martedì 11 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO DE SANTIS

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Fabio De Santis: “Osso” – Campanotto editore – 2020 – pagg.94 - € 10,00
Dobbiamo decidere innanzi alla parola poetica quando accoglierne o respingerne la trasformazione di significato, indagando gli arricchimenti e gli impoverimenti dettati dal tempo, ed immergendoci nelle immagini da essa suscitate, oppure, quando difendere ad ogni costo il senso comune che non lascia spazi ai fraintendimenti nella coerenza stilistica e tematica. La scrittura rotola nella realtà come in un tunnel senza uscita e propone fenditure creative lasciando confitte le frecce dell’immaginazione. Si apre così il ventaglio dei riflessi.
Fabio De Santis aggiusta il tiro con incredibile fermezza e ricama abilmente i colorati motivi della canzone nei tre capitoli di questi volume, tutto intrecciato tra il semplice inserto dell’amore che “nostro si racchiude in un/ orcio di luce dentro un chiostro. Dal/ sagrato si può solo intuire/ l’odore delle viole sbalordite,” e le passeggiate nei luoghi conosciuti, tra Ferrara, Roma, Venezia, Battipaglia, Cetara, Bologna, contemplando la luna o indagando nel cielo, mentre “una civetta stride sul nostro letto/ e sorveglia famelica le notti/ dello Zodiaco. Guarda e/ ci sfugge,/ forse annunciando alle insonnie/ quanto la lotta e l’amore/ si assomigliano;/ come il verso della gioia/ e del dolore si generi dal/ medesimo ardore.”
Danze esuberati e composte sperimentano, nelle pieghe del corpo, una sorta di commistione onirica, così che lo spazio cerca un appagamento inesauribile nel sobbalzo del tempo che ci avviluppa nella solitudine e ci trascina all’ombra delle illusioni.
“Fabio De Santis – scrive Carlo Alberto Sitta nella prefazione- aggiunge un reperto per certi aspetti imprevedibile: in questa raccolta c’è l’osso scoperto che emerge, o meglio un sottofondo che in buona sostanza è la parte solidificata di un nervo. Il carattere oggettivo e correlato della scrittura tenta a puntare l’indice, comunque mitico, in altra direzione, a ricomporsi in una diversa dicotomia questa volta tra presenza e metamorfosi.”
Il respiro non tende all’affanno, ma si offre in fraseggi che si aprono come un ventaglio di carta in una geometria policromatica nella quale il tutto pieno ed il tutto vuoto si affrontano per rincorrere il ritmo amalgamato del verso.
Rimandi ed iterazioni, pulsioni ed immagini, incursioni e metafore, simboli e segnali si addensano in un adagio culturale di grande intensità, ove l’urgenza è determinata da una semplice necessità di raccontare se stessi, di amalgamare quella fertile linfa che rende raggiungibile anche il salto armonioso del sub conscio .
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 8 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

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Raffaele Piazza – Alessia e Mirta - Ed. Ibiskos - pagg. 52 - € 12,00

Raffaele Piazza ha composto i 40 brani della raccolta di versi “Alessa e Mirta” (Ibiskos Ulvieri, pagg. 52, euro 12) come didascalie struggenti a immagini da trattenere nella memoria. Sono delle stazioni di sosta nel tempo, il delinearsi di momenti di vita vissuta con le due figure femminili – prima le 28 dedicate ad Alessia, poi le 6 che hanno per protagonista il ricordo di Mirta quindi le ultime 6 dove ricompare Alessia, ma in mezzo ci sono un paio di occasioni in cui si rintraccia coesistenza dei due profili, quasi a saldare l’intreccio in un unico piano -, pagine di un diario interiore il cui schema Valeria Serofilli subito rileva nella prefazione. E che cosa è un diario se non il referto di una riflessione su sé stesso, il documento dove depositare il proprio emozioni, il luogo letterario che accoglie i frammenti del tempo e prova a dare un ordine?
La linea che Piazza insegue appare in coerente sintonia con la poetica che lo muove. Se la ragazza Alessia si conferma la fonte e della sua scrittura poetica – “Alessia” è il titolo della raccolta del 2016 – ora Mirta viene a farle compagnia e insieme assumono il significato di figure, che attraverso il dramma dei rispettivi destini, portano a considerare il senso della propria esistenza e – precisa Serofilli – “questo conduce a considerazioni più generali che ci consentono di riconoscerci in lui, confrontando il suo mondo con il nostro e le nostre esperienze, sia belle che brutte con le sue”.
Il suo mondo traspare da quelli di Alessia e Mita. Di Alessia si racconta in versi l’ansia della giovinezza, dell’amore, della gioia di vivere, della felicità sperata e intravista: si vede la sua stella “ai blocchi di partenza del campo animato che è l’esistere, in arcobaleno di bei sogni” e la si ritrova nell’epilogo del Ferragosto 2016 quando “previdente Alessia sotto si è vestita di nero”. Di Mirta si coglie l’amarezza della bambina di 44 anni “donna dei boschi e prigioniera del tuo film” che confessa “la vita è bruttissima”: non basterà l’amicizia tenera e sincera, gli incontri, le conversazioni, i pranzi insieme per evitare il suo suicidio, presago nelle pagine dell’amata Anne Saxton, “sei volata via dal terzo piano della Reggia e hai aperto in me la ferita”. Che è una ferita che si riapre, è la ferita che ha strappato il tessuto e sottratto l’orizzonte ai giorni. Ora detterà poesia, balsamo lieve per sopportare il presente.
Raffaele Piazza torna sui suoi temi, e non potrebbe fare altrimenti. La sua parola si affina nella precisione del dire, evocando immagini da conservare negli archivi più intimi che rappresentano un nuovo capitolo del suo canzoniere del tempo perduto.
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Generoso Picone

giovedì 6 agosto 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia erede della selenica luce"

L’anno è il 2020, il posto il Parco
Virgiliano e l’ora le 20.00.
Persona Alessia con il sembiante
si confronta e piena luna
ostia di platino e sente la natura
immensità ad invaderla
di lucore selenico a illuminare
di ragazza l’anima. Alessia
colei che protegge e scorge
un mirto albero inconsueto
a fare ombra sul destino
di Alessia che eredita la luna
e se la mette nelle tasche
piene di sogni belli come lei.
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Raffaele Piazza

mercoledì 5 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA

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Carla Malerba – Poesie future-- puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 61 - € 12,00

Poesie future, la raccolta di poesie di Carla Malerba, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’acuta prefazione di Ivan Fedeli e una sensibile postfazione di Gemma Mondanelli.
Come scrive lo stesso Fedeli la poesia in questione ha una sua particolarità: si stende a ventaglio generando una musicalità intensa che rende l’idea di un ampio respiro e dà aria.
Si può aggiungere alla suddetta citazione che la stessa musicalità dei versi è amplificata dal fatto che quasi tutti i componimenti sono centrati sulla pagina e questo fattore fa sviluppare una melodia incantatoria tramite il ritmo serrato.
Il testo articolato e composito architettonicamente è scandito nelle seguenti sezioni: Straniamenti, Dove nulla si perde, Se vuoi ti cerco e Ritorni.
Tutte le poesie sono senza titolo e il libro si apre con una poesia che precede i vari segmenti che non a caso ha un carattere programmatico.
Tale composizione si potrebbe definire una breve dichiarazione di poetica in versi: qui la Malerba afferma che cercherà la parola mare per quante volte l’ha scritta e che cercherà di non farsi dominare dalla perversità della rima o dalle immagini aperte. Aggiungendo che è meglio la chiusa parola che travesta il mistero e che è meglio celare il pensiero di ciò che tocca a ciascuno.
Cifra essenziale della poetica, del poiein della Malerba è una parola magica e sognante di vaga bellezza non neolirica tout-court, anche se sono presenti accensioni e spegnimenti lirici soprattutto quando è detta con urgenza una natura rarefatta in passaggi in cui è raggiunta la linearità dell’incanto.
Una lucida profondità di pensiero che è sottesa ad una scaltrita coscienza letteraria connota i componimenti nei quali è frequente la presenza di un tu al quale l’io – poetante si rivolge e del quale ogni riferimento resta taciuto.
Perché Poesie future? In realtà il tema del tempo qui è centrale e vengono detti i millenni e il passato con modulazioni riuscite ed efficaci.
Tutte le composizioni sembrano pervase da una luce cangiante, a volte solare, a volte siderea e in altri casi selenica e il dipanarsi dei versi tende alla lunga ed ininterrotta sequenza nonostante la ripartizione in strofe.
Anche il tema del dolore è detto da Carla un dolore sublimato e controllato anche se gridato che potrebbe riguardare le sofferenze amorose connesse all’esserci sulla Terra sotto specie umana però con la possibilità di un riscatto nella vita che può portare anche alle felicità
Ed è proprio la parola poetica sempre raffinata e ben cesellata della Malerba a fare varcare all’autrice e anche ai lettori quella soglia della speranza nell’essere consci e sicuri che la vita è degna di essere vissuta.
Anche il senso di una fusione ontologica con l’universo alimenta spesso i componimenti quando la poetessa afferma che una notte si sperse in una solitudine di stelle e che dall’alto le spioveva un senso vitale, la sua forza e il suo dolore umano, un dolore astratto.
Una raccolta all’insegna della piena convinzione della forza salvifica della parola poetica.
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Raffaele Piazza

martedì 4 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUCA BRESCIANI

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Luca Bresciani: “Linea di galleggiamento” – Lietocolle – 2020 – pagg. 64 -€ 15,00
Il contrasto che risuona impellente nei versi è il sottofondo musicale che accompagna il segreto biografico, per le diverse occasioni che anche gli oggetti più usuali della quotidianità sono capaci di offrire al ritmo del discorso primario, il quale nel suo farsi trova le necessarie connotazioni stilistiche capaci di inserire un suggello poetico. Così le pagine si succedono nel bisogno della comunicazione, utilizzando la forza brevilinea della concentrazione, con poesie quasi tutte brevi e fulminanti.
“ Le mani accecate dal sapone
non sanno chi andranno a salvare
se un coltello o una tazza
l’appetito o la pienezza.
Meglio una fitta nell’equilibrio
che la fermezza dell’abbandono
e si deforma lo scolapiatti
per accogliere tutti.”
La scenetta appare in tutta la sua semplicità condivisa da un occhio intenerito nell’accordo di sensi ed energie.
Il poeta si riavvolge in una organica relazione tra il proprio corpo e il proprio fare poetico; il corpo, la materia, gli oggetti come flusso vitale che ci appartiene nelle ore del giorno, che genera piaceri ed emozioni di una materialità tutta colorata e sfolgorante, ed il fare poetico come racconto saltellante, che rinnova incessantemente un infinito girare nella coazione del ripetere.
“L’universo non ha cornice
e io torno ad avere un padre:
pianeta simile alla Terra
con oceani sotto le ciglia.
La sua massa resta enorme
ed è cattura dietro le spalle
e come la città sulla calamita
io sono l’eco di una fuga.”
Egli appartiene alla “Terra” e della terra ha la consistenza vitale, lasciando spazio alle interferenze per non annullarsi nella fuga.
Il “dolore” può accanirsi, ma il poeta resiste con la sua capacità di concretizzare la “parola” per non svanire nel nulla, per “essere seme di un gioco enigmistico”, tentando di “sgranare l’alfabeto come fosse un rosario”, o “aspettando una nota in calce al cielo che dice non sei solo”.
Poliedrico mentre il lacerto è un registro cangiante che caratterizza la freschezza e la vivacità dell’inventiva.
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = LEONARDO MANETTI

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Leonardo Manetti – "sChianti" (ed. Tempo Al Libro) - 2013 - pagg.52 - € 7,65

La poesia può essere semplicemente composta da attimi di esitazione deliziati dalla sensibilità di una persona che non molla, ricominciando a vivere d’incantesimi che si schiudono per gesti cordiali, che si armonizzano flebilmente.

Versi, quelli di sChianti, consci di una gioia totalizzante, tutta da tastare, di una fonte d’energia da mirare assolutamente (“ La Luna è come il Sole: prima t’illumina e poi se ne va ”), che altrimenti scompare in un parlato assente, da rendere coinvolgente spogliandoci del terrore per un destino che nessuno ci può assegnare con forza (“ Parole senza suono ci uniscono all’ascolto ”).

Un singolo atterraggio dall’immaginario è in grado di riaccendere l’umore di Manetti, quella volontà silente nel richiedere spiegazioni guardandoci con cura, per appoggiarci reciprocamente, coraggiosamente (“ Un salvagente senza timore ”), e venire così ritoccati dai raggi solari che a sorpresa ti confidano che siamo futuribili, seppur oppressi da nubi che fanno presagire niente di buono, volgendo praticamente lo sguardo all’insù.

La lettura dell’opera è gravida di una curiosità fanciullesca, ci riporta a un arcobaleno che non puoi fare a meno di osservare (“ Esclamo ‘che bello’ ”), mentre il tempo passa normalizzando, scandito da melodie sincere, in un paesello carico di valori da trasmettere alle nuove generazioni, che si fa scorgere amabilmente, naturalmente, tra l’umiltà nel coltivare del benessere e la speranza di rispuntare allegramente dalla terra, a caratterizzare insomma una località che si è fatta da sé.

V’è tutta una disponibilità da consacrare… limiti umani, minuscoli, che si approcciano tra di loro, come se sospesi in aria per poi ricadere, piano, su una stima floreale; come se il poeta appartenesse a una quiete che gli permette di concentrarsi sulla sua anima, anche a costo di stare male e ammutolirsi, con la fisicità da sondare, pericolante.

Emerge tanta preoccupazione (“ Ansia raccolta in vasi bucati ”) che risulta compressa e oscurantista perché non si condivide il fatto che l’emotività la si possa ritrovare nelle piccole cose a contraddistinguere l’immensità di ogni sensazione d’appurare, fino a tenere conto, in modo shakespeariano, magari di provare amore per una donna che si reputa di per sé ancora estranea (“ Tu vivi tenacemente nel mio cuore ”); sbizzarrendoti, per poi volgersi all’indietro, a scontare un percorso irto di ostacoli riconducibili al pessimismo, con lo sconforto visibile, stagnante su una guancia d’accarezzare, sulla pelle che si incide per dell’inconcludenza da intendere oggettivamente affinché traspaia e ci si meravigli di un cielo reso complicato impugnando una sottospecie di cronometro, e assorbendo, come degli imperfetti strumenti dell’ignoto, la stoltezza epocale, una variante episodica sancita tristemente da noi stessi che ci muoviamo maldestramente, senza aver lucidato il particolare che avvantaggia il buonsenso al cospetto della memoria comune, intrisa di malafede; da soli, alla faccia dei rumori.

Leonardo Manetti nutre il desiderio di approfondire il contenuto dei suoi polmoni, quando l’espressività attorno a lui si congela, si aggrappa a un’indole bestiale, con la comunicazione che si sta allontanando dal sempre di un termine da sillabare qual è Amore (“ Le parole sono difficili se scrivono Amore ”) .

L’autore attraverso la poesia risponde a una tragedia sorda, disinnescata lentamente grazie a degli affetti autentici, che non si smette mai di riscoprire (“ La magia della parola ‘StraAmore’ ”); a un incidente stradale che lo ha rimpicciolito per maturare definitivamente e riprodurre una netta sinergia tra le proprie origini, tra odori e sapori; un guadagno imperturbabile senza esagerare con le aspirazioni, ma perseguendo dell’abitudinaria carineria; per cogliere, prima di quel sogno che è la felicità, il piacere di stare in pace per ritenersi giustappunto innocenti, contenti di possedere della solidarietà intramontabile.
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VINCENZO CALO'

lunedì 3 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIO RONDI

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Mario Rondi: “Corona virus” – Lubrina Bramani editore- 2020 – pagg. 52 - € 12,00
Il gioco della rima, il gioco delle parole, il gioco dei pensieri in solo diciassette poesie e diciassette disegni (Silvia Manfredini), in un elegante volumetto stampato in cento esemplari numerati e firmati. Un piccolo omaggio, steso con elegante ironia, alle vicissitudini occorse negli ultimi mesi a causa della famosa pandemia che ha costretto il mondo alla rivisitazione di accostamenti e impegni civili, energie sospese e registri morali.
Rielaborare l’accaduto diventa motivo di dialettica inattesa, di suggerimenti al centro di questo spazio vitale ad alta intensità simbolica, se lo si agguanta e lo si incastra in una dimensione puramente espressiva.
“C’è subito – scrive Vincenzo Guarracino nella prefazione – fin dai primi versi uno strascico di morte, una sensazione di pericolo incombente che contamina illusioni e prospettive e determina un bisogno impotente di fuggire da un destino che tutti indistintamente flagella, umani, animali e perfino vegetali, come la Parca, col suo rauco canto di morte.”
I disegni, che accompagnano e secondano di volta in volta le pagine poetiche, sono tutti dei lacerti suggestivi abilmente inseriti con mano esperta e decisa.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 2 agosto 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

RAFFAELE PIAZZA
IN LIMINE ALLA ROSA

In limine alla rosa... Col titolo di questa ultima prova poetica, Raffaele Piazza intende certo alludere alla Regina dei fiori, amata e venerata da tutti, e particolarmente dai poeti, tra cui il Francese Pierre de Ronsard che ci conduceva nel suo giardino quasi cinque secoli fa con la sua celebre ode:
Mignonne, allons voir si la rose / qui ce matin avait déclose / sa robe de pourpre au soleil, / a point perdu cette vesprée, / les plis de sa robe pourprée, / et son teint au vôtre pareil.

Carina, andiamo a vedere se la rosa /che stamattina aveva dischiuso /al sole la sua veste di porpora,/ non ha stasera perso / le pieghe della sua veste purpurea / e l’incarnato al vostro simile. Pierre de Ronsard, Primo libro delle Odi, 17 (1545)

E nello stesso modo in cui Ronsard invita una ragazza che chiama Mignonne o Carina, e potrebbe chiamarsi Alessia, a recarsi insieme con lui nel giardino delle rose, per controllare i guasti recati dal Tempo, Raffaele, nella sua prima poesia, scrive ai suoi amici poeti e lettori e li invita ad uscire tutti insieme dal guscio nel quale si nascondono, ci nascondiamo, per appoggiarsi ad un azzurro di panchina contro il cielo. Cos'avrà fatto il Tempo, con il suo passare inesorabile, alla nostra pelle, alla nostra anima, alla nostra essenza di uomini deboli ed effimeri? Quali danni avrà provocato in noi, nel corso di quella strana storia che tocca a tutti e che non ha nome e numero. Rimane a consolarci la primavera, sempre presente e fedele all'appuntamento successivo, quando la vita ce lo concede..
Ma la rosa per Raffaele significa tante altre cose.

Ozio di fragola -, ozio rosa meridiano - letto di fragola - vita di fragola, - entriamo in piante di altri mondi. I mondi di Raffaele, sempre colorati, l'azzurro del cielo e dei vocaboli, il verde delle piante e dell'acqua, e soprattutto il rosa, sempre presente. Parla certo della rosa, della sua sontuosità e varietà, delle sue sfumature, del suo profumo inebriante, ma forse di più accenna alle tinte pastello del vestito di Alessia, il cui tenero pensiero lambisce sempre, a contro luce, in sotto-fondo, l'orlo, il limine dei suoi versi.
Versi ora più ampi, più narrativi, più legati ad una condizione umana condivisa. Apriamo le finestre l'uno dell'altro e entriamo. e troviamo l'Amore, tema prediletto di Raffaele, multiforme, presente in ogni dove, con lei rosavestita, tocchiamo il grembo del Tempo. Amore, il sagrato della vita tra mille resurrezioni.
Ma visionari come certe scene d'Ingmar Bergman, si scoprono alcuni suoi intensi versi: Poi salgono le veste dei morti / verso la cima addobbata dai corpi di noi / a levigarsi nelle bare di vetro. Spesso s'intrecciano, nella poesia di Raffaele, i temi eterni del Tempo, della Vita, della Morte, che approfondisce ora in spiagge più ampie, più mature, mai melense.
Familiari si ritrovano nella seconda parte le care presenze di Alessia, appunto, la Vita, e della compianta Mirta, lei sempre così bruna e così/donna anche se cenere. Chiuso il libro, mi è però venuto in mente un pensiero, che forse rattristerà il loro cantore. Non che non fossero belle le poesie della seconda parte, anzi, ma se il poeta avesse avuto il coraggio, o la crudeltà, di lasciare per questa volta andare al loro destino le sue due amiche, il libro avrebbe certo perso alcune pagine, ma forse acquistato in compattezza, densità e rinnovamento.
Nella sua bella prefazione Ivan Fedeli coglie alla perfezione il percorso seguito da Raffaele Piazza in questa ultima raccolta , e non posso che essere d'accordo con lui laddove scrive: "In limine alla rosa segna, quindi, una tappa ineludibile nella ricerca poetica di un Autore complesso, moderno, che tende, oggi, a una sorta di sperimentalismo metrico dalle soluzioni ardite ma convincenti."
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EDITH DZIEDUSZYCKA

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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"Apocalisse”
Quando ritroverai quelle moine
che resero la gioventù un palcoscenico
di scintillanti rincorse
e sciolsero vertigini amorose
dai colori cangianti ad ogni bacio.
Quando nella memoria trafugherai le sere
che accolsero gli incendi delle coltri,
per segreti rintocchi, o per magie
del labbro infocato e impertinente,
tra il delirio della carne e il sospetto
dell’infinito mimetizzato agli sguardi.
Quando strapperai la carne dei tuoi figli
per ritrovare le notti dell’insonnia
e delle incertezze.
Ricucendo avventure per straripamenti
di un tocco, o involontari strappi
delle sciarpe infantili.
Quando riuscirai a stemperare i rimorsi
per tutti i fallimenti del passato, timorosamente
impegnato nel ricordo delle tue avventure
che sobbalzano in petto nel ritmo dell’aorta
impazzita.
Quando riuscirai a sognare ad occhi aperti
il video abbrunito che distrugge Israele
e proporrai un fiore ad ogni bambino
che piange senza più speranza.
Quando toccherai senza più tremori
il marmo che nasconde le ossa della tua amata
il labbro sfigurato , la palpebre consunte,
allora potrai scrivere l’ultima tua poesia .
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ANTONIO SPAGNUOLO