mercoledì 22 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERENA CIANTI

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Serena Cianti: “Denudata” – Ed. Controluna 2026 – pag. 66 - € 13,00
“Del fiore di pesco/ accarezzo la cadenza del risveglio/ un bocciolo tremolante/una fogliolina che si stiracchia/ scuotendo il gelo dell’inverno/ nell’osservarlo/ serenamente accetto lo scorrere del tempo.”
La delicatezza del dire, che evapora dai semplici versi per una sensazione vellutata, nello sciogliersi dei minuti, diviene in queste pagine un motivo persistente di musicalità che dona ritmo alle numerose illuminazioni del pensiero che la poetessa ricama.
Molte volte qui la poesia si costruisce attorno a una scena di apparente complicità burocratica che, nella sua essenzialità, diventa metafora di due destini destinati a sfiorarsi senza coincidere. L'incipit di “Vite incrociate”, «Impronte digitali», introduce immediatamente il tema dell'identità ridotta a segno amministrativo: l'individuo non è presentato attraverso il volto, il nome o la storia, ma attraverso il dato biometrico, simbolo di un'esistenza sottoposta al controllo e alla classificazione.
L'immagine delle «strade vicine un metro» è di particolare efficacia. La vicinanza fisica non coincide con quella esistenziale: un solo metro separa due individui che tuttavia appartengono a realtà profondamente differenti. In quello spazio minimo si concentra una tensione umana intensa, fatta di silenzi, di sguardi e di reciproco riconoscimento. L'attesa comune culmina nel «respiro di sollievo», gesto elementare che accomuna entrambi e sospende, per un istante, le differenze sociali, geografiche e politiche.
La forza del testo risiede proprio nella capacità di suggerire un'intera vicenda umana attraverso pochi dettagli concreti. Nessuna descrizione psicologica, nessun commento morale: sono gli oggetti – le impronte, il permesso, il passaporto – a raccontare la disparità delle esistenze. La poesia invita così a riflettere sul tema dell'identità, delle migrazioni e dei privilegi senza assumere un tono ideologico, lasciando che sia il lettore a completare emotivamente ciò che rimane sottinteso.
Serena Cianti tratta e trasmette una poesia di impianto minimalista, fondata sull'ellissi e sulla sottrazione. Il linguaggio è sobrio, quasi prosastico, ma proprio questa asciuttezza conferisce autenticità alle scene. L'efficacia nasce dalla precisione delle immagini che illuminano retrospettivamente tutti i testi. Equilibrio, misura e intensa capacità di trasformare un episodio quotidiano in una meditazione discreta sulla condizione umana, saltellando tra i ricordi dell’Etruria e la paura dell’abisso, tra l’abbandono per una separazione e lo sfiorare armonioso delle dita di una mano, tra l’incantatore del circo illusionista itinerante e un respiro che si spezza in frantumi di diamante.
La parola ha capacità policromatiche e nasce dall’ascolto di una continua dilatazione temporale e nasce ancora dagli Arcani maggiori dei Tarocchi – in particolare La Stella, La Luna e Il Sole – attraverso cui l'autrice compie un intimo percorso di metamorfosi e introspezione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 21 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = DIEGO RICCOBENE

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Diego Riccobene: “Enchiridion” – Tipheret editore – 2026 – pag. 148 - € 15,00
L’impatto con le poesie di questa raccolta è senza alcun dubbio da lieve vertigine fantasmatica.
Gli effetti di una precisa poetica della condensazione, che privilegia l'energia simbolica rispetto alla chiarezza, sono subito evidenti e coinvolgono. Per un lettore abituato alla poesia contemporanea di ricerca il testo mantiene una notevole tensione espressiva; per un pubblico più ampio, invece, alcune oscurità possono attenuarne l'influsso emotivo immediato. Nel complesso, questa poesia si distingue per la qualità del suo immaginario e per la capacità di tradurre il trauma interiore in una materia linguistica densa, inquieta e fortemente personale.
Essa spesso si costruisce come un breve ma densissimo monologo interiore in cui il corpo diventa il luogo di manifestazione di una crisi esistenziale. Il tremore non è soltanto un sintomo fisico, ma il segno di qualcosa che non riesce a trovare compimento. L'“incompiuto” rappresenta ciò che rimane sospeso tra il desiderio di esprimersi e l'impossibilità di raggiungere una forma definitiva.
L'universo procede per immagini visionarie e surreali. La «brina dall'orecchio» costituisce una sinestesia che trasforma il freddo in suono e il corpo in paesaggio. Ancora più significativa è la metafora dell'«orecchio cornucopia», insolita e ricca di suggestioni: l'orecchio non è soltanto organo dell'ascolto, ma recipiente traboccante, sorgente che dispensa una verità dolorosa. Ciò che viene elargito, tuttavia, non è abbondanza vitale, bensì il «giusto collasso». L'aggettivo "giusto" introduce una dimensione quasi etica del cedimento: il collasso appare inevitabile, forse perfino necessario, come passaggio verso una possibile liberazione.
Una continua oscillazione tra disgregazione e redenzione, il “culto sugli estuari e un petto che ne torce”, “il nume che ti spella la medesima crosta”, “nel guiderdone assurdo del distinguere”, “tardare appena sulla cima” sono i movimenti ondulatori di una marea che fa della parola la bianca spuma delle onde. Il corpo, il linguaggio e la memoria si intrecciano in una sintassi volutamente franta, che riflette la difficoltà di dare ordine all'esperienza del dolore. Non è una poesia narrativa, ma un evento linguistico che tenta di trasformare la crisi in conoscenza.
Il testo si colloca nell'area di una lirica fortemente sperimentale, nella quale l'accostamento di immagini inattese e la compressione sintattica prevalgono sulla linearità discorsiva. La forza della poesia risiede nella sua capacità di creare un clima visionario attraverso metafore originali e in un lessico che oscilla tra concretezza corporea e tensione metafisica.
Da segnalare infine gli emblemi che arricchiscono il volume realizzati da Mirko Andreoli.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 19 luglio 2026

DIBATTITO = PRIMO INTERVENTO

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Tra sperimentazione e durata: riflessioni aperte=
Contributo per il dibattito, di Marianna Colafati
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Oggi, osservando il panorama poetico, mi sembra evidente che la vera forza della poesia risieda proprio nella sua straordinaria, quasi caotica, molteplicità. Se penso a tutto quello che accade intorno a noi – dallo slam poetry alla poesia algoritmica, passando per l’empatismo o le scritture performative – mi rendo conto che il concetto stesso di “testo” sta esplodendo. Per me, la poesia non è più soltanto quella cosa che leggiamo sulla pagina: è diventata voce, corpo, evento, rete. È un’esperienza che vive di interazione. Guardando al futuro, credo che non potremo fare a meno di una contaminazione sempre più spinta tra i linguaggi. L’intelligenza artificiale o gli spazi digitali non mi spaventano: al contrario, penso che ci offrano strumenti di esplorazione immaginativa inediti. Certo, ci costringono a chiederci cosa significhi ancora essere “creativi”, ma è una sfida che trovo stimolante. Non credo affatto che la tecnologia sostituirà l’autore; credo piuttosto che saremo chiamati a collaborare con essa per costruire qualcosa di nuovo.
D’altro canto, però, sento forte il bisogno di tornare a una dimensione comunitaria, e credo che il successo dello slam e dello spoken word sia la risposta a questa necessità. In un mondo che corre troppo veloce, la performance poetica ci restituisce qualcosa di prezioso: l’ascolto, la presenza, il valore della condivisione. La poesia torna a essere un’esperienza collettiva, smettendo di essere soltanto un momento solitario di lettura.
Eppure, a mio parere, ogni spinta verso il nuovo perde di senso se non sa fare i conti con la tradizione. Non vedo la poesia “classicheggiante” come un nemico, ma come una palestra necessaria: è lì che impariamo il lavoro sulla lingua, sul ritmo, sulla memoria culturale. Tuttavia, per me, legarsi a ciò che è stato non significa rifugiarsi in un passato cristallizzato. Anzi, credo che oggi sia fondamentale mantenere un legame saldo con i maestri, ma con la consapevolezza che non è più il tempo dei lirismi eccessivi o di certi cliché che hanno fatto il loro tempo.
Secondo me, la poesia deve sapersi adeguare al presente. Non possiamo continuare a parlare come se il mondo fuori non stesse cambiando drasticamente: abbiamo il compito di confrontarci con temi attuali, con le urgenze del nostro tempo, rendendo la scrittura al passo con la realtà che viviamo. Le opere che trovo più interessanti sono proprio quelle che riescono a far dialogare questa solida eredità classica con una sensibilità contemporanea, che non ha paura di sporcarsi le mani con l’attualità.
Il rischio, altrimenti, è l’autoreferenzialità. La poesia, per me, è viva solo quando riesce a tradurre l’esperienza umana in conoscenza sensibile, che si usi una penna, una voce o un algoritmo.
In conclusione, non credo che il futuro appartenga a una singola “scuola” di pensiero. Credo che apparterrà a quelle opere capaci di tenere insieme profondità espressiva, consapevolezza culturale e apertura totale al nuovo. Le etichette critiche passeranno, ma ciò che resterà, da Omero alle scritture digitali, sarà sempre lo stesso nucleo: la nostra necessità di dare forma, attraverso la parola, a ciò che altrimenti resterebbe indicibile.=

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIANNA COLAFATI

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Marianna Colafati: “Anatomia del bianco” – Ed. Transeuropa 2026 -pag. 72 -
Il volume è in uscita per i tipi di Transeuropa e a breve saranno disponibili dati editoriali e schedina di presentazione
In apertura l’autrice scrive: “Anatomia del bianco è un’indagine poetica che si muove lungo il confine sottile tra il corpo, la memoria e il trauma, cercando una lingua capace di ricomporre i frammenti di un crollo.
La silloge vive di una duplice tensione espressiva: da un lato, una linea lirico-esistenziale che scava nella natura, nel silenzio, nell’acqua e nella pietra come elementi di resistenza e guarigione; dall’altro, una spinta fortemente materica, quasi industriale, che si scontra con l’asfissia del cemento, il ferro, la ruggine e l’elettricità sterile dei non-luoghi contemporanei.
Articolata in quattro movimenti interni, l’opera accompagna il lettore attraverso le macerie del trauma fino alla riconquista del senso, dove il “bianco” cessa di essere la superficie muta e cieca dell’urlo per farsi, finalmente, chiaro immenso.”
Un esempio di scrittura che risuona della matrice musicale delle sillabe, per “quel respiro che restringe la gola”, per “un graffiante ronzio che parla”, per “il riverbero del sole sopra il catrame che fuma”, per “i macigni che scavano la terra”, per “il vuoto che rispecchia la cecità”. Una frequenza rimarchevole che allude, che incide, per le sue connotazioni di spazio e di quiete, di incertezze e di illusioni, intrise dalle delizie della contemplazione o da una sorta di elegia del tempo trascorso.
La raccolta si presenta come un itinerario di conoscenza che attraversa le zone più fragili dell'esperienza umana, trasformando il dolore in occasione di ricerca e di rinascita. Già dal titolo emerge una tensione significativa: il "bianco", generalmente associato alla purezza, alla luce o al silenzio, viene sottoposto a una vera e propria "anatomia", quasi fosse un corpo da aprire, osservare e comprendere nelle sue fibre più nascoste. Il bianco non è quindi uno spazio vuoto, ma una materia viva, stratificata, che custodisce le tracce del trauma e della memoria.
Lungo un percorso di ricomposizione interiore, dove il linguaggio poetico tenta di dare forma a ciò che appare irrimediabilmente frantumato dove ogni immagine sembra nascere da una tensione continua tra ciò che è stato spezzato e ciò che ancora cerca una possibilità di esistere. La poesia diventa così esercizio di ascolto, gesto paziente di ricostruzione, capace di raccogliere i frammenti dispersi dell'identità.
La struttura in quattro movimenti conferisce alla raccolta una forte coerenza narrativa. Il lettore è condotto attraverso una sorta di viaggio iniziatico: dalle macerie del trauma si approda lentamente a una nuova consapevolezza, in cui il bianco cambia natura. Esso non coincide più con il vuoto o con il silenzio dell'annientamento, ma diventa spazio di apertura, luce ritrovata, possibilità di riconciliazione. Il verso conclusivo, con il riferimento al "chiaro immenso", suggerisce un approdo che non cancella il dolore, bensì lo trasfigura in una forma di conoscenza più ampia e profonda.
Notevole compattezza progettuale per la capacità di fondere riflessione esistenziale e ricerca linguistica. La scrittura, sorvegliata e intensa, alterna registri lirici e immagini di forte concretezza materica, costruendo un tessuto poetico ricco di tensione simbolica. Il percorso dai luoghi della frattura a quelli della possibile rigenerazione conferisce alla raccolta una solida architettura interna e una significativa forza emotiva. Ne emerge una poesia contemporanea che non rinuncia alla complessità del pensiero, ma riesce a trasformare il trauma individuale in un'esperienza di valore universale, restituendo al lettore un senso di speranza conquistata attraverso la consapevolezza.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ALEX SCHILLIZZI

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"Identità nomade"
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Mi sono perso nel corridoio
tra una vita e l'altra, o in un
atrio inabitato di me stesso
con l'eco dei tuoi passi a farmi
da unico inquilino. Sono
divenuto il mattatoio di me
stesso: appeso al soffitto
della mia mente come una
carcassa non catalogata.
-
Non ti ricordo più, se non
la tirannia dei tuoi baci e
la ferocia con cui imparavi
a restare.
Se un giorno mi ritroverò
sarà per sbaglio, come chi
inciampa nella propria ombra
e finalmente si riconosce.
****
" II "

Tu tremi
nella luce che si assottiglia
come neve tra le spore
perseveri nell'ipotermia della fiamma
che ti dissemina in cenere e zolle.
-
È bastato saperti paese disabitato
cielo senza spigoli, seguire il tuo errare
tra gli spasmi della terra
per scoprire che non sei scampata
– anche tu – allo strappo degli addii.
-
Questa assenza s'intana tra le cose
che ci hanno resi vivi
e non rimane che disfarci dei detriti
amputare i rovi-pensieri che facevano
da talismani.
-
Te ne vai, lasciandomi solo.
I bambini coi droni che gracchiano
sopra il lungolago.
Poi il grido di qualcuno.
*****
"Kodak, 1995"
-
(a mia nonna)
-
Il mio sorriso non è mai
venuto alla luce
sarà ancora lì in quella camera oscura
che attende di essere sviluppato.
Ma c'erano le tue dita
– pilastri della mia infanzia –
a contenere il peso dell’innocenza
la collisione dei fiori unti di pioggia
e il sigillo dell'immobilità.
-
Sono uno speleologo tra
le strettoie di questo ricordo
ma non so se in quello scorcio
sono rinati gli ulivi stempiati
o se i gheppi conservino ancora
l'ultima muta di quella primavera.
Quello che so è che lì non
faremo più ritorno
e che non ci saranno più i tuoi occhi
a fare da pozzi per le mie lacrime.
***
ALEX SCHILLIZZI

sabato 18 luglio 2026

RIVISTA = IL FOGLIO LETTERARIO

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– Numero speciale dedicato all’Empatismo.
Il fascicolo è interamente dedicato alla teoria dell’Empatismo che Menotti Lerro va proponendo, nei suoi vari aspetti ormai universali, da anni con intelligente alacrità-
In apertura Francesco D'Episcopo scrive: “Nel panorama culturale contemporaneo italiano ed europeo emergono raramente figure capaci di coniugare in modo organico ricerca accademica, produzione artistica, progettazione territoriale e costruzione di movimenti culturali. La vicenda intellettuale di Menotti Lerro si distingue proprio per il tentativo di integrare tali dimensioni in un’unica visione, culminata nella fondazione del Movimento Empatico Internazionale nel 2020 e nella realizzazione di un articolato sistema culturale radicato nel Cilento ma proiettato verso una dimensione globale. L’intero percorso può essere sintetizzato attraverso sei pilastri fondamentali che costituiscono le coordinate essenziali della sua opera: gli alti studi accademici, la grande prolificità artistica, il Premio Internazionale Cilento Poesia, il Centro Contemporaneo delle Arti, la Piramide Culturale del Cilento e il Movimento Empatico Internazionale. Tali elementi non rappresentano semplicemente attività parallele, bensì parti interconnesse di un medesimo progetto culturale.”
Il 2020 segna un momento epocale di svolta determinando la fine del post modernismo e la nascita del nuovo movimento post-post-modernista. L'innovazione che il movimento empatico sta determinando con grande lungimiranza e forza culturale da anni segna una sua strada ben precisa e cerca luminosità policromatica nella scrittura di qesto secolo. Numerosi gli interventi programmatici e gli articoli presenti in queste pagine, tutti a firma di pregevoli autori.
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A. S.

DIBATTITO = SPERIMENTALISMO OGGI

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Il blog "Poetrydream" da oltre venti anni si propone come palestra della poesia contemporanea ed al momento è visitato quotidianamente da più di mille ingressi provenienti da tutto il mondo.
Apre ora un dibattito sulle risultanze e realizzazioni dei vari gruppi di sperimentalismo attualmente in lizza. Dalla poesia postuma allo slam, dalla patafisica all'empatismo, dalla chicken poetry allo spoken word, dalla cyber poesia alla poesia algoritmica, eccetera. - Quali sono le aspettative future o nell'immediato? E quali gli accostamenti o i contrasti con la poesia classicheggiante, che dura? Inviare gli elaborati in allegato email (formato word) alla casella : spagnuoloantonio@hotmail.com ==

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Spettro”
Non combattere contro gli oscuri terrori
per la momentanea fuga delle seduzioni,
dal fantasma che trasforma le immersioni
attorno all’ambiguità dell’anima che tenta
di liberarsi dalle onde maligne dei ricordi.
Niente potrà sconfiggere la greve incongruenza
delle variazioni e degli esili:
un costante ripiegamento diventerà occasione
nascosta nell’immaginario spettro
che si aggira irrisolto
come filtro inquietante delle apparizioni
della eterna illusione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 17 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MICHAEL MICCI

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Michael Micci: “Epica dell’abbandono” – Ed. RP – 2026 – pag. 76 - € 10,00
Una scrittura elegantemente pulita distingue in maniera limpida le poesie di questa silloge di esordio, una scrittura che si ammira per la sua fulminea semplicità del dire.
Tento dal "panorama" di estrapolare una poesia a caso.
“Febbre altissima,
corona di spine:
ti parlo nel sonno
come fossi ancora qui.
Ma il risveglio è buio
e rivoli rossi
mi serrano gli occhi
un tempo aperti
sulla tua schiena bianca.
Amore di Schrodinger:
il virus ti uccide e ti resuscita
mi uccide e mi resuscita.
E non so più se fuori dalla stanza
mi attendono i vivi
oppure i morti
riuniti in silenzioso parlamento.”
Poesia che si muove in uno spazio di confine, dove la febbre non è soltanto una condizione fisica, ma diventa il simbolo di uno stato liminale in cui realtà, sogno e memoria si sovrappongono senza più distinguersi. L'incipit, "Febbre altissima, / corona di spine", richiama immediatamente una dimensione di sofferenza quasi sacrale: la malattia assume i contorni di una passione, di un dolore che trasfigura il corpo e lo spirito. Il dialogo con l'assenza è il nucleo emotivo della lirica. L'io poetico continua a parlare all'amato nel sonno, come se la morte o la lontananza non avessero ancora reciso il legame. Il risveglio, tuttavia, dissolve l'illusione e introduce un'immagine di forte impatto: il buio e i "rivoli rossi" che serrano gli occhi evocano insieme la sofferenza fisica, l'emorragia del ricordo e la difficoltà di continuare a vedere il mondo con lo stesso sguardo di un tempo. Il ricordo della "schiena bianca" rappresenta allora l'ultimo frammento di una corporeità amata, luminosa, ormai affidata soltanto alla memoria.
Particolarmente efficace è la metafora dell'"Amore di Schrödinger", che trasporta nel linguaggio poetico il celebre paradosso della fisica quantistica. L'amore, come il gatto di Schrödinger, esiste contemporaneamente nella vita e nella morte: il virus uccide e resuscita, annienta e restituisce, mantenendo il sentimento in una condizione di perpetua sospensione. Non vi è una verità definitiva, ma una coesistenza di stati opposti che riflette l'esperienza traumatica della perdita e dell'epidemia.
Il finale amplia la vicenda individuale a una dimensione universale. La stanza non è più soltanto un luogo domestico, ma una soglia metafisica oltre la quale non è possibile distinguere i vivi dai morti. Quel "silenzioso parlamento" riunisce entrambi in una comunità indistinta, suggerendo che il dolore ha cancellato ogni certezza ontologica. Il silenzio conclusivo non rappresenta un vuoto, bensì una forma di meditazione estrema sulla precarietà dell'esistenza e sulla persistenza dell'amore oltre i limiti della vita.
Così tutta la raccolta si distingue per l'intensità emotiva e per la capacità di fondere registri diversi: il linguaggio della sofferenza cristologica, quello scientifico e quello elegiaco convivono in un equilibrio originale. Le immagini sono essenziali ma incisive, e il ritmo spezzato accompagna efficacemente l'affanno della coscienza. Una personale ricerca nei meandri del nostro sub conscio tra “la noia dei fiori non ancora recisi” e le ingiustizie di “un Putin che invade l’Ucraina”, tra “l’epica che aspira ad una tela” e “le parole d’amore in lingue diverse”.
Il poeta conserva una notevole forza evocativa e restituisce con autenticità l'esperienza della perdita, trasformando la memoria amorosa in una riflessione universale sul confine sottile tra la vita e la morte, stemperando il pensiero in promesse accattivanti, ricercando i riflessi in un “silenzio che allontani la paura”.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIANNA COLAFATI

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"L'urlo del bianco"
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Perché non prendo forma?
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Quel bosco,
quella strada,
quella stretta opprimente.
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Li sento ridere.
Si prendono gioco di me.
-
Le montagne, il mare, il dolore:
tutto ha forma.
-
È bianca la mia superficie muta,
ma sotto la pelle di calce
bruciano un rosso senza nome
e un blu da poterci annegare.
-
Nel vuoto rispecchio la mia cecità,
e l’aria intorno urla.
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"Il cemento non respira"
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Massa densa di grigio
offusca la mente.
Annego nel rombo assordante.
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Buchi dentro,
schegge
nel vuoto lasciato dal verde.
Cling, clang.
-
Ma tutto è troppo immobile,
anche in questo vortice.
Neanche il cemento respira.
-
Solo un filo d'erba in quella crepa.
Spinge.
Il manto si sgretola
e tace.
-
Sola,
attende un goccio di pioggia.
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"Flusso"
-
Tutto passa e lascia il segno,
come acqua che scava la roccia
senza chiedere permesso.
-
Attriti, chilometri,
deviazioni di traiettoria e cadute.
-
Ogni cicatrice sul fondale
non è una fine.
E’ il flusso
di ciò che siamo stati.
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MARIANNA COLAFATI

lunedì 13 luglio 2026

POESIA = CAROLINA ANNA FALBO

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"Ballata sull’esiguo"

Impalcare lo stile
è ballata sull’esiguo.
Il nerbo dell’idea e il fiacco sillabario
non compongono quel vento
lontano dell’amore.
La ballata è un’idea del broccato del passato,
quando stavo nel giardino
del viavai delle signore.
Zie e cugine in patrilinea
a darmi un rammendo,
per operare la sutura tra visione e sentimento.
La sutura sull’esiguo
è tenzone d’utopia.
C’era un sogno sul davanti di un immobile castello:
rocce rosse, spiazzo a terra.
Il maglione resta zitto
sul tamburo del diaframma
e mi avvedo che non mi inganno
a guardarti respirare,
nell’esiguo del momento.
La ballata sull’esiguo è il dolore del petto.
Linea retta e poi linee troppo gonfie,
e la snella mia sorella non aveva quella flemma.
Non mangiava mai ad esempio i dolcetti a colazione.
Fragrante passe-partout.
La ballata sull’esiguo è la bimba in filastrocca.
Lei mi sgrana un occhio osceno.
Io le conto la vergogna
e un frollino di silenzio.
Il cortile è a soqquadro per una fuga di ventre.
Fragrante Parma,
sola, nell’atrio rinsecchito
di uomini e di donne di granito.
L’odore del ragù
Esacerba un bruttamore.
Un tumore di memoria
nel paese di mio padre
ti riporta al punto duro da cui muove la radice
dove muore la radice.
Il quartiere danza.
Il ventre è di bambino.
Ed io allungo il dito
nel punto del tuo occhio.
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"Ho finito per farmi bastare"
-
Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, o i vizi capitali
che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole -nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale.
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.
Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che smarcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole…
non ci sono più.
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"Antifrasi"
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L’ha visto indicato col dito,
senza libretto delle istruzioni,
il dito diceva se premi distruggi,
se permuti scambi,
cambi il vessillo, diventa vassallo,
e non vuol diventare vassallo un vento del nord,
la sintesi tesa,
un fischio di assente burrasca.
La misericordiosa grandezza,
in materia di carne,
doveva essere congrega di fronte,
principio gridato,
voce pensante di un pensiero appartato,
incessante.
Un senso di eterno,
di incerto plotone,
esecuzione tarlata,
perfetta lentezza,
linguaggio che coglie preciso il non nome, che non nomina nome
e si vuole eterno ed eterno lo è, nel dimenticare
ogni altruistico dare
a sola frazione
di falso esemplare.
Emenda l’ammenda, dimentica il conto,
lo prende in un altro tradotto fonema, non traduce l’acconto.
Dimentica sé, si emenda scordando,
s’accorda veloce,
mi lascia interdetta perché non ha mèta, e coglie preciso
il senso deriso di me che mi salva,
mi salva e non so se voglia o se lasci,
a quale principio di semplice sponda,
offra ogni ragguaglio
per scordare l’imbroglio.
Lo amo e lo sento è l’imbrunire del senso,
nello spiazzo angolare di campo di rete
aspettando la finta finzione,
le vie di salvezza.
Ma ecco il mio avere, l’avere l’orgoglio reciso,
la rosa ferita materna
della condanna del vivere
senza l’abbraccio
che impersona te, che così tanto persona non sei
ma forma d’immenso.
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CAROLINA ANNA FALBO

lunedì 6 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI =CARMELA POLITI CENERE

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Carmela Politi Cenere: “Nel giardino segreto danzano i Sakura” - Ed. Homo scrivens – 2026 – pag. 176 – € 16,00
Scrittura piana e scorrevole con la quale l’autrice cesella personaggi ed ambienti, e con la precisione e la luminosità di chi sa ben adoperare lo scalpello.
Dai cromatici ricordi di un Giappone, vissuto con fervore, ai volteggi dei Quartieri Spagnoli di Napoli la gioventù e il matrimonio di Rosaria si avvolgono deliziosamente come “una gemma di sakura portata via dal vento di primavera”. Ed anche dopo la imprevista morte del marito il tocco magico di uno scrupoloso rigore di speranze ed energia vitale accompagnano le vicissitudini che vertiginosamente le pareti domestiche offrono alla quotidianità. Il termine giapponese sakura indica il fiore di ciliegio. Nella cultura nipponica incarna la bellezza effimera e la transitorietà della vita, poiché la sua fioritura dura solo una o due settimane.
Così le generazioni che si alternano in questo lungo racconto lasciano il loro segno anche quando le assenze possono essere momentanee. “La casa appariva silenziosa, le camere prive di sorriso, le tende non si muovevano più perché anche il vento indugiava, si tratteneva di fronte a quella intimità muta, discreta e, pensando di volarla, rimaneva sulla soglia, timoroso di varcarla.”
Puntuali gli avvenimenti si affacciano senza tregua, dalla dipartita dei genitori alle vicissitudini del Covid, e per esso l’impegno professionale di Roberto, il marito sempre caldo e affettuoso, le vaccinazioni obbligatorie dopo la scoperta del vaccino sperimentale, e ancora le difficoltà per l’improvvisa patologia proprio del dottor Roberto.
Stemperata con elegante saggezza la narrazione si avvale di un tessuto culturale di notevole spessore, e le varie e articolate notizie, tra le affermazioni dei sentimenti e l’avvilupparsi del fato, si offrono con una tecnica descrittiva di particolare perizia.
Carmela Politi Cenere con delicati e suggestivi sussurri affonda tra le difficolta del messaggio e scuce da par suo l’omogenea indivisibile costellazione psichica del multidimensionale. Una compenetrazione empatica con il dispiegamento di una filosofia di vita, tra rivelazione della realtà e magia di sintesi del sognatore. Ella cerca di plasmare, e recita una vita della protagonista “capace di costituire un monito per tutte le donne che, per la loro stabilità dovrebbero lottare senza mai arrendersi di fronte ad uno sguardo ammaliatore, sperare di un futuro di magica traboccante luce anche nei momenti bui.”
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 3 luglio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUCA R. MARTINI

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Luca R. Martini: "Il tempo dopo" - Di Felice Edizioni, 2026 -
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(L’altra memoria)
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Ogni epoca lascia dietro di sé un paesaggio. Non sempre lascia una memoria. È dentro questa differenza che si muove Il tempo dopo (Di Felice Edizioni, 2026) di Luca Raul Martini - una raccolta che compie un gesto ormai inconsueto, quello di sottrarre l'uomo dal centro della scena e restituire il mondo alla sua silenziosa autonomia. Nelle pagine di questo libro non è la perdita a dominare, ma la permanenza. Le cose non sopravvivono agli uomini come reliquie, continuano semplicemente a essere ciò che sono. Una strada, un cane, un quartiere, un ospedale, un inverno non chiedono di essere interpretati. Esistono. E proprio questa ostinazione del reale diventa materia poetica. Martini sembra diffidare di tutto ciò che, nella poesia contemporanea, tende a trasformarsi immediatamente in simbolo. Non cerca metafore consolatorie, non costruisce allegorie, non forza il lettore verso una conclusione emotiva. L’autore guarda, e lo fa con una precisione quasi morale. Perché ogni volta che la parola pretende di aggiungere qualcosa alla realtà, rischia anche di sottrarle la sua verità. È questo rigore a rendere Il tempo dopo un libro raro.
La scrittura procede come un'archeologia del presente, scava non nelle grandi fratture della storia, ma nelle tracce minime che il tempo deposita sulle cose: gli spazi urbani, gli animali, i corpi consumati, gli oggetti rimasti al loro posto quando tutto il resto è cambiato. La memoria, allora, non appartiene più all'uomo, è il mondo stesso a ricordare. Questa inversione dello sguardo modifica profondamente anche la figura dell'io poetico. L'autore rinuncia a occupare il centro del discorso, preferisce esporsi al rischio dell'ascolto. È una scelta tanto poetica quanto etica. Lasciare parlare le cose significa riconoscere che la realtà possiede un'esistenza che precede ogni nostro tentativo di nominarla. Forse la forza più autentica di questo libro risiede proprio nella sua discrezione. Il tempo dopo vuole solo essere abitato, e quando accade, ci si accorge che il "dopo" del titolo non coincide con ciò che viene dopo un evento, ma con il momento in cui il mondo continua a esistere senza aver più bisogno di noi. È un'intuizione poetica di grande portata, affidata a una lingua essenziale, sorvegliata, capace di lasciare che sia il silenzio a completare ciò che il verso, con sapienza, decide di non dire.
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RITA PACILIO
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"Il tempo dopo" (p. 18)
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Essere il niente che mi fa compagnia
nella casa disertata. Di nuovo
sono comparse le nuvole. Di nuovo
l’edificio e crollato.
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La paura e piu forte di ogni cerimonia.
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"Il ristorante dei cani" (p. 16)
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Lontano che vai e uno dei due
va sempre via per primo
ne servono i fischietti ne i richiami
lo scheletro delle parole amate.
The never ending skeletal family.
E ora e inutile mettersi carponi
abbaiando per Vertumno o altri
dei infidi e dagli arti rattrappiti.
A chi cerchi la boria per risposta?
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Semmai qui si riposa
nei vasti e freddi lidi
del ristorante dei cani
e vano e il mio o il tuo mendicar
carne morta carne nel lessico
nostro privato
questo cadavere in traduzione
ora reso pubblico prima dell’alt
che gela in un gesto i camerieri.
Il banchiere, la moglie folle, i gabellieri
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"Time out" (p. 21)
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E rimasta una cappella
luminosa di gelo
vicino alla casa sgomberata
dalla valanga. Apro un libro
E ancora apparecchiato l’altare
di quando eravamo bambini
i chierichetti ciechi che
leggevano Char
li dietro la villa in rovina,
nascosti agli occhi i confini.
L’altare serve ai nostri morti
a quelli degli altri
chiunque puo dire messa
in questi prati adesso turistici.
Per un po’ si puo girare
intorno a un corpo senza vita
essendoci sempre
un flash di sospensione
nel tempo e nello sterminio
del tempo. La possibilita
per noi di respirare
piano, leggere e sanguinare
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Luca R. Martini vive a Milano. Ha sempre lavorato nel campo della comunicazione e ha pubbliato racconti in libri, riviste e testate online. Nel 2017 è uscita la sua raccolta poetica "Tra due stazioni" che nel 2026 è stata tradotta in romeno e pubblicata a Bucarest. E’ del 2026 la piu recente raccolta, "Il tempo dopo" (Di felice Edizioni).

mercoledì 1 luglio 2026

POESIA = EMMA PRETTI

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(Collage di rovi)
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"Morso di lupo"
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La notte che le stelle giacquero
m’insegnarono il male.
Se ne stava col pelo ritto
fuori dalla porta
e bestemmiava sé stesso.
Io proprio non capivo
dove ruzzolassero le sue parole
fuori dalla fosca cortina della nebbia.
Gobbo mi sembrava e straricco
e rapido a sparire
lasciando come traccia solo l’impronta
della propria lingua.
Rappresentava il lupo la civetta l’avvoltoio
o una colonna supersonica di fuoco
- tutte le disumane difformi apparenze.
L’unico colpevole rimasto
con gli occhi roteanti nelle orbite vuote
mi raccontò del suo bosco perfetto
dove si raccolgono solo funghi velenosi.
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"Sacrificio"
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Serpenti senza legge
nella catapecchia manicomio
che tende verso la scarpata:
com’è possibile confrontare
la cornacchia e la lepre
rispetto a una simile posizione?
Non c’è idiota che non conosca
La strada sdrucciola
che fa di caino omicida
il miglior donatore.
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(Dalla raccolta Economia del bosco, Caramanica editore, 2002)
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"Afasia del male"
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Se i colpevoli non ci sono più
la memoria tace.
Dio sceglie il silenzio per salvare
le insensate ragioni del male inconcepibile
che cavalca i margini delle ombre e i loro tentacoli
e in lui dimora carbonizzato dal suo sguardo.
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"Nel mezzo di un’aquila dipinta"
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L’amore se l’han bevuto le stelle
Il sole brucia senza far rumore
E l’odio adesso è una risorsa.
Non costa niente, come un pezzo
di pane comune.
Segatura sotto i denti
Brace accesa tra i capelli.
Non sa leggere e non sa scrivere
Ma canta, canta al suono
Possente dei tamburi.
Canta e divora
- Divora e geme.
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(Dalla raccolta Modalità silenziosa, Genesi editrice, 2017)
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"Istant poem"
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nel singhiozzo della tortora
l’alba è domani.
Manca pace e pioggia.
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(Componimento inedito)
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EMMA PRETTI