lirica si avvertono quei toni delicati e sensibili che leggiamo nella poesia “Il sogno”:
Eppure, l’altra notte, / mi sono svegliato/con il viso bagnato di lacrime.
Non di dolore / ma di una gioia silenziosa, /leggera come vento di maggio…
Così il poeta condivide con i suoi lettori la gioia della scoperta di un pianto liberatorio, di felicità che è quel riconoscersi nei gesti e nei pensieri, facendo così scaturire un’immediata empatia. Per questa “voglia di parole” la poesia di Giulio rafforza i sentimenti che a volte potrebbero restare nascosti e diventa compagna del quotidiano viaggio terreno.
La dichiarazione di poetica contenuta in Trame di terra e cuore sta in quel trascorrere dei giorni che paiono uguali, ma dove improvvisa è la costatazione del miracolo che si compie attraverso la parola:
Siamo in due, / ma sembriamo mille, / perché l’amore, / quando ha radici buone, / cresce anche dove non dovrebbe. / Anche dentro le crepe. /Anche nei giorni storti. Ecco che si scorge un quotidiano scandito da scarpe, mantella, felpa e cuscini da sistemare e da cui erompono, improvvisi e straordinariamente efficaci due versi: Siamo in due/ma sembriamo mille.
Ed è proprio in questa raccolta- dove la parola appare per quella che è, senza artificio alcuno -che si evince soprattutto l ‘amore incondizionato come scelta di vita, reso in versi con una tale compostezza che esalta la sostanza del dire poetico.
I temi affrontati da Locatelli nel suo percorso scaturiscono da una vena alimentata dal vissuto quotidiano dove risplendono dolcissimi gli affetti: per il figlio, per le persone, per gli animali, per il creato, quasi un afflato francescano, anche di perdono, in quanto nei versi del poeta non si avverte mai rancore, ma solo constatazione:
Lei se n’è andata/ quando ancora i sogni /avevano denti da latte
La raccolta appare regolata da un ordine interiore che è poi scelta di vita; ha un titolo coinvolgente, ma solido anche nell’appartenenza ai luoghi e a una limpida filosofia personale dell’autore. Locatelli parla di gesti che chiedono tempo, di un amore che non ha grammatica/ ma regole certe.
Qui la poesia si nutre di immagini che seguono un ritmo interiore, quello del respiro, di riflessioni scaturite nel silenzio notturno, nell’osservazione del firmamento, mentre l’occhio si ferma in un punto lontano del cielo e di altre che raccontano quietamente la quotidianità. Ma in tutto questo – scrive il poeta- è l’amore che resta a darci la sua serena certezza, proprio come fa il respiro che abita il cuore.
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Carla Malerba
===
"Il sogno"
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Piangere
è un mestiere per gente esperta,
per chi sa aprire il cuore
e lasciarlo respirare.

Io, da sempre
ho bocca secca
e occhi asciutti
come campi d’agosto.
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Eppure, l’altra notte
mi sono svegliato
con il viso bagnato di lacrime
-
Non di dolore,
ma di una gioia silenziosa,
leggera come il vento di maggio
tra le foglie del pioppo,
il sogno… svanito,
scivolato via come saponetta bagnata,
senza lasciare immagini né parole.
Solo il suo calore.
-
E tutta la giornata
ho camminato lieve,
quasi che la vita,
per un attimo,
mi avesse insegnato
a piangere di felicità.
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Giulio Locatelli

POESIA = ANDREA MAGNO


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"DISTANZE LONTANISSIME"
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Inevitabile
dubitare di ogni cosa
credendo che Erinni
diventino Eumenidi,
mutilati della libertà
accogliamo ancora dolore
di tangibile mancanza,
è utopia eterna fiamma
che ci possiede,
strada invisibile
che conduce sempre
dove il tempo
ci è sfuggito
e saremo rimpianto.
******
"(SENZA) UN'OMBRA DI DUBBIO"
-
Svanisco
in educato silenzio
nella decenza
di questa parola desueta
a cui non riesco
più ad aggrapparmi,
anima e ragione
complici perversi,
minaccia all'inevitabile
vangelo che non conosco,
non mi aggiusto
a verità che non mi tocca,
meglio perduto
senza sapere perché.
*
ANDREA MAGNO

giovedì 26 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = UGO MAUTHE


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Ugo Mauthe: “Melange” – Ed. Puntoacapo 2026 – pag. 166 - € 18,00
“la vita scorre come un film nel cinema vuoto”: con un senso tremendamente vertiginoso il poeta ci offre una costatazione para-filosofica, che dovremmo ripeterci quotidianamente, prima di giungere a quella fase terminale a conferma della non avvertita velocità delle ore, sfumate improvvisamente e quasi sempre non tenute a freno.
La silloge tutta è un continuo rincorrersi di frasi capaci di stimolare l’attenzione necessaria a soppesare il “quid” dell’esistenza, tra mottetti e allegorie, tra sussurri e incisivi, tra sobbalzi e sospensioni.
Le brevissime poesie giocano su un apparente paradosso: chi dovrebbe chiarire il senso della poesia – cioè i poeti e ancor più i critici – finisce invece per renderlo ancora più difficile. Il primo verso di una tra le tante afferma che “difficile parlano i poeti”, suggerendo un linguaggio già di per sé complesso, allusivo, non immediatamente accessibile. Il secondo verso intensifica questa idea: “i critici ancora più difficile – la poesia”, quasi a indicare che l’intervento della critica, invece di illuminare, rischia di sovraccaricare il testo con interpretazioni, tecnicismi e sovrastrutture.
Più di una pausa riflessiva prepara il ribaltamento finale: “aspetta a che si faccia silenzio”. Qui emerge il nucleo interpretativo più profondo. Il verbo “aspetta” rompe il registro elevato e introduce un tono più diretto, quasi orale, come se la voce poetica invitasse a sospendere il rumore delle parole – sia quelle dei poeti sia quelle dei critici. Il silenzio diventa allora condizione necessaria per accedere davvero alla poesia.
Per Mauthe la poesia autentica non si esaurisce né nella scrittura né nell’interpretazione, ma richiede uno spazio di ascolto interiore. Il silenzio non è assenza, ma apertura: è il luogo in cui il significato può emergere senza essere soffocato dal linguaggio e dalle sue complicazioni. Essenzialità, pochi versi, semplici interrogativi, ancor più semplici messaggi, invitando a non chiedere spiegazioni immediate, ma affondare nell’ascolto, come esperienza mediata dal cadenzato ritmo delle sillabe.
Le pagine sono elegantemente disposte in un abile alternarsi di enumerazione del foglio, in sezioni che l’autore chiama quadri: e come egli stesso suggerisce: “I quadri di cui parlo non sono quadri nel senso pittorico della parola, qui la parola “quadro” è usata nel senso di sezione, capitolo,…insomma, è un altro modo per indicare una divisione in (brevi) sequenze tematiche, come succede a volte nei balletti.”
David La Mantia in postfazione ci avverte: “L’ironia che si pone come medium tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E le figure retoriche che caratterizzano questo scacco sono più o meno sempre le stesse, come testimoniato dagli omoteleuti, dalle rime insistite, dalle paranomasie e dai bisticci. L’equivoco domina incontrastato…. La scrittura di Mauthe non vuole essere mai scrittura di strappo, non si pone il compito di aprire varchi. È invece scrittura di spaesamento. Perché l’intento non è ricomporre. Forse, il contrario…che apre una riflessione formidabile sul senso stesso del poiein, su un mondo ormai incapace di trovare senso nelle cose, sull’estraneità del verso al ciarlare imperversante.”
Le sillabe si affollano nella mente, e quasi tutte hanno la capacità di transitare nel pensiero “cogitante”, venendo giù verso il foglio e rimanere dispettosa “lamella”.
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ANTONIO SPAGNUOLO