sabato 25 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANLUCA GUARRAPA

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Gianluca Garrapa: “Saltiquanti” – Ed. Centro scrittura – 2025 – pag. 176 - € 16,90
Volume ricchissimo per costruzioni e frammentazioni, per figure luminose e tratteggi, per incisivi motteggi e ombre che sfuggono. Molte poesie costruiscono un dialogo frammentato tra due poli, “Corpo” e “Assente”, che funzionano come voci interne scisse: da un lato la materialità, l’istinto, la presenza fisica; dall’altro una coscienza dislocata, ironica, talvolta allucinata. Per scarti, giustapposizioni e cortocircuiti semantici, dove il linguaggio non mira a una narrazione lineare ma a rendere l’esperienza di una percezione alterata e discontinua. Così un dialogo tra le due voci è costantemente perturbato da intrusioni di registro: il basso e il triviale (“cazzo”, “coglione”) convivono con immagini pseudo-filosofiche (“diecimila anni e macigni d’aria: le idee”) e con riflessioni metapoetiche (“il filo ludico al dialogo”). Questo impasto linguistico produce un effetto di spaesamento che riflette una crisi del senso: il ritmo si accelera spesso e avvince.
Un tema centrale è quello del “sottofondo”, che ritorna più volte come metafora di una realtà latente: può essere inteso come dimensione inconscia, come rumore di fondo culturale (“sottosfondo di marijuana nell’epoca mediana”) o come sentimento resistente (“un sentimento che resiste / per sempre”). In questo senso, la poesia sembra interrogarsi sulla possibilità di autenticità in un contesto storico percepito come vuoto e manipolato (“cultura di noi altri vuoti di spiritualità”).
Con tono ludico ricreativo il poeta si colloca in una linea di sperimentazione che rifiuta la coerenza discorsiva tradizionale per privilegiare un montaggio di frammenti, registri e livelli di realtà. La voce poetica si sdoppia e si mette in scena, trasformando la poesia in uno spazio teatrale minimo, dove però la rappresentazione è continuamente destabilizzata. L’uso del linguaggio colloquiale e volgare non è gratuito, ma funzionale a smascherare ogni residuo di retorica elevata, mentre le improvvise accensioni liriche o filosofiche vengono facilmente contraddette o ironizzate.
Tutta la silloge si muove entro una dimensione fortemente corporea e insieme alienata, in cui il soggetto percepisce il proprio corpo come qualcosa di estraneo, quasi costruito artificialmente (“non m’appartiene / che un doppio artefatto”). L’immagine “bagnato di sodio e di sole”, mescola elementi naturali e chimici, suggerendo una condizione sospesa tra vita organica e artificio, tra autenticità e costruzione. Il corpo non è più sede di identità, ma oggetto manipolato da forze esterne (“creato da loro fin troppo / perfetti”), forse allusione a un sistema sociale o a modelli imposti di perfezione.
La lingua è aspra, materica, attraversata da termini concreti e talvolta disturbanti (“guazzame di sporco”, “filo di stagno”), che restituiscono una sensazione di compressione esistenziale.
Particolarmente significativa è la metafora della nave: “come nave l’immagine trema”. Qui il soggetto appare instabile, in bilico, esposto a un movimento che non controlla. Il “frigger di pietre” sotto il piede introduce un elemento di precarietà e di attrito, quasi a indicare un cammino difficile, segnato da dolore e rischio. La morte, evocata nei “contorni precisi”, non è tanto evento finale quanto presenza che delimita l’esperienza stessa. Forte dunque la densità metaforica e un linguaggio che unisce registri fisici e astratti, costruendo una poesia di tensione interna più che di narrazione. La sintassi spezzata e l’accumulo di immagini contribuiscono a creare un effetto di disorientamento coerente con il tema dell’alienazione del soggetto.
Gianluca Garrapa si dibatte coscientemente nel conflitto tra interiorità e forma imposta, tra desiderio di apertura e impossibilità di sperare pienamente. La chiusura si propone come conteggio delle ore, dei minuti, dell’attimo e si adagia ad una composizione che abbandona il ritmo scandito delle sillabe per ricamare un fraseggio che che sostiene la narrativa.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 21 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = RENATO MINORE

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Renato Minore: “Per speculum et in aenigmate – Ed. Di Felice – 2025 – pag. 64 - € 10,00
Una brillante incursione tra le fulminazioni del quotidiano e la godibilità del pensiero vagante, spesso avvolto dalla frammentazione del visibile e la tentazione di un’illusione.
Il poeta chiarisce il titolo, nella prima sezione del volume: “come in uno specchio e in un confuso enigma”. A me piace, come vecchissimo medico, rammentare anche che lo “speculum”, usato in clinica, è un dispositivo metallico atto a mantenere aperto un orifizio, particolarmente in ginecologia. E questa suggestione si adatta agilmente allo scorrere di alcune figure poetiche che magistralmente Renato Minore mette tra i versi. “L’aprirsi dell’inquietudine che fulmina la storia”, “l’inconfondibile sagoma di ciò che simula sperienza e verità”, “la nebbia sottile per velare anche l’ultimo incanto”, “il soffio svagato che porta alla fine”, “chi è da sempre esule per sempre”. Tutti sondaggi che richiedono compartecipazione.
“Un’azione ben responsabile e cosciente quella che qui Minore evoca, - scrive Vincenzo Guarracino in prefazione – chiamando in causa anzitutto se stesso, in un gioco di pulsioni che pertengono alle ragioni profonde dell’io che, di fronte al reale e all’Altro esprime un bisogno di conferme attraverso indizi, significanti e significati, differenti, spesso drammaticamente sfuggenti, ma convergenti in una domanda di senso, dalla cui urgenza l’io si sente agito e spinto in un processo infinito di decodifica del loro nucleo fattuale, deputato a strutturarsi nel suo Immaginario come paradigma del suo stare di fronte alle cose, , ossia rovistando e pesando ogni gesto per mettere a nudo le nervature più segrete, senza sottrarsi neppure al gesto crudele di sviscerare carattere e azioni al fine di pronosticare sopra di se, scrivere minutamente con le più argute e profonde riflessioni la sua vita. (come scrive Leopardi nello Zibaldone)”
Fra le molte scelgo una composizione coinvolgente:
“Per vivere ancora
la sola vita che conosce
manda il suo messaggio
su Istagram per dire io,
io c’ero negli anni Ottanta,
l’unico desiderio sogno incubo
di questi giorni
in cui si sente morta
per avere soltanto
quindici clic nelle foto
d’un tempo sulla meraviglia
dell’incrocio di gambe
proprio come Sharon Stone.”
Mette sapientemente in scena una figura che cerca di riaffermare la propria esistenza attraverso i mezzi contemporanei della visibilità digitale. Il verso iniziale, “Per vivere ancora / la sola vita che conosce”, suggerisce una sopravvivenza più che una piena vitalità: la protagonista sembra intrappolata in un’unica modalità di essere, quella mediata dallo sguardo altrui. Il “messaggio su Instagram” diventa allora un atto quasi disperato, un tentativo di dire “io” e di ribadire una presenza che rischia di dissolversi. Il riferimento agli “anni Ottanta” introduce una dimensione nostalgica, contrapponendo un passato percepito come più autentico o significativo a un presente dominato da metriche superficiali, come i “quindici clic”.
Il cuore del testo sta proprio in questa frattura temporale e identitaria: il passato è evocato attraverso immagini di seduzione e spettacolarità (“l’incrocio di gambe / proprio come Sharon Stone”), mentre il presente è segnato da una sensazione di morte simbolica, dovuta alla mancanza di riconoscimento. La meraviglia di un tempo si riduce oggi a un conteggio sterile di interazioni, e l’identità si appiattisce su un bisogno di conferma numerica. Il tono è insieme ironico e tragico: ironico per l’uso di un’icona pop e di un linguaggio quotidiano, tragico per la consapevolezza della perdita di senso.
La poesia di Minore in questa silloge (Premio Florida Roma 2024-2025) si inserisce in una linea contemporanea che riflette sul rapporto tra identità e social media, utilizzando un lessico semplice e riferimenti culturali immediatamente riconoscibili. L’efficacia del testo risiede nella capacità di condensare, in pochi versi, una critica alla società dell’immagine, alle figure che ci accostano, e alla nostalgia come rifugio identitario. Un commento godibile per gesti comuni che appaiono come interventi dal tratto filosofico.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 20 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI: ALFONSO CELESTINO

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Alfonso Celestino: “L’ora palindroma” – Ed. G.C.L. edizioni – 2024 –pag. 80 - € 12,00
Denso impasto tra versi di luminosità propria, per quelle ondate che il tempo concede – avaro – celebrando “lo spirito del presente” e “i pensieri satelliti in orbita”. Un gioco di immagini tratteggiate proposte dal poeta.
“Il suo stile- scrive Bartolomeo Di Giovanni in prefazione - si avvicina a quello della preghiera: devozione e osservazione sono gli elementi che costituiscono la base del suo sentire come eterna tenacia del suo spazio-tempo, caduto ma infinitamente speranzoso, non rinuncia quindi a percepirsi come figlio di quella coltre blu che cela segreti ma si vogliono fare scoprire attraverso la ricerca.” E più avanti: “La sua Poetica è riassumibile in: Memoria, Tempo, Natura e Amore, un quadrivio che conduce alla analisi interiore, alle sensazioni stillate da un’anima colma di perché e al tempo stesso con le possibilità esaustive che solamente diventando strofe ne coglie l’assoluto.”
La silloge si apre con il succedersi di brevi fotogrammi, a mo’ di svelti adagi, incisi fra le crepe del marmo e fra i lampeggi del pensiero. Molti i segnali che si avvicendano tra i versi, ritmati e accorti.
Poesia che si distingue per un linguaggio accessibile ma carico di simboli naturali (pioggia, nubi, cielo, semaforo rosso, acrobati, ) che sostengono una riflessione sull’amore come esperienza trasformativa e molto spesso sulla consuetudine che ci sospinge. L’andamento è lineare, quasi narrativo, ma arricchito da immagini liriche efficaci, soprattutto nella fusione tra elementi naturali e linguaggio (“sillabe” che nascono dalle gocce). mette in scena frammenti di quotidianità urbana trasformato in spettacolo. Il semaforo rosso, normalmente percepito come un’interruzione del flusso e un momento di attesa, diventa qui un’occasione di sospensione quasi teatrale. Talvolta il dettato tende a esplicitare troppo il messaggio (ad esempio nella definizione dell’Amore come equilibrio), riducendo leggermente la forza evocativa; tuttavia il finale aperto e dubitativo restituisce complessità e mantiene viva la tensione poetica.
Le immagini centrali diventano semplice intesa del gesto, gesto che diventa a sua volta apertura emotiva, esperienza del ricordo.
La pioggia, ad esempio, non è soltanto fenomeno naturale, ma materia della memoria e della speranza: ogni goccia porta con sé frammenti di passato e possibilità future. Il soggetto poetico, con “occhi chiusi e pugni stretti”, vive una tensione duplice: da un lato l’abbandono (gli occhi chiusi, il contatto con le gocce), dall’altro una resistenza interiore (i pugni serrati), come se l’amore fosse insieme desiderio e difesa.
Il dettato si caratterizza per un linguaggio semplice e diretto, vicino all’oralità, che ben si adatta al contesto naturale rappresentato. L’uso di esclamazioni e di un ritmo dinamico contribuisce a rendere vivaci le scene, quasi cinematografiche. Il poeta riesce a trasmettere con efficacia il suo messaggio centrale: la possibilità di riscoprire meraviglia e umanità anche nei momenti più ordinari della vita contemporanea.
“I sentieri si aprono camminando, / con un bastone, una torcia, / le orecchie e il cuore spalancati, / senza distrazioni né tentazioni / in compagnia della sola curiosità. / Segui il tuo talento, / quell’attrazione che parte dal cuore / e arriva a far muovere il primo passo.”
Una metafora semplice ma efficace: il cammino come figura della ricerca interiore e della realiz-zazione personale. I “sentieri” che “si aprono camminando” suggeriscono un’idea dinamica dell’esistenza, in cui la direzione non è data a priori ma si rivela solo attraverso l’esperienza diret-ta. Il bastone, la torcia richiamano una dimensione quasi iniziatica: strumenti essenziali per orien-tarsi, ma anche simboli di sostegno e di luce interiore. L’insistenza sull’assenza di “distrazioni né tentazioni” e sulla presenza della “sola curiosità” definisce un atteggiamento etico prima ancora che pratico: una disposizione all’ascolto autentico, rappresentata dalle “orecchie e il cuore spalancati”.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Fiammelle”
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Ora sere violente accendono l’autunno
scivolando all’ombra dei cipressi
quando il cipiglio si punteggia in rosa
ed affretta monotoni brusii.
Ecco i bronzi ed i marmi
deridere malinconici folletti,
ecco gigli tulipani e rose
fra i tuoi capelli dal brivido irritante.
Cristallizzato in brina il mio pensiero,
vivido o scarlatto,
è preda come palma al vento,
oppure scrigno segreto che nasconde
motivi che potrebbero scoppiare,
per rompere parole
o spargere a fiotti il destino
che non trattiene singhiozzi.
Così parla alla pietra
il mostriciattolo che digrigna
ed inscrive legnose fiammelle d’amore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 19 aprile 2026

POESIA = ALFONSO CELESTINO

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"Dal silenzio del primo verso"
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Gli alberi dormono sotto le stelle
camminano sulle pareti
impronte mutevoli.
Sulla scrivania
giace una pagina bianca
colma di possibilità.
Fa rumore lo sguardo
popolato da vibrazioni,
le dita cercano l’inchiostro
e la seta calda del dialogo,
custode eloquente
di un’apparente assenza.
Viatico gioco è l’ascolto di sé stessi,
una ricerca che spodesta l’inerzia,
fa emergere il vuoto sonoro del primo verso,
presenza titubante di un atteso pensiero.
In quel secondo infinito,
in cui tutto trattiene il fiato,
si specchia l’uomo taciturno
nella promessa di un nuovo inizio:
la voce interiore…
il mormorio delle foglie…
la vita su questa terra.
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"Nuovi gesti"

Ascolta:
non ti parlo di eternità,
ma di cerchi che si chiudono,
di cicli che ritornano.
Siamo tutti semicerchi
che si completano solo con un abbraccio.
Metti in evidenza tutto ciò che ti appartiene.
La primavera è nei tuoi nuovi gesti,
la capacità di meravigliarsi:
davanti a te stessa.
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"Un altro momento ancora"
-
Hai costruito una piccola
colonna di sassi
di fronte al mare,
così da poter vedere
come si può stare
in equilibrio
davanti all'infinito.
Dolce e gentile
è il movimento delle tue mani,
pazienti (r)esistono
un altro momento ancora.
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ALFONSO CELESTINO

sabato 18 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO TAMMARO

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Antonio Tammaro: “Discroste” – Fallone editore – 2026 – pag. 64 - € 15,00-
Una silloge notevolmente serrata, per un colloquio policromatico tra la pagina bianca e il poeta che affonda il suo esistere quotidiano tra vertigine e smagliature della psiche.
Un ritmare che coinvolge e stimola il motore segreto del sub conscio.
La poesia si muove in uno spazio simbolico denso e quasi ermetico, dove il gesto iniziale si carica subito di una peso ambivalente: è un atto insieme generativo e distruttivo. Le bacche, semi di vita e nutrimento, vengono consegnate a un luogo ostile, i rovi, che evocano ferita, intrico, difesa, un tentativo di trasformazione tardiva, forse consapevolmente destinata al fallimento o comunque segnata da una stagione di declino. In questo senso, l’io lirico sembra agire contro se stesso, “nel tentativo di fingermi avaro”, come se trattenere o negare fosse una forma di autodifesa emotiva.
Molte le tensioni interne che emergono con forza, dove si accumulano stati d’animo (“dannato distrutto deluso”) senza punteggiatura, in una sorta di flusso compresso e affannoso. L’“afrore represso” allude a un’energia vitale o passionale trattenuta, che non trova sfogo e si converte in rabbia trattenuta “in disparte”. Questa rabbia, tuttavia, non esplode: lavora sotterraneamente, “a levigare le strade alle sponde”, immagine che suggerisce un’azione lenta, quasi ossessiva, di adattamento o di consumo interiore.
Il testo si colloca in una linea di poesia contemporanea che privilegia l’opacità semantica e la densità metaforica, rinunciando a una narrazione lineare in favore di un accumulo di immagini e stati interiori. La lingua è fortemente nominale, con una riduzione della sintassi e dell’interpunzione che contribuisce a creare un ritmo spezzato, quasi ansimante, coerente con il contenuto emotivo.
Dal punto di vista stilistico, si nota una tensione tra concretezza e astrazione: accanto a termini molto fisici “cesoie”, “croste”, “raschiato” compaiono parole più rarefatte o concettuali: “come farei/ senza il colpo della ghianda/ sulla terra”, “è una smania che teme/ folle di tripodi e specchiere/ fitta annodature di traglie”, creando un lessico stratificato che richiede un lettore attivo e attento.
Simpaticamente la raccolta si suddivide in cinque sezioni, che l'autore chiama "croste": Oniros, Corpo e materia, Paesaggio e memoria, Contramore e bella morte, Disgregazione, quasi per segnare le varie tappe di un percorso che si avviluppa tra meditazione e sussurri.
Antonio Tammaro con i suoi ritmi si distingue per la coerenza del tono e per la capacità di tradurre un conflitto interiore in immagini incisive, forte densità simbolica, sospensioni del pensiero e delle visioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 17 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANO MAROCCINI

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Giuliano Maroccini: “Le cose elementari” – Ed. Fallone – 2026 – pag. 40 - € 12,00
Uno scrigno tascabile nel quale la poesia alberga nel ritmo incalzante delle sillabe, pronunciate elegantemente tra sbuffi di allegria e incertezze, tra appunti quotidiani e spontanee luci abbaglianti.
Sono soltanto dodici poesie, ma bastano per rinfrescare il pensiero e ricercare la parola.
Brevi ma capaci di costruisce una tensione delicata tra il desiderio umano di orientamento e la percezione di averlo smarrito. L’io lirico esprime un bisogno quasi primordiale di ritorno alla natura (“muschi e sorgenti”), luoghi che evocano purezza, origine e autenticità. Il gesto del “guardare bene” e del “fermarsi” suggerisce una pausa rispetto al ritmo disordinato dell’esistenza moderna: è come se solo rallentando si potesse recuperare un senso più profondo delle cose. In questo scenario, gli animali — il bue e l’asino citati alla IV — assumono un valore simbolico: non sono semplici presenze pastorali, ma custodi di una memoria che l’uomo sembra aver perduto. Il riferimento alla “stella cometa” richiama esplicitamente l’immaginario della Natività, e dunque una dimensione sacra, di rivelazione e di guida. Tuttavia, mentre gli animali potrebbero ancora “ricordare”, l’io poetico confessa la propria condizione di smarrimento: “vago senza meta”: una nota di disorientamento esistenziale, in cui l’uomo appare separato sia dalla natura sia dal divino.
La semplicità di questi testi è solo apparente, costruita su un linguaggio essenziale e su immagini archetipiche. L’uso dell’enjambement e dei versi brevi contribuisce a creare un ritmo frammentato, che riflette lo stato interiore dell’io lirico. La scelta di interrogare gli animali, la verde natura, la sintassi che appare, il rancore, la pietà, introduce un rovesciamento significativo: la sapienza non è più prerogativa dell’uomo, ma risiede in ciò che è umile e naturale. Questo ribaltamento richiama una tradizione poetica novecentesca attenta alla crisi della modernità e alla perdita di senso, ma lo fa con una leggerezza quasi fiabesca, evitando toni esplicitamente drammatici. Il risultato è una meditazione discreta ma incisiva sulla distanza tra l’uomo contemporaneo e le sue radici spirituali.
“Vorrei essere didascalico/ e invece ogni volta travalico/ i confini si rompe la sintassi/ un’epistassi di parole come se andassi/ a coglier viole col retino/ versarmi addosso il vino/ sporcarmi tutto come un bambino/ che fa la cacca come una vacca…”
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA

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CARLA MALERBA: "UN TEMPO NUOVO" - FaraEditore, 2026
… Ora sotto lo specchio immoto/fluttuano foreste d’erba/con braccia amorose invocano/i messaggeri del disgelo.
Come le foreste d’erba che, fluttuando, invocano un prossimo disgelo, così l’essere umano invoca che qualcosa o qualcuno sopraggiunga a liberarlo da una condizione di chiusura e solitudine. Qualcosa accade, un improvviso bagliore che lacera la notte, e la vitalità dell’essere si risveglia, esplode. L’essere entra in Un tempo nuovo. Nel quale “Come gioia pura” “A tratti senti”.
Così, iniziando dall’ultima poesia, mi piace cogliere l’essenza di questa raccolta di poesia, ultima fatica di Carla Malerba, dall’immagine di copertina del tutto allusiva al contenuto: rovine in primo piano (il passato) quasi del tutto ricoperte da una rigogliosa vegetazione (il presente). La vita ritorna sempre ciclicamente nella natura, come nell’intimità umana. “Come gioia pura/l’oro delle foglie/scende lieve dai rami/a formare tappeti solari/muoiono/ma risplendono/ciclo che si chiude/attesa che si rinnova”.
La poetessa si è rigenerata, ha conquistato un tempo nuovo; ora vive e canta il suo sentire presente in cui dominano la contemplazione della bellezza “Nell’albero la luce del crepuscolo…” e la meditazione quieta sulle cose del mondo “E’ il dono della vita/che stupisce/è l’occhio universale/che risveglia/accenti d’amore alle creature…”
Il ricordo del passato non soddisfa “Ritornare/è un po’ come morire/anche i luoghi invecchiano/ e negano la dolcezza del vissuto…” “…sentire il vuoto dell’indifferenza verso passate stagioni/di cui l’unica certezza/è l’incerta memoria…”.
In questa nuova dimensione intima è il tempo presente che conta, un tempo di accettazione e di serenità, un tempo in cui lo spirito si riempie di gioia per le cose piccole, ma a ben vedere grandi, che ci sono state donate insieme alla vita; le cose essenziali del mondo cantate dall’amato Francesco d’Assisi: “…per quella famiglia/di sole, d’aria e vento/d’acqua di fuoco e stelle…” Ed ecco che ricorrono sparse nei versi le parole quieto/a, lieve, luce, cielo, sole a testimoniare la gioia di vivere in questa rinnovata semplice spiritualità, dove anche la morte è dono di Dio.
Lo stile di Carla Malerba sembra essersi ulteriormente affinato, ora consiste in poche parole selezionate con cura per testi brevi, quasi frammenti, dal dire essenziale e delicato, fatto di espressioni spesso nominali.
Dai versi in cui, come esprime nelle due meta-poesie presenti nella raccolta, privilegia chiarezza e raggiunta semplicità, si sprigiona una musica dolce e una certa misteriosità, quasi che le parole ci raggiungano dalle nostre lontane origini. Molto efficaci le immagini rappresentate, talvolta anche suggestive “…il fischio del treno/ancorato alle rotaie/ripete senza sosta/le stesse parole ferrate d’addio…”
Un tempo nuovo è una raccolta di poesia in frammenti che, se lo leggi e lo rileggi, ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza, donando benessere all’anima.
Trascrivo qua sotto tre poesie come esempio di ciò che si può trovare di bello e di vero nel libro.
***
A tratti senti
fluire il tempo
non questo tempo
l’altro
del tutto che si compie
vuoto d’ore
eterno
***
Ho pensato parole
da darti
per vita donata
parole che sai
sussurrate
per dirti
che amore s’infinita
ad onta dei divieti
e provo a immaginarti
nei gesti
negli sguardi
e il mio sfiorarti
è lieve scricchiolio nella spalliera
***
In questo vespero appannato
che prelude
a un assorto tempo umano
depongo con cura ciò che resta
delle trascorse stagioni
Qui è vivo il presente
Scandisce ore di tedio
il ticchettio della pioggia
-
Nel cielo velato
fosco di ambigui sussurri
si compie il passaggio
e quel che resta
il Tempo trasfigura
***
FRANCA CANAPINI

giovedì 16 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO DAINOTTI

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Fabio Dainotti: “Per gente sola” – Book editore- 2026 – pag.96 - € 18,00
Uno scorrere rapido di pensieri e di figure tra versi che mantengono il ritmo per una poesia che riesce a dare forme e riconoscimento alle parole dalle battute alchemiche. Non rincorre qualcosa di misterioso, ma è capace di indicare con delicatezza e colori svariati la condizione di solitudine che attanaglia quotidianamente nella semplice storia umana.
Le scene si spostano facilmente tra piccole stanze sotto i tetti e l’isolamento dei pensieri, e a volte c’è spaesamento come se le percezioni fossero simboliche, o ancora la capacità di rovesciare le aspettative in una incrostata solitudine esistenziale, forse anche legata al buio.
A tratti il lettore sente un raggio che lo sfiora per accendere speranza e a tratti la solitudine viene addirittura agognata. Quasi uno scherzo del nostro sub conscio che offre zampilli alla ricerca di un metro capace di riorganizzare le difficoltà relazionali.
Questi versi hanno un tono molto tipico della poesia novecentesca: frammentario, quasi fatto di appunti (“tracce, messaggi, pensieri”), ma attraversato da un filo preciso — la solitudine e la percezione strana dello spazio e del tempo.
Si apre con un’idea semplice ma importante: tutto cambia. I pensieri non sono mai gli stessi, c’è una continua mutazione interiore.
Mentre emerge un senso di assenza: un luogo elegante (il salone illuminato) ecco che la poesia porta le tracce di qualcuno, ma non del soggetto. È una presenza mancata.
“Si respira in questi versi dainottiani, volutamente sfilacciati ed erratici, (scrive Luigi Fontanella in prefazione) il vivere sospeso di gente presente einsieme assente; gente quasi fantasmatica che “intravive” dentro una propria dimensione semi-onirica. Credo che in quest’atmosfera tra l’esserci e il non esserci, ossia tra presenza e assenza, risieda il fascino particolare e umbratile della poesia del Nostro, all’interno di luoghi reali e al contempo mentali in cui il soggetto agente e ben attento ai minimalia che lo circondano ma, al contempo, anche come fosse spesso “distratto”, ossia solo con-vivendo in un Altrove in cui volentieri vorrebbe “rifugiarsi”, congedandosi dal mondo e anche da sé stesso.”
Ogni frammento cerca di accostarsi ad una soluzione, che a volte diventa biografia e a volte ricama misure austere, verso il raccoglimento, verso la ricerca.
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 15 aprile 2026

POESIA = EMMA PRETTI

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"Il profumo di un mazzo di fiori"
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Nella gioia il cuore si confonde
intento a comporre respiri
e assorbire profumo di fiori.
E ’un infante estasiato che balla
Dentro lo chiffon del vestito più bello
di mamma.
Di fronte allo specchio
il riflesso della sua vita cambiata
lo inebria come un armadio aperto
e stupendo.
Il guaio è che non vuole più andarsene
s’impunta a restare lì per sempre,
non vuole più crescere.
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"La musica e il sogno"
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La musica non ha il sogno, lo attraversa.
La musica non contempla il sogno, lo possiede.
Non ha parole per descriverlo, viaggia con lui.
Il sogno della musica è desiderio che zampilla,
una visione tesa all’evanescenza.
La musica non dubita del sogno,
lascia che in esso voci si chiamino
e si rincorrano
come elfi nella Foresta Dell’Invisibile.
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"Tracce"

Vorrei lasciare orme
semplici e affascinanti
come passi di uccelli
sulla neve.
-
Tracce che dicano:
seguimi, anche se
non mi raggiungerai,
là dove la neve
si fonde con la nebbia.
*
EMMA PRETTI

martedì 14 aprile 2026

POESIA = FRANCESCO RANDAZZO

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Tre poesie inedite in siciliano
-
I
Pani ca si spezza ‘ntra li manu
st’amuri di figghiu ca mi lèvita
d’intra ‘u me cori ormai stancu
e l’arma si rapi tutta di celu
taliannu stu carusu ca surriri.
-
Dammi la manu, figghiu,
stringila forti, accumpagna
li me’ passi strammulianti,
caminamu ‘nsemula ancora,
ancora picca picca, pi sempri.
-
Ma quannu ju mi fermu, tu cuntinua. *
I
Pane che si spezza tra le mani
quest’amore di figlio che mi lievita
dentro il cuore mio ormai stanco
e l’anima s’apre tutta di cielo
guardando quel ragazzo che sorride.
-
Dammi la mano, figlio,
stringila forte, accompagna
i miei passi traballanti,
camminiamo insieme ancora,
ancora poco poco, per sempre.
-
Ma quando io mi fermerò, tu continua.
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II
Curtigghi ciaurusi di vasilicò e menta,
tirrazzi russi di pummaroru sutta ‘u suli,
strati disignati di luci, palazzi di petra janca,
e lu mari, lu mari vecchiu, la spuma di mari
ca sbrinziava lu canuzzu ca m’accumpagnava,
girannu lu paisi cu ‘na bicicletta vulanti,
ventu cauru e ciauru di vita sarbaggia,
senza sapiri comu, né picchì, ju sulu
‘nta di jorna luntani, picciriddu, ju
fui d’intra la mavarìa di la filicità.
*
II
Cortili profumati di basilico e menta,
terrazze rosse di pomodori sotto il sole,
strade disegnate dalla luce, palazzi di pietra bianca,
e il mare, il mare vecchio, la schiuma di mare
che spruzzava il cagnolino che m’accompagnava,
girando il paese con una bicicletta volante,
vento caldo e odore di vita selvaggia,
senza saper come, né perché, io solo
in quei giorni lontani, ragazzino, io
fui dentro l’incantesimo della felicità.
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III
La campanedda di la missa sunava,
agginucchiuni e mani junti, aspittava
ca n’angilu vulannu m’agghicassi
‘nu rispiru novu, ‘n sarvamentu,
e cu l’ali accarizzassi l’armuzza
mia, cumpagna di malincunia,
e lu scantu di viviri passassi.
-
Lu ‘ntisi pi daveru dd’angilu,
e ancora aspettu c’arritorna,
p’abbulari liggeri, celu celu.
*
III
La campanella della messa suonava,
in ginocchio e mani giunte, aspettavo
che un angelo volando mi portasse
un respiro nuovo, una salvezza,
e con le ali accarezzasse la piccola anima
mia, compagna di malinconia,
e la paura di vivere passasse.
-
Lo sentii per davvero quell’angelo,
e ancora aspetto che ritorni,
per volare leggeri, cielo cielo.
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FRANCESCO RANDAZZO

sabato 11 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LELLA DE MARCHI

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Lella De Marchi: “Le stanze di Emily”- Anterem edizioni – 2024- pag. 68 - € 14,00
Sin dall’ouverture si assapora quale sia il potenziale amalgamato in una scrittura rapida e corposa insieme, che si colloca in una linea di poesia riflessiva e metapoetica che indaga i processi della percezione più che i contenuti dell’esperienza. L’oggetto quotidiano, ridotto alla sua funzione minima (il cassetto come contenitore , ad esempio), diventa un dispositivo epistemologico: ciò che conta non è il cassetto in sé, ma il modo in cui viene guardato, pensato, isolato o reintegrato.
In quarta di copertina leggiamo: “Grazie a Lella De Marchi rientriamo nella grande storia letteraria e poetica che attraversa l’800 e si spinge fino alla prima metà del novecento, una storia densa di vertigini e drammi, e lo facciamo con il suo sguardo contemporaneo e attualissimo, per merito di una scrittura che naturalmente include e contiene istanze recenti. Cercare la prosa, quasi un’idea narrativa, dentro una forma poetica rende questa raccolta ricca di uno scorrere impreziosito da raffinate iterazioni.
La divisione dell’opera è in sezioni con i nomi delle stanze di una casa, “Le stanze di Emily”: spaesante è l’avere intitolato “Una stanza tutta per sé” quella dedicata alla soffitta. Come se Virginia Woolf entrasse di diritto nella casa di Dickinson. Un proseguimento temporale che può essere un ideale passaggio di testimone, nella tensione del gesto, nel sottile proseguire di una storia a lungo pensata, che finalmente plana in un libro che in più accoglie precise citazioni dickinsoniane.”
La stesura allora si costruisce attorno a un oggetto minimo e quotidiano che diventa progressivamente il centro di una riflessione sul rapporto tra percezione, pensiero e realtà. Fin dai primi versi, l’atto del “guardare” non è mai neutro: osservare il cassetto significa già selezionarlo, isolarlo, conferirgli un privilegio ontologico rispetto al resto del mondo. Il soggetto dichiara esplicitamente questo gesto: “lo scelgo. lo metto a fuoco. / e tutti gli altri cassetti scompaiono”. La realtà, dunque, non è data una volta per tutte, ma emerge come effetto di un’attenzione che esclude.
Si introduce una tensione tra ciò che è e ciò che appare: la visione non coincide con la verità dell’oggetto, ma con una costruzione mentale. In questo senso, il verso “sto guardando un cassetto mentre vedo quello che sto pensando” esplicita la sovrapposizione tra percezione e pensiero: non vediamo le cose, ma il modo in cui le pensiamo.
Così: “ la voce al mattino si sente una moglie tradita./ si è accorta della distanza tra la spalliera/ e il materasso, tra il capo e il fondo del letto./ (della sua distanza, forse, o forse della distanza tra sè e le cose) produce però un effetto emotivo inatteso, che riflette una proiezione del soggetto, riconosce nel destino dell’oggetto il proprio rischio di isolamento, conseguenza della selezione percettiva. Qui la poesia si apre a una dimensione quasi cosmica, in cui l’oggetto iniziale perde centralità e viene ricollocato in una rete infinita di relazioni.
La poetessa, dunque, mette in scena un doppio movimento: da un lato la costruzione soggettiva della realtà attraverso l’attenzione, dall’altro la resistenza oggettiva del mondo che sfugge a questa costruzione. Il tempo è la dimensione necessaria per attraversare questi passaggi: dal dettaglio all’insieme, dall’insieme al dettaglio, in un continuo oscillare che definisce l’esperienza conoscitiva.
La lingua è volutamente piana, quasi prosastica, costruita su ripetizioni e variazioni minime. Questa scelta stilistica rispecchia il contenuto: il pensiero procede per tentativi, correzioni, ritorni. Le iterazioni mimano il lavoro della coscienza che cerca di scardinare i propri automatismi. Non c’è slancio lirico né figurazione complessa, ma una sorta di “ascesi dello sguardo” che riduce il campo per interrogarne le condizioni.--
“riempire quello che c’è da riempire e svuotare/ quello che c’è da svuotare. Avere/ la forza di affidarsi all’ignoto per vederci/ più chiaro, chiarire senza mentire. Dare/forza all’evidenza per vedere quello che resta/al fondo del bicchiere. sapere quello che vedi,”
La centralità del soggetto seleziona, emerge una realtà eccedente, non riducibile alla coscienza. In questo senso, il testo evita sia il solipsismo (tutto è costruito dal soggetto) sia un realismo ingenuo (il mondo è dato indipendentemente): si muove piuttosto in una zona intermedia, in cui percezione e realtà si co-determinano.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Nudità”
Le tue cosce in penombre s’aprono al ricordo,
stolte le mie mani palpeggiano il morbido cuscino
che accoglieva la pelle, gli umori, le perle.
Ingigantisce la mia passione nel socchiudere gli occhi,
densa e sterminata come le vele al vento,
e nei pensieri attende lo strisciare d’una serpe.
Estinguersi lentamente nel silenzio
sospeso alle tue dita, alabastro o cenere,
ormai tocchi di verbene che affiorano
clandestini nelle pieghe ostinate del letto.
Sul piede nudo scivola la luce, lenta.
Il tuo piede, affusolato e segreto,
mi sfiora con la grazia silenziosa della fine,
e accende nel tatto un brivido sottile,
come se ogni nodo fosse una promessa,
un invito lieve, trattenuto, ma infinito.
Le braccia, morbide e piene, donano carne,
racchiudono il calore vacillante alle tempie,
si offrono come rifugio, ora che sono solo.
Spilli infilzati a stento tra le mille carezze
e le nascoste radici della primavera,
così con la faretra piccole fiamme nel palmo
per le briciole di un funambolo.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALENTINA MELONI

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Valentina Meloni: “L’evidenza del vuoto” – Ed. Ensemble – 2022- pag. 84 - € 12,00
Il fuoco principale che riscalda queste poesie è la capacità di plasmare il quotidiano e ricondurlo al sorriso che spesso si sofferma al sentore di un mondo che circonda tra “le pareti in intonaco a vernice” e “il fingere l’amore che non siamo”.
Valentina Meloni parla, sussurra, suggerisce, ammira, riflette, ripropone, affonda nel verde del prato o dona con delicatezza una perla d’amore.
Mi piace allora indicare, scelta a caso, una poesia per entrare nella sua ricerca della parola:
"Ci sono giorni pieni di ombre
chiuse a chiave tra i muri
e coperte sfatte di sogni.
Avrei voluto muovere i desideri
far ripartire un tempo nuovo
ma tutto si ferma sempre
a quello che ci manca: l’amore
- Mi ricorda un verso-
È il mancato appuntamento.
Tu non ci sarai alle 6,50
di questo giorno qualunque
non ci sarò io a dirmi mare pane.
Se ne andrà, tra le nebbie dell’alba,
vagando in esausta esistenza
una bambina rubata alle ore."
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Si costruisce attorno a un’atmosfera di sospensione e mancanza, dove il tempo e lo spazio sembrano contrarsi in una dimensione interiore segnata dall’assenza. Le “ombre chiuse a chiave tra i muri” evocano una condizione di clausura emotiva: non solo un ambiente fisico, ma soprattutto uno stato dell’anima in cui i ricordi e i desideri restano imprigionati. Le “coperte sfatte di sogni” suggeriscono un’intimità violata o incompiuta, come se il sogno non fosse più rifugio ma traccia di una disillusione. Tensione tra volontà e immobilità: “Avrei voluto muovere i desideri / far ripartire un tempo nuovo”, ed ogni slancio si infrange contro una stasi inevitabile. Questo blocco esistenziale trova la sua causa profonda in ciò che manca: “l’amore”, definito con grande efficacia come “il mancato appuntamento”. L’immagine è semplice ma potentissima, perché trasforma un sentimento astratto in un evento concreto e quotidiano, mancato per sempre. L’orario preciso, “alle 6,50”, rafforza questa dimensione realistica e accentua il senso di perdita: il dolore non è vago, ma puntuale, scandito nel tempo.
Il finale introduce una figura simbolica, “una bambina rubata alle ore”, che sembra incarnare l’innocenza sottratta, il tempo perduto o una parte fragile del sé condannata a vagare “tra le nebbie dell’alba”. L’alba, tradizionalmente momento di rinascita, qui si rovescia in uno spazio di smarrimento, sottolineando l’esausta condizione esistenziale del soggetto.
Colpisce per la sua capacità di coniugare immagini concrete e tensione lirica, costruendo un linguaggio essenziale ma denso di suggestioni. L’uso di dettagli quotidiani, come l’orario preciso, si intreccia con simboli più ampi, rendendo il testo accessibile e al contempo profondamente evocativo. Particolarmente riuscita è la definizione dell’amore come “mancato appuntamento”, che condensa in una formula memorabile il tema della perdita. L’intero componimento mantiene un equilibrio efficace tra introspezione e visione, dimostrando una sensibilità poetica autentica e consapevole.
La metrica di tutta la silloge dichiara una personale capacità di scrittura, che riesce fortunatamente a mantenere quel ritmo necessario nel creare musicalità nel verso. Ella ricama figure tra “la pazienza di chi sorregge il cielo” e “la danza delle dita sui tasti bianchissimi della vita”, tra i “sepolcri di mattoni e polvere” e “un pianto trattenuto di petali di neve”, visoni che rendono il cromatismo scintillante della lirica intessuta di preziose metafore.
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 10 aprile 2026

POESIA = GIORGIO BONA


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"Piccole variazioni su temi di Gianni Coscia"
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"Uno"
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Come la nave in un pozzo andare mica a credere che sono contro sai duvej dì la lingua o piuttosto sembra in principio supponi di cambiare la rotta uarda chi vorrei darti in bašen da nascundon a proposito di abbracci mi ami sì sì che piašì cerea arvedzi ti ho conosciuta è stata una gioia se scrivessi per te che apparivi in ogni luminoso passaggio credo diresti dai bugia quando tu l’assorbente che asciuga le tue labbra vedi il rapporto non lo reggo mica un sussulto intimo della materia sotto le dita note ritmate da noi controcorrente e qui possiamo salutare ten da ment fa che t’nabj occorrerà che un giorno la conquista del massimo per questo un giorno la via lattea am viš la terra mi fu inopportuna dov’è l’anello mancante se c’è un mancante citu il silenzio di questi infiniti spazi è per te quando la mia stella invecchia diviene così una grande perla questo globo colmerà il cielo a vig che u s’à sbroja io mimo il minimo senti come fischia il vento pensa come è dura la lotta fuori savej nent ora so perché sari j’oğ tre secondi dimmi se vedi sotto la volta blu ecco è l’amore notte che ci rivelerà nelle parti ansema bita l’assenza dunque accarezzo la luce capisci ecco la sillaba smarrita giunge senza indicare smile l’atomo at home non ho nulla contro te nessuno il soggetto posto al dì fuori ovvero la storia che finirà per essere l’infinito insieme a poss nent ciamè u tò nom Laura adorabile per forza su di me ma piuttosto silenzioso.
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"Due"

Continuiamo nell’insolito modo qui dentro tu si sente in apparenza dai borbotta i fatti di togliere velo l’infinito cominci a sorgere nei suoi paraggi come si trattasse di un messaggio eccola che riprende il mare sta ’tent a drumiva un vento fresco mi svegliò vidi la Stella del Mattino forse lei ha conservato l’inizio bene questo è lo sfondo girevole chi siamo noi per decidere dimmi tutto il sogno sono io il lapsus corporis doloris linguae te che t’ej surtìa da chi ma chi saprà affermarlo con dignità vai a vedere altrove se ci sono oppure è il vortice per trovare niente nessuno il sipario Madamen Pažiensa che rientra mi ero accorto che tu eri incollata all’orale che mi trovavo coinvolto dentro un fatto senza di me sostanza intima sentii bussare cul che prima l’era u tò pass attraverso la mia ombra volevi dirmi qualcosa dai per esempio duma drenta la storia mettiamo che trovi curioso dove la mente si fa largo conosci per caso il racconto nei dettagli c’è una lingua un’invocazione nel bel cielo blu l’è nent da sta sviğ ‘me squatè il ritorno di un astro il suo passaggio in un punto della mente se tutto si gioca prima dell’amore e allora dove vai cosmico tempo o io in parallelo un punto fisso le formule raccolte parole sai ciò che mi colpisce sarai sempre come una volta danza mano nella mano a doppio passo tira a far spazio intorno ma si tratta di sapere dove vuoi andare quando occorre prestarsi all’ascolto tu continui con la stella polare è lontano l’oceano ora senza rotta rema al silenzioso passaggio del cuore
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GIORGIO BONA

giovedì 9 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALFREDO ALESSIO CONTI


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“Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali” di Alfredo Alessio Conti (Independently published, 2025 pp.66 € 8.50) espone le convenzioni espressive dell'attualità, analizza lo studio consapevole delle parole e della loro influenza, illustra l'informazione cognitiva di un modo di scrivere, ancorato ai dettami della contemporaneità. Alfredo Alessio Conti trasmette al lettore una disorientante e significativa alienazione digitale, alimenta un'alterazione delle percezioni che, nei testi, traduce il modello deformante della realtà e delle emozioni, compone un potente stravolgimento della poesia dell'aspetto esistenziale in cui verità e inganno si confondono e intensificano le previsioni illusorie, nel contrasto interiore tra una pulsione sensibile e il suo disadattamento. L'autore osserva il cambiamento inesorabile della personalità umana, condizionato dall'impiego irresistibile, ossessivo e maniacale delle connessioni digitali, descrive l'utilizzo eccessivo di un vocabolario affrancato alle regole di una evoluzione linguistica alla deriva, spiega l'esperienza immersiva di un'interazione sociale nel rapido e frammentato contesto delle proprietà virtuali. Il libro mostra, anche visivamente, attraverso l'uso del carattere maiuscolo in alcuni versi, la sperimentazione artistica di ogni parola, collegata a un'estetica interpretativa dal forte impatto psicologico e analitico. Raccoglie il contenuto magnetico e iperbolico delle sensazioni artificiali, la scissione della coscienza, la dispersione dell'identità, laddove la mente e i pensieri sono sopraffatti da una dipendenza destabilizzante, i comportamenti umani elaborano una persistente contraddizione interferendo con le relazioni e la vita quotidiana. Alfredo Alessio Conti accoglie la sua poesia come la corrispondenza di un'indagine introspettiva alimentata dallo sbilanciamento affettivo e dalla sovraesposizione mediatica, la cronaca lucida e spietata di una riduzione comunicativa, di una sorveglianza di incomunicabilità e di superficialità che nutre il vuoto tra l'invadenza preoccupante e disarmante degli effimeri rapporti interpersonali e la simulazione del sentire. Consuma la destrezza sapiente dei versi per circoscrivere il disegno costrittivo dell'uomo, nella morsa che attanaglia le sue esitazioni, nella condizione di estraneità e di distacco da una frattura empatica tra ciò che si è e ciò che si vive senza la sensazione di una tangibile partecipazione al circuito del cuore. La poesia di Alfredo Alessio Conti rivela la vulnerabilità dell'uomo, spettatore di se stesso nel suggestivo palcoscenico della vita, vincolato nelle trame di un processo degenerativo, inadeguato alle deterioranti contrazioni di una lingua che trattiene la sua decadenza nel codice incisivo di una struttura disumanizzante, imposta da una sintassi opprimente e spersonalizzante. La costruzione poetica dell'autore si fa integrazione di un discorso che fortifica la densità eloquente dei segni e dei simboli, compone un valore terapeutico dinamico di comprensione, riconosce le interazioni disturbanti e minacciose tra individuo e società, l'assenza perturbante della congiunzione dialettica in un dialogo artificiale, la dimensione patologica del dire, la maglia intricata dei confronti in un sistema senza stabilità. Il libro rappresenta il groviglio enigmatico degli agguati mentali, una risposta esplicita alla crisi esistenziale, il disorientamento e lo smarrimento della solitudine, la vertigine dell'isolamento, nel passaggio destrutturato dove la capacità di perdersi diventa indispensabile per ritrovare se stessi e la propria valenza trasformativa.
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Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
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TESTI SCELTI
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"UN NULLA"
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Ho scritto centinaia
di PAROLE
in Internet.
Ho ricevuto migliaia di
MI PIACE
sulle mie pagine.
Di tutto questo
UN NULLA
mi è rimasto.
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"IPHONE"
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Scorro con le dita
sul mio
IPHONE
alla ricerca
del mio
PASSATO.
Non trovo NULLA
che mi
RICORDI veramente
CHI SONO.
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"MAGAZZINO BYTE"

Oggi sono
quel che non sono.
ATTACCATO
ad una FLEBO DI CAVI
connessi alla rete
IMMAGAZINO byte
per sopravvivere
alla mia INCOSCIENZA.
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"SPAZIO CYBER"
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Nel cyberspazio
mi rappresento
con la mia identità digitale
nell'AVATERRA
annuncerò
la mia FINE CORSA.
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"ORMAI PER DIRTI"
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Ormai per dirti ti amo
non mi resta che inviare
un messaggio whatsapp
una pagina Facebook
un video Tik Tok
un Twitt, un Instagram
non ho più parole
sulla bocca.
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mercoledì 8 aprile 2026

POESIA = CRISTIANO CUTURI

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"L’abbraccio."
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Dentro il mio sonno,
è lì che ti stringo, amore,
in quel momento in cui la vita muore.
Perché il sonno e la morte sono fratello e sorella.
E’ proprio lì che tu mi sei così cara.
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"Hanno calpestato i fiori."
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Hanno calpestato i fiori
ed hanno così sporcato le aiuole,
quelle aiuole verdi di quando io ero piccolo
e che mi sembravano tanto grandi.
Il pane è stato spezzato
e gli occhi grandi del mondo sento che mi guardano
con tutta la loro forza, come se fossero pietre.
Io, in questo mondo, sono uno di quei fiori,
dal gambo lungo e colorato solo di bianco.
Io grido al cielo tutta la mia vita, così, come se fosse una preghiera,
una preghiera che Dio non potrà ignorare,
adesso che è mattina e che non c’è confusione in cielo.
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Cristiano Cuturi.

martedì 7 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLA MIGLIACCIO


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“con le mani nella neve” di Paola Migliaccio (Eretica Edizioni, 2025 pp.80 € 15.00) raggira lo spazio bianco del gelo interiore e scalda il cuore della poetessa, custode dei ricordi e degli affetti. Paola Migliaccio evoca immagini di autenticità, racchiuse nell'essenzialità dei versi, attraversa la fragilità umana nel rigido e pungente scenario delle parole e nell'intenso e appassionato passaggio delle esperienze. L'energia coraggiosa e consapevole di ogni sentimento produce nell'autrice una riflessione sul fondamento del presente, ancorato alla risorsa emotiva del passato e disponibile alle occasioni di crescita personale e di maturità sensibile. La poesia di Paola Migliaccio viaggia intorno alla presenza costante della speranza, intesa come un'ancora di salvezza per l'anima, nella volontà di guardare oltre le difficoltà della vita e intraprendere nuovi cammini di resilienza e di fiducia. I versi incontrano anche l'espressione di una poesia carnale, viscerale, in cui la forma elegiaca profonda e accorata estrae il solco confidenziale nelle sincere sensazioni, trasformano il vissuto in testimonianze essenziali e vibranti, disegnano il raggio impalpabile del corpo e della vicinanza in una trama che è residenza riflessa del cuore. La poesia di Paola Migliaccio è un richiamo sapiente dell'anima, ospita il carattere spirituale delle ferite, stabilisce le sue radici all'interno di una spinta vitale collegata al recupero delle proprie motivazioni e al soccorso della gratitudine e della cura, si lega necessariamente ai luoghi solidi e tangibili della propria conoscenza. Paola Migliaccio esplora l'inquietudine senza filtri, in maniera impulsiva e diretta, la manifesta negli abissi silenziosi nella memoria fisica e trascendente, nella concretezza corporea dei legami, radicati nella misteriosa e affascinante ricerca del proprio posto nel mondo. Prolunga oltre l'assenza e la perdita ogni risorsa cognitiva delle domande esistenziali abbracciando la capacità artistica di dare un senso alla vita e alle sue infinite possibilità, mantenendo la dimensione introspettiva delle risposte. “con le mani nella neve” è una rivelazione letteraria in cui il significato originario della poesia trova la sua intonata identità nella pagina scritta, densa di istintiva e dirompente avidità. Il libro sigilla l'estenuante passaggio dell'eternità, racchiusa in un battito vertiginoso di desiderio di vita, suscita nel lettore la reazione approfondita di un coinvolgimento ammantato dalla sospensione del tempo, traduce l'emozione in pensiero presentando una visione meditativa e terapeutica dell'ispirazione poetica e di tutto il suo indelebile e incendiario respiro. Paola Migliaccio sente l'urgenza di descriversi attraverso un linguaggio visivo per esplorare la bellezza e il dolore della materia impalpabile, difende il candore di ogni preghiera di salvezza oltre il riverbero di ogni vuoto, entra in contatto diretto con l'elemento naturale incontaminato, ritratto per metafora, nella neve, simbolo di un fenomeno incantato che avvolge l'indagine cosciente della propria finitezza, attutita dalla capacità di comprensione e dall'opportunità di rivolgere l'attenzione verso il proprio mondo e di spiegarlo poeticamente. Il messaggio sensoriale del libro assorbe la consistenza fisica, invita a esaminare, scomporre l'animo umano, a guardare dentro di noi per scoprire da ciò che si è perso il segreto ritrovato di ogni carezza, di ogni volo sopra la vulnerabilità, di ogni ricamo d'ali su ogni zona d'ombra.
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Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
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Testi scelti
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Ti ho compreso
solo nel silenzio.
Senza parole,
abbiamo respirato
stelle gemelle.
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Mi sono data al mondo
mentre mi accarezzavi il volto
sotto un ciliegio in fiore.
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Ho senso di polvere
confinata in pelle cristallo

Parole squalo bucano
fitti argini di coscienza

Muto forma, trasfiguro
il sangue in mare di luce.
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Ho incontrato la poesia
come s'incontra Dio - nei vuoti d'aria -
tra le squame dei pesci orfani d'acqua
nel silenzio che squarcia il pensiero,
nel mio sfiorire, mentre inchino la testa,
per pudore - che morire non si può
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non per vanità - solo per amore.
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Sospendeva persino il fiato dei lupi
la sua risata - un ronzio negazionista,
s'attaccava alle finestre e alla mia camicia
gocciolava parole come un uragano,
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gli donavo boccioli per farlo piccolo,
- piccolo come me.
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Ho raccolto ghiande vuote,
da riempire con sogni color cielo,
mani di madre prestate dal bosco
sul mio volto convalescente,
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stella caduta in una notte inventata.
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Resta solo - lo scalpello
a scaldare il cuore del tronco
si attenua la durezza - poco
sotto i baci del vento
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Sono le tue parole a insistere
esplode il verde della linfa
- riposa la tempesta.
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POESIA = MARIAGRAZIA ROSSI

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" Agonia di una città"
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Una lenta agonia
di una Darsena
che non vuole morire
Ancora ci sono gozzi
vita di vecchi marinai e pescatori
e nelle pozzanghere sguazzano anatre ed anche un gatto nero
La chiesa della Madonna assunta sta cadendo a pezzi
Non c è tanta gente
sembra un paese finito
nelle viscere della terra mia
c' è il fuoco
c' è una caldera attiva
C è un cuore che pulsa
e come da sempre
Pozzuoli vive
abbracciando la sua CROCE
scossa dopo scossa
balla
ma sopravvive
E la Madonnina della piazza
abbraccia la città
sotto il suo santo manto
protezione dona.
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"Col cuore spezzato"
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Col cuore spezzato
piange la Mamma
il figlio nudo deposto in grembo
I vili soldati avevano sorteggiato
l ' inconsutile tunica
La tristezza infinita spegne il sole
Lacrime lavano le spoglie del Divino
e dopo averlo cosparso di olio e balsamo profumati
lo adagiano in un avello scavato nella roccia
e lo chiudono con una porta di pietra.
Il Mondo è in lutto.
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MARIAGRAZIA ROSSI

lunedì 6 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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Antonio Spagnuolo: "Dìssolvenze e sussurri", Ed. la Valle del Tempo. - 2025 - pag.60 - € 14,00
Leggendo “Dissolvenze e sussurri” di Antonio Spagnuolo, mi è venuta in mente l'assai nota affermazione di Orazio: Ut pictura poësis, non solo perché alcuni testi sono suggeriti dalla visitazione di mostre di pittura (come dichiara il medesimo sottotitolo “per una mostra di pittura” di Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni d'estate), ed altri sono dominati dal blu cobalto, colore della spiritualità e del sogno (come nei cieli di Van Gogh), ma perché, come il succitato poeta latino, Spagnuolo è convinto che i colori vengano usati dai pittori come strumenti di rappresentazione di idee e sogni attraverso una rivisitazione della realtà, così come i poeti si servono delle parole per pronunciare il mondo e ricreare atmosfere, come accade, per fare un esempio, nel testo Tramonto rosso (pag. 37) in cui il colore del cielo e del sole declinante viene suggerito, oltre che, appunto, dall'aggettivo “rosso”, da una sua enfatizzazione attraverso la comparazione con il sangue, lo “scarlatto” delle foglie, e, ancora, l'immagine del fuoco presente anche nel participio aggettivato “arroventati” attribuito ai volti.
Se, però, il parallelismo tra pittura e poesia si esaurisse nella capacità di creare belle e suggestive immagini, si resterebbe nell'ambito di un estetismo fine a sé stesso e nella celebrazione di un virtuosismo formale e verbale ammirevole, ma senza spessore etico, laddove l'aggettivo “etico” non va inteso come portatore di moralità strictu sensu, ma di un respiro umano che oltrepassi il significato letterale.
Lo spiega bene lo stesso autore nei versi che chiudono il già citato testo Mare e monti: «visioni che agli occhi e all'anima disvelano/ “Mare e monti” non soltanto paesaggio,/ ma viaggio dell'inconscio e del linguaggio,/ sfumature di vertigini sottili,/ nel vortice al respiro che si adagia».
Non per niente il sogno (vero e proprio teatro della mente, in cui l'inconscio si manifesta attraverso un susseguirsi di immagini che parlano un linguaggio altro da quello codificato) e la memoria (che si affida all'affioramento di frammenti di vita spesso slegati e già metamorfizzati dal sentimento e dalla distanza temporale) sono gli altri due elementi che intramano la poesia di Spagnuolo, avendo l'uno e l'altra come fulcro emotivo la passione amorosa, nient'affatto smorzata nonostante la distanza crescente della perdita, per la moglie, tant'è che mai potrebbe, quest'ultima. essere paragonata a certe donne angelicate, dopo il loro trapasso, di molta letteratura italiana, quanto piuttosto a certe figure del mito greco che conservano la forza di un umanissimo coinvolgimento emotivo in modo quasi esacerbato dalla mancanza di ogni consolazione legata ad un'ipotesi di trascendenza.
L'immagine della sposa, infatti, aderisce, nelle poesie di Spagnuolo, ad un sentimento che trattiene la concretezza carnale, la gestualità aggraziata e ammiccante, il turbamento dei sensi. Nel sogno e nella memoria ella torna palpitante e seducente, così come appaiono concreti e immersivi certi dipinti in cui l'osservatore ha la sensazione di sprofondare fisicamente. E, tuttavia, sta in questo limite della parola (o, per usare i termini definitori del poeta, la sua “menzogna”, il suo tremendo “abbaglio”) che rappresenta il reale, ma non può farlo rinascere come corpo vivente, il dramma ineluttabile (a cui ha dato voce così efficacemente un'autrice come la Pizarnik): «Ora i frammenti sono prigionieri/ dell'eterna sospensione/ e l'impudenza non placa mai le spalle/ offerte ai riflessi della tua memoria» e ancora: «Urlo il tuo nome come lupo alla luna,/ e la luna risponde,/ trasformando ogni sillaba in fantasmi».
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Franca Alaimo
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6 Aprile, Lunedì dell'Angelo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = NICOLETTA NUZZO

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NICOLETTA NUZZO : “MOLTEPLICE” ed. Rupe mutevole – 2026 – pag. 62 - € 10,00
* Lo svolgersi accattivante di queste poesie, attraverso numerosi componimenti che portano dediche per personaggi noti, o per amici, o per il gatto, o ancora per avvenimenti storici e di attualità, ci trasporta agevolmente in un’atmosfera che sorprende per agilità di linguaggio e scelta della frase.
Si muove lungo una linea di tensione costante tra interiorità e dimensione collettiva, tra ricerca identitaria e presa di posizione politica, introducendo un paesaggio simbolico duale: da un lato l’oblio, cioè il rischio della perdita di sé, della dissoluzione nell’indistinto; dall’altro la tempesta, immagine di conflitto, di turbamento ma anche di energia vitale. In questo spazio oscillante prende forma “una storia doppia”, quella di un io che si costruisce nel confronto con il tu e con le altre, senza però rinunciare alla propria singolarità. La ricerca di un’identità “abbastanza consapevole” indica un processo mai compiuto del tutto, ma sufficientemente saldo da permettere la relazione senza smarrimento.
Più avanti il tema della discesa “nel Regno delle mie ombre” richiama una dimensione quasi archetipica, junghiana: il confronto con ciò che è rimosso, oscuro, necessario per una piena integrazione del sé. Non si tratta solo di introspezione, ma di un passaggio obbligato per dare “una forma vivente e in evoluzione” all’essere. L’identità, dunque, non è fissa ma dinamica, attraversata da tensioni e trasformazioni.
Si intreccia la stessa poetessa con forza tra la dimensione politica e quella femminista. Il “no da dire insieme alle altre” segna il passaggio dall’io al noi: la soggettività individuale trova compimento nella solidarietà e nella lotta condivisa. Il sistema patriarcale è descritto con immagini dure e violente: esso “separa e uccide i figli” per vendetta contro il corpo generativo femminile, e avvelena la terra attraverso un “maschile accecato dall’invidia e dal potere”. Qui la poesia assume un tono di denuncia, quasi profetico, in cui la violenza strutturale si riflette tanto nei rapporti umani quanto nell’ambiente.
Ella ha la capacità di ricamare registro lirico e tensione civile senza cadere nella retorica. Il linguaggio è essenziale ma carico di immagini simboliche efficaci (oblio/tempesta, ombre, terra avvelenata), che sostengono un discorso insieme intimo e politico. Muovendosi in uno spazio profondamente interiore, dove l’io lirico sembra attraversare una condizione di smarrimento e ricerca di ordine l’immagine richiama spesso qualcosa di familiare e originario, ma subito questo radicamento viene incrinato dal “peso smarrito” che l’autrice tenta di racchiudere sul cuscino: un gesto intimo, quasi domestico, che però non riesce a contenere davvero il disagio. Le “stanze ben apparecchiate dentro di me” suggeriscono un’interiorità organizzata, forse costruita con cura, ma che appare insufficiente, perché il soggetto cerca invece un “ripostiglio inerte”, uno spazio marginale dove relegare ciò che non trova ancora forma.
Tutta la raccolta si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e corporeo, in cui lo spazio domestico si intreccia con quello psichico. La tensione tra ordine e disordine, tra grammatica e caos, costituisce il nucleo tematico principale. Interessante è l’uso di immagini biologiche e floreali, che suggeriscono un processo di metamorfosi non ancora compiuto. Lo stile, frammentato e privo di punteggiatura forte, rispecchia efficacemente la condizione di instabilità dell’io lirico, rendendo il testo coerente nella sua espressività inquieta e sospesa.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

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"Alessia e Pasqua 2026"
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Incantesimo libero per Alessia
al risveglio (subito del sogno
come una donna si ricorda
sedici anni contati come gocce
di mare e sta infinitamente).
Trascrive le parole con affilata
grafia nel diario e pensa a Mirta.
Azzurrità cerulea del cielo
a proteggerla prima di pregare.
Ci sarà raccolto nell’angolo
della mente trasparente
e non avrà paura della gioia.
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Raffaele Piazza

sabato 4 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI == CESARE VERGATI

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Cesare Vergati: “Aforismi in opera” – Ed. ExCogita 2025 – pag. 106 - € 12,00
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Prima di immergerci nella sorprendente avventura di questi aforismi bisogna gustare, tutta di un fiato, la “conversazione con Alberto Casiraghi di Cesare Vergati”, elegantemente proposta in appendice del volume. I due ci introducono speditamente nell’amalgama policromatica della scrittura nella quale la sottrazione diventa affidamento fulminante della espressione poetica.
Il volume si presenta come un laboratorio della parola breve, un’officina in cui il pensiero si distilla fino a farsi scheggia, tensione, talvolta persino enigma. Non siamo di fronte a una raccolta meramente sentenziosa, ma a un percorso in cui l’aforisma diventa esercizio di scavo, una forma di scrittura che rinuncia all’espansione narrativa per concentrarsi sulla densità e sull’urto semantico.
Si avverte una poetica ben precisa. Così: «In un dato di fatto l’esperienza spensierata serve da palliativo» suggerisce una visione disincantata dell’esperienza, dove la leggerezza non è liberazione ma compensazione, quasi un anestetico contro la rigidità del reale. L’aforisma non consola: smaschera. Allo stesso modo, «Nell’umano il disumano ritrova un vasto campo di dedizione smanioso di giungere all’inumano» introduce una tensione quasi paradossale, una spirale concettuale che mette in crisi i confini etici e ontologici, insinuando che ciò che definiamo “umano” contenga già in sé una vocazione al suo superamento o alla sua negazione.
Ancora più sottile è «Le più profonde sofferenze aggirano i più grandi dolori», dove il rapporto tra sofferenza e dolore viene rovesciato: non è il dolore a fondare la sofferenza, ma una dimensione più segreta, più interna, che lo elude, lo circonda, forse lo svuota. Qui l’aforisma si fa quasi meditazione filosofica, lasciando al lettore il compito di colmare i vuoti. E gli esempi diventano numerosi, carichi di ritmo musicale bene impastato al suggerimento speculativo.
Le aspettative per una “tele-scrittura” — intesa come scrittura capace di trasmettersi, diffondersi e risuonare in un contesto contemporaneo segnato dalla rapidità e dalla frammentazione — sono alte. Questo tipo di aforistica sembra infatti particolarmente adatto a una fruizione mobile, intermittente, ma non per questo superficiale. Al contrario, la brevità richiede una partecipazione attiva: ogni frase chiede di essere riletta, sostata, quasi abitata.
Cesare Vergati sa trovare una sua naturale espansione proprio in forme di circolazione “a distanza”, dove il testo breve diventa nodo di riflessione condivisa, scintilla capace di accendere interpretazioni plurali. Se la tele-scrittura rischia spesso di appiattire il pensiero, qui potrebbe invece amplificarne la complessità, trasformando ogni aforisma in un punto di partenza più che in una conclusione.
In questo senso, il volume promette non solo una raccolta, ma un’esperienza: quella di una scrittura che, pur nella sua essenzialità, continua a lavorare nel tempo lungo della coscienza del lettore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 3 aprile 2026

POESIA = LUIGI TRISOLINO

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"Il lamento dell’oblio"
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Ancòra affanni,
dopo il peregrinare folle
sui seni bollenti del destino.
La mia coppa di vino tace
invecchiando, persa fra le dita cogitanti.
Afa di ghiaccio quaggiù, non basta una vita.
Non sei nata, amica mia, per essere schiava.
Martire e oggetto vischioso,
scheletro mutilato e carne per bruti fuochi.
Non posso pensare senza graffiarmi
con le mani la fronte, amica mia,
al tuo seno d’altri offeso, coi capezzoli infranti nel pianto.
Questa parte di te che dimora
sotto la pelle di noi nomadi pellegrini
con gli animi randagi, o amica mia,
dondola l’acido vino nella mano tramante.
Mi siedo
come s’una nuda fresca roccia primordiale
accanto al mio vulcano incerto:
nella ferita trovo il vuoto. Lo annuso.
Ho bisogno di capire, non si può ormai fuggire.
Scalciante il mio oblio,
sul suo terreno fragile m’accingo già alla caccia.
In memoria del tuo sangue
traboccante il vino conta, sul mio costato colando,
le innumerevoli schegge di ossa
in direzione del cuore.
Vorrei lasciar gli arpioni predatori
e andare a pesca soavemente, nell’immenso del mio io.
Trovare te, amare sempre e solamente te,
scompigliare come ricci capelli al vento
i rottami del mio calcolo, omicida del tuo amore.
Ma ora amo i superstiti brandelli
del mio ardore scomposto, disperso oltre l’oblio.
L’orizzonte m’ama, mi desta,
mi scansa per far posto a nuova vita.
Da quando l’eterno amplesso con il cielo
come brezza mi carezza folle e balzante,
schietto e pulsante mi respiro.
Perdo il conto delle ore: il mio tempo è un compagno di guerra
ferito, tradito dal mio stesso inconsapevole
masticar di pensiero, sotto le stelle.
Elevo una speranza sulla via: che amar si possa
un’altra volta ancora;
ch’io non confonda la tua morte
con la vita mia, né il ricordo di te
con le mie pallide e godenti rotte di quest’oggi.
Ma una notte
la luna mi cadrà addosso
ovattando sulle mie nudità anelanti,
come un diamante proibito in attesa di brillare.
Bevo il succo dell’infinito, intanto,
sugli stracci di brune nubi smarrite,
quaggiù.
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LUIGI TRISOLINO
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Poesia vincitrice 1° Classificata al Premio Letterario Nazionale “Le parole della Poesia 2017”***

giovedì 2 aprile 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALBERTO RIZZI

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Alberto Rizzi: “Pseudo-haiku” – Ed. La linea dell’equatore- 2025 – pag.45 -s.i.p.
Tiratura di cento esemplari numerati a mano limpido omaggio primaverile ricamato da una ricerca armoniosa della parola e del pensiero.
Questi testi, definiti dall’autore “pseudo-haiku”, si muovono nel solco della brevità e dell’intuizione tipiche dell’haiku tradizionale, ma se ne distaccano per una maggiore espansione riflessiva e per una presenza più marcata dell’io. Non si tratta infatti di semplici istantanee naturali, bensì di momenti in cui il dato sensibile si apre immediatamente a una risonanza interiore.
La lettura scivola con frequenze rapide e accattivanti, soffermandoci tra pagina e pagina in esempi delicatamente luminosi, così nel componimento numero 7, “Dolce carezzare giovani alberi / urgono le api ai fiori: / continuo è l’intreccio delle anime”, la scena naturale è attraversata da un movimento armonico e necessario. Il gesto umano del “carezzare” si accorda con l’operosità delle api, creando una rete di relazioni che culmina nell’immagine finale dell’“intreccio delle anime”. Qui la natura non è sfondo ma organismo vivente e interconnesso, in cui ogni elemento – umano e non umano – partecipa a un’unica vibrazione vitale. L’uso del presente (“urgono”, “è”) rafforza l’idea di un flusso continuo, senza interruzioni.
Ancora nel testo numero 13, “Manosfioro la ruvidosa cute / d’un giovane albero; / un brivido mi ricorda promesse”, il contatto si fa più intimo e corporeo. La parola “cute” attribuisce all’albero una qualità quasi umana, accentuando la fusione tra soggetto e natura. Il “brivido” che nasce da questo sfioramento non è soltanto sensoriale, ma evocativo: rimanda a “promesse”, cioè a qualcosa di sospeso tra memoria e desiderio. Rispetto al primo haiku, qui l’accento è meno cosmico e più personale: la natura diventa specchio di una tensione interiore, di un’attesa o di una nostalgia.
Soffermandoci nel componimento numero 35, “Lo scrosciare del torrente è parola, / s’apre fra queste case: / il suono detta strada ad un pensiero”, il paesaggio sonoro assume una funzione quasi linguistica. Il torrente “è parola”: non solo produce un suono, ma comunica, orienta, guida. L’elemento naturale si inserisce nello spazio umano (“fra queste case”) e diventa principio ordinatore del pensiero. L’ultima immagine suggerisce che il fluire dell’acqua non solo accompagna, ma addirittura dirige il percorso mentale, come se il pensiero stesso fosse un’estensione del ritmo naturale.
Felicemente Rizzi mostra una scrittura che, pur ispirandosi alla concisione e all’immediatezza dell’haiku, e si caratterizza per una forte carica analogica nonché per una tendenza alla riflessione esplicita. La natura è costantemente antropomorfizzata o interiorizzata: alberi, api e torrenti non restano oggetti di contemplazione, ma diventano interlocutori o proiezioni dell’io. L’autore sembra dunque operare una ibridazione tra la forma breve orientale e una sensibilità lirica occidentale, più incline all’interpretazione e alla simbolizzazione, dove l’immagine naturale è sempre già attraversata da un significato umano.
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ANTONIO SPAGNUOLO