Poetrydream
domenica 31 maggio 2026
POESIA = ALFREDO SANTANIELLO
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"Faro"
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Nel qui ed ora, dopo i deserti
e dopo l’abisso, verso il monte
ritrovai me stesso.
E ciò che sei, quello avrai
ciò che farai, la conseguenza.
E fu solo pace, calma e gioia
felicità infinita, per tutti.
E da cercatore, divenni faro
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"Port’Alba"
Ognuno calza i propri passi
ciascuno sulla sua traiettoria.
Ognuno ha i propri interessi
rondini e gabbiani a primavera.
E nel miglio finale
sulla soglia della porta
fino all’ultimo secondo
presidio quel punto.
-
Una brace sul mare
una fiamma che arde:
un toro era seduto
nel soffio del vento.
E presidio il fuoco
da ogni tempesta:
ogni faro, nel mare
muove qualcosa.
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Quando si spegne la luce
e non si vede la rotta
soffiai sul fuoco
e girai quel timone
varcando la soglia:
alla Porta dell’Alba.
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"Luna piena"
C’era la Luna piena, quella strana sera
fatta di allineamenti, di tempi ed eventi.
Di note di canzoni, di numeri strani
codici di frequenze, sull’orizzonte degli eventi.
-
E tutto si intrecciava, come un sacro ricamo
tessuto da una donna, dall’invisibile mano.
Tessuto con amore, e grande tenerezza:
sottile ricamo, di una leggera brezza.
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E tutte le stelle, iniziarono a brillare:
c’era la Luna piena, splendente nella notte.
E come potevamo, restare indifferenti:
in quella tenue luce, rinasce la speranza.
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"Penelope"
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Mare calmo, i tuoi occhi
focolare, il tuo sorriso
pace, nello spirito:
al tuo fianco, è casa.
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ALFREDO SANTANIELLO
giovedì 28 maggio 2026
POESIA = ENRICO FAGNANO
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"Nell’attesa la misura"
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nell’attesa la misura
rimane come non detta
superata ogni volta
da una lontana apparenza
semplicemente perduta
lungo il nostro tragitto
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"Nel movimento la figura"
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nel movimento la figura
ritorna sempre tra le cose
ora piegata su se stessa
in un angolo senza forma
ora chiusa da una linea
impossibile da seguire
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"Rimane all’improvviso"
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rimane all’improvviso
negli occhi il suo profilo
poi dopo un lungo abbaglio
ritorna la sua luce
tra queste vecchie pieghe
e il bianco delle tele
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ENRICO FAGNANO
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Enrico Fagnano, attivo sia come autore, sia come organizzatore culturale, ha costituito e diretto le riviste letterarie Brilliancity (1979-86), L’Erba (1986-87) e La parola abitata (1988-93).
Redattore di Radio Spazio Popolare, ha collaborato con Radio Kiss Kiss, con Radio Città e con i quotidiani Il Mattino, Napoli Oggi e Il Roma. Nel 1984 è stato tra i fondatori del gruppo de I Poeti del Gambrinus e nel 1992 è stato tra i promotori dell’associazione Lo Stato dell’Arte, che ha organizzato incontri e dibattiti sulla letteratura a Napoli.
Nel 1999 ha costituito PARTENOPEversus, che fino al 2005 ha edito l’omonimo foglio e ha realizzato letture e rassegne.
Enrico Fagnano ha pubblicato Avvistamenti (tam-tam, 2000), La bomba e il suo contrario (Cento Autori, 2007), Alternative (Società Dante Alighieri, 2009), La Storia dell’Italia Unita (Amazon, 2021), Contra Catilinam (Amazon, 2022), Piccione Johnny (Amazon, 2023), Il Piemontesismo e la burocrazia in Italia dopo l’Unità (Il Sud dopo il 1860, 2023) e Gli anni impossibili ovvero i poeti della notte (La parola abitata, 2024).
Ha curato, inoltre, le antologie Poeti a Napoli (2002), Accenti (2010), La Parola Abitata (2012) e Dintorni (2015).
Suoi testi sono in diverse riviste e in antologie, tra le quali Da Napoli/verso, a cura di Antonio Spagnuolo (Kairòs, 2007) e Dalla bocca del Vesuvio L’assedio della poesia, sempre a cura di Antonio Spagnuolo (Kairòs, 2020)
Enrico Fagnano, vicepresidente della Dante Alighieri di Napoli fino al 2014, attualmente dirige la collana editoriale I sedicesimi ed è presidente dell’associazione culturale La parola abitata, che promuove incontri letterari e cura le attività del Laboratorio permanente di poesia.
Fa parte, inoltre, del consiglio di amministrazione di Officina Mediterranea, associazione per la promozione del Mezzogiorno, ed è tra i curatori del Corso di cultura identitaria di Sud e Civiltà.
Nel 2023 con Salvatore Di Natale ha fondato l’Archivio Carlo Carrà letteratura e arte ed è stato tra gli organizzatori del Premio Gigante, promosso dal Wespace di Willy Santangelo.
Nel giugno dello stesso anno per le attività svolte ha ricevuto un premio dalla Biennale Internazionale Sicily Trinacria, presieduta dalla giornalista e grande organizzatrice culturale Chiara Fici, e dal novembre 2024 fa parte del Direttivo della stessa.
mercoledì 27 maggio 2026
SEGNALAZIONE VOLUMI = IVAN POZZONI
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Ivan Pozzoni: “Lo stato pontificio” Ed. Divina Follia – 2026 – pag. 60 – € 11,40
Una lunga e scintillante discussione fa da prefazione a questo volume che rappresenta una lucida critica sociale e letteraria contro il conformismo e il "chiacchiericcio del nulla".
Con il titolo “IL NUOVO «PARADIGMA» AN-ESTETICO: IL TARDOMODERNISMO LETTERARIO. CADORNA E' SOTTOPORTA PIA”, Ivan Pozzoni ci rende partecipi di una nuova idea filosofico/culturale che po-trebbe o dovrebbe alimentare moderne capacità di scrittura.
Le sue poesie allora molto spesso si presentano come un violento manifesto poetico contro il sistema culturale contemporaneo, percepito dall’autore come un “Tempio dell’arte” dominato da mercanti, compromessi e logiche di mercato. Fin dai primi versi emerge una rabbia iconoclasta che assume il tono della bestemmia profetica e della satira aggressiva. L’io lirico si pone come escluso volontario, rifiuta diplomi, percentuali, riconoscimenti ufficiali, scegliendo invece una posizione marginale e anta-gonista.
Le immagini storiche delle Termopili, di Leonida, di Temistocle e di Serse trasformano il conflitto artistico in una guerra epica: il poeta è un combattente isolato contro un esercito smisurato e corrotto. La cultura classica viene però contaminata da linguaggi contemporanei, gergali e provocatori, creando uno scontro continuo tra alto e basso registro stilistico. Questo contrasto produce una poesia volutamente eccessiva, che vive di accumuli verbali, iperboli e invettive.
Molto forte è anche la dimensione cristologica: il poeta si identifica con il martire crocifisso accanto ai ladroni Gestas e Dismas, suggerendo una vocazione sacrificale dell’arte autentica. Tuttavia il tono non è mai elegiaco; al contrario, resta feroce, ironico, quasi rap. Il ritmo sincopato, l’uso delle rime interne e delle assonanze ricordano infatti la spoken poetry e certe strutture dell’hip hop contemporaneo. L’autore costruisce una figura di poeta-anomalia: “antipatico”, tagliente come un coltello, incapace di integrarsi nel sistema. L’“empatia” del titolo viene rovesciata in “cirrosi”, cioè malattia e degenerazione: la sensibilità diventa una patologia corrosiva che impedisce l’adattamento sociale. La poesia allora non consola, ma colpisce, frattura, destabilizza il lettore.
La penna unisce invettiva, autocelebrazione e sperimentazione linguistica in una scrittura ad alta tensione espressiva. La forza principale risiede nell’energia ritmica e nell’immaginario stratificato, che mescola cultura classica, simbologia religiosa e lessico urbano. A tratti l’eccesso verbale rischia di sovraccaricare il discorso poetico, ma proprio questa ridondanza contribuisce a costruire una voce radicale, disturbante e volutamente fuori controllo.
Non ha timore per i suoi versi e dichiara:
“Purtroppo e inutile che vi agitiate, cardinali e curiali, coi vostri maneggi da contrabbando
i miei riots, a forza di tagliare teste, conquisteranno tutto il mondo,
i miei versi da sindrome da colon irritabile si evacuano con il massimo sforzo
irritano le vostre facce da emorroide, facendovi oscillare come un orologio al quarzo.”
Ecco apparire allora pagina dopo pagina un arcobaleno che offre i colori quasi come scoppi di segreti del nostro subconscio.
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ANTONIO SPAGNUOLO
lunedì 25 maggio 2026
POESIA = CINZIA PERRONE
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"Col favore delle stelle"
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Nel silenzio vistoso di un giorno qualunque,
mentre il tempo si incespica in reti di attese
nella camera dei sospiri e dei ricordi sospesi,
la scintilla appare senza farsi annunciare.
Come miraggio nel deserto non si fa afferrare.
Come bimbo che sogna gioioso a occhi aperti,
non vuole distrazioni all’armonia del momento.
L’incanto del suo lume tutto impressiona e scalda
nello sfondo prima buio dove ora splende l’astro
che nel nascente bagliore lo sguardo acceca.
Le palpebre si schiuderanno, e ammirerai libero
la gloria raggiunta nella sua perfetta completezza.
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"Il male nello specchio"
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Io sono il ruolo scomodo,
quello che nessuno vuole interpretare.
La parte del cattivo
quello che tutti evitano,
il duro che non sa amare.
Non sanno come prendermi
o se conviene farlo,
lasciarmi perdere è meglio,
altrimenti ti complico la vita.
La mia per tanti vale poco,
meno di zero, che numero strano.
E se fossi colpevole solo del riflesso?
Quello che nessuno vuole vedere
e cerca in tutti i modi di evitare.
Allora quello specchio va coperto,
nascosto, distrutto no, porta male.
Quella superficie riflettente sono io
e nessuno vuole guardarci dentro:
potrebbe trovarci un po' di sé.
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"Relitti dell'anima"
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Sciogliete
nei versi di una canzone
il freddo del legno
sommerso
in un mare di indifferenza
fatto di stoppa e
cartapesta.
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Cinzia Perrone
SEGNALAZIONE VOLUMI = DONATELLA CANESCHI
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DONATELLA CANESCHI: “NEL MISTERO DEL TEMPO” Ed. Prometeus 2025 – pag. 88 - € 18,00
Con un saggio introduttivo di Francesco Solitario---
“La silloge- scrive di suo pugno l’autrice in postfazione- traccia un percorso poetico-esistenziale sul tempo, che da sempre accompagna l’uomo e la coscienza di sé, le sue paure e desideri……
Il libro si articola in 4 sezioni: Nel mistero del tempo, In Viaggio, Flussi, Visioni, che accolgono l’universo poetico e ne custodiscono i segni. Dal tema del tempo, si sviluppano diversi aspetti:
– il mistero del tempo, che si avverte con la fine della vita sulla terra e la perdita;
– quello della storia, con i suoi conflitti, ferite e speranze;
– il tempo del silenzio che nutre il pensiero e favorisce la meditazione, quello del desiderio , del viaggio reale e simbolico.”
Un continuo sfiorare i minuti tra sospensioni e illusioni, debolezze e caducità, fragilità, precarietà, transitorietà e speranze, tutte nell’immagine non consumabile, non corruttibile, in cui il temporaneo e il temporaneo cessano di essere tali in una inversione che va da precario vivente a frequenze contemplate e autosufficienti.
Molta poesia della poetessa si sviluppa intorno alla percezione del tempo come forza generatrice e insieme dissolutrice. L’incipit, “Fertilità del tempo che si frange”, ad esempio, introduce immediatamente una tensione fra pienezza e caducità: il tempo è fertile, produce vita, ma nello stesso istante si infrange contro il limite dell’esistenza. L’immagine della “cova di luci e ombre” accentua questa ambivalenza, poiché ogni esperienza umana nasce dall’intreccio di gioia e malinconia, speranza e perdita.
La natura di Maggio appare come simbolo della perfezione ciclica del mondo, una stagione che continuamente “rigenera linfe”, restituendo energia vitale alla terra e agli esseri umani. Tuttavia, il poeta introduce presto una nota meditativa e dolente: la “sensuale giovinezza di brezze” richiama il fascino della giovinezza, ma subito dopo emerge la consapevolezza che “molti sogni / fra le rughe, non fioriranno”. Le rughe diventano così segno del trascorrere degli anni e della distanza fra desiderio e compimento.
Non c’è però disperazione. Si evolve verso una maturazione interiore: la “nuova saggezza” che “nutre i giorni” indica che l’esperienza del tempo non distrugge soltanto, ma trasforma. I sogni mancati vengono sostituiti da una più profonda comprensione dell’esistenza. L’immagine finale delle “preziose perle” che “colmano la clessidra” è particolarmente efficace: ogni attimo vissuto, anche doloroso, diventa una gemma di memoria e conoscenza che riempie il tempo umano di significato.
Dunque un equilibrio fra vitalità e disincanto, tra eros della vita e meditazione sulla finitudine. La natura insegna che tutto rifiorisce, ma l’uomo può soltanto accettare il fluire del tempo trasformandolo in coscienza e memoria.
Per Donatella Caneschi la compattezza espressiva e la densità simbolica trasudano in lessico essenziale ma ricco di risonanze interiori, mentre le immagini naturali assumono valore esistenziale. Notevole l’uso della clessidra come simbolo conclusivo: non semplice emblema del tempo che fugge, ma contenitore di esperienza e saggezza. Il tono lirico, sobrio e meditativo, conferisce una delicata intensità elegiaca ad ogni componimento, che si adagia sapientemente ad una scrittura piana e comprensibile.
Anche i ricordi hanno la necessità di rivelarsi “prima che tutto abbia fine”, quasi nel desiderio di sigillare dentro il tessuto dell’ “amore”. E “vestita/ di sana follia,/ creare vibranti echi di senso, /smarrimenti.../e ricomporre l’universo intorno.”
Spesso la penna coglie un attimi di sospensione felice, dove lo spazio urbano diventa luogo dell’anima e della memoria. La piazza di Strasburgo appare immersa in una “rara armonia” che unisce storia, leggerezza e vita quotidiana. La cattedrale rappresenta il tempo solenne della civiltà e della durata, mentre le bolle dei clowns evocano l’effimero, il gioco e l’infanzia. In questo equilibrio tra gravità e leggerezza nasce il senso profondo del testo. L’orangina bevuta insieme è un dettaglio semplice ma essenziale, perché trasforma l’esperienza in intimità condivisa. Anche la fotografia non serve soltanto a fermare un’immagine, ma a trattenere un’emozione destinata a svanire. Il “tempo perduto” richiama una nostalgia dolce, non dolorosa, quasi una riconciliazione con il passato. Il sorriso diventa così consapevolezza della precarietà della felicità. Nel finale, la “nuova vita” che sboccia nel flusso dei pensieri suggerisce una rinascita interiore, generata proprio dalla memoria e dalla bellezza del presente. E qui la poesia mostra come piccoli istanti possano aprire spazi di rigenerazione spirituale.
La silloge si distingue per la misura lirica e la limpidezza espressiva. Il linguaggio quotidiano convive con immagini simboliche leggere e persuasive. L’equilibrio fra concretezza narrativa e riflessione interiore conferisce un tono elegante, capace di trasformare una scena in meditazione sul tempo, sulla memoria e sulla rinascita emotiva.
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ANTONIO SPAGNUOLO
domenica 24 maggio 2026
POESIA = ELIZABETH GUYON SPENNATO
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"ALLICUORDE E LL’ISOLA"
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Ncoppa 'o cummò
Dint’ ê vasette
Aggio miso
Ddoje gocce 'e mare
‘Nu poco ‘e rena
A terra generosa e
‘na buccata r' aria pura
ca se respira allà.
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Chisti allicuorde
Me mannasti tu
Pe tènere ll’isola
sempe a fianco a me
Pe nun scurdà
chi song io.
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"L'ARECHETA DI FONTANA"
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L'estate è ancora lontana
Ma fa già caldo
La salita fino all'eremo
Di San Nicola
Sembra di non dover
Mai finire
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Strada facendo
Il profumo dell'origano
Di Fontana
Ci avvolge
-
A poco a poco
Le foschie hanno
Nascosto il verde
Degli alberi
-
Finalmente
ce l'abbiamo fatta
Scattiamo una foto
Per ricordare la bella passeggiata
-
Scendendo incrociamo un cane giallo
E un altro bianco ancora più grande
-
"Teresina!"
Il contadino cerca la piccola capra
Lei, divora le erbe
Spensierata
-
Il caffè a metà strada è ancora aperto
Ci sediamo per mangiare una cosina
-
In alto la capretta impaurita
Si mette a belare
I due cani non danno retta
E il povero uomo deve salire di nuovo
-
Dopo un bel po' li vediamo passare
tutti e quattro
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Affianco al contadino
Teresina
Sa di essere voluta bene.
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ELIZABETH GUYON SPENNATO
sabato 23 maggio 2026
POESIA = COSIMO RODIA
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"Il tempo"
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È il tempo l’ametista tra le dita, cara Emily
concesso nello spazio breve
per sogni, conoscenze e amori.
Denaro, intrighi, potere sono gioielli di falsari.
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Il tempo che scorre tra le dita
come sabbia del deserto
quel tempo di fame insaziabile nel labirinto
quel tempo che al risveglio diventa memoria e nostalgia
è il tuo ricordo d’ametista che rimane
a noi nel vivere, lasciando infine
una carezza nel tramonto.
-
Il resto non è che refolo senza tracce.
-
COSIMO RODIA
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Una nota di Daniele Giancane.
“L’ordito del tempo” e la poesia ‘totale’ di Cosimo Rodia
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Le mappe della poesia - anche quelle regionali - vanno costantemente aggiornate e riviste, sia perché emergono nuovi autori degni di nota sia perché si mette maggiormente a fuoco l’itinerario di un poeta, magari considerato sino ad allora un ‘minore’. Credo sia il caso di Cosimo Rodia, che dobbiamo cominciare a considerare una voce potente della poesia pugliese, accanto ad Angiuli, Trisolino, Curci, Augieri ed altri ancora; si veda ad esempio la sua antologia: L’ordito del tempo – Trent’anni di poesia di Cosimo Rodia (1994-2024), edizioni Milella.
Occorrerà anzitutto chiarire che Rodia - più che un semplice poeta - è un intellettuale a tutto tondo, che naviga sapientemente tra vari orizzonti, dalla poesia vera e propria alla narrativa (in specie per ragazzi), dalla saggistica al folklore, mai dimenticando che l’intellettuale ‘militante’ deve impegnarsi all’interno della società, organizzando, inventando, aprendo spazi, provocando dibattiti, curando antologie. È chiaro a Rodia - come a pochi altri intellettuali pugliesi - che lo studioso vecchio stampo, che vive la sua vita solo all’interno del suo studiolo, non ha più spazio nel nostro tempo.
V’è da dire che Cosimo Rodia è un intellettuale ‘totale’ in molti altri sensi, anche in quello di guardare al futuro mai dimenticando le sue radici contadine: la sua poesia (come molti suoi racconti per ragazzi e molte sue raccolte di fiabe del suo territorio) è rivolta al ‘presente’, ma anche ad un futuro sperato e ad un passato inestinguibile: c’è tutto il Sud, nella poesia di Rodia, un Sud riguardato con nostalgia e lirismo, pur senza ergerlo a una sorta di paradiso terrestre.
Ma il Nostro è un Autore da prendere con le molle e con competenza critica, perché, senza apparire troppo, porta avanti una sorta di rivoluzione semantico-linguistica: alieno dalla poesia sperimentale o troppo ermetica, Rodia si esprime con un linguaggio di ‘apparente’ semplicità - poiché si tratta di semplicità come punto d’arrivo di una lunga ricerca (non è la semplicità di chi non ha altri linguaggi a sua disposizione). Questo perché l’Autore ‘cerca’ il lettore, la condivisione, la trasmissione delle emozioni. L’Autore tende a coinvolgere il lettore nel ‘suo’ mondo e deve perciò usare (con questa finalità che possiamo definire ‘popolare’) una lingua immediatamente leggibile.
Leggere i testi poetici di Rodia è abbastanza facile – per un lettore ‘medio’, il che li rende fruibili anche dai giovani e dal mondo della scuola in generale. Operazione importante perché la lettura della poesia è sovente lontana dal mondo dei giovani (ma anche dal lettore medio) e invece questo modo di usare la ‘parola’ intensa e vibratile ma comprensibile riconcilia con l’idea della poesia come gesto umano, come messaggio e direi persino come ‘valorialità’. La poesia – in questo modo - può ridiventare ‘necessaria’, oggetto di riflessione esistenziale, viaggio all’interno di sé e del mondo.br />< Rodia è autore ‘totale’ anche perché (a parte questa rivoluzione del linguaggio) affronta tutti i temi dell’esistenza umana. Si potrebbe pensare che un poeta del genere sia rannicchiato in se stesso e nei suoi rovelli interiori: non è così, qui siamo davanti ad un poeta anche ‘sociale’, il che è davvero raro negli autori dei nostri anni. Scrivere poesia sociale è difficile, si corre il formidabile rischio di cedere alla retorica o all’ideologia e perciò molti poeti se ne tengono alla larga: Cosimo Rodia riesce invece ad intraprendere anche questo itinerario con una capacità rara: intravedere non l’ideologia o la retorica, ma la sofferenza del mondo. E perciò diventa anche una poesia di ‘impegno’, che tende a scuotere le coscienze.
Rodia è poeta totale anche per la dialettica fantasia/realismo. È assai difficile poter scorporare l’una dall’altro, perché alcune opere sono evidentemente fantastiche (non solo molte fiabe della tradizione, ma diversi testi ‘onirici’, in cui il sogno dell’infanzia e della civiltà contadina prende il sopravvento; non solo: a volte emerge anche una vena utopica rivolta ad un mondo migliore), altre sono fortemente realistiche, di ‘specchio’ dei nostri tempi difficili e spesso cruenti.
Siamo di fronte - in sostanza - a una poesia di grande spessore, che meritava una prima ‘sistemazione’ critica dopo un trentennio di impegno, di lavoro, di scavo nella parola.
Nel leggere L’ordito del tempo il lettore sarà portato per mano in un viaggio dell’anima attraverso se stesso, il mondo, i grandi interrogativi umani, sempre con una ‘leggerezza’ che è il segno distintivo di questa scrittura poetica.
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giovedì 21 maggio 2026
POESIA = ALESSIO BARETTINI
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"CERTEZZA UBRIACA"
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Se mai decidessi di spegnere la luce
impedisci al generatore di mostrare la penombra.
Per qualche motivo potresti scoprire
anche oltre la consueta dinamica
di liquami, di lanterne, di metri di giudizio
da mandare a mente o da dimenticare.
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Poi cercando per caso una vecchia foto
che mostrava un giorno eccezionale
brevemente
potresti pensare che tutto finisce al suo posto
per una volta soltanto.
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"BAFFI E FORBICI"
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Calmiere degli occhi
di atmosfera e cronosfera
conoscerà la risposta
articolando combinazioni
abituando duplicità necessarie.
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- Gli affari sono affari -
dirà il Rockerduck che non aspettavi
fingendo il disinteresse che dovrai fuggire
girandoti mille e mille volte sull'asse
che uniscono le tue spalle alla luna
prescelta per rappresentarti
e vedrai finalmente l'uscita
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"FORTUNE"
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La custodia del mio miglioramento
risiede nascosta e nessun numero può svelarlo.
Così il vedere si confina nell'altro
mentre
bisogni primordiali scalfiscono
il muro di gomma dei miei convincimenti
mentre
la giornata procede più lenta del passo
che incede mostrando
l'angolo della storia circondato
da vorticismi, bellicismi, tatticismi,
vini bianchi e mare
e seppie in umido
e attese.
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ALESSIO BARETTINI
SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO
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Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri" - Ed. La valle del tempo 2025 - pag. 60 - € 14,00
Una poesia quella di Antonio Spagnuolo che parte da una impostazione classica per giungere a una espressione poetica prettamente moderna. Lo è sia sul piano del significato che su quello del significante.
L’uomo è centrale, con la sua condizione esistenziale, che si alimenta ai ricordi del passato per intercettare l’inquieta drammaticità del presente.
Lo stesso titolo ci suggerisce questa interpretazione. Le dissolvenze sono di fatto le pieghe della memoria in cui si annidano i ricordi, le emozioni provate, le esperienze vissute, che emergono poeticamente come sussurri dell’anima. Già nella poesia incipitaria c’è il senso profondo del tempo che passa, che non distrugge ma lascia immagini soffuse, in cui la mente si rifugia, in cui la mano che accarezza il mistero dei colori già vecchi… in cui in ogni dissolvenza c’è la traccia di quella gioia che sorvola fantasie.
La realtà si interpreta e si plasma attraverso parole chiave presenti nei titoli delle liriche, che additano a categorie di varia natura, matematiche e fisiche come Triangoli, Spazi geometrici, Colori, Riflessi, o psicologiche e antropologiche, Vecchiaia, Materia, Memoria, Sonno, Malinconie, o letterarie con il riferimento ad Acheronte e Baudelaire. Riferimenti che sottolineano la continuità nel tempo dell’espressione poetica, la necessità di trovare nel passato chiavi di lettura della nostra attualità.
Nella poesia di Spagnuolo non è difficile riconoscere elementi comuni al grande Umberto Saba, nel concetto del tempo, visto non come un nemico, ma come uno specchio della vita e del suo fluire, di cui la memoria diviene salvezza attraverso il ricordo del passato per lenire l’angoscia del presente ed evocare il senso dell’eternità. Come nella lirica Memoria, i cui frammenti sono prigionieri dell’eterna sospensione, per ribadire l’eternità dei sentimenti, delle emozioni, degli attimi della nostra storia esistenziale, di cui la poesia è sublime foriera.
Infine nell’ultima lirica Chiusura, lo sguardo spazia all’ineffabile futuro, laddove approderà il drammatico presente, uno sguardo che va oltre la dimensione individuale per allargarsi a quella collettiva. Una previsione fosca, indubbiamente e giustamente pessimistica.
"Chi spunterà fuori dalle tenebre? / Ribattuto agli intrecci di una prece, / imbevuto di esilio nel grigio delle ingiurie, / cercando le memorie delle rime / che ho vissuto di pietra. / Un recensore per solitudini vissute / nel gelo crudele e rozzo dell’indifferenza."
Insomma una poesia di largo respiro che affronta la condizione esistenziale dell’uomo di oggi nella sua dimensione individuale e collettiva, attraverso un linguaggio espressivo, che anche in virtù della presenza dell’endecasillabo, è caratterizzato da una profonda e pregnante solennità.
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Franco Donatini
SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA TERESA COPPOLA
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Maria Teresa Coppola: “Rubato” Ed. G.C.L. – 2026 – pag. 92 - € 13,00
In quattro sezioni ben distinte, ma tenacemente legate dal filo che naviga nella lingua per trasformare l’imprevisto nella bonaccia del senso comune, la silloge cerca quella chiglia tagliente che rimescola le acque, eleva la lirica, suscita onde di musicalità.
Come incipit ci invita uno scritto: “La voce poetica prende forma nell’interrogazione del tempo e dell’identità. L’io non si definisce, ma accade: pensa mentre si muove, dubita mentre si espone. Il corpo diventa luogo di conoscenza, la musica modello di pensiero, il rubato misura interiore di un tempo non lineare. Il non-sapere non è mancanza, ma condizione originaria di apertura al divenire.”
E con il tempo emergono i primi versi, con una poesia che si muove entro una riflessione profondamente ontologica, dove l’essere coincide con il tempo e con il continuo accadere dell’esistenza. Il soggetto lirico rifiuta ogni definizione stabile dell’Io: “Io è soltanto accadere” diventa affermazione di precarietà ma anche di libertà, perché l’identità non è più forma chiusa, bensì fluire incessante. L’espressione “allusiva tras-corri” suggerisce proprio questo attraversamento mobile, mai definitivo, quasi un passaggio continuo tra stati e possibilità.
L’immagine dei “tratti di biro” che non servono a tracciare contorni indica l’impossibilità di delimitare l’essere entro categorie fisse. Figura e sostanza si dissolvono in elementi naturali e mobili: aria, vento, acqua, luce. Tutto ciò che definisce il soggetto appartiene al regno del mutamento. La poesia insiste infatti su verbi dinamici – “corre”, “scorre”, “diventa” – che sottraggono consistenza alla materia e affidano il senso al divenire. Molto significativa è la luce che “inventa colore”: non esiste una realtà assoluta e immobile, ma una continua creazione percettiva. Anche l’identità umana nasce come invenzione temporanea, fragile epifania che vive soltanto nell’istante. Gli “attimi senza estensione” evocano una dimensione quasi metafisica, in cui il tempo si contrae fino a diventare pura intuizione o progetto.
Dopo il fluire indistinto, l’essere può “fingersi” canto, racconto, alba o tramonto: vale a dire trasformarsi in narrazione e simbolo. È importante il verbo “fingere”, perché la poesia non pretende verità assolute ma crea forme provvisorie di senso. Così, dal “niente”, nasce la poesia: unico luogo in cui il divenire riesce a prendere voce senza irrigidirsi in definizione.
Maria Teresa si distingue per una scrittura essenziale e filosofica, capace di fondere riflessione esistenziale e leggerezza lirica. La frammentazione sintattica e il ritmo sospeso accompagnano coerentemente il tema del fluire, mentre le immagini naturali conferiscono musicalità e trasparenza al dettato poetico. Ne emerge una composizione di ascendenza novecentesca, vicina a certa linea ermetica e fenomenologica, ma espressa con limpidezza contemporanea.
Le emozioni hanno “un metronomo rubato”, i giorni “la favola della trasformazione”, l’ipotesi “facciamo che inizi da niente/ il niente che sei e forse è il tutto”, la bellezza “che fila silenzio di tenebra, che tesse terrifica trama di nulla”. Sussurra: “Non basta convocare nei versi/ gabbiani primavere tramonti./ La vita non fa sconti/ ha scordato dettato e promesse/ di mille patriarchi e profeti/ e una fila ti aspetta ogni giorno,/ calzini spaiati semafori rossi…”
Si assapora in tutta la raccolta l’agrodolce delle vibrazioni filosofiche che ci accompagnano spesso nel quotidiano, e ci sorprende la persistente cromatica tessitura dei versi, ben calibrati nelle sillabe e sapientemente ricamati nel respiro affannoso della contemporaneità, e che indica un tempo libero e flessibile, metafora di una poetica che invita a rallentare e a riappropriarsi del proprio istante.
In quest’opera si manifesta anche la vasta preparazione classica, ma soprattutto una passione innata, una voglia di guardarsi dentro, di confrontarsi con i grandi temi dell’esistenza e allo stesso tempo con i drammi dell’umanità, che caratterizzano il nostro inquieto e angoscioso presente.
Il linguaggio è una sorta di partitura tra musica e incisione, una sorta di orditura tra memoria e melodia.
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ANTONIO SPAGNUOLO
mercoledì 20 maggio 2026
SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA GRAZIA CABRAS
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Maria Grazia Cabras: “Oriolos” (poesie in due lingue) – Ed. Cofine – 2026 – pag. 56 - € 13,50
Aprendo spazi e risonanze la difficilissima lettura del dialetto, impegnato nella prima sezione del volume – “Rovelli” - con liriche in sardo-nuorese, viene immediatamente attenuata dalla presenza di ottime poesie in lingua italiana nelle altre due sezioni (“Agguati” e “Nostos”), nel delicato e preciso segno del verso, che attraversa l’immaginario e richiama con finezza il tocco mitteleuropeo di toni e di registri.
Una delle prime in dialetto suona in italiano:
“I morti sottoterra chiedono di uscire
dalle pietre dai nuraghi dalle Domus
chiedono di uscire con le ombre
in volo
sillabe-ossa cresceranno
in attesa di metamorfosi
bruchi e lombrichi nel fango
seguono destrieri
silenzi d’altri passi altre strade e confini.”
Costruisce un’immagine arcaica e visionaria della memoria, dove i morti non sono immobili nel silenzio ma forze sotterranee che reclamano voce e presenza. L’invocazione iniziale — “I morti sottoterra chiedono di uscire” — apre un movimento di riemersione che attraversa la materia della storia: le “pietre”, i “nuraghi”, le “Domus” diventano simboli di una civiltà sepolta ma ancora viva nella coscienza collettiva. Il testo suggerisce che il passato non muore davvero: resta nascosto nelle rovine, nelle ossa, nei segni della terra.br /> Si introduce una dimensione quasi sacrale, sospesa tra morte e trasformazione. Le “sillabe-ossa” sono una metafora intensa: il linguaggio stesso nasce dai resti, dalla memoria dei corpi e delle generazioni. La parola poetica appare così come un atto di resurrezione. Anche i “bruchi e lombrichi nel fango” partecipano a questo ciclo vitale, indicando una metamorfosi continua, dove decomposizione e rinascita coincidono.
E’ un viaggio verso territori ignoti, confini interiori e storici?
Tutta la scrittura di Maria Grazia colpisce per la densità simbolica e per la capacità di fondere archeologia, mito e visione esistenziale, fantasmi in cerca di respiro, fratture di roccia o gorghi di mare, rivelazioni notturne senza apocalisse, aurora e luna complici delle luci in versi sempre in armonia con la scansione delle sillabe. Il lessico essenziale e frammentato crea un ritmo oracolare, e si manifesta in tutta la sua potenzialità nella seconda parte del volume dove le composizioni abbandonano la metrica per dare spazio ad una struttura esclusivamente in prosa quasi colloquiale.
Particolarmente efficace è l’intreccio tra corporeità e parola poetica, mentre qualche passaggio volutamente ellittico accentua il carattere enigmatico dei componimenti senza impoverirne la forza evocativa.
Spesso la frase aleggia come una visione franta e tellurica, in cui la materia naturale diventa immediatamente metafora della condizione umana. La “frattura nella roccia” inaugura un paesaggio di discontinuità e di ferita originaria: la roccia, simbolo di compattezza e permanenza, si apre invece a un movimento oscuro, trascinato dal “gorgo mare”, forza primordiale che inghiotte e dissolve. Tutto appare sottoposto a un lento consumo del tempo, espresso da quell’“oscuramente / tutto trascorre” che assume il tono di una meditazione esistenziale. La parola poetica si trasforma allora in rito, in “litania”, quasi un rosario recitato tra macerie corporee e spirituali. Le “vertebre scomposte in briciole” evocano una corporeità disfatta, mentre i “trucioli d’ali” suggeriscono resti di un volo impossibile, frammenti di aspirazione e caduta insieme. La “frontiera” che “resiste ciecamente” sembra rappresentare il limite ultimo dell’essere, una soglia che permane pur nell’erosione universale. L’immagine dell’astore introduce una tensione verticale e predatoria: guardare il suo occhio significa confrontarsi con una verità estrema, con la necessità del precipitare. Un finale concentra il senso dell’intera composizione nel binomio “caduta” e “petalo nero”: delicatezza e morte coincidono in una figura di cupa eleganza.
Il poeta si distingue per forte densità simbolica e tensione visionaria. Il verso procede per accumulo di immagini ellittiche e frammentarie, senza concessioni narrative, creando un ritmo liturgico e inquieto. Notevole l’uso della materia concreta trasformata in segno metafisico. La qualità quasi oracolare, dove la rarefazione sintattica amplifica il senso di dissoluzione e di enigma, si manifesta ancora con musicalità controllata.
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ANTONIO SPAGNUOLO
martedì 19 maggio 2026
SEGNALAZIONE VOLUMI == FLAVIA COSMA
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Flavia Cosma: “Elegie e altre poesie” – Prefazione di Giuliano Ladolfi --- Giuliano Ladolfi editore – 2025 – pag. 148 - € 15,00
Per la traduzione in italiano (testo a fronte) di Giuliano Ladolfi una avvincente raccolta di poesie che invitano a tuffarsi nella tessitura dei legami dell’essere stato e dell’essere ora, intrecciata tra l’intimità delle passion i e il dubbio delle incertezze, tra i crepitii dell’amore e il silenzio della solitudine, tra l’incertezza del pensiero ricorrente e le illusioni colorate.
Da precisare che il volume è stato scritto orginariamente in inglese e tradotto in francese dalla stessa poetessa.
“La poesia di Flavia Cosma – si legge in uno degli interventi che arricchiscono le numerose postfazioni - è come una materia sottile che si allunga, vola, torna, permea l’aria, segue i tuoi movimenti, si attacca alla tua pelle. Elegie e altre poesie ha una dimensione gnomica che supera l’espressione pura dello stato di mente poetico come immanente e prende il sopravvento, indicando una sorta di stato trascendente come orizzonte. Non solo la poesia penetra ovunque, ma sembra anche uscire da tutto per trascinarci ancora più in alto nel campo dei misteri. Queste poesie vivono pienamente nel loro tempo, confortandoci nella fede nell’inevitabile ritorno della primavera.”
Il linguaggio è quello armonioso di chi compie un viaggio diafano, perché riflette il luccichio delle immagini attraverso le riflessioni dei sentimenti, amore e delicatezza, finezza e vertigini.
Gran parte di questa poesia costruisce una visione della realtà sospesa tra contemplazione e rinascita interiore. Come il gesto naturale della pioggia che viene trasformato: non “cade”, ma “danza”. Questo slittamento lessicale muta il significato dell’esperienza quotidiana, perché ciò che normalmente richiama malinconia diventa invece movimento armonico, quasi musicale. Tutta la lirica che scelgo è attraversata da questa leggerezza: gli uccelli “ondeggiano nel vento”, la canzone “risuona”, l’arcobaleno addolcisce il paesaggio. La natura non è semplice sfondo, ma partecipe di una sorta di rito liberatorio che coinvolge anche l’io poetico.
Il centro della poesia si trova nelle domande: “Come essere ancora tristi? / Cosa ci fa sempre male?”. Qui emerge una tensione esistenziale che però viene subito superata dalla forza della danza, simbolo di un’energia capace di vincere il tempo e la sofferenza. Il tempo, infatti, “sconfitto”, perde la sua corsa incessante e “scende umilmente nell’eternità”: un’immagine molto intensa che suggerisce una pacificazione profonda, quasi spirituale. Anche la morte sembra dissolversi in questo stato di sospensione serena: “Non c’è più fretta, / Non c’è più morte”. L’attesa finale non è più angoscia, ma apertura fiduciosa verso qualcosa di infinito, accompagnata dagli elementi naturali che diventano segni di consolazione.
La scrittura di Flavia convince per la sua limpidezza espressiva e per la coerenza simbolica delle immagini. Il linguaggio è semplice ma musicale, costruito su ripetizioni che molto spesso rafforzano il tono incantato del testo. Alcuni passaggi sfiorano una dimensione quasi mistica, senza però perdere immediatezza emotiva.
E ancora: “Nel negozio di fini porcellane e di cristalli,/ dove sto per svenire, / solo se decidessi / da che parte cadere,/ davanti, dietro o di lato, / prendendo a caso un calice, raffinato, / un uccello su un supporto, una farfalla, un fiore.” Una scena di apparente eleganza — il negozio di porcellane e cristalli — che in realtà custodisce una tensione estrema, quasi esistenziale. Lo svenimento imminente diventa metafora della fragilità umana: il soggetto non teme tanto la caduta, quanto le conseguenze che essa provocherà nel mondo circostante. La scelta “da che parte cadere” suggerisce l’illusione di poter governare almeno il modo del crollo, anche quando la rovina è inevitabile. Gli oggetti raffinati, i calici, gli uccelli e le farfalle evocano una bellezza delicata, destinata a frantumarsi al minimo urto. Il caos dei frammenti e delle grida rappresenta allora la dissoluzione improvvisa dell’ordine quotidiano. Ma compare un angelo, figura silenziosa e quasi misericordiosa, che introduce una dimensione spirituale inattesa. La sua ala bianca che “spazzerà il pavimento” trasforma la distruzione in gesto di pietà e di ricomposizione. Lo stile è limpido e narrativo, ma attraversato da un forte simbolismo che rende la poesia intensa e visionaria.
Molti ancora gli incipit della poetessa: visioni tra sonno e veglia, figure che si stemperano come fantasmi, la fine di una relazione, il martellare dei ricordi che tornano come macigni. Tutto fortunatamente espresso con la musicalità necessaria allo scandire delle sillabe nel verso.
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ANTONIO SPAGNUOLO
lunedì 18 maggio 2026
SEGNALAZIONE VOLUMI = CIAMMARUCONI & MAGNANTI
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Maria Teresa Ciammaruconi e Ugo Magnanti: “Cuoramore” – Ed Fusibilia Libri . 2026 – pag. 80 - € 16,00 –
Tiratura di cento copie numerate a mano in elegante veste tipografica, ecco “un’ora di acqua fitness pratica e teoria”, come suggerisce il sottotitolo di questa luminosa raccolta di poesie e di disegni, offerti per una lettura-visione che avvolge in un caleidoscopico rincorrersi di versi e di figure. Di Ugo Magnanti conosciamo già bene il tratto di penna che lo distingue, con ricami di sillabe che scandiscono sempre una musicalità preziosa per ogni composizione.
Di Maria Teresa Ciammaruconi apprezziamo il tratto impresso con genuina incisione, che la distingue per l’ariosa freschezza primaverile di tutte le sue proposte raccolte in questo volume.
Con originale sequenza tutte le poesie vengono abbinate, pagina dopo pagina, con l’indicazione “pratica” e “teoria”, quasi a voler suggerire l’andamento di un allenamento ginnico della mente.
Ad esempio della freschezza poetica la poesia a pagina 14:
“Lo smalto urge lo smalto per coprire il nero
o l’unghia
che con gli anni diventa gibbosa
s’incurva a s’incarna come a dire sono stufa
di continuare a crescere per poi essere tranciata,
lo smalto fa ridere i piedi
un ghigno un po' triste per quelli invecchiati un petalo
sull’alluce della ragazza dritta sulle punte
a prendersi l’acqua sulla faccia
dove il getto è più forte e le palpebre
si stringono di segreti racchiusi
segreti a lei stessa che non vuole vedere
la prima ruga lasciata dall’ultimo amore
proprio là dove la bocca si arrotonda a cuore.”
Costruisce una riflessione sul corpo che invecchia attraverso un’immagine quotidiana e apparentemente marginale: lo smalto sulle unghie dei piedi. Quel “coprire il nero” iniziale suggerisce subito il tentativo di mascherare non solo un difetto fisico, ma il segno oscuro del tempo, della stanchezza, forse anche di una sofferenza interiore. L’unghia “gibbosa” e incarnita diventa quasi un organismo autonomo, stanco di crescere “per poi essere tranciata”.
Lo smalto, però, introduce anche una dimensione ironica e fragile. “Fa ridere i piedi”, ma è “un ghigno un po’ triste”: la cura estetica non elimina la coscienza dell’età, tenta soltanto di addolcirla. La poesia allora si sposta verso la figura della ragazza “dritta sulle punte”, colta sotto il getto d’acqua più forte, quasi in un gesto di purificazione o di resistenza. In lei convivono giovinezza e inconsapevolezza: le palpebre “si stringono di segreti”, segreti che la ragazza stessa non vuole affrontare. Il testo suggerisce così il momento delicato in cui il corpo comincia a registrare le prime ferite del tempo e dell’amore.
L’ultimo verso concentra il senso della poesia: “la prima ruga lasciata dall’ultimo ammore” traccia concreta dell’esperienza sentimentale. La bocca “si arrotonda a cuore”, ma il cuore qui non è soltanto simbolo romantico: è il luogo dove eros, memoria e perdita si incidono sul volto.
La lingua alterna crudezza e delicatezza, con immagini che ricordano certa poesia contemporanea attenta alla fisicità e al deterioramento del corpo. Molto efficace è il contrasto tra l’estetica dello smalto e la verità organica dell’invecchiamento: da questo attrito nasce una poesia intensa, malinconica e profondamente umana.
Tutti i disegni hanno il tocco della sobrietà, della semplicità, della vivacità, della gioia, per il tratto sicuro del segno e la scelta accorta dei colori.
ANTONIO SPAGNUOLO
domenica 17 maggio 2026
SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO MORASCHINI SCHITO
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Matteo Moraschini Schito: “Circolazioni” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 112 - € 16,00
* Ricca silloge presentata con cura per l’eleganza delle edizioni Fallone, nella quale il giovane poeta (ricercatore e saggista) propone la sua opera di esordio, un poemetto antimoderno e contemporaneamente immerso nella sperimentazione, che affronta temi filosofici, teologici e relazionali attraverso una rigorosa fenomenologia dell'Io.
I brani, nel ritmo delle sillabe ben scandite, si susseguono in sei sezioni “Giri del sangue”, “Direzione senza”, “Forzare allegri”, “Ciclo dei padri”, “Amore in forma di fiammifero”, “Finale”, con un intreccio sempre regolato dalla ricerca della parola.
“Non è che un uomo che muore/ bruciato dai proiettili, / quando nel mondo del fato scappano/ fuori dai bordi del dagherrotipo/ senza dire/ rotta vera/ di destino.”
Ecco che la poesia si costruisce intorno ad un’immagine di morte improvvisa e violenta, ma ciò che interessa davvero il testo non è soltanto l’evento tragico: è il modo in cui esso viene fissato nella memoria e nell’immagine. L’uomo “bruciato dai proiettili” diventa quasi una figura sospesa tra realtà e rappresentazione, tra il fatto accaduto e la sua trasformazione in traccia visiva. Il riferimento al “dagherrotipo” introduce subito una dimensione antica e simbolica della fotografia: non semplice documento, ma impronta del destino, fermo immagine di ciò che precipita fuori dal controllo umano. La fuga “fuori dai bordi del dagherrotipo” suggerisce infatti che la vita eccede sempre la cornice che tenta di contenerla, mentre la “rotta vera / di destino” rimane indicibile, spezzata, impossibile da afferrare pienamente.
Il testo possiede una forte tensione visionaria e un linguaggio densamente metaforico, in cui termini tecnici (“dagherrotipo”, “pellicola”, “cellulosa”) assumono una funzione poetica e filosofica. La sintassi frammentata contribuisce a creare un andamento convulso e intermittente, coerente con il tema del lampo fotografico e della morte improvvisa. In alcuni punti l’oscurità semantica è volutamente estrema, ma proprio questa rarefazione rende la poesia intensa e aperta a più livelli interpretativi. L’autore costruisce così una lirica carica di energia simbolica, dove le metafore diventano l’eco della condizione umana: fragile, violenta, destinata a sopravvivere soltanto come traccia impressa nel tempo.
Più avanti ancora ci soffermiamo dei versi: “ La medetomidina delle undici e venti/ gli occhi i denti a favore del diagramma/ nelle vene sottili dell’ora ormai giunta./ Questo è un ballo di gruppo paradossale,/ esclude il suono, chetamina, ma ancora/increspa l’aria nell’orecchio della veterinaria/ (Curaro) nasconditi e stringi-vene!/ Undici e quaranta, sentenza e domanda/ -“Non c’è più?”- ma mi immergo./ -“Forse per la coda l’acchiappo!”-/ Si ferma a galla la bocca, si ferma/ l’orologio a muro frattanto./ E mentre sparisci nell’ultimo nervo,/ crepa di casa, me salvato, per un pelo,/ confine di credere fino alla fine.”
In scena un’esperienza estrema di confine tra vita e morte attraverso un linguaggio tecnico, quasi clinico, che però viene continuamente deformato dall’emozione. La “medetomidina”, la “chetamina”, il “Curaro” non sono semplici termini medici: diventano simboli di un rito di passaggio, di una sospensione del reale. L’ambiente veterinario suggerisce probabilmente l’agonia o l’eutanasia di un animale amato, ma il testo evita ogni esplicitazione sentimentale diretta; preferisce invece affidarsi a frammenti percettivi, a orari precisi (“undici e venti”, “undici e quaranta”), a dettagli corporei e sonori che registrano il trauma nell’istante stesso in cui avviene.
Matteo riesce a creare un’atmosfera sospesa, dove la precisione tecnica convive con una disperazione trattenuta. Qualche passaggio volutamente ellittico rende il testo arduo e quasi criptico, ma è proprio questa opacità a restituire l’esperienza del dolore come frattura del linguaggio e della logica ordinaria.
Giocare con la sperimentazione nel nostro tempo è quasi un azzardo a causa delle varie progettazioni offerte dai giovani poeti, ondeggiando tra frattura totale del verso e periodi di prosa colloquiale, tra vertiginose figurazioni e ritmi fuori dalle sillabe scandite.
Matteo Moraschini Schito, alternando con abilità il verso classico, riesce a mantenere un equilibrio policromatico che rende la sua poesia un ventaglio di magmatica biografia.
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ANTONIO SPAGNUOLO
SEGNALAZIONE VOLUMI = ANGELO CICCULLO
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Angelo Ciccullo: "In contra di re" - Ed.Passione scrittore- 2025 - pag. 56 -€ 11,00
* "In con tra di re" è il titolo del nuovo libro di poesie di Angelo Ciccullo, il quale continua ad investigare la possibilità della parola di superare la sfera solitaria dell'essere umano. La ricerca della parola in Ciccullo però non è ricerca banale, è indagine sul segreto dell'uomo, investigazione su come potere esprimere il suo mistero, e come esprimere la complessità. La parola in Ciccullo si mostra soprattutto curativa, mira a lenire i mali dell'uomo, che il poeta elenca nei titoli di alcune poesie, come la distanza, l'assenza. I suoi versi indagano il mistero, il gran segreto dell'esistenza, quell'enigma per il quale le parole non bastano mai.
La ricerca della parola mancante, questo è l'obiettivo del libro. Del resto la distanza e l'assenza sono due temi fondamentali nella raccolta, non solo perché danno il titolo a due delle poesie, ma soprattutto perché l'intero corpo delle liriche cerca di evidenziare la solitudine affollata in cui si trovano a vivere le persone nella contemporaneità. Esistono in effetti liriche maggiormente legate a idee edificanti, connesse con sogni e illusioni, ma con le paure recondite dell’essere umano. In effetti anche la poesia dedicata ad Icaro in realtà nasconde dietro di sé la paura per le conseguenze negative che la presunzione dell'uomo riguardo alla sua posizione nell'universo sta generando.
In alcuni momenti il poeta prospetta scenari interiori sconosciuti o che abbiamo dimenticato, e in ogni caso si avverte continuamente l'anelito a qualche luogo nascosto, a qualcos'altro, un regno umano migliore, una vita più vita. Ma soprattutto i versi reclamano il contatto umano, la relazione, il tocco dei corpi, dei sorrisi. Una voglia di umanità che traspare da ogni angolo del libro, un bisogno di esternazione, di congiunzione, di relazione che appare essere il vero significato dell'opera.
Poesie dunque d'apertura, piene di una ricerca di vitalità, di socialità e comunità. Ma si avverte nei versi anche il senso della consunzione, del vivere per la morte, del tempo che si consuma e ci consuma, e non per niente l'ultima sezione è dedicata proprio al tempo. Fare i conti con il tempo per il poeta vuol dire trovare l'adesione giusta ad esso, affinché possa dirsi e farsi eterno. E ciò spiega anche la bellissima poesia finale "Fa niente", in cui si spiega il compito del poeta e forse dell'uomo: essere testimone degno, per un po', di questo viaggio incredibile che chiamiamo vita.
MARCO TABELLIONE
sabato 16 maggio 2026
POESIA = VANNA D'AMATO
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"L’invincibile malinconia"
Alle spalle c’è il vento del nord,
una nave che lascia ogni sponda,
una croce sul Carso
e la fame,
poca brace per passare
l’inverno.
Si mangiavano i passeri,
caduti,
di grandine stecchiti,
qualcuno poteva veramente credere all’amore?
Mia madre dormì su una panca,
tre stagioni
vegliando la sua.
Alla sua mancò il tempo
per farlo
e anche un corpo .
Di schianto era sorta la lupa,
inghiottì ogni sorriso
per quanto timido fosse,
quanto piccolo,
innocuo.
Ogni tanto una nave partiva
quasi mai qualcuno tornava.
Poi
si parlava di morte
in quella casa,
con gusto, con fame, con malizia:
come di un latte acido
e benefico,
come di un pasto necessario.
Il giorno danzava con la morte,
la notte ascoltava i suoi latrati.
Poi
ci furono colori,
spari, canti
e fuochi d’artificio.
Grida, risate e lacrime
ruppero gli argini.
Poi
sul greto asciutto,
tra cemento e foglie,
l’invincibile malinconia.
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VANNA D'AMATO
venerdì 15 maggio 2026
SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO
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NOTA DI LETTURA DI GENTILINO CIPRIANO
=
Antonio Spagnuolo: "Dissolvenze e sussurri", la Valle del Tempo, Napoli 2025-
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Ho letto con attenzione e piacere la sua raccolta Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), e mi permetto di condividere alcune riflessioni, nella speranza che possano essere un modesto contributo al dialogo intorno a un'opera che mi ha coinvolto nella sua doppia tensione visiva e sonora, pittorica e sussurrata fin dal titolo. Il titolo è già una poetica. “Dissolvenza” è termine cinematografico e pittorico insieme: indica il passaggio tra due immagini in cui l’una non scompare prima che l’altra insorga, ma le due coesistono per un momento sospeso, si sovrappongono, si contaminano. In questo libro ci sono almeno due grandi dissolvenze strutturali. La prima è tra la tradizione e il contemporaneo: lei convoca Baudelaire, Caronte, Acheronte, Leda, figure di un immaginario mitico-simbolico stratificato, e le fa coesistere con il mouse che “tallona ogni linea / incisa nella memoria”, con il linguaggio digitale di Bluesky/word, con la realtà divenuta artificiale. Non si tratta di straniamento ironico, ma di vera osmosi: il cobalto e l’indaco del primo testo abitano lo stesso spazio cromatico del monitor e della tela. La seconda dissolvenza è tra corpo e parola: il soma e la psiche si confondono continuamente, e in questo lei rimane fedele a una tradizione napolitana e italiana che sa che la poesia nasce sempre da un corpo prima che da un’idea. La presenza della pittura attraversa l’intera raccolta in modo organico, non ornamentale. Poesie come Pennelli, Colori, Astratto, Triangoli, i testi esplicitamente dedicati a mostre come Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni di estate, non sono poesie “su” la pittura, nel senso di una scrittura che descrive dall’esterno un oggetto visivo. Sono piuttosto tentativi di praticare nella lingua ciò che la spatola o il pennello praticano sulla tela: stratificazione, sovrapposizione di toni, gestualità. Il lessico cromatico ( il cobalto, l’indaco, il pervinca, l’oltremare, l’acquamarina, il purpureo ) non è decorativo ma strutturale: i colori nominati sono anche stati emotivi, zone dell’inconscio. In questo lei riprende, a suo modo, quella tradizione del Gesamtkunstwerk ( dell’opera d’arte totale che non conosce confini tra i linguaggi ) che attraversa la modernità da Baudelaire a Kandinskij. Il filo erotico-memoriale che percorre la raccolta merita una riflessione a parte, perché ritengo sia il nucleo piú autentico del libro. In testi come Sogno, Erosioni, Ricerche, Pulviscolo, Memoria, il desiderio non è mai sublimato né estetizzato: rimane carnale, urgente, fisico, anche quando è piú vicino al ricordo che alla presenza. La figura femminile assente-presente funziona come l’orizzonte di una perdita che la poesia non elabora per superarla, ma per tenerla viva. C’è in questo una scelta precisa, quasi controcorrente rispetto a certa lirica contemporanea che tende all’astrazione del dolore: lei non vuole astrarsi, vuole restare nel corpo, nella carne, nel “battere le tracce e l’erosione”. Vecchiaia è in questo senso una delle poesie piú riuscite della raccolta: non c’è rassegnazione, ma una sorta di conversione dello sguardo ( “non piú l’urgenza della passione ardita / ma dolce come nettare”)in cui la sensibilità non si spegne ma si trasforma, diventando piú attenta alle “semplici carezze”, al “fondo di bosco”. La raccolta ha anche una tensione civile e storica che non vuole lasciarsi assorbire dal lirismo personale. Gerusalemme e Egli tace portano il peso delle guerre contemporanee e del silenzio di Dio ( o del suo sostituto, il potere ) di fronte alla distruzione. Quattordici anni è una poesia dolorosa e necessaria, che affronta con sobrietà la struttura psicologica della violenza estrema ( “distorsione degli oscuri impulsi”, “l’atto necessario, / inevitabile, dettato dall’onnipotenza” ) senza cedere né all’enfasi retorica né alla cronaca. La doppia presenza di Libertà e tragedia è una scelta strutturale che interroga il lettore: non si tratta di una ripetizione per dimenticanza, ma di due sguardi sulla stessa materia incandescente. La prima versione è piú aforismatica, la seconda si apre alla testimonianza storica collettiva, con quelle “donne che sussurravano canzoni / mentre cucivano stracci in galera” che rimandano a una memoria resistenziale precisa. Le due versioni si tengono, si illuminano a vicenda. Il testo Baudelaire non è un omaggio distante: è un riconoscimento di parentela poetica. I “vapori d’assenzio”, le “ombre di velluto”, la “musica nera” che “sale le scale”, lei sa che sta evocando il padre maledetto della modernità lirica, colui che ha trasformato il spleen in forma, l’eros e la morte in corrispondenze. Ma la sua poesia non è baudelairiana nell’imitazione: lo è nella radice antropologica, in quel convincimento che la bellezza nasca sempre da qualcosa di ferito, che “ogni rima è una ferita che dissolve”. Il Di Lieto citato in apertura, con la sua analisi de “la bella afasia”, centra un punto essenziale: la sua è una poesia che sa della propria incompletezza strutturale, che non vuole colmare il vuoto tra la cosa e la parola, ma lavorarci dentro.Se mi è consentita una considerazione di carattere critico, che intendo in spirito di dialogo piuttosto che di giudizio: in alcuni testi della prima sezione ( penso a Ventagli o ua Spazi geometrici ) la densità del lessico tecnico-visivo produce per tratti un effetto di saturazione, come se la tela fosse troppo carica di colore e l’immagine perdesse la sua nitidezza. È un rischio connaturato alla sua poetica dell’accumulo e dell’associazione libera un rischio peraltro che lei conosce bene, e che in altri testi governa con grande maestria. Ma è precisamente in quei momenti in cui il verso si alleggerisce ( come nel breve, straordinario Tremore del suono ) che la sua voce raggiunge quella soglia in cui la parola diventa davvero sussurro, e il lettore trattiene il respiro. In definitiva, Dissolvenze e sussurri è un libro che porta il segno di una lunga vita dentro la poesia, non nel senso di una scrittura “saggia” o “tranquilla”, ma nel senso di una voce che ha imparato a non avere paura né del corpo né della morte né del silenzio, e che continua a cercarsi nel colore, nell’immagine, nell’eros e nella storia. La raccolta si chiude con Chiusura, e il titolo ha un suono definitivo, ma la parola finale è “alfabeto calcolato”, che è invece apertura, attesa di un calcolo ancora da fare. Il libro finisce, la voce no!
*°
Cipriano Gentilino
giovedì 14 maggio 2026
POESIA = PAOLA MARA DE MAESTRI
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"Cerco la madre"
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Cerco la madre negli occhi ormai assenti
nella mano fredda che stringo forte al cuore.
Le parole non trovano strada
si perdono in un groviglio
che spezza pensieri e voce.
Ritorno alla dolce infanzia
e cerco la madre che accompagnava
i miei primi passi verso il domani.
Stringo ricordi di un tempo felice.
Ora ritrovo una bambina che non sono io.
Nel bianco della sera respiro la lontananza,
il peso di un silenzio che svuota l'anima.
Le mie radici sento vacillare.
Cerco la madre nella parte di me
che ancora pulsa e ritrovo il tuo sorriso
in ogni fiore che tanto amavi.
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"L’eco delle radici"
Sull’onda cammina la sera.
Nel mio cerchio abito pensieri.
S’accende nell’eco di un silenzio
l’ombra del tuo sorriso:
vesto il sereno, accarezzo ricordi
e stringo radici.
Richiamo il dolce dell’infanzia,
i giorni di luce piena
tra le mani l’aquilone del domani.
Negli occhi il viola dei filari
e il rubino delle rose.
Voci, volti, passi, corse
tra le vie del paese,
il palazzo, la chiesa
…soffioni al vento.
La leggerezza di quei momenti
argina lo sconquasso del fiume.
Raccolgo il fiore della poesia
ponte tra il finito e l’eterno
e nel mio cielo scivola il pensiero
e riposa il cuore.
*****
"Nel mistero"
-
Un soffio
e la vita s’accende.
Un battito
e il mondo ti sorprende.
Un fremito
ed è già silenzio.
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Nel mistero
un’altra stella
ha chiuso il suo disegno.
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"Donne"
Donne
dagli sguardi acerbi,
nel sole fanno volare
superbi aquiloni di primavera.
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Donne
dai lunghi passi,
perse nel fulgido sorriso
di uomini soli,
in angoli sparuti
rinvengono
infrante.
-
Donne
dalle anime al vento,
ricamano bandiere
per le afone schiere
spoglie di arcobaleni.
-
Donne petali,
donne livree
che danzano
in grandi occhi amaranto.
*****
"L’amore è senza tempo"
-
Vorrei incontrarti
in un giorno senza tempo
e ritrovare il tuo viso intatto
che mi sorride, ancora.
Vorrei sentire la voce dei tuoi passi
avvicinarsi di nuovo ai miei
e la tua mano come una carezza nel cuore
riempire il mio sguardo di luce.
Sfumano i contorni del finito
tra l’agglomerato smarrisco l’orizzonte.
E sull’altalena pensieri
che rasentano il cielo e rovinano a terra
come stelle a fine disegno.
In un gomitolo s’annidano
nodi e corde spezzate.
Eppure nella notte un raggio
mi trapassa e il ritorno è alla vita.
Accolgo il vibrato dell’universo
e ti riconosco.
Nel respiro di un silenzio
non può tacere l’immenso.
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PAOLA MARA DE MAESTRI
SEGNALAZIONE VOLUMI = GIACOMO LERONNI
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Giacomo Leronni: “Regesto delle forme” -Ed. puntoacapo – 2026 – pag. 230 - € 20,00
Dunque “regesto”, sunto o riassunto strutturato di un documento storico, e per l’autore mirato alle “forme”, quelle forme della scrittura che condensano i significati ed i significanti nello scorrere fluido del verso, per comunicare con il linguaggio che sia capace di avvolgere e rinverdire il pensiero.
“Qui la parola stordisce, annienta //nella sua gioia radiosa/ non c’è alcuna pietà.” – “La pagina si dilata/ la forma declina in altra forma.” - “La verità si svincola/ proietta altrove il suo spazio.” – “La vita subbuglio/ che nessuna parola abbranca// verità sconsacrata/ triturata nell’ombra.” – “Le parole frugano nei corpi/ fino alla grazia: // l’inciampo il nome da osannare.”
Un ininterrotto scorrere di mottetti che avviluppano il nostro sub conscio per indagare sulle possibili varianti che alimentano l’intelletto, la creatività, il focolare dei sentimenti sopiti, il bagaglio culturale.
E Giacomo Leronni mostra a pieno la sostanziosa riserva del suo “sacco”. L’impegno dimostra una preparazione sostanziosa, una esperienza del vissuto che affascina e diviene di notevolmente intrigante scandagliare su alcune composizioni.
“Lebbra, grondare festoso nel buio.
Quando saremo finiti
nell’inizio perpetuo
nella disgregazione di Dio
suoi respiri
sentinelle della sua mente
la febbre frugherà
come un ladro in casa
il nodo condurrà ad altri nodi
laveremo il sangue col fuoco
mai saremo domi, sazi
la luce non ha cuciture
né fame, riposo
la luce non ci deve nulla.”
*
Si muove dentro una dimensione visionaria e apocalittica, dove il linguaggio assume il peso di una rivelazione oscura. Fin dal primo verso – “Lebbra, grondare festoso nel buio” – il testo accosta due realtà inconciliabili: la malattia e la festa, la corruzione e un’energia quasi vitale. La “lebbra” non è soltanto il segno fisico della dissoluzione, ma diventa metafora dell’esistenza stessa, della fragilità dell’uomo e della sua esposizione continua al decadimento. Quel “grondare festoso” suggerisce che la distruzione non avviene nel silenzio, ma possiede una propria ebbrezza tragica, una vitalità paradossale che attraversa il buio del mondo.
L’incipit apre subito una prospettiva metafisica: “Quando saremo finiti / nell’inizio perpetuo”. Qui la fine coincide con l’origine, come se morte e nascita fossero aspetti dello stesso ciclo eterno. Il poeta sembra evocare una concezione cosmica dell’esistenza, nella quale il dissolvimento individuale non rappresenta un termine definitivo, ma una ricaduta dentro un movimento incessante dell’essere. L’espressione “disgregazione di Dio” è forse il punto più potente del testo: Dio non appare come principio ordinatore, ma come entità che si frantuma insieme al creato. È una visione radicale, quasi gnostica o nichilistica, dove il divino perde la propria compattezza e si disperde nei frammenti della materia e della coscienza. I “respiri” che diventano “sentinelle della sua mente” trasformano il corpo in luogo di vigilanza e tormento. La febbre, personificata, “frugherà / come un ladro in casa”: immagine quotidiana e terribile insieme, perché suggerisce che il male non arriva dall’esterno, ma abita già dentro di noi. La malattia, il dolore, il disordine scavano nell’intimità dell’essere umano come una presenza clandestina e inevitabile.
Il verso “il nodo condurrà ad altri nodi” introduce una struttura di concatenazione infinita: ogni problema genera un altro problema, ogni enigma apre nuovi enigmi. Non esiste scioglimento definitivo. È una concezione della vita come intreccio irrisolto, come catena di ferite e interrogativi. Anche l’immagine del sangue lavato col fuoco possiede un valore fortemente simbolico: il fuoco non purifica veramente, ma consuma. La redenzione sembra impossibile, o comunque ottenibile solo attraverso una distruzione ulteriore.
Nel finale la poesia raggiunge una dimensione quasi assoluta. “Mai saremo domi, sazi”: l’uomo è condannato all’inquietudine, a una fame spirituale che non trova compimento. La luce stessa, tradizionalmente simbolo di salvezza e verità, viene privata di ogni consolazione: “la luce non ha cuciture / né fame, riposo”. Essa è indifferente all’umano, non partecipa al dolore né offre conforto. L’ultimo verso – “la luce non ci deve nulla” – chiude il testo con una verità severa e spoglia: l’universo non ha obblighi verso l’uomo, non garantisce senso, giustizia o misericordia.
Il poeta adotta un linguaggio essenziale ma altamente evocativo, costruito per immagini improvvise e accensioni simboliche. I versi brevi, privi di punteggiatura forte, creano un flusso continuo e incalzante, quasi un dettato profetico. L’assenza di coordinate narrative precise rende il testo sospeso in uno spazio astratto e universale, dove il corpo, Dio, il sangue e la luce diventano archetipi di una meditazione estrema sulla condizione umana. La forza della poesia risiede proprio in questa tensione tra corporeità e metafisica, tra visione cosmica e ferita concreta, capace di trasformare il dolore in linguaggio assoluto.
Scrittura questa del Leronni fluida e accattivante, impegnata verso dopo verso, e capace di avvolgere il lettore in un fluido continuo entro il quale riusciamo a navigare tra metafore e incisioni, tra filosofia e allettamenti, tra tormenti palpabili e fulminee illuminazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO
mercoledì 13 maggio 2026
SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA
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Sulla mia scrivania fanno bella mostra ben tre volumi della prolifica poetessa: “Ribelle” – Edito Ginevra Bentivoglio – 2025 (Racconto con numerose illustrazioni) – “D’azzurro e piombo” Edizioni Progetto cultura – 2025 – e “Nelle ondose stanze” – Genesi editrice 2026.
Un succoso bagaglio di poesia e di scrittura, che si distingue per l’accortezza delle scelte e per lo scorrevole dettato dei pensieri.
La poetessa ha il dono della fluidità ed i versi, alcuni brevi alcuni senza metrica, si offrono sempre con il ritmo necessario affinché le sillabe scandite diventino incisi musicali.
Poesia che si muove entro un territorio esistenziale dominato dalla frattura tra realtà e coscienza, tra ciò che accade e ciò che viene percepito come vero. Sviluppa, in un componimento, una meditazione notturna e visionaria, nella quale il sonno diventa condizione di estraneità da sé: chi dorme “non ci pensa”, si sottrae alla consapevolezza e si rifugia nell’invenzione dei sogni, “viaggi effimeri” verso paesaggi interiori sospesi tra fascino e inquietudine. L’atmosfera è scandita da immagini sonore e luminose – la campana, il rullio lontano, il lampo improvviso – che costruiscono una scena quasi metafisica, dove il tempo sembra fermarsi nell’“ora dell’oblio”. La campagna solitaria dell’“ultimo respiro” introduce un senso di precarietà e di resa inevitabile, ma il testo evita ogni compiacimento tragico grazie a un’ironia sottile che emerge soprattutto nei versi finali: il selciato “felice” crede che la pioggia cada soltanto per servirlo.
Qui la poesia tocca uno dei suoi nuclei più intensi: l’illusione antropocentrica dell’uomo, convinto di essere il centro degli eventi mentre resta immerso in un universo indifferente.
Prosegue e approfondisce questo interrogarsi sul vero, trasformandolo in domanda filosofica ed emotiva, introducendo un dubbio radicale sulla natura della realtà e sulla fragilità delle convinzioni umane. L’io poetico osserva una condizione di smarrimento collettivo: non esistono più ricorrenze o simboli capaci di commuovere, e perfino il passaggio del tempo – “l’ultimo dell’anno né tanto meno il primo” – appare svuotato di senso. La poesia assume allora il tono di una diagnosi spirituale: il distacco e l’assenza diventano malattie dell’anima contemporanea. Colpisce la concretezza delle immagini, dove l’esistenza è rappresentata attraverso piccoli gesti quotidiani: “rimettere al suo posto / sul solito ripiano il bicchiere sbrecciato”. Quel bicchiere incrinato diventa simbolo di una vita ferita ma ancora ostinatamente trattenuta dentro l’ordine delle abitudini.
Edith mostra una scrittura libera e discorsiva, capace di alternare tensione lirica e colloquialità riflessiva. Il verso procede per accumulo di immagini e interrogativi, senza cercare soluzioni definitive, ma lasciando emergere il senso di un’inquietudine moderna profonda. Ne deriva una poesia della coscienza e dell’incertezza, dove il quotidiano si apre continuamente a interrogazioni metafisiche e dove la fragilità dell’uomo viene osservata con lucidità, amarezza e, talvolta, con una sottile ironia disincantata.
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ANTONIO SPAGNUOLO
POESIA = ROSANNA LEMMA
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"Napoli"
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Alba splendente
d'oro si tinge
ti guardo innamorata
come fossi Dea
sale lo splendore
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Megaride incanta l'anima
respiro beata
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"Vita di giada"
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Resta sospesa la mia sorte
raro il momento
non ricordo dove sono
trasgressiva mi faccio ostile
la mia è una vita solitaria
guardo il mondo sottosopra
nessuno conosce il mio valore
mi vesto di colori presuntuosi
in fondo sono felice.
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Non amo che la parola amore.
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ROSANNA LEMMA
SEGNALAZIONE VOLUMI = ANDREA ROMPIANESI
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Andrea Rompianesi: “Arcaismo a fronte” – Ed. Transeuropa/nuova poetica- 2026 – pag. 52- € 15,00
XXI composizioni, quasi tutte “quartine”, si rincorrono in queste variopinte poesie di Rompianesi, chiaramente impregnate ed impegnate da uno sperimentalismo del tutto personale e per tal ragione efficacemente singolare.
Egli oso dire “gioca” con le parole, gioca rincorrendo gioiosamente i vocaboli e ricercando la sopita potenzialità dei lemmi arcaici per riproporli accanto in versi contemporanei.
Immagino che la sua ricerca sia stata ed è impegnativa, forse anche faticosa, immersa com’è in un ricamo di centinaia di termini, che donano ancora oggi un ritmo ed una esplosione singolare, e volgerli in una versione contemporanea .
Per comprendere a pieno questa operazione di scrittura mi limito ed esaminare una poesia, scelta a caso:
“VIII”
Rarificativa scherna frontale
impedica allotta invenia
sonevole e allenia cumpater
rusponi elucidati vadati
lenendo esterminevole costinci
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Divenuto rado l’inganno d’origine
distoglie allora il perdono
risonante e lenisce complice
ricchezze dichiarate passate
placando da luogo distruggitore
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La poesia si sviluppa in due movimenti distinti ma complementari. La prima sezione appare come una sorta di lingua deformata, quasi pre-verbale, in cui le parole sembrano spezzarsi e ricomporsi in un magma sonoro: “Rarificativa scherna frontale / impedica allotta invenia…”. Qui il significato non è immediatamente logico, ma fonico e intuitivo. Il lettore entra in uno spazio di sperimentazione dove il linguaggio perde la sua funzione comunicativa tradizionale e diventa materia viva, pulsazione, tentativo di dire l’indicibile. È come se il poeta volesse mostrare la nascita stessa della parola, ancora incerta, incompleta, ma carica di tensione emotiva. Nella proposta a fronte, invece, il discorso si chiarisce e si apre a una dimensione riflessiva: “Divenuto rado l’inganno d’origine / distoglie allora il perdono…”. Qui emerge chiaramente il tema dell’inganno primario, forse legato alla memoria, all’identità o alla condizione umana. Quando questo inganno si rarefà, il soggetto poetico sembra attraversare una fase di consapevolezza dolorosa ma necessaria. Il perdono, che potrebbe salvare o riconciliare, viene “distolto”, quasi rifiutato, mentre il linguaggio si fa più meditativo e insieme apocalittico. L’ultima immagine, “placando da luogo distruggitore”, lascia intuire una possibilità di quiete nata proprio dalla distruzione, come se il dolore potesse trasformarsi in purificazione.
Il poeta mostra una forte impronta sperimentale, vicina alle esperienze della neoavanguardia e alla poesia fonetica. Utilizza la frantumazione lessicale non come puro esercizio stilistico, ma come ricerca di un livello più profondo della parola poetica. Il contrasto tra il caos linguistico iniziale e la maggiore chiarezza della seconda parte crea un percorso di emersione del senso, dove il lettore passa dall’oscurità sonora a una rivelazione solo parziale e inquieta. Ne deriva una poesia intensa, che privilegia la suggestione e il valore evocativo del linguaggio rispetto alla narrazione lineare.
Nella nota in appendice Giorgio Bonacini scrive: “E dove c’è stupore c’è un continuo riavvolgimento di sensi che provano a districarsi, ma di nuovo si riagganciano, anche in operazioni apparentemente tecniche che diventano, invece, tentativi di avvicinare le energie di un pensiero con le innumerevoli sfaccettature della poesia.”
Ecco un bagaglio culturale da centellinare e possibilmente ponderare, rincorrendo le onde magnetiche dell’incessante ritmo delle sillabe.
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ANTONIO SPAGNUOLO
POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO
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"PAROLA E PENSIERO"
Gioco incastrando sillabe ed inseguendo
le onde variegate delle idee.
Ed è possibile, con l’argento chiuso nel simbolo,
azzardare stilemi. Mentre nessuno può fingere non sapere
che la felicità sia un cardine intorno cui ruota l’esistenza,
una corrente che non ristagna sull’orlo delle notti.
La parola ha più ali invisibili,
sulle labbra vibra, falciando l’aria,
poi senza catene cerca i confini segreti di un brusio.
Invisibili e ostinate, attraversano silenzi,
si insinuano tra pieghe di emozioni
che sanno sciogliere il tempo fragrante di impasti.
Il pensiero la chiama nel buio, per ogni sillaba,
la cerca tra echi e strane possibilità,
la afferra con mani d’ombra
e le dà forma, ritmo e respiro.
Un vincolo che aggancia arcobaleni,
crea figure e simboli, in una danza antica
che abbraccia i tremori della mente.
Ponte che dall’inconscio insiste a gocce residue
e incrocia le alternanze di catene.
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ANTONIO SPAGNUOLO
lunedì 11 maggio 2026
POESIA = GIULIANO MAROCCINI
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I
Il silenzio è d’oro
la parola è di neve
il corpo di farina
l’anima è zucchero a velo
e il pensiero?
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II
Il giorno in cui te ne andrai
sarà come quando partono le rondini
dalle grondaie
seguirai geometrie dell’aria
le linee delle tue mani
i solchi tracciati intorno ai formicai
disegnerò col dito una casetta di calce
sulle terre riarse
e lì dentro
mi mancherai
e se soffierò via le pareti per venirti a cercare
tu accoglimi
ma non mi aspettare
come quando si partiva per mare:
chissà se è questo il mio modo d’amare
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III
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La pazienza ammazza
una tazza di tisana
una dieta poco sana
la malsana abitudine
di non soffrire di solitudine
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IV
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Portandomi la malinconia come colpa
mangiai le ossa
e non la polpa
Io che addentavo caramelle
non sapevo che a succhiarle
fossero molto più belle
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GIULIANO MAROCCINI
POESIA = ILARIA CESARINI
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Acqua potabile -
È il verso dell’albero
la luce contraria che risponde e che
sta alle radici come l’acqua inversa
dopo la pioggia di poco fa.
-
Prova a chiederglielo se hanno preparato la casa, il fumo della brace che brucia l’oro della stella;
l’ultima, quella che neanche un cielo possiede
e che sradico ogni notte, sulla corteccia che era
lacrima dura sul mio dito.
Ma non confonderti
se i discorsi si fossero placati
non sarebbe
-
stato possibile arrivare fino a qua
tu con l’aquilone spento io con le iniziali sulla
schiena, alle prese con natali e castagne,
un ossario di propositi.
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Restare -
Resto qui, tra i panni stesi e il cane che abbaia
al vuoto del pomeriggio.
-
C’è una donna alla finestra
che non saluta più nessuno,
un campo che si lascia arare dal silenzio,
un vecchio che dice buongiorno al vento
come fosse un figlio tornato.
-
Non cerco più miracoli,
mi bastano le crepe nei muri,
i nomi scritti sui citofoni
che resistono
alle famiglie che cambiano.
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Ogni giorno è un paese da abitare:
con la paura,
con la luce che cade obliqua
sulle mani che non fanno più male.
-
Resto.
Perché qualcuno deve restare
a dire che anche la solitudine
è una forma di patria.
* ILARIA CESARINI



























