giovedì 25 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIO FRESA


"Dizionario critico della poesia italiana"--1945 – 2020---Società Editrice Fiorentina – Firenze – 2021 – pag.213 - € 25,00 -a cura di Mario Fresa
Mario Fresa è uno dei poeti e critici italiani che si sono affermati, nonostante l'ancor giovane età (è nato nel 1973 a Salerno), nel panorama poetico del nostro Paese: tra i suoi successi riscontrati, oltre al riconoscimento di numerosi premi di poesia, spiccano la pubblicazione di testi poetici sulle principali riviste culturali degli ultimi decenni come “Nuovi Argomenti”, “Paragone”, "Il Verri" e “L’almanacco dello Specchio” mondadoriano.
La poesia dal secondo dopoguerra in poi in Italia, come nel resto del mondo, continua ad essere vivissimo strumento di conoscenza per l’essere umano: uno straordinario strumento di indagine dello spirito, capace di condurre a una fusione catartica tra conscio e inconscio, fisico e psichico e che permette, inoltre, un riavvicinamento salutare (e salvifico) alla stessa natura, recuperando qualcosa che nella vita della nostra società, sempre più cibernetica e "tecnica", si è infine perso.
Prima di entrare nel merito di un commento all’importante opera critica curata da Maro Fresa e redatta dai maggiori poeti e critici dell’attuale panorama italiano brevemente accennerò a due fenomeni che alcuni intellettuali avevano pronosticato e che non si sono avverati.
In primo luogo non si è verificata, dopo la seconda guerra mondiale e l’Olocausto, l’afasia, la fine della poesia come credevano il filosofo Adorno e il poeta Paul Celan. Il desiderio di interrogare il mondo e il destino umano attraverso la scrittura poetica non è tramontato (e crediamo che mai tramonterà).
In secondo luogo, aggiungiamo per fortuna, non è avvenuta né la fine né il decadimento del libro cartaceo nell’epoca degli e-book, come molti pensavano che sarebbe successo agli albori del fenomeno internet. Il Dizionario dei poeti in questione è un volume che risulta utilissimo e stimolante per due categorie di lettori: i cultori della poesia (che sono essi stessi quasi sempre poeti) e i critici che troveranno nelle 250 schede su poeti e poetesse e sul loro fare poesia dal 1945 al 2020. Chi scrive ritiene inoltre che anche nei licei classici e nelle università questo volume dovrebbe essere accolto dai docenti anche se esiste ovviamente una barriera tra critica accademica e critica militante.
L’opera può essere considerata anche come un mezzo per il critico di poesia di qualsiasi tendenza sia per agguerrirsi attraverso il suo studio sul piano metodologico, sia per affinare i suoi strumenti di indagine e di studio.
Come scrive Fresa nella premessa, il testo è frutto dell collaborazione di oltre cinquanta redattori. Nell’assegnazione delle schede, scrive il critico, "si è cercato d’individuare le specifiche affinità e i particolari approfondimenti che i singoli collaboratori hanno sviluppato in riferimento alle voci analizzate: ciascun poeta è stato, dunque, accompagnato e presentato da un suo lettore ideale".
Un volume poderoso e nello stesso tempo raffinatissimo nelle valutazioni e nelle critiche ad ogni singolo autore o autrice, quando l’acribia diviene il comune denominatore del lavoro nella sua totalità.
*
Raffaele Piazza

POESIA = ASSUNTA CASTELLANO


** "Non chiamarmi amore"
Non chiamarmi amore,
chiamami col mio nome,
pronuncialo dolcemente
come se io fossi il pane che ti sazia,
come se io fossi l'aria che respiri
il vento che scompiglia i capelli
il calore del fuoco che ti scalda.
Guardami e non distrarti dal mio volto
segui tutti i contorni del mio viso..
la fronte
il naso
la bocca,ma non guardarmi gli occhi...
scopriresti tutto l'amore del mondo...
Ecco perché li abbasso!
Chiamami col mio nome
e solo allora io capirò chi sei
e quanta forza metti nel pronunciarlo
ed io ti chiamerò...AMORE!!
*
ASSUNTA CASTELLANO

venerdì 19 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = VINCENZO GUARRACINO


**Vincenzo Guarracino (a cura di) : “Il seme del piangere” Ed. Fermenti 2021 – pagg. 252 - € 25,00
Ponderosa antologia di poesie, in elegante e sobria veste editoriale, redatta da Vincenzo Guarracino con la sapienza ed il gusto di un saggista che ha al suo attivo un bagaglio culturale di ammirevole spessore. Il tentativo di raccogliere le pagine di un percorso che scandaglia il mistero delle lacrime è pienamente riuscito attraverso il ricamo dei testi presentati, che hanno la firma di autori esemplari, e che uno per uno hanno l’intervento critico interpretativo del curatore.
“Uno scandalo e un mistero, le lacrime: un dono e un sacrificio di sé, un segno intollerabile di fragilità, – scrive Guarracino in prefazione – espresso per via di un linguaggio liquido e silenzioso. Inscritte tra dolore e piacere nella storia del corpo e nel gioco asimmetrico dei sentimenti resistono ad ogni sapienza offrendo un’unica certezza, quella di offrire dell’io un’immagine scoperta, protesa a qualsivoglia interpretazione e disegno tale da dare agli altri il vantaggio di una soggettiva condizione di superiorità, in virtù di un sentimento come la compassione, un miracolo della natura e unica qualità e passione umana che non abbia nessunissima mescolanza di amor proprio, secondo il Leopardi di un giovanile passo dello Zibaldone”.
Gli autori presenti sono ben novantotto, da Giovanni Pascoli a Chiara Evangelista, da Sibilla Aleramo a Serena Rossi, da Corrado Govoni a Paride Mercurio, da Giuseppe Ungaretti a Franco Manzoni, da Eugenio Montale a Claudio Damiani, da Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Leonardo Sinisgalli a Alberto Toni, da Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini, Mario Luzi a Gabriella Colletti, da Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani, Edardo Sanguineti a Gianni Rescigno,ad Antonio de Marchi Gherini, per citarne soltanto alcuni.
La drammaticità degli anni ha il suo picchiettio melodioso in una sorta di vertiginosa sequenza di versi, come un velo policromatico che riesce a nascondere l’apparenza e l’effimero per esprimersi in un attraversamento ideologico, che si compone in trepidazioni incantevoli.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 7 novembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


*****OBLIO***
Anche l'oblio è stralcio di memoria
altro versante che cancella colori,
solitudini e canti misteriosi,
tra forme vaghe e luminose.
Tempo nella penombra lenta
somiglia a un labirinto incantato
dove il centro segreto ha echi e passioni.
Non saprò mai chi sono, allo specchio
recondito e fragile riflesso di un pericolo
che ostacola fantasmi.
Nell'azzardo impallidisce e tace
anche la storia in un saluto rapido,
accennato ad un rancore antico,
e si ferma se c'è un fiore di cardo.
Senza fare rumore, con la fermezza
che fu già la sua illusione, abbandono
mine vaganti.
ANTONIO SPAGNUOLO
*
"Olvido"
Aun el olvido es surco de memoria
el otro lado que borra colores
soledad y cantos misteriosos,
entre formas vagas y luminosas.
Tiempo en la penumbra lenta
semeja un laberinto encantado
donde el centro secreto tiene ecos y pasiones.
No sabré jamás quién soy, en el espejo
recóndito y frágil reflejo de un peligro
En el acaso empalidece y calla
aún la historia de un rápido saludo,
señalado en un antiguo rencor
y se detiene si hay una flor de cardo.
Sin hacer rumor, con la firmeza
que fue de su ilusión, abandono
minas vagantes.
*
Traduzione di Francesca Lo Bue

POESIA = FRANCESCA LO BUE


La Lo Bue legge in questo monologo, espresso in termini poetici il mito di Andromeda, traducendolo in un racconto che è di fatto l’esercizio di una singolare modalità di pensare. Infatti, la narrazione della storia mitica di Andromeda diventa lo spunto per esprimere la realtà contraddittoria del fenomeno umano, allorché è posto nelle condizioni limite dell’esistenza. Così la protagonista dell’evento mitico si trova sospesa tra l’abissalità della morte causata da un fato ineludibile e il grido della vita che non riesce ad emergere dal destino alle soglie del suo compimento. La disperazione sembra trionfare, la speranza appartiene in tal caso all’impossibile, ma l’inatteso evento liberatorio della salvezza e di una nuova vita, finisce per germogliare da una situazione che appariva conclusa. Questa realtà enigmatica dell’evento viene chiarificata dalla poetessa attraverso un’ermeneutica che fa uso di immagini in alcuni momenti buie e in altre luminose, chiarificate e soprattutto evidenziate dai colori e dagli effetti di un fuoco nascosto che esorcizza il pericolo della morte e oggettiva il grido trionfante della vita, aperta ad un domani migliore ma sicuramente imprevedibile. Tutto ciò, come di solito accade per la nostra interprete, viene realizzato dai registri dinamici di un linguaggio che valorizza gli effetti arcani del racconto.
** Aurelio Rizzacasa
"Andromeda" (monologo)
Qui sono,
in una roccia che dirupa nel lago ceruleo,
dove scendono il fardello dell’affanno e le catene del tempo.
Virgulti di afflizione e di esilio
arrivano dalla sabbia a ricevere bisacce di pena.
Nel petto ansimante trattengo la bellezza dell’ebano,
i nibbi delle rocce e il pavone di fuoco.
Le creste di fiamma bruciano i miei occhi che aspettano cibo e vento.
Dalla tana amara,
fra i chiodi del solo nuvoloso,
ascolto il crepitio di barche lontane e le campane dei corvi.
Urlo nella notte, nel mattino senza luna,
nella terra delle sabbie, le mie pupille guardano nel nulla.
In un giorno come tanti verrà la morte senza piedi.
C’è il mostro dalle orecchie di bue,
la lupa dagli occhi di fiamma.
C’è pitone che sogna veleni fra i pepli della notte,
quando le ninfe marciano in pena verso gli specchi della selva
e i cani che sbavazzano.
Colpisce e cade la morte con l’emblema del figlio errante,
in un’epifania di alberi allucinati,
fra memorie che tramontano ed alchimie sanguigne.
Qual è la tua casa?
La mia fu una via buia e scivolosa,
un marchio senza terra né la madre,
una rugiada salmastra che ferisce sbiadita.
Che doni porta la tua mano?
Vivere in una roccia infiammata,
in una ruota d’aria cerulea,
fra liane d’acciaio e linfe diroccate.
Contemplo il mio viso sotto lo zenit di parole miracolose.
È un pensiero di carne nelle notti nude,
parole e aspettative che scivolano in un rivolo di ghiaccio.
C’è amore da qualche parte?
Il notturno vagare cede all’urlo
e all’affermazione di un mare lontano,
quando abbaglia solitudine e disfacimento
tra grovigli di veleni e chiodi di sole.
Potrei ritrovarmi in un accenno,
in un desio di fiamma celato
nello stupore di un nome bianco.
Che suono è la patria?
Chi mi condurrà,
con quale mano,
al sentiero della pietra fulva,
dove il pungolo del fato s’attorciglia tra salici gelidi e rocce appuntite?
Fu o non fu un sogno il paese della nebbia?
La stizza dell’uomo fu briciolo di foglie o graffio di rose?
Taci, taci.
Irrompe il sangue della colpa.
Perché non ascolti i supplicanti?
I supplicanti per la vita che sfugge fra i capricci della natura?
Sono come erba calpestata dalla brina d’autunno.
Viene da me su un carro cigolante nella luce dell’affanno.
È voce di sale e acqua morta,
di colli e distanze.
È lampo di candela nel focolare della sera,
una visione che incrina nel raggio di sole,
balocco che scivola nel vento di tutti i giorni.
Apparve un genio nelle punte del meriggio,
carezza fuggente di visione e di aneliti erranti.
L’angelo arciere mi guarda nella pazienza del silenzio,
ammicca alla mia anima dalle sue ali di neve antica,
mi chiama da mura diroccate
quando si destano gli gnomi della notte.
L’istante nasconde il mio petto ansimante,
nel calice carminio del cuore
appare un isola per la voce dei morti,
per la voce dei vivi,
per la voce del sogno nel guizzo dell’aria.
Che portano le tortore assonnate?
Il risveglio cos’è,
cos’è una terra di morte?
Purpurea aurora perpetuamente sparita.
Ero viva nel saluto dei navigli,
viva nell’incanto dell’aria,
viva nella pena delle mie dita anelanti e nel grido esultante.
Il mio nome è la mia giustizia in una terra di nessuno,
in un passato che non è,
in un oltre che non c’è.
Sei la lontananza di me,
tutti i suoni della mia voce,
il bagliore dei miei occhi,
la forza della mia carne ferita di passione e di bellezza.
Nella montagna azzurra appare il castello di mio padre,
mi chiamano editti di perdono e pazienza,
Sorge l’isola, la patria trascinata dalle nereidi dagli occhi cupi,
dalle reti dei pescatori di perle.
E poi vennero le barche con meduse, schiavi e scrigni
E non fu il miracolo delle alghe d’oro.
Nei riverberi delle sabbie della spuma
Sussulta la nostalgia,
trema la gelosia,
e la Moira accovacciata nelle pieghe della mia veste
rincorre i cammini delle peripezie.
Si schiudono le rose e la nuda gioventù.
*
Francesca Lo Bue

venerdì 5 novembre 2021

PERIODICO = LE MUSE


**Le Muse---Bimestrale per il mondo dell’arte e della cultura – Anno XXI – settembre-ottobre - 2021
Le Muse è una rivista d’arte e cultura fondata da Paolo Borruto e Maria Teresa Liuzzo ventuno anni fa e quindi può considerarsi storica nel nostro panorama letterario, scenario nel quale molte riviste di questo genere terminano il loro iter dopo poco o pochissimo tempo dai loro inizi. Le Muse è organo ufficiale dell’Ass.ne Lirico – Drammatica Arte e Cultura Pasquale Benindende.
Maria Teresa Liuzzo ricopre i ruoli di Editore, Direttore Responsabile e Direttore Pubbliche Relazioni.
I vicedirettori sono Davide Borruto e Stefano Mangione e lo stesso Borruto è Direttore della Redazione e gestisce i rapporti con gli Istituti Culturali.
Molto nutrito il Comitato Letterario di Redazione del quale ha fatto parte la figura di spicco di Giorgio Bàrberi Squarotti. Le Muse annovera Corrispondenti Esteri in Romania, Spagna, U.S.A. e Argentina. La Direzione e l’Amministrazione di Le Muse sono a Ravagnese di Reggio Calabria e tra le riviste artistiche cartacee del Meridione, quella che prendiamo in considerazione in questa sede può considerarsi una delle più serie ed eclettiche. Ricchissimo il sommario che presenta l’Editoriale di Davide Borruto sul tema della pandemia da Covid- 19 che dura quasi da due anni con il mondo intero che continua a fare i conti con l’irriducibile virus. Seguono parti dedicate a poesie di poeti dei quali spesso sono inserite le fotografie e molto interessante è l’OSSERVATORIO INTERNAZIONALE con lo scritto Un fenomeno particolare. La visione poetica di Mauro De Castelli. Il personaggio del mese è Jennifer Gerbi scrittrice e make-up artist a cura di Chiara Ortuso. Il compito che la Gerbi si prefigge di realizzare è quello d’intraprendere un cammino di crescita e formazione personale che traspare dalla sua opera, valorizzando le potenzialità di cui ciascun individuo, in quanto appartenente all’umano dispone di sé stesso. Arricchire la propria anima, ciò che va sotto il nome di spirito, con esperienze positive che abbiano come approdo concreto la prossimità con il volto dell’altro. Nel bimestrale s’incontrano saggi e recensioni di qualità e una Rubrica è dedicata a L’esercizio della satira attraverso la metrica della filastrocca a cura di Maria Teresa Liuzzo. Da segnalare in una rubrica lo scritto L’arte premia Raffaele Siciliano – scultore a cura di Antonella di Siena. Una lettura impegnata, un caleidoscopio di articoli e testi poetici connotati dal comune denominatore della qualità a dimostrazione che ancora una volta scommettere sulla poesia e l’arte in generale con espressioni cartacee si rivela una scelta vincente per i valori dell’essere che sono ancora in piedi in un mondo dominato dalla mentalità dell’avere. Un’immersione tout-court nella bellezza e nella cultura che superano di gran lunga la mentalità del mero apparire.
Raffaele Piazza

giovedì 4 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO


**Giuseppe Iuliano :”La mia cantorìa” (a solo barocco) – Ed. Delta 3 – 2021 – pagg. 16 - € 2,50 -
Un policromatico viaggio tra memorie e rimpianti, tra illusioni e stralci di vampate, tra proposte e lacerazioni questo poema tutto dedicato all’ Irpinia “deserta, fragile, ossificata”, delicatamente raccontata con versi che hanno capacità culturali di notevole impegno.
“Qui lo strumento solista è l’io poetico o lirico – scrive Paolo Ruffilli in prefazione – che, nello svolgimento dell’orchestrazione, si misura con la serie dei riferimenti/referenti fondamentali del suo mondo e della sua vita. Non per niente il preludio del poemetto si fonda nella sostanza della terra d’origine in una sorta di profonda congiunzione, vero e proprio altare, rispetto al quale inevitabile appare la fuga del distacco…” Giuseppe Iuliano “canta” avvinto com’è dalla realtà drammatica che vertiginosamente aggancia il quotidiano mentre “scontenta sfibrata la terra/ spreme grumi rancidi di vene e fiele”.
La sorte ha cadenze di sagre, di feste paesane, di riti religiosi mentre la storia bilancia a suo piacimento equilibri che potrebbero anche fare paura.
Poesie che si inseguono con ritmo incalzante nella luce smerigliata di un io poetante capace di raccontare in una sfida musicale corposa.
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 3 novembre 2021

POESIA = LIDIA POPOLANO


"artifizi di luce sull’acqua"
Abbiamo orrore della perfezione, noi
di quella perfezione che prevede
l’uso del decoro, della leziosità
del tempo giusto di cottura
del rito spento
Abbiamo il senso del vuoto
dell’orlo dello spazio
del pieno che è illusione
saltelliamo da un quasi all’altro
riempiendoli d’amore non richiesto
ché non abbiano ad accorgersi
che siamo in attesa di alcunché.
Abbiamo orrore dell’attesa, noi
lo sappiamo che il tempo
dell’attesa si fa beffe
delle nostre speranze più pure
l’innocenza non può essere simulata
ma può essere coltivata
come un fiore raro in bocca all’assassino
o come una spada conficcata
tra le labbra più pure di un passante.
Tu sai giocare con il tempo
quando si insinua tra le tue membra
obbligandoti a rimanere in piedi
le mani a coppa intorno al viso
sopraffatto dal dolore della vita
- vedi nulla sorella Anna? -
gridavi…
ma non resterai a lungo in piedi
non ti dirigerai velocemente all’orizzonte
passerai con passo distratto, semmai
preso dal chiocciolìo delle folle
il capo voltato e un sorriso bambino
che splende dal tuo amato corpo
obliquo
*
LIDIA POPOLANO
Premio Ossi di seppia 2021 - Comune di Taggia.

martedì 2 novembre 2021