sabato 31 marzo 2012

Poesie = Paolo Polvani

UN PICCOLO FUOCO

Scrivimi.

Mandami un piccolo fuoco,
una striscia di cielo,
una schiera
di sillabe,
un itinerario veloce, matite,
i tuoi confini, una mappa.

Scrivimi.

Uno spartito di adagi
e silenzi,
il sapore di luce
delle parole,
la distanza di un gatto, il mare,
il perimetro dello sguardo.

Un assaggio, un graffio
di solitudine pungente
come la pioggia alla fermata degli autobus,
un calendario propizio, il fruscio
del vestito, una lampada,
un pettine, confondimi
in un labirinto di luci.

Vedi,
mi aggrappo ai dettagli, annaspo
in un'ansa di vuoto,
smarrisco dicembre, dimentico
i pomeriggi in città,
le finestre.

Ma tu rovescia il mio buio, affrettati
a esistere.

Scrivimi.
*

IL CONFINE DEL VENTO

Questa campagna esatta e laboriosa tenere tra le braccia,
masticarla piano, assaporare tra i denti una gioia
assoluta e senza credi, diventare lo sguardo fisso delle vigne,
essere i sentieri che corrono a perdifiato tra gli ulivi, vene
che ingurgitano i verbi della luce, la grammatica breve
degli insetti, le vite infinite e sconosciute, le chiome
nebulose dove si frange il volo della gazza, le aperte
geometrie, se potessi questa terra ingoiarla, digerirne
le masserie lucide di calce e di silenzi, essere il brusio
delle finestre, il richiamo misterioso dei pozzi, se potessi
essere la memoria di tutti i fili d'erba, essere io lo sguardo
il suono, il confine del vento.

*
LE CLARINETTISTE DELLA BANDA

Alle clarinettiste della banda aprile
porge nuovi alfabeti sulle labbra e avvolge
la scansione degli anni al ceppo della primavera.


Le clarinettiste costeggiano le occorrenze
del vento, l'impellenza dell'amore
e l'idea stessa di una geologia del corpo,
le mani frammentarie e il farneticare
luminoso dei capelli, le promesse di una fertilità
terrena, la continuità delle gambe.


Le precede il fiume di una musica rotonda
che si sgrana in forma d' acini d'uva,
polpa d'anguria, si dissipa nel segreto dei chicchi
di una melagrana, si allarga nel respiro
di un'erba invaghita della luce.
*
PAOLO POLVANI –
*
Paolo Polvani è nato a Barletta, dove vive. Ha pubblicato alcuni libri di poesia.

Segnalazione volumi = La Monica

MARIOLINA LA MONICA : "Il figlio dell'Aquila".- Zefiro editore, Bagheria --
Sembra che non vi sia molta differenza tra l'albatro che, forse durante la sua traversata verso le Indie, Baudelaire vide trascinarsi sulla tolta, deriso dalla ciurma e questo discendente d’aquila di Mariolina la Monica, parimenti per lei, come per il poeta maledetto, "principe delle nubi, che frequenta le tempeste e si ride dell'arciere.”
Sono, a ben considerare, due modi diversi di correlarsi ad uno stesso e in un “suggestu consistere” anelito di grandezza dello spirito, dantesco sguardo dal cielo verso "l'aiuola che ci fa tanto feroci", sublime ideale foscoliano della musa.
Compito precipuo del poeta è quello di ridare all'uomo, mortificato dalla opaca quotidianità, il kantiano "cielo stellato":
"qualcuno un giorno ci rubò la Via Lattea / portò lontano dalla terra ogni piccola stella /e rinchiuse mille ali nel petto di ognuno" (Il figlio dell'aquila, 1)
Mariolina La Monica sembra aver avuto questa decisiva folgorazione e cioè che, per la vera poesia, sia necessario guardare il mondo proprio "in suggestu", come accadde al più romantico tra i poeti, Goethe, quando in quel lontano novembre del 1786, dall'alto del Palatino, dando uno sguardo sulle vestigia millenarie di Roma, comprese il senso della grandezza e dell'eternità dell'anima: "in verità, lassù non si sa cosa sia la piccolezza".
Spazio e tempo, pace e guerra, vita e morte sono sotto gli occhi del poeta ed egli scende, come alata testa d'angelo, per strappare qua e là il penoso velo di Maja:
"Sbatacchiando al vento sino in fondo / picchia da dentro l'illimitato amore / quell'infinito /che egli non trova qui / che non si trova" (ibidem, 3).
Un percorso poematico che si svolge capovolgendo i dati del teorema: non noi nell'universo, ma l'universo dentro di noi:
"Vai corrente di cielo / veloce dai fiato alle mie ali / trascina il petto / inoltra il mio becco nel vento / illumina il mio occhio./ Luce / voglio luce sull’ombra........ da oggi espandersi ed abbracciare il mondo" (ibidem, 10)
Attraverso questo suggestivo surrealismo di tipo aragoniano, il canto diviene volo, scavo, lotta, follia e saggezza di vivere, universale mistero e contemplazione di esso.
Consustanziale, in itinere, lo stile ricco di sapidi sememi, risonanze e consonanze melodiche, scelte di congrue aggettivazioni e validi paradigmi verbali.
La varietà dei richiami alle forme e ai metodi classici viene sapientemente commista ad una più moderna diversificazione, senza che vi sia alcun senso di disarmonia.
Riecheggiano, così, nello stesso topo, versi che si sembrano rifarsi alle Carducciane odi barbare: "Ma sul monte il figlio dell'aquila come sempre rapisce", ed insieme "Ora zingaro ha il petto/e l'alito sospeso gli ristagna" che certo riecheggiano più recenti avanguardie.
Per mezzo di questa sapienza compositiva, che è anche una valorizzazione del nostro irrinunciabile patrimonio letterario, lo stile di Mariolina la Monica si muove autonomamente tra inventiva e metafora, ricercatezza di forma ed immediatezza di espressione; servendosi del verso come ora dialogo e ora come discorso diretto, e come tale ricco di risorse, mutamenti umorali, spaziature e metriche svariate, con interrogativi, esclamativi, virgolettati, maiuscolati, cesure e spazi, quasi ad assumere una stesura di spartito musicale.
Ed, in itinere, aumenta anche la nostra comprensione del suo fine ultimo, del suo rivolgersi a noi con la certezza che il suo sentire, nella universale tensione che ci accomuna, sia anche il nostro di lettori, testimoni e fruitori del suo contemporaneo:
".. lascia che io allarghi l'occhio a ogni momento / è la finestra da cui intenso mi può inondar l'immenso / è la finestra squartata del mio cielo" (ibidem 16)
Così la musa sa penetrare il suo cuore di donna, come per Saffo, far echeggiare una sublime invocazione lenitiva:
"Palpita notte / fatti grande / lascia che le stelle siano occhi stesi lì, ad estendermi il cuore" (ibidem 24) ed il suo interrogativo dilaga per tutti noi e ci restituisce l'universo di cui siamo tutti creature: "Così riposerò / come la brina, il vento?" (ibidem,26).
Ed il suo volo, il suo canto che cerca "in interiore" e mai si esaurisce, approda ad una folgorante invocazione finale, di sapore foscoliana, ma giocata in chiave psicologica attuale:
"Se fosse dato a tutti poggiare le ceste vuote al sole / se crescessimo al sole / se nutrissimo il sole!" (Ibidem 28)
Lirica intensa, grande umanità, commozione e convincimento profondo, quali possono approdare ad una bella opera di poesia, come questo "Figlio dell'Aquila", al quale auguriamo auge e consensi nel mondo della letteratura e della critica.
ALFIO INSERRA

venerdì 30 marzo 2012

Poesie = Adele Desideri

Il LIMITE

L’aiuola delle ortensie
è un catino colmo di memoria,
quel sentiero, stretto e irto,
un coltello affilato.

Il cancello divelto
segna il limite
tra rispetto e disprezzo:
improvviso, l’artiglio
della strega strappa
i boccioli del ciliegio
e nella corolla inietta,
lento, il veleno.
*
(dalla raccolta inedita L’eremo dei pensieri sospesi)
*

ENIGMA E PERDONO
(Gv, 19, 17-37: quinto mistero doloroso)

Il vento inquieto al tramonto
spazza le nubi,
le ortensie screziate di lilla
colorano la corte,
un impetuoso soffio mi precede,
attende, e d’improvviso scompare.

Dubbio, pena, ansia d’azzurro,
lacrime stolte quando l’alba spaventa.
Volto sognato, inventato,
offeso nel mosaico delle colpe.

Sulla Croce Tu, passione
d’amore, confondi le tenebre:
il cielo singhiozza,
tocca la terra
e tutto dipinge di rosso.

Tu sei parola e silenzio,
enigma e perdono.

Nei chiodi la pace promessa
- orlo fiorito dei giorni,
dei mesi, degli anni trascorsi
- come funambula - in bilico
sulla corda impazzita dei tradimenti.
*
(dalla raccolta inedita L’eremo dei pensieri sospesi)
*


PASSEGGIATA NOTTURNA
*El Brellin, aprile 2007

Fiori di loto, nei catini,
screziate macchie, vulve, conchiglie.

È notte: sul rivo delle lavandaie
piovono fiocchi di lievito gioioso.
Credevo non fosse più rosa il cielo!

Dove le luci ti indicano la sosta,
tu ferma il passo.

Poi la luna, oltre le nuvole, saprà
perché sorridi e se le tue scarpe
sono buone per camminare.

Forse c’è ancora tempo per amare.
*
(dalla raccolta inedita L’eremo dei pensieri sospesi)
ADELE DESIDERI
*
Adele Desideri vive e lavora a Milano. Ha pubblicato tre libri di poesie: Salomè (Il Filo, 2003) con nota critica di Vito Riviello, Non tocco gli ippogrifi (Campanotto, 2006) con postfazione di Ottavio Rossani, Il pudore dei Gelsomini (Raffaelli, 2010) con prefazione di Tomaso Kemeny.
Sue opere sono inserite in varie antologie.È stata finalista al Festival di Poesia San Pellegrino Terme (2006) e al Premio di poesia inedita Satura - Città di Genova (2011).
La poesia Inganno (da Non tocco gli ippogrifi) è citata nella tesi di laurea di Carla di Quinzio, Dopo il figlicidio come dare spazio alla speranza (Facoltà di Medicina e Chirurgia, Milano, 2006).
La poesia Rondine sciocca è stata selezionata, nel settembre 2009, per i Murales a Diamante (Cs).
Il manoscritto autografo della poesia Testamento da (Il pudore dei gelsomini, Raffaelli, 2010) è stato esposto alla mostra ANIMALIDIVERSI, a cura di Eloisa Guarracino (Provincia di Milano/Assessorato alla Cultura), presso il Foyer di Spazio Oberdan di Milano, 26 ottobre – 6 novembre 2011.
È stata tradotta in inglese, francese, spagnolo e arabo. Alcuni suoi libri sono consultabili presso la biblioteca della Faculdade de Filosofia, Lettras e Ciências Humanas dell’Università di San Paolo del Brasile USP e presso la biblioteca Mário de Andrade (San Paolo).
Scrive o ha scritto per diversi siti internet, quotidiani e riviste culturali.
Collabora con Il Quotidiano della Calabria.

giovedì 29 marzo 2012

Poesia = Bianca Maggio Bozzolla (esordiente)

**
Risultato inatteso
di tempo incompreso
variare di addendi
tra togli e riprendi.

Equazione infinita
felicità incompiuta
a tratti puoi percepire
suo dolce e sentito svanire.

Elementi in combinazione
della vita l’evoluzione
con ago e filo son da cucire
sulla maglia del non più soffrire.

Dalla noia del divenire
risulta il nostro gioire.

(04.12.2011)

BIANCA MAGGIO BOZZOLLA
*
Da Urbino – nata il 27 luglio 1986 -

mercoledì 28 marzo 2012

Poesie = Bonessio di Terzet

IL MONDO *

La grigia agave circondata
dalla polvere si sforza
di vivere così,
poi innalza un fiore esagerato
per farsi vedere per un ultimo
sussulto di genere nell'apertura
di segni matissiani per morire
ignorata tra mille riproduzioni.
E le poiane delle Galapagos
uccelli testardi che sentono la fine,
stanno lì per stupidità o perché
indistinte seguono le disposizioni future.
Il povero Giuda, che dire se non
che è stato un traditore del maestro
suo di cui niente aveva capito.
Pietà per chi cade, ma distinguere con chi
anche a fatica rimane in piedi, tra venti
pericolosi che lo mantengono dritto.
Giuda lo sa, ha sbagliato e fa giustizia
senza aspettare la legge testarda e stolta
come sanno i ladroni che a modo loro capiscono
poveri avventurieri fortunati.
Giuda come Caino, pietosi uomini e colpevoli,
da non giudicare per sempre, non ci spetta,
ma tecnicamente traditori ed assassini,
assurdo sarebbe negare come i veloci neutrini
la nevrotica luce.
Traditori e assassini come vero che il sole
da giorno, la luna notte e assieme con i boschi
le acque cielo nuvole mare opere terra e fiori
hanno fatto la fortuna dei grandi poeti e pittori
che non hanno copiato, ma hanno concorso alla
creazione di un cosmo che con altri consolida
l'Ordine dell'universocosmo.


*

Ho conosciuto grandi persone
me ne sono perse tante che
mi ricordo delle mancanze
e non recupero l'avuto.
Me ne dolgo sino al pianto
non posso fare altro che
concorrere anch'io al campionato
più invisibile al mondo.
So che se tutto va bene
se gli allenatori e la fortuna
saranno bravi e con me ...
forse sarò penultimo.
Importante che abbia resistito e
un goal l'ho segnato, piccolo
ma eseguito alla perfezione
secondo i modelli del giocare.
*

Senza badare a me, My Lord,
ascolta e velocizza l'evoluzione,
non lasciare che indietro rincorran bestie,
allarga sulle teste umane l'intelligenza
ovviamente a partire da quella che ho
perché la responsabilità mia cresca
per dare cura agli altri ammalati
come il siero necessario.


*


ALADINO


Se ne sta Aladino
con le sue scarpe a punta
foresta di neri capelli che
fanno nascere frutti velenosi
non per lei che sugge il bel profumo.
Quando ricrescono Aladino
spella i pomi incurante della parola magica
e dei tesori da quando in terre vicine
ha incontrato la bellezza.

*



Può un uomo insignificante
scrivere su Duchamp e Nietzsche
per quel piacere di fare
che rimane appicciato
come placca mortale?


*
ETTORE BONESSIO DI TERZET

Notizie = Premio di poesia Le Gemme

Premio di poesia “Le gemme”
*
Possono partecipare al Premio autori italiani e stranieri con una silloge in lingua
italiana a tema libero per un minimo di 20 e un massimo di 28 poesie.
La silloge deve essere inedita (la diffusione sul web delle singole poesie non viene
intesa come pubblicazione). Per ogni partecipante è ammessa una sola silloge.
Al fine della partecipazione, è richiesto il pagamento di una quota di 20 euro, per
spese di organizzazione e segreteria.
La giuria del Premio - coordinata da Cinzia Marulli Ramadori e costituita da rappresentanti di rilievo del panorama poetico e letterario contemporaneo i cui nomi saranno resi noti alla scadenza del bando - procederà, dopo la fase di selezione, all’individuazione di 15 finalisti che saranno invitati alla cerimonia di premiazione che avrà luogo a Roma presso la libreria-caffè letterario “Mangiaparole” (Via Manlio Capitolino 7/9).
Nel corso della cerimonia di premiazione, saranno proclamati i tre vincitori scelti dalla giuria.
Per le tre sillogi pubblicate, si prevede la presentazione presso la libreria-caffè letterario Mangiaparole.
Le sillogi dovranno essere inviate per posta, in triplice copia, all’indirizzo Edizioni Progetto Cultura – Casella Postale 746 – 00144 Roma.
Richiedere bando completo : c.marulli@progettocultura.it

Segnalazione volumi = Linguaglossa

LA GENERAZIONE ENTRANTE. Poeti nati negli Anni Ottanta a cura di Matteo Fantuzzi - Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero, novembre 2011 pp. 170 € 12,00

Ricordo che nel n. 9 del quadrimestrale di letteratura «Poiesis» del 1996 c’era scritto: «Che senso ha in Occidente, nell’alcova del mercato universale, scrivere versi? O la poesia si ritaglia uno spazio e diventa un buon prodotto accessorio, una piacevole vivanda nella mensa dello Zar, oppure la sua vita sarà precaria e continuamente minacciata dal disconoscimento universale, dal ribrezzo del nuovo eone. (...) Può sopravvivere l’arte più superflua di tutte nella cinica e brutale società creata in Occidente (ed ora anche qui in Oriente? Possono sopravvivere le parole vere, capaci di penetrare dentro l’orrore della neutralità?» (Andrej Silkin). E ancora: «Non siamo più esiliati, perché v’è esilio soltanto se c’è un luogo che noi abitiamo da sempre e con il quale intratteniamo una relazione di intimità. Non v’è più esilio perché non v’è più una dimora. Siamo ormai tutti degli apolidi senza identità che trattano con grande cinismo e distacco tutto ciò che abbia relazione con il nuovo vestito dello spirito: nutriamo sospetto e diffidenza per l’arte che parla dichiaratamente di un nuovo vestito dell’interiorità...».
Ed adesso facciamo un salto in avanti. Qualche mese fa su un blog letterario in risposta alla questione della critica di un testo di poesia, scrivevo: «…spero che la controversia sulla litote non degeneri in lite… vacue discussioni accademiche su un argomento accademico che è già accaduto…
assistere alle Vostre discussioni è come assistere ad uno spettacolo di combattimento di gladiatori (ma almeno lì c’erano delle regole e c’era un arbitro!)… concetti come: “necessità di ‘punti fermi’” o addirittura di “assiomi”… o addirittura che ciascun critico abbia diritto a, come scrive il Calcaterra: «redigere la propria mappa, delineare il proprio canone, esclusivamente fondato sulla sovrana ragione di un giudizio di valore (e di gusto, che poi è lo stesso) che sia vissuto come espressione di una verità soggettiva…
Tutta una teminologia simil-teologica e simil-monarchica come “valore”, “assiomi”, “canone”, “verità soggettiva”, “sovrana ragione” mi rendono persuaso e dissuaso ad affrettarmi a prendere una tazzina di caffè… vorrei stare al largo da chi detiene un tal vocabolario dogmatico-teologico e demotico-monarchico tipico di una casta di sacerdoti che sono stati fatti sloggiare dal Tempio dalla nuova sopravvenuta religione laica del “mercato”.
La verità è che per fortuna i critici (di professione) non contano più nulla, i loro “giudizi” sono carta straccia… e francamente non nutro alcuna nostalgia per quanto si è perduto, di quell’epoca del giurassico dove c’era una casta di unti del Signore (i critici accademici e giornalistici) i quali si arrogavano il potere di dichiarare il “giudizio di gusto”, e quindi la condanna a morte o alla vita eterna dei testi e dei loro autori…
Oggi, per fortuna non è rimasto più nulla di tutto ciò e i garruli nostalgici dell’epoca monarchico-demotica possono intonare alti peana su quanto si è perduto…
Io invece non nascondo la mia intima soddisfazione: quanto si è perduto valeva probabilmente quella perdita, si è perduto ciò che doveva esser perduto…
E, sempre sul medesimo blog, scrivevo con un pizzico di ironia: «Parlare, come fanno i critici di codesto blog, intorno al “giudizio di valore”, mal dissimula quel che c’è dietro tale ipostasi: “giudizio di valore” come giudizio di una casta di sacerdoti che perorano la liturgia della religione che essi rappresentano. Dietro queste prese di posizione c’è, enorme e ben visibile, la crisi di rappresentatività della critica ufficiale (quella delle Università e degli uffici stampa) la quale non riesce ad “imporre” politicamente il proprio “progetto culturale”.
Che dire? questa è la situazione, e non credo che un Congresso Universle dei blog letterari possa cambiare una situazione di fatto.
Inoltre, pensare di “imporre” con decreto dei blog o con metodo oligarchico (o poliziesco) da parte di alcuni critici di professione, un “canone”, uno statuto del “giudizio di valore”, mi sembra quanto meno ingenuo…
In una situazione «liquida» e di “svendita” a saldo dei prodotti (anche culturali) come quella attuale, anche la questione critica diventa “liquida” e viene “liquidata” dall’unica logica che poi è quella del mercato, il quale ha le sue logiche del profitto e dell’accumulazione ma anche dell’azzeramento di tutto ciò che gli è estraneo… poi c’è la logica delle Istituzioni deputate alla creazione della «cultura»… ma questo è già un altro discorso…
... dirò che tutto l’articolato di Alberto Casadei mi sembra un catalogo delle “buone” intenzioni in pro della letteratura; insomma, una serie di “rivendicazioni” (lecite, comprensibili, addirittura filantropiche) che un esponente di un ceto impiegatizio del settore Cultura fa al settore Cultura. Purtroppo (dobbiamo prenderne atto), ormai le regole del gioco sono imposte dagli uffici stampa degli Editori Maggiori e dai corrispondenti letterari dei Quotidiani (che poi sono sempre i critici di professione), dalle leggi della società dello spettacolo e della visibilità mediatico-culturale (come tutti sappiamo).
E sappiamo anche che di buone intenzioni è lastricato il sentiero verso l’inferno…
Io, lo ripeto, poiché sono un indipendente solitario (e per questo ne pago il corrispettivo prezzo di esiliato in fuori gioco), non posso che accettare con giubilo che l’antica dinastia di dinosauri si sia estinta e che rimangano soltanto dei flebili barriti di cordoglio e di rivendicazione… ripeto, ciò che è stato perduto forse era degno che andasse perduto.
Dal mio punto di vista di intellettuale indipendente (perché nessuno mi ha finora ingaggiato in un Ufficio della Letteratura, e quindi sono un disoccupato della Letteratura), guardo a questi fenomeni come un entomologo osserva gli insetti che sta studiando. È con l’allegria del naufrago che assisto alle interminabili discussioni se inserire questo o quel libro in lettura nei Licei nazionali…
La mia opinione è che la medicina proposta sia del tutto inadeguata alla gravità della malattia diagnosticata. Ci vorrebbe una bel altra medicina, a mio modesto avviso.
Per quanto riguarda il “giudizio di valore” che il critico di professione è legittimato a profferire, mi sembra di parlare del sesso dei cherubini in un congresso di teologi vaticanisti con i vocaboli della Controriforma… costoro usano un concetto come quello di “valore” in modo acritico e storicamente ingenuo… a questo punto dovrei scrivere un trattato per stabilire la liceità e l’ambito di applicazione di un tal concetto… e non mi sembra questa la sede idonea».
Tutto questo per evitare di pronunciarmi su questa Antologia? No, anzi, dirò in tutta franchezza che il livello medio di tutti gli autori inseriti (Dina Basso, Carlo Barabba, Marco Bini, Giuseppe Carracchia, Tommaso di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago, Matteo Zattoni) è senz’altro più che apprezzabile, addirittura encomiabile. Ma ho la sensazione che si tratti di una bravura per eccesso, ipertrofica, come se questi giovanissimi autori avessero di già tutte le carte in regola per presentarsi sul palcoscenico della poesia italiana a pieno titolo. Che appaiano più maturi dei maturi. Molto interessanti e ben scritti sono anche i profili critici dei singoli autori da parte di studiosi versatili. Ma il punto che dobbiamo chiederci e chiedere ai giovanissimi autori è: c’è davvero bisogno di poesia oggi? E per dire che cosa che non può essere detto con il romanzo? Qual è lo specifico, la domanda (o le domande) fondamentali che la poesia oggi deve affrontare?
Probabilmente è giusto e anche naturale che i giovani e i giovanissimi poeti si aggreghino in Antologie e in pattuglie letterarie, in blog e in siti letterari, che cerchino una auto legittimazione e una legittimazione da parte degli establishment letterari, ma ho la spiacevole impressione che questo atteggiamento, questa ricerca di accoglimento da parte degli optimates mal dissimuli un bisogno di riconoscimento e di accettazione, insomma che mal nasconda un bisogno di omologazione agli stili e alle mode delle generazioni immediatamente precedenti, come per rassicurarle che terranno un comportamento consono ed educato, che non romperanno alcuna cristalleria di riguardo, che entreranno con passi felpati e silenziosi nel negozio di cristalli swaroski...
Ecco, ritengo che tutto ciò non giovi all’immagine di questi poeti giovanissimi. Personalmente io mi sarei augurato invece di incontrare una generazione un poco più arrabbiata, con un po’ di fame d’essere, fame di vita, di intemperanza e di ribellione, perché ritengo, anzi, ne sono convinto, che «ribellarsi è giusto» come scriveva Sartre in un libello degli anni che seguirono il Sessantotto.

GIORGIO LINGUAGLOSSA

Poesie = Oronzo Liuzzi

1-
il passeggiatore invisibile beve una tazza
di the tranquillo alle cinque della sera.
tace. ascolta gli altri e in un momento
di debolezza dice che il corpo
è una menzogna e la verità è nello spirito.
discreto attende l_esito del giudizio
all_ombra del presente.
saggia un biscotto del mistero
e nel più intimo dell_intimità
è generoso perfino con i turbolenti.
odia il pensiero sciacallo
non riconosce le tracce del potere
e bussa ogni notte alla porta dell’_irreale
*

2-
strappo spighe di grano in un campo
di logos in decomposizione.
procedo unitariamente. ultimo capitolo.
è inevitabile e rinuncio all’imitazione.
in fretta salvo la fragilità del pensiero
dalla crisi di una tragedia umana.
l_isterismo vive nella sua apatia
mentre la memoria storica
si infrange alla rinfusa nell_inutile.
dispetto della natura. infimo litigio
di ormoni che pavoneggiano
in una logica in difetto. tutto è possibile oggi.
e preservo quelle poche spighe bandite dal profitto
*

3
nel regno di uno spazio vero
di una sofferenza fisica non falsificata
il corpo annulla ignora per un istante
l_ascolto del respiro interrompe
la meditazione breve
acuto richiama il tempo dello splendore
orfano inconsapevole del disordine
sovverte la linea di demarcazione
ordine dolore.
ai margini di una strada in ombra
il corpo non agisce non ascolta
rimuove la paura la negazione
per rinascere
*
ORONZO LIUZZI
*
Oronzo Liuzzi, nato a Fasano (BR) nel 1949, vive e lavora a Corato (Ba). E’ laureato in Filosofia Estetica presso l’Università degli Studi di Bari. Artista poliedrico, utilizza tecniche espressive diverse; ha pubblicato, infatti, una ventina di libri tra poesia e narrativa. Durante la quarantennale attività artistica ha esposto in numerosi musei e gallerie a carattere nazionale e internazionale. Nel 2011 ha esposto alla 54^ Biennale di Venezia – Padiglione Italia, Palazzo delle Esposizioni, Torino.
Ha pubblicato: L’assoluta realtà (Firenze, 1971), Poesie (Albatros, 1975), Teresa/Attunico (Schena Editore, 1977), Poesie (Albatros, 1977), Mio figlio è l’albero (narrativa, Gabrieli, 1979), Bio (Edizioni Tracce, 1987), Ronz (Campanotto, 1989), Canzone antica (micronarrativa, Pensionante dè Saraceni, 1990), Plexi (Campanotto, 1997), Nuvole di gomma (Edizioni Riccardi, 2001), Poesie (1972-1977) (Edizioni Riccardi, 2002), L’albero della vita (Portofranco, 2003), Chat_Poesie (Edizioni Spazioikonos, 2004), Pensieri in_transito (Fermenti, 2006), Poesia Povera (SECOP Edizioni, 2009), Via dei barbari (Edizioni L’Arca Felice, 2009), Io e Caravaggio (SECOP Edizioni, 2010), Una nuova storia d’amore (narrativa, Edizioni Tracce, 2011).
Conversazione con Proust, antologia a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani (LaRecherche.it eBook, 2011).

Poesie = Antonello Giugliano

- MAR TEUDIZCO -

1.
Mi tuffo e rituffo
Come agile
Pesce d'argento
Nell'aion più profondo
Riemergerò
Da un suo punto
Lontano

2.
Medesima corrente
Che si ripete immota
In flessuoso intercalare
Prima concavo
Poi convesso
Vicinissimo alla lontananza
Della giovanile genitura
Che sorride ignara
Dai sereni anni del dopoguerra
Verso l'inclinato
Mare primevo

3.
Non sa come
Né da dove
Sorse
Ma apparsa
Vi deve
Star dentro
Nel modo
Più attento
*
ANTONELLO GIUGLIANO
*
Antonello Giugliano vive e lavora a Napoli. Di tanto in tanto butta
giù qualche breve verso a tempo perso.

martedì 27 marzo 2012

Poesie = Ivan Pozzoni

I BIMBI DELLE VOSTRE ANIME

Gli occhi da bimbo
sono azzurri o verdi
nelle strade deserte della mia anima,
e un sorriso da bimbo
imbocca, contromano, sensi vietati.
Non anestetizzate
i bimbi delle vostre anime;
essi erediteranno i vostri dolori,
e, piangendo,
ne trarranno emozioni.

*

LA LEGGENDA DI TOTYRADZ

La morte ti strappò
alla culla e alla battaglia
bambino e cavaliere
cavaliere bambino
- dicevano che fossi fatto
d'acciaio inox-
sacrificato alla salvezza indoiranica
d'un dio caucasico.

La lacrima intrisa del dolore di una madre
disteso sulla lastra di una tomba
scavò un buco tra terra e sassi,
al tuo buio s'offrì un raggio di sole,
e, dimentico dell'abbandono,
smettesti di sentire freddo.
*

POST-MODERNO

Prima scrivevo
d’un fiato, di botto,
distillando umori neri
dall’antro umido
delle mie ulcere.

Poi, scoperta
la morte dell’arte,
nel Post-moderno,
scrivo con angoscia,
intuendo che l’arte,
morta, non riuscirà
a rispondermi.

IVAN POZZONI
Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2012 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente e Carmina non dant damen con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker; tra 2009 e 2011 ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina Mentis), Demokratika, (Limina Mentis), Tutti tranne te! (Limina Mentis) e Frammenti ossei (Limina Mentis); nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis). Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II e III (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi; nel 2009 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press) e L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Liminamentis). È direttore culturale della Limina Mentis Editore; è direttore de L’arrivista - Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

lunedì 26 marzo 2012

Poesie = Postremo Vate

GUERRA IN SOMALIA -
Un sole
di sangue
illumina cupo
le savane
dell’Oltregiuba
e le aride città
del Benadir…


Stormi di avvoltoi
si alzano in volo
dai carnai
putrescenti
che ingombrano
le strade
di Meregh
e di Baidoa,
mentre nenie
di marabutti
salutano ieratiche
i primi raggi
del sole
invocando
da Allah
un flebile soffio
di speranza.


Il richiamo
del muezzin
e i pianti funebri
delle vedove
e degli orfani
s’incrociano
sopra i tetti
delle case
di Mogadiscio
rivelando
all’intera Africa
la piena dimensione
dell’orrore
fratricida:
la Somalia
è terra di morte,
sofferenza, fame, distruzione,
e la stridula risata
della iena
che si aggira
famelica
tra le macerie
asperse di sangue
è simile
al ghigno sinistro
di Eblìs,
che fomenta
gli odii e le vendette
per accrescere
di anime dannate
le tenebre infinite
del suo Inferno!
*
GUINEA -
Golfo incantato
dove la verde
terra d’Africa
si unisce all’abbraccio
possente
dell’Atlantico.


Foreste rigogliose,
villaggi affacciati
sulle onde dell’oceano,
resti di antiche città
e perduti imperi
ormai inghiottiti
dalle fauci impietose
della Storia…


Guinea, lembo di smeraldo
incastonato tra l’azzurro
topazio del cielo
e le onde blu
del tuo Golfo da favola:
il tuo popolo gioioso
rende festose
anche le strade
segnate dalla povertà
e lo spirito sensuale
della Grande Madre Africa
prorompe irrefrenabile
dalla tua terra
rigogliosa e selvaggia,
ferita dagli obbrobri
della modernità
ma memore
di un glorioso
passato
che non muore.


E quando il sole
tramonta
incendiando
il tuo mare
spumeggiante
e lasciando posto
alle veloci
tenebre notturne,
mille luci variopinte
si accendono sulle sponde
del tuo Golfo
e canti di piacere
e di dolore
si mescolano
inscindibili
al profondo
respiro dell’Africa
che veglia
sanguigna e misteriosa
sopra l’inquieto sonno
dei suoi figli…
*
FABRIZIO LEGGER
*
Fabrizio Legger, in arte Postremo Vate (Ultimo Poeta), è nato a Pinerolo (TO) il 6/4/1964, città dove vive e lavora. Laureato in Lettere moderne, pubblicista, è redattore delle pagine di cultura e politica estera di diverse testate. È membro dello Spazio Artistico Myo-Sotis di Luserna Alta (To), dell’associazione culturale Arte Città Amica di Torino ed è socio dell’Accademia Culturale “Stesicoro d’Imera” di Palermo. Poeta e narratore, ama la poesia epica e la poesia mistica, la narrativa fantastica e orrorifica, la saggistica letteraria, si dedica con passione alle recensioni librarie ed è un cultore di studi patristici ed eresiologici, in particolare appassionato studioso di Gnosticismo e religioni dualistiche.
Appassionato di arte e di disegno, mail artista e neofuturista, realizzatore di opere grafiche di Mail Art, è creatore di disegni fantastici ed ha esposto le sue opere in due mostre personali e in diverse collettive di pittura a livello locale. Ha partecipato a numerosi concorsi di Mail Art esponendo le sue opere in molte città italiane ed estere. Collabora a periodici di varia cultura. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni in versi e in prosa.

Poesie = Theuninck

STALAG ZEHN B
il feldwebel era promosso generale
il dottore dell’accampamento, professore
e noi gli ebrei - è banale
noi siamo rimasti ebrei - nessun errore

*


SHOA

ebreo errante, ebreo maledetto,
e nessuna parola su loro è proibita
sospetto di crimini e tradimento
sono stati messi in prigione

sono stati torturati e assassinati
in nome di un'idea insana
ed ora, più que mai
chi è il seguente, prego ?
*
IPRITE

tardi la sera
una nebbia
riempie la valle
senza sapere
soffoca
come una forza scura
sui campi
i nostri cadaveri
e sotto l'erba
una terra bruna

*
OLTRE IL LIMITE


allettante è
la zona di frontiera
vagando
nella zona grigia
guardando la partita
di avanti e indietro
vedendo come vanità
e potere
spingerli
lontano
oltre il limite
*
JAN THEUNINCK
*
Jan Theuninck (Zonnebeke, 7 giugno 1954) è un pittore e poeta belga.Ha raggiunto la notorietà con alcune intense liriche sullo sterminio degli ebrei nella seconda guerra mondiale.

Interventi - Melillo -

ANTONIO MELILLO : IL LIMBO (Manoscritto d’un uomo d’un secolo fa) -
Balli, feste, vita di corte; o balli, feste, incontri di borghesia, centri termali; o balli, feste, saluti in un bar di moda, incontri in luoghi di villeggiatura, hanno sempre servito a fomentare la sociabilità, insita, come difesa, in ogni uomo, ma meno ad esso appartenente della nostalgia, la quale è stata pure ritenuta una forma di malattia psicosomatica.
Accanto alla nostalgia non si può allontanare dalla memoria la melanconia: essa non ha un’unica natura, si differenzia in generi: in malinconia dolce, da considerarsi affezione spensierata, propria, ad esempio, delle fanciulle che ancora non conoscono l’amore, ma che vi anelano e che quindi non sanno ancora, ed ancora non hanno quella consapevolezza del luogo limbale che già vivono, esse, però, si ritrovano, ad ogni modo, in uno stato di lieve depressione; in malinconia di genere patologico, essa provoca il danneggiamento definitivo di corpo ed anima che ha come conseguenza l’intolleranza per il mondo e gli uomini, essa può nascere solo in età adulta, quando si acquisisce la consapevolezza della situazione limbale, e potrebbe essere battuta con la curiosità, se non fosse terminata sempre a causa della consapevolezza acquisita.
Se si soffre in modo profondo di questo secondo genere di malinconia, intrecciata a doppio nodo con la nostalgia, si va incontro o al convento o allo sparo in fronte. Tale genere di melanconia può rimanere latente e nascosta anche ai più fini osservatori di atteggiamenti umani, finché uno non si uccide. Per curare questo tipo di malattia di forte depressione, in passato, medici inglesi e genovesi consigliavano, grossolanamente, di fare un viaggio per mare: partire da Genova in compagnia della sola malinconia e del suo rimorso. Qualcuno ha tentato questo tipo di peregrinaggio, ma la melanconia non lo ha abbandonato, soltanto l’aria gelida del Baltico gli ha procurato qualche breve beneficio, subito terminato all’affacciarsi lì dell’estate, o al ritorno su lidi afosi.

L’uomo, e la consapevolezza del limbo, manca della consapevolezza di essere eterni morenti, di trovarsi in una situazione in cui non si è né vivi né morti, o meglio più morti, ma non ancora, che vivi: in una situazione di essere sospesa, limbale. Quest’ultima consapevolezza si fatica a riconoscere e lo dimostra il fatto sociologico del comportamento dinnanzi ad un morente fisico: egli viene lasciato per lo più in solitudine, gli amici ed i parenti controllano i propri sentimenti: vi è paura di commuoversi. Così facendo si soffocano i pensieri di umana solidarietà.
Si sa, la disperazione è nel cuore, ma non viene espressa, sarebbe di conforto per il morente mostrare la sofferenza; non si accetta la realtà di essere nello stesso stato, di essere morente ognuno, anche se non in un letto di ospedale. Esprimere la proprio sofferenza ad un caro, malato terminale, sarebbe confermare lo stato limbale di eterni morenti. Si rimane così sulle proprie, difesi anche dall’asetticità di una camera di ospedale, che costringe quasi al non contatto.

Dal Nulla, Dio, discreandosi, ha creato l’universo. Per amore ha compiuto l’atto di creazione dell’uomo, e per fare questo si è esiliato, si è ritirato per lasciare spazio a qualcosa di non divino, dunque estraneo alla sua natura. L’universo che così si è venuto a creare, nel tempo si è rivelato non l’unico possibile in quanto non perfetto. Il mondo che l’uomo ha costruito nell’assenza di Dio è un mondo caratterizzato dal limbo. Anche il paradiso terrestre non si è dimostrato luogo perfetto, poiché ha permesso all’uomo di allontanarsi da esso, quindi incompleto. L’uomo, come Dio, da quel momento vive una condizione di esiliato. Dio e l’uomo vivono la stessa condizione di esilio perché Dio, per amore verso la creazione, si è dovuto esiliare costringendo l’uomo, per colpa anche dell’uomo stesso, al medesimo destino. Quindi ogni accusa rivolta all’uomo è rivolta a Dio, e viceversa; ogni preghiera dell’uomo a Dio, è una preghiera di Dio a se stesso. Ogni sofferenza patita dall’uomo, è sofferenza patita da Dio. I due mondi sono separati ma paralleli; per incontrarsi, in un punto infinito e quindi indefinito, uno dei due mondi, forse, o entrambi, dovrebbe trascendersi. Cristo, con la sua venuta e soprattutto con la sua trasfigurazione, ha indicato all’uomo la via di unione tra i due mondi. Ma non ha compiuto effettivamente l’atto, e la sua assenza prolungata ha ricreato la condizione di partenza, nel senso che il troppo tempo trascorso dalla sua venuta ha ricreato la situazione che precedeva il suo avvento. Cristo ha unito in sé le due sfere, ma le ha riassunte esclusivamente nella sua persona e non nell’intera umanità, la quale attende, con una speranza tramutatasi ormai in ansia, tale unione. La speranza esiste proprio perché storicamente, grazie a Cristo, questa via ci è stata mostrata.
La condizione di limbo è vissuta sia da Dio e sia dall’uomo. In entrambi i mondi esiste la speranza di superamento di questa condizione, un superamento che può avvenire soltanto attraverso una fusione tra i due o attraverso la distruzione di uno dei due. La sfera divina non può essere eliminata né dall’uomo, che non ne ha la forza, né da Dio, in quanto comunque sopravviverebbe una situazione di Nulla divino. Il mondo umano, quello del creato, può invece essere eliminato. Dio, con il diluvio universale, ha cercato di farlo ma, forse per il troppo amore verso la sua stessa creazione, non vi è riuscito, lasciando con Noè e la sua stirpe la premessa per la rifondazione del medesimo mondo. E può essere eliminato dall’uomo, attraverso una discreazione collettiva, un’autodistruzione.

L’uomo ha creato il suo limbo. L’uomo, così come si è sociologicamente evoluto, può sopravvivere solo in questa situazione; non può evolversi per mutare questa condizione. Dovrebbe ricrearsi. L’uomo, cacciato dal paradiso terrestre, per sua natura, non poteva altro che formare il limbo, non poteva altro che creare tipi di società adatte a questa condizione. L’istinto alla sopravvivenza del genere umano, infusa da Dio, non permette il superamento del limbo, caratterizzato dall’immutabilità. Quindi l’atto dell’uomo per il superamento del limbo deve andare contro natura.

Già l’infermità separa l’individuo senescente dalla cerchia dei viventi: la decadenza fisica lo isola. A renderlo solo è l’indifferenza di chi come lui è infermo, anche se non lo mostra con il fisico. Si ritorna al discorso di poco sopra: il morente, l’infermo, mostra una realtà dell’uomo, così i morenti si identificano a fatica con i morenti.
Il morente subisce il lento affievolimento dei legami affettivi, perde il contatto con i propri cari, perché, con l’allungamento della vita, si è perduta la dimensione della morte, la quale è ancora vista come un evento definitivo, concludente. Magari! Nella vita non vi è nulla di concludente, e definitivo, neanche la morte pone un termine; i morti non sono molto lontani, se non dallo sguardo, dal mondo: anch’essi perpetuano in una situazione limbale, anch’essi si stringono a noi nell’attesa, disperata ed ansiosa.
La vista dei moribondi non è più un elemento del nostro quotidiano, a tal punto che si può affermare che gli uomini hanno rimosso la morte: non si danno più, come una volta, le disposizione per i propri funerali; questo non vuol dire che in passato si avesse la consapevolezza di essere eterni morenti, ma semplicemente, essendo la vita più breve, si aveva un maggiore contatto con la morte. Oggi, la società lo porta a pensare, ci si ritiene degli immortali; a livello individuale, invece, scorgiamo, nella morte altrui, un’avvisaglia della nostra.
La vecchiaia, già prima della malattia, è l’evento fisico che mostra, a nostra insaputa, l’essere eterni morenti, essa è uno stato che progredisce, ed essendo tale, non può sorgere da un giorno all’altro: essa incomincia ad esprimersi da un’età impensata: subito dopo che si acquisisce una dimensione del mondo, dell’amore e della vita. La vecchiezza è l’anello che unisce i viventi ed i morti: è quello stadio intermedio che riassume i due stati.
Gli uomini che sono in contatto con i moribondi non sono in grado di confortarli con la manifestazione del loro affetto e della loro tenerezza. Fanno fatica a stringere od accarezzare la mano di una persona che muore, perché capisca che né devozione né protezione sono venute meno.
Quando si è particolarmente giovani, con sforzo ci si identifica con una persona vecchia, poiché è difficile immaginare il proprio corpo, giovane e sano, che possa diventare intorpidito, stanco ed inerte; l’impossibilità è dovuta alla mancanza di volontà di immaginarlo [lui ha difficoltà ad immaginarsi vecchio: lei dice: “quando diventerai vecchio anche tu”, “vecchio così” dirà lui].

Ma chi è mai a casa in una lingua? Trovandoci nel limbo, nulla può essere ritenuta casa, neppure il linguaggio. La lingua, è vero, è il luogo più familiare che c’è, il luogo più intimo, ma è altrettanto vero che prima di questa familiarità, vi è una non familiarità: l’intima familiarità del linguaggio ha qualcosa di estraneo. Tale estraneità fa percepire alla consapevolezza umana una situazione limbale; poiché non vi è la piena conoscenza di tutto. Ciò non è soltanto negativo: questa non conoscenza permette di avere una volontà ancora di ricerca, non dettata solo dall’abitudine al viaggiare dell’uomo nell’eterna situazione limbale. Vi è ancora qualcosa di oscuro, ma è troppo oscuro perché si trova in un qualcosa, il linguaggio, che si ritiene intimo. Ritrovare la lingua senza nulla di oscuro, permetterebbe forse un ritorno definitivo, un’acquisizione di patria. Essa è il luogo della familiarità originaria; la mancanza di patria definisce la nostra situazione paradossale di eterna finitezza nel linguaggio e nel mondo. La lingua appare soltanto come un esilio, senza lo svelamento completo, senza la comprensione completa di essa.
Il linguaggio ha un limite, oltre il quale vi è il non detto: il comprendere ha anche un limite, oltre il quale vi è il non compreso. Questo limite è l’orizzonte irraggiungibile che si ritrova nel mondo. Varcare questo limite significa andare nel non detto e non compreso, ma oltrepassandoli entrambi si tramutano in detto e compreso: soltanto se si rimane aldiquà di tale limite, il non detto e non compreso esistono irraggiungibili. Il superamento del limite del linguaggio è la capacità di trovare la parola giusta, che raggiunga l’altro.
L’orizzonte si estende e si sposta continuamente.
Il limite del linguaggio è la mancanza di verificabilità assoluta, anche per ciò che non è visibile.

La terra del limbo ha una confusione delle lingue, punizione che Dio inflisse all’umanità, questo fu uno dei primi interventi divini documentati, anche se ha senso metaforico. Quel che importa è che la Babele ha dato linfa alla situazione limbale, costringendo gli uomini a narrare in tante lingue ed in più a tradurre, un’azione che prima non esisteva. La comunità che voleva costruire la torre fino al cielo, aveva il desiderio di farsi un nome, affinché non si disperdessero su tutta la terra. Ciò provocò l’ira divina a tal punto che dissipò gli uomini su tutta la terra e moltiplicò la loro lingua.
Da qui nacque la dispersione ed il continuo peregrinare; l’umanità voleva concentrarsi in un unico luogo, perché faceva paura la piana mesopotamica. La torre, alta, visibile da ogni punto della città, serviva, oltre che a farsi superbamente un nome, anche a non farsi assalire dal senso della dispersione, senso che nel limbo è fondamento.
La costruzione della città, e quindi della torre, doveva essere la fine dell’erranza nomadica. Con tale ambizione, l’uomo aveva scelto la concentrazione in un unico luogo, invece di seguire l’ordine di Dio di essere fecondi e riempire la terra. Un’unica metropoli universale, dove si parlasse un’unica lingua universale e dove la torre ne era il simbolo. Eppure Babele, da luogo scelto per la concentrazione, divenne luogo dove iniziò la dispersione. La torre, simbolo di tutto ciò, rimase incompiuta e non rasa al suolo dall’intervento divino; questo perché rimanesse nella memoria degli uomini il loro tentativo di opera contro Dio; ecco la memoria che comincia a farsi sempre più presente e pressante, anche per le generazioni che verranno. L’uomo, nella memoria, sarà costretto a non tentare più la verticalità, e sarà costretto anche all’orizzontalità della terra.
Dopo la caduta della torre, si ebbe sia la dispersione dei popoli sia la dispersione delle lingue; a tale diaspora l’uomo oppose la traduzione. Essa ormai viene ad essere un “ponte” che unisce perché permette un’accettabile comprensione, ma nello stesso tempo acuisce, sottolinea le differenze. È un po’ come Cristo, un ponte che permette di tradurre Dio agli uomini, che rende più comprensibile la divinità, ma segna maggiormente anche la distanza, la differenza. Se l’uomo fosse stato più simile a Dio, non sarebbe servito l’intervento di Cristo a rendercelo più comprensibile. Tale lontananza implica, accanto alla comprensione, una non-comprensione; il “non” è il limite della traduzione, del ponte, di Cristo, ma anche di chi “legge” la traduzione, quindi dell’uomo e della situazione limbale che sopravvive. All’uomo, in questo limite, non rimane altro che tradurre, la sua vita comunicativa, osservativa, intellettiva è una continua traduzione, anche l’atto del narrare diviene parte dell’azione traduttrice: quando si narra il mondo, lo si traduce.

Il limbo, la memoria che compone la realtà. Anche una malattia, che con la sua azione potrebbe farsi credere disgregatrice della realtà e del corpo, può comporre la memoria, poiché suscita in ognuno il ricordo delle sue svariate manifestazioni malsane, le quali costrinsero diverse persone, colpite, ad un unico stato malescio; la dimostrazione concreta dell’attività di questa memoria costruttrice durante una malattia è la cura od il tentativo di cura operato dai medici: la cura, posta nel futuro, viene tentata attraverso l’esperienza che si è acquisita nel passato, su precedenti pazienti.
Il limbo è una situazione esistente, una condizione ora consapevole, che non descrive, come la storia, il semplice accaduto ad un particolare personaggio, od un preciso periodo, ma, imitando il verosimile, descrive ciò che avviene perlopiù, l’universale o la necessità di uno stato non soltanto umano.
ANTONIO MELILLO -

domenica 25 marzo 2012

Poesie = Tomaso Kemeny

CELEBRO LA POESIA

Celebro la poesia
che alle altre non somiglia:
scorre nelle vene azzurre dell’aria
per tingere di desiderio i cieli
e di gemme e di fiori incorona
la mai sazia d’amore.
Lei sola sfida il terrore senile
dell’avventura e accende il tramonto
a sospendere la lacrima stellata
della notte sovrana. Celebro lei,
la poesia che nel sangue germoglia
e ogni cosa decrepita muta
nella rosa di luce
che il mondo risveglia.



STANZE ANARCHICHE

Ninna-nanna del porco mondo
la mia vita t’appartiene
e si trasforma di colpo
in un incubo a cinque stelle.

Chi cavalcherà la tempesta
alla testa dei giovani, dei vecchi, dei decrepiti?
Chi disgregherà lo smercio dei ritmi
spenti? Chi ruggirà
la gioia di vivere?
Chi suggerà la luce
dalle poppe stellate
della notte sconfinata?



LAPPOLE

Fare l’amore
lungo il fiume
là dove la sabbia
bianca
diventa un letto
tra gli arbusti

Sentire
la vita
volare
sfiorando
le onde

Nel tuo grembo
di piacere
svanire

“Sei il vento
che mi
increspa
l’anima
di piacere”
mi sussurri,
qualche lappola
attaccata
alle calze di lana
tra salici e pioppi
in fuga
tra gli astri.

Ora il tuo volto
sembra una maschera di vento,
un sospiro infuocato
che mi rapisce l’anima .

L’albero e la sua ombra
tu ed io per sempre.
*
TOMASO KEMENY –
*
Tomaso Kemeny (Budapest, 1938-) , professore ordinario di Letteratura Inglese all’Università di Pavia, ha pubblicato nove libri di poesia tra cui “Il libro dell’angelo”, “Melody” e “Desirée”,“La Transilvania liberata”. Traduttore di Byron,Jozsef Attila, Kosztolànyi e Marlowe, ha ideato anche numerosi “azioni” poetiche e ha scritto il testo drammatico “La conquista della scena e del mondo”. Ha pubblicato un libro di poetica “Dialogo sulla poesia” insieme al filosofo Fulvio Papi e un romanzo “Don Giovanni innamorato”. E’ uno dei fondatori del movimento internazionale mitomodernista e della”Casa della Poesia” di Milano. Come anglista ha pubblicato libri e saggi sull’opera di Ch.Marlowe,Coleridge, Shelley,Carroll,Dylan Thomas, Pound e James Joyce.



….

Segnalazione volumi = Di Giovanni

SALVATORE DI MARCO : “ALESSIO DI GIOVANNI” – (2011)
*
E’ almeno dal 1956 che Salvatore Di Marco scrive articoli e saggi su Alessio Di Giovanni. Ora la Biblioteca Comunale “P. Borsellino” di Cianciana (AG), dove il poeta era nato nel 1872, raggruppaalcuni dei suoi saggi critici più recenti (dal 1988 al 2010) in apposito volume, dal titolo lapidarioAlessio Di Giovanni (nov. 2011, e.f.c.), che viene a costituire una sorta di summa della figura e dell’opera del vate ciancianese.
Il percorso della perlustrazione critica che ne ha fatto Di Marco vede una prima tappa nel 1896,
quando Di Giovanni – circa ventiquattrenne – pubblica la silloge Maju sicilianu, cui nello stessoanno segue il saggio Saru Platania e la poesia dialettale in Sicilia, fondamentale per la caratterizzazione della sua poesia perché, nell’indicare nel Platania “un protagonista di primo piano della nuova lirica dialettale di Sicilia, sanciva il definitivo tramonto dell’Arcadia siciliana e della stagione letteraria di Giovanni Meli” (p. 51).
Segue la stagione del “fonografismo”, che “ebbe vita entro il ristretto arco temporale 1896-1905
e che può considerarsi un evento estraneo alla natura della sua arte” (p. 150). L’inventore del fonografismo fu il toscano Garibaldo Cepparelli (autore di Fonografie valdelsane, 1896) e il suo estensore in Sicilia fu il poeta Giuseppe Tamburello, con il volume Fonografie realmontane (1900), al quale Di Giovanni scrisse la prefazione. Nell’àmbito del realismo linguistico, il fonografismo consisteva in un “sistema di trascrizione che attribuisce un segno distinto e distinguibile per ogni singolo suono vocale” (p. 137). E tutto sommato anche il termine “fonografismo” può considerarsi improprio, come precisò il lessicografo Giorgio Piccitto, che preferiva quello di “verismo linguistico”. Peraltro l’aderenza alla parlata locale, qualunque sia il segno di trascrizione grafica adoperato (vedasi a es. i vari modi di trascrizione della doppia “dd” del siciliano), resta fondamentale per tutte le operazioni poetiche in dialetto dell’intero Novecento.
E’ invece da considerare una parentesi la pubblicazione della silloge Fatuzzi razziusi (Piccole fate graziose) del 1900, perché in essa Di Giovanni abbandona il dialetto agrigentino della Valplàtani per quello di Noto, dove il padre si era trasferito nel 1893 con tutta la famiglia (e dove Alessio sposerà una netina nel 1895).
Era stato il succitato Giuseppe Tamburello a indicare, in una monografia del 1907/08, Alessio Di
Giovanni come un “felibre siciliano”. Di Giovanni aveva intanto pubblicato Lu fattu di Bbissana
(1900), A lu passu di Girgenti (1902), Cristu (1905) e Lu Puvireddu amurusu (1906), ode cristologica e poemetto francescano che erano stati inviati a Federico Mistral, il poeta provenzale fondatore del movimento felibrista (nel 1854, composto da sette poeti), al quale nel 1904 era stato assegnato il Premio Nobel per la poesia. E Mistral gli aveva risposto in termini positivi, tanto che Di Giovanni pubblicò a mo’ di prefazione tale lettera quando nel 1926 fece una seconda edizione de Lu Puviredu amurusu. Anche se Di Giovanni tradusse poi i Racconti provenzali di Giuseppe Roumanille (un altro dei provenzali che viene considerato il vero padre del Félibrige), la sua poetica non fu mai veramente felibrista, perché de “l’amour du foyer, du clocher, de la terre” non sposò mai l’affezione per il focolare e il campanile, come invece faceva l’intero gruppo dei provenzali che, anche sul piano politico, erano indipendentisti e affini al fascismo nazionalistico.
Quanto all’amore per la “terra”, Alessio Di Giovanni è unanimamente considerato il grande “can-
tore del latifondo”. E’ vero che quella realtà sociale è ormai scomparsa da tempo, ma egli resta lo scrittore che ce ne ha tramandato la memoria storica nei suoi paralleli e inscindibili aspetti: da un lato la “tragedia” – come disse Leonardo Sciascia – della zolfara e dall’altro l’estensione dei campi bruciati dal sole (surfàra e fega, “feudi”). Egli infatti concepì i suoi Sunetti di la surfàra come organicamente connessi con le Voci del feudo (1938), perché era centrale il “grido di dolore che dai campi desolati e dalle cupe miniere si eleva”. Come scrisse Giuseppe Carlo Marino (1995), “a rendere funzionali l’uno all’altro, latifondo e zolfara, […] era la comune egemonia su di essi esercitata da un potere avente marcati caratteri mafiosi, fondato su perentori privilegi e interessi parassitari”.
Né gli si può rimproverare che di ciò Di Giovanni non ebbe una chiara e precisa coscienza storica.
Conclude Di Marco che doveva spettare a Ignazio Buttitta di prendere il suo “testimone”: “Alessio Di Giovanni non seppe farsi, come Buttitta, la sua peddi nova” (p.24).
*
SERGIO SPADARO

Poesie = Rina Accardo

SPRECO
Porto a spasso il mio corpo,
ma stasera faccio il punto.
Non sorrido, non piango.
Né il sole potrebbe…brucio già.
Niente e nessuno mi scuote.

Lunga vita mi si regala
per un contenuto di inezie.
È stato tutto uno spreco, spreco, spreco.
*
UN CORTEO DI ROSE
A siglare una carriera una rosa,
a siglare una vita saran rose?
Un corteo di rose,
un tripudio di presenze/assenze.
E occhi lucidi
e il sorriso,
e l’abbraccio nel rimpianto.
Uniti ancora una volta,
un’ultima volta.
A compimento di una carriera,
a compimento di una vita.
*
SOLO UN SASSO
Il tempo si è fermato
statua di marmo.
Domani tregua o cataclisma?
Pace o distruzione?
Nessun dolore
nessun palpito,
solo un sasso sul cuore.
Rina Accardo
*
Rina Accardo, siciliana di nascita, toscana di adozione. Ha partecipato a diversi incontri poetici toccando quasi tutte le regioni d’Italia, isole comprese. Suoi testi in più siti, in riviste internazionali, e in raccolte poetiche editate. Sono state pubblicate anche sue riflessioni sulla poesia ‘In numine carminis omnia: il potere della poesia’ e note di lettura di testi di autori contemporanei. Presente nel Dizionario dei poeti (ed.2006) con la metapoesia “Rosee ninfee”.Gestisce lo spazio/poesia “Lascia che parli il respiro” http://ainsi.wordpress.com, e qui è possibile leggere il suo personale ritratto di poesia: ‘La poesia canto dell’anima’. Alcune liriche compaiono nella Wordtheque di Logos, dove è consulente linguistico del Dizionario Multilingue per le aree Italiano e Siciliano. Ha pubblicato una raccolta: “Guanciali di Terra”, che si è avvalsa dell’attenzione del poeta e critico Gerhard Kofler. Della sua poetica si sono occupati inoltre Salvo Ferlazzo, Gian Ruggero Manzoni, Raffaele Piazza, che ne hanno redatto qualificate letture critiche.

sabato 24 marzo 2012

Poesie = Alma Borgini

**
Febbricitano quasi le coltri
nell’albore precocemente estivo
si rivolve il corpo appesantito -
non più nella smania ansiosa
di un ardente fruscio.

Ora- qui - un diverso morso ha il dolore

Né ti ridonerà il mattino
lo scatto di membra giovani
liberate dai lacci.

Lame luccicano taglienti
gli interstizi della serranda
venendoti incontro quali rotaie
di un binario interrotto.
Su sfondo filmico deserto d’alberi e colture
come nel racconto di Primo Levi
del ritorno dai campi.

In questi tempi ritornano quelle luci grigie.
Allora era un’alba incerta di speranze
Ora sembra nascere un sole infetto pesante
d’albe non redente.

Ma io dal lenzuolo disfatto
tendo le mani al bianco fresco intatto
del letto accanto
e cerco erba umida verde che s’apra
là dove rimangono bloccate
le rotaie del film non girato.
*
Alma Borgini
*
Alma Borgini ha sempre operato a Firenze, dove è nata, insegnando prima all'università, con W.Binni e poi al liceo. Critico letterario, annovera studi sui maggiori poeti del novecento, pubblicati su "Atti"di "Novecento Poesia. Ha pubblicato "Poesie", "Cristalli di memoria", "Una notte e lo specchio",ed il poemetto "Ballata scorretta” ( miscellanea al femminile).La sua poesia non è "autoreferenziale", ma "rende effabile un mondo complesso..che sottintende la vocazione verso l'altro".Ha avuto l'attenzione di critici di rilievo.

venerdì 23 marzo 2012

Notizie

L’arrivista (quaderni democratici) - Anno II – N° 1
Sommario :
- Editoriale :
Ivan Pozzoni : La sconfitta di ogni silenzio definitivo come forma di resistenza all’inesistenza.
- Saggi e note:
Mauro Murzi : Specie chimiche e generali naturali
Cosimo Begnini : “armonia” il mito di un concetto
Monia Ciminari: Sibilla Aleramo e il suo mondo agli albori del novecento
Ivan Pozzoni : Le derivazione istituzionale della cultura ellenica antica
Giorgio Grimaldi : Figure dell’alterità. Problemi dell’universalismo
Alessandro Poli : La danza sopra l’abisso : l’animalità di Toro scatenato
Andrea Muni : Le riforme del sistema scolastico italiano negli ultimi 15 anni
Andrea Virga : Le ragioni di Schmitt : rilievo ad una nota di G. Grimaldi
Antonio Melillo : L’immagine di Betocchi
- Poesie:
di Domenico Cipriano, Maria Carla Baroni, Gianluca PItari, Giovanni Campi, Paolo Fichera, Giuseppina Di Leo.
- Recensioni:
a firma di Giuseppina Di Leo, Giorgio Linguaglossa, Guido Passani, Rossella Pisconti, Sandra Di Vito, Alessandro Medri, Andrrea Felici, Alessandro Stavru, Sandro Borzoni.
Riferimento : ivan.pozzoni@gmail.com

Segnalazione volumi = Spagnuolo

Antonio Spagnuolo: “Misure del timore” Ed. Kairòs . Napoli. 2012. Pp. 176. Euro 14
********************

“Che fine ha fatto mio padre
disperso fra le piume dell’eterno
gioco:
è vero,
non è vero,
o forse nudo,
senza più distogliere,
lascio scorrere il nulla quietamente,
tra notte e giorno, immaginando
l’irreparabile dubbio delle tracce,
e dell’acqua fuori fonte,
e degli spazi indiscreti ove una volta
mi stuzzicava a lampi contro il cielo,
o a quegli insonni strumenti sognatori
fra le travi e il soffitto.
Che fine ha fatto?”

Dubbi, incertezze, melanconie soffuse, reminiscenze fresche “sconsolatrici”, interrogativi, questioni umane portatrici di timori ed oltreumane irrisolte, solitudini, nostalgie vive in una poesia delicatamente intimistica che sa cercare anche il lirismo magari con rima o… assonanza: “Ed io ricordo che l’avrei cercato / in ogni verso / purché fosse tornato” (9 da Rapinando alfabeti). Da un dire fortemente realistico e dissacratore è facile in Spagnuolo passare a questi lampi di struggimento interiore che ti agguantano lo stomaco. Dove anche il verso si fa più mansueto per servire un canto fragilmente umano nella sua fragilità. Dal realismo crudo del guardare sapientemente le ginocchia o del penetrando il tuo ventre o del la poesia somiglia al fango / nell’impasto emorragico / di un’arteria in dissezione passare alla nostalgia di un padre che stuzzicava a lampi verso il cielo quasi è un gioco per il poeta, viste le potenziali armi verbali capaci di rivestire tanta generosità poetica.
Mi è giunta il 21 marzo questa gradita sorpresa: l’Antologia poetica di Antonio Spagnuolo che trae il titolo dall’ultima sezione. Sono commosso. Palpo il libro, lo sfoglio, ne respiro il sapido profumo di nuovo delle pagine color crema. Poso gli occhi sul titolo: “Misure del timore”. Titolo che affascina, turba, eccita, e invoglia alla lettura, a capire, a concludere, anche se nella poesia le conclusioni sono sempre soggettive nella loro oggettività, sono sempre nascoste, perché ogni lettore le possa fare sue e le possa adattare alla sua sensibilità. Quindi azzardare e penetrare nella parola, per fuggire oltre la parola, con animo voglioso di legare i frammenti, i tempi, le azioni, le diacroniche successioni, e indagare per trovare quella compattezza, quell’unicità ispirativa, quelle pulsioni etimo-foniche e culturali che legano la produzione e determinano la poetica dell’autore.
E la Poesia che cosa è in fin dei conti se non che il tatuaggio dell’anima? e che cosa se non che la realtà predisposta ad incidere sul nostro vivere? fino a ridursi a ancella della parola dopo la sua decantazione nell’anima? e che cosa se non che répêchage di momenti, frammenti e tempi che gridano la loro esistenza e “sgomitano” per ritornare in vita a illuminarsi di luce chiara? e che cosa se non che quella magica fusione, indispensabile teorema, fra dire e sentire, fra anima che canta e parola che suona? fusione di equilibri per il fascino della lettura? e che cosa se non che rovesciare sul foglio un’anima, che smarrita, di ritorno da un’escursione nel mondo e fra gli uomini, ritorna nuova, rifiorita, vitalmente ri/nutrita di umano e disumano, d’inconsci ritmi vitali, per donarsi a un prodotto che sottragga all’indifferenza?
In Spagnuolo la poesia è tutto questo, nella sua pluralità d’intenti, se d’intenti si può parlare, quando l’alimento primo è la spontaneità. Spontaneità partorita da una realtà guardata, vista ed osservata nella sua microstoria con uno spirito sempre proiettato oltre i significati e i significanti, verso le invenzioni. Proprio perché la semplice parola non è mai sufficiente per un poeta ad esprimere la totalità del pensiero e Spagnuolo si affida, si deve affidare, a guizzi cromatico-allusivi, ad associazioni di unità sintagmatiche, o univerbalizzazioni, a raddoppiamenti per ultimare un percorso di grande tensione umana. Un mio vecchio professore diceva: “"Se ipoteticamente vi avventurate nella poesia, vi sconsiglio di registrare la realtà; prima vivetela, poi immaginatela, e se riaffiora, lavorateci e provate a farne poesia". E Spagnuolo ha covato la sua realtà in un’anima disposta, a volte, a raffinarne e a smussarne le sporgenze graffianti, altre volte ad evidenziarle queste sporgenze; il fatto sta che il suo poiein si è tradotto in monito per tutti noi: vivere la vita come il bene più grande che ci è dato, nella sua brevità. Un bene grande, forse, proprio perché contiene la morte. (Lo si percepisce in ogni verso, e più ancora in quelli ribelli, più crudi). Ed è il suo inconscio, fattosi verso compatto ed organico, e strumento di armonie disarmoniche, che offre al poeta la possibilità di leggersi e sorprendersi.
E tutto è timore: timor vitae, fortunae, amoris: timore del fatto di esistere. E Spagnuolo si fa da uomo ad umano in questo gioco di inconscie ombre risalite a suscitare quei timori che nella coscienza di essere hic et nunc determinano anche l’esistenziale quesito di vivere in spazi ristretti.Guglie, Drappeggi, Ara, Senna… non sono solo configurazioni esterne, magiche apparizioni fenomenologiche, ma soprattutto frammenti-oggettivazioni in cui si frantuma l’anima per ritrovare la sua unità in quella coscienza di precarietà che fa da filo conduttore in tutta l’opera. Precarietà che si dilata, nella sua funzione, in solitudine esistenziale-baudelaireniana nel discorso poetico: “Nuove scene a domenica / questo si può rifare: / apro incisioni / nella mia solitudine” (Mansarde), o esige dalla rievocazione nostalgica un supporto alla sua “quietezza”: “Specchia in cortile / sapore dell’infanzia. / Una gonna tutta luce nelle stanze / sullo sfondo il candore.” (Candida).
Umana, troppo umana la vicissitudine storica del poeta: ed è il timore, sono i suoi timori a rendere il tutto vicino a noi, in quanto fragili e soggetti al tempo, e a fare di Spagnuolo un essere vivente che freme, si anima, si dis/anima, si commuove, si altera, si inquieta e si acquieta senza mai abbandonare all’esondazione il suo sentimento, sempre racchiuso tra gli argini robusti della sua sintassi. Lo dimostrano i suoi versi, le sue tessiture che corrono, si frenano, si ampliano, si scorciano per tradurre in importanti significanti metrici le varietà delle emozioni. Liberismo poetico, realismo strutturale, azzardo intuitivo oltre il limen verbale; per ritornarci nuovo ed arricchito. Questo realismo pittorico-emotivo, fatto di immagini acquisite e ridate al foglio con luminosa intuizione è più evidente in Candida. Seguono 10 poesie d’amore: canzoniere erotico.sentimentale, dove il poeta chiede aiuto alla Natura, alle sue cose, alle sue vite per esprimere forza emotiva, e intensità amorosa. E la Natura interviene generosa facendo della sua pittura e dei suoi esseri l’involucro dei giochi sentimentali dell’autore: farfalla controluce, nube corrosiva, ultima sorgente, frassino dell’immagine. Amore spirituale sì, ma soprattutto fisico che si concretizza in eros dai due volti: “Nessuno mai seppe la raffica / per fiato e orchestra / tremante cataste e giochi, / o della calamita protesa / nel gusto di beccare improvvise / le tue cosce.” (3 in Dieci poesie d’amore…)
Nei momenti di maggiore liricità affiancano versi di minore misura gli endecasillabi che come vere cascate musicali rifulgono per generosità su senari, decasillabi …: “Piovono ruggine piccole scommesse / dalle tue ciglia / fortunosa scomponi acqueforti: / la carne, la ventura, i clamori: / un ditirambo stanco di cantare. / Leggermente stupita disegni / sillabe qualsiasi / …” (2 in Dieci poesie d’amore…).
Ma è in Fugacità del tempo e in Misure del timore che Spagnuolo si riappropria delle sue inquietudini umane per rendere più temporale, più vero e inquietante il fatto di vivere in uno spazio ristretto di un soggiorno. La giovinezza, graffio lungo, non porta nostalgie o rimpianti, è solo un momento di un insieme destinato a finire: “Dirompe quasi a gioco un Dio perverso / dai luoghi ormai fuggiti, / bellissimo Narciso intrappolato allo spazio / che mi fu concesso tra gli uomini e le cose, / stupore e smarrimento che mi azzera. / Discorso da dimenticare / così come il graffio lungo della giovinezza.” (4 Fugacità del tempo) Dum loquimur fugerit invida aetas. Ed è il discorso del memoriale ad assumere a volte il ruolo di alcova, a volte di nirvana edenico in un mondo di convulsi pensieri, a volte di chiara percezione della fugacità della vita.
Forse è proprio questo il leit motiv, assieme alla cura del verbo e alla ricerca delle novità etimo-foniche, di tutta l’Antologia poetica. Ed è proprio questa percezione del vivere temporale che porta alla conclusione di Misure del timore: “Ormai poche parole inutilmente / percorrono il vermiglio sgranato, / per il sangue che ricuce i frammenti / io ho soltanto del mirto.” (Rami di mirto).
Di tutto, in fin dei conti, non resta che un ramo di mirto, che, pur nobile pianta, simbolo di mediterraneo endemico rifugio, non è altro che piccolo arbusto (la vita) che genera timori forse senza misura,
misura, quei timori che fanno dell’uomo un essere umano, troppo umano.
Direbbe il poeta. “La realtà e il sogno si fondono, l’uno più reale dell’altro, nella coscienza di esistere. Ĕ il timor vitae che li alimenta e ne fa un terriccio fertile per una abbondante fioritura di luminosa poesia”.
Poesia è vita, quindi, come vita è sogno, come vita è illusione, delusione, come vita è amore, come vita è poesia, quella parte di noi, forse, che più si avvicina all’inarrivabile. E il poeta è un uomo vivente in tutto il corso del tempo (passato, presente, futuro).
Se Hölderlin chiede nella lirica Iperione, o l’Eremita della Grecia, al canto che sia per lui “rifugio amichevole” affinché la sua anima “non smanii…” e divenga “luogo di felicità… giardino curato con premuroso amore, /… / ove io abbia dimora / mentre di fuori con tutto il suo ondeggiare / il tempo possente … rumoreggia lontano” Spagnuolo, nel suo inconscio, chiede al suo racconto intimo e vitale un Eden perenne, gagné coi turbamenti e i timori dell’esistenza, dove poter vivere oltre il tempo nel giardino della poesia, perché la ama e le affida il compito foscoliano di vincere il contingente. Anche se il suo poetare, a volte estremamente realistico e crudo, ci fa pensare, come fine, più a una dissacrazione del mondo che a una poesia vòlta a superare i limiti della nostra venuta. Superamento che accadrà, di sicuro, per il suo valore intrinseco, convalidato da innovazioni di mezzi e strumenti destinati a lunga vicissitudine letteraria.
Nazario Pardini -

(Arena Metato 22/03/2012)

giovedì 22 marzo 2012

Poesie = Letizia Lanza

Quattro mura

Casa di Bambola –
o aurea reggia di Strega?

Luccichìo di cristallo –
su pupazzi spenti.

Microcronia (s)perduta
nel flusso eternotempo.
E fila pietre.
*

Invano

Barcollante figura
per plenum ontalgico.

Trafittura di spine –
in lacerocruente
vulnus.
*

Per Alberto

Un’ombra nera –
l’ala di un gabbiano.

Stridìo di morte
al chiaro delle nubi.

Dolore immenso e buio –
dentro il cuore.
*
Letizia Lanza
*
Letizia Lanza è nata a Venezia nel 1948. Attualmente risiede tra Venezia e Belluno.
Si è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Padova e perfezionata in Scienze dell’Antichità (indirizzo filologico) presso l’Università di Urbino (relatore Enzo Degani, controrelatore Bruno Gentili). Docente di latino e greco nel liceo classico, per lunghi anni ha coniugato l’attività didattica con la ricerca.
Svolge attività di editing per l’editrice veneziana Supernova dirigendo tra l’altro con Giovanni Distefano la collana “VeneziaStory”. È nella redazione di “Nexus”, “Relationes Budvicenses”, “Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria”, “Senecio” (online) e collabora pure con altre testate, tra cui “Italian Poetry Review” dell’italianista Paolo Valesio, “Il Musagete” di Bonifacio Vincenzi, “Poesia e Spiritualità” di Donatella Bisutti, “Porti di Magnin” dell’architetto piemontese Carlo Pellegrino, “Poiein” (online) di Gianmario Lucini, “Modulazioni” (online) di Franco Santamaria. Ha un sito personale: http://digilander.libero.it/letizial
Ha pubblicato molti saggi (alcuni usciti in volumi di Atti e Memorie), note, recensioni, articoli e tre raccolte di poesie: Poesie soffocate, Venezia 2005 (Premio della Giuria “Astrolabio” 2006); Levia Gravia 2004-2005, Venezia 2006; Tracce, a cura di G. Lucini, Piateda (Sondrio) 2011. Ha pubblicato una ventina di testi di saggistica. Per lei hanno scritto molti critici.

mercoledì 21 marzo 2012

Segnalazioni volumi = Iuliano

Delta Edizioni ha pubblicato il volume : “Giuseppe Iuliano testimone di poesia e libertà – qui riproponiamo la pagina 198 .
*
Tradursi in poesia rompe l’ isolamento dell’io, dietro ogni mutevolezza e sordità, per svelare attraverso la parola il frammento del continuo ri/prodursi , così come colui che sa realizzare il ritmo dal suono. Iuliano , provocatoriamente compone a tratti una poesia fatta dalla ragione, e per la ragione, anche se la retorica, dall’impegno civile, dal tono moralistico, dall’aspra ironia, dall’esigenza di purezza e di catarsi religiosa, si affaccia con eleganza di stile e con schiettezza di dettato. Il “bello” si caratterizza nelle sue pagine in una strana facoltà umanistica di esorcizzare tutto ciò che non ci coinvolge, al di qua e al di là della cosiddetta “parola pura”, restituendo alla parola comune la naturale funzione di testimoniare, per essere una storia vivibile e realizzabile. Non è estrema la speranza, la capacità del poeta a partecipare ad alcune delle vicende umane che costringono molto spesso ad un atto di ribellione, quasi mai ascoltato, e quasi mai recepito.
Tentendo al miraggio il ritorno della poesia al messaggio circoscrive quell’ansia esistenziale che riesce ad intendere quanto di misconosciuto rimane nelle illusioni della parola. Anche se Iuliano , come poeta e come uomo , ha sempre ipotizzato la scansione della sua regione, la verde e lussureggiante Irpinia, in molti suoi componimenti, il ritmo poetico echeggia di mutevoli e impreviste sensazioni.
“Qui c’è la nostra terra/ rosari di paesi/ grani di ogni mistero/ tra monti e valli/ dove il verde è regno/ che traballa al tisico dei giorni/ dubbi in successione/ lebbra di attese./ Nervi tesi a torri e tralicci/ seminano onde/ serpi con denti di magnete/ più dannosi della furia/ dell’Oceano/ e svuotano la fede/ di marinai di terra/ profughi di sole/ orfani di acqua e sale./ Nervi tesi pelli di tamburo/ battono con forza/ note di dissenso./ S’alza l’urlo al silenzio/ e ricaccia nei recinti/ la paura e i suoi vivi fantasmi./ Mani sudate/ intrecciano attese e dubbi/ e levano al cielo/ palmi e pugni/ di ogni riserbo e fattura./ Compagna al disappunto/ s’adatta cosciente la voce.”
La storia per lui è avventura di uomini, nella possibilità che il tempo trattenga ogni deviazione ed ogni ribellione. Le stagioni sono respiro nel disincanto e nei silenzi del verde, respiro gonfio del petto, elevato a quell’ansia instabile che circoscrive la volontà di chi scrive, quel tarlo che contribuisce giorno dopo giorno, ora dopo ora, alla creazione del verso, molto attento al proporsi del discorso poetico, che non sia sbilanciato in eccessive accentuazioni del cominciamento, dovute al taglio dell’astratto e incise nelle dimensioni dell’ambiguo.
Anche se i nessi svincolanti appaiono a volte sostituibili, il simbolo della libertà quotidiana ritorna penetrabile nella ricerca della scrittura, una scrittura piana, dolce, accettabile sotto ogni aspetto, quasi declamatoria, per quel suo sottile disegno di leggibilità e di coinvolgimento.
Ansioso di specchiarsi nelle immagini primitive, originali, insegue le infinite sfaccettature del quotidiano per le valenze simboliche che dalla personale cornice si riflette nelle metaforiche vicende sociali: “coltiviamo le virtù/ campo-semina/ di ogni stagione/ da concimare con fiducia/ tra malerba strappata/e respingiamo il negativo/ che abita e incrudelisce/ ogni mala tempora/ e funesto pensiero.” Immaginare e fantasticare, disciogliere gli abbandoni nella parola poetica che soventemente si pone al confronto con la parola filosofica per testimoniare quel ritmo che quasi sempre è la natura memoriale.
Antonio Spagnuolo -

Poesie = Carla Bertola

Berenice  Berenice
bere anice non si addice

Il berbero burbero  bercia in berberesco       mai bere barbaresco
La bergère  berce le berceau               ma non beve solo l’eau

Bere cin zio e cin zia, che bere cin formi!   nel bergamasco berrò
La dolce berceuse si fa beffe del berillio
la berghinella bergola
assai,
alla berlina  non ci va mai?
Berk ber ché ? Berlicche lecca chicche 
viaggia in berlina fino a Berlino
spende berlinghe in berlingozzi(che almeno s’ingozzi)alla berlocca
       Ber ma in Germania o alle Bermude       cacciando bernacle
un po’ bernecche                             berneggiando qua e là



Sfoggiavo una bernia dopo la sbornia   
che bernoccolo              sotto il berretto

Il berrettaio ha la berretta facile 
chi ha il ber
retto può bere assai
Il bersagliere berrovéria il bersaglieresco
ben fresco, se tira al bersaglio
bere non può.
Ber so Berta bella   bello è ber e berteggiar  ma attenta,                                  la  bert
esca ti addesca.
Bertibello Bertino Bertoccio Bertoldo finto tonto.Bertone Lenone bertovello di bertuccia.

Se ti tolgo dal bertuello, un beruzzo di berzemìno te lo fai?
al Bar Zémino mi trovera
a                          BER TOLA

*
*


CI  TAGLIANO  I  FONDI

Il  fondo  tinta   il  latti  fondo   i  bassi  fondi
ma le  fondi ne  no, quelle no !

tagli  pro fondi   ai fondi ari (a) e al  fondo stradale
il fondo valle ai fondi sti
il fondo schiena  a tutti quanti

Vedremo il  fondo nei  fondi  del caffé
piangeranno i poveri sacchi senza  fondi

andiamo a fondo  andiamo a  fondi
fondo pagina o  fondo campo ?

raschiato il fondo d’oro resta il fondo dell’aceto
il fondo  rustico oppure urbano

fondo cassa a fondo  perduto
chi perde un fondo non ne trova un altro

i  fondi segreti saranno presto pubblici
il  fondo dei pantaloni devoluto ai poveri
fondi  neri e conti in rosso

in  fondo  che   fondo ti fa



a f f o n d o
*
*


lo stato


COLPO DI STATO   COLPE DI STATO
ALLO STATO ATTUALE

STATO PIETOSO
LACRIMEVOLE

Stato presente Stato passato Complemento di Stato
quel che è stato è statuto
stato ladro              non sono stato
non sono in stato      non siamo stato

STATO SELVAGGIO STATO BRADO STATO CELIBE

in STATO di accusa   d’arresto   d’assedio
in STATO di emergenza   di guerra  d’impotenza
in cattivo Stato   di depressione  di gravidanza di colpa
di grazia e di disgrazia d’insolvenza

Stato passivo  Stato Gassoso  Stato critico

affare di Stato  COLPO DI STATO

CHI      E’     STATO ?

state attenti  statte attento                    sta a te


 ******
Carla  Bertola

Poesie = Nunzio Festa

NUOVA PIETRA
a Forugh Farrokhazad
quando esplode un’altra nascita
le vene s’aprono e si preparano
a mangiare
suonare
beffare la morte e la vita
la tua sfida
che fu di fata
la tua sorte
che non fu mai nata
seduta
salvata a tavolino
nella prigione e nel bambino
ogni bianco
è centomila colori
tutti i secoli
tutti i dolori
gli amori
s’aprono
e si preparano
a mangiare ancora
le vene le parole
la tua bocca e le tue braccia
abbiamo in dono
*
MANGIARE
dei giorni vicini alla morte
della nostra poetessa
Alda Merini
invece d'inventare
funerali di stato al mondo
stanno con silenzio
riempiendo
le discariche specializzate
armate dai capi del privato guadagnare
grazie al fuoco della notte
grazie alle industrializzate
menti dei governanti
amanti
di quel che ci possiamo bere
chili di fiele
fili annodati al suolo
prima di
mangiucchiare ettari di sottobosco
massaggiato dai malumori
la comunità è in pausa
di suggestione
e aspetta lo scossone per capire
che le discariche
son pericoli
a venire
il rito del maggio
assaggio d'ultime giovani anzianità
è il simbolo della trasformazione
*
TRENI
che salgono e scendono
su giacigli
morbidi e duri cuscini
fitti di meridionalismo
che non sono sempre
luoghi
ma spesse volte
destini
fanghi della nazione
che s'alza per il meridionale
vento
*
Nunzio Festa
*
Nunzio Festa è nato a Matera, nell’81, dove lavora; risiede nel suo paese natale, Pomarico (MT). Poeta, narratore, critico; lavora nel campo dell’editoria. Collabora a diverse testate di varia cultura. Nel 2004 ha pubblicato la sua prima silloge poetica E una e una (Montedit), mentre nel 2005 la sua prima raccolta di racconti Sempre dipingo e mi dipingo. Storie di vita ballate e condite con musica (Edizioni Il Foglio letterario).Nel 2007, la silloge poetica Deboli bellezze è entrata a far parte della collana curata da Silvia Denti, ‘I quaderni Divini’.  Dieci brevissime apparizioni è il titolo delle prose poetiche pubblicate da LietoColle nel 2009. Il suo primo romanzo è stato pubblicato presso Arduino Sacco Editore, sempre nel 2009, ed è titolato L’amore ai tempi dell’alta velocità.
Del 2010 è anche Quello che non vedo, (poema, per Altrimedia Edizioni), con contributi di Ivan Fedeli, Plinio Perilli, Giuseppe Panella, Francesco Forlani, Franco Arminio, Massimo Consoli.
Una sua silloge inedita, nel 2011, è entrata a far parte dell’antologia, curata da Gianmarico Lucini, Retrobottega.Nel 2011 è uscito presso sempre Arduino Sacco Editore, il 'saggio' Birra di paese. Piccolo viaggio nei luoghi che perdono popolazione e prendono birra. Nel 2011, per Historica, ha scritto Matera. Vite scavate nella roccia, ed ha curato la raccolta di poesie di Gianmario Lucini Il disgusto. Poesie in difesa dell'uomo, del quale è autore anche della prefazione, edito dalle Cfr; e scritto una fiaba per l'antologia curata da Marino Magliani per Senzapatria C'era (quasi) una volta.
Come, sempre del 2011, e nuovamente per SenzaPatria, è il romanzo breve Farina di sole, per Errant Editions, ha pubblicato l'ebook di poesie Decina e nel 2012 è diventato direttore, per gli stessi tipi, della collana "saggistica italiana contemporanea e narrativa di frontiera". Nello stesso anno, ancora per Altrimedia Edizioni, ha pubblicato invece Dalla terra di Pomarico alla Rivoluzione. Vita di Niccola Fiorentino.

Poesie = Aurelio De Rose

Quel tuo presepe a Natale.

E’ un nucleo di piccole schegge
muschio che copre le crepe
fatica di giorni a comporre con colla di pesce
più acre che i vuoti riempie del tempio.
Cappella diventa il tuo spazio che digita grotte e colline
che sughero e cartapesta antica modella.
E dopo, alla fine, son crete che il chiodo delinea
trapunta in spazi dovuti
pastori di gregge e cammelli
ed angeli posti a difesa di un tempio
che già il destino segnava.
Natale che è festa per tutti, a te che ne serbi nel tempo
rimane oltre il giuoco la fede rinchiusa nel cuore.
E allora disegni con gli occhi che han visto sul luogo
le dune con palme distese in silenzi remoti.
Ed è li che nasce il Messia:
gioiosa speranza che vita rinnova
e scalda il cuore più freddo.
E’ Natale !

                                                                                  *

A Camilla e Margherita

Vi lascio bambine il mio sogno.
Quel certo conoscere il mondo e,
segni lasciati nel tempo.
Quei tanti momenti, che poi,
l’età ti cancella.
L’amore, la vita, il perdersi nella propria illusione
che conta ben poco, per gli altri, ma resta segnata nel cuore.
Vi lascio il ricordo,
dei tanti momenti di nenie, di giuochi e,
favole spesso sbiadite.
Di fate, di maghi e di fiori che riempiono gli occhi e,
portano ai sogni il sereno.
Vi lascio bambine.
Quel giorno, non lacrime voglio
ma spargere al vento
la polvere che fu la partenza.
- Sarà il mio ritorno alla terra.-
E li,
vi seguirò nel cammino !

                                                                                  *
Un tempo, tra le tegole d’arenaria

Ho traversato un sentiero di rovi
e rami seccati dall’autunno ormai vinto.
Al di là, una piana infinita
accoglie lo sguardo
che percorre e raggiunge il cono rovesciato
delle brughiere folte
                                        quelle che assaporano l’acqua che si avvia per la valle.          
E, guardo. Ammiro !
E, porto dentro, l’aria filtrata dall’immenso silenzio.


                                                                                  *
Aurelio De Rose
*
Aurelio De Rose: è nato a Napoli nel 1939. Studioso della vita artistica napoletana antica e moderna. Ha collaborato e collabora con quotidiani, riviste letterarie e culturali, con interventi di storia del costume e critica d'arte. Tra i vincitori del Premio Pontano - (sez. poesia), 1977; ha pubblicato: Monili, La Zagara/ testi di poesia- IGEI, Napoli, 1979; Napoli dell'antico e del nuovo. Cronologia dinastica e itinerari della città, il Girasole, Napoli, 1994; Le fontane di Napoli, Newton & Compton, Roma, 1994 ; Le chiese gotiche di Napoli, Newton & Compton, Roma, 1995; Palazzi di Napoli, Newton & Compton, Roma, 2001 ; é tra gli estensori del testo Metrò-Art -Visitare Napoli con la Metropolitana-, Dieffe Comunicazioni, Napoli, 2003; è presente in varie antologie tra le quali si citano le più recenti: La parola negata (rapporto sulla poesia a Napoli), di Mario M. Gabriele, Nuova Letteratura, Campobasso, 2004; Le città dei poeti, a cura di Carlo Felice Colucci, Guida, Napoli, 2005; Primo Premio (silloge) Memorial Gennaro Sparagna, 2007; Concerto per pianoforte, (testi di poesia) Stavagario,Minturno 2008 . L’Anticaglia- Passeggiando nel cuore della Napoli antica,  Stamperia del Valentino, Napoli, 2009.