mercoledì 2 aprile 2025

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONELLA CAGGIANO


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Antonella Caggiano: “Le vena delle viole” – Carta canta Ed. -2024 – pag. 92 - € 12,00
Policromatico viaggio nella quotidianità, mentre la vita intreccia parabole che hanno il filo ininterrotto dell’imprevisto, o quelle improvvise vertigini che coinvolgono nelle illusioni, nelle speranze, nelle lampeggianti rappresentazioni, nelle rincorse affannose del tempo che fugge.
L’io, che sussurra frasi scandite nei momenti in cui partecipa ai segreti del sub conscio, sembra esaltare le incertezze quali intense rappresentazioni del dicibile, sottese quasi sempre ad una elegiaca partecipazione lirico-sentimentale, ove vibra un frequente amor vitae.
Fortunatamente il linguaggio poetico di Antonella si scosta risolutamente dai vari tentativi di smembramento del verso, tra patafisica e sperimentalismi vari oggi imperanti in molti avanguardisti sprovveduti, e si presenta candidamente pulito, apprezzato come espressione del dicibile, alla scoperta di quel mondo che si vela tra la memoria e la ricerca del sogno. Il tempo e meglio la temporalità delle descrizioni, dei paesaggi, dei personaggi è in queste liriche contemporaneamente il tempo anteriore e quello interiore che va scoprendo di volta in volta la relazione del vissuto e del ricordo, tra idillio e sbandamento, tra urgenze di luce e cornici di dipinti, tra inciampi nel giorno e singhiozzo di assenza.
Diventa dominante la dimensione tra il passato ed un tempo senza attesa, tra il definitivo e la creazione momentanea, verso la figurazione dell’indeterminato con frequenti incisioni della memoria. Un tocco che plasma la materia avverte “tutta rossa la notte/ nel silenzio santo/ delle cose/ Tremulo blu, la bocca tua/ nella mia” così che un bacio si trasforma in eterea trepidazione, nel mentre la sosta indugia “Tutto grigio il mare stamattina/ solitario quel sorriso scaduto/ come quest’alba vecchia, vorrei avere/ l’audacia elegante di foglia di ottobre/ Lasciare poi che mi trascorra il vento/ cadere, nella calma della terra/ che mi faccia neve, che sia coperta/ pace dell’attesa, il sonno sazio.”
Più metafore completano la scrittura, che gioca tra le luci degli accadimenti personali e la tensione del pensiero poetante, capaci di ricamare un rilievo alle esperienze del remoto. Un abbraccio è il rapido passaggio di urgenze nelle pieghe che bruciano le assenze.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 1 aprile 2025

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANNI MARCANTONI


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“Sedime” di Gianni Marcantoni (Fara Editore, 2024 pp. 104 € 12.00) occupa la superficie dell'espressione emotiva su cui posa la fondazione poetica. L'autore deposita la traiettoria del tempo lungo i richiami della memoria, proietta le pieghe del sentire, impasta l'esistenza intorno all'archetipo dell'esperienza umana, affidata sul fondo della sospesa e irrequieta sensibilità. Lascia sedimentare, attraverso l'ineluttabile resilienza dei versi, l'elaborazione esistenziale, decanta lo scampolo delle occasioni, osserva la custodia delle esitazioni e delle incertezze, trattiene la consapevolezza di tutto ciò che non è afferrabile e accessibile lasciando registrare la profondità della trasformazione interiore nella direzione della conoscenza. La poesia di Gianni Marcantoni abbraccia l'autenticità della relazione con il mondo, rivela la percezione soggettiva e ne diffonde l'essenza universale, sperimenta i cambiamenti e le dinamiche di responsabilità morale, interagisce con la complessa corrispondenza dei sentimenti, spiega l'approccio lucido e realista verso l'atteggiamento sfuggente ed effimero, inclinato nell'obliqua interpretazione di ogni approssimazione della coscienza. Sprigiona il cammino evolutivo verso la difesa introspettiva dell'inconscio, esplora il vissuto e l'aspetto analitico del sé attraverso le sfide del quotidiano, la natura degli eventi, sottolineando l'unicità della forza trainante delle parole, utilizzate per derivare l'influenza dei ricordi e della struggente familiarità. Gianni Marcantoni affonda le proprie radici elegiache nella nobile capacità di far convivere la poesia con il profilo delle proprie vicissitudini, dipinge il ritratto delle assenze donando l'intensità descrittiva e interpretativa alle immagini evocative, attraversa l'inquietudine e gli interrogativi della disperazione modulando l'ampio respiro di un'anima in conflitto con l'inconsistenza e la vacuità e in affinità con la spontanea validità dei pensieri e della trasmissione di un messaggio eloquente e dialogante con l'altro. “Sedime” condensa l'impronta della fatalità del destino, consuma l'ispirazione del desiderio vago e inespresso, addensa il grumo del vertiginoso vincolo dell'imprevisto alla necessità di oltrepassare la paura e lo sconforto, assicurare la volontà di indagare l'imponderabile, intrecciare il nostro destino al modo di percepire l'intuizione delle possibilità. Il libro arricchisce il significato sincero e incisivo delle metafore che percorrono la simbologia intensa e incontaminata dell'incontro spirituale con la forza suggestiva della natura, con la celebrazione dei luoghi, con la lusinga malinconica del passato e la dura incognita del presente, coinvolge la sintonia delicata tra il poeta e il lettore, offre numerosi spunti di riflessione intorno alla commovente e preziosa ricerca di noi stessi, alla fragilità delle stagioni, all'accorata frammentazione del silenzio, all'imperturbabile condanna della mancanza. Gianni Marcantoni riesce a comunicare la compassione e l'ostilità del divenire, aggiunge alla cognizione della propria identità la sensazione di una prospettiva infranta tra l'accettazione della perdizione e della salvezza, in cui le illusioni scardinano l'equilibrio, attirano l'estraneità, rivelano le incrinature e le ferite, deformando l'inevitabilità del dolore, alterando la provvisorietà. Accetta il cambiamento con la maturità coraggiosa della scrittura e della sua confessione.
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RITA BOMPADRE
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TESTI SCELTI
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"PONTEGGI"
All'ultimo tanta amarezza rimane,
disillusione per cui tutto
sembra disgregarsi fra le numerose
evocazioni del passato,
sempre più vivide e pesanti.
Nello scolare del tempo
ognuno diventa residuo di sé stesso
sopra uno strato prosciugato.
-
Mi mancate, avrei dovuto
fare molto di più per voi,
ho provato con tutto me stesso,
ma crescono i tagli:
sono terreni acidi e lapidi,
sempre più fraterni ponteggi.
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"MATTINO"
C'era il mattino chiaro,
il mattino in noi,
-
simile a una lama rinforzata
legata a uno straccio
fluiva scombinato un sudore dai fianchi.
-
Animata è la goccia
e libero il tuo braccio, il campo-contatto
che infrangi
-
tu subito sommergi.
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"SEI"
Nel sesto cuore,
della sesta grinza,
sei note sono state trovate,
-
affinché in un'altra soglia,
e per noi,
rilucesse
l'altrui corpo.
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"SOSTA"
Dunque avresti trovato un'altra vita,
la possibilità ulteriore che non ho avuto io.
L'uomo viene sempre trascinato
fin dove dovrà sostare – in definitiva.
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Le sabbie e le acque sono mutate in oro
custodito in una teca;
ultimo lascito di saliva,
ultima conformazione sancita.
-
Sei solo un cuore di vaga interezza
che si
fa strada e ronza
paziente, sottacendo la pozza,
nell'insistente afrore.
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"INTERVENTO"
Da un intervento
a mani e bocca
partirono
due occhiate di rossore
in un pacato mese luminoso
senza fioriere.
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In avviata successione
di saluti
cominciammo l'incisione
da quel
che ogni cosa riduce,
un tacere, uno
spartire in dispersione.
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SEGNALAZIONE VOLUMI = LAURA PIERDICCHI


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Laura Pierdicchi, "Mater", Poesie,- Ed. la Valle del Tempo, Napoli 2024
La raccolta "Mater" ripropone alcune delle tematiche caratterizzanti il percorso poetico di Laura Pierdicchi, dall’importanza attribuita ai ricordi dell’infanzia alla presa di coscienza dell’inesorabile fluire del tempo, al desiderio di ricongiungersi con quel Tutto che incarna il mistero che ci sovrasta, in precario equilibrio tra la rassegnata accettazione per la perdita di una persona amata e il dolore provocato da quella devastante assenza senza chiudere la porta alla speranza di ritrovarsi in un’altra dimensione. Anche in Mater il richiamo del passato è potente sin dall’incipit: “Tenera la neve si posava/ sull’altana dei rigidi inverni/ delle mia povera casa d’infanzia.” (Tenera la neve si posava). Il ricorso ai versi di Emily Dickinson (“Soltanto nella perdita/ cogliamo l’importanza di chi stava/ poco prima tra noi -/ un sole estinto”) suona come una dichiarazione di poetica: quella di Mater è lirica dell’assenza, canto doloroso di un vuoto (la perdita della madre), senso di solitudine simboleggiato dalla casa ove aleggia “tra le stanze/ un costante fruscio di ombre/ in successione.” (Il tempo ormai è un fremito).
La poetessa rievoca i primi mesi di vita con la scoperta degli occhi e delle mani materne, quando si instaura quel legame unico e meraviglioso tra una madre e la propria creatura: “Non ho mai detto di te/ perché il battito all’unisono/ fondeva il mio corpo/ con il tuo - un tutt’uno/ mai disgregato”(Non ho mai detto di te).
Ora che la natura ha fatto il suo corso separando l’inseparabile, Laura Pierdicchi può scrivere della figura materna e rievoca, nella poesia Quella sera, i tragici istanti quando: “Avrei voluto darti luce/ ma eri già oltre il velo/ io respinta/ il ghiaccio nelle vene -/ tornai con passo estraneo/ nella casa nuda.”. I ricordi si susseguono e in Ora torno indietro … la stufa accesa “mentre la nebbia saliva/ dal canale e la calle/ era fumo bianco/ a confondere i contorni” accompagna il ricordo della voce materna. “Chissà se l’altana esiste ancora” si domanda la poetessa nella lirica omonima ripensando alla casa dell’infanzia e ai capelli della madre “sempre scompigliati fino all’ora del desco/ quando per magia tornavi/ fata turchina e tutto/ riluceva del tuo amore.”. La lacerazione è assoluta, la poetessa si sente sradicata (“tu mia radice madre” scrive in Tu non sei più) e in Era l’ansia di crescere le pare ancora di respirarne il profumo: “dentro di me/ il puro frutto dell’immenso./ Era gioia inesprimibile/ un lampo nel cielo chiaro.”
La presa di coscienza di quanto tale vuoto sia incolmabile non è mitigata dalla consapevolezza che il mondo va comunque avanti, come attesta Non più risate: “Gira la giostra senza fine/ anche nello spegnersi della sera.” e ciò che rimane è “Solo il riflesso di un sogno/ che si perde nel rimpianto.” (Di tutta la magia). Se un barlume di luce si percepisce nel buio, consiste nella speranza di riuscire un giorno a ristabilire il contatto in una dimensione altra, ove sia possibile “oltrepassare la mia forma/ per un abbraccio incorporeo.” (Voglio pensare che lassù sia quiete) trovando la forza per proseguire come si evince dagli ultimi versi di Abbandonarsi al risveglio: “Ora mi vesto e mi sdoppio - / sposo la tua essenza … e continuo.”
In perfetta sintonia ci appaiono i versi della Dickinson inseriti in chiusura, riferiti all’anima che lascia il corpo al momento del trapasso “e si avvia col suo dolce passo etereo/ dove non è speranza di toccarla.”
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Roberto Tassinari

lunedì 31 marzo 2025

POESIA = ORIETTA MOSCHITTI CHISARI


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"Semina"
La bolgia del giorno a sera si dilegua
in questo regno di fatue falsità,
spazia intorno il silenzio e sa di tregua,
profonda verità ora ti vedo,
hai all’opposto un'altra verità.
La ragione mia, quella degli altri
hanno arso a fuoco questi campi,
è tempo di giudizio e di ragione
sulle povere ossa dei perdenti,
esse biancheggiano senza più scintilla,
tra schegge d'armi, tizzoni ardenti
e una primula che muta, al vento oscilla.
Su queste zolle pell’aspra lotta apparse
seminerò pianto, lacrime di madri
e rime feconde qua e là sparse.
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"Scivolano via i poeti"
Scivolano via così, in silenziosa grazia
a passi lievi senza far rumore,
lasciano a terra lo stridìo e 'l dolore,
il capo reclinato a colazione.
Disvela l'invisibile un luogo di magìa,
ove vérdica l'estro e a dismisura spazia.
Al poeta che va, un altro resta
spigola qua e là il testimone,
salva parole annegate nel caffè
nero, amaro, corretto con il miele,
saranno verso in un sonetto,
melodioso refrain d’una canzone,
zucchero filato quando la vita è fiele.
Per uno sugli altari, mille dimenticati,
derisi, sbeffeggiati e tutti, proprio tutti
tribolati.
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ORIETTA MOSCHITTI CHISARI

sabato 29 marzo 2025

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROSANNA FRATTARUOLO


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Rosanna Frattaruolo: “Fegato in cartolina” – Ed. Il convivio – 2024- pag. 64 - € 11,00
Con il continuo immergersi nella musicalità del verso lo zefiro che alimenta amore tratteggia una specie di diario che accompagna visioni, figure, pennellate, accenni, frammenti di memoria, accensioni di rimpianti, con il fiorire tratteggiato di una capacità sentimentale che arricchisce la scrittura.
Il susseguirsi delle cartoline che si alternano alle poesie diventa segno emblematico di un tragitto che il sub conscio, qui rappresentato dal fegato, sviluppa accostando tappe ben precise e sempre in connessione con l’alone che incide l’amore o in ansiosa contrapposizione alla sfida della falce nera.
Ragioni del cuore diventano preminenti con la dolcezza di quel ritmo che le sillabe scandiscono in quello scavo profondo che coniuga trascendenze al mistero del desiderio di amore.
La poetessa legata sentimentalmente al borgo antico vorrebbe “circumnavigare il senso del dovere, mentre i remi affondando nella nostra storia sembra spostino tutto e invece non spostano niente.”
Rielaborando la parola il principio di realtà è una costante nell’ispirazione così che i luoghi sono precisati nel ricamo degli eventi e a tratti con la precisazione delle date.
Da Castello Estense di Ferrara al Litorale di Vieste, dal Campanile della Cattedrale di Foggia al Lago di Viverone, dalla Baia di Citara di Ischia alla Basilica di Foggia le missive sottolineano morbide pennellate di un viaggio che al di fuori del tempo riesce a cesellare vorticosamente le gesta del quotidiano e le incursioni della memoria.
Così qualche attacco: “La trasparenza è garantita/ riesco a guardare il fondale/ l’unico agguato può essere alle spalle/ spero che la bestia sia enorme/ e mi ingoi tutta intera/ che non lasci brandelli doloranti in giro/ o spiragli di salvezza.”
“I cimiteri si riempiono di corpi morti e ricordi vivi/ le tua voce risuona dolce/ risacca di mare nella testa/ assieme alle stanze alle circostanze/ gli occhi buoni non muoiono mai/ le tue parole sono fiori sul mio cammino.”
Gli accenti ritmici scelgono con acume la scansione del pensiero, della lirica soggettiva, della compitazione tra passione e drammatico, tra spirituale e corporeo, mentre l’emozione estetica ha numerosi sobbalzi nella sobrietà delle espressioni liriche.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 23 marzo 2025

SEGNALAZIONE VOLUMI = ASSUNTA SPEDICATO


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Assunta Spedicato: “Strade al mare” – Ed. Centro culturale l’Ortica – 2025v- pag. 36 – s.i.p.
Premio “Sandra Mazzini”, l’agile volumetto offre con corpose composizioni che interpretano, quasi tutte col verso lungo oltre l’endecasillabo, le quotidiane ricerche di una custodia ricca di fermentazioni e di immaginazioni. Uno scorrere rapido ed attento di visioni e di meditazioni attraverso la difficile propulsione degli accadimenti, che gestiscono occultamente l’alternarsi delle scelte e delle illusioni.
Scorrendo le motivazioni del premio possiamo sottolineare “la crudezza del tempo che passa e che non fa sconti nemmeno all’amore, così come la difficile verità per la quale è inutile rincorrere l’amore di un altro se per primi non impariamo ad amarci”. “Le immagini, evocative e delicate, si susseguono preziose e ricercate, senza mai diventare retoriche, e restano nitide nell’animo del lettore”. Un continuo alternarsi del dialogo che puntella il giudizio indagatore, e sulla strada della preghiera “c’è un momento dopo il gesto insensato/ un frammento in cui il tempo sembra sospeso/ e il respiro impegna il pensiero/ che si vede e si vuole congelato in un sogno.” Passaggi deliziosamente pungenti nella fragranza di un succinto sorriso o nelle allusioni più volte accennate, “forse immagini che ustionano occhi di cera”.br /> Il mare di Assunta Spedicato è proprio l’immenso scrigno dentro il quale immergere le evoluzioni dell’inconscio e del sub conscio, che come le onde lievi o violente ci accompagnano in ogni luminosità delle riflessioni, tracciando quelle pennellate ispirate alle visoni purpuree, alle remote impronte, alle intime vestigia, al naturale percorso dell’immaginazione e della fecondità. E’ così che ricama il tessuto che lega la parola: “Se fosse solo l’orlo di un abito sdrucito/ t’inviterei con ago e filo a riparare col cucito/ e ce ne andremmo a conoscere la stoffa/ concilianti come trama nell’ordito/….ma siamo solo gocce cadute nell’imbuto,/ non si cercava il mare, invece qui/ si è spinti a traboccare. E mentre il peggio accade/ il cielo si fa muto e non lascia evaporare.”
Il tu colloquiale ristabilisce armonie nel moltiplicarsi di sfavillii che rendono il dettato quasi informale, quasi intenzionalmente interrogativo, giocando spesso con il trucco del reale che riemerge come impasto appetibile della genuina consuetudine.
Implora, come impercettibile preghiera, l’azzurro delle acque che rotola via nell’attimo, le nostalgie che ingaggiano i ritorni, le cattedrali inghirlandate e adagiate sul mare, le note di primavera tra l’esordio delle rondini, abbandonare le serre che coltivano rimpianti.
La parola regge il lampeggio e nel contempo è il prodotto libero del significante, agisce tramite i concetti assemblati dalla scrittura ed è il vettore tangente sulla sfera dell’indicibile. Il recupero della memoria diventa metafora che snoda le impronte personali.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 21 marzo 2025

POESIA = LINO ANGIULI


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Si fa presto a dire “Poesia”: meglio dirlo, e dirlo pure ad alta voce, dopo aver navigato nel mare aperto delle “poesie”, che sono davvero tante quanto quelle che potremmo anche definire, ossimoricamente, “politiche poetiche”.
Si pensi che dentro la stessa “casa comune” o “genere” che dir si voglia possono coabitare il Cantico delle creature di San Francesco e Une saison en l’enfer di Arthur Rimbaud. Altrettanto marcata ed evidente è la differenza tra la proposta di Dante Alighieri di fare dell’amore un potente strumento di salvezza escatologica, attraverso un percorso evolutivo della coscienza individuale e storica, e la sublimazione letteraria, pur ricca di eccellenti variazioni sul tema, con cui Francesco Petrarca ha trattato il suo privato sentimento amoroso facendone un canone ancora oggi praticato nelle tante coniugazioni del lirismo, che spesso trovano il loro epicentro in un onnivoro ego, facilmente esposto a derive egolaliche e persino esoteriche. In comune ci sarebbe solo la versificazione.
Un altro esempio di posizioni talmente differenti da essere contrastanti? All’inizio del secolo breve, in Italia, un ipocondriaco giovane torinese prematuramente morto di tubercolosi, Guido Gozzano, nell’opporsi alla mitomania dannunziana, compiva un gesto rivoluzionario scrivendo “Mi vergogno di essere poeta”, mentre Giuseppe Ungaretti, soldato, si accingeva a scrivere “Sono un poeta / un grumo di sogni”, per esaltare una forte vocazione alla parola possibilmente numinosa. E possiamo fermarci qui con gli exempla.
Quindi? Viva il relativismo? Quindi: e naufragar… m’è amaro in questo mare?
No, cari amici praticanti poesia. Tutte queste differenti esperienze costituiscono solo un enorme patrimonio a disposizione di chi decida di assumere la responsabilità della propria irripetibile voce coscienziale, dopo averla appostata cercata scavata inseguita annusata trovata riconosciuta al fine di darle forma, previo diuturno confronto con le altrui voci. Toccherà poi ai critici, militanti o accademici, e ai sedicenti addetti ai lavori individuare formule catalogazioni famiglie tendenze generi e sottogeneri.
Ciò che conta è che ognuno compia il proprio viaggio conoscitivo grazie alla bussola eccezionale che comunemente chiamiamo “poesia”. Come tutte le bussole però, ̶ si sa ̶ basta un nonnulla per rendere l’ago indeciso e oscillante e confuso: tocca quindi a ogni ricercatore mirare a individuare la posizione/direzione/rotta, che auspichiamo dinamica e fertile per sé e per gli altri. Come ogni viaggio, ovviamente, i pericoli sono tanti, come ci spiega nonno Omero, capostipite occidentale dei poeti: bisogna innanzitutto scansare le sirene narcisistiche legate al ruolo, evitare il richiamo delle “scuole” e dei “modelli” abbondantemente disponibili nel supermercato degli “ismi”, e tanti scogli non facili da affrontare. Ma ̶ tutto sommato e tutto sottratto (nonché alla luce della mia esperienza cinquantennale) ̶ il gioco vale la candela per arrivare a poter fare di quella flebile candela un candelabro ricco di luci, assai utile per orientare il cammino della civiltà.
In tal senso, la giornata odierna è proprio quella giusta per formulare e rivolgere a tutti auguri di “buonapoesia”, variante di “buonavita”.
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Lino Angiuli, 21 marzo 2025
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"COLOR SALVAVITA"
Maestrale s’aggira negli orti di marzo
per fare il solletico ad ogni verzura
scampata al rovescio dei mali cervelli
venuti ad armare al posto di amare
ma ci basta un’erre a cambiare le carte
e quanti rumori potremmo aggirare
uscendo da questo terreno infestato
da vermi rimasti arretrati a covare
cavando la ruggine e litri di bava
che fa rovinare ogni ardita salita
dal rosso accecante a un color salvavita.
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= Foto di Giuseppe Di Palma