domenica 30 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = ENRICO MARIA'

Enrico Marià – Cosa resta--puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2015 – pag. 83 - € 12,00

"Cosa resta", la raccolta di poesie di Enrico Marià che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una puntuale prefazione di Mauro Ferrari esauriente e ricca di acribia.
Perché Cosa resta? Questo titolo riporta alla mente le parole veterotestamentarie della Bibbia tutto è vanità soltanto vanità.
Credo che l’acuto poeta si riferisca con tale sintagma alla percezione di chi vive sotto specie umana, anche se lui è giovane, della ricerca dei veri valori della vita, quelli che dovrebbero permettere di arrivare al senso delle cose connesso alla felicità, tentativo così difficile in un mondo come quello contemporaneo nella sua liquida alienazione che riguarda soprattutto quelli che vivono nel postmoderno occidentale in un’epoca sotto la spada di Damocle del Covid.
Con internet ed e-mail l’esistere è mutato e noi occidentali viviamo nella dimensione del consumismo quando, come già stigmatizzato da Erich Fromm negli anni ottanta del Novecento, filosofo che ha affermato che come elemento fondamentale dello spirito del tempo vale più l’avere che l’essere.
Casa resta all’uomo contemporaneo se neanche le ricchezze e il successo portano gioia? Si potrebbe rispondere l’amore, quello vero, quello maschio – femmina e quello per gli amici e i parenti e anche quello universale.
Ma l’atto della scrittura poetica è una forma d’amore e quindi quello che salva è il varco della poesia stessa anche in assenza di un ideale trascendente.
Questo Marià lo sa molto bene e con la sua bella scrittura ci dà conferma che la poesia non è morta dopo l’Olocausto come preconizzato erroneamente da Paul Celan e Adorno.
Anzi la poesia, contrariamente alla suddetta previsione, è in crescita e si moltiplicano i poeti gli editori e i siti e i blog di poesia proprio perché scrivendo poesie e possono farlo anche i bambini ci si salva la vita.
Ci si può sentire soli anche in compagnia ed ecco l’arma potente della scrittura poetica anche per chi non ha il coraggio di confrontarsi con l’impero e non pubblica nulla, scrive per sé stesso, per ritrovare sé stesso e magari addirittura le sue poesie non le fa leggere a nessuno, messaggi in bottiglia nell’oceano del nulla, senza alterità ma per un solipsistico sollievo personale
Come ricordava Maria Luisa Spaziani, a conferma di quanto suddetto, nelle tasche degli indumenti dei cadaveri dei fucilati durante il nazifascismo sono state trovate poesie scritte da derelitti che si sono improvvisati poeti sapendo del loro prossimo incontro con il nulla e sopravvissuti ai campi di sterminio hanno testimoniato che nei lager si mettevano a scrivere.
La raccolta è scandita in parte prima e parte seconda e bisogna mettere in rilievo preliminarmente che tutte le poesie sono senza titolo elemento che ne accresce l’indeterminatezza e potrebbe fare pensare per il fattore x della continuità della struttura che il libro potrebbe essere considerato un poemetto.
Una vena del tutto antilirica e anti elegiaca sembra essere la cifra distintiva di Marià che pratica un poiein gridato, crudo, lacerato, forte, icastico anche se sempre ben controllato.
Un tono che riporta a Rimbaud, al maledettismo e ad una sua forma di riattualizzazione se lo stesso poeta francese affermava che il poeta è un veggente.
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Raffaele Piazza

sabato 29 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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ANTONIO SPAGNUOLO : " POLVERI NELL'OMBRA" - ed. Oedipus 2019 - pagg.96 - € 12,50
Antonio Spagnuolo non ha certo bisogno di presentazioni, essendo un autore che ha alle spalle numerose raccolte di poesia pubblicate a partire dagli anni ’70 con una presenza ininterrotta sulla scena poetica che dura fino a oggi, oltre a essere attivo nella promozione culturale di eventi e concorsi di poesia, curatore del blog Poetrydream, iniziatore di riviste e di collane di poesia, poeta recensito e studiato da autori e da critici di indiscussa caratura.

Il suo entusiasmo nella scrittura continua a essere vivo e proficuo, tanto da offrirci una nuova opera che si distingue per la forza espressiva e la perizia tecnica della versificazione, chiamando a raccolta tutta l’esperienza e le conoscenze maturate nel corso degli anni. La sua poesia, soprattutto in questo volume, sembra essere perennemente sospesa fra memoria e sogno, entrambi manifestazioni o emanazioni – in definitiva – dell’inconscio, dato che anche il ricordo è frutto di una rielaborazione trasfigurata da parte della mente che ricostruisce il passato a sua misura, ibridandolo e conferendogli forma nuova, “nei recessi oscuri della nostra coscienza” come dice l’autore (tutte le citazioni da qui in poi sono tratte dal volume in esame).

In questa poesia della tarda età, in cui il tempo dei bilanci si impone naturalmente e in cui “sono frammenti di scritture anche le rughe”, il tema fondamentale della raccolta è il confronto con la perdita, sia degli amici sia della persona amata, tuttavia rievocata con calda sensualità, immagini vivide e carnali che sono ricche di passione e di trasporto pur nella “vecchia illusione dei capelli / imbiancati dal tempo in solitudine”. La poesia allora diventa disperato tentativo di trattenere a sé la vita, in tutte le sue evidenze esperite, sottrarla in qualunque modo a “gli spazi profondi del bisturi”: ed è proprio la trasfigurazione onirica, in bilico fra fantasia e incubo, la strada intrapresa dall’autore per ricomporre “realtà fuori dal mondo”, le uniche che ancora possono sopravvivere. “Ora intreccio stupori inutilmente / nella viscida bolla delle assenze” (ibidem, p.21).

Partendo dalla consapevolezza delle “polveri nell’ombra” (la prima sezione) che sole restano a testimoniare le vite e passando attraverso la necessità di “svestire le memorie” (la seconda sezione), ossia spogliarle degli inganni e dalle vertigini per trattenere le illusioni buone che soccorrono nel cammino, si approda alla forma di un “nuovo registro” (l’ultima sezione del libro) che, oltre a essere una esplicita dichiarazione di poetica che allude al ricorso di una poesia in prosa come alternativa ulteriore a rappresentare “per verba” la perdita, segna la resa dei conti di un autore che, pur consapevole che ogni vita è un “comodato gratuito” di “ossa e carne”, tuttavia non rinuncia alla volontà di aggrapparvisi. Non resta che inseguire l’assurdo (e in fondo non si occupa di questo la poesia?), “ad attendere solo che geli la tregua delle impronte”. In questa sezione mutuando tutta la pregnanza simbolica e mitica della figura di Belfagor, l’autore si confronta in modo definitivo con i suoi fantasmi, scrivendo versi come in un “digitare indiavolato”, in una solitudine ogni giorno sempre più imposta e subita, circondata dalle scomparse di chi si ama: “”ed ogni bara è un segreto che non posso rivelare”.

Opera complessa e articolata, questa di Antonio Spagnuolo, fortemente coesa e ricca di capacità creativa e inventiva, con una costruzione metaforica densa senza inutili derive orfiche o tentazioni surrealistiche, una padronanza metrica e ritmica indiscutibili: una dizione in sostanza misurata, ma energica nella voce e nel tono, il che dimostra come l’autore sappia offrire una poesia intrigante, attuale.

Alive and kicking, si direbbe alla maniera dei Simple Minds.
*
FABRIZIO BREGOLI

POESIA = CLAUDIA OLIVERO

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queste tre poesie, incluse nella raccolta ancora inedita “L'universalità di alcune piccole cose”, sono nate dall'ascolto soggettivo della narrazione di alcuni quadri, di autori più o meno famosi. Accanto al titolo viene indicato il nome dell'artista.

CANTO ALL'ANIMA DI UNA POESIA MINIMA (Mondrian)

Scrivere il silenzio, il bianco
del foglio, il vuoto -
Ho respirato
il grido del caos
in un reticolo d'ordine: il tutto
nel meno, il vuoto
nel pieno, l'oceano
nel sole che inonda
la sabbia, la neve
che esonda
un bacio
in un fiore
in un fiore
il tuo bacio.
Le emozioni: negli occhi
una reggia.
*

UN QUADRO, INCOMPIUTO (Luigi Marco Maria Porporato)

C'è steso un fondo spesso
d'anima in ogni prospettiva
in ogni impalcatura
abbozzata e abbandonata.
Il tuo scheletro
malcapitato
nei miei occhi acerbi -
ancora - della comprensione
dell'autunno che stringe
le ultime foglie
e nelle croci, nei campi di fieno
nel colore
ancora non steso
nella carta da zucchero -
il ciano - nella facciata
impaurita di un chiostro
in un campanile attonito,
in un cristo -
che tutti ci rassomiglia.
Lascia
che l'incompiuto sia voce
l'assenza di sguardi,
come luce di sintesi -
additiva di tutte le partenze
e dei vuoti:
mai abitati.
*
VENTO (Matteo Massagrande)

Eccolo: col suo lento aritmico erodermi, mordere lo spazio, scivolare come calza di seta lungo le cosce nel fluire d'ombra: meridiana sul mio corpo. E' lento fremere – richiamando a sè del tempo molle e caldo - a dita nude annusare tra le foglie. E il brivido è: afferrare una ringhiera assolata – è: correre giù per quella scala, nelle vene animate, tra i muri, nel cielo filtrato - ovunque, quando è blu.

Ma tu
non chiuderle!
mai
quelle porte e finestre
non chiuderle
che più forte ci penserà il vento.

*
CLAUDIA OLIVERO
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Claudia Olivero ha esordito quest'anno con la silloge “Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali”, Brè editore. Lavora come insegnante e occasionalmente come traduttrice. E' co-fondatrice del “Tinello Poetico”, progetto di propaganda poetica condivisa.

giovedì 27 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = SILVANO TREVISANI

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Silvano Trevisani : “Le parole finiranno, non l’amore” – Ed. Manni 2020 – pag.128 - € 13,00 -
Le poesie che Silvano Trevisani porge con attenta selezione sembrano tessere un lungo colloquio dai mille sgargianti colori, proposto come una singolare sfaccettatura della quotidianità che ci aggancia e ci spinge verso le onde della filosofia. Il martellare di sentimenti in onda nella nostra vicenda terrena, dal dolore alla gioia, dal sussurro alla preghiera, dalla verità agli artifici, dal silenzio ai sogni, dalle illusioni agli strappi, dalle reminiscenze alle attese, è sempre motivo di poesia, tesa nel ritmo musicale che la distingue. A tratti il dettato diventa racconto, un calcare i momenti in cui: “Lo sguardo s’invaghisce dei vuoti/ grandezza e umiltà di vite fuori luogo./ Era un satellite di mondo senza rotta, abitato/ dai nessuno che potevano/ vivere e scomparire senza accredito. Bastava,/ per il loro, il nome del padrone/ a dare al mondo un numero sembiante./ Era un mondo universo,/ di odori incrostati al loro nido/ dove l’unico volo dei braccianti/ era il pane puntuale sulla mensa,/ e una tazza di latte, rubato alle stelle verso sera, e versato/ nei secchi, avidi di mattino.”
Ogni occasione per il poeta diventa fantasma creativo, che nasce dal bisogno di esternare l’esperienza del vissuto, alla ricerca di quelle emozioni che sono trafitture del famoso “male di vivere”, male spesso rassicurante, che amalgama la vicenda del carisma profetico o accenna al distacco dal gioco patetico dell’incanto. La tessitura entra in conflitto con la negazione ed affiora nel desiderio di monitorare epifanie, sempre nel bisogno inconscio delle armonie perdute, contro la trasfigurazione delle ossessioni e dello spaesamento, contro il dettato di teoremi che ci costringono a rimanere troppo spesso senza risposte.
La funzione del poeta, nella pagina scritta come nella memoria, nell’illusione, nel dichiararsi, consiste nell’esprimere folgorazioni che illuminano, consiste nel promuovere nuove sentenze e figure, nuovi modi di sentire, nuove luci delle stille di una storia, sempre avvinto dal valore rappresentativo della metafora.
Numerose identità fluttuanti scandiscono, nella poesia di Silvano Trevisani, la specularità dell’ “io”, tra le continue intermittenze di un repertorio variegato, capace di spostare la traiettoria del dicibile nell’approdo liberatorio della parola. Il poeta vive una sorta di magia del verso, che “arde di voluttà repressa”, nell’illusione “di consegnarsi all’eternità”, un dispiegamento discontinuo che tende verso le scene che rinnovano le immagini, un ricamare mutamenti di vita palpabili come eventi del tempo fragile e insicuro.
“Lavorare/ non stanca se ripari/ navi che sfidano burrasche,/ nei capannoni grigi di fatica./ C’è troppo sole fuori, non importa,/ qui refoli di salsedine/ dissipano il silenzio/ nel martellare delle macchine utensili.”
Frammenti di cosmo fanno ressa per avere un contatto fisico con la molteplicità oggettiva, creando con i versi la suggestione del simbolo, l’ossidazione della ragione, la trepidazione di tensioni da differire.
Anche se suddiviso in undici capitoletti il volume ha una tematica unica, che si sviluppa in varie onde lunghe, che sembrano voler comunicare messaggi diversi, tra ossimori e slittamenti, libere associazioni di idee e baluginare di speranze, sino alla sosta desiderata sussurrando: “E qui sono rimasto a macerare/ in un frastuono di pensieri ventosi, gli impasti/ di felicità che vivemmo,/ in una stagione diversa./ La voglia di recupero, a fine incontro,/ che l’arbitro di solito non lesina.”
Lo scenario anticipa e trascende l’espressione verbale e diventa condizione musicale, diventa il palcoscenico della rappresentazione che il poeta vorticosamente identifica fra luci ed ombre dell’inquietudine. L’imprevedibilità dissolve la girandola.
“Che senso avrebbe, se no,/ aver vissuto, aspettando un’insipida morte,/ per sparire dalla storia. Non credete/ a chi dice che la vita è nella memoria/ di chi rimane! Nessuno rimane abbastanza/ per ricordare il colore degli occhi/ e i sogni che vi galleggiavano, nessuno/ può vivere per voi. E poi,/ la vita sta solo davanti, quello che è passato/ è passato,/ l’eternità ricomincia da domani.”
Riproporre le astrazioni e immergersi nella realtà, in un labirinto invisibile e magico che ci trattiene fino alla fine, nelle segrete affinità dell’immaginazione.
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 26 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = HABIB TENGOUR

Habib Tengour – Odissaiche--puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2019 – pag. 151 - € 15,00

Odissaiche, la raccolta di poesie di Habib Tengour che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta la traduzione dal francese e la postfazione a cura di Fabio Scotto.
Inoltre include uno scritto introduttivo dello stesso poeta.
Come scrive Scotto questa raccolta, a ben vedere un poema, per struttura e tono, esce in edizione bilingue per la prima volta in Italia, occasione questa per meglio approfondire la conoscenza di un autore oggi ritenuto da più parti tra i più significativi della letteratura magrebina d’espressione francese e non del tutto ignoto al pubblico nostrano, per via di alcune sillogi nel tempo apparse da noi.
Un tono narrativo e affabulante, associato ad una dizione chiara, precisa e leggera e nello stesso tempo icastica sembrano essere le coordinate espressive fondamentali per arrivare ad una definizione del poeta.
Da notare che l’autore è ben conscio della forma poematica da lui usata e questo trova conferma nel fatto che la raccolta si apre con un prologo e si chiude con un epilogo.
Protagonista della stesura è proprio l’omerico Ulisse, simbolo dell’astuzia per eccellenza che nella prima parte del testo non è ancora tornato ad Itaca e bisogna sottolineare che con Ulisse non si finisce mai e per esempio il narratore Luigi Malerba ha scritto sull’eroe omerico il bel romanzo Itaca per sempre.
Ulisse ha una sua religiosità e fa sacrifici per ingraziarsi gli dei e il fato e in lui possiamo scorgere una proiezione dell’autore stesso e inoltre ogni lettore della raccolta potrà identificarsi con gioia in una figura di uomo vincente come Ulisse anche se la sua storia è lontana anni luce dalla nostra contemporaneità, anzi è fuori del tempo perché s’inserisce nel mito.
E l’io-poetante è lo stesso Ulisse che con chiarezza e intelligenza parla con urgenza di sé stesso, dei suoi compagni morti, del bottino e del viaggio per navigazione e junghianamente il viaggio è la vita stessa di ognuno di noi.
Da notare che a livello formale l’autore realizza un vago sperimentalismo nell’inserire in maniera irregolare i versi sulla pagina in un gioco che rende intriganti i rapporti tra significati e significanti e tra detto e non detto.
Il procedimento si realizza nello strutturare le unità minime e i sintagmi nell’aggregarli in modi inconsueti che rendono ancora più affascinante la lettura per chi ha la fortuna d’immergersi in queste pagine.
Fortissima densità metaforica, sinestesica e semantica pare caratterizzare quello che potremmo definire il monologo interiore di Ulisse stesso, delle sue imprese, delle sue gioie e dei suoi dolori.
Centrale è il tema dell’esilio che crea angustia e affanni ad Ulisse ma il lettore sa già, avendo letto Omero, che il fine sarà lieto con il ritorno di Ulisse a Itaca che sconfiggerà i Proci e si ricongiungerà con la moglie, la mitica Penelope che era rimasta a tessere perpetuamente la tela.
E proprio le donne sembrano essere veramente centrali in questa scrittura, quelle incontrate da Ulisse nel viaggio, come la ninfa Calipso, la maga Circe e Nausica, mentre la natura è quasi mai nominata nella forma antilirica e anti elegiaca.
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Raffaele Piazza

SENALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

Poesia "nuda allo specchio dell'anima"----Per Raffaele Piazza,

che con ALESSIA E MIRTA ha trasfuso, incoronato e incorniciato
la breve, solare e dorata dolcezza della favola assieme alle ombre lunghe, alla melanconia della Realtà

..."Sera di plenilunio d'estasi"... "Si irida la stella"... "in arcobaleni di bei sogni"... Che raro e semplicissimo libro – libro bello perché dolce, ma incommensurabilmente triste, ferito eppure sublimato d'ipersensibilità – che ci ha donato il nostro vecchio amico Raffaele Piazza! Alessia e Mirta (Ibiskos, 2019, Empoli, Firenze, pp. 52, Euro 12,00), significa trasfondere insieme la dolcezza della favola assieme alla melanconia della Realtà...

Alessia vestita d'ametista
tinta dell'anima di 18 grammi
nell'incielarsi nel colore
dell'azzurro tetto sulla fabula
che si fa favola della vita
se lo vogliono gli angeli

Un duale di serrato, avvolgente contrasto – dove Alessia è creatura di mera, solare e venusta fantasia, una sua fanciulla/Beatrice scesa davvero fra la gente a miracol mostrare; mentre la povera Mirta, creatura vera e accaduta, è una povera amica dell'autore (architetto, anima ansiosa di Bellezza), che a 44 anni, all'incerca, decise di togliersi la vita, buttandosi – è un film, un romanzo, sono squarci atroci e cupi di cronaca – dal terzo piano della splendida, e fin troppo nota Reggia di Caserta).

Amicizia fiore raro hai ancora
per me dall'oltrecielo ora che
non sei più carne ma solo anima.
Il tuo suicidio mi turba e il giorno
prima ridevi come una donna
ma eri infelice. .....................

Già l'aver incorniciato e cadenzato a duale, lo ripetiamo, questi due personaggi (uno forse l'ombra o il prosieguo, lo smarrimento dell'altro – come il disamore è ombra e smarrimento, dissipazione appunto dell'amore), ci sembra una trovata, un offertorio lirico di prim'ordine. E insistiamo sulla valenza lirica, perché Raffaele (Napoli, classe '63) da sempre, comunque dai pieni anni '90 (quando lo conobbi ed era in verità sintonizzato e amico dei miei stessi libri, dalle candide parabole de L'Amore visto dall'alto ai racconti in versi delle Ragazze italiane), ha inseguito e perseguito, sacramentato fedelmente, cocciutamente il sogno incarnato, un inestinguibile credo e manifesto lirico, che lo ha portato ai suoi testi più accesi e struggenti come di un moderno, chagalliano èmpito o volo romantico: La sete della favola (1996), Sul bordo della rosa (1998)...

Anche questa volta Raffaele Piazza rimane campito e sospeso Sul bordo della rosa – ma la Rosa è l'assetata e dissetante favola di Alessia.

Entra nel mare Alessia,
acqua a pervaderle le membra
affilate di ragazza e sorride
come una donna
per del viaggio la prosecuzione.

Ma – c'è un ma: oltre il bordo della Rosa (cioè dell'amore, della favola felice, di un'incorruttibile e abbacinante idea del Futuro) ecco il baratro, ecco il rischio di scivolare, annullarsi dove il rifiuto di vivere è già un rifiuto, un'eclissi della gioia, abbrunita, annichilita di pena... Nihil che vince sempre, se la fede non fa invece accadere, rifulgere un piccolo, quotidiano e accessibile miracolo di conforto e di dedizione amorosa.

Sei nel mio specchio, Mirta,
campiti i nostri volti
nel vetro che pare infinito.
Ti sei uccisa, Mirta, e non
ci credo e invece è lutto
per la bandiera della mia
vita. ..................................

Piazza non poteva essere più affabulante e al contempo realista: al punto che ovunque questo libro fa fiorire anche l'ombra; ma, all'unisono, anche ogni bacio, ogni gemma, ogni sguardo redento e sereno, cova la sua sottile e trasparente insidia di malessere. E sempre Alessia può lasciare il posto a

Mirta – così come noi amiamo sia il ricordo concreto, perduto di Mirta, sia il sogno fascinoso, seducente, di una Alessia che ci purifica insieme il corpo e l'anima, cioè i lacci e gli abbagli conturbanti dei desideri, ma anche i segreti, le parvenze, i battiti conturbati e mitizzati del cuore:

Sera di profumi di fiori
da rinominare per Alessia
nuda allo specchio dell'anima.
Se veste Alessia come
una donna (slip e reggiseno
rosa confetto e gonna corta
cobalto di cielo e a quadri
camicetta, scarpe nere
con i tacchi alti).

Così, la fabula / che si fa favola della vita / se lo vogliono gli angeli è sempre il nostro eterno, quotidiano sogno e bisogno di poesia. La poesia che ha bisogno si di favola che di realtà, sia di sognare Alessia che di amare, convertire e salvare d'amore la povera Mirta.

Alessia e Mirta che stranamente nella vita non si incontrano mai, non divengono amiche... L'incanto – la cicatrice cauterizzata del Bene, l'eclisse, l'ellisse, e poi la rifrangenza, il raddoppio sacro di Luce – avviene solo in poesia, e Raffaele qui ci ha fatto una breve, profetica e rigemmante mappa di versi. Anche di questo lo ringraziamo. Di crederci ancora, alla poesia lirica. Ivi incluse tutte le sue ombre, gli impacci sensitivi e conoscitivi a riveder le stelle...

Di aspettare e festeggiare sempre l'Amore quaggiù (ma anche lassù!), sul bordo della Rosa.
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Plinio Perilli

giovedì 20 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA

Edith Dzieduszycka – L’immobile volo---2019

Di origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo, dove compie studi classici. Attratta sin da giovane dal mondo dell’arte, i suoi primi disegni, collage e poesie risalgono all’adolescenza passata in Francia. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali e si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, fotografia, una raccolta di racconti e un romanzo.
L’immobile volo, la raccolta di poesie di Edith Dzieduszycka che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’acuta prefazione di Luciana Lanzarotti.
L’opera di disvela come una forma di avvertito e sensibile dialogo tra una lei e un lui calato in un’atmosfera di onirismo purgatoriale in un vago tempo sospeso, sotteso a quello che potremmo definire male di vivere di montaliana memoria e anche mal d’aurora.
Le due figure nel relazionarsi tra loro attraverso i discorsi ambientati in un’avvertita quotidianità sembrerebbero costituire una coppia che manifesta attraverso i messaggi i cui due componenti si lanciano reciprocamente, un disagio nella natura stessa della loro relazione e sembrano conoscersi bene nel captare dai gesti reciproci i rispettivi sentimenti dell’una verso l’altro e nei confronti della vita in generale.
Quella qui espressa è una poetica ontologica che poco concede ai dettagli e agli oggetti in un’esistenza che è tutta da rinominare e riscoprire.
Il poiein si rivela come flusso di coscienza per esempio, quando in uno dei frammenti lui presume che oggi sia una giornata no e che gli basta il suo sguardo obliquo, sfuggente per capire l’umore di lei, l’oscuro meccanismo che di quando in quando la pervade e la rode.
Il dono del turbamento si fa alla fine speranza quando lui stesso afferma: speriamo che le passi.
Efficace l’immagine nella quale lei paragona il suo ego ad un condominio nel quale lui mai si aspetterebbe che abitassero inquilini potenti.
Complessivamente il libro potrebbe essere letto come un magico poemetto o un’originale sceneggiatura nella quale protagonista è il disagio il dolore dell’esistere e dell’esserci sotto specie umana.
È lei ad affermare che le strade dei due protagonisti sono parallele lungi dall’incontrarsi in seno alla foresta del non detto e che soltanto all’orizzonte fanno finta di unirsi.
Domina in entrambi un senso di solipsistica solitudine il senso di sentirsi soli anche quando non lo si è.
E tutto quanto suddetto trova ragione nell’ossimoro del titolo L’immobile volo quando e detta con urgenza, cosa che riguarda entrambi, il tagliarsi le vele nel porto della vita, senza che l’imbarcazione prenda mai il largo, che è il coraggio di vivere pienamente la vita stessa.
Eppure sono una coppia, un uomo e una donna, e non a caso nel suo monologo interiore lui si chiede se lei sia incinta.
L’incomunicabilità come muro di morte si erge tra i due in una dissolvenza che ha qualcosa di pirandelliano o di bergmaniano nell’incontrare il lettore storie di tutti noi.
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Raffaele Piazza

martedì 18 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = ORONZO LIUZZI

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Oronzo Liuzzi : “Eccomi- il sacrifico di Isacco” – Ed. Oedipus 2020 – pagg.108 - € 12,50-
Nell’incantesimo di una stesura armoniosamente vicina alle sacre scritture ecco che Oronzo Liuzzi offre un delicato canto per l’episodio tra i più affascinanti della religione cristiana. Il sommovimento di una storia millenaria registra e restituisce momenti di alta tensione, quasi che l’evento possa essere vissuto sapientemente in contemporanea, tra sussurri o invocazioni, tra disperazione e rassegnazione. Isacco racconta, nel ritmo incalzante dei versi, in un monologo ansioso e pur trasparente, il risveglio, il viaggio, il sacrificio, in quella fede che lo sostiene amorevolmente.
“Io Isacco dal cuore di fuoco e protetto da un incantesimo e impietrito dalla confusione/ e dal sangue che scorreva sulla terra la vita mi gridava dentro/ assediato da visioni che andavano e venivano in certi stati d’animo amante dei sogni/ intraprendevo un viaggio per territori impervi sotto un cielo piacevole/ era l’ansia delle mia prima uscita/ seguivo il padre io nella sua andatura e nella sua angoscia.”
Già dai primi accenni si percepisce il saggio uso della parola poetica che Oronzo Liuzzi cuce per ben collocare storicamente ed umanamente la singolarità dei personaggi e per la contemporaneità dei nessi che fanno del racconto una vera e propria scena tridimensionale.
Ancora l’arte ha bisogno di un serbatoio colmo a cui attingere per esprimersi e quel serbatoio per lo più corrisponde al bagaglio culturale che il poeta ha costruito nel tempo. Qui rifacendosi a momenti mitico-storici Liuzzi tenta di rappresentare la realtà nella sua totalità e riesce ad alimentare le immagini con una fantasia indiscussa creando una simbiotica fusione tra il verismo e la musicalità insita nelle pieghe del verso.
Il sacrificio deve essere consumato, la terra si spacca, si apre in fratture, ingoia il tentativo di perdono nelle voragini dell’ignoto ed il padre, nel segno della sua obbedienza ha paura nella preghiera sussurrata. L’ansia che corrode il giovane Isacco si palesa in tratteggi cromatici di notevole fattura, che rendono il poema “canto” di un lirismo accattivante e scoperto, giocato anche sull’alternanza di misure ora brevi ora più ampie, in una duttilità morbida e corposa, ove l’assedio dell’inquietudine è di un realismo lirico di forte impatto emotivo e musicale.
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = MAURO CESARETTI

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Mauro Cesaretti – Se è Poesia, lo sarà per sempre (ed. Montag)- 2015; Pagg. 111; € 12,00-

E’ animando unicamente per il desiderio di mutare il destino nel marasma quotidiano, con la leggiadria aleggiante verso la bestialità di ambire al precariato, che si riapre il più forte gesto d’intesa.

Annaspiamo nella goffaggine scaturita dagli attuali ostacoli, risultando ogni volta costernati e piegati, tanto da non verificare il percorso di qualsiasi idea da cogliere, da non comprendere il bel limite da varcare per immergersi nell’oltre, con la solitudine per riflettere su ciò che non ci riguarda.

La disintegrante miseria dipende da una farsa come da una ragionevole trappola, facendo sì che la positività si complichi innalzando l’umanità in maniera tutt’altro che disattesa e col tempo di maturare.

Questo giovane poeta scorge alcune flebili curanze, donandosi a un profondo lamento compensabile con l’istantanea da intraprendere usufruendo del meccanismo opportuno.

L’incanto a fronte della disonestà, di un paesaggio bizzarro, ci relega alla sottoveste delle memorie da rendere eterne; eppure in fondo esistiamo nel retropalco di uno show che procede con indifferenza.

Secondo Cesaretti, possiamo essere consci d’indirizzarci sommessamente a un traguardo, ma ora, a scanso dell’ignoto rimuovibile avendo appurato delle opinioni dure da ritenere improprie, tra le fragilità oscurabili con l’eccesso di quiete a fine giornata; dentro confezioni spente, sistemazioni sancite dalla spontanea decadenza.

Assoggettati a un passato instabile, Mauro cerca il piacere terreno sfoderando le sue capacità, fermo sotto la copertura di quel vivere che implica la percezione di un’assenza non identificata.

Passivamente aspettiamo all’entrata, dura da mirare, di una realtà composta da azzardi impenetrabili, col jolly che non si evidenzia, paragonabile all’imbrattamento di quello che siamo, ovvero al dubbio circa ciò che ci apprestiamo a fare.

Sprofondiamo nel buio delle rievocazioni, come se per emergere dovessimo imprigionarci insolitamente, ripulirci crudelmente per mezzo di un dolore che sfugge.

Con la consapevolezza in costante movimento smarriamo dunque l’ampiezza dell’oggetto in questione, perciò col rancore si forma il vuoto affianco, e peraltro non essendo all’altezza di motivare uno stato d’emergenza, non riuscendo a individuare la sincerità nascosta tra le osservazioni, seppur chiunque sia certo d’inquadrare l’essere che decretò il nefasto frantumandolo.

Ci aspetta quindi una fine taciturna e nient’affatto appariscente, somigliante a noi specie quando proviamo il Sentimento.

Occorre scatenare l’emozione con calma, promettendo di non essere cervellotici quando non avremo più tempo, filando con parsimonia e lungimiranza un concetto di vita parallelamente all’affetto realizzato.

Col candore da impugnare per aggraziarlo maggiormente, come a festeggiare in prossimità dell’agghiacciante tramonto.

Nella società sconvolta, che si fa notare imponendo quasi d’inginocchiarci a seguito dell’irragionevolezza; senza che si riesca ad aiutare chi sta male.

Ci accomodiamo, una volta serviti e riveriti, a trattare coi sovrani un bel niente, per poi scuotere magari l’armonia di un nuovo giorno con il rumore di un paio di pietre che non si sbriciolano, non avendo più modo di voltarci, dovendo rispettare quella rigida norma che inverte le esistenze, assistere a una sofferenza di sicura apatia.

V’è una forza di volontà incalcolabile, che inabissa mischiando le sorti in trasparenza; che miriamo amabilmente manco stesse volando in forma celestiale, mentre i peccati si appesantiscono in definitiva.

Infatti, appena si pronunciò il sonno eterno, illuminante, uscimmo fuori con tutta la contentezza, volgemmo al silenzio bello che abbandonato, per dare retta all’amore che sboccia, finalmente.

Cesaretti si rifà vivo in versi, perché è sacrosanto prendere una corretta decisione, qual è stare svegli oltre l’infinito, spingersi all’insù, quasi a costo di essere travolto da una corrente, indotto a scendere e scontare l’onta gravitazionale, la memoria su cui meditare.

Mauro s’immagina paterno, riempie col condizionale l’obbligo di cambiare, di avere il piacere, assoluto, di cominciare a girovagare per stare insieme tutti quanti nuovamente, con l’intelletto da sfigurare saggiamente; di lasciarsi rapire dalle cose che se ne vanno via.

In mancanza di luce viene per forza meno la Morte, ci s’identifica in combattenti costretti a passare sopra l’anima, con tutte le debolezze che insorgono, che inteneriscono; da un’epoca di eroi distrutti dall’umanità conservabile, e che si sfogano: roba da far commuovere, raffinante le gocce di sangue, e che libera per orgoglio nuovo una serie di emozioni.

Chi muore resta in superficie, nient’affatto asciutto, e le sue membra fanno silenzio, appassionando ulteriormente i comuni mortali.

Scompariamo alla faccia dell’Attualità, inconsapevoli delle conseguenze arrecanti ai nostri successori dagli eventi negativi, per considerare il nostro respiro, affezionati a qualsiasi passione premeditata, implorando semmai della serenità dimenticata tra le colpe immacolate essendo partorite dalla Solitudine.

Il successo lo si nutre dopo averlo radicato perbene nel dubbio, con una visione direttamente proporzionale alla decisione presa per baciare il Domani sfocato per non aver fatto guarire ottimamente le volontà che non ci riguardano, nella mancanza di tutele per una fede almeno da depurare.

Ci si sveglia per addormentarsi, senza perdere di vista il Sole, difatti non bisogna trasgredire ciò per badare all’effervescenza di un insieme di persone.

“Levarsi all’alba e coricarsi al tramonto:

non sono altro che le due azioni umane che fanno da parentesi alla vita di tutti”.

Il giorno va vissuto intimamente per animarlo, a costo di distaccarsi dalla normalità, di aleggiare per un principio solidale che nessuno riesce più a cogliere con piacere.

L’individuo s’immobilizza per propria fertilità, in attesa dei rumori, di modulazioni di frequenza incantevoli, che si originano esclusivamente dall’irraggiungibile quotidianità dimorante tra i nervi, nel pessimismo.

Per navigare in sé, occorrono mezzi di trasporto da custodire pacificamente, per naufraghi traccianti vie resistenti al calar delle tenebre, che credono di esistere nonostante il male di vivere.

Ecco che il poeta si autoconvince circa l’incomprensione scaturita dal suo pregio, per una dimensione nuova, aldilà degli tsunami dell’anima, con l’innocenza di chi accelera responsabilmente, versando ogni cosa per terra con l’umiltà di chi va incontro alla propria memoria; per ricominciare a pensare a come possono ferire i cambiamenti di un’esistenza da riscoprire sempre.

Una fisicità dotata di sensibilità serve per stare tranquilli a dismisura, per ascoltare l’evolversi di una corrente che immalinconisce date le distanze, in virtù di un linguaggio sprecato dopo averlo studiato e rinnovato.

Il dolore per chi non c’è più viene percepito in primavere celanti rifugi che alla vista sembrano inutili, dacché autentici.

Le nubi comprimono le strutture residenziali, lo scorrere della vita per conto proprio e quindi in fondo ferma, oltre che le pietre perduranti, a invadere quasi i percorsi fin troppo naturali per risalire le vette; mentre nelle vicinanze delle bestie riposano a lungo, la comunicazione si rende superflua vivacizzandola con fare accecante, e così non possiamo fare a meno di sperare nel precariato, che ci si accorga del tempo che passa, per contemplare quello che ci riserviamo, smussando magari le malattie, esprimendoci in modo solare; per il bene della poesia insomma…!

“Ma quello che rimane è la pace del silenzio”.

Resta un mutismo infrangibile, e di questo sono fatti gl’itinerari immensamente consumati con un cammino viziato, elevato all’inosservanza; che ci rendono la muscolatura palpabile di un essere fragile, fino ad accettare delle riserve trascritte su un semplice, effimero diario, ma che non vede l’ora d’essere letto.

Concludo affermando che ho notato, d’incanto, che la conseguenza fatale di un gesto comune può essere descritta ancora, spesso, in pochissime parole armonizzanti; che per il resto, concependo uno stile poetico che va più o meno sul classico seppur la forma sia libera, v’è un’immedesimazione da condividere, anche al lascito della Storia (e dei suoi personaggi intrisi d’anonimato, dall’eroismo da sottintendere), di un elemento, radicale, che si sta riproponendo, spesso tragicamente, ma senza riuscire a far clamore.
*
VINCENZO CALO'

domenica 16 agosto 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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*** "Alessia incantata dai verdi"

Oasi del WWF è ad Agnano
la gioia di Alessia, tra pini,
tigli ed eucalipti e altri alberi
di cui Alessia non sa il nome.
Incantata Alessia da una
di verdi polifonia nel respirare
infinita la vita sottesa
alla felicità tra le gemme
aggettanti nell’interanimarsi
Alessia con l’aria polita
d’azzurri e bianchi voli
di farfalle. E l’anima poi
in estasi allo squillo
del telefonino nel leggere
sul display il numero di lui.
*
"Alessia e il sublime paesaggio"

Condominiale giardino di piante
senza nome e rare nel gettarsi
nel mare che ancora esiste di Napoli
nello scorgere la storia dei baci
nel tempo prima della felicità
e della preghiera. Sublime paesaggio
visto pari a sinopia prima
di farsi affresco nell’anima
di ragazza Alessia e tutto è sempre
da ricominciare.
*
Raffaele Piazza

mercoledì 12 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUCREZIA MAGGI

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Lucrezia Maggi – Indelebile / Cose di noi e sanguinamenti sparsi (Controluna Edizioni di Poesia) 2018 - Pagg.50 - € 9,90

La Maggi percepisce poeticamente qualcosa che si muove aldilà dell’aspetto materiale, di consistente, che sfugge dalla evidente carnalità per caratterizzare un flusso passionale nelle vene.

Ecco allora che la curiosità lega parole non solo da leggere, catturati da un’impressione dannatamente amorosa, in preda a un tormento che arreca dell’inadeguatezza a fior di pelle ma senza annullare la cortesia insita a gesti prossimi a un ritrovarsi.

“A te che sai
a te che più tra tutti mi sei simile”.

Alla lettura di queste poesie viene bandita la passività, i componimenti si rinfrescano in ragione di un contributo istantaneo, del tutto amichevole.

Capita molte volte che la vita si manifesti di colpo, e nel caso di Lucrezia avviene dovendo soddisfare la voglia di poetare ogni cosa che le stia a cuore.

Del resto serve pazientare per approdare dappertutto, e rasserenarsi in definitiva, cioè sapendo sognare per far sì che si appurino delle riconoscenze spontanee.

Il rumore insito allo Spirito fa venire delle buone idee, e trame di nuove storie si sviluppano, come dei baci lesti a convincere soggetti da vivere lungi dalla crudeltà, avendo modo di bonificare i paesaggi del cuore.

Lucrezia è abile a constatare delicatamente qualcosa che non va nelle persone a lei care, difficile da inquadrare se non si coglie dell’amorevole reciprocità da un dissolvimento decelerato, da una dimensione che si ripercuote umanamente nel profondo.

“Frantumarsi emotivo di animi
contro muri di gomma sofisticata”.
Spente le luci, soltanto una coppia di vite può narrare di un amore da rendere prima o poi incondizionato.

Per la lettura di questi versi ci si fa tesoro di una condizione angosciosa.

“...Perché quando scansiamo
il destino
abbiamo nostalgia di destino?”.

Rimane unicamente il fatto d’assaporare per intero un istante, visto che non ci sono persone che c’intendano a meraviglia, pervase da intrighi inutili, completamente invalidanti.

È come se fossimo condannati all’ingenuità, indotti di conseguenza a comprendere quello che serbiamo, e magari in un gioco di sguardi che allenti i nervi della poetessa.

La passione riempie un ideale d’uguaglianza, coperto da debolezze da esprimere senza far rumore, schiarendo piuttosto l’intento di sapere qualcosa per oltrepassare limiti sfiancanti, seppur sia molto probabile che le diversità verranno sempre fagocitate per della pura curiosità.

La vita compie dei giri folli ma si fa notare, tanto vale convincere chiunque ci capiti a tiro impugnandola senza addolorare, specie in riguardo a delle forme d’amore sconvolgenti, e cioè illuminanti nonostante la verità non si lasci determinare.

“… la ragione vacilla
in buco nero …”.

Urge della continuità, a costo di toglierci ogni cosa di dosso, alla ricerca dell’ispirazione… come degli esseri viventi al microscopio, che, indifferenti al carico di nutrimento che trasportano, puntano indefessi a uno scopo!

Negli abissi del sempre sprofonda un’illusione composta da astri e sogni; prossimi alla notte il tacere diventa languido catturando l’umanità costretta così a riscontrare la propria passività.

Il senso della vista che andrebbe svuotato sembra invece accogliere la decadenza di una riflessione ritoccabile circa esperienze che si rivelano negative, dati dei sentimenti non più infrangibili.

“… fuori dal cerchio delle cose,
sottraendosi all’obbligo
dei teoremi
e
delle forme armoniose
imposte”.

In un riflesso di luce assolutamente relativo si manifestano rette vie, esistenze ch’è impossibile incrociare, e prevale una memoria impossibile da ripulire, a scandire l’immensità di qualsiasi debole inganno.

Il cuore è delicato, occorre averne cura per tornare a divertirci in una maniera sopraffina, senza rinunciare mai all’ascolto dei suoi battiti, per rinnovare il buonsenso indispensabile se si vuol essere felici e ritrovare la memoria stavolta complice, per effetto della luce del Sole.

Secondo la Maggi con la forza di volontà nessuno può soffrire un destino segnato, chiunque è in grado di elaborare una novità per gli altri, e facendosi sentire.

Ora come ora lei deve abilitarsi definitivamente sistemando dei pensieri dentro di sé, dopo che per tanto tempo è stata dietro a termini e figure non ottenendo risultati, ma come se si trattasse di una vocazione quella di cogliere un senso di vuoto, fissarlo e restarne attratta per paradosso.
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VINCENZO CALO'

SEGNALAZIONE VOLUMI = RICCARDO OLIVIERI

Riccardo Olivieri – Diario di Knokke e altre poesie--puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 91 - € 13,00

"Diario di Knokke e altre poesie", la raccolta di versi di Riccardo Olivieri che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una nota alla nuova edizione con testi inediti di Daniele Mericarelli e la prefazione all’ed. originale (Diario di Knokke, 2001) di Davide Rondoni.
"Diario di Knokke" è scandito nelle sezioni Il vicino spagnolo (1994-1996) e da quella eponima.
Segue la sezione Poesie (2017-2020).
Magia e sospensione sembrano essere le caratteristiche essenziali per definire la poetica che Riccardo Olivieri realizza in questi testi poetici.
Il poeta riesce con gli strumenti affinati di una complessa coscienza letteraria a creare atmosfere permeate da un forte onirismo purgatoriale che si delineano attraverso il dono del turbamento con una linea espressiva che ha qualcosa di affabulante che produce emozioni nel lettore per sorprenderlo.
Anche un’aurea di sogno ad occhi aperti serpeggia nelle pagine, luminosità che produce un senso di mistero.
Pure spesso un senso di nonsense si ritrova nei componimenti che tendono all’oscurità e all’umbratile più che alla solarità.
Si evince sotteso alle parole una sorta di inconscio controllato e quanto emerge in superficie si presenta venato da una vaga e numinosa bellezza.
Velatamente c’è un tu al quale il poeta si rivolge in modo sempre carico di fascino quando rivolgendosi a lui nel parlare di Nizza e Trieste dice Levigare i tuoi spigoli come nel tentativo, potremmo immaginare, di smussare gli angoli di una personalità forte, potremmo dire rendere meno aggressiva e più soave una figura femminile presumibilmente quella dell’amata.
Nella ricerca delle radici e del profitto domestico viene detta con urgenza la figura del padre dell’io-poetante.
Qui il discorso si fa complesso in una composizione nella quale il poeta afferma di aprire i cassetti del padre come qualcosa che abbia la capacità di delinearne la personalità con gli oggetti in essi contenuti che divengono dei correlativi oggettivi come il cacciavite simbolo e metafora dello strumento per relazionarsi con la vita avvitando e svitando noi stessi rapportandoci a lei e qui viene in mente lo scavare con la penna usato metaforicamente dal premio Nobel Seamus Heaney.
Una cadenza rapsodica che tende alla vena anarchica connota questi componimenti nei quali anche la fisicità e la corporeità hanno un valore profondo che emerge nei contenuti connotati da una zona d’ombra.
Perché diario? È ovvio che tenere un diario dei sentimenti connessi agli avvenimenti è cosa salutare in ogni parola, in ogni rigo che serve a fermare il tempo e il diario stesso si trasforma in poesia per dire le situazioni che sono le stazioni nelle quali si fa sosta nel viaggio della vita.
Nelle poesie aggiunte al volume originario si conferma il senso della magia e del mistero in un gioco tra detto e non detto nell’essere delineate in modo del tutto antilirico figure di vivi e di morti. Un intelligenze esercizio di conoscenza.
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Raffaele Piazza

martedì 11 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO DE SANTIS

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Fabio De Santis: “Osso” – Campanotto editore – 2020 – pagg.94 - € 10,00
Dobbiamo decidere innanzi alla parola poetica quando accoglierne o respingerne la trasformazione di significato, indagando gli arricchimenti e gli impoverimenti dettati dal tempo, ed immergendoci nelle immagini da essa suscitate, oppure, quando difendere ad ogni costo il senso comune che non lascia spazi ai fraintendimenti nella coerenza stilistica e tematica. La scrittura rotola nella realtà come in un tunnel senza uscita e propone fenditure creative lasciando confitte le frecce dell’immaginazione. Si apre così il ventaglio dei riflessi.
Fabio De Santis aggiusta il tiro con incredibile fermezza e ricama abilmente i colorati motivi della canzone nei tre capitoli di questi volume, tutto intrecciato tra il semplice inserto dell’amore che “nostro si racchiude in un/ orcio di luce dentro un chiostro. Dal/ sagrato si può solo intuire/ l’odore delle viole sbalordite,” e le passeggiate nei luoghi conosciuti, tra Ferrara, Roma, Venezia, Battipaglia, Cetara, Bologna, contemplando la luna o indagando nel cielo, mentre “una civetta stride sul nostro letto/ e sorveglia famelica le notti/ dello Zodiaco. Guarda e/ ci sfugge,/ forse annunciando alle insonnie/ quanto la lotta e l’amore/ si assomigliano;/ come il verso della gioia/ e del dolore si generi dal/ medesimo ardore.”
Danze esuberati e composte sperimentano, nelle pieghe del corpo, una sorta di commistione onirica, così che lo spazio cerca un appagamento inesauribile nel sobbalzo del tempo che ci avviluppa nella solitudine e ci trascina all’ombra delle illusioni.
“Fabio De Santis – scrive Carlo Alberto Sitta nella prefazione- aggiunge un reperto per certi aspetti imprevedibile: in questa raccolta c’è l’osso scoperto che emerge, o meglio un sottofondo che in buona sostanza è la parte solidificata di un nervo. Il carattere oggettivo e correlato della scrittura tenta a puntare l’indice, comunque mitico, in altra direzione, a ricomporsi in una diversa dicotomia questa volta tra presenza e metamorfosi.”
Il respiro non tende all’affanno, ma si offre in fraseggi che si aprono come un ventaglio di carta in una geometria policromatica nella quale il tutto pieno ed il tutto vuoto si affrontano per rincorrere il ritmo amalgamato del verso.
Rimandi ed iterazioni, pulsioni ed immagini, incursioni e metafore, simboli e segnali si addensano in un adagio culturale di grande intensità, ove l’urgenza è determinata da una semplice necessità di raccontare se stessi, di amalgamare quella fertile linfa che rende raggiungibile anche il salto armonioso del sub conscio .
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 8 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

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Raffaele Piazza – Alessia e Mirta - Ed. Ibiskos - pagg. 52 - € 12,00

Raffaele Piazza ha composto i 40 brani della raccolta di versi “Alessa e Mirta” (Ibiskos Ulvieri, pagg. 52, euro 12) come didascalie struggenti a immagini da trattenere nella memoria. Sono delle stazioni di sosta nel tempo, il delinearsi di momenti di vita vissuta con le due figure femminili – prima le 28 dedicate ad Alessia, poi le 6 che hanno per protagonista il ricordo di Mirta quindi le ultime 6 dove ricompare Alessia, ma in mezzo ci sono un paio di occasioni in cui si rintraccia coesistenza dei due profili, quasi a saldare l’intreccio in un unico piano -, pagine di un diario interiore il cui schema Valeria Serofilli subito rileva nella prefazione. E che cosa è un diario se non il referto di una riflessione su sé stesso, il documento dove depositare il proprio emozioni, il luogo letterario che accoglie i frammenti del tempo e prova a dare un ordine?
La linea che Piazza insegue appare in coerente sintonia con la poetica che lo muove. Se la ragazza Alessia si conferma la fonte e della sua scrittura poetica – “Alessia” è il titolo della raccolta del 2016 – ora Mirta viene a farle compagnia e insieme assumono il significato di figure, che attraverso il dramma dei rispettivi destini, portano a considerare il senso della propria esistenza e – precisa Serofilli – “questo conduce a considerazioni più generali che ci consentono di riconoscerci in lui, confrontando il suo mondo con il nostro e le nostre esperienze, sia belle che brutte con le sue”.
Il suo mondo traspare da quelli di Alessia e Mita. Di Alessia si racconta in versi l’ansia della giovinezza, dell’amore, della gioia di vivere, della felicità sperata e intravista: si vede la sua stella “ai blocchi di partenza del campo animato che è l’esistere, in arcobaleno di bei sogni” e la si ritrova nell’epilogo del Ferragosto 2016 quando “previdente Alessia sotto si è vestita di nero”. Di Mirta si coglie l’amarezza della bambina di 44 anni “donna dei boschi e prigioniera del tuo film” che confessa “la vita è bruttissima”: non basterà l’amicizia tenera e sincera, gli incontri, le conversazioni, i pranzi insieme per evitare il suo suicidio, presago nelle pagine dell’amata Anne Saxton, “sei volata via dal terzo piano della Reggia e hai aperto in me la ferita”. Che è una ferita che si riapre, è la ferita che ha strappato il tessuto e sottratto l’orizzonte ai giorni. Ora detterà poesia, balsamo lieve per sopportare il presente.
Raffaele Piazza torna sui suoi temi, e non potrebbe fare altrimenti. La sua parola si affina nella precisione del dire, evocando immagini da conservare negli archivi più intimi che rappresentano un nuovo capitolo del suo canzoniere del tempo perduto.
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Generoso Picone

giovedì 6 agosto 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia erede della selenica luce"

L’anno è il 2020, il posto il Parco
Virgiliano e l’ora le 20.00.
Persona Alessia con il sembiante
si confronta e piena luna
ostia di platino e sente la natura
immensità ad invaderla
di lucore selenico a illuminare
di ragazza l’anima. Alessia
colei che protegge e scorge
un mirto albero inconsueto
a fare ombra sul destino
di Alessia che eredita la luna
e se la mette nelle tasche
piene di sogni belli come lei.
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Raffaele Piazza

mercoledì 5 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA

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Carla Malerba – Poesie future-- puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 61 - € 12,00

Poesie future, la raccolta di poesie di Carla Malerba, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’acuta prefazione di Ivan Fedeli e una sensibile postfazione di Gemma Mondanelli.
Come scrive lo stesso Fedeli la poesia in questione ha una sua particolarità: si stende a ventaglio generando una musicalità intensa che rende l’idea di un ampio respiro e dà aria.
Si può aggiungere alla suddetta citazione che la stessa musicalità dei versi è amplificata dal fatto che quasi tutti i componimenti sono centrati sulla pagina e questo fattore fa sviluppare una melodia incantatoria tramite il ritmo serrato.
Il testo articolato e composito architettonicamente è scandito nelle seguenti sezioni: Straniamenti, Dove nulla si perde, Se vuoi ti cerco e Ritorni.
Tutte le poesie sono senza titolo e il libro si apre con una poesia che precede i vari segmenti che non a caso ha un carattere programmatico.
Tale composizione si potrebbe definire una breve dichiarazione di poetica in versi: qui la Malerba afferma che cercherà la parola mare per quante volte l’ha scritta e che cercherà di non farsi dominare dalla perversità della rima o dalle immagini aperte. Aggiungendo che è meglio la chiusa parola che travesta il mistero e che è meglio celare il pensiero di ciò che tocca a ciascuno.
Cifra essenziale della poetica, del poiein della Malerba è una parola magica e sognante di vaga bellezza non neolirica tout-court, anche se sono presenti accensioni e spegnimenti lirici soprattutto quando è detta con urgenza una natura rarefatta in passaggi in cui è raggiunta la linearità dell’incanto.
Una lucida profondità di pensiero che è sottesa ad una scaltrita coscienza letteraria connota i componimenti nei quali è frequente la presenza di un tu al quale l’io – poetante si rivolge e del quale ogni riferimento resta taciuto.
Perché Poesie future? In realtà il tema del tempo qui è centrale e vengono detti i millenni e il passato con modulazioni riuscite ed efficaci.
Tutte le composizioni sembrano pervase da una luce cangiante, a volte solare, a volte siderea e in altri casi selenica e il dipanarsi dei versi tende alla lunga ed ininterrotta sequenza nonostante la ripartizione in strofe.
Anche il tema del dolore è detto da Carla un dolore sublimato e controllato anche se gridato che potrebbe riguardare le sofferenze amorose connesse all’esserci sulla Terra sotto specie umana però con la possibilità di un riscatto nella vita che può portare anche alle felicità
Ed è proprio la parola poetica sempre raffinata e ben cesellata della Malerba a fare varcare all’autrice e anche ai lettori quella soglia della speranza nell’essere consci e sicuri che la vita è degna di essere vissuta.
Anche il senso di una fusione ontologica con l’universo alimenta spesso i componimenti quando la poetessa afferma che una notte si sperse in una solitudine di stelle e che dall’alto le spioveva un senso vitale, la sua forza e il suo dolore umano, un dolore astratto.
Una raccolta all’insegna della piena convinzione della forza salvifica della parola poetica.
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Raffaele Piazza

martedì 4 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUCA BRESCIANI

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Luca Bresciani: “Linea di galleggiamento” – Lietocolle – 2020 – pagg. 64 -€ 15,00
Il contrasto che risuona impellente nei versi è il sottofondo musicale che accompagna il segreto biografico, per le diverse occasioni che anche gli oggetti più usuali della quotidianità sono capaci di offrire al ritmo del discorso primario, il quale nel suo farsi trova le necessarie connotazioni stilistiche capaci di inserire un suggello poetico. Così le pagine si succedono nel bisogno della comunicazione, utilizzando la forza brevilinea della concentrazione, con poesie quasi tutte brevi e fulminanti.
“ Le mani accecate dal sapone
non sanno chi andranno a salvare
se un coltello o una tazza
l’appetito o la pienezza.
Meglio una fitta nell’equilibrio
che la fermezza dell’abbandono
e si deforma lo scolapiatti
per accogliere tutti.”
La scenetta appare in tutta la sua semplicità condivisa da un occhio intenerito nell’accordo di sensi ed energie.
Il poeta si riavvolge in una organica relazione tra il proprio corpo e il proprio fare poetico; il corpo, la materia, gli oggetti come flusso vitale che ci appartiene nelle ore del giorno, che genera piaceri ed emozioni di una materialità tutta colorata e sfolgorante, ed il fare poetico come racconto saltellante, che rinnova incessantemente un infinito girare nella coazione del ripetere.
“L’universo non ha cornice
e io torno ad avere un padre:
pianeta simile alla Terra
con oceani sotto le ciglia.
La sua massa resta enorme
ed è cattura dietro le spalle
e come la città sulla calamita
io sono l’eco di una fuga.”
Egli appartiene alla “Terra” e della terra ha la consistenza vitale, lasciando spazio alle interferenze per non annullarsi nella fuga.
Il “dolore” può accanirsi, ma il poeta resiste con la sua capacità di concretizzare la “parola” per non svanire nel nulla, per “essere seme di un gioco enigmistico”, tentando di “sgranare l’alfabeto come fosse un rosario”, o “aspettando una nota in calce al cielo che dice non sei solo”.
Poliedrico mentre il lacerto è un registro cangiante che caratterizza la freschezza e la vivacità dell’inventiva.
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = LEONARDO MANETTI

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Leonardo Manetti – "sChianti" (ed. Tempo Al Libro) - 2013 - pagg.52 - € 7,65

La poesia può essere semplicemente composta da attimi di esitazione deliziati dalla sensibilità di una persona che non molla, ricominciando a vivere d’incantesimi che si schiudono per gesti cordiali, che si armonizzano flebilmente.

Versi, quelli di sChianti, consci di una gioia totalizzante, tutta da tastare, di una fonte d’energia da mirare assolutamente (“ La Luna è come il Sole: prima t’illumina e poi se ne va ”), che altrimenti scompare in un parlato assente, da rendere coinvolgente spogliandoci del terrore per un destino che nessuno ci può assegnare con forza (“ Parole senza suono ci uniscono all’ascolto ”).

Un singolo atterraggio dall’immaginario è in grado di riaccendere l’umore di Manetti, quella volontà silente nel richiedere spiegazioni guardandoci con cura, per appoggiarci reciprocamente, coraggiosamente (“ Un salvagente senza timore ”), e venire così ritoccati dai raggi solari che a sorpresa ti confidano che siamo futuribili, seppur oppressi da nubi che fanno presagire niente di buono, volgendo praticamente lo sguardo all’insù.

La lettura dell’opera è gravida di una curiosità fanciullesca, ci riporta a un arcobaleno che non puoi fare a meno di osservare (“ Esclamo ‘che bello’ ”), mentre il tempo passa normalizzando, scandito da melodie sincere, in un paesello carico di valori da trasmettere alle nuove generazioni, che si fa scorgere amabilmente, naturalmente, tra l’umiltà nel coltivare del benessere e la speranza di rispuntare allegramente dalla terra, a caratterizzare insomma una località che si è fatta da sé.

V’è tutta una disponibilità da consacrare… limiti umani, minuscoli, che si approcciano tra di loro, come se sospesi in aria per poi ricadere, piano, su una stima floreale; come se il poeta appartenesse a una quiete che gli permette di concentrarsi sulla sua anima, anche a costo di stare male e ammutolirsi, con la fisicità da sondare, pericolante.

Emerge tanta preoccupazione (“ Ansia raccolta in vasi bucati ”) che risulta compressa e oscurantista perché non si condivide il fatto che l’emotività la si possa ritrovare nelle piccole cose a contraddistinguere l’immensità di ogni sensazione d’appurare, fino a tenere conto, in modo shakespeariano, magari di provare amore per una donna che si reputa di per sé ancora estranea (“ Tu vivi tenacemente nel mio cuore ”); sbizzarrendoti, per poi volgersi all’indietro, a scontare un percorso irto di ostacoli riconducibili al pessimismo, con lo sconforto visibile, stagnante su una guancia d’accarezzare, sulla pelle che si incide per dell’inconcludenza da intendere oggettivamente affinché traspaia e ci si meravigli di un cielo reso complicato impugnando una sottospecie di cronometro, e assorbendo, come degli imperfetti strumenti dell’ignoto, la stoltezza epocale, una variante episodica sancita tristemente da noi stessi che ci muoviamo maldestramente, senza aver lucidato il particolare che avvantaggia il buonsenso al cospetto della memoria comune, intrisa di malafede; da soli, alla faccia dei rumori.

Leonardo Manetti nutre il desiderio di approfondire il contenuto dei suoi polmoni, quando l’espressività attorno a lui si congela, si aggrappa a un’indole bestiale, con la comunicazione che si sta allontanando dal sempre di un termine da sillabare qual è Amore (“ Le parole sono difficili se scrivono Amore ”) .

L’autore attraverso la poesia risponde a una tragedia sorda, disinnescata lentamente grazie a degli affetti autentici, che non si smette mai di riscoprire (“ La magia della parola ‘StraAmore’ ”); a un incidente stradale che lo ha rimpicciolito per maturare definitivamente e riprodurre una netta sinergia tra le proprie origini, tra odori e sapori; un guadagno imperturbabile senza esagerare con le aspirazioni, ma perseguendo dell’abitudinaria carineria; per cogliere, prima di quel sogno che è la felicità, il piacere di stare in pace per ritenersi giustappunto innocenti, contenti di possedere della solidarietà intramontabile.
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VINCENZO CALO'

lunedì 3 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIO RONDI

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Mario Rondi: “Corona virus” – Lubrina Bramani editore- 2020 – pagg. 52 - € 12,00
Il gioco della rima, il gioco delle parole, il gioco dei pensieri in solo diciassette poesie e diciassette disegni (Silvia Manfredini), in un elegante volumetto stampato in cento esemplari numerati e firmati. Un piccolo omaggio, steso con elegante ironia, alle vicissitudini occorse negli ultimi mesi a causa della famosa pandemia che ha costretto il mondo alla rivisitazione di accostamenti e impegni civili, energie sospese e registri morali.
Rielaborare l’accaduto diventa motivo di dialettica inattesa, di suggerimenti al centro di questo spazio vitale ad alta intensità simbolica, se lo si agguanta e lo si incastra in una dimensione puramente espressiva.
“C’è subito – scrive Vincenzo Guarracino nella prefazione – fin dai primi versi uno strascico di morte, una sensazione di pericolo incombente che contamina illusioni e prospettive e determina un bisogno impotente di fuggire da un destino che tutti indistintamente flagella, umani, animali e perfino vegetali, come la Parca, col suo rauco canto di morte.”
I disegni, che accompagnano e secondano di volta in volta le pagine poetiche, sono tutti dei lacerti suggestivi abilmente inseriti con mano esperta e decisa.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 2 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

RAFFAELE PIAZZA
IN LIMINE ALLA ROSA

In limine alla rosa... Col titolo di questa ultima prova poetica, Raffaele Piazza intende certo alludere alla Regina dei fiori, amata e venerata da tutti, e particolarmente dai poeti, tra cui il Francese Pierre de Ronsard che ci conduceva nel suo giardino quasi cinque secoli fa con la sua celebre ode:
Mignonne, allons voir si la rose / qui ce matin avait déclose / sa robe de pourpre au soleil, / a point perdu cette vesprée, / les plis de sa robe pourprée, / et son teint au vôtre pareil.

Carina, andiamo a vedere se la rosa /che stamattina aveva dischiuso /al sole la sua veste di porpora,/ non ha stasera perso / le pieghe della sua veste purpurea / e l’incarnato al vostro simile. Pierre de Ronsard, Primo libro delle Odi, 17 (1545)

E nello stesso modo in cui Ronsard invita una ragazza che chiama Mignonne o Carina, e potrebbe chiamarsi Alessia, a recarsi insieme con lui nel giardino delle rose, per controllare i guasti recati dal Tempo, Raffaele, nella sua prima poesia, scrive ai suoi amici poeti e lettori e li invita ad uscire tutti insieme dal guscio nel quale si nascondono, ci nascondiamo, per appoggiarsi ad un azzurro di panchina contro il cielo. Cos'avrà fatto il Tempo, con il suo passare inesorabile, alla nostra pelle, alla nostra anima, alla nostra essenza di uomini deboli ed effimeri? Quali danni avrà provocato in noi, nel corso di quella strana storia che tocca a tutti e che non ha nome e numero. Rimane a consolarci la primavera, sempre presente e fedele all'appuntamento successivo, quando la vita ce lo concede..
Ma la rosa per Raffaele significa tante altre cose.

Ozio di fragola -, ozio rosa meridiano - letto di fragola - vita di fragola, - entriamo in piante di altri mondi. I mondi di Raffaele, sempre colorati, l'azzurro del cielo e dei vocaboli, il verde delle piante e dell'acqua, e soprattutto il rosa, sempre presente. Parla certo della rosa, della sua sontuosità e varietà, delle sue sfumature, del suo profumo inebriante, ma forse di più accenna alle tinte pastello del vestito di Alessia, il cui tenero pensiero lambisce sempre, a contro luce, in sotto-fondo, l'orlo, il limine dei suoi versi.
Versi ora più ampi, più narrativi, più legati ad una condizione umana condivisa. Apriamo le finestre l'uno dell'altro e entriamo. e troviamo l'Amore, tema prediletto di Raffaele, multiforme, presente in ogni dove, con lei rosavestita, tocchiamo il grembo del Tempo. Amore, il sagrato della vita tra mille resurrezioni.
Ma visionari come certe scene d'Ingmar Bergman, si scoprono alcuni suoi intensi versi: Poi salgono le veste dei morti / verso la cima addobbata dai corpi di noi / a levigarsi nelle bare di vetro. Spesso s'intrecciano, nella poesia di Raffaele, i temi eterni del Tempo, della Vita, della Morte, che approfondisce ora in spiagge più ampie, più mature, mai melense.
Familiari si ritrovano nella seconda parte le care presenze di Alessia, appunto, la Vita, e della compianta Mirta, lei sempre così bruna e così/donna anche se cenere. Chiuso il libro, mi è però venuto in mente un pensiero, che forse rattristerà il loro cantore. Non che non fossero belle le poesie della seconda parte, anzi, ma se il poeta avesse avuto il coraggio, o la crudeltà, di lasciare per questa volta andare al loro destino le sue due amiche, il libro avrebbe certo perso alcune pagine, ma forse acquistato in compattezza, densità e rinnovamento.
Nella sua bella prefazione Ivan Fedeli coglie alla perfezione il percorso seguito da Raffaele Piazza in questa ultima raccolta , e non posso che essere d'accordo con lui laddove scrive: "In limine alla rosa segna, quindi, una tappa ineludibile nella ricerca poetica di un Autore complesso, moderno, che tende, oggi, a una sorta di sperimentalismo metrico dalle soluzioni ardite ma convincenti."
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EDITH DZIEDUSZYCKA

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

*
"Apocalisse”
Quando ritroverai quelle moine
che resero la gioventù un palcoscenico
di scintillanti rincorse
e sciolsero vertigini amorose
dai colori cangianti ad ogni bacio.
Quando nella memoria trafugherai le sere
che accolsero gli incendi delle coltri,
per segreti rintocchi, o per magie
del labbro infocato e impertinente,
tra il delirio della carne e il sospetto
dell’infinito mimetizzato agli sguardi.
Quando strapperai la carne dei tuoi figli
per ritrovare le notti dell’insonnia
e delle incertezze.
Ricucendo avventure per straripamenti
di un tocco, o involontari strappi
delle sciarpe infantili.
Quando riuscirai a stemperare i rimorsi
per tutti i fallimenti del passato, timorosamente
impegnato nel ricordo delle tue avventure
che sobbalzano in petto nel ritmo dell’aorta
impazzita.
Quando riuscirai a sognare ad occhi aperti
il video abbrunito che distrugge Israele
e proporrai un fiore ad ogni bambino
che piange senza più speranza.
Quando toccherai senza più tremori
il marmo che nasconde le ossa della tua amata
il labbro sfigurato , la palpebre consunte,
allora potrai scrivere l’ultima tua poesia .
*
ANTONIO SPAGNUOLO