giovedì 30 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA


**Edith Dzieduszycka, Frattaglie, AltrEdizioni Casa Editrice, 2022
Libro imprevisto, nel senso di sorprendente, questo di E. Dzieduszycka, in quanto gioca sullo straniamento e la devianza. In primis dei generi letterari così come acutamente rileva Luciana Gravina nella prefazione in quanto «scelta consapevole di devianza lessemica, oltre che semantica, la qualcosa è precipua del codice poetico». E sembra che qui la poetessa voglia divertirsi con una scrittura paradossale e ammaliante, allestendo un prezioso tessuto testuale in bilico tra il poetico, l’ironico, l’aforismatico, l’acutezza barocca insieme al récit e ad una idea (forse impraticabile) di modello narrativo. Allora il racconto sfuma nelle allusioni, nell’ aneddoto sarcastico di un osservatore disilluso che giudica da lontane distanze. E il lettore precipita nelle frattaglie (non casuale è il referente biologico) delle cose e dei casi umani in un vortice di immagini e analogie.
Un atlante minimo delle personalità e delle debolezze: dall’ “eroe a mano armata” del primo testo, il vate grandeur in ritratto caricaturale, alla Dignità, virtù fuori moda e obsoleta ormai: «Così spennalizzata, anzi sdignitizzata, piano piano spennata, pura malignità, peggio malvagità, nessuno più capiva, la Dignità chi fosse Comunque nel frangente a nessuno importava...»
Quasi una moderna raccolta di cammei sull’impronta dei moralisti classici, questi schizzi della Dzieduszycka, che nella brevità di poche righe condensano un carattere, un’inclinazione, un vizio con una lingua intensamente espressionista. Tra le armi retoriche attualizzate per colpire i conformismi e la decadenza sociale dei nostri tempi l’ironia e il grottesco. Ma ancor di più l’autrice vira il discorso in un senso che la retorica classica avrebbe definito ‘asiano’: manieristico, disarmonizzante e moderno. Giochi di parole, cadenze surrealiste, uso delle Phantasiai, trasfigurazioni e aggregazioni di visioni: «Così fummo gettati, vegetariani vivi, nella caldaia accesa, e d’aglio e rosmarino farciti e rosolati».
Soprattutto le enumerazioni dotte e fantasiose, gli accostamenti improbabili in un gioco di immagini morbose e grottesche: «Ferine le parole appena risputate sul gozzo d’un abisso, carburante filoso, bava di scarafaggi, ortica, lance e frecce, coratelle di ragni, esche glicemiche...». Bisogna ricordare che la parola latina ingenium ha il significato di ‘dote dell’invenzione spiritosa’, perché collegando il dissimile genera stupore. In questi testi l’ingegno e l’acutezza dell’autrice rendono visibile la prospettiva di un mondo rovesciato, di una contemporaneità per molti versi inafferrabile, oscura, dominata da forze autodistruttive. Le sei malattie dello spirito contemporaneo di cui ci parla il filosofo rumeno Costantin Noica sono assommate in questi “Scherzi” filosofico-musicali che rappresentano la precarietà dell’essere, la vita e le sue contraddizioni. L’autrice pare divertirsi molto a scrivere certe distorte visioni o certi giocosi illusionismi riuscendo ad illuminare a giorno un esistenziale che ci comprende e riguarda.
Non è un caso che la raccolta venga introdotta da una sorta di calligramma, e cioè il disegno di alcune lettere dell’alfabeto, le sole consonanti del titolo, (eliminate le vocali come nella lingua sacra ebraica) con piccoli ornamenti simbolici. A sottolineare che il valore della lettera e della parola, (e qui di un titolo che sigla il discorso), inizia già dal segno grafico. E l’avviso all’incauto lettore che varca la pagina è già una promessa di delizie come quelle di un quadro di Hieronymus Bosch: «Entrate con cautela nell’arena addobbata di stracci sanguinanti corde catene mazze impalpabili virus ogni tanto fermando i vostri cauti passi per chiedervi dubbiosi: è prosa poesia è sogno pandemia?»
(Letizia Leone)
*
da "RUBRICA LIBRI RICEVUTI"
Edith Dzieduszycka, Un’altra pelle, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2022
Dal suo lungo percorso poetico, letterario e artistico Edith Dzieduszycka torna alla forma giapponese dell’Haiku, già sperimentata in passato (Haikuore – genesi, 2017) stazione quasi inevitabile per chi voglia collocare la sua scrittura in una nuova posizione di misura versale che crea una distanza con la tradizione del verso alessandrino o dell’endecasillabo, verso principe della tradizione poetica italiana, che Ungaretti conteggiava nella misura esatta di un respiro. La poetessa stessa chiarisce la sua attrazione per tale componimento: «il piccolo grumo di parole, quelle diciassette sillabe, cinque – sette - cinque, che ho già definito “angusta gabbia”, un blocco compatto e senza sbavature, un concentrato che costringe ogni volta a brevità ed essenzialità». L’Haiku risponde ad una esigenza di concentrazione semantica e linguistica tanto che scusandosi anticipatamente per aver deragliato dalla regola aurea di composizione orientale, la Dzieduszycka chiude il libro con una sorta di dialogo erotico ‘Sotto la brace’ dove è forte l’eco delle poesie di ‘L’immobile volo’, (Progetto Cultura, 2020). Nella sua dotta introduzione Giuseppe Gallo ci rammenta l’originarietà del gesto sacrale della scrittura giapponese nello spazio deificato del giardino zen, per poi analizzare lo scarto da tale modello della poetessa francese: «Da una parte sa che sta utilizzando gli haiku non per ciò che questi sono all’interno della tradizione culturale dell’estetica giapponese, ma per ciò che questa forma poetica le può permettere...In effetti la sua attenzione intellettuale e la sua creatività cercavano una struttura che potesse scalfire la prosopopea della versificazione lineare francese e italiana per costringere se stessa alla “brevità” e alla “essenzialità”. È il famoso “risparmio verbale” di cui parlava Zanzotto.» Questa perfezione formale permette alla poetessa di riprendere possesso di un universo naturale e creaturale abbondantemente esplorato dalla tradizione ma qui investito di una nuova aura, di un’altra pelle, lontano dagli stereotipi: a casa nostra / formiche scarafaggi / non li vogliamo.
(Letizia Leone)

martedì 28 giugno 2022

RIVISTA = MALPELO


E in distribuzione il numero 5 della rivista Malpelo (bimestrale di letteratura) giugno 2022.
Diretta da Demetrio Salvi e con la redazione sezione poesia di Bernardo Rossi
Un fascicolo ricchissimo dedicato alle "Streghe" che offre lavori in prosa di notevole interesse e lavori in poesia armoniosamente tratteggiati.
Hanno collaborato per la prosa Giovanni Perfetto, Maria Varricchio, Mario Cataluddi, Carlo Prozzo, Elisa Bondavalli, Maria Cevoli, Bruno Schiavoni, Giuliano Tomarchio, Bruno Billwiller, Renato Bonanni, Giancarlo Brancale, Federico Cauano, Anna Grazia Cervone, Maurizio de Magistris, Demetrio Salvi, Antonio Avossa, Andrea De Vinco, Francesca Erriu Di Tucci, Raffaele Acunzo, Fabrizio Battisti. I poeti Antonio Spagnuolo, Vera D'Atri, Lina Sanniti, Marilia Aricò, Veronica Pellegrini, Rosaria Antonia Miele, Marika Vitale,Costanzo Ioni, Giovanni Ariola, Giuseppe Vetromile, Peppe Bettoliere, Rodolfo Granafei, Nicola Maddalena, Enrico Fagnano, Sebastiano Diciassette, Flavia Cidonio, Bernardo Rossi.

sabato 25 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROSA SORDA


**ROSA SORDA, “TRA LE PIEGHE DEL SILENZIO”, ATB EDIZIONI, TORINO, 2022 - PAGINE 80 - 16,00 €
PREFAZIONE DI MARIA EROVERETI
Il suggestivo titolo della raccolta poetica di Rosa Sorda, “Tra le pieghe del silenzio”, ben esprime lo spirito dei componimenti che la costituiscono, alcuni dei quali già apparsi in una pubblicazione del 2000: In un punto della mente.
Sin dalle prime poesie emerge l’urgenza di Rosa di abbandonarsi all’espansione del proprio mondo interiore e nello stesso tempo l’insofferenza per le incombenze quotidiane che allontanano da quell’io più profondo che solo sostiene e salva dal caos della precarietà: Il fluire / ci è interdetto / l'attimo sospeso / ci sfugge, / strappati / ad una più sottile dimensione / ci dibattiamo /nella quotidianità. Nonostante i componimenti della silloge abbiano visto la luce nell’arco di molti anni, il rifiuto della routine traspare anche dai versi più recenti e gli impegni che scandiscono la giornata diventano le sbarre di una gabbia che impedisce l’evasione verso dimensioni più rarefatte: Su di un foglietto, appunti / per la mia giornata… / conti da rifare… O ancora, in un’altra poesia: Sugli scaffali libri / da ordinare… / Con buona lena / mi metto a lavorare, / ma poi mi arrendo / incerta e confusa… / Non so cosa gettare, / cosa conservare… / è solo apparenza, / senza consistenza… Ma la ricerca di risposte che diano un senso all’esistere, la ricerca di un punto / che tutto unisce, è vana perché non ci sono appigli …in tutto ciò che esiste / manca il punto fermo / che dia l’orientamento. Tuttavia alla poetessa non interessa un mondo / di rassicuranti certezze / delimitato / da ben chiari confini poiché sente che in tralice / tra fenditure, / si svelano inusitate / connessioni del reale… che consentono di cogliere, oltre l’ordine delle cose, altre possibilità / di esistenza / tra le pieghe / dell'apparenza. La precarietà quindi diventa più accettabile nonostante sia l’unica certezza del nostro vivere ma non frena la ricerca di un senso all’esistere.
Con un lessico discorsivo che rifugge dai toni aulici, in versi da cui affiora una malinconica solitudine di fronte ai misteri della nostra fragile realtà, pur accogliendo serenamente la propria condizione, mitigata dall’inclinazione meditativa, Rosa non smette d’interrogarsi: il nostro tempo è limitato? / oppure è eterno stato? // Per sempre, forse, siamo / e non lo sappiamo. E si chiede ancora se la realtà più vera, quella che dà spessore alla nostra essenza, sia da cercarsi nella vita vissuta, in quella quotidianità tanto ricusata, oppure nella mente, nel profondo di se stessi.
Quando però i vincoli quotidiani si allentano …sospeso il pensiero / siamo parte dell’Essere / e in esso / trova pace l’esistere. La poetessa ritrova allora la verità nella bellezza della Natura, nella luce che sprofonda all’orizzonte di un mare immenso e solitario, nei viola lampeggianti delle nubi, negli spazi / grandi / e soli / nel silenzio / sospeso / dei tramonti / in un punto / indefinito / della mente dove il pensiero si ferma e ci si può raccogliere ed espandere all’interno del proprio mondo interiore.
Numerosi sono i componimenti che traggono ispirazione dagli eventi naturali: lo scorrere delle stagioni, la malinconia di un pomeriggio invernale, il vibrare dei sensi in una sera di primavera. A volte la natura provoca un senso di trepidazione, come una notte di luna inquieta in cui la vastità del silenzio trasmette una sensazione quasi allucinante, più spesso invece le bellezze naturali avviluppano coi propri profumi e la preziosità dei propri colori: Mi avvolgo / voluttuosa / in scialli dorati di sole e infondono un senso di leggerezza e di smisurata felicità: Danzo / da sola / in questa festa assolata di luce. La natura per la poetessa è dunque emancipazione dal quotidiano e maggiore consapevolezza di esistere.
La raccolta si divide in tre sezioni che corrispondono ai diversi periodi in cui videro la luce i componimenti, ma la differenza tra esse non è rilevante, non cessano gli interrogativi di Rosa che, se nelle prime composizioni era alla ricerca di un senso dell’esistenza, nella sezione “Tra prismatici spazi” s’interroga sulla fine della vita: “Come finirà la nostra corsa?”, sulla sua eventuale continuità in un altrove imperscrutabile: Mi dite / che la morte è un passaggio / un cambiamento di stato / che la vita continua… // Ma potrò ancora pensare? / indagare, dubitare / se pensabile è il Nulla… // …Nel silenzio sospesa / in concentrato punto / di dilatata mente.
La tensione di Rosa verso il mistero dell’infinito si rivela anche in molti dei dipinti accostati ai componimenti poetici: templi del silenzio, architetture in cui lo spirito si allarga finalmente staccato dalla realtà quotidiana e assurge alla dimensione più elevata a cui l’artista aspira per appagare il proprio bisogno di espansione e trascendenza: Tra le pieghe / del silenzio // ascolto // il battito / impercettibile / dell’Eternità.
*
MARIA EROVERETI

martedì 21 giugno 2022

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**A Pierpaolo Pasolini**
Vedi, Pierpaolo, a Ostia è il
nulla, una culla di pensieri
sciama nel Terzo Millennio
eri felice, Pierpaolo? Saresti
vivo in questo postmoderno
senza usignoli senza la mano
e la manna dell’innocenza
a tessere testi per Garzanti
e sul Decamerone
mirabili pellicole.
Poesia in forma di rosa
un attimo un barlume,
l’esatta verginità morale del tuo
esistere eri l’angelo del nulla
sorridevi in questo ti differenzi,
da Pavese, tu, profeta sanguato dei giorni
e cosa diresti vegliardo nel 2021?
Pierpaolo angelo
tra penna e cinepresa, Corriere
e ragazzi di borgata, privata
felicità nella diversità eri felice?
Ceste di mele di fortuna
ti donerei questi versi
piango come chi crede nell’arte tua
le ceneri tue insieme a quelle di Gramsci
a vedere nel fondo della Storia
un mistico furore di generazioni
senza passato Pierpaolo
oltre la vita e la morte
ai blocchi di partenza e sono morti
Penna e Bellezza e Moravia.
Pierpaolo, in quel chiaroscuro
aurorale che dà barlumi per esatta
coincidenza era il 1975 il. giorno
dell’infanzia e mia nonna disse
che eri morto, sovrana innocenza
penna nel quaderno di me stesso
a non sapere come nascono i figli.
*
RAFFAELE PIAZZA

domenica 19 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = RICCARDO MAZZAMUTO


**Riccardo Mazzamuto: “Tredici giorni al rifugio”- Ed. Eretica – 2022- pag. 62- € 14,00
Quasi attenta cronaca tutte le poesie hanno l’articolazione necessaria che fa riemergere con stile corretto le identità specifiche e l’universo liquido della comunità del borgo Castelnuovo in provincia di Livorno, tra gli anni 1943 1945 , nel fragore che la seconda guerra spiegava senza tregua. Dallo sfollamento alle SS , dal rifugio alle minacce di morte, dalle candele, dal lume a petrolio all’abbattimento del campanile, alla carestia, all’arrivo degli americani, alla libertà.
Un bollettino testimonianza che riaccende ricordi “mantenendo le cronologie e gli episodi del racconto con nomi e fatti realmente esistiti”.
Riccardo Mazzamuto, nel suo lavoro di scelta della parola, riesce con garbo e policromia a realizzare un vero proprio poemetto, in una tensione continua che approda ad un risultato di rara originalità, in una sorta di allegoria della vitalità autentica per un microcosmo semplice, pronto ad accogliere la calda ed inconfondibile umanità di chi viene vertiginosamente traghettato nella disgrazia di un conflitto.
Qui gli episodi si susseguono con ritmo serrato e la scrittura piana e determinata ricama esplosioni diverse, nel flusso del tempo che apre impressioni e ricordi di persone divenute protagoniste del fato.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 18 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCO CIARELLI


**Franco Ciarelli: “Tutti hanno un sogno” – Ed. nuovagutemberg – 2022 – pag. 118 - € 12,00-
Sette capitoli ben distinti, ma ben vincolati alla vertigine del sogno, che per ciascuna figura rinnova le impreviste dimensioni dell’universale, non solo nella nostalgia del tempo ma anche nelle sfumature che tratteggiano il sonno.
È il canto privilegiato di alcuni mondi intimi, proiettato in un quotidiano esprimersi tipico della realtà che intreccia lo svolgersi delle illuminazioni.
Zi Ntonie, Il beduino del deserto, Il pastore mongolo, Il contadino pastore, La pescatrice Maria, Il pescatore con la conchiglia, Il contadino pescatore, questi i sette personaggi che si abbandonano al sogno. Uno tra i desideri inespressi di rimanere immutato, piange e prega innanzi ad un lumino votivo, altro viaggia di continuo in un paesaggio scolpito dal vento, o è il veterano dell’armata rossa che vede ancora le pellicole della guerra, e ancora il contadino che esce all’alba con il gregge di pecore e capre e coltiva grani antichi, o la Maria che va per mare a pesca anche nelle notti senza luna, e ancora un altro “lo chiamavano Tritone/ era un bell’uomo/ spesso col volto corrucciato”, e ancora il contadino pescatore venuto da lontano, timoroso dell’acqua, trova l’amore.
Quadretti ben intagliati e scanditi con l’accortezza dei versi dove non c’è voce polemica ma il ricamo policromatico di un vivere sereno e delicatamente sorpreso.
Sui sani principi e su valori veri si imprimono versi duttili, impressi di volta in volta con quella forza adamantina che diviene immediato canto.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 16 giugno 2022

POESIA = FRANCESCA LO BUE


La poesia di Francesca Lo Bue
Prof. Riccardo Campa
La sua poesia si distingue per una raffinata veste stilistica in un compendio di allusioni e di suggestioni estraneo a qualsiasi discorso logico, preferendo costruzioni complesse e oscure di immagini e di analogie. E' un'ulteriore fase dell'esperienza lirica del frammento che si approssima, nelle testimonianza contemporanee, all'ermetismo, suffragata da chiari intenti esplicativi dell'inquietudine contemporanea.
E' il cuaderno del destierro, è un memoriale risolto in una favola dello spazio abitato dalle stimmate dell'atavismo ancestrale. La lingua perpetua nelle immagini dissociate dall'immaginazione, la carsica intensità dell'esilio involontario, nel quale si perpetuano le angosciose perlustrazioni dell'intensità istintiva e immemoriale.
L'essere in più luoghi, predittivi della traversata, è una contingenza che soltanto la parola riesce a decifrare. Diverse modulazioni e variazioni dei registri espressivi connotano le forme poetiche mediante gli aforismi, gli epigrammi, la reiterazione e la brevità.
L'intemperanza esistenziale si esplica nella naturalezza sensuale e animica. L'artificio verbale consente di intravedere la geografia sentimentale di un'esperienza tumefatta dall'inganno. Le complesse relazioni che la poesia instaura con i registri espressivi, si estendono dallo sconcerto all'elogio.
Un esteso poema frammentario trascende le implicazioni riflessivi, parti della propensione dell'essere nella sua rorida possibilità espressiva.
**
*"Il libro oscuro"
Il Tuo libro è oscuro come il sole meridiano,
come il raggio di stelle notturne.
Dove mi porteranno le ali del Libro?
Tra le vie impietrate del foro,
nella bianchezza del Tuo volto,
quando il giorno ci saluta.
Fulge l’anima dei giorni nel Tuo sedile ancestrale.
Grazie, Padre dalla lontananza;
da te caddero gocce di sillabe e lettere,
il libro oscuro della Poesia.
Con il libro della Conoscenza andrò per strade impervie
nella notte,
alla dimora dove ardono i ceppi del focolare.
*
"El libro oscuro"
Tu libro es oscuro como el sol meridiano,
como el rayo de las estrellas nocturnas.
¿Dónde me llevarán sus alas?
Entre las plazas hostiles del foro,
a la blancura de Tu rostro,
cuando el día nos saluda.
Fulge el alma de los días en Tu asiento ancestral.
Gracias, Padre de la lejanía,
de ti caen gotas de sílabas y letras,
el libro oscuro de la Poesía.
Con el libro del conocimiento iré por sendas escarpadas,
en la noche,
a la morada donde arden las ascuas del hogar.
*
FRANCESCA LO BUE - da "Itinerari" ed. Dant Alighieri 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA


*Raffaele Piazza: “Nel delta della vita” – Ed. Miano – 2022- pag. 64 - € 15,00
La poesia spesso è simile a quegli acquerelli che distendono con sobrietà e policromia colori variegati, accostati di volta in volta all’imprevedibile guizzo del colpo di sferza, che più volte diviene contraccolpo del linguaggio comune e riflesso del non dicibile, per incatenare pensieri e visioni che riportano al profondo interrogativo del sub conscio.
Così Raffaele Piazza ricuce e ricama versi imbastendoli ad una sospensione culturale che a ben riflettere diviene credibile anche nell’effimero e nel solamente accennato. Sono sospensioni che lasciano l’eco rimbalzare nella pagina, legandolo al destino ora esplicito ora implicito di una sublime dilatazione della parola, quasi tentativo di un ars retorica che diviene metafora ad ogni passo. Piuttosto che semplificarsi la scrittura di Piazza si carica di intervalli fulminanti, in distinzioni forzatamente allegoriche, di epifanie approssimate, di incursioni memoriali, di sussulti a testimonianza, nel disegno che diviene infine acutezza estrema e che rischia di annullare il dopo di ogni misura espressiva.
Due figure femminili compaiono decisamente concrete, Mirta e Selene, in un abbagliante tocco volumetrico, che disegna ricordi e passioni in una frattura troppo netta, in un incessante riproporsi in luci diverse, tra la testimonianza del diario e l’isolamento dell’assenza-passato.
Qui la fenomenologia ha componenti nominali e creative che determinano la sorte stessa della poesia, celebrando ancora la favola sensuale e disperata di un rapporto amoroso ritagliato esclusivamente sulle occasioni dell’illusione.
Non deludono in questa raccolta i tentativi profondamente motivati della preghiera. Una preghiera aggettante la confessione nell’assurda opposizione dell’esistenza quotidiana.
Ben riuscite quindi una strenua speculazione del visibile legata alla sua formazione fondamentalmente realista come coniugazione immediata ed un articolarsi verso profondità inconsuete che assumono soltanto valenze simboliche.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 14 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA TERESA LIUZZO


**Maria Teresa Liuzzo – Danza la notte nelle tue pupille--A.G.A, R. Editrice – Reggio Calabria – 2022 – pag. 121
Maria Teresa Liuzzo, l’autrice del poema d’amore che prendiamo in considerazione in questa sede, è nata a Saline di Montebello e risiede a Reggio Calabria (Italia). È presidente dell’Associazione Lirico-Drammatica “P. Benintende”, giornalista, editore, Direttore Responsabile Rivista Letteraria “Le Muse”, scrittrice, Dr. in psicologia, Leibnitz University Santa Fe, New Messico, USA, prof. filosofia e lettere moderne, USA, corrispondente de: “Il ponte italo – americano” – USA, Nuova Corvina, Europa (Hunedoara).
"Danza la notte nelle tue pupille" presenta una postfazione di Mauro Di Castelli intitolata “Mio libro mia sfera” LA GALASSIA INNAMORATA che per le sue dimensioni notevolissime può essere considerata un vero e proprio saggio esauriente e ricco di acribia corredato da moltissime citazioni.
Il volume non è scandito e per la sua unitarietà contenutistica, formale, stilistica e semantica potrebbe essere considerato un poemetto.
Ritroviamo un continuum tra i motivi ispiratori di questo libro di poesia e quelli precedenti della Liuzzo come per esempio Miosòtide del 2009. Quanto suddetto si rivela nella vena neolirica ed elegiaca di questa scrittura permeata da un afflato, una stabile tensione per l’amore che è sia personale per l’amato, sia cosmico per una natura interiorizzata e introiettata nell’anima della poetessa, sia amore mistico, con esiti nello stesso tempo teneri e numinosi, luminosi e umbratili sempre caratterizzati da una vaga e splendida bellezza.
Ma sotteso a quanto suddetto c’è un discorso profondissimo un livello densissimo intellettualisticamente che si evince nel libro che è frutto dell’avvertita e straordinaria coscienza letteraria dell’autrice che viene decriptata magistralmente dallo stesso postfatore nella sua complessità. Già il titolo della raccolta pare evocare qualcosa di magico e misterioso nell’essere detta con urgenza la notte, metafora e simbolo delle tenebre ma che per altri modi porta consiglio e riposo per il corpo e l’anima. Originale e affascinante l’immagine di una notte danzante nelle pupille del tu al quale l’autrice si rivolge che presumibilmente è l’amato. Come scrive il critico la metafora luzziana interessata alla poetica ha non di rado un carattere teoretico e dischiude le sue immagini (come quella naturale della fulgida rosa in un giardino fiorente) trasformandole, dal mondo della natura al mondo dello spirito senza soluzione di continuità. Del resto a questo discorso s’intona anche l’immagine della copertina nella quale ritroviamo il dipinto di Waterhouse del 1908 intitolato Lo spirito della rosa del 1908 che raffigura una donna nell’atto di annusare proprio una rosa. Del resto la rosa cresce negli infiniti giardini della poesia e diviene spesso simbolo dell’amore e della vita per molti poeti anche del passato. In bilico tra gioia e dolore la poetica della Liuzzo e la natura ha un ruolo importante a fare da sfondo ai sentimenti.
La maggior parte delle poesie appartiene al genere dell’haiku praticato magistralmente dalla poetessa e scrittrice.
Un tono di sospensione e di mistero pare prevalere in atmosfere di onirismo purgatoriale sempre molto evocative.
A volte si ritrova il tema della scrittura nella scrittura che diviene fatto anche etico quando Maria Teresa afferma con urgenza che scrive perché la stagione glielo impone e l’anima lo richiede e che la libertà del verso pretende d’essere cantata. L’ordine del discorso si sdipana tra accensioni e spegnimenti subitanei che hanno una forza magica e ammaliante.
E il tema mistico si rivela quando viene detto nel canto sempre raffinato e ben cesellato che l’anima è libro fremente perfezione oltre la scrittura e quando si parla di musica degli angeli o quando rivolgendosi ad un tu del quale ogni rifermento resta taciuto la Liuzzo gli dice che ascolta la voce del Divino e che lo spirito sposa la Parola nell’inverarsi d’immagini molto suggestive che sgorgano le una dalle altre sempre in maniera alta e sublime. Come scrive D’Castelli la poesia di Maria Teresa parla sempre in modo nuovo e potente ma esige una duttile preparazione, Infatti si deve saper invertire il flusso delle parole di tutti i giorni e trasformare le parole in emergenze di luce. La galassia innamorata, sottotitolo che dà D’Castelli alla poderosa postfazione, ci fa intendere l’idea di un amore cosmico che, poiché si nomina l’immensità potrebbe essere amore anche per Dio e lo stesso amore per Dio come hanno scritto alcuni filosofi può essere anche interessato. Se l’innamoramento è un attimo di grazia fugace, un incontrarsi negli occhi dell’amato, l’amore stesso è il motore, la casa scatenante e fondante della poetica e del poiein della Liuzzo. La densità metaforica e sinestesica oltre che semantica ha un ruolo importante e comunque i versi sono permeati da leggerezza, leggibilità e chiarezza sottese ad una fortissima linearità dell’incanto. Anche una natura fatta di epifanie primeve di gemme, di fiori e frutti detti magicamente con urgenza emoziona il lettore e la poesia nell’articolarsi dei versi assume toni magici e tutto è permeato da un vibrare dell’anima che si traduce in versi icastici, armonici e ben risolti a livello stilistico e formale. Notiamo una fortissima, abissale differenza tra la produzione in prosa e quella in versi della Liuzzo. Infatti mentre i libri di poesia dell’autrice sono idilliaci e ottimistici nel cantare un inno rassicurante alla vita e sono un’emanazione del bene anche se c’è il tema dell’angustia, insomma la gioia e il dolore dell’esistere, nei romanzi predomina il tema del male che si svela con storie nelle quali comunque l’eroina Mary tra innumerevoli traversie si salva sempre con l’aiuto della poesia e dell’arte, dell’angelo Raf e di Dio stesso che come scrive la Liuzzo Mary porta al collo. Se un lettore qualsiasi leggesse la poesia e la prosa della Liuzzo per puro caso stenterebbe a credere che sono opera della stessa letterata per l’impronta sempre sublime ma diversissima con la quale la Liuzzo si esprime nei due generi. Ma c’è un comune denominatore tra le due espressioni letterarie ed è quello della vivissima e profondissima e poliedrica intelligenza della Liuzzo che si traduce in meravigliosa affabulazione nella prosa e in scintillante elaborazione nella poesia. Inoltre va messa in luce la grandissima originalità della produzione in toto dell’autrice che costituisce un vero unicum. Anche il sogno qui si trasforma in linfa vitale anche se non ne conosciamo i contenuti.
Inoltre serpeggia sempre il tema della reverie, del sogno ad occhi aperti che dà bellezza alle pagine e rende l’ordine del discorso oltre il limite del possibile nella sua perfezione. Una verginità morale trapela dalle poesie e anche dai romanzi ma il lettore intende che chi scrive conosce bene la vita e le sue regole oltre a conoscere il bene e il male. Se in poesia tutto è presunto dagli haiku traspare massimamente questo assunto nel crearsi una fortissima dose d’ipersegno che deborda dalle magiche poesie. L’io-poetante pare interanimarsi con la natura elegiaca che l’avvolge e anche l’uomo è natura e la natura è superiore all’uomo. Nel volume è presente il tema anche di un dolce e pacato erotismo quando la poetessa si rivolge al tu e tutto è pervaso da stupore il discorso e le parole sembrano danzare come nel titolo della raccolta stessa.
Se la danza stessa è arte qui trattandosi di poesia si ha la sensazione attraverso le parole dette con urgenza sempre raffinate e bel cesellate che tutto sia pervaso da una luce selenica e siderea pulsante per un gioco di natura e tutto è armonico nello svelarsi del sentiero dell’anima dove l’io poetante s’incammina trepido e veloce danzante anche lui in una danza panica. E del resto trapela nell’anima del lettore il desiderio di una fusione con la natura come un tempio attico costruito su una collina.
Maria Teresa Liuzzo rimbaudianamente dimostra che il vero poeta è un veggente e forse aveva ragione Maria Luisa Spaziani quando affermava che la poesia è la forma più alta di scrittura.
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Raffaele Piazza

sabato 11 giugno 2022

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA


**Edith Dzieduszycka – Frattaglie-- AltrEdizioni Casa Editrice – Roma – 2022 – pag. 41 - € 10.00
Per frattaglie s’intendono le interiora di animali macellati, suini, bovini, ovini e quindi nasce spontanea la domanda sul perché Edith Dzieduszycka abbia intitolato in questo modo la sua raccolta di prose poetiche.
Titolo originale, quindi, che riferendosi a quanto suddetto, sembrerebbe indicare simbolicamente e metaforicamente, nel riferirsi alla psiche umana, qualcosa di sotterraneo, coperto e nascosto che riemergendo dall’inconscio riaffiora in superficie sotto forma di scrittura.
La frattaglia come elemento della vita interiore che creativamente si fa arte e scrittura, o che può essere intesa come sostrato propedeutico per la realizzazione delle efficaci prose poetiche dalle quali è costituita la raccolta.
La raccolta presenta una prefazione in forma di lettera di Luciana Gravina che afferma di aver letto con la sua solita curiosità questo testo così diverso che si propone disinvolto nella sua quasi stranezza.
Scrive efficacemente Edith, nell’incipit del primo frammento intitolato Recinto, che capita che trabocchi o straripi a volte la raccolta fuori dal suo letto o almeno ci provi. Vorrebbe saltellare selvaggia libera di qua e poi di là ed evadere sciolta da banale buonsenso e verosimiglianza. E con le suddette parole ci fa intendere il valore misterioso e magico di questa scrittura così icastica e trasgressiva nell’uscire decisamente dai canoni della lingua standard con un notevole scarto poetico anche se si deve necessariamente definire prosa poetica ed è efficace l’immagine dello straripare fuori dal suo letto come se fosse un fiume di parole.
Continua a scrivere l’autrice nel suo pezzo che ha qualcosa di programmatico che se così si comporta occorrerebbe accerchiare la raccolta stessa e rinchiuderla in un’angusta gabbia dalle pareti rigide con tetto e camino per lasciarla sfogare e smaltire nel cielo tossine, emanazioni, fiumi nocivi alla salute.
E così si evidenzia una connotazione di maledettismo di questa raccolta del quale l’autrice è ben conscia. Scrive ancora l’autrice per entrare nel significato fondante della sua opera che questa non è censura solo avvertimento per chi avrà la voglia curiosi avventati di varcare la soglia. Entrare con cautela nell’arena addobbata di stracci sanguinanti corde catene mazze impalpabili virus ogni tanto fermando i propri passi per chiedersi dubbiosi: è proprio poesia è sogno pandemia?
Scrittura attualissima, dunque, nel suo stigmatizzare l’aspetto oscuro della condizione umana che riguarda tutto il pianeta o villaggio globale degli anni venti del terzo millennio segnati dall’incubo della pandemia e anche della terribile guerra. Con acume l’autrice, quasi empaticamente, diviene testimone della Storia attuale nel trovare una catarsi proprio nel dire con viva urgenza il peggio possibile, l’impressionante, anche se le stesse frattaglie sono commestibili.
E tutto il tono umbratile della raccolta pare pervaso da un forte onirismo purgatoriale contaminato dal dono del turbamento.
E c’è il tema del viaggio, di quello di noi viandanti nella nostra epoca liquida, numinosa e difficile, a volte drammatica.
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Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


Antonio Spagnuolo: "Ricami dalle frane" Ed. Oedipus 2021- pag.88 - € 12,50
Napoli l'otto giugno consacra il suo poeta, con il premio Emily Dickinson. - Davvero il "suo "poeta - e qualcosa di più... Antonio esce ed entra da ogni stilema, da ogni etichetta che per fortuna sempre gli sta stretta. E' poeta di psiche e del corpo - del corpo sociale e della psiche stessa del linguaggio. E poi ha scritto in vita e in morte della sua compagna, Madonna Elena, uno dei più bei Canzonieri amorosi assolutamente moderni, di cui mai ho smesso di occuparmi: "è sempre meraviglia, l'immagine trascinata / agli incastri, / o il lamento che interroga le stelle, / per quel mistero che ci avvolge / ostinatamente all'uscio, / ove rinchiudo ogni giorno la domanda"... Libero e laico, Spagnuolo riesce sempre ad essere nudo poeta di realtà e paladino assoluto dello spirito, ambasciatore del linguaggio e profeta di segni, toni, colori, archetipi, immagini inesorabilmente interiori - dunque segrete e trasparenti ma intensissime: "l'inerme congegno è un velato dirupo / che gioca agli abbagli, ed accarezza / un sospetto infinito, nell'attimo / per frivola commedia"... Così Antonius ci ha messo tutto: il mistero superno e l'uscio di casa, il condominio delle stelle e il consorzio degli uomini, il dolore che fu gioia e ora soffre a ripensarsi, eppure mai dismette; il dirupo escatologico (abyssus abyssum invocat) e le carezze interminabili di cui siamo e siamo stati amorosamente plasmati, decisi... Ho pescato da un suo libretto che amo del 2014, "Come in solfeggio" - certo che solfeggiare la vera poesia rinfranca sempre la nostra voce, rifiorisce alfabeti. "Tra il sogno e l'incubo", come suo solito, s'annette la "Fugacità del tempo" in "risposta" d'"incandescenza". E il sospetto infinito - così, pigro, cogitante e dubbioso, cartesiano e stoico, avrebbe deliziato Leopardi - diventa all'istante un severo, dramatico, mistico e adirato "urlo infinito"... Il suo teatro lirico è dispiegato e impennato: "Ora la magia fugge atterrita"...
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PLINIO PERILLI