domenica 27 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

*** Raffaele Piazza, In limine alla rosa, puntoacapo Editrice - 2020 ----- di Carlangelo Mauro---------- L’ultima raccolta di Raffaele Piazza, In limine alla rosa (2020), si apre con una lettera ai poeti «senza nome», intitolata Lettera di primavera. La marginalità di essi è speculare alla marginalità della poesia nella società di oggi. Non è questa la sede per considerazioni sociologiche o per dati, ad esempio, sulla circolazione tra i lettori dei libri di poeti in Italia. Riferendoci al libro, in questa breve recensione, c’è da dire che Piazza conserva una sua speranza implicita già nel titolo. Per lui la primavera della poesia non è mai finita, come l’archetipo delle stagioni ritornerà circolarmente nella purezza del «paesaggio di chiarità» e il paesaggio letterario sarà segnato da una «strada bianca» dove questi poeti passeranno. I «salici» sono sempre verdi, mai nessun poeta vi appenderà le cetre. Una perenne primavera quindi, in cui chi scrive, di fronte agli orrori del mondo, concepisce la scrittura come tradizionale rifugio. L’opposto di una poesia della contraddizione che si immerge in quell’orrore e ne trae elementi corrosi e tizzoni ardenti, un magma di frammenti di realtà che incutono timore trasposti sul piano della sperimentazione linguistica. Al fondo quella di Piazza è una poesia lirica, che nasce tra le pareti di casa: «la casa tiene e anche la mente», che ripete ritualmente le forme di un cattolicesimo domestico («con il bambino che ci fa bere la sua gioia / a mutare il nostro sangue») in cui l’eros non è trasgressivo ma mistico, benedizione e immersione, nell’ambito della famiglia, con un tu femminile e salvifico in quella perenne primavera: «Una metafora vegetale ti fa donna / pervasa dal tuo vivere serale: / io leggo proteso al tuo seno». Le altre figure femminili che ritornano nella sua produzione, come Alessia e Mirta, appartengono al ricordo e non mettono in discussione il fondamento del discorso, semmai costituiscono una variazione sul tema. L’«ozio di fragola feriale», che si ripete da un libro all’altro di Piazza, è rito di vita «duale», in cui il poeta e la donna vivono separati dalla cronaca degli avvenimenti, guardano soltanto «da finestre grandi» aperte «sul delta del mondo», ma i giornali sono «annudati dal tempo», i fatti e gli eventi trascorrono ma non sembrano intaccare, pur nella loro tragicità che talvolta riaffiora, la dimensione della lettura nella casa, con i libri appoggiati sulle mensole, elementi dell’«ozio» celebrato nel poemetto: nell’undici settembre non venuto// a caso le impiegate della Microsoft// hanno dato l’ultimo// volatile respiro leggendo e lavorando e//-- Il flusso poetico e la narrazione, come in altri componimenti, si interrompono con la congiunzione, la e, qui provvidenziale. Gli «universi d’aria», le metafore vegetali, le metamoforsi secondo una topica dannunziana («entriamo in piante / di altri mondi») ed ermetica, permettono all’io lirico di sfuggire a ciò che raccontano quegli stessi giornali. Egli cerca ossessivamente uno spazio altro in rapporto con un tu femminile che lo salvi e lo rinnovi attraverso l’amore: «Vengo fuori da te come una cosa nuova». Se il mondo non è abitabile o non lo è più, lo spazio privilegiato che l’io lirico si concede è quello domestico o del parco di verde vicino, dei «platani condominiali». E’ questa l’unità che forma una «monade» in cui sono racchiusi l’io lirico e il tu: «è un giocare al rifugio per noi / ad amarci nella tana domestica». L’«edera» (p. 19) entra nella casa come foglia da segnalibro, la natura e la poesia convivono senza muoversi dal proprio luogo. L’equazione non sembra avere eccezioni: «Amore, parola pari a casa o luogo / abitabile». Quando ci si trasferisce nello spazio accessorio o transeunte, cittadino o vacanziero come la spiaggia di Paestum o Capri, viene rievocata sempre la casa: «sta inevitabilmente / il nostro guscio familiare». La «casa rosafiorevole» esiste come certezza granitica, vera sostanza; di fronte o sopra di essa, se c’è l’abisso, esso deve restar nascosto al lettore, coperto da rose, per usare le parole del grande Saba. Il rito della scrittura è quello una preghiera quotidiana che serve a se stessi. La ripetizione ossessiva è salvezza, un esorcismo contro la morte nel ritorno, che si vorrebbe perenne, dell’«uguale» (p. 17): Esistiamo pari agli alberi sempreverdi,// rinasciamo ogni giorno nel letto// del risveglio duale […]-- La «forma verde del giardino» dell’infanzia, del parco dove si assaggiavano i frutti «a cinque anni», è quella dove la «sposa» è entrata per una unione mistica. Il chiostro o la «rosa mistica» che contornano lessicalmente questo spazio ne confermano la natura sacrale; il tempo è sospeso, immobile, esclusa la sofferenza del divenire quando si è protetti dalla donna-Madre: «ti disponi con il figlio a tessere le tele delle ore». La luce può quindi inondare la casa essendo le sue porte «tutte aperte», la «casa consacrata» con il «bambino» e il «pane» completano lo spazio del sacro che consente di non vedere il «cadavere del tempo» (p. 27). La sposa è celebrata come divinità, una madonna, nel luogo di nascita, montuoso, che è avvolto da una «luce soprannaturale», dove gli animali vanno, come in un presepe, nel loro «sacro abbeverarsi»; i morti come presenze larvali salgono «in cima» con le loro vesti. Ma la morte è per l’io e la sposa soltanto un addormentarsi come nelle fiabe in «bare di vetro», in attesa del risveglio. Il «sagrato della vita» è il luogo infatti dove avvengono «mille resurrezioni». Si sviluppa, quindi, in una ossessiva iterazione come in un rosario, il «sinuoso senso del rito quotidiano e duale», il rito cristiano per cui «acqua e vino» devono «trasformarsi in sangue» (p. 32). Il tempo della vacanza, in altri testi del libro, non è nella sostanza che attesa del ritorno alla «domenicale domestica ripetizione / ad angolo con la vita nei libri», così come si attende il ritorno della sposa quando è lontana, ha abbandonato temporaneamente la casa e fi lei si contemplano i «segnali / che [ha] lasciato». Anche i libri scritti sono ciò che si dà in cambio del sacro dono, il bene familiare ricevuto. Un inno di grazie che si estende al creato: «volano Angeli e rondini sotto il cielo», per cui l’azzurro diventa l’unico colore al cui confronto il nero dell’inchiostro, della scrittura, non può vedersi, si rimane turbati nel corpo, che si vorrebbe totalmente spiritualizzato, dalla meraviglia che rigenera. Nella seconda sezione del libro, intitolata «Alessia e Mirta», ritornano le figure femminili complementari della vita e della morte di altre raccolte. Alessia è simbolo dell’adolescenza nel passaggio alla prima maturità (nei testi di Piazza precedenti ha sedici anni, oppure qui «diciotto anni contati come semi»), della giovinezza che vince la morte nel suo splendore, mentre Mirta vi si sottomette per scelta, per «libero arbitrio» (p. 52). Un suicidio, quindi, un frammento doloroso del reale se in altra sede il poeta ha evocato i dettagli del caso, che rimandano ad articoli di cronaca, al caso di un’amica. Ma il rito, di cui il libro di poesia è parte fondamentale come la preghiera, serve ad esorcizzare il baratro. La «fiorevole Alessia sulla via della vita» rappresenta l’anima che affonda le radici nella psiche del poeta, il quale non può non celebrare la vitalità e l’amore come «via maestra» (p. 60), cammino solido che tiene lontani dal filo del baratro, che è una vittoria nel segno della «gioia» sull’istinto di morte che è prevalso in Mirta: sta infinitamente il flusso buono// dagli occhi di Alessia,// fino ai verdi prati della vittoria// della gioia […]-- In questa fede che si rinnova nella vita e in Dio (p. 66), il grembo di Alessia raccoglie la «pioggia amniotica» come una gran Madre, perché è sempre la donna a garantire la sostanza di questa fede e di questa salvezza che da individuale si fa nel finale del libro collettiva

sabato 26 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI =

++ Laura Capra – Nero fittizio------ puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 71 - € 12,00----------- Laura Capra (Genova 1982) è specializzata nei settori risorse umane e comunicazione. Nero fittizio è la sua raccolta d’esordio. Il volume presenta una prefazione di Marco Ercolani esauriente e ricca di acribia intitolata Un tormentoso desiderio di libertà. L’opera non è scandita e per la sua unitarietà formale, stilistica e contenutistica potrebbe vagamente essere considerata un poemetto. Perché Nero fittizio? Il nero in sé stesso come colore evoca la morte, la notte e le tenebre nonché la fermezza, ma anche i valori opposti della vita che rinasce dalla morte stessa anche se ci si veste di nero in segno di lutto. Fittizio significa privo di corrispondenza con la realtà, finto, inconsistente, immaginario. I due termini associati insieme danno l’idea dell’esistenza che diviene immaginaria, finta, appunto, non essere, il nulla. Il nero evoca anche l’idea di qualcosa in cui si entra mentre si accede alla dimensione del sonno e gli antichi dicevano che la morte è simile al sonno stesso, un sonno senza sogni. Non a caso il poeta Ranieri Teti ha scritto un libro intitolato Entrata nel nero, nero visto come dimensione ancestrale e appunto da onirismo purgatoriale, di ripiegamento su sé stessi e di full immersion nell’inconscio e nel fondo in cui l’ansia si specchia. Ma poi c’è la risalita verso la luce che coincide proprio con la creatività che è in questo caso poetica nei versi espressi perché la poesia salva la vita. E allora dall’azzeramento, dal nulla sporge l’essere che di sé stesso è infinito attraverso le parole del libro, dalla prima all’ultima dette, nominate con urgenza dall’autrice, urgenza che diviene luce nel farsi parola. Scrive Ercolani che il libro è maturo e sofferto e manifesta Il grido incantato e sillabico di una violenta urgenza espressiva, Laura Capra non ci propone una poesia risolta e conclusa ma un diario crudele di emozioni, un concitato monologo rivolto a sé e all’altro, concitato ma lucido. Nero fittizio è un libro che l’autrice ha custodito a lungo dentro di sé e che ora, dopo una faticosa gestazione, si risolve a pubblicare. La scrittura di dipana sulla pagina connotata da un forte carattere anarchico per l’apparire non consequenziale delle immagini che sgorgano le une dalle altre fino s sfiorare l’alogico, un inconscio controllato appunto. Una forte carica di visionarietà permea l’opera di Capra e non mancano nei versi surrealismo e magia, versi che per la loro natura avvertita e icastica sembrano pervenire al lettore come raccolti da messaggi in bottiglia raccolti nel loro involucro dal mare della vita che se è cattiva e contraddittoria può trovare una soluzione proprio in quel tormentoso desiderio di libertà perché è implicito che la libertà che è il primo valore dell’essere umano può essere raggiunta proprio con la parola poetica e nel pubblicare questa opera prima la giovane Laura ne è pienamente conscia.. ------- Raffaele Piazza

giovedì 24 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = CHIARA ALBANESE

+++++++++++ Chiara Albanese – Il cormorano Bryan------ puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 53 - € 10,00------------ Chiara Albanese è nata nel 1984 a Genova. dove risiede. Questa è la sua opera prima. Il cormorano Bryan, la raccolta di poesie di Chiara Albanese che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta uno scritto introduttivo di Loredana Magazzeni intitolato Chiara Albanese, poesia come prossimità intenso e ricco di acribia nel quale sono dette le ragioni della poetica della giovane autrice. Come scrive la prefatrice siamo fatti di legami. Fili comunicativi si sciolgono e s’intrecciano continuamente, disperatamente, fra noi e gli altri. Avvolgendo passo dopo passo i fili di queste relazioni, di questi continui disvelamenti, Chiara Albanese ci rende partecipi di un territorio intimo e geografico, una geografia delle relazioni e della memoria che ci apprestiamo a percorrere con reverenza e con pudore, come entrando in una stanza privata. Con fare induttivo, partendo da un dettaglio. un oggetto, un gesto, una luce improvvisa, una parola pronunciata di sfuggita, Albanese ci mostra nuove dimensioni del quotidiano, moltiplicando i nostri punti di vista e aprendoli a prospettive plurali e non consolatorie. Quindi essenziale nel volume è il tema del rapporto sociale in continuo divenire, delle relazioni amicali o amorose in relazione con la quotidianità che possono riferirsi sia al presente che al passato e questo innanzitutto nel vissuto dell’io – poetante che è fortemente autocentrato e si svela come il filo di lana srotolato di un gomitolo. A proposito del titolo visto che in esso viene nominato un volatile con un nome non può non venire in mente il titolo del famosissimo best seller degli anni ’70 Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach. Però c’è una differenza abissale tra il libro di Albanese e quello di Bach perché oltre ad appartenere a generi diversi trattandosi l’uno di un libro di poesia e l’altro di un romanzo breve, nello scrittore americano l’uccello è il protagonista indiscusso perché su di lui si gioca tutta la vicenda mentre nella raccolta di poesie ci sono pochissimi riferimenti a Bryan mentre l’essenza del poiein dell’autrice ci porta al suo svelamento in chiave esistenziale e psicologica con le sue pulsioni e i suoi sentimenti avvertiti e sensibili. Il testo è composito e articolato architettonicamente essendo suddiviso nelle seguenti sezioni: Steel butterflies, Pistacchio e stracciatella, In viaggio e La strada di casa. Un tono di onirismo purgatoriale legato al dono del turbamento pare essere la cifra essenziale della poetica di Chiara nell’aleggiare di immagini spesso inquietanti sempre ben risolte a volte in climax o chiuse che portano in sé stesse un forte riscatto morale: …Damocle scese sulla terra/ e mi confidò/ “Ascolta e non dire nulla. Parla e sarai ripagata”, versi che hanno qualcosa di magico e magnetico. Il senso della corporeità è fortemente presente in una poetica vagamente neolirica nella quale sono presenti accensioni e spegnimenti continui e s’intravede un tu del quale ogni riferimento resta taciuto. ************* Raffaele Piazza

martedì 22 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = LEONARDO MANETTI

* Leonardo Manetti – DiVersi in Prosa – Viaggio alla ricerca di me… (Youcanprint Self-Publishing)2017- PAG 94 - € 12 ------------- La poesia viene invocata giacché deliziosa artefice di un tempo del tutto personale, che scorre con leggerezza, normalmente, rivalutando certe attività, quelle svolte da coloro che coltivano la terra, alla luce delle familiari tradizioni, dell’autentico buongusto, estasiante quando un dato paesaggio aspetta solo d’essere contemplato, fortificati da risultati ottenuti rispettandolo, fertilizzandolo fuori dall’ordinario, tra l’illusione, la favola e il sogno: tre elementi da mischiare dimodoché la verità comporti l’univoca sorte. “Un'oasi solitaria/ nel deserto della velocità/ scandisce il mutare delle stagioni/ un sottofondo di musiche classiche”. Riaprendo gli occhi alla natura vuol dire sperare che il futuro sia migliore, Leonardo effettivamente ama svolgere delle attività distante da qualsiasi tipo d’artifizio, un qualcosa che ha desiderato fare da sempre… guarda caso il poetico apice secondo lui lo si tocca producendo il vino, che per degustarlo bisogna attenersi a un cerimoniale favoloso, al momento di servirlo, dimodoché s’ingigantisca la voglia di riconoscersi nei sacrifici compiuti, in una certa stagione, per realizzarlo alla portata di tutti. Nelle parole di questo poeta si passa da una collocazione terrena che costa fatica alla vegetazione selvaggia, contorta, e viceversa; agendo come degli agricoltori lesti a donare della proverbiale vivacità d’animo, a chi si entusiasma sull’orlo di un’ubriacatura, ballando e cantando sotto la pioggia, con una serenità raggelante, a precedere il tormento primaverile che poi porta a legittimare la passione con cui il sole splende. Manetti intende delle qualità che se sortite danno modo di credere che tutto torni, leggiadramente; la sua solitudine si riferisce all’eternità della messa a prova di un prodotto della natura del tutto autentico, che lui ricava, oltre al fatto di distinguersi con la salvaguardia di un fiore prezioso, rappresentativo per la comunità fiorentina, ossia l’Iris pallida, che sbocciando rende seppur brevemente ammalianti le terre per chi le lavora e non solo… un decoro straordinario! “Tutto è poesia agli occhi di un bambino meravigliato dalla normalità”. I versi successivamente s’incentrano sull’immagine di una dolce metà alquanto riservata e talvolta cupa, caratteristiche che ritemprano il poeta che necessita di riprendere la propria vita in chiave sentimentale, di spalancare le porte nuovamente senza venire travisato dalla nostalgia, e abbracciare l’incanto di un destino che ci viene incontro anche e soprattutto quando non ce ne accorgiamo; giacché disattenti o disattesi di per sé. “Leggendo lettere imprigionate/ di un corpo ferito/ scoprii intimi segreti/ corsi fuori, all'aperto”. Messaggi sopraffini, di una memoria desolata e lacerante vanno colti nonostante una rigidità di tipo residuale, per riempire inquadrature positive col candore emotivo, che si ottiene tacendo in quel contatto che non può fare altro che impreziosire l’animo umano… nel potere degli affetti che purtroppo può annullarsi se le volontà si distaccano tra di loro, se non si crede in qualcosa e di conseguenza in qualcuno. “Persi senza ragione in un labirinto/ cerchiamo vie nascoste”. Le altezze rappresentavano delle conquiste, quella ripidità tra l’immacolato, il tenero e l’avverso che ti spegne la luce, sgraziata dal corso degli eventi… tanto valeva andare via, lontano, denotare come le coperture degli stabili spiccano in una grande metropoli offuscando il cielo, e ch’era allora indispensabile prendersi il proprio tempo senza pensarci, prolungarsi alla faccia della normalità e del progresso che la modernità ci propina, destinarsi a un luogo esotico, propensi all’ascolto di musiche da ballo entusiasmanti e accattivanti al contempo… insomma: Leonardo voleva sprofondare nell’amore desiderato, in mezzo a quell’umanità che ogni volta ti stupisce e in un contesto territoriale da sogno, solitario, con immagini seducenti, travolgenti al momento di rintracciare l’immensità, tastando il buio. Manetti si allontana dalle sue care radici per rigenerarsi doverosamente, giacché trafitto da una dolce e delicata tristezza che s’ingigantisce improvvisamente come se costretto a stare sotto la pioggia, a concepire una malattia senza che gli altri possano comprendere, paragonando addirittura la vita che comincia alle sabbie mobili… da qui il desiderio di provare più esperienze possibili per motivare la coscienza, prima di ridursi in cenere e abbandonarsi nell’aria, godendo dell’infinito, di una dimensione al naturale per nulla incolta grazie al suo operato, alla sua passione. “Gesto doveroso/ un rituale sano/ esclama la libertà”. ******* VINCENZO CALO'

lunedì 21 settembre 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

* "Alessia e il desiderio avverato" ------------- Della domenica lo scampanio di platino a rendere Alessia allegra nella polita aria in attesa dell’amore della sera (prenotata la camera 8 all’Albergo degli Angeli). Esce Alessia dal tempo, attimo verde a pervaderla come un raggio a illuminarla e il braccialetto. d’argento desidera segno d’infinito amore dono di Giovanni. Poi lui entra nella casa di Alessia con la chiave fatata e in limine del letto della cameretta – porto il gioiello al braccio le mette. Ride Alessia come una donna. *** Raffaele Piazza.

sabato 19 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

* Felice Serino – Dell’indicibile 2019---Edito in proprio – 2020 Felice Serino, nato a Pozzuoli nel 1941 e residente a Torino, autodidatta, è un poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici e che ha vinto molti premi letterari. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia da dio boomerang del 1978 a Quell’onda che ti tiene lieve, 2019. Dell’indicibile, la raccolta del Nostro, che prendiamo in considerazione in questa sede, è preceduta da una presentazione di Giuseppe Vetromile esauriente e ricca di acribia. Già a partire dal titolo del volume ci rendiamo conto che Serino è ben conscio dell’importanza della poesia come fatto in sé salvifico e utile per una vera redenzione del poeta che può essere redenzione anche per il lettore. Se la poesia è sempre metafisica attraverso l’ipersegno qui il poeta si rende conto che la forza portante del poiein di ogni autore e in primo caso del suo lavoro, il suo fare poesia, consiste nel dire l’indicibile e a questo proposito vengono in mente l’estasi e il sogno stesso, elemento che per molti artisti non solo poeti è fonte d’ispirazione profonda se è vero come affermava Maria Luisa Spaziani che la poesia è il genere letterario più alto. Indicibile significa grandissimo, eccezionale, indescrivibile, straordinario e insolitamente grave e profondo e sembra che Felice, poeta mistico ed esistenziale, con questa raccolta raggiunga la più alta maturità espressiva senza mutare la forma in modo notevole ma mantenendosi in continuum con le precedenti prove. Il senso del mistero perdura in questo libro quando sono detti gli angeli e i morti con i quali il poeta dice di avere un rapporto empatico in una bellissima composizione e si percepisce il senso del sacro anche quando Serino non nomina cose religiose ma si mantiene in una dimensione di quotidianità nella quale ritrovare costantemente il vero senso della vita, un filo che tenga per sopravvivere anche nel tempo della pandemia. E anche il tema sociale – politico è affrontato nell’invettiva contro gli scafisti che speculano sui migranti, tematica attualissima. Serino è conscio che la poesia sia, per usare una metafora, il negativo fotografico della fotografia che è la vita stessa, il precipitato chimico delle nostre esistenze, quindi la poesia è fondante nella vita per arrivare ad un’eterna adolescenza della parola stessa per un ringiovanimento che non è solo della mente ma anche del corpo. Versi scabri non definibili neo lirici tout-court anche se ci sono a volte accensioni e spegnimenti che s’inverano nella linearità dell’incanto. La raccolta non è scandita e può essere considerata vagamente un poemetto e la dizione è luminosa, ben cesellata e raffinata, elementi costanti nelle prove del Nostro che a volte raggiunge toni neo orfici. Se la vita è questa non è tanto l’uscita religiosa l’ancora di salvezza (pur essendoci una splendida composizione sul Cristo), quanto proprio l’indicibilità stessa che diviene categoria fondante per uscire dalle angustie e dalle frustrazioni del tran – tran quotidiano e da quello di un’esistenza che metterebbe in scacco. *** Raffaele Piazza

giovedì 17 settembre 2020

SEGNALAZIONE-

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO ----- ----- Linea di poesia delle tue fragole Raffaele Piazza Chi poteva chiedere a Raffaele una linea di poesie, se non Alessia, anche se non la nomina. Allo stesso modo chi ha frequentato le poesie del nostro cantore napoletano, infatti, sa che hanno un "sapore di mare", e di fragole, e conosce ormai la sua tenerezza per questo personaggio femminile uscito dalla sua mente e immaginazione, dalla sua vita reale, dal suo cuore, non importa, e che emana un profumo di rosa e azzurro, di fiori e di frutta. Lo sappiamo, Alessia (insieme a Mirta) rimane una figura emblematica e costante, di ragazza donna, un'immagine di gioventù, freschezza, amore dato e ricevuto. "Un chiaro incontro oltre la chiave della nebbia”, bello quest'ossimoro e la nebbia sentita come un'entità misteriosa nascosta dietro una porta chiusa a chiave. La porta dietro la quale Raffaele nasconde l'identità di Alessia?! Questa volta non la vuole esibire, la tiene forse velata dall'azzurro subacqueo dei secoli. E il freddo polare della casa igloo così protetta si scioglierà nell'ascolto delle parole pimentate dal sale dell'ironia della ragazza prediletta. Edith Dzieduszycka 17 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = GERARDO PEDICINI

* Gerardo Pedicini, VERSO SERA, Etra/arte, Nepi, 2019------- La sera è una sequenza del giorno, ma anche un tempo della nostra vita. In entrambi la luce piena del giorno – o il fragore della giovinezza – va attenuandosi, scolorendo in tinte più tenui, più soffuse, forse più cupe. Gli ardimenti lasciano il posto ad altro; il tempo dei rendiconti si avvicina, ciò cui bisogna prepararsi non è altro che la notte. A entrambe le interpretazioni richiama l’ultima raccolta di versi di Gerardo Pedicini, critico d’arte e poeta. Una vecchia trasmissione della Rai in bianco e nero si intitolava “Ascolta, si fa sera”. Ma in quel caso si evidenziava un intento assertivo, e pedagogico. Più mitemente, e senza retorica, Pedicini titola “verso sera”: non vuole insegnare ma testimoniare un andare, un tratto del cammino; e probabilmente comunicarci che quel cammino riguarda, o riguarderà, tutti noi. Questo libro mostra l’intento di voler mettere ordine a quel disordine che, peraltro, è caratteristica fondante dell’ispirazione dell’autore. Ma più che disordine dovrei dire accumulo, provvisorio accatastamento, insuperabile provvisorietà: che forse in lui nascevano casuali, ma presto sono divenute cifre distintive, decrittazioni e insieme sofferte e lucide testimonianze di un tempo, di una esperienza del mondo. Si guardi alle numerose poesie “d’occasione”, dedicate a volte a pittori altre a poeti, talora a volti noti della letteratura talaltra ad amici personali di più incerta identificazione: sono dialoghi, con un interlocutore che può appartenere al mondo reale ma poi è quasi sempre un luogo interiore, uno spazio della memoria, un “altro” irraggiungibile e che si è sempre condannati a cercare, a perseguire, a sognare. Discorso simile deve farsi per le poesie “di viaggio”: dal Baltico a New York l’autore viaggia e ci porta con sé; ma poi, piuttosto che luoghi fisici, protagonisti della narrazione poetica sono le letture, i ricordi, i personaggi letterari. Sempre a interloquire, perché questa poesia è sempre dialogica. Ma anche a lasciar trasparire una privazione, una assenza; forse una impossibilità di rintracciare e ricoprire un proprio posto nel mondo. Che, evidentemente, da urgenza individuale si leva a diventare testimonianza generazionale. E anche denuncia, talvolta urlata più spesso mormorata, sommessa e amara. In cui trovano posto le tragedie del tempo, le ingiustizie sociali, le solitudini insuperabili di questa stagione della storia. Sempre, però, pronunciate non con la supponenza del retore, ma con la voce lieve del poeta. Frattanto “già sviene l’aria e s’adombra la notte”. E il poeta? “Io sono là, tra l’erba e le foglie, / in un luogo – non luogo, in armonia / e in grigio silenzio, come la vita”. Resta da dire che questo volume raccoglie il lavoro di Pedicini di diversi anni, circa una ventina, e include testimonianze anche della sua vocazione di poeta visivo, con riproduzione di fotografie di alcuni dei suoi lavori che, anche questi, si sono accumulati nel corso degli anni. Ma, appena il tempo di registrare questo punto fermo, che la creatività di Pedicini già si fa incontenibile, e straborda in nuove creazioni: neanche avevo finito di redigere questa riflessione, che egli mi invia un nuovo volumetto, “Scorre il vento”: stavolta poesie che dialogano con le fotografie di Armando Cerzosimo e le calcografie di Antonio Baglivo. C’è dunque ancora tempo, per la notte. Per sondarla, per entrarvi senza paura. Intanto godiamoci questa percezione della sera, provvisoria come sempre la vita: “Ma siamo ancora insieme / e il sole non è ancora tramontato”. Franco Dionesalvi

martedì 15 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = BRUNO MOHOROVICH

* Bruno Mohorovich – Tempo al tempo - Bertoni Editore - 2017; Pagg. 80; Prezzo: 13,60 euro Eccoci con un poeta che cerca di rasserenare il tempo trascorso, assistendo all’abbandonamento di frammenti d’etereo nel nulla, legando la libertà terrena con tutto ciò che traspare, di liquidabile. Mohorovich sonda l’ultima possibilità, con tutte le debolezze del caso, per smaltire il senso dell’udito e depurarsi lo spirito, alla ricerca semmai di quella dote armonica nella bellezza di un essere da sogno, come lo ha fatto notare perfino il pittore Stefano Chiacchella, autore delle tavole che accompagnano questa raccolta di versi. Tra i versi pulsa la straordinarietà dell’umano contatto in sospeso, l’appuramento di errori commessi non riuscendo a muoversi da sé; con l’illusione di stare nel giusto anche cadendo, lungi volutamente dalla solidarietà, procedendo cioè lungo una via senza luce e non accorgendosi poi di aver raggiunto questa luce, sopravanzato l’inaudito che dà un senso all’idea di respirare, soffrendo. “Mi tengo stretto/ il sollievo dell'oscurità,/ l'unico che mi rimanda/ quest'amore di polvere/ che inalo fino a stordirmi/ e che trattengo/ sino a quando non espiro la visione/ della tua reale essenza”. Una deliziosa massa di parole mai confermate Mohorovich afferma d’aver riportato su carta straccia, come se fosse stressante dipendere dall’istinto, pur propensi a teorizzare sulla lotta contro i propri demoni, giacché la linea che separa l’aldiquà dall’aldilà egli la osserva fino a esaurirsi l’anima. La poetica in esclusiva avanza sciolta su pagine improvvisate e arroganti, tra le ore notturne che assillano allo scoccare non dando modo di dormire a dei sentimenti costretti dunque a raggelarsi, dovendo così pregare che un satellite si accenda tutt’a un tratto, per sortire l’impressione di stare ad amare la vita, invece d’interpretare desolatamente dei risentimenti; con l’atmosfera a pretendere il risveglio dell’umanità che a sua volta s’imbarazza per le illusioni manifestate in uno e più respiri, questi ultimi soffocati dagli eventi. È nel rasserenamento di una sua volontà, frastornata dapprima da un energico mutismo, che Bruno si libera delle angosce; pur con la presunzione a intendere spiccatamente, che gli permette di accettare certe richieste, specie lungo vie oscurissime ma necessarie per riaprire alla grande la mente alle emozioni. Si contano sulle dita le persone care, perciò il poeta preferisce stare solo a lavorare il suo respiro, per lasciarsi poi rapire dall’incanto che un’ambientazione può generare; in egual misura agli occhi tipici del bimbo che si macchia piacevolmente coi colori, senza accorgersi di stare a creare il tutto per entrarci dentro da grande, quando si gioca semmai a dubitare in modo celestiale su ciò che si è come sui luoghi che mutano a forza di vivere. “Aspetto che il tempo/ mi scavi l'anima/ srotolando gli aspri trascorsi/ e apra un varco/ nella profondità e nel respiro”. Tecnicamente, un pensiero dominante affascina per l’estremo, lo straziante e il passionale, tra versi talvolta dolenti, con l’atmosfera che si respira come un’ossessione da ricomporre, e l’umore velato. Lirismo nostalgico, di compatta unicità, mette da parte storie per un destino che chiede d’essere ascoltato affinché non interferisca, col significato della parola che si mantiene per un esercizio igienico, di resettamento mentale. L’insistenza della tematica volge all’appropriazione di un valore profondo, cosicché anche la fragilità e l’inconsistenza sortiscono dell’appartenenza per il lettore, a un’opera sincera. Le monotonie rimandano a dei confini da esplorare col ron ron esistenziale, ambendo alla buona volontà, familiare o imprendibile a seconda di un confronto intellettuale come pure estraniante, dettabile dall’amarezza intimistica che si pone in equilibrio delicato, scandito… argomentata con un movimento lento e avvolgente. * VINCENZO CALO'

sabato 12 settembre 2020

POESIA = COSTANTINO FIRINU

* LA DONNA CHE RUBAVA ALLE FORMICHE
Tra zolle amare e grame,
ornate di sudori oscuri,
scolpite nel tepore dei campi
in un bagliore colmo di cielo,
una donna avanza austera,
nudi gli occhi, scavati nel dolore.
Accende il palpito di un sorriso
tra le stoppie riarse
e l’ansia dell’attesa,
mentre una torma di formiche
asciuga al sole
i chicchi di già nascosti
nella terra avara.
Una mano furtiva
riversa nelle pieghe nere
i sogni racchiusi in un pugno di grano.
Sguardi increduli di vetro
si perdono nelle carezze
di occhi teneri e grati,
bruciano frammenti di speranza
nel pane bianco di un mattino,
offrendo al grigio inverno
solo briciole di sogni.
*
MIO PADRE
Cammino con mio padre,
stringendo la mano ai ricordi,
mentre una mano suadente,
mi riempie le vene di sogni.
Onde saporose e lievi
le sue parole,
saporoso il vento
che avvolge la sua ombra.
Accarezzo lo sguardo
che si perde
nel mito di una stella,
assaporo la sua terra
nel mesto addio
di un canto sardo.
Mio padre.
Abbraccio il suo ricordo,
percorro i suoi passi,
nel soave incanto
di una nenia irpina,
nel tenero calore di una mano,
che si scioglie inebriata nella mia
*
COTANTINO FIRINU

venerdì 11 settembre 2020

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

* “Incantamento”
Balze della memoria si rincorrono/
per un sottile incandescente filo/
che riporta fantasmi a nuovo incanto./
Si riaccende ogni gesto/
e nell’anfratto annido l’incerto mormorio/
del nulla, che circonda od infrange/
nell’alienarmi tra le coronarie,/
per incidere variopinte angosce./
Annullo e ti rincorro perché ogni traccia/
nel cemento ormai incalza,/
circùito inaspettato al tuo negare,/
quando il tempo arrossava nelle sere/
ripetendo quest’oggi il senso dell’ignoto./
Mi disperdo abbagliato nell’inconscio,/
scrivendo vaporose premesse/
in questi giorni d’agosto senza tregua/
invermigliato tra le bizzarrie in fuga/
delle ore che battono all’arteria./
Perdura il tratto breve tra le radici e pietre/
qui nella sera per rinverdire i ricordi/
come un adagio a consenso di una fugacità/
inespressa.--
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 10 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALERIA SEROFILLI

* VALERIA SEROFILLI : "TARANTA D'INCHIOSTRO" - ed. Oedipus - 2020 La danza del ragno: “Corteggiamento in variopinto colore:/ non danzatore impacciato/ ma estatica taranta/ di colore in colore/ a farsi pavone.” Nel vertiginoso rincorrere colori anche il poeta potrebbe raggiungere l’arcobaleno che misterioso quando appare propone capricciosamente la musica del tocco, per spirali e girandole impazzite, quasi inconsistenza rivelata in poco tempo. Ogni aspetto della realtà diviene complesso, multisfaccettato, multidirezionale e l'apertura al mondo ci appare poliedrica e multiforme, mentre il ragno diligentemente riesce a tessere quella tela che imprigiona senza pietà le vittime più variegate, e chiude un territorio dentro il quale ogni illusione svanisce per diventare astrattezza di luci e di ombre. Anche se il sapere si approfondisce e si differenzia secondo gli schemi inarrestabili della contemporaneità la poesia insegue le diversificazioni della conquista del segno e della parola, a tal punto ramificati, che riesce difficile, se non impossibile, ricollocare tale frammentazione all'interno di un quadro sinottico che ponga la parte in relazione al tutto. . Tutto l'universo, che trovava, un tempo, una rappresentazione coerente nel soggetto, si riduce ora all'episodico, all'attimo di vita esperito nell'immediatezza, nell'hic et nunc, cioè, ancora, nel frammento. Anche la poesia di Valeria Serofilli cerca e realizza quei parametri che rendono il verso immediata musica da recitare ed ascoltare, nella sublime unità delle iconografie ed in quella purezza estetica che sorge spontanea nel poeta che abbia alle sue spalle il bagaglio ricco e ponderoso di una cultura sempre alta. La punta dell’iceberg, abbagliante, sicuro, nasconde prodigiosamente l’incessante lavorio della ricerca, nelle sue varianti del “filato” che potrebbe rivelare l’ornato della valenza armoniosa. – “Taranta Penelope” : -Stufa di tessere, gettò via/ il suo fuso // prima pungendosi/ e mentre una goccia del suo sangue // irradiava/ l’intera trama per farne rosso arcobaleno/ tutti gridarono - Al fuoco –/ ma era solo la sua idea.- La libertà di rivivere il fantastico gioco della favola ha il pregio di fissare forme e linguaggi al di là delle dispersioni, degli spostamenti, in un’ottica di facile riconoscimento, che mentalmente potremmo ripassare come cronaca, nella sua innovativa ricostruzione. Il tratto vertiginoso che ella descrive parte dal morso velenoso del ragno , ricalcando quella sindrome culturale di tipo isterico riscontrata nel sud Italia, che nella tradizione popolare è collegata ad una patologia che si riteneva essere causata proprio dal morso di ragni . I versi allora si ricamano intorno al termine tarantismo ricucendo però il contesto degli stati patologici che incidono sulla depressione, sulla malinconia, sulle immaginazioni che colpiscono prevalentemente le donne avvelenate, e scrive organizzando sapientemente circuiti che ripassano mentalmente la cronaca improvvisa dello stupore. Lasciando il capitolo intessuto nella ragnatela, ove “perle di saggezza senza scuola” scorrono nel luccichio di tramonti o di colori, ed i neuroni acquistano “onde in cielo ove l’ala non spezza il ricordo”, il poeta accompagna ornati di memorie , tra gli imprevisti di Ulisse e l’ansia di una scoperta, nell’ansimare del dettato e lo sgomento per l’intervento di Einstein. Sono brevi tratteggi elegantemente intrecciati, per comporre un racconto variegato ed efficacemente coordinato. Ed il cammino della sua parola prosegue nei capitoli che dedica a Luzi e all’attore Paganelli: “Luziane” e “Paganelliane” , improvvisamente rientrando in quella atmosfera che potremmo dire di schematica sinteticità, ricca di memorie e di figure dagli effetti del chiaroscuro, in un preciso approccio che sembra ricollegarsi a realtà scultoree, rinnovando una iconografia tradizionale, proposta nel segno rapido del verso martellante. La parola richiesta al maestro “si cristallizza nel momento della recisione/ dal sé / dall’altro, dal resto/ Questo da sempre temeva/ questo ormai sapeva/ nel momento in cui/ seppe più.” Prorompe in un sottile sibilo, intarsia figure, tra le scaglie dai variopinti riflessi, in una interrogazione ripetuta, per la quale incertezza e indecisione, tensione riflessiva e declinazione di pensiero si alternano per intersecarsi nell’aderenza di un tema narrativo. Il sentimento allora restituisce una realtà esistenziale che si sviluppa nel ricordo, nelle figure che appaiono come uncini affilati, negli istanti fotografati tra quelle tensioni che hanno creato il linguaggio che non sfugge all’indicibile. Sorprendentemente Valeria Serofilli attraverso la scrittura propone lo sguardo rinnovato che trema alle visioni, tra i contorni ben definiti e l’inquietante campo che attraversa questo suo avvilupparsi alla ragnatela, semplicemente rappresentata e sempre presente nel susseguirsi delle pagine. C’è una forte vicinanza alla recita, qualcosa che dal fantasma gioca al tocco, al di fuori del dubbio del desiderio, al di fuori dell’inganno dei sensi, ed è la parola che traccia e che modula per legami di immagini e proiezione di metafore. “Sarà domani/ un altro risveglio:/ magari vedremo cedri dai terrazzi/ e saremo destati/ da inebriante profumo di zagare/-Entrerà luce bianca/ tra le lenzuola/ quando il tuo corpo / conchiglia/ mi accoglierà come perla.” - Nel giro di danza che accompagna queste poesie, in serrato susseguirsi di intermittenze musicali e sospensioni di miniature, il viaggio si conclude in un lasso di ritmi: “Libertà di cavallo che a coda/ scaccia la mosca, questa volta il ragno/ Libertà di poeta/ contro militare costrizione/ di cui tu figlio, mi spiace,/a vivere l’eterna contraddizione.” Il senso dell’infinito vibra nelle leggere apparizioni o quando il personaggio narrante riesce a trasfigurarsi per immergersi in un perpetuo divenire altro, nel tentativo di abbandonare il caos ed avvicinarsi sempre più all’esperienza poetica, che consiste quasi sempre nella sospensione della realtà. Particolarmente felice la simbologia, affidata a luoghi, ad animali, ad ambienti , ad oggetti umili e quotidiani, in un parallelo che suggerisce sviluppi espressivi di originale incisività, di solarità, di ricchissime esplosioni, di interrogativi emotivamente complessi. ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

*

Alessia e settembre nell’anima

Attimo del fresco in un giorno

a fermare del risveglio

il tempo, Alessia sulla torre

di vedetta della vita

a disegnarla con arte di ragazza.

Non ha paura dopo l’azzurro

di Capri della villeggiatura

a intonarsi con quello degli occhi

e sta infinitamente

nel sembiante del Parco Virgiliano

con gli occhi di lui

a mostrarsi senza riguardi.

Raffaele Piazza

mercoledì 9 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = BARBARAH GUGLIELMANA E ANNA VENTURINI

Barbarah Guglielmana e Anna Venturini – Andavo per nuvole e onde (La Vita Felice Ed.)- 2017 - pagg.64 - € 12,75 Una creatività tanto letteraria quanto artistica si pone in essere, riprendendo l’obiettivo finale di chi ama viaggiare, ovvero ignorare nuovamente l’incanto che gli si manifesta. Poesie e scatti fotografici appartengono al respiro di due donne che tentano nel frattempo di renderlo considerevole, alla ricerca quindi di una condizione privata, per la quale diventa semplice smarrirsi o al contrario avere coscienza di ciò che si è. Questo componimento suscita uno stato emotivo di sospensione, e delle parole ritagli le immagini, col tempo che può non rappresentare un deciso spostamento, ma che accresce la stima dell’insanabile aldilà, essendoci davanti un’anima che influenza, concertando l’altrove. Sfogliando le pagine curi una libertà di formazione, avendo a che fare col dissesto figurativo dell’illusione poetica, e di che fare un viaggio contorto, in cui l’inizio e la fine non si sviluppano appieno, prede di una volontà continua e irreale. Le autrici caratterizzano l’infrangibile distinguo, tra una matassa d’intime rivelazioni profumate con aspettative straordinarie e l’eccesso di realtà oscurante di colpo l’immaginario. La Venturini è abile a focalizzare una sorta di leggerezza episodica, d’approfondire sempre in movimento. La reciprocità d’intenti cataloga un’alternanza di foto e versi, opere che se separate non soffrono di solitudine, che s’ingrandiscono addirittura, per il bene di una storia scorrevole, con cadenza e intervalli propinanti la massima solidarietà alle vedute di poesie in corso d’estrazione; a un’elaborazione compatta. La percezione procede piano, dando conto a nessuno, per stabilire il tempo di un discorso, e spalmare la mente sulle inquadrature, come in una lacrima a riposo, nella verità che il pianeta Terra deve riscoprire ricordandosi delle premure materne, melodiose, inculcanti il sollievo all’eterno. La Guglielmana predilige il legno quando sollecita calore, ossia quello invecchiato, fragile… propensa poi a fuggire su di un puro volatile, per non soccombere al cemento di vie cariche di malessere ed emarginazione sociale, e perché non in grado di garantire una sistemazione, facendo pensare a quei massi che si sbriciolano da cime impervie. Il cammino si allunga usurando la mente, e intanto il palato si accende con pretese amorevoli, a seconda degli stati d’animo della poetessa, passiva al vuoto di un cuore sovrano, nell’attesa che la sua metà faccia pace con se stessa; destinata alla solitudine di un approdo sconvolto dalle correnti d’aria, per speranze da imbarcare brillantemente, non tralasciabili assolutamente, seppur il lavoro di una vita decade e non resta che procacciarsi dei terribili battiti in petto. Ci si sporca personalmente e oggettivamente di similitudine, con figure che si riflettono nei loro percorsi, anche mentali, dati degli esserini svolazzanti, che chiedono di entrare dalla finestra… in effetti la Terra non può fare altro che riprodurre illusioni per una po-etica che, in questo caso, scaccia le malattie con l’umana sensibilità. I flash di Anna sono di un’autorevolezza rasserenante, dati di fatto e cambi di apparenza a ricreare una brevità di tempo che sfugge quando svaniamo nell’atto compiuto, per aderire alle scorribande dell’immensità; pensando a pelle, di animare piano zone del mondo da riscoprire al decadere del giorno magari, col patimento da ridimensionare amando l’ambiente che ti circonda senza preoccuparsi delle aspettative, per concentrarsi sui minimi dettagli di un’umanità non sempre pari alla volontà di espandersi, al margine della propria composizione. Grazie ad Anna persistono segni di un movimento minuscolo, e non importa se in avanti o all’indietro, perché la sostanza del tempo si materializza ugualmente; e la si pensa addirittura, in modo nient’affatto avventato, bensì con un talento poetico che “va” persino aldilà della capacità artistica ricavata studiando nello specifico. Tornando ai versi, lo scopo che si racchiude in codesti, che dimora nella pelle della Guglielmana, consiste proprio nel colore da prendere tranquillamente, senza strafare; a fronte dell’interesse terreno, che “va” comunque delicatamente analizzato, scrutando la gente senza nascondersi dietro a un dito, senza smettere d’essere all’altezza dei doni della natura. Sensoriale, a tratti aggressiva quando l’immaginario le si ripercuote in tutta scioltezza, per il benestare della Venturini, carico di significati ricreativi, in ogni sua istantanea che sembra fissare l’oltre su di un’originale e decisa varietà di figure. L’opera, poetica nel complesso, è di una spontaneità a cui si deve credere meticolosamente, di evidente stampo, scaturita dall’educazione all’arte, alla sorpresa da ridefinire viaggiando e persuadendo; per quell’idea di contare qualcosa, ostacolata da noi stessi tutto a un tratto, specie senza badare all'incisività delle malinconie. * VINCENZO CALO'

martedì 8 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = ION DEACONESCU

*
Ion Deaconescu – L’eco, solo lei--puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2019 – pag. 141 - € 15,00

"L’eco, solo lei", la raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta la traduzione dal romeno di Cinzia Demi e la prefazione di Giuseppe Manitta intitolata "La poesia, l’identità e la dispersione", nonché una nota di traduzione e una nota bio-bibliografica.
Ogni componimento è corredato dalla versione in rumeno a fronte.
La raccolta non è scandita e per la sua unitarietà stilistica, formale e contenutistica potrebbe essere considerata un poemetto.
Nella traduzione la Demi, cosa che non avviene nei testi originali, scrive la parola dell’incipit con la lettera maiuscola e usa il procedimento di scrivere il primo verso sfalsato sulla pagina, un po’ più avanti da quelli successivi, elemento che crea il senso della presenza di un’arcana e magica provenienza
Il tono adoperato dal Nostro ha una cadenza discorsiva, affabulante, nonostante la brevità della massima parte delle poesie.
Nitore, luminosità e leggerezza s’incontrano nel dipanarsi delle composizioni che hanno spesso una maniera epigrammatica, assertiva e anche gnomica, nel trattare le poliedriche e multiformi tematiche.
Quasi tutti i testi procedono in lunga ed ininterrotta sequenza nella loro versatile fluidità e la scrittura è piana nonostante le accensioni e gli spegnimenti che si rivelano di tanto in tanto.
Definire tout-court neolirica la poetica di Ion pare azzardato anche se non manca qualche passaggio che sfiora la linearità dell’incanto con qualche squarcio imbevuto di lirismo.
Tuttavia nel tono pacato del poeta pare intravedersi una cifra intellettualistica e il discorso nella grande varietà delle tematiche affrontate pare essere improntato ad una notevole vena introspettiva ed esistenziale nella sua rarefazione, nella ricerca continua del senso della vita, una vita, quella che trapela nei versi carica d’intensità e di ottimismo che sembrano sottendere l’idea dei filosofi pragmatisti americani che l’esistenza stessa è degna di essere vissuta.
In Fotografare l’anima il tono diviene discorsivo come quasi sempre accade, colloquiale e qui si raggiunge un originale e sorprendente misticismo surreale quando viene detta con urgenza l’eternità e si parla appunto di fotografare l’anima stessa.
Tuttavia non manca una malinconia anche se controllata e senza che il poeta si gema addosso.
Infatti in Un altro universo, un’altra esistenza viene nominato efficacemente il senso del tempo che passa inesorabilmente e l’inevitabile rimpianto dei momenti del passato felici e qui viene efficacemente usato il simbolo dell’albero sacro che è diventato marcio.
Nell’ultima parte il poeta si rivolge a Dio appunto chiedendogli un nuovo universo e una nuova esistenza.
A volte nella ricerca della gioia è nominata l’infanzia e qui l’io – poetante riesce a farsi bambino per un tuffarsi nella vertigine della felicità empatica propria di un bimbo per esempio in un viaggio in treno.
*
Raffaele Piazza

lunedì 7 settembre 2020

POESIA = BRINA MAURER

*
“Ho ucciso”

Le 4 del mattino,
un’autostrada deserta,
io accanto al guidatore,
colti di sorpresa,
immersi nel buio che tutto ingoia.

Occhi atterriti all’improvviso,
i nostri,
i suoi,
- calamita contro calamita -
un gatto - ombra reale -
seduto al centro della carreggiata
e da noi (subito?) investito.

La mia bocca un urlo atrofizzato,
incapace di far uscire sillaba rantolo parola.
Perché non ho detto niente non ho gridato
non ho imprecato,
richiamando attenzione?

Vie nervose in tilt,
sangue freddo rappreso in un grumo di ebetudine.
Afasia,
cui è sempre condannato l’animale
da chi l’ha voluto indifeso.

In un lampo già il lutto
- lutto in pieno petto -
il cuore in folle
(non è possibile la retromarcia,
né spaziale, né temporale),
e stridore di invisibili graffi
sui vetri dei fanali.

Nessun segno sulla gelida carrozzeria,
eppure sento ancora quel sussulto,
quel corpo ancora caldo sotto di noi,
ricordo che come sciabolata di luce putrida
mi fa chiudere gli occhi,
abbassare lo sguardo.

Io,
assassina.

Per giorni sotto shock,
confidandolo a tutti.
Cercavo un tribunale cui affidarmi,
una cella in cui nascondermi.

“Capita”, ti dicono.
Capita? Capite? Capita.
Succede.
E aggiungono: “è successo anche a noi”.
Anche a noi?
Lo stesso gatto?
Eh sì, hanno sette vite, i gatti…

Non è tornato a casa.
Forse una casa non ce l’aveva.
Per alcuni già questo è un buon motivo
per non avere un aldilà.
Solo chi è fatto oggetto di preghiera
avrà dignità di salvezza, secondo loro.

Voleva suicidarsi,
mi ha detto, una gattara.
Un gatto non sta fermo in attesa di farsi investire,
se non sta male,
se non vuole morire.
Era malato e lui lo sapeva.

Non ci ho creduto nemmeno per un istante.
Quel tentativo di assoluzione,
reiterazione del delitto.

Potevi, come un buon insegnante di Scuola Guida,
azionare il freno per me, per noi,
e non lasciare che un innocente pagasse
il prezzo dell’assurdo,
non per un’altrui distrazione,
bensì per un’incapacità di dovuta, immediata reazione.
Potevi e non l’hai fatto.
E per questo ti o-dio.

E non assolvo me stessa
e non assolvo chi come me ha causato la fine.
Anche se non è la cosa peggiore.
Poteva esserci la sopravvivenza con grave menomazione.
Perché bisogna difendersi dalla vita,
non dalla morte.

Nessuna targa in marmo
per i martiri della strada senza nome,
senza parola già in vita.

Se hai sbagliato e la coscienza brucia per l’eternità,
non cercare di assolverti e non assolvere nessuno,
per evitare di essere a tua volta giudicato.
È l’unica via di salvezza.

Mi sento in colpa.
Punto e basta,
non punto e a capo.
Non… mi sento in colpa, ma…
Nessun protettivo ma,
nessuna virgola, mezzaluna consolatoria.

Non è un dio,
né alcun’altra terza parte,
che deve benedire, assolvere, perdonare.
Bensì la vittima,
rinata in un mondo ideale,
in cui le fosse restituito tutto
quello che le è stato strappato.
Incluso il tempo perduto.

E il pentimento non è un attimo
o un pallido chiedere scusa.
Se autentico,
è un’altra vita rovinata.

Non è una piuma
che cade sul velluto.
*
BRINA MAURER
https://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com/2020/07/segnalazione-volumi-brina-maurer.html

sabato 5 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANCARLO BARONI

*
Giancarlo Baroni: “I nomi delle cose” – ed. puntoacapo 2020 – pagg. 130 - € 15,00
Colpisce, in questa raccolta, l’ampiezza della realtà che la poesia tenta di tradurre in fotogrammi originali, attraverso i quali le figure si stagliano in continui sfolgorii nell’urgenza del riflesso. L’impellenza della poesia è tangibile: tutto chiede voce, anche il frammento che diventa testimonianza o racconto; da qui la necessaria varietà anche delle forme metriche e dei toni (dal verso libero impellente al ritmo contenuto che si apre nel canto), per qualità ossimorica, per il ribollire delle denunce, per la chiusura che non lascia speranze, per la folgorazione delle immagini, per il riflettersi di illusioni, per la capacità di rinverdire alcuni dipinti di autorevoli personaggi dell’arte.
Lo scambio saltellante di incisioni offre un panorama multicolore nel quale “lanciamo proiettili di fuoco/ ciononostante avanzano/ senza curarsi delle ustioni/ come se fossero invincibili, immortali.” e “siamo la spada che ferisce/ lo scudo protettivo/ l’arco che l’ha scagliata/ la freccia che ci colpisce”.
Il lettore rimane agganciato dalle argute duttilità che smussano gli spigoli, che azzardano il verticale, che contrappongono il buio alla luce, nel gioco, in definitiva, di un deciso fluire dell’esistere.
Il gioco della parola sfiora personaggi: Beatrice, Laura, Orlando, Amleto, Emma Bovary, Oblomov, il barone rampante, negli slanci che il recupero memoriale corre intento.
Il colore affonda nei quadri di Van Eyck, Antonello da Messina, Masaccio, Tiziano, Caravaggio, Monet, mentre “il bagliore negli occhi/ il lieve rossore delle guance/ sono il nostro segreto”.
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 4 settembre 2020

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

*
“Azzurri”
Trafiggemmo nel cielo alcuni azzurri
pastello,
ché non avevi spazi ad inseguire favole.
Era la storia che spezzava gli anni
tra le mie parole,
la paura di un flauto ferito
da quel dio insolito schermato fra i cespugli,
sgualcendo cattedrali.
Nei solchi il tuo mantello , le unghie
del silenzio per ritorni d’amore,
nel gesto incaute occasioni.
Là dove c’erano glicini o soltanto
segni di una possibile scomparsa,
compaiono le orme delle nostre scansioni,
compaiono i giorni del giardino
che ripete il mio gesto.
Resta sospeso un capogiro
nel quaderno di un’ora.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 3 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO CASALE

*

Matteo Casale – STUDI OP. 8--2019 - 2020--puntoacapo Editrice – Pasturana – (AL) – 2020 – pag. 109 - € 14,00

Studi. Op. 8, la raccolta di poesie di Matteo Casale che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Alessandra Paganardi intitolata "Parole pietre in un altrove prossimo" esauriente e ricca di acribia.
Definire la materia poetica oggetto di studio come fa Matteo Casale nel titolo del volume sottende una forte coscienza letteraria e la poesia stessa diviene qui tout-court esercizio di conoscenza.
Inoltre si deve sottolineare l’intento intenzionalmente detto con urgenza dal poeta nella sua continuità visto che ha già pubblicato altri sette volumi uniti e legati nei titoli dal filo rosso dello studio della poesia stessa, un intenso ripiegarsi su sé stesso e sulla forma del suo poiein.
Quasi tutte le composizioni sono centrate sulla pagina e questo elemento crea un ritmo sincopato che produce una notevole musicalità dal carattere suadente e incantatorio.
Il volume è strutturato nelle sezioni Elegia dell’Altrove e in quella breve La forza del De-Stino.
Una parvenza magmatica costituisce una caratteristica saliente dei componimenti che procedono essenzialmente in lunga ed ininterrotta sequenza con un fluire dei sintagmi che potrebbe definirsi vagamente barocco o liberty nel creare straniamenti tra accensioni e spegnimenti.
Del tutto antilirica la poetica di Casale nel suo carattere prettamente intellettualistico.
Il motivo della sofferenza dello stesso esserci sotto specie umana è nominata costantemente nel libro a partire dai due versi che fanno da incipit alla raccolta: Somma noi siamo di nostre ferite/ pareggio esatto d’infanzie finite, versi nei quali la rima amplifica l’effetto attraverso la ridondanza e la parola pareggio fa venire in mente che la vita stessa nello stabile confronto con l’alterità è una partita che è sufficiente pareggiare per riuscire in ogni situazione esistenziale.
È presente spesso un tu al quale l’io-poetante si rivolge che potrebbe essere apparentemente una lei alla quale il poeta invia il messaggio nel verso Il respiro in cui ora non ti sento e qui sono nominate le parole pianto e dolore a conferma di quanto suddetto del ruolo centrale dell’angustia nel lavoro del Nostro.
Il tema della ferita connesso a quanto suddetto è detto con urgenza spesso e la ferita stessa come è sottinteso può essere sanata solo attraverso la pratica della parola poetica.
Tuttavia dinanzi ad un esistere che dà continuamente scacco, e sintomatici a tale proposito sono gli addii che potrebbero riferirsi per antonomasia a quelli amorosi o a quelli causati dalla morte, il poeta non si geme mai addosso ed è perfettamente conscio della forza catartica e salvifica della poesia stessa: dire il dolore per vincerlo e superarlo diviene il riscatto e dà luogo alla redenzione.
È nominato con frequenza la parola Altrove, ma non sembra che il poeta si riferisca ad un ideale trascendente, piuttosto a un rifugio un luogo tangibile o immaginario terreno dove ritrovare sé stessi scrivendo.
*
Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = AUTORI VARI

*
AA. VV. : “Primavera vien danzando – due zero due zero"- Daimon edizioni – 2020 – pagg. 128 - € 12,00
Brillante iniziativa la pubblicazione dell’affollata Antologia che ospita i trentuno autori partecipanti al recital della Festa della poesia in occasione della Giornata mondiale di quest’anno, organizzata dalla Compagnia dei poeti dell’Aquila. Un resoconto ricco di sorprese per conoscere il fermento che alimenta la scrittura negli ultimi anni in quella regione.
Il ventaglio offre numerose sfaccettature, dalle più variegate espressioni che si ricamano dalla semplice ed ingenua espressione di Vera Barbonetti, Emanuela Gentilini, Lucia Orneto, Lina Ricci, alla incisiva parola di Giuliana Cicchetti Navarra, Carla Gonnelli, Valter Marcone, Guido Tracanna, alle immagini cromatiche di Charles Black, Violeta Cojocaru, Roberta Placida, Alessandra Prospero, alle pause memoriali di altre decine di firme, ben rappresentate dalle loro sapienti creazioni.
Un incontro che agogna il riscontro della malia intensa della parola.
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 2 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = BRINA MAURER

*
“Vocabolari e altri vocabolari” di Brina Maurer - ed. MACABOR - 2020 -

Nei primi anni novanta, dopo il crollo del muro di Berlino, il politologo statunitense Francis Fukuyama proclamava la “fine della storia” e il trionfo dell’Occidente liberal-capitalista. Come tutte le affermazioni assolutistiche non si è rivelata del tutto corretta. Cito questo esempio perché, in ambito poetico, mi viene spesso da pensare che la poesia italiana sia finita con la scomparsa di Pasolini, ultimo dei grandi poeti. Ma poi ti accorgi che la poesia è come un fiume sotterraneo che scorre placido ed ogni tanto riemerge, con impeto, dalla superficie del suolo. Succede quando trovi opere come quella di Brina Maurer, titolata “Vocabolari ed altri vocabolari” (Macabor Editore, 2020) che ti fanno tirare un sospiro di sollievo e dire: la poesia vive!

Le liriche contenute nella raccolta sono state scritte durante il periodo più acuto della pandemia di coronavirus, pur essendo frutto, come spiega l’autrice, di una elaborazione precedente. Sin dalla prima poesia si avverte l’urgenza di comunicare: “Voglio una parola / che sia violenta scarica elettrica, / pensiero per immagini, / taglio che chiude la pagina. / Non il sottovoce che non ha funzionato”. Versi che sarebbero piaciuti a uno dei miei poeti preferiti: Vladimir Majakovskij, il bellimbusto con la gialla blusa che, prima che la barca dell’amore si spezzasse contro il quotidiano, voleva essere “tagliente come un eccomi”.

E tagliente, Brina Maurer, lo è, con la sua poesia che non è sbagliato definire civile giacché dà veramente voce ai senza voce, ovvero ai nostri fratelli animali, abbandonati, torturati, assassinati, dimenticati, figli di nessuno, esseri considerati senza anima come lo erano le donne nelle epoche buie della nostra storia. Una poesia sofferta, sentita, a tratti indignata, in una società ormai assuefatta all’odio e alla violenza.

Naturalmente non mancano i riferimenti all’attualità. Gli animali sono così bistrattati perché: “Semplicemente non votano. / E contano come gli anziani / ai tempi del Covid-19. / E pensare che il cane è / Le Civilisateur / di Magritte…”. E poi: “Il pericolo, / dietro la mascherina: / quella bocca, / capace di mangiare zuppa di pipistrello / cane o gatto, / può uccidere / con la parola. / O con il silenzio”. Versi di denuncia che aprono a mille riflessioni. Ormai è sempre più evidente che se continuiamo a non rispettare l’ecosistema siamo destinati a fare una brutta fine. La pandemia è anche una conseguenza delle azioni dell’uomo, basti pensare all’urbanizzazione selvaggia ed alla deforestazione che costringe gli animali a spostarsi dai loro habitat naturali. Oppure gli allevamenti intensivi, il non rispetto della biodiversità, le cattive abitudini alimentari e i mercati dove si vendono gli animali selvatici, potenziali vettori di virus, non tanto per sfamare i poveri, ma per i banchetti dei nuovi ricchi, come spiega anche David Quammen nel suo libro “Spillover” (Adelphi 2014, recentemente ristampato).
Dobbiamo essere grati a Brina Maurer per questo libro prezioso perché, grazie alla sua empatia, provoca sentimenti, sveglia le coscienze dal torpore, scaccia l’ipocrisia. Sono le stesse sensazioni ed emozioni che ho provato leggendo qualche tempo fa una lettera del 1917 di Rosa Luxemburg, la pasionaria e rivoluzionaria tedesca allora in carcere per il suo impegno pacifista contro la guerra, in cui raccontava con commozione ad un’amica il dolore provato vedendo dalla finestra della sua cella la scena di un bufalo, utilizzato per il traino di un carro, maltrattato e percosso a sangue da un soldato. Rosa, provando empatia per l’animale, scrisse: “Oh, mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, noi due stiamo qui impotenti e muti e siamo uniti solo nel dolore, nell’impotenza, nella nostalgia”. E seguendo il misterioso filo dei pensieri mi è apparso nella mente anche l’episodio che vide protagonista nel 1889 a Torino il filosofo Friedrich Nietzsche quando abbracciò, piangendo disperato, un cavallo violentemente frustato dal vetturino. Quasi tutti gli studiosi concordano che quel momento segnò l’inizio della follia del grande pensatore tedesco. Invece a me piace pensare che quello sia stato il punto più alto della sua filosofia e la realizzazione del vero Superuomo.

Brina Maurer scrive: “Nessuno nasce nazista. / Qualcuno ha partorito / e cresciuto / anche questi vigliacchi / dalla coscienza inerte”. Dunque, la scelta se vivere o meno in armonia con il creato o madre natura che dir si voglia è solo nostra. Le poesie di Brina Maurer aiutano a fare la scelta giusta.

Emanuele Bellato

(“Il Popolo Veneto”)

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIERPAOLO MINGOLLA

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Pierpaolo Mingolla – La penna è la mia voce (Terre Sommerse Edizioni)--: 2013; Pagg. 140; Prezzo: 15 euro

La ricostituzione degli elementi, ossia il rinvigorimento universale, è come se avvenisse in questo poeta che sa di vivere nell’epoca corrente, avente negatività tastabili, da un capitale umano che non si concentra sul proprio contenuto, con guidatori di un lusso sproporzionato al ribasso, difficile d’amministrare.

E sembra quasi ridicolo darsi alla lettura, significare un atto di fede nei riguardi di bestie in grado di riflettere per rendere originali, interessanti dei racconti, pur prediligendo in genere la faciloneria per nutrirsi.

Ci si gusta mentre prepariamo con cura qualcosa da fumare, tra il convenzionale e il suo esatto contrario che si avvicinano, non riuscendo a dormire serenamente, ad affidarsi a un ideale che volga all’insù, dovendo puntare sulle intime paure, fino a intuire nient’altro che della sconcezza in movimento, sotto una tenerezza quasi del tutto inarrivabile, con una passionalità che filtra di nascosto.

Ci vorrebbe prontezza di riflessi nel comprendere da soli condanne fagocitanti, vedendo oltre, senza mai demordere, come se si cuocesse un finale di giornata prelibato, convinti di non morire di stenti, per raffinare gli eventi; nonostante ci si senta chiusi nel sacro.

Più di una personalità che comportiamo viene sporcata eternamente da domande distinte da ragionamenti di sola teoria, risiedendo in un posto che a osservarlo insorgono gli splendidi alti & bassi dei buoni propositi, con l’indipendenza totalizzante.

Il poeta si lascia illuminare da una fermezza primordiale, ottenuta se messi a nudo, da mantenere in buona, fragile sostanza, riaprendo gli occhi in un presente navigato con l’anima, consapevolmente.

Appurando l’agire con una persona affianco ricominci a preoccuparti del moto sentimentale, interiore; giungendo così all’aldilà, salutando per sempre ciò che serbi, avendo versato preziose emozioni, scaturite dalle libere sensazioni provate dall’altra metà.

L’esperienza che ingrossa l’Io viene sepolta e offesa dagl’irresponsabili, tra i punti di vista che abbandonano la pelle per salire in vetta, nella mente spalancata, per udire il colorato mutismo nel richiamo spontaneo.

Ci tocchiamo l’acidulo di assicurazioni alimentate da melodie che non smettono di discendere (“… pelli salate, aride e secche le vostre certezze, nutrite dalla musica che incessantemente piove …”), dovendo essere consci delle divertenti prese in giro, di una mentalità d’assumere con umiltà, non giudicando per principio, in una maniera falsamente educativa, poiché è con le piccole aspirazioni che si diventa dei giganti.

Pierpaolo si alleggerisce componendo parole (“da un poeta spensierato”), fintanto che il sentimento in pratica lo irrigidisce in trasparenza, per preghiere incolori.

Dal suo inverno si scrolla, con l’immaginario che lo pressa, contattando la natura quando dà l’idea d’essere ottimista, nonostante persistano le riproduzioni farsesche di una sincera, pura decadenza; ignari dei numeri in crescendo, dei crimini che commettiamo vivendo per chiunque sia incapace di trasmettere sensibilità.

D’altronde coloro che si dichiarano perfetti non dovrebbero avere problemi a stabilire ciò che si pensa…!

I timori non si bevono umanamente, e quindi si debellano le disfunzioni reali, d’incanto curiamo le nostre doti morali, a rischio di possederci, con la delicatezza spacciabile per violenza in luoghi deprimenti, di miseria e d’offerta; respirando dignità con orgoglio, durante lotte strenuamente attuali, aventi un’aria sofferta con eterna debolezza, fissando gl’ingranaggi di un tempo che si riproporrà, a forza di danzare per difetto ed essere processati dai persecutori di un’innocenza svuotata, nient’affatto solidali con gl’indifesi.

La commozione deve farsi dolce, per tornare a distribuire un dono agli aridi dentro, che hanno dimenticato peraltro di alzare lo sguardo, di perforare una massa atmosferica in sospeso, nonostante la fretta di stare bene, che decreta la fine dell’essere umano, piacevolmente.

In mezzo alle ristrettezze di un popolo, con l’intelletto a plasmare la persona acculturata e quindi disabile, perlopiù sollecitata all’improvviso alla raccolta parsimoniosa delle esperienze, le necessità dunque si mettono a nudo, per lasciarsi assorbire dalla desolazione di coloro che si ritengono soddisfatti.

Si definisce unicamente l’originale riproposizione di vecchi passatempi d’impareggiabile grazia, tra versi senza tempo.

Ammiriamo animatori di un contesto sacro, imbiancato, acceso una volta riposto dentro uno scaffale appariscente, per ritrovarlo, distruggerlo, trasgredirlo.

Serve badare a chi ti cerca, perché ciò significa essere legato a te, nella totale estinzione che decreta costanza nello spaziare tra le possibilità di mutare anche se per poco, dinanzi alla comune caparbietà.

L’asessualità è una questione caratteriale, da cui trarre beneficio, purezza d’animo per amori spezzati, che pulsano.

Ti devi far perdonare la decisione di accudire il buonsenso, errata; i sogni divorati, che s’è provato a realizzarli, l’effusione scambiata vedendosi in quel dato momento, il fatto di restare amici, che non occorre giustificarsi, e allora tanto vale…!

“Scusa, se ho scelto il giusto sbagliando, se le illusioni sono il tuo piatto preferito e sebbene non sia cuoca sia riuscito a cucinartelo; se quando ti baciavo non chiudevo gli occhi, se invece di amarti ti voglio bene… non ci sono scuse… meglio così, grazie”.

Si scruta, mentre gli altri dormono e sognano, la dimensione generica, naturale; tanto da emanare calore, l’adeguatezza del sentirsi protetti per meritare delle dediche che sono in fondo desiderate, circa qualcosa da offrire pur avendo sofferto, e non importa se di piccolo o di grande.

Il poeta si rende immagine, sapendo di non riuscire a riflettere, bensì d’essere bersagliato da occhiate languide ma prossime all’indifferenza, pur essendoci una bevuta da dividere, senza un futuro da incorniciare.

Perciò ti distendi con troppa difficoltà, per rifiorire e appassire piano, insistendo a seguire il proprio volere; e non v’è cura, perché bisogna assolutamente emozionarsi, esserne all’altezza per poi distribuire amore, e conquistarne le prede.

Essere convincenti significa scegliere quale passione intraprendere, guardando al di fuori, assistendo a coperture artificiali per strumenti a percussione più che utilizzati, con l’olfatto catturato da percorsi urbani; magari inghiottiti dal maltempo risaltato da un fluido aggressivo, illusorio.

Il distinguo dai maestri elementari, sott’accusa, per mentalità decorate con candore, autolesionistiche, lo si ricava sensibilizzando in veste tossica, puntando altrove con la capacità di risparmiarsi, bestiale, che risuona al margine della lucidità, nelle tenebre, invitante perché si è solo, ragionevolmente, curiosi (“E voi, professori della vita, sedete al tavolo degli imputati, cervelli ornati di gelsomini bianchi picchieranno con martelli sé stessi… E tu, poeta dell’assenzio, che tendi e ululi silenzi alla luna, come armoniche bottiglie vuote di notte, riempi il calice vuoto del mio intelletto”).

Includendo senza poter imparare, oppressi dai complessi d’inferiorità, il significato della parola volge all’armonia, brilla la faciloneria carnale nel suo cammino al buio, dovendo sparare alla stella fissata, con la speranza sempre più indurita per far passare il dolore.

Il corto circuito avviene scambiandosi le anime, immaginando di smettere di parlare, corteggiati da un cielo sereno ma elevati alle melodie di un discorso nuovo, abbandonato in un tempo attuale, per cogliere prospettive.

L’illusione commuove, dolorosa, ti arresta fino a sanguinare, a un’accezione di sorte inconsciamente nutrita, con la libertà d’esprimersi da studiare ancora, per essere travolti da misteri che insorgono, sentimentali, in una forma d’investimento suggellata.

Le vette del poeta, appena possedute ripresentano il conto dell’attrazione fisica, perforante.

Una veste sottile cela l’esistenza da mantenere forte, i dubbi in un’inquadratura superflua, il distacco da storie, virtuosismi e oggetti diversi; da riunire amorevolmente.

Lievi sussurri d’amanti rigenerano un percorso propositivo, con la ferocia per avvertire la coscienza.

La chimica te la porti affianco, inconcludente, dato un caro, impellente prurito, fin troppo giusto per venirne a capo.

La forza di donare sta tutta nelle origini terrene di un uomo imperturbabile, che si scioglie negli abissi di un’esistenza parentale; ed è come se un arbusto essiccandosi sprigionasse l’essenza della condivisione più sofferta.

Provando a masticare l’indole diversiva del poeta, si gusta la felicità di colui che si emoziona, infinitamente vulnerabile nella pelle delicata, per desiderio dell’altra metà.

Quello che s’acquisisce lo si deve ancora ottenere, con una concretezza che si profila in maniera andante, conseguendo a un estro creativo, impegnato coraggiosamente, per sentirsi bene, sicuri.

La dipendenza dalle pretese di un superiore, per trasparire nuovamente con la dannata ragione da illuminare, non smette d’impigrire; le aspettative intervallandosi impreziosiscono quanto accadrà.

Occorre saper tenere a bada le passioni, appartenere a questo principio di teoria senza darlo a vedere, al contatto che si rende paesaggio da ripianare con altrettanta sensibilità.

Le riflessioni si ottenebrano nelle ore piccole, come se rassegnati al fatto di non sincerarle alla luce del Sole, con la speranza che luccica, ultraterrena, a mo’ di strumento armonico, funzionale.

Le ferite del passato si acuiscono selvaggiamente, perché si era bambini elevati a una dote qual è quella di liberare le proprie volontà.

Il poeta cerca di possedere la sua vita purché avvincente; rappresentando la gente che sogna un obiettivo da raggiungere fissandoti negli occhi, che si alimenta con parole fondamentali.

Osservando il firmamento impari tanto: come perdere, giustappunto per riprendere a vivacizzare, cambiando così le prospettive; qualcosa che succede d’estate, quando l’agio si evolve in un irrefrenabile moto ondoso, romantico.

La natura è fertile rendendocene conto, distribuisce proprietà che ti apparterranno sempre, per accomodare la vita, improvvisamente…!

Richiedersi è un’impresa, e ti porgi con le debolezze strutturali di una stagione fredda, ti lasci circondare d’amici a riprova della comunicabilità che non fai altro che custodire intimamente, in loro assenza.

Pierpaolo vuole bene a chi gl’insegna come musicare, a un giovane normale all’apparenza; con quella delicatezza richiudibile in un organismo umano, ghiacciante, per esigere flebili sussulti, al fine di spostare l’attenzione dal nulla alle lezioni da seguire col profilo basso, con la sana paura di non farcela.

Per suonare piano, riaprendo gli occhi fantastici dinanzi alle tradizioni più appetitose, melodiose, nella pancia della gente; come se rapiti (ma senza essere ingannati) da un’eterna sostanza stupefacente.

*"Un ringraziamento speciale all'editore, Niccolò Carosi, che da sempre ha creduto nelle potenzialità dell'autore, dandogli un'occasione per esporsi, come poche, viste le difficoltà di questi tempi".
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VINCENZO CALO'

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLA MATTIOLI

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Paola Mattioli – A piccoli passi (ed. Pendragon)2017; Pagg. 70; Prezzo: € 12,00

La Mattioli con lo strumento della poesia sembra che ricostituisca il senso del tatto per le individuali vicissitudini, in un’epoca che vede i poeti in difficoltà, a causa delle egocentriche ripercussioni, smussabili usando la testa non da soli per provare a cambiare l’atmosfera.

Questa raccolta si evidenzia per della sana modestia nell’esprimere dei concetti, in situazioni da delineare impegnandosi, in virtù di una formazione ricavabile con tutta l’importanza del caso.

La poetessa armonizza degli eventi narrandoli con l’immaginario e la parola snocciolabili da piccoli, nel forsennato corso della vita, che paradossalmente spezza delle visioni, a seguito insomma di sensazionali alti e bassi e dunque alla costante ricerca di una stabilità emotiva; cosicché si alternano ambientazioni portatrici d’ispirazione a un bagaglio d’esperienze da tutelare pensando a tutto spiano, senza pressare il lettore col gergo tecnico, bensì richiamandolo all’ordine con delle motivazioni da determinare per il bene di tutti.

“Sogni, desideri ancora non sbocciati
percorsi difficili
incontri casuali a dirsi
dove ognuno crea e disfa…
… chiarire è necessario
inventarsi e reinventare…”

Leggendo ti rituffi nel respiro emesso, aldilà di ciò che abbiamo realizzato e che vediamo straordinariamente, personalmente… sta di fatto che si sviluppa la posizione di un soggetto venato di candore, col raggiungimento di un quesito dopo l’altro tacendo e ignorando in generale e specialmente a fine giornata, a dimostrazione di quante radici si possano strappare e celare argomentando, deliziando alla maniera di un Pascoli.

“Ogni messaggio lascia una traccia
parole che rassicurano
che chiudono con freddezza o con amore…
… parole senza senso, usate e poi dimenticate…”

La Mattioli dà modo di caratterizzare un avviso di circostanza, non lo rende dunque mai casuale, scrivendo su fogli volanti e non, dubitando sull’aspetto comunicativo in veste classica, affinché non ci si dimentichi della valenza dei ricordi.

Grazie a Paola rifioriscono argomenti che vanno trattati per venire nuovamente considerati a seguito di troppe richieste d’aiuto, con sollecitazioni rigorosamente al femminile.

Costei, tracciando languidamente il percorso a un’accusa che scotta nelle mani della gente, si assicura lo sviluppo della parola, intendendo impreziosirla come se sfiorata dall’indispensabile che si manifesta intorno a lei, nel rivisitabile possesso di determinati oggetti.

Quindi senza che si tradisca dell’energia naturale, di cui se ne devono far carico i minori che la Mattioli è solita istruire, per partire dalle basi a incantare semplicemente, e a occupare di nuovo sensibilmente questo mondo, cioè riconoscendo d’avere un talento, qual è quello di lucidare un tacere che non è mai garantito, lasciando il segno all’ambiente che ci circonda, con positività… all’improvviso, fino a rigenerare esclusivamente l’umano dettame.

Paola al cospetto di una panoramica viene travolta dal proprio olfatto, materializzante un entusiasmo che ammalia dei sentimenti ben custoditi, una volta mirato.

La poetessa percepisce sinuosità notturne liberamente, lentamente, allorché si fa giorno con la ragione, per illusioni che faticano a manifestarsi lungo vie contorte, come a causa di appuntamenti fatali, in teoria, tra soggetti che compongono un’opera giustappunto per disintegrarla… difatti bisogna comprendere per darsi una forma e rinnovare il creato.

In questi versi si appura il concetto di gioia, che consiste nel volersi bene tutelando il proprio essere, con la compensazione di determinate richieste, quelle attribuibili a persone prive della benché minima colpa, che si divertono a stimolare delle trasparenze con l’insorgere di riconoscenze a tutto tondo, dimodoché avvenga l’inclusione tra elementi radicati, che agevolino la memoria all’infinito; nonostante il disagio terreno, prorompente dacché difficile da diagnosticare, fintantoché la realtà viene raggirata da quanto dichiariamo.

Le poesie sembrano ricomporre pezzi di respiro dalle svariate dimensioni, senza stancare, continuamente; perché si può sempre agire per il meglio, e anche se a ridosso della sera, con dei mezzi di trasporto accecanti, in movimento, a meravigliare le strade di un posto che aspetta nuovamente d’essere scoperto, da visi che scalfiscono il cielo, con tutta una spontaneità da sviluppare mai e poi mai banalmente.

Il contatto a pelle serve per dare dignità reciproca a confessioni del tutto vere, a delle prime volte da raccogliere per celarsi in un cuore ed esistere… per amarsi.

La Mattioli è abile a identificarsi in una bambina che si cela nella muta oscurità, come a scrutare l’esterno a prova d’udito; troppo legata alle origini del bene individuale, tra fitti timori, quasi utili per dire d’essere presenti, ma ch’è un guaio affezionarcisi, se non si ha quella forza necessaria per stare a comprenderli e apprendere così d’avere piuttosto delle doti.

La poetica in questo caso rilascia segni sparsi su pagine sciupate dal ciclo delle stagioni, lungo percorsi astrusi, tracciati con parole o raffigurazioni da un maestro del contatto.

“Nessuno si ferma
ognuno pensa per sé
voci borbottano insane parole
cattivi giudizi e pensieri
solitudini sole”

Paola si attiva mescolando tasselli, proponibili seppur complicati parlandone a gettiti d’anima, di un valore insito all’affetto dei suoi cari di cui ora n’è carente, di un buon esempio che si rende parziale dunque per forza di eventi, ossia di varie opinioni nel percepire l’umana esistenza; con lo sguardo magari fisso su esseri viventi ma logorati dall’emarginazione che disintegra la temperatura corporea, tanto da dimenticarci degli amori che saremmo in grado di provare se conoscessimo e riconoscessimo i nostri simili, immobili a riflettere su letture ancora d’acconsentire, in un nascondiglio assicurato dalla cultura a misura di sentimento.

I suoi genitori, un dottore che invitava alla cura della pelle, mentre la moglie si affaccendava a livello domestico, l’hanno formata severamente, autorevolmente.

Col passare del tempo, a causa d’impegni professionali da dover sviluppare senza battere ciglio, la voglia di poetare si è inabissata in lei, per riemergere, con l’ispirazione dovuta ora dall’assenza della figura materna.

Parole composte guidando un insieme di emozioni per stabilire, senza fare rumore, l’esclusività come la straordinarietà del tempo da dare al suo didentro, e armonizzare finalmente della maturità ricavabile con amori radicati e memorie tristi ma scandite con della nostalgia da profumare vivendo in scioltezza; proprio come fanno tutti quei bambini meravigliosamente ignari di questo potere che galleggia nella loro vista, in un mare aperto.
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VINCENZO CALO'

martedì 1 settembre 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = MICHELE MICCIA

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Michele Miccia, Il ciclo dell’acqua – Parte di sopra, Prefazione di Paolo Briganti, casa editrice L’arcolaio, 2020, pag.115

Ad ogni nuovo libro si definisce meglio l’insolito, impegnativo e originale poema che il parmigiano Michele Miccia sta componendo da diversi anni e che forse non è ancora giunto a conclusione. Ogni raccolta di versi costituisce una parte, una fase, un momento di un progetto più ampio che ha come tema generale quello del vitale e indispensabile ciclo dell’acqua. Dal 2011, quando uscì Il ciclo dell’acqua – Parte di sotto (prefazione di Giuseppe Marchetti), al 2020, quando viene stampato Il ciclo dell’acqua – Parte di sopra (prefazione di Paolo Briganti), sono trascorsi nove anni e hanno visto la luce sei libri.
L’acqua è assolutamente necessaria alla vita e i nostri corpi ne sono in prevalenza formati. Il corpo occupa una posizione centrale in questo come nei precedenti libri di Miccia. L’autore ne nomina esplicitamente e a volte ripetutamente le singole parti, i liquidi, gli organi: urina, sudore, viscere, muscoli, tendini, ossa, denti, pelle, palpebre, vertebre, ossa, cuore, polmoni, vene, pupille, bocca, fegato, braccia, gambe, “sangue fecondo”… Il corpo è un rifugio (“È dentro di me tutto quello che / posso capire…”), una clausura, un luogo in cui rintanarsi. L’io non può prescindere dal corpo ma aspira anche ad altro: carne che si fa spirito, “corpo non ancora anima”; l’io si contrae e si dilata, assecondando quasi un respiro cosmico.
In questa raccolta Miccia si confronta soprattutto con la “Parte di sopra”, con il cielo; lo sguardo si dirige e volteggia verso l’alto (“I miei occhi volti verso l’alto”), cerca una luce che a volte acceca, incontra comete, astri stelle, nuvole che “devono sempre correre / per liberarsi dell’acqua di cui / il mare le ha dotate”. Ascendere, staccare “da terra i piedi”, salire, scalare, significa confrontarsi inevitabilmente con il divino che sta nell’alto dei cieli e che spesso si sottrae e sfugge alla nostra comprensione allontanadosi. Lo ritroviamo comunque, scrive Miccia, dentro di noi (“Unisco parte umana e divina”, “Dio è una parte di me”, “è un luogo interiore”) finché “Per un momento cielo e terra / s’incontrano nei palmi / delle mie braccia spalancate…“ .
Il rapporto fra spirito e materia, fra anima e carne, fra “scorie di corpi” e “una scintilla d’assoluto”, si rivela complesso e instabile, contraddittorio e inquieto: “forse che la salvezza avvenga / sempre dentro al marasma”.
Ci troviamo di fronte a una poesia bruciante (“dalle mie parole di fuoco”), ispida, irrequieta, eccentrica. Il critico Paolo Briganti chiude con queste parole la sua Prefazione al volume: “Ciò che ne scaturisce è un “poema” (o come lo si vuol definire) degno, degnissimo di attenzione e considerazione”.
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Giancarlo Baroni

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia e il primo settembre"

Inizio del liceo per ragazza
Alessia nel cielo campita
di settembre, pari a nuvola
nell’assolato panneggiare
se è ancora estate per Alessia
nell’interanimarsi con la
chiostra azzurrina dei monti
a farle un fazzoletto nei
capelli. Alessia con i libri
e il diario rosa 2015-2016
di Giovanni dono dove ha
trascritto il sogno più soave.
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"Alessia e il sei settembre"

Risveglio nella freschezza
per ragazza Alessia
il tempo si ferma nello
scorgere l’azzurrina montuosità
e il mare di Napoli
che ancora esiste dagli occhi
nel condominiale giardino.
Ai blocchi di partenza della vita
e tutto è da ricominciare
nel tesserne la tela.
Attesa dell’amore co Giovanni
nel vestirsi di nero.
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Raffaele Piazza