giovedì 21 maggio 2026

POESIA = ALESSIO BARETTINI


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"CERTEZZA UBRIACA"
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Se mai decidessi di spegnere la luce
impedisci al generatore di mostrare la penombra.
Per qualche motivo potresti scoprire
anche oltre la consueta dinamica
di liquami, di lanterne, di metri di giudizio
da mandare a mente o da dimenticare.
-
Poi cercando per caso una vecchia foto
che mostrava un giorno eccezionale
brevemente
potresti pensare che tutto finisce al suo posto
per una volta soltanto.
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"BAFFI E FORBICI"
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Calmiere degli occhi
di atmosfera e cronosfera
conoscerà la risposta
articolando combinazioni
abituando duplicità necessarie.
-
- Gli affari sono affari -
dirà il Rockerduck che non aspettavi
fingendo il disinteresse che dovrai fuggire
girandoti mille e mille volte sull'asse
che uniscono le tue spalle alla luna
prescelta per rappresentarti
e vedrai finalmente l'uscita
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"FORTUNE"
-
La custodia del mio miglioramento
risiede nascosta e nessun numero può svelarlo.
Così il vedere si confina nell'altro
mentre
bisogni primordiali scalfiscono
il muro di gomma dei miei convincimenti
mentre
la giornata procede più lenta del passo
che incede mostrando
l'angolo della storia circondato
da vorticismi, bellicismi, tatticismi,
vini bianchi e mare
e seppie in umido
e attese.
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ALESSIO BARETTINI

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri" - Ed. La valle del tempo 2025 - pag. 60 - € 14,00
Una poesia quella di Antonio Spagnuolo che parte da una impostazione classica per giungere a una espressione poetica prettamente moderna. Lo è sia sul piano del significato che su quello del significante.
L’uomo è centrale, con la sua condizione esistenziale, che si alimenta ai ricordi del passato per intercettare l’inquieta drammaticità del presente.
Lo stesso titolo ci suggerisce questa interpretazione. Le dissolvenze sono di fatto le pieghe della memoria in cui si annidano i ricordi, le emozioni provate, le esperienze vissute, che emergono poeticamente come sussurri dell’anima. Già nella poesia incipitaria c’è il senso profondo del tempo che passa, che non distrugge ma lascia immagini soffuse, in cui la mente si rifugia, in cui la mano che accarezza il mistero dei colori già vecchi… in cui in ogni dissolvenza c’è la traccia di quella gioia che sorvola fantasie.
La realtà si interpreta e si plasma attraverso parole chiave presenti nei titoli delle liriche, che additano a categorie di varia natura, matematiche e fisiche come Triangoli, Spazi geometrici, Colori, Riflessi, o psicologiche e antropologiche, Vecchiaia, Materia, Memoria, Sonno, Malinconie, o letterarie con il riferimento ad Acheronte e Baudelaire. Riferimenti che sottolineano la continuità nel tempo dell’espressione poetica, la necessità di trovare nel passato chiavi di lettura della nostra attualità.
Nella poesia di Spagnuolo non è difficile riconoscere elementi comuni al grande Umberto Saba, nel concetto del tempo, visto non come un nemico, ma come uno specchio della vita e del suo fluire, di cui la memoria diviene salvezza attraverso il ricordo del passato per lenire l’angoscia del presente ed evocare il senso dell’eternità. Come nella lirica Memoria, i cui frammenti sono prigionieri dell’eterna sospensione, per ribadire l’eternità dei sentimenti, delle emozioni, degli attimi della nostra storia esistenziale, di cui la poesia è sublime foriera.
Infine nell’ultima lirica Chiusura, lo sguardo spazia all’ineffabile futuro, laddove approderà il drammatico presente, uno sguardo che va oltre la dimensione individuale per allargarsi a quella collettiva. Una previsione fosca, indubbiamente e giustamente pessimistica.
"Chi spunterà fuori dalle tenebre? / Ribattuto agli intrecci di una prece, / imbevuto di esilio nel grigio delle ingiurie, / cercando le memorie delle rime / che ho vissuto di pietra. / Un recensore per solitudini vissute / nel gelo crudele e rozzo dell’indifferenza."
Insomma una poesia di largo respiro che affronta la condizione esistenziale dell’uomo di oggi nella sua dimensione individuale e collettiva, attraverso un linguaggio espressivo, che anche in virtù della presenza dell’endecasillabo, è caratterizzato da una profonda e pregnante solennità.
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Franco Donatini

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA TERESA COPPOLA

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Maria Teresa Coppola: “Rubato” Ed. G.C.L. – 2026 – pag. 92 - € 13,00
In quattro sezioni ben distinte, ma tenacemente legate dal filo che naviga nella lingua per trasformare l’imprevisto nella bonaccia del senso comune, la silloge cerca quella chiglia tagliente che rimescola le acque, eleva la lirica, suscita onde di musicalità.
Come incipit ci invita uno scritto: “La voce poetica prende forma nell’interrogazione del tempo e dell’identità. L’io non si definisce, ma accade: pensa mentre si muove, dubita mentre si espone. Il corpo diventa luogo di conoscenza, la musica modello di pensiero, il rubato misura interiore di un tempo non lineare. Il non-sapere non è mancanza, ma condizione originaria di apertura al divenire.”
E con il tempo emergono i primi versi, con una poesia che si muove entro una riflessione profondamente ontologica, dove l’essere coincide con il tempo e con il continuo accadere dell’esistenza. Il soggetto lirico rifiuta ogni definizione stabile dell’Io: “Io è soltanto accadere” diventa affermazione di precarietà ma anche di libertà, perché l’identità non è più forma chiusa, bensì fluire incessante. L’espressione “allusiva tras-corri” suggerisce proprio questo attraversamento mobile, mai definitivo, quasi un passaggio continuo tra stati e possibilità.
L’immagine dei “tratti di biro” che non servono a tracciare contorni indica l’impossibilità di delimitare l’essere entro categorie fisse. Figura e sostanza si dissolvono in elementi naturali e mobili: aria, vento, acqua, luce. Tutto ciò che definisce il soggetto appartiene al regno del mutamento. La poesia insiste infatti su verbi dinamici – “corre”, “scorre”, “diventa” – che sottraggono consistenza alla materia e affidano il senso al divenire. Molto significativa è la luce che “inventa colore”: non esiste una realtà assoluta e immobile, ma una continua creazione percettiva. Anche l’identità umana nasce come invenzione temporanea, fragile epifania che vive soltanto nell’istante. Gli “attimi senza estensione” evocano una dimensione quasi metafisica, in cui il tempo si contrae fino a diventare pura intuizione o progetto.
Dopo il fluire indistinto, l’essere può “fingersi” canto, racconto, alba o tramonto: vale a dire trasformarsi in narrazione e simbolo. È importante il verbo “fingere”, perché la poesia non pretende verità assolute ma crea forme provvisorie di senso. Così, dal “niente”, nasce la poesia: unico luogo in cui il divenire riesce a prendere voce senza irrigidirsi in definizione.
Maria Teresa si distingue per una scrittura essenziale e filosofica, capace di fondere riflessione esistenziale e leggerezza lirica. La frammentazione sintattica e il ritmo sospeso accompagnano coerentemente il tema del fluire, mentre le immagini naturali conferiscono musicalità e trasparenza al dettato poetico. Ne emerge una composizione di ascendenza novecentesca, vicina a certa linea ermetica e fenomenologica, ma espressa con limpidezza contemporanea.
Le emozioni hanno “un metronomo rubato”, i giorni “la favola della trasformazione”, l’ipotesi “facciamo che inizi da niente/ il niente che sei e forse è il tutto”, la bellezza “che fila silenzio di tenebra, che tesse terrifica trama di nulla”. Sussurra: “Non basta convocare nei versi/ gabbiani primavere tramonti./ La vita non fa sconti/ ha scordato dettato e promesse/ di mille patriarchi e profeti/ e una fila ti aspetta ogni giorno,/ calzini spaiati semafori rossi…”
Si assapora in tutta la raccolta l’agrodolce delle vibrazioni filosofiche che ci accompagnano spesso nel quotidiano, e ci sorprende la persistente cromatica tessitura dei versi, ben calibrati nelle sillabe e sapientemente ricamati nel respiro affannoso della contemporaneità, e che indica un tempo libero e flessibile, metafora di una poetica che invita a rallentare e a riappropriarsi del proprio istante.
In quest’opera si manifesta anche la vasta preparazione classica, ma soprattutto una passione innata, una voglia di guardarsi dentro, di confrontarsi con i grandi temi dell’esistenza e allo stesso tempo con i drammi dell’umanità, che caratterizzano il nostro inquieto e angoscioso presente.
Il linguaggio è una sorta di partitura tra musica e incisione, una sorta di orditura tra memoria e melodia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 20 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA GRAZIA CABRAS

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Maria Grazia Cabras: “Oriolos” (poesie in due lingue) – Ed. Cofine – 2026 – pag. 56 - € 13,50
Aprendo spazi e risonanze la difficilissima lettura del dialetto, impegnato nella prima sezione del volume – “Rovelli” - con liriche in sardo-nuorese, viene immediatamente attenuata dalla presenza di ottime poesie in lingua italiana nelle altre due sezioni (“Agguati” e “Nostos”), nel delicato e preciso segno del verso, che attraversa l’immaginario e richiama con finezza il tocco mitteleuropeo di toni e di registri.
Una delle prime in dialetto suona in italiano:
“I morti sottoterra chiedono di uscire
dalle pietre dai nuraghi dalle Domus
chiedono di uscire con le ombre
in volo
sillabe-ossa cresceranno
in attesa di metamorfosi
bruchi e lombrichi nel fango
seguono destrieri
silenzi d’altri passi altre strade e confini.”
Costruisce un’immagine arcaica e visionaria della memoria, dove i morti non sono immobili nel silenzio ma forze sotterranee che reclamano voce e presenza. L’invocazione iniziale — “I morti sottoterra chiedono di uscire” — apre un movimento di riemersione che attraversa la materia della storia: le “pietre”, i “nuraghi”, le “Domus” diventano simboli di una civiltà sepolta ma ancora viva nella coscienza collettiva. Il testo suggerisce che il passato non muore davvero: resta nascosto nelle rovine, nelle ossa, nei segni della terra.br /> Si introduce una dimensione quasi sacrale, sospesa tra morte e trasformazione. Le “sillabe-ossa” sono una metafora intensa: il linguaggio stesso nasce dai resti, dalla memoria dei corpi e delle generazioni. La parola poetica appare così come un atto di resurrezione. Anche i “bruchi e lombrichi nel fango” partecipano a questo ciclo vitale, indicando una metamorfosi continua, dove decomposizione e rinascita coincidono.
E’ un viaggio verso territori ignoti, confini interiori e storici?
Tutta la scrittura di Maria Grazia colpisce per la densità simbolica e per la capacità di fondere archeologia, mito e visione esistenziale, fantasmi in cerca di respiro, fratture di roccia o gorghi di mare, rivelazioni notturne senza apocalisse, aurora e luna complici delle luci in versi sempre in armonia con la scansione delle sillabe. Il lessico essenziale e frammentato crea un ritmo oracolare, e si manifesta in tutta la sua potenzialità nella seconda parte del volume dove le composizioni abbandonano la metrica per dare spazio ad una struttura esclusivamente in prosa quasi colloquiale.
Particolarmente efficace è l’intreccio tra corporeità e parola poetica, mentre qualche passaggio volutamente ellittico accentua il carattere enigmatico dei componimenti senza impoverirne la forza evocativa.
Spesso la frase aleggia come una visione franta e tellurica, in cui la materia naturale diventa immediatamente metafora della condizione umana. La “frattura nella roccia” inaugura un paesaggio di discontinuità e di ferita originaria: la roccia, simbolo di compattezza e permanenza, si apre invece a un movimento oscuro, trascinato dal “gorgo mare”, forza primordiale che inghiotte e dissolve. Tutto appare sottoposto a un lento consumo del tempo, espresso da quell’“oscuramente / tutto trascorre” che assume il tono di una meditazione esistenziale. La parola poetica si trasforma allora in rito, in “litania”, quasi un rosario recitato tra macerie corporee e spirituali. Le “vertebre scomposte in briciole” evocano una corporeità disfatta, mentre i “trucioli d’ali” suggeriscono resti di un volo impossibile, frammenti di aspirazione e caduta insieme. La “frontiera” che “resiste ciecamente” sembra rappresentare il limite ultimo dell’essere, una soglia che permane pur nell’erosione universale. L’immagine dell’astore introduce una tensione verticale e predatoria: guardare il suo occhio significa confrontarsi con una verità estrema, con la necessità del precipitare. Un finale concentra il senso dell’intera composizione nel binomio “caduta” e “petalo nero”: delicatezza e morte coincidono in una figura di cupa eleganza.
Il poeta si distingue per forte densità simbolica e tensione visionaria. Il verso procede per accumulo di immagini ellittiche e frammentarie, senza concessioni narrative, creando un ritmo liturgico e inquieto. Notevole l’uso della materia concreta trasformata in segno metafisico. La qualità quasi oracolare, dove la rarefazione sintattica amplifica il senso di dissoluzione e di enigma, si manifesta ancora con musicalità controllata.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 19 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI == FLAVIA COSMA

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Flavia Cosma: “Elegie e altre poesie” – Prefazione di Giuliano Ladolfi --- Giuliano Ladolfi editore – 2025 – pag. 148 - € 15,00
Per la traduzione in italiano (testo a fronte) di Giuliano Ladolfi una avvincente raccolta di poesie che invitano a tuffarsi nella tessitura dei legami dell’essere stato e dell’essere ora, intrecciata tra l’intimità delle passion i e il dubbio delle incertezze, tra i crepitii dell’amore e il silenzio della solitudine, tra l’incertezza del pensiero ricorrente e le illusioni colorate.
Da precisare che il volume è stato scritto orginariamente in inglese e tradotto in francese dalla stessa poetessa.
“La poesia di Flavia Cosma – si legge in uno degli interventi che arricchiscono le numerose postfazioni - è come una materia sottile che si allunga, vola, torna, permea l’aria, segue i tuoi movimenti, si attacca alla tua pelle. Elegie e altre poesie ha una dimensione gnomica che supera l’espressione pura dello stato di mente poetico come immanente e prende il sopravvento, indicando una sorta di stato trascendente come orizzonte. Non solo la poesia penetra ovunque, ma sembra anche uscire da tutto per trascinarci ancora più in alto nel campo dei misteri. Queste poesie vivono pienamente nel loro tempo, confortandoci nella fede nell’inevitabile ritorno della primavera.”
Il linguaggio è quello armonioso di chi compie un viaggio diafano, perché riflette il luccichio delle immagini attraverso le riflessioni dei sentimenti, amore e delicatezza, finezza e vertigini.
Gran parte di questa poesia costruisce una visione della realtà sospesa tra contemplazione e rinascita interiore. Come il gesto naturale della pioggia che viene trasformato: non “cade”, ma “danza”. Questo slittamento lessicale muta il significato dell’esperienza quotidiana, perché ciò che normalmente richiama malinconia diventa invece movimento armonico, quasi musicale. Tutta la lirica che scelgo è attraversata da questa leggerezza: gli uccelli “ondeggiano nel vento”, la canzone “risuona”, l’arcobaleno addolcisce il paesaggio. La natura non è semplice sfondo, ma partecipe di una sorta di rito liberatorio che coinvolge anche l’io poetico.
Il centro della poesia si trova nelle domande: “Come essere ancora tristi? / Cosa ci fa sempre male?”. Qui emerge una tensione esistenziale che però viene subito superata dalla forza della danza, simbolo di un’energia capace di vincere il tempo e la sofferenza. Il tempo, infatti, “sconfitto”, perde la sua corsa incessante e “scende umilmente nell’eternità”: un’immagine molto intensa che suggerisce una pacificazione profonda, quasi spirituale. Anche la morte sembra dissolversi in questo stato di sospensione serena: “Non c’è più fretta, / Non c’è più morte”. L’attesa finale non è più angoscia, ma apertura fiduciosa verso qualcosa di infinito, accompagnata dagli elementi naturali che diventano segni di consolazione.
La scrittura di Flavia convince per la sua limpidezza espressiva e per la coerenza simbolica delle immagini. Il linguaggio è semplice ma musicale, costruito su ripetizioni che molto spesso rafforzano il tono incantato del testo. Alcuni passaggi sfiorano una dimensione quasi mistica, senza però perdere immediatezza emotiva.
E ancora: “Nel negozio di fini porcellane e di cristalli,/ dove sto per svenire, / solo se decidessi / da che parte cadere,/ davanti, dietro o di lato, / prendendo a caso un calice, raffinato, / un uccello su un supporto, una farfalla, un fiore.” Una scena di apparente eleganza — il negozio di porcellane e cristalli — che in realtà custodisce una tensione estrema, quasi esistenziale. Lo svenimento imminente diventa metafora della fragilità umana: il soggetto non teme tanto la caduta, quanto le conseguenze che essa provocherà nel mondo circostante. La scelta “da che parte cadere” suggerisce l’illusione di poter governare almeno il modo del crollo, anche quando la rovina è inevitabile. Gli oggetti raffinati, i calici, gli uccelli e le farfalle evocano una bellezza delicata, destinata a frantumarsi al minimo urto. Il caos dei frammenti e delle grida rappresenta allora la dissoluzione improvvisa dell’ordine quotidiano. Ma compare un angelo, figura silenziosa e quasi misericordiosa, che introduce una dimensione spirituale inattesa. La sua ala bianca che “spazzerà il pavimento” trasforma la distruzione in gesto di pietà e di ricomposizione. Lo stile è limpido e narrativo, ma attraversato da un forte simbolismo che rende la poesia intensa e visionaria.
Molti ancora gli incipit della poetessa: visioni tra sonno e veglia, figure che si stemperano come fantasmi, la fine di una relazione, il martellare dei ricordi che tornano come macigni. Tutto fortunatamente espresso con la musicalità necessaria allo scandire delle sillabe nel verso.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 18 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CIAMMARUCONI & MAGNANTI

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Maria Teresa Ciammaruconi e Ugo Magnanti: “Cuoramore” – Ed Fusibilia Libri . 2026 – pag. 80 - € 16,00 –
Tiratura di cento copie numerate a mano in elegante veste tipografica, ecco “un’ora di acqua fitness pratica e teoria”, come suggerisce il sottotitolo di questa luminosa raccolta di poesie e di disegni, offerti per una lettura-visione che avvolge in un caleidoscopico rincorrersi di versi e di figure. Di Ugo Magnanti conosciamo già bene il tratto di penna che lo distingue, con ricami di sillabe che scandiscono sempre una musicalità preziosa per ogni composizione.
Di Maria Teresa Ciammaruconi apprezziamo il tratto impresso con genuina incisione, che la distingue per l’ariosa freschezza primaverile di tutte le sue proposte raccolte in questo volume.
Con originale sequenza tutte le poesie vengono abbinate, pagina dopo pagina, con l’indicazione “pratica” e “teoria”, quasi a voler suggerire l’andamento di un allenamento ginnico della mente.
Ad esempio della freschezza poetica la poesia a pagina 14:
“Lo smalto urge lo smalto per coprire il nero
o l’unghia
che con gli anni diventa gibbosa
s’incurva a s’incarna come a dire sono stufa
di continuare a crescere per poi essere tranciata,
lo smalto fa ridere i piedi
un ghigno un po' triste per quelli invecchiati un petalo
sull’alluce della ragazza dritta sulle punte
a prendersi l’acqua sulla faccia
dove il getto è più forte e le palpebre
si stringono di segreti racchiusi
segreti a lei stessa che non vuole vedere
la prima ruga lasciata dall’ultimo amore
proprio là dove la bocca si arrotonda a cuore.”
Costruisce una riflessione sul corpo che invecchia attraverso un’immagine quotidiana e apparentemente marginale: lo smalto sulle unghie dei piedi. Quel “coprire il nero” iniziale suggerisce subito il tentativo di mascherare non solo un difetto fisico, ma il segno oscuro del tempo, della stanchezza, forse anche di una sofferenza interiore. L’unghia “gibbosa” e incarnita diventa quasi un organismo autonomo, stanco di crescere “per poi essere tranciata”.
Lo smalto, però, introduce anche una dimensione ironica e fragile. “Fa ridere i piedi”, ma è “un ghigno un po’ triste”: la cura estetica non elimina la coscienza dell’età, tenta soltanto di addolcirla. La poesia allora si sposta verso la figura della ragazza “dritta sulle punte”, colta sotto il getto d’acqua più forte, quasi in un gesto di purificazione o di resistenza. In lei convivono giovinezza e inconsapevolezza: le palpebre “si stringono di segreti”, segreti che la ragazza stessa non vuole affrontare. Il testo suggerisce così il momento delicato in cui il corpo comincia a registrare le prime ferite del tempo e dell’amore.
L’ultimo verso concentra il senso della poesia: “la prima ruga lasciata dall’ultimo ammore” traccia concreta dell’esperienza sentimentale. La bocca “si arrotonda a cuore”, ma il cuore qui non è soltanto simbolo romantico: è il luogo dove eros, memoria e perdita si incidono sul volto.
La lingua alterna crudezza e delicatezza, con immagini che ricordano certa poesia contemporanea attenta alla fisicità e al deterioramento del corpo. Molto efficace è il contrasto tra l’estetica dello smalto e la verità organica dell’invecchiamento: da questo attrito nasce una poesia intensa, malinconica e profondamente umana.
Tutti i disegni hanno il tocco della sobrietà, della semplicità, della vivacità, della gioia, per il tratto sicuro del segno e la scelta accorta dei colori.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 17 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO MORASCHINI SCHITO

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Matteo Moraschini Schito: “Circolazioni” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 112 - € 16,00
* Ricca silloge presentata con cura per l’eleganza delle edizioni Fallone, nella quale il giovane poeta (ricercatore e saggista) propone la sua opera di esordio, un poemetto antimoderno e contemporaneamente immerso nella sperimentazione, che affronta temi filosofici, teologici e relazionali attraverso una rigorosa fenomenologia dell'Io.
I brani, nel ritmo delle sillabe ben scandite, si susseguono in sei sezioni “Giri del sangue”, “Direzione senza”, “Forzare allegri”, “Ciclo dei padri”, “Amore in forma di fiammifero”, “Finale”, con un intreccio sempre regolato dalla ricerca della parola.
“Non è che un uomo che muore/ bruciato dai proiettili, / quando nel mondo del fato scappano/ fuori dai bordi del dagherrotipo/ senza dire/ rotta vera/ di destino.”
Ecco che la poesia si costruisce intorno ad un’immagine di morte improvvisa e violenta, ma ciò che interessa davvero il testo non è soltanto l’evento tragico: è il modo in cui esso viene fissato nella memoria e nell’immagine. L’uomo “bruciato dai proiettili” diventa quasi una figura sospesa tra realtà e rappresentazione, tra il fatto accaduto e la sua trasformazione in traccia visiva. Il riferimento al “dagherrotipo” introduce subito una dimensione antica e simbolica della fotografia: non semplice documento, ma impronta del destino, fermo immagine di ciò che precipita fuori dal controllo umano. La fuga “fuori dai bordi del dagherrotipo” suggerisce infatti che la vita eccede sempre la cornice che tenta di contenerla, mentre la “rotta vera / di destino” rimane indicibile, spezzata, impossibile da afferrare pienamente.
Il testo possiede una forte tensione visionaria e un linguaggio densamente metaforico, in cui termini tecnici (“dagherrotipo”, “pellicola”, “cellulosa”) assumono una funzione poetica e filosofica. La sintassi frammentata contribuisce a creare un andamento convulso e intermittente, coerente con il tema del lampo fotografico e della morte improvvisa. In alcuni punti l’oscurità semantica è volutamente estrema, ma proprio questa rarefazione rende la poesia intensa e aperta a più livelli interpretativi. L’autore costruisce così una lirica carica di energia simbolica, dove le metafore diventano l’eco della condizione umana: fragile, violenta, destinata a sopravvivere soltanto come traccia impressa nel tempo.
Più avanti ancora ci soffermiamo dei versi: “ La medetomidina delle undici e venti/ gli occhi i denti a favore del diagramma/ nelle vene sottili dell’ora ormai giunta./ Questo è un ballo di gruppo paradossale,/ esclude il suono, chetamina, ma ancora/increspa l’aria nell’orecchio della veterinaria/ (Curaro) nasconditi e stringi-vene!/ Undici e quaranta, sentenza e domanda/ -“Non c’è più?”- ma mi immergo./ -“Forse per la coda l’acchiappo!”-/ Si ferma a galla la bocca, si ferma/ l’orologio a muro frattanto./ E mentre sparisci nell’ultimo nervo,/ crepa di casa, me salvato, per un pelo,/ confine di credere fino alla fine.”
In scena un’esperienza estrema di confine tra vita e morte attraverso un linguaggio tecnico, quasi clinico, che però viene continuamente deformato dall’emozione. La “medetomidina”, la “chetamina”, il “Curaro” non sono semplici termini medici: diventano simboli di un rito di passaggio, di una sospensione del reale. L’ambiente veterinario suggerisce probabilmente l’agonia o l’eutanasia di un animale amato, ma il testo evita ogni esplicitazione sentimentale diretta; preferisce invece affidarsi a frammenti percettivi, a orari precisi (“undici e venti”, “undici e quaranta”), a dettagli corporei e sonori che registrano il trauma nell’istante stesso in cui avviene.
Matteo riesce a creare un’atmosfera sospesa, dove la precisione tecnica convive con una disperazione trattenuta. Qualche passaggio volutamente ellittico rende il testo arduo e quasi criptico, ma è proprio questa opacità a restituire l’esperienza del dolore come frattura del linguaggio e della logica ordinaria.
Giocare con la sperimentazione nel nostro tempo è quasi un azzardo a causa delle varie progettazioni offerte dai giovani poeti, ondeggiando tra frattura totale del verso e periodi di prosa colloquiale, tra vertiginose figurazioni e ritmi fuori dalle sillabe scandite.
Matteo Moraschini Schito, alternando con abilità il verso classico, riesce a mantenere un equilibrio policromatico che rende la sua poesia un ventaglio di magmatica biografia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANGELO CICCULLO

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Angelo Ciccullo: "In contra di re" - Ed.Passione scrittore- 2025 - pag. 56 -€ 11,00
* "In con tra di re" è il titolo del nuovo libro di poesie di Angelo Ciccullo, il quale continua ad investigare la possibilità della parola di superare la sfera solitaria dell'essere umano. La ricerca della parola in Ciccullo però non è ricerca banale, è indagine sul segreto dell'uomo, investigazione su come potere esprimere il suo mistero, e come esprimere la complessità. La parola in Ciccullo si mostra soprattutto curativa, mira a lenire i mali dell'uomo, che il poeta elenca nei titoli di alcune poesie, come la distanza, l'assenza. I suoi versi indagano il mistero, il gran segreto dell'esistenza, quell'enigma per il quale le parole non bastano mai.
La ricerca della parola mancante, questo è l'obiettivo del libro. Del resto la distanza e l'assenza sono due temi fondamentali nella raccolta, non solo perché danno il titolo a due delle poesie, ma soprattutto perché l'intero corpo delle liriche cerca di evidenziare la solitudine affollata in cui si trovano a vivere le persone nella contemporaneità. Esistono in effetti liriche maggiormente legate a idee edificanti, connesse con sogni e illusioni, ma con le paure recondite dell’essere umano. In effetti anche la poesia dedicata ad Icaro in realtà nasconde dietro di sé la paura per le conseguenze negative che la presunzione dell'uomo riguardo alla sua posizione nell'universo sta generando.
In alcuni momenti il poeta prospetta scenari interiori sconosciuti o che abbiamo dimenticato, e in ogni caso si avverte continuamente l'anelito a qualche luogo nascosto, a qualcos'altro, un regno umano migliore, una vita più vita. Ma soprattutto i versi reclamano il contatto umano, la relazione, il tocco dei corpi, dei sorrisi. Una voglia di umanità che traspare da ogni angolo del libro, un bisogno di esternazione, di congiunzione, di relazione che appare essere il vero significato dell'opera.
Poesie dunque d'apertura, piene di una ricerca di vitalità, di socialità e comunità. Ma si avverte nei versi anche il senso della consunzione, del vivere per la morte, del tempo che si consuma e ci consuma, e non per niente l'ultima sezione è dedicata proprio al tempo. Fare i conti con il tempo per il poeta vuol dire trovare l'adesione giusta ad esso, affinché possa dirsi e farsi eterno. E ciò spiega anche la bellissima poesia finale "Fa niente", in cui si spiega il compito del poeta e forse dell'uomo: essere testimone degno, per un po', di questo viaggio incredibile che chiamiamo vita.
MARCO TABELLIONE

sabato 16 maggio 2026

POESIA = VANNA D'AMATO

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"L’invincibile malinconia"
Alle spalle c’è il vento del nord,
una nave che lascia ogni sponda,
una croce sul Carso
e la fame,
poca brace per passare
l’inverno.
Si mangiavano i passeri,
caduti,
di grandine stecchiti,
qualcuno poteva veramente credere all’amore?
Mia madre dormì su una panca,
tre stagioni
vegliando la sua.
Alla sua mancò il tempo
per farlo
e anche un corpo .
Di schianto era sorta la lupa,
inghiottì ogni sorriso
per quanto timido fosse,
quanto piccolo,
innocuo.
Ogni tanto una nave partiva
quasi mai qualcuno tornava.
Poi
si parlava di morte
in quella casa,
con gusto, con fame, con malizia:
come di un latte acido
e benefico,
come di un pasto necessario.
Il giorno danzava con la morte,
la notte ascoltava i suoi latrati.
Poi
ci furono colori,
spari, canti
e fuochi d’artificio.
Grida, risate e lacrime
ruppero gli argini.
Poi
sul greto asciutto,
tra cemento e foglie,
l’invincibile malinconia.
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VANNA D'AMATO

venerdì 15 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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NOTA DI LETTURA DI GENTILINO CIPRIANO
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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri", la Valle del Tempo, Napoli 2025-
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Ho letto con attenzione e piacere la sua raccolta Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), e mi permetto di condividere alcune riflessioni, nella speranza che possano essere un modesto contributo al dialogo intorno a un'opera che mi ha coinvolto nella sua doppia tensione visiva e sonora, pittorica e sussurrata fin dal titolo. Il titolo è già una poetica. “Dissolvenza” è termine cinematografico e pittorico insieme: indica il passaggio tra due immagini in cui l’una non scompare prima che l’altra insorga, ma le due coesistono per un momento sospeso, si sovrappongono, si contaminano. In questo libro ci sono almeno due grandi dissolvenze strutturali. La prima è tra la tradizione e il contemporaneo: lei convoca Baudelaire, Caronte, Acheronte, Leda, figure di un immaginario mitico-simbolico stratificato, e le fa coesistere con il mouse che “tallona ogni linea / incisa nella memoria”, con il linguaggio digitale di Bluesky/word, con la realtà divenuta artificiale. Non si tratta di straniamento ironico, ma di vera osmosi: il cobalto e l’indaco del primo testo abitano lo stesso spazio cromatico del monitor e della tela. La seconda dissolvenza è tra corpo e parola: il soma e la psiche si confondono continuamente, e in questo lei rimane fedele a una tradizione napolitana e italiana che sa che la poesia nasce sempre da un corpo prima che da un’idea. La presenza della pittura attraversa l’intera raccolta in modo organico, non ornamentale. Poesie come Pennelli, Colori, Astratto, Triangoli, i testi esplicitamente dedicati a mostre come Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni di estate, non sono poesie “su” la pittura, nel senso di una scrittura che descrive dall’esterno un oggetto visivo. Sono piuttosto tentativi di praticare nella lingua ciò che la spatola o il pennello praticano sulla tela: stratificazione, sovrapposizione di toni, gestualità. Il lessico cromatico ( il cobalto, l’indaco, il pervinca, l’oltremare, l’acquamarina, il purpureo ) non è decorativo ma strutturale: i colori nominati sono anche stati emotivi, zone dell’inconscio. In questo lei riprende, a suo modo, quella tradizione del Gesamtkunstwerk ( dell’opera d’arte totale che non conosce confini tra i linguaggi ) che attraversa la modernità da Baudelaire a Kandinskij. Il filo erotico-memoriale che percorre la raccolta merita una riflessione a parte, perché ritengo sia il nucleo piú autentico del libro. In testi come Sogno, Erosioni, Ricerche, Pulviscolo, Memoria, il desiderio non è mai sublimato né estetizzato: rimane carnale, urgente, fisico, anche quando è piú vicino al ricordo che alla presenza. La figura femminile assente-presente funziona come l’orizzonte di una perdita che la poesia non elabora per superarla, ma per tenerla viva. C’è in questo una scelta precisa, quasi controcorrente rispetto a certa lirica contemporanea che tende all’astrazione del dolore: lei non vuole astrarsi, vuole restare nel corpo, nella carne, nel “battere le tracce e l’erosione”. Vecchiaia è in questo senso una delle poesie piú riuscite della raccolta: non c’è rassegnazione, ma una sorta di conversione dello sguardo ( “non piú l’urgenza della passione ardita / ma dolce come nettare”)in cui la sensibilità non si spegne ma si trasforma, diventando piú attenta alle “semplici carezze”, al “fondo di bosco”. La raccolta ha anche una tensione civile e storica che non vuole lasciarsi assorbire dal lirismo personale. Gerusalemme e Egli tace portano il peso delle guerre contemporanee e del silenzio di Dio ( o del suo sostituto, il potere ) di fronte alla distruzione. Quattordici anni è una poesia dolorosa e necessaria, che affronta con sobrietà la struttura psicologica della violenza estrema ( “distorsione degli oscuri impulsi”, “l’atto necessario, / inevitabile, dettato dall’onnipotenza” ) senza cedere né all’enfasi retorica né alla cronaca. La doppia presenza di Libertà e tragedia è una scelta strutturale che interroga il lettore: non si tratta di una ripetizione per dimenticanza, ma di due sguardi sulla stessa materia incandescente. La prima versione è piú aforismatica, la seconda si apre alla testimonianza storica collettiva, con quelle “donne che sussurravano canzoni / mentre cucivano stracci in galera” che rimandano a una memoria resistenziale precisa. Le due versioni si tengono, si illuminano a vicenda. Il testo Baudelaire non è un omaggio distante: è un riconoscimento di parentela poetica. I “vapori d’assenzio”, le “ombre di velluto”, la “musica nera” che “sale le scale”, lei sa che sta evocando il padre maledetto della modernità lirica, colui che ha trasformato il spleen in forma, l’eros e la morte in corrispondenze. Ma la sua poesia non è baudelairiana nell’imitazione: lo è nella radice antropologica, in quel convincimento che la bellezza nasca sempre da qualcosa di ferito, che “ogni rima è una ferita che dissolve”. Il Di Lieto citato in apertura, con la sua analisi de “la bella afasia”, centra un punto essenziale: la sua è una poesia che sa della propria incompletezza strutturale, che non vuole colmare il vuoto tra la cosa e la parola, ma lavorarci dentro.Se mi è consentita una considerazione di carattere critico, che intendo in spirito di dialogo piuttosto che di giudizio: in alcuni testi della prima sezione ( penso a Ventagli o ua Spazi geometrici ) la densità del lessico tecnico-visivo produce per tratti un effetto di saturazione, come se la tela fosse troppo carica di colore e l’immagine perdesse la sua nitidezza. È un rischio connaturato alla sua poetica dell’accumulo e dell’associazione libera un rischio peraltro che lei conosce bene, e che in altri testi governa con grande maestria. Ma è precisamente in quei momenti in cui il verso si alleggerisce ( come nel breve, straordinario Tremore del suono ) che la sua voce raggiunge quella soglia in cui la parola diventa davvero sussurro, e il lettore trattiene il respiro. In definitiva, Dissolvenze e sussurri è un libro che porta il segno di una lunga vita dentro la poesia, non nel senso di una scrittura “saggia” o “tranquilla”, ma nel senso di una voce che ha imparato a non avere paura né del corpo né della morte né del silenzio, e che continua a cercarsi nel colore, nell’immagine, nell’eros e nella storia. La raccolta si chiude con Chiusura, e il titolo ha un suono definitivo, ma la parola finale è “alfabeto calcolato”, che è invece apertura, attesa di un calcolo ancora da fare. Il libro finisce, la voce no!

Cipriano Gentilino

giovedì 14 maggio 2026

POESIA = PAOLA MARA DE MAESTRI

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"Cerco la madre"
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Cerco la madre negli occhi ormai assenti
nella mano fredda che stringo forte al cuore.
Le parole non trovano strada
si perdono in un groviglio
che spezza pensieri e voce.
Ritorno alla dolce infanzia
e cerco la madre che accompagnava
i miei primi passi verso il domani.
Stringo ricordi di un tempo felice.
Ora ritrovo una bambina che non sono io.
Nel bianco della sera respiro la lontananza,
il peso di un silenzio che svuota l'anima.
Le mie radici sento vacillare.
Cerco la madre nella parte di me
che ancora pulsa e ritrovo il tuo sorriso
in ogni fiore che tanto amavi.
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"L’eco delle radici"

Sull’onda cammina la sera.
Nel mio cerchio abito pensieri.
S’accende nell’eco di un silenzio
l’ombra del tuo sorriso:
vesto il sereno, accarezzo ricordi
e stringo radici.
Richiamo il dolce dell’infanzia,
i giorni di luce piena
tra le mani l’aquilone del domani.
Negli occhi il viola dei filari
e il rubino delle rose.
Voci, volti, passi, corse
tra le vie del paese,
il palazzo, la chiesa
…soffioni al vento.
La leggerezza di quei momenti
argina lo sconquasso del fiume.
Raccolgo il fiore della poesia
ponte tra il finito e l’eterno
e nel mio cielo scivola il pensiero
e riposa il cuore.
*****
"Nel mistero"
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Un soffio
e la vita s’accende.

Un battito
e il mondo ti sorprende.

Un fremito
ed è già silenzio.
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Nel mistero
un’altra stella
ha chiuso il suo disegno.
******
"Donne"

Donne
dagli sguardi acerbi,
nel sole fanno volare
superbi aquiloni di primavera.
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Donne
dai lunghi passi,
perse nel fulgido sorriso
di uomini soli,
in angoli sparuti
rinvengono
infrante.
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Donne
dalle anime al vento,
ricamano bandiere
per le afone schiere
spoglie di arcobaleni.
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Donne petali,
donne livree
che danzano
in grandi occhi amaranto.
*****
"L’amore è senza tempo"
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Vorrei incontrarti
in un giorno senza tempo
e ritrovare il tuo viso intatto
che mi sorride, ancora.
Vorrei sentire la voce dei tuoi passi
avvicinarsi di nuovo ai miei
e la tua mano come una carezza nel cuore
riempire il mio sguardo di luce.
Sfumano i contorni del finito
tra l’agglomerato smarrisco l’orizzonte.
E sull’altalena pensieri
che rasentano il cielo e rovinano a terra
come stelle a fine disegno.
In un gomitolo s’annidano
nodi e corde spezzate.
Eppure nella notte un raggio
mi trapassa e il ritorno è alla vita.
Accolgo il vibrato dell’universo
e ti riconosco.
Nel respiro di un silenzio
non può tacere l’immenso.
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PAOLA MARA DE MAESTRI

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIACOMO LERONNI

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Giacomo Leronni: “Regesto delle forme” -Ed. puntoacapo – 2026 – pag. 230 - € 20,00
Dunque “regesto”, sunto o riassunto strutturato di un documento storico, e per l’autore mirato alle “forme”, quelle forme della scrittura che condensano i significati ed i significanti nello scorrere fluido del verso, per comunicare con il linguaggio che sia capace di avvolgere e rinverdire il pensiero.
“Qui la parola stordisce, annienta //nella sua gioia radiosa/ non c’è alcuna pietà.” – “La pagina si dilata/ la forma declina in altra forma.” - “La verità si svincola/ proietta altrove il suo spazio.” – “La vita subbuglio/ che nessuna parola abbranca// verità sconsacrata/ triturata nell’ombra.” – “Le parole frugano nei corpi/ fino alla grazia: // l’inciampo il nome da osannare.”
Un ininterrotto scorrere di mottetti che avviluppano il nostro sub conscio per indagare sulle possibili varianti che alimentano l’intelletto, la creatività, il focolare dei sentimenti sopiti, il bagaglio culturale.
E Giacomo Leronni mostra a pieno la sostanziosa riserva del suo “sacco”. L’impegno dimostra una preparazione sostanziosa, una esperienza del vissuto che affascina e diviene di notevolmente intrigante scandagliare su alcune composizioni.
“Lebbra, grondare festoso nel buio.
Quando saremo finiti
nell’inizio perpetuo
nella disgregazione di Dio
suoi respiri
sentinelle della sua mente
la febbre frugherà
come un ladro in casa
il nodo condurrà ad altri nodi
laveremo il sangue col fuoco
mai saremo domi, sazi
la luce non ha cuciture
né fame, riposo
la luce non ci deve nulla.”
*
Si muove dentro una dimensione visionaria e apocalittica, dove il linguaggio assume il peso di una rivelazione oscura. Fin dal primo verso – “Lebbra, grondare festoso nel buio” – il testo accosta due realtà inconciliabili: la malattia e la festa, la corruzione e un’energia quasi vitale. La “lebbra” non è soltanto il segno fisico della dissoluzione, ma diventa metafora dell’esistenza stessa, della fragilità dell’uomo e della sua esposizione continua al decadimento. Quel “grondare festoso” suggerisce che la distruzione non avviene nel silenzio, ma possiede una propria ebbrezza tragica, una vitalità paradossale che attraversa il buio del mondo.
L’incipit apre subito una prospettiva metafisica: “Quando saremo finiti / nell’inizio perpetuo”. Qui la fine coincide con l’origine, come se morte e nascita fossero aspetti dello stesso ciclo eterno. Il poeta sembra evocare una concezione cosmica dell’esistenza, nella quale il dissolvimento individuale non rappresenta un termine definitivo, ma una ricaduta dentro un movimento incessante dell’essere. L’espressione “disgregazione di Dio” è forse il punto più potente del testo: Dio non appare come principio ordinatore, ma come entità che si frantuma insieme al creato. È una visione radicale, quasi gnostica o nichilistica, dove il divino perde la propria compattezza e si disperde nei frammenti della materia e della coscienza. I “respiri” che diventano “sentinelle della sua mente” trasformano il corpo in luogo di vigilanza e tormento. La febbre, personificata, “frugherà / come un ladro in casa”: immagine quotidiana e terribile insieme, perché suggerisce che il male non arriva dall’esterno, ma abita già dentro di noi. La malattia, il dolore, il disordine scavano nell’intimità dell’essere umano come una presenza clandestina e inevitabile.
Il verso “il nodo condurrà ad altri nodi” introduce una struttura di concatenazione infinita: ogni problema genera un altro problema, ogni enigma apre nuovi enigmi. Non esiste scioglimento definitivo. È una concezione della vita come intreccio irrisolto, come catena di ferite e interrogativi. Anche l’immagine del sangue lavato col fuoco possiede un valore fortemente simbolico: il fuoco non purifica veramente, ma consuma. La redenzione sembra impossibile, o comunque ottenibile solo attraverso una distruzione ulteriore.
Nel finale la poesia raggiunge una dimensione quasi assoluta. “Mai saremo domi, sazi”: l’uomo è condannato all’inquietudine, a una fame spirituale che non trova compimento. La luce stessa, tradizionalmente simbolo di salvezza e verità, viene privata di ogni consolazione: “la luce non ha cuciture / né fame, riposo”. Essa è indifferente all’umano, non partecipa al dolore né offre conforto. L’ultimo verso – “la luce non ci deve nulla” – chiude il testo con una verità severa e spoglia: l’universo non ha obblighi verso l’uomo, non garantisce senso, giustizia o misericordia.
Il poeta adotta un linguaggio essenziale ma altamente evocativo, costruito per immagini improvvise e accensioni simboliche. I versi brevi, privi di punteggiatura forte, creano un flusso continuo e incalzante, quasi un dettato profetico. L’assenza di coordinate narrative precise rende il testo sospeso in uno spazio astratto e universale, dove il corpo, Dio, il sangue e la luce diventano archetipi di una meditazione estrema sulla condizione umana. La forza della poesia risiede proprio in questa tensione tra corporeità e metafisica, tra visione cosmica e ferita concreta, capace di trasformare il dolore in linguaggio assoluto.
Scrittura questa del Leronni fluida e accattivante, impegnata verso dopo verso, e capace di avvolgere il lettore in un fluido continuo entro il quale riusciamo a navigare tra metafore e incisioni, tra filosofia e allettamenti, tra tormenti palpabili e fulminee illuminazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 13 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA

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Sulla mia scrivania fanno bella mostra ben tre volumi della prolifica poetessa: “Ribelle” – Edito Ginevra Bentivoglio – 2025 (Racconto con numerose illustrazioni) – “D’azzurro e piombo” Edizioni Progetto cultura – 2025 – e “Nelle ondose stanze” – Genesi editrice 2026.
Un succoso bagaglio di poesia e di scrittura, che si distingue per l’accortezza delle scelte e per lo scorrevole dettato dei pensieri.
La poetessa ha il dono della fluidità ed i versi, alcuni brevi alcuni senza metrica, si offrono sempre con il ritmo necessario affinché le sillabe scandite diventino incisi musicali.
Poesia che si muove entro un territorio esistenziale dominato dalla frattura tra realtà e coscienza, tra ciò che accade e ciò che viene percepito come vero. Sviluppa, in un componimento, una meditazione notturna e visionaria, nella quale il sonno diventa condizione di estraneità da sé: chi dorme “non ci pensa”, si sottrae alla consapevolezza e si rifugia nell’invenzione dei sogni, “viaggi effimeri” verso paesaggi interiori sospesi tra fascino e inquietudine. L’atmosfera è scandita da immagini sonore e luminose – la campana, il rullio lontano, il lampo improvviso – che costruiscono una scena quasi metafisica, dove il tempo sembra fermarsi nell’“ora dell’oblio”. La campagna solitaria dell’“ultimo respiro” introduce un senso di precarietà e di resa inevitabile, ma il testo evita ogni compiacimento tragico grazie a un’ironia sottile che emerge soprattutto nei versi finali: il selciato “felice” crede che la pioggia cada soltanto per servirlo.
Qui la poesia tocca uno dei suoi nuclei più intensi: l’illusione antropocentrica dell’uomo, convinto di essere il centro degli eventi mentre resta immerso in un universo indifferente.
Prosegue e approfondisce questo interrogarsi sul vero, trasformandolo in domanda filosofica ed emotiva, introducendo un dubbio radicale sulla natura della realtà e sulla fragilità delle convinzioni umane. L’io poetico osserva una condizione di smarrimento collettivo: non esistono più ricorrenze o simboli capaci di commuovere, e perfino il passaggio del tempo – “l’ultimo dell’anno né tanto meno il primo” – appare svuotato di senso. La poesia assume allora il tono di una diagnosi spirituale: il distacco e l’assenza diventano malattie dell’anima contemporanea. Colpisce la concretezza delle immagini, dove l’esistenza è rappresentata attraverso piccoli gesti quotidiani: “rimettere al suo posto / sul solito ripiano il bicchiere sbrecciato”. Quel bicchiere incrinato diventa simbolo di una vita ferita ma ancora ostinatamente trattenuta dentro l’ordine delle abitudini.
Edith mostra una scrittura libera e discorsiva, capace di alternare tensione lirica e colloquialità riflessiva. Il verso procede per accumulo di immagini e interrogativi, senza cercare soluzioni definitive, ma lasciando emergere il senso di un’inquietudine moderna profonda. Ne deriva una poesia della coscienza e dell’incertezza, dove il quotidiano si apre continuamente a interrogazioni metafisiche e dove la fragilità dell’uomo viene osservata con lucidità, amarezza e, talvolta, con una sottile ironia disincantata.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ROSANNA LEMMA


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"Napoli"
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Alba splendente
d'oro si tinge
ti guardo innamorata
come fossi Dea
sale lo splendore
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Megaride incanta l'anima
respiro beata
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"Vita di giada"
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Resta sospesa la mia sorte
raro il momento
non ricordo dove sono
trasgressiva mi faccio ostile
la mia è una vita solitaria
guardo il mondo sottosopra
nessuno conosce il mio valore
mi vesto di colori presuntuosi
in fondo sono felice.
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Non amo che la parola amore.
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ROSANNA LEMMA

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANDREA ROMPIANESI

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Andrea Rompianesi: “Arcaismo a fronte” – Ed. Transeuropa/nuova poetica- 2026 – pag. 52- € 15,00
XXI composizioni, quasi tutte “quartine”, si rincorrono in queste variopinte poesie di Rompianesi, chiaramente impregnate ed impegnate da uno sperimentalismo del tutto personale e per tal ragione efficacemente singolare.
Egli oso dire “gioca” con le parole, gioca rincorrendo gioiosamente i vocaboli e ricercando la sopita potenzialità dei lemmi arcaici per riproporli accanto in versi contemporanei.
Immagino che la sua ricerca sia stata ed è impegnativa, forse anche faticosa, immersa com’è in un ricamo di centinaia di termini, che donano ancora oggi un ritmo ed una esplosione singolare, e volgerli in una versione contemporanea .
Per comprendere a pieno questa operazione di scrittura mi limito ed esaminare una poesia, scelta a caso:
“VIII”
Rarificativa scherna frontale
impedica allotta invenia
sonevole e allenia cumpater
rusponi elucidati vadati
lenendo esterminevole costinci
//
Divenuto rado l’inganno d’origine
distoglie allora il perdono
risonante e lenisce complice
ricchezze dichiarate passate
placando da luogo distruggitore
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La poesia si sviluppa in due movimenti distinti ma complementari. La prima sezione appare come una sorta di lingua deformata, quasi pre-verbale, in cui le parole sembrano spezzarsi e ricomporsi in un magma sonoro: “Rarificativa scherna frontale / impedica allotta invenia…”. Qui il significato non è immediatamente logico, ma fonico e intuitivo. Il lettore entra in uno spazio di sperimentazione dove il linguaggio perde la sua funzione comunicativa tradizionale e diventa materia viva, pulsazione, tentativo di dire l’indicibile. È come se il poeta volesse mostrare la nascita stessa della parola, ancora incerta, incompleta, ma carica di tensione emotiva. Nella proposta a fronte, invece, il discorso si chiarisce e si apre a una dimensione riflessiva: “Divenuto rado l’inganno d’origine / distoglie allora il perdono…”. Qui emerge chiaramente il tema dell’inganno primario, forse legato alla memoria, all’identità o alla condizione umana. Quando questo inganno si rarefà, il soggetto poetico sembra attraversare una fase di consapevolezza dolorosa ma necessaria. Il perdono, che potrebbe salvare o riconciliare, viene “distolto”, quasi rifiutato, mentre il linguaggio si fa più meditativo e insieme apocalittico. L’ultima immagine, “placando da luogo distruggitore”, lascia intuire una possibilità di quiete nata proprio dalla distruzione, come se il dolore potesse trasformarsi in purificazione.
Il poeta mostra una forte impronta sperimentale, vicina alle esperienze della neoavanguardia e alla poesia fonetica. Utilizza la frantumazione lessicale non come puro esercizio stilistico, ma come ricerca di un livello più profondo della parola poetica. Il contrasto tra il caos linguistico iniziale e la maggiore chiarezza della seconda parte crea un percorso di emersione del senso, dove il lettore passa dall’oscurità sonora a una rivelazione solo parziale e inquieta. Ne deriva una poesia intensa, che privilegia la suggestione e il valore evocativo del linguaggio rispetto alla narrazione lineare.
Nella nota in appendice Giorgio Bonacini scrive: “E dove c’è stupore c’è un continuo riavvolgimento di sensi che provano a districarsi, ma di nuovo si riagganciano, anche in operazioni apparentemente tecniche che diventano, invece, tentativi di avvicinare le energie di un pensiero con le innumerevoli sfaccettature della poesia.”
Ecco un bagaglio culturale da centellinare e possibilmente ponderare, rincorrendo le onde magnetiche dell’incessante ritmo delle sillabe.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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"PAROLA E PENSIERO"
Gioco incastrando sillabe ed inseguendo
le onde variegate delle idee.
Ed è possibile, con l’argento chiuso nel simbolo,
azzardare stilemi. Mentre nessuno può fingere non sapere
che la felicità sia un cardine intorno cui ruota l’esistenza,
una corrente che non ristagna sull’orlo delle notti.
La parola ha più ali invisibili,
sulle labbra vibra, falciando l’aria,
poi senza catene cerca i confini segreti di un brusio.
Invisibili e ostinate, attraversano silenzi,
si insinuano tra pieghe di emozioni
che sanno sciogliere il tempo fragrante di impasti.
Il pensiero la chiama nel buio, per ogni sillaba,
la cerca tra echi e strane possibilità,
la afferra con mani d’ombra
e le dà forma, ritmo e respiro.
Un vincolo che aggancia arcobaleni,
crea figure e simboli, in una danza antica
che abbraccia i tremori della mente.
Ponte che dall’inconscio insiste a gocce residue
e incrocia le alternanze di catene.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 11 maggio 2026

POESIA = GIULIANO MAROCCINI

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I
Il silenzio è d’oro
la parola è di neve
il corpo di farina
l’anima è zucchero a velo
e il pensiero?
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II
Il giorno in cui te ne andrai
sarà come quando partono le rondini
dalle grondaie
seguirai geometrie dell’aria
le linee delle tue mani
i solchi tracciati intorno ai formicai
disegnerò col dito una casetta di calce
sulle terre riarse
e lì dentro
mi mancherai
e se soffierò via le pareti per venirti a cercare
tu accoglimi
ma non mi aspettare
come quando si partiva per mare:
chissà se è questo il mio modo d’amare
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III
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La pazienza ammazza
una tazza di tisana
una dieta poco sana
la malsana abitudine
di non soffrire di solitudine
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IV
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Portandomi la malinconia come colpa
mangiai le ossa
e non la polpa
Io che addentavo caramelle
non sapevo che a succhiarle
fossero molto più belle
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GIULIANO MAROCCINI

POESIA = ILARIA CESARINI

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Acqua potabile -
È il verso dell’albero
la luce contraria che risponde e che
sta alle radici come l’acqua inversa
dopo la pioggia di poco fa.
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Prova a chiederglielo se hanno preparato la casa, il fumo della brace che brucia l’oro della stella;
l’ultima, quella che neanche un cielo possiede
e che sradico ogni notte, sulla corteccia che era
lacrima dura sul mio dito.

Ma non confonderti
se i discorsi si fossero placati
non sarebbe
-
stato possibile arrivare fino a qua
tu con l’aquilone spento io con le iniziali sulla
schiena, alle prese con natali e castagne,
un ossario di propositi.
******
Restare -
Resto qui, tra i panni stesi e il cane che abbaia
al vuoto del pomeriggio.
-
C’è una donna alla finestra
che non saluta più nessuno,
un campo che si lascia arare dal silenzio,
un vecchio che dice buongiorno al vento
come fosse un figlio tornato.
-
Non cerco più miracoli,
mi bastano le crepe nei muri,
i nomi scritti sui citofoni
che resistono
alle famiglie che cambiano.
-
Ogni giorno è un paese da abitare:
con la paura,
con la luce che cade obliqua
sulle mani che non fanno più male.
-
Resto.
Perché qualcuno deve restare
a dire che anche la solitudine
è una forma di patria.
* ILARIA CESARINI

sabato 9 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

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Giuseppe Iuliano: “If the Scarecrows Had Voice” – Gradiva publications - 2026 – pag. 90 -- $ 15,00
In elegante veste tipografica ecco l’ultima raccolta di Giuseppe Iuliano, valido promotore di cultura e ottimo autore, con pregevolissima traduzione delle poesie in inglese di Michele Delli Gatti.
"Se gli spaventapasseri avessero la voce"-
Una raccolta serrata e rigidamente controllata che si offre con la genuinità di un frutto profumato e maturo.
Storie di vita quotidiana che sembrano diventare un racconto ricamato con attenzione tra memorie lampeggianti e visioni che allertano, tra le incisioni della natura che colora l’Irpinia e i pensieri che sfiorano di tano in tanto l’aura filosofica, tra le semplici illusioni che sfollano i recinti di nuvole e l’amore indelebile per la terra natia.
“Merletto di natura è corona ai monti
qui verde sparso che si sgrana
o s’addensa a filari, contorni di paesi.
Nel mio borgo la torre campanaria
-alfiere disfatto e disarmato-
svetta bianca come le nuvole
con cui spesso si confonde
in greggi cocciute da sempre in fuga
transumanza e ricovero di ogni stagione….”
* Il maggior numero di poesie si costruisce come un intenso quadro della civiltà contadina abbandonata, dove il paesaggio naturale e quello umano si intrecciano in una malinconica meditazione sul tempo e sulla perdita. Il “merletto di natura” che incorona i monti restituisce un’immagine delicata e viva della terra, fatta di verdi sparsi, filari e paesi sospesi nella memoria. Tuttavia, questa bellezza è subito attraversata dal senso della dissoluzione: la torre campanaria, definita “alfiere disfatto e disarmato”, diventa simbolo di una comunità ormai fragile, privata della sua forza identitaria. Le nuvole in fuga e la “transumanza” evocano un continuo movimento della vita, ma anche la precarietà di ogni radicamento.
In sospensioni varie emerge la figura dell’io lirico, un “guerriero solitario” che assume i tratti del custode estremo di un mondo in declino. Il ricordo dell’infanzia contadina, quando costruiva spaventapasseri con “paglia e stracci”, assume un valore simbolico: quelle “maschere di padrone” rappresentano l’antico tentativo dell’uomo di dominare la natura e proteggere il raccolto. Oggi però il poeta si sente “sfiancato”, moderno Priapo impotente davanti allo spopolamento delle campagne, alle “case chiuse” e ai terreni invasi da rovi ed erbacce.
Il poeta con sussurri incalzanti accentua il tono amaro e teatrale della comunità: il mondo contadino appare come “fondale di terre antiche”, abitato da “figure senz’anima”, quasi marionette private della loro autenticità. La poesia diventa così elegia civile e personale insieme, denuncia della perdita di un rapporto genuino tra uomo, terra e comunità.
La scrittura di Iuliano si distingue per la forte capacità evocativa e per un linguaggio che unisce realismo rurale e tensione simbolica.
Le immagini sono dense, spesso visionarie, e costruiscono un’atmosfera di desolazione attraversata da nostalgia e resistenza morale. Notevole l’uso di metafore epiche applicate alla quotidianità, che conferisce alla poesia una dimensione insieme lirica e civile.
Alcune figure vengono stagliate con l’accortezza dell’orafo, presentando personaggi che “inseguono “sogni di croste depresse” o, alternando, cesella manifestazioni festive della piazza centrale, ripete allusioni al tempo trascorso, discute in silenzio sulle assenze familiari.
Versi che riescono a mantenere la musicalità necessaria allo scandire delle sillabe, tra endecasillabi o settenari, tra proposizioni senza metro e brevissimi accenni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = DANIELE RICCI

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Daniele Ricci: “La macchina da cucire” (geologia del dolore) – Ed. Puntoacapo- 20125 – pag.108 - € 15,00-
Il richiamo persistente alla geologia è in queste poesie come il filo conduttore di un vissuto che si ricama pagina dopo pagina raccontando intermezzi temporali e incisioni memoriali, ombre vorticanti nel paesaggio e fulminee apparizioni di figure, pennellate per colorare il tramonto e profumi di abeti ed altre foglie, inseguire il volo dei gabbiani e affrontare esplosioni di violenze che urtano il presente.
A pagina 79 incontriamo un riflesso stilato che dà nome al volume e mi piace centellinare tra i versi per entrare nella scrittura del poeta:
“la macchina da cucire
per scoprire il dolore del mondo
rapsodo per legare
cielo e terra
enigma e senso
o quel nulla che arriva.
Lei contava le ore il 13 novembre 2018,
arrivò al pronto soccorso
con la polmonite da legionella
e un’insufficienza respiratoria acuta.
Chiedeva in cambio sabbia
per la clessidra.
Mi guidava la parola di mia madre,
era febbrile e dispnoica
nella preghiera che mi assorda
e mi lascia senza nome.
Da più di un anno
la dispnea è receduta.”
* Essa costruisce un itinerario del dolore attraverso immagini domestiche e visionarie. La “macchina da cucire” diventa simbolo di una ricomposizione impossibile: non serve più a unire tessuti, ma a “scoprire il dolore del mondo”, trasformandosi in strumento poetico e conoscitivo. Il termine “rapsodo” richiama la figura antica del cantore che cuce insieme frammenti di storie; qui il poeta tenta di legare “cielo e terra”, “enigma e senso”, cioè di dare ordine all’esperienza della sofferenza e della morte. Tuttavia la tensione verso il significato si arresta davanti a “quel nulla che arriva”, espressione che suggerisce l’irrompere dell’assenza, del vuoto e del limite umano. Il tono narrativo e autobiografico è evidente. La data precisa, “13 novembre 2018”, conferisce concretezza memoriale alla scena del ricovero ospedaliero. Il dettaglio clinico non raffredda il testo, ma accentua il contrasto tra il linguaggio medico e la dimensione simbolica della clessidra, immagine del tempo che si consuma. La richiesta di “sabbia” appare allora come un’invocazione estrema a prolungare la vita. Centrale è la figura materna, la cui parola continua a guidare il poeta anche nel momento della malattia. La preghiera “che mi assorda / e mi lascia senza nome” esprime invece una crisi dell’identità e della fede: il dolore rende impossibile ogni definizione stabile del sé. Il verso finale, “Da più di un anno / la dispnea è receduta”, introduce una quiete solo apparente: il sintomo fisico si attenua, ma resta intatto il trauma interiore.
Ecco che Daniele Ricci intreccia la quotidianità ad una rapsodia capace di evidenziare il dolore nella fusione di registri differenti: il lessico giornaliero e medico convive con immagini metafisiche e simboliche, producendo una poesia di forte intensità elegiaca. La frammentazione sintattica e l’assenza di punteggiatura marcata favoriscono un andamento di respiro spezzato, coerente con il tema della dispnea. L’oggetto concreto – la macchina da cucire, la clessidra – assume un valore allegorico, secondo una linea della poesia contemporanea che trasforma il dato biografico in interrogazione universale sul dolore e sul tempo. Centrale è anche la dimensione della memoria familiare: la madre non è soltanto presenza privata, ma figura archetipica di origine e perdita.
“La poetica di Ricci – scrive Fabrizio Lombardo in prefazione – per rimanendo legata ad una tradizione che dal simbolismo giunge alla scrittura lirica del Novecento per arrivare ai poeti di oggi, riesce a collocare la sua voce all’interno del pulviscolo complesso fatto di relazioni storiche e naturali che il mondo contemporaneo ha generato e che sono fonte dello straniamento di cui questa poesia si nutre.” Ed in effetti la musicalità di queste composizioni riesce ad essere presente nella scansione delle sillabe, che evocano costantemente il ritmo necessario per quella dinamica intensa, scaturita dalle emozioni, dalle evaporazioni del pensiero filosofico, dalle incursioni del sub conscio, sempre pronto a condividere effusioni e tristezze, illusioni e frammenti di memorie.
Le intime incertezze dello scrittore, le calde immersioni del sentimento, gli approcci velati di un abbraccio al dolore, le cifre stabilite dalla sorte per un requiem di sangue, il giusto confine tra gli azzurri del cielo e le negazioni inferte dalle trafitture quotidiane, lo stringersi attorno al fuoco in un senso segreto e il filo spinato che impiglia un palloncino, sono i numerosi fotogrammi che si susseguono come un vertiginoso arcobaleno che sprizza dalla penna del poeta.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 6 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DORIS EMILIA BRAGAGNINI

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Doris Emilia Bragagnini: “Terra nullius” Anterem edizioni – 2025 – pag. 50 - € 12,00
Già dal titolo, Terra di nessuno, si avvertono le onde di un flusso che potrebbe anche essere negativo, per le sospensioni del tempo che ci avvolgono quotidianamente nel dubbio e nelle imprecise illusioni.
Un gocciolio che affonda nell’esistenziale attraverso il ricamo di versi che offrono il ritmo necessario per il silenzioso trapanare dei pensieri e delle evaporazioni che il nostro sub conscio è capace di rivelare al semplice tocco dell’emozione.
La poesia di Doris Emilia Bragagnini costruisce paesaggi simbolici, aspri e primordiali, in cui il “mondo del lupo” diventa metafora di una dimensione istintiva e non addomesticabile dell’esistenza. Spesso introduce subito un limite conoscitivo: non c’è apprendimento possibile dentro questa realtà, che resta opaca, dominata da forze naturali e da un sapere corporeo, non razionale. Le immagini sono frante, spesso disarticolate, e procedono per accostamenti analogici: il “grigio del pelo scolpito dal vento” e il “gelo distante”, l’“occhio sorretto dal ramo”, “il corpo sorregge il peso”, “mi disfo piano delle attese”, “la luce diffrazione della tenebra” suggerendo una visione molto ampia, come se la percezione stessa fosse un ricamo da decifrare. La corsa è “privata”, la “scossa” che scaglia le membra le trattiene subito dopo. Si crea così una tensione tra impulso e freno, tra energia e blocco.
Il testo si caratterizza per un linguaggio fortemente analogico e per una sintassi ellittica, che privilegia la giustapposizione di immagini rispetto alla linearità discorsiva. La densità metaforica e la rarefazione dei nessi logici collocano la poesia in una linea sperimentale, dove il significato emerge per stratificazioni e risonanze più che per sviluppo argomentativo. L’uso di termini concreti e corporei, accostati a elementi astratti o cosmici, crea un continuo slittamento di piani semantici. Ne deriva una scrittura che mira a rendere l’esperienza del limite — conoscitivo, percettivo e linguistico — attraverso una forma che ne rispecchia la frammentazione.
La parola è limpida, quasi un gocciolio che deterge il pensiero per divenire fonte di percezioni e di suggestioni, immerse in una melodia che dà forma al dettato. Con fotogrammi che si inseguono, figure tratteggiate, suggerimenti plasmabili il volo è compiuto.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 5 maggio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI - FIORENZA FINELLI

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Fiorenza Finelli: “Parabole oniriche” – ed. Centro culturale l’ortica- 2026 – pag. 38 - € 10,00
Premio Sandra Mazzei per una silloge inedita questa raccolta si offre con un titolo accattivante e singolare, che lascia aperto lo spiraglio di indagine che del sogno ricama vari lampeggi e affonda quasi sempre nelle circonvoluzioni del nostro sub conscio.
I fotogrammi si alternano a visioni con delicatezza ma anche con improvvisi sussulti, tra il chiaroscuro della Falce nera e i dettami della passione, tra la purezza di un destino e la quiete di un sogno, tra i frammenti del tempo da centellinare e il “disarmo delle ali intorpidite”.
Per centellinare lo stile che la poetessa incide mi piace indagare sulla poesia “Brandelli d’ali”:
Ti sono rimasti soltanto
brandelli d’ali,
piccoli passi stentati
da centellinare,
incerti come i miei transiti
di bambina impellicciata.
Sono le tue ginocchia
inclementi
caverne di sasso
cieche feritoie.
Troppo breve il tempo,
velatura di un fiore,
quando cala l’imbrunire
sull’assieparsi
di desideri ancora vivi.
La natura ebbra
può essere capace
di cicli spietati.
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Questa, che prendo ad esempio, costruisce un’immagine di fragilità e di perdita attraverso una serie di metafore corporee e naturali. L’incipit (“brandelli d’ali”) suggerisce immediatamente una condizione di caduta o di impossibilità del volo: ciò che resta non è più slancio, ma residuo. I “piccoli passi stentati” rafforzano questa dimensione di fatica, quasi una regressione a uno stato infantile o vulnerabile, esplicitato poi nell’immagine dei “transiti / di bambina impellicciata”. Qui emerge un contrasto interessante: l’infanzia, solitamente associata a leggerezza, è invece appesantita, protetta in modo eccessivo, quindi limitata nei movimenti.
Il corpo diventa progressivamente paesaggio: le “ginocchia inclementi” si trasformano in “caverne di sasso”, “cieche feritoie”. È un’immagine dura, chiusa, che evoca immobilità e sofferenza, forse legata al tempo che passa o a una condizione fisica e psicologica di blocco. Il lessico minerale (“sasso”, “caverne”) contribuisce a rendere questa parte del corpo quasi disumanizzata, come se la vitalità fosse stata sostituita da una rigidità inerte.
Il tema del tempo è centrale: “Troppo breve il tempo” introduce una riflessione sulla fugacità, resa attraverso la delicata metafora della “velatura di un fiore”. Tuttavia, questa brevità non annulla il desiderio: i “desideri ancora vivi” si addensano, creando una tensione tra vitalità interiore e limite esterno. L’imbrunire segna un passaggio, una soglia tra luce e oscurità, vita e declino.
La chiusa amplia lo sguardo alla natura, definita “ebbra” ma anche capace di “cicli spietati”. Qui la poesia sembra suggerire che la condizione individuale non è isolata, ma inscritta in una legge più ampia, naturale e inevitabile, dove vitalità e distruzione convivono.
Tutta la raccolta si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e compatto, capace di fondere dimensione corporea e paesaggistica in un’unica visione. La tensione tra fragilità e desiderio costituisce il nucleo emotivo della poesia di Fiorenza, mentre ella introduce riflessioni quasi cosmiche sul tempo e sul dolore. L’uso di immagini dure accanto a elementi più delicati crea un efficace contrasto espressivo, si ricongiunge alle palpabili consistenze della natura che circonda e si attarda significativamente nella violenza di una morte incombente.
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ANTONIO SPAGNUOLO.

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLO PARRINI

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“Imparare a dirsi addio” di Paolo Parrini (Samuele Editore, 2025 pp. 126 € 15.00) affronta il tema sensibile della perdita come una scelta consapevole che trasforma il dolore nella tenerezza dei ricordi, un metodo per esprimere una vicinanza coraggiosa laddove l'assenza si riassesta nella percezione del mondo e nella sua eredità. Paolo Parrini concentra l'elaborazione del proprio vissuto nella necessità ineluttabile della separazione attraverso lo svolgimento di una energia poetica, nell'omaggio alla continuità, supporta il legame interiore, dilata l'esperienza delle reazioni affettive. La poesia di Paolo Parrini è come un rovo trafitto nel corpo e nell'anima, maturato nel varco simbolico di una protezione e manutenzione emotiva, a difesa di una capacità evocativa di resilienza, in grado di custodire e intonare la natura penetrante e tenace dei sentieri introspettivi. Si insinua come il profumo di un soffio vitale, unisce passato e presente, estrae il solco della sofferenza nelle pieghe desolate dell'assenza, l'incisione della nostalgia nelle impronte familiari del distacco. Il libro raccoglie la vulnerabilità umana e l'identità indelebile di una sincera testimonianza trascorsa nella fugacità e nella transitorietà delle occasioni, con la preziosa dignità dello spazio e del tempo dell'esistenza, la condivisione di ogni tagliente intreccio della vita. Integra la linea di confine della malinconia nella fiduciosa conversione di ogni congiuntura con la rinascita istintiva del modo in cui abitiamo il mondo. Include la frattura sradicata degli eventi come sospensione sentimentale, lesione tangibile delle relazioni, aggiunge, nella crescita personale e nella prospettiva quotidiana della cura, il rituale di conclusione, la liturgia prolungata alla dedizione d'amore, il vuoto della mancanza incarnato pienamente e saggiamente nelle parole. Paolo Parrini consegna ai lettori un'immersione lenta e inesorabile nella disperazione, ma anche una cognizione di un orizzonte che rende visibile la soglia di una lontananza, avvicina l'equilibrio delicato dell'uomo alla fedeltà delle abitudini, alle incrinature nel tempo, nel mestiere di vivere, esorta a indagare l'abisso per riuscire ad accogliere i fantasmi dei conflitti inconsci, l'invocazione immaginaria di una presenza che ci prende per mano e ci accompagna verso la conoscenza anche drammatica di noi stessi, in bilico tra debolezza e resistenza. Descrive l'espressiva commozione di un'entità arcana, sovrannaturale, nascosta nell'invisibile segretezza della memoria, affonda il respiro ancestrale dei luoghi nella rivelazione di una traccia palpabile, mai sepolta del tutto, ripercorre le immagini rarefatte, consente all'eternità di riaffiorare in tutta la sua forza lirica, travolge il passaggio struggente del congedo come un avvenimento toccante che inghiotte la superficie oscillante degli oggetti, si nasconde negli angoli bui delle stanze, nelle stagioni del cuore, nel silenzio instaurato fra smarrimenti sgombri di parole, nel nome, nel corpo, nella voce. Riempie il calore originario, sussurra nella nudità essenziale dei versi l'elegia del disincanto, abbandona l'ombra esitante della separazione, ancorata al pertugio disabitato e privato di un canto delle vertigini. Difende le pareti che hanno assorbito i giorni e restituito all'appartenenza il ritorno della dolcezza, il momento di pronunciare il suono per tornare alla luce e riconciliarsi con le proprie ferite.
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Rita Bompadre -
Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti
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TESTI SCELTI
Ti ho visto
nel ramo coperto
di neve
nel sole che torna
dopo la sera
ti ho visto in un mare
arrabbiato
nel solco del piede
sul prato.
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Eppure dovrei essere
felice, bagnarmi
i capelli, farmi radice.
E invece questo tarlo
rode e disegna
arabeschi d'ombra
e turbamenti.
-
A letto la sera
col cuore che batte
penso a un prato
che accoglie
nel dormiveglia
crederci, che sia vero,
che verremo abbracciati
da un sole rovente.
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Resta poco
un segno appena
sull'asfalto
sul manto erboso
forse una traccia fine.
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I tuoi occhi scuri
che lascio lago
inesplorato, il viso amato
fatto rotondo dalla prigionia.
Resta una memoria nei tuoi
occhi di neve
la stessa che solcammo.
-
Resta un sonno tormentato
un vento di rimorsi
tomba senza alberi
di un amore vero
quando tu tornavi.
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Quando si spegne la luce
e i morti vengono a trovarmi
nella nebbia fine che entra
nel respiro, allora non occorre
alcuna voce, bastano i brividi
l'odore della pelle di chi si è amato.
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Ho cercato la scia e la voce
qualcosa è passato
accanto, di lato
forse un fuoco fatuo
o una immagine riflessa
sul candore di un mattino
che non trovo più.
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Allora accettare che sia così
che stia finendo tutto lentamente
e dentro un mare quasi calmo
lasciarsi scivolare
a volte occorre fermarsi
guardare indietro
forse vedremo ancora occhi
luminosi, forse no.
-
Ma se riesci a guardare
non sei ancora morto dentro
forse c'è tempo, sì,
per ritrovare l'odore.
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Questi squarci di luce
che arrivano improvvisi
attraversano le strisce pedonali
i marciapiedi rotti
così si consumano le ore
il registro morbido del vivere
la preghiera e la disperazione.
*

POESIA = FRANCO CAMPEGIANI

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"Pinocchio, la storia vera"
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Non nasce di legno il bambino,
nasce di carne e spirito
con occhi che sprizzano
gioia incandescente.
Nel nuovo mondo vorrebbe
soltanto viaggiare il bambino
ma il passaporto gli impone
di scordare la città da cui viene
dove viveva in letizia.
Il babbo vorrebbe farne un fantoccio
da esibire per soldi
nei teatri di strada,
ma fugge il bambino
e impara a mentire,
gli cresce un naso lunghissimo
con orecchie asinine,
preferisce le amicizie cattive
alla fata turchina
e sbaglia ogni mossa,
diviene eversivo,
tradisce sé stesso
e finisce anche in prigione il bambino,
lui ch'era nato di sangue e spirito
con un amore profondo nel cuore.
Alla fine Geppetto lo inchioda
agli schemi ai doveri
e i sensi di colpa gli spolpano il cuore,
gli divorano tutta la carne che ha.
E diviene di legno il bambino.
*****
"Il silenzio e le parole"
-
Le parole che vengono dal silenzio
sono scarne e vive e vere,
poi si affastellano, si fanno
fuochi d'artificio, giuochi di prestigio,
pleonasmi ridondanti, pingui tautologie.
La lingua che sorge dal silenzio
è magma incandescente,
guizzo di sangue e spirito, poesia.
Poi si fa chiacchiera e fatuo virtuosismo,
narcisistico delirio autoreferenziale.
Babelico nonsense e nebbia ipnotica,
esca apocalittica, polveriera minacciosa.
Le parole vere nominano
per la prima volta il mondo, sgorgano
da sconosciute sorgenti universali.
Nascano dunque le parole dal silenzio
o sarà il silenzio a imporre
la sua legge alle parole.
*****
"Mi hai trovato infine"

Mi hai trovato infine
in fondo ai silenzi.
Ero torre solitaria
lungo i litorali deserti,
bastione eretto a difesa del nulla
contro l'assalto delle onde e dei venti.
Hai spalancato ogni uscio
entrando con l'uragano
del tuo sorriso d'argento,
delle tue mattine di spuma.
Hai riempito ogni stanza
con i voli bianconeri
delle tue ali d'angelo,
con quella tua gioia
onesta e incontenibile
che vola sul mare
nei chiari di luna e si fonde
con i sobri colori delle aurore.
*
FRANCO CAMPEGIANI

domenica 3 maggio 2026

INTERVENTO = ANTONINO CONTILIANO

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"Sentieri intrecciati e ininterrotti: scienza e poesia"
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Nel panorama contemporaneo del sapere, i confini tradizionalmente eretti tra poesia e scienza appaiono sempre più porosi, se non del tutto dissolti. In apparenza, sono due universi distanti: l’uno votato alla misurazione oggettiva del reale, l’altro all’espressione soggettivo-semantizzante dell’animo umano. Eppure, entrambe le discipline, nel tentativo di esprimere l’infinita processualità del divenire e di conoscere la pluralità complessa del mondo, hanno dovuto abbandonare le certezze granitiche del pensiero classico, fondato sull’armonia e sulla logica bivalente. Su questi nuovi sentieri, poesia, filosofia e scienza si incontrano e si scontrano, utilizzando logiche che potremmo definire comuni-diverse, dove la malinconia di ogni realizzazione alimenta la nostalgia per ciò che non è ancora, ma potrebbe essere. Per inciso, i nostri sentieri ininterrotti, diversamente dagli “interrotti” heideggeriani, non sono quelli che cercano la lingua dell’origine, del dio che ci può salvare, del poeta chiuso nella sua solitudine. Un punto di convergenza cruciale per comprendere questa nuova razionalità paradossale risiede in un’analogia strutturale profonda tra due concetti apparentemente distanti: l’effetto farfalla, cuore pulsante delle scienze della complessità, e la levis immutatio, una figura retorica sottile ma potentissima. Questi due strumenti, se osservati da vicino, permettono di mettere in relazione la scrittura poetica e quella scientifico-matematica, rivelando un segreto condiviso: una minima variazione nelle condizioni iniziali di un sistema, sia esso naturale o linguistico, può generare universi di significato imprevedibili, plurali e in continua trasformazione.
La scienza contemporanea, specialmente attraverso la teoria del caos e la fisica quantistica, ha inflitto un colpo durissimo ai capisaldi della logica classica, introducendo concetti come indeterminazione e, sorprendentemente, la necessità della metafora. Negli anni Settanta del Novecento, studiosi come David Ruelle e Floris Takens, intenti a studiare i fenomeni della turbolenza, intuirono l’esistenza di particolari configurazioni, chiamate attrattori strani, basandosi su puri ragionamenti congetturali. Questo quid bizzarro fu visualizzato da Edward Lorenz nelle traiettorie a spirale, altamente instabili, del suo modello meteorologico: un sistema deterministico che, assumendo la forma di una farfalla con le ali spiegate, dimostrava come la minima variazione in un punto potesse portare a conseguenze globali enormi e imprevedibili. L’effetto farfalla, con la sua potenza iconica, dimostra che l’instabilità rende impossibile una predizione determinata a lungo termine, pur non escludendo la determinabilità locale degli eventi. È qui che entrano in gioco i numeri di Lyapunov, veri e propri strumenti di misura di questa “retorica del caos”. Questi esponenti forniscono un modo per quantificare gli effetti conflittuali dello stiramento e del piegamento nello spazio delle fasi, mostrando come alcuni sistemi possano creare disordine in una direzione, restando ordinati in un’altra. La razionalità, insomma, ha cambiato look, facendo trasparire le sue origini irrazionali: non siamo più di fronte a una logica che esclude, ma a una nuova razionalità paradossale, capace di coniugare simultaneamente gli opposti, il determinismo e l’imprevedibilità. Oggi non c’è procedere scientifico che faccia a meno delle metafore: Robert May parla del serpente dell’erba matematica (le oscillazioni nella dinamica della crescita o decrescita di una popolazione), Mitchell Feigenbaum del polimero del diavolo, la frattalizzazione degli attrattori strani delle scienze del caos (l’iterazione di un motivo geometrico ripetuto su scale sempre più piccole …infinitamente). La scienza, come la poesia, accetta che le proposizioni possano rimanere vere ma al contempo suscettibili di infinite interpretazioni, rendendo il divenire dell’essere un testo infinitamente aperto. La fisica del caos quantistico mette in crisi la validità universale della legge classica, e la misura dello spin di un elettrone non risponde più a previsioni certe. La scienza scopre la sua anima narrativa.
Parallelamente al laboratorio dello scienziato, il laboratorio del poeta ricorre a linguaggi e logiche non riducibili alla certezza del significato univoco. Tra gli strumenti più raffinati del suo sapere vi è la dialettica retorica, e in particolare la levis immutatio, che possiamo a buon diritto definire l’effetto farfalla della poesia. Essa produce gli stessi effetti vaganti quando modifica, anche di un soffio, una variabile testuale. È una figura che, alterando la struttura di un singolo elemento linguistico (un suono, una lettera, una pausa), pone il problema di una ricomposizione totale degli elementi e di una risemantizzazione della forma. Modificando il ritmo o il timbro, la chiave retorica apre le nuove possibilità di vita contenute nella miscela del testo e del tempo, un tempo non cronologico ma kairós, istante opportuno e creativo. Un esempio emblematico, solo per ricordare un caso celebre, è il virtuosismo barocco del gesuita Athanasius Kircher: “Tibi vero gratias agam quo clamore? Amore more ore re” (Evidente, qui, è il fatto che le parole amore, costume, bocca e cosa sono il risultato di una sottrazione sillabica cui è sottoposta il simbolo “clamore”). La frase così si sgretola e si ricompone in un gioco di specchi fonici che moltiplica all’infinito le possibili fonti e modalità della gratitudine. Ma è forse nella letteratura moderna che l’uso di questa “tecnologia” diventa più evidente. Basti pensare alle alterazioni logico-linguistiche nell’Ulisse di James Joyce. Nel capitolo I mangiatori di loto, un personaggio usa la parola word (parola) per dire “ragazzaccio”, in luogo di world (mondo), perché quell’altro mondo, quello reale e forse volgare, non le piace. L’intervento gioca sull’omofonia e l’allitterazione: le parole, facendosi soglia e confine, generano la dissolvenza dei significati che si associano, si scambiano e creano nuove reti semantiche. Una leggera manomissione del testo, una levis immutatio, provoca una dissociazione e una riassociazione rimescolatrice dei termini. Come nelle litografie di Escher o nelle immagini frattali, la configurazione che si modifica conserva e diversifica al contempo l’identità e la differenza delle figure. Lo spazio delle fasi del linguaggio, per usare un termine scientifico, diventa il luogo dinamico dove la parola porta al punto critico di rottura la “danza dei sensi”, generando mondi pieni di instabilità poietica, ma egualmente densi di senso plurale. Il tempo, in questa prospettiva, non è più una sequenza di atomi fissi, ma un tempuscolo di transizione, un flusso continuo.
Se la levis immutatio e l’effetto farfalla sono due facce della stessa medaglia, la loro convergenza implica il superamento della logica classica del terzo escluso, secondo cui una proposizione è o vera o falsa, a favore di una logica del tertium datur, del terzo incluso. Un testo, come un sistema complesso, non è mai una somma di parti, bensì un ologramma dinamico, una struttura di elementi che s’intersecano vicendevolmente creando universi incrociati. La non prevedibilità perfetta non esclude la determinabilità locale: il mondo del caos e quello della poesia coniugano l’ordinato e il disordinato non come opposti dialettici in lotta, ma come relazioni interattive e circolari. La complessità di una struttura artistica è direttamente proporzionale alla complessità dell’informazione trasmessa. Il linguaggio poetico, grazie alla sua plasticità, permette di veicolare un volume d’informazione e di emozioni impossibile per il linguaggio comune. È necessario, quindi, pensare insieme l’identità e la differenza, mantenendo la loro opposizione irresolubile come motore di senso. Questo nuovo sapere richiede un terzo oggetto composito, che partecipi sia dell’ordine solido che del disordine fluido: questo oggetto è il textum, il tessuto del testo, recuperato dalla poesia e dalla sua logica, diventando luogo di una testualità unitaria dove lo scienziato può essere poeta e il poeta scienziato.
All’orizzonte di questa rivoluzione di paradigma non c’è solo una nuova estetica, ma anche un profondo impegno etico-politico. Se il mondo è un sistema complesso in cui una piccola variazione può innescare grandi trasformazioni, allora la parola poetica, con le sue leves immutationes, si carica di una responsabilità inaudita. Il linguaggio poetico diventa un esercizio etico e pratico, un promemoria che gli itinerari della conoscenza non sono mai conclusi, ma si fanno camminando. La hybris della poesia, la sua “tracotanza”, diventa la forza della trasformazione, della ribellione e dell’interrogazione ironica che scatena le contraddizioni del reale. I testi di poesia sono pratica significante e conflittualità antagonista, un portare insieme voci diverse contro lo stato di cose esistenti. In un’epoca di nuove povertà indotte e di modelli teleologico-capitalistici che vorrebbero una storia unidirezionale, la poesia deve porsi come una mina vagante, capace di portare alla deriva i sensi usurati della temporalità. Facendosi luogo del transito permanente della contraddizione, la poesia frantuma l’universalità ideologica del pensiero unico per dare spazio alla phrónesis, al saper decidere e agire il comune. È testimonianza di una praxis della parola che, progettando un mondo diverso, dice che è possibile un’azione dei sogni e delle utopie. Il poeta si fa custode-custodito di un’utopia possibile, quella di mondi e rapporti senza dominio, fondati sulla logica del terzo incluso e sull’etica della contingenza. Attraverso le alterazioni semantiche, operate dalla sua tecnologia, la poesia dimostra, in laboratorio e nella vita, che piccole variazioni nel linguaggio possono innescare grandi trasformazioni nella coscienza e nelle abitudini comportamentali disponibili. Proprio come il battito d’ali di una farfalla può scatenare una tempesta dall’altra parte del mondo, così un verso, una parola, una pausa, possono incrinare l’ordine costituito delle cose, aprendo squarci di bellezza delirante e possibilità inedite. La vita è un esodo permanente, e la poesia ne è la bussola più fragile e potente, capace di navigare nel caos per tracciare rotte imprevedibili verso le possibilità d’essere.
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Antonino Contiliano
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Marsala, 6 marzo, 2026