domenica 23 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

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L’alambicco di thanatos e l’algoritmo della carne: pragmatica ed equilibri clinici in "Levigare il finale" di Antonio Spagnuolo
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Anatomia di un congedo: lo stile tardomodernista e la pragmatica del gancio
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L’esperienza della lettura di "Levigare il finale" (la Valle del Tempo, 2026) di Antonio Spagnuolo non si configura mai come una quieta deambulazione nell’ortus conclusus della memoria, né tantomeno come un repertorio di eleganti consolazioni liriche. Siamo al cospetto di un cantiere anatomo-poetico di rara e spietata precisione, un’opera in cui la parola - scarnificata, sottoposta a trazione meccanica e farmacologica, esposta ai chiaroscuri della carne e del circuito binario- rivendica una valenza pragmatica assoluta. Il gesto versificationario di Spagnuolo agisce come un dispositivo di chirurgia semantica: non descrive la dissoluzione: la precipita e la misura. È una silloge tardomodernista d’eccellenza, a causa della capacita clinica e vertiginosa di orchestrare l’attrito tra l’esattonomia gnomica e la deriva biologica dell’individuo. L’andamento della scrittura procede per vettori ellittici e torsioni sintattiche che ricordano l’esattezza diagnostica e la spietatezza formale tipica delle affilate prose critico-poetiche contemporanee. La lirica non è eufonia, è un’impalcatura che traballa e resiste sotto il peso dell’ontologia. I titoli delle poesie - brevi, perentori, tessere di una cartella clinica dell’anima come Lorazepam, Placebo, Baal, Sbalzi, Licantropo o L’amore resta- funzionano da inneschi deittici. Essi perimetrano il campo di battaglia tra l’entropia del corpo e la disperata tentazione di una ‘sutura’ linguistica. La pragmatica del testo sposta continuamente l’asse dell’enunciazione: l’autore non parla della morte o dell’amore, dialoga dalla ferita stessa, posizionando l’interlocutore in un’attesa sismica dove l’enunciato diviene atto performativo (illocutionary act).
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Il raffronto poetico-filosofico: da Cioran e Han alla cattedrale di plastica del Realismo Terminale
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Per comprendere la portata di questo lavoro occorre posizionarlo al crocevia dei dibattiti filosofici e poetici contemporaneissimi. Quando Spagnuolo scrive in Tregua: «Datemi cinque minuti per sgombrare la mente / dagli elefanti di Annibale, dalle Idi di Marzo, / dai pensieri di Schopenhauer, dai gas della Shoah... / per tuffarmi nell’Intelligenza Artificiale, che potrebbe dirmi / perché non riesco a colloquiare con i defunti» assistiamo a una straordinaria collisione di codici. Vi è un’eco diretta della stanchezza ontologica formulata da Byung-Chul Han nella sua critica alla società dell’iper-trasparenza, unita all’inconsolabile e ironico nichilismo di Emil Cioran. L’accumulo della memoria storica e filosofica si infrange contro l’asettica barriera dell’algoritmo, dimostrando come la tecnica contemporanea non sia in grado di estinguere la domanda metastorica sul lutto. Sotto il profilo strettamente letterario, il dialogo con il Realismo Terminale (esplicitato nella lirica L’amore resta) rappresenta un vertice d’invenzione e di rigore. L’autore non si limita a compiere una pedissequa elencazione di oggetti o residui industriali, opera una reificazione dei sentimenti che trova riscontro solo nelle vette di poeti coetanei del panorama internazionale e nazionale (si pensi alla poesia dell’oggetto di Guido Oldani o alle strutture ossessive di Milo De Angelis e Antonella Anedda). Scrive Spagnuolo: «Non c’è più tempo per boccioli rigidi, / solo vetro che riflette un volto stitico. / La città si sbriciola nei telefoni della Tim... / L’amore si traveste da errore di sistema: / un grido al giorno per ciambelle al pesto. / Resta nei file corrotti della memoria... come forchetta intonsa da piegare» L’amore non è più il principio metafisico dantesco o petrarchesco, ma un ’file corrotto’, un relitto di plastica o metallo - una ‘forchetta intonsa’- che resiste nel circuito gastroenterico della modernità fallita. Il confronto filosofico s’impone naturale anche con Quentin Meillassoux e il Realismo Speculativo: la materia e l’oggetto sopravvivono all’intenzionalità umana, testimoni muti e grotteschi del nostro transito.
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Meccanismi testuali, pragmatica formale e critica letteraria analitica

Analizzando il testo sotto la lente della Analytical Literary Criticism e della teoria della pragmatica linguistica, Levigare il finale rivela una struttura retorico-argomentativa estremamente sofisticata. I meccanismi testuali si reggono su tre direttrici essenziali: il testo fa un uso sistematico e deliberato di directive speech acts e expressive speech acts (Austin, Searle). In componimenti come Silenzi («Bruciate tutto! / Che non rimanga niente / di questo mio percorso») l’enunciato imperativo non ha una semplice funzione retorica, costituisce un perlocutionary effect volto a cancellare il testo stesso mentre viene fruito. L’uso continuato della deissi personale e temporale (deictic anchoring) connette l’«io» poetico a un «tu» indefinito o drammaticamente assente («Ho bisogno di te!», in Nudità), creando un cortocircuito pragmatico in cui l’allocutario è al contempo la donna amata, il lettore e il vuoto cosmico. Attraverso il meccanismo delle pragmatic implicatures (Grice), Spagnuolo viola sistematicamente le massime di relazione e di modo per generare scarti cognitivi. Nella poesia Lorazepam: «Cosi svanisci nel farmaco, / mezzo Lorans appena, / per rintracciare quei nodi della gioventù» il presupposto (presupposition) è che la salvezza o il recupero anamnestico non avvenga tramite la catarsi spirituale, ma mediante la modulazione chimica dei neurorecettori GABA. Il termine medico fa irruzione nel tessuto lirico interrompendo il decoro formale e imponendo un frame cognitivo di tipo clinico-psichiatrico.
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Neuroestetica e sociologia/politologia dell’arte: il corpo reificato e il mercato del sacro
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Dalla prospettiva della Neuroestetica (Semir Zeki, Eric Kandel), le composizioni di Spagnuolo stimolano una marcata reazione nei circuiti della percezione somatosensoriale e specchio (mirror neurons system). La frequenza di vocaboli legati alla propriocezione e al trauma corporeo - ’pelle’, ’ossatura’, ’bronchi’, ’sangue’, ’taglio’, ’bisturi’, ’palpeggio’- attiva una simulazione incarnata (embodied simulation, Gallese). Si veda l’incipit de L’idea: «Balena e rimbalza più volte nella mente / come incisione di bisturi all’inconscio». L’esperienza estetica non è contemplazione distaccata, è sinestesia dolorosa in cui il cervello del lettore risponde alla stimolazione sintattica come a una reale sollecitazione tattile e nocicettiva. Al contempo, sul versante della sociologia e politologia dell’arte, la seconda sezione della raccolta, dedicata alle ‘Poesie per mostre di pittura’, offre uno spaccato impietoso della mercificazione della cultura nella tarda-modernità capitalistica. Spagnuolo demistifica l’evento artistico espositivo, cogliendone il carattere di feticcio e di consumo turistico passeggero. In Fiere e colori (Per Around Overtourism) o in Ogni agone, la critica al sistema della riproducibilità tecnica e dello show-business culturale si fa tagliente: «...ed ora è vetrina, ed è prezzo, / è calcolo freddo per medaglie d’acciaio / Col peso del logo che risalta nel vento». L’arte non è esente dalle dinamiche del biocapitalismo: la poesia registra la riduzione del gesto estetico a ‘logo’ e ‘prezzo’, tenendo aperta la possibilità di una sovversione marginale, dove la pittura o il verso tornano a essere ‘altare terreno’ o ‘scintilla nel caos’.
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Conclusione
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Per tirare le somme di questa analisi in modo chiaro e diretto, svincolandoci per un attimo dai tecnicismi accademici senza nulla togliere al rigore della disamina, occorre riconoscere a Levigare il finale un merito raro nel panorama poetico odierno: la capacita di dire la verità senza rifugiarsi in facili consolazioni o in estetismi di maniera. Antonio Spagnuolo ci consegna un libro lucido e coraggioso. È l’opera di un autore che non ha paura di mettere affianco i grandi miti della storia, la preghiera e l’amore con i dettagli prosaici e crudi della nostra quotidianità: le medicine per l’ansia, la spazzatura digitale, le pieghe del corpo che invecchia, i fogli di plastica e i circuiti elettronici. La poesia non fa da belletto alla realtà, funziona come uno specchio affilato. Ci mostra che, anche quando tutto sembra ridursi a polvere, rumore di fondo o errore di calcolatore, la ricerca di un senso - di una ‘traccia impressa nella carne’- rimane il nostro gesto più umano e ostinato. In conclusione, Levigare il finale riesce a unire una profonda maestria formale a un’urgenza espressiva autentica. È un testo che non si limita a farsi leggere, pretende di essere interrogato, lasciando nel lettore un’eco duratura, come una cicatrice rimarginata e sempre visibile.
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IVAN POZZONI

sabato 22 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI : GIUSEPPE CARLO AIRAGHI

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Giuseppe Carlo Airaghi : “L’unione arbitraria delle singole parti” – Ed. Chiare voci – 2025 – pag. 265 - € 13,00
“Poesie scelte e rivisitate 2013-2023” organica antologia di testi che hanno segnato rigorosamente un tragitto di ricerca della parola per un’ampia risonanza di memorie e di formule dal giro policromatico dei tempi.
Il piluccare pagina dopo pagina di appuntamenti, che rappresentano e sono determinanti nell’intera canzone, imprigionati tra riflessi in penombre e scavi programmati nel sub conscio attraversi gli anni.
Mi piace scorrere velocemente e soffermarmi in equilibrio ad una poesia in particolare: “Ci inchiniamo”, quasi esemplare di un dire che si apre al canto.
Essa costruisce una lucida rappresentazione della società contemporanea attraverso la metafora dell’inchino: un gesto che, nato come segno di rispetto o di deferenza, diventa qui il simbolo della disponibilità a piegarsi alle convenzioni, agli accomodamenti, agli interessi reciproci e alle ipocrisie condivise. Il plurale del titolo e dell’intero testo — ci inchiniamo, ci restituisca, recitiamo, sosteniamo, applaudiamo — è significativo: il poeta non si pone al di fuori del sistema che denuncia, ma vi si riconosce come partecipe. La critica, dunque, non è rivolta soltanto agli altri, ma coinvolge una collettività nella quale ciascuno, in misura diversa, accetta il compromesso.
Un’ironia sottile è il rapporto con la natura e con la luce del sole, normalmente associato a una dimensione liberatoria, trasformato in una sorta di esercizio rituale. Si spera che quel gesto possa sciogliere la tensione delle spalle e rendere nuovamente «agili», ma l’agilità che segue non serve a conquistare una libertà autentica: serve soprattutto a «scansare / gli assalti frontali», a evitare lo scontro, a sopravvivere dentro una realtà fatta di obblighi e piccoli problemi quotidiani.
Particolarmente efficace il passaggio dalle grandi questioni sociali alle conserve acquistate in offerta, alla dispensa, alla pentola e alla cena che bolle lentamente. Il linguaggio concreto e domestico abbassa volutamente il tono della denuncia.
Dominante l’inciso: «A turno recitiamo la parte assegnata». La società appare come un palcoscenico nel quale gli individui non sono più persone pienamente libere, ma interpreti di ruoli prestabiliti. Si applaude chi ci ha applauditi in precedenza, non per autentica stima, ma per reciprocità e autodifesa. L'applauso diventa così una moneta di scambio, esattamente come l'inchino iniziale.
Nella raccolta molte poesie possiedono una forte vena satirico-civile, sostenuta da un linguaggio volutamente quotidiano e antiletterario. Il pregio maggiore consiste nella capacità di far convivere il domestico e il sociale: le conserve, la dispensa, la pentola, il giacinto, l’attesa, lo smussare il filo, diventano oggetti emblematici di una più vasta economia del compromesso. Molto efficace anche l'alternanza delle metafore dell'inchino, del salotto e del teatro, dell’estate che acceca, che danno progressivamente forma alla denuncia.
Airaghi fa i conti degli anni trascorsi e rivolge la propria attenzione al quotidiano, al monotono radicarsi di un viscerale, imbevuto da una sorta di temporalità, che non ha soltanto dimensioni spaziali, ma privilegia il processo del trasversale che attraversa i ritmi della consapevolezza. Nove i volumi riveduti, dai quali le scelte consapevoli di composizioni che riescono a pennellare con variegate incursioni un panorama degno dell’acquerello. “Un segno di vita inascoltata prima di rintanarsi”, “Le grida dei bambini liberate nei giardini”, “La rotta di ritorno ad Itaca”, “Alle muse non ho più nulla da chiedere”, “Per scrivere poesie sincere è necessario essere innocenti”, “Da questa terra stagioni imbestialite”; “Riapriremo le imposte alla luce che entrerà senza cerimonie”, un susseguirsi ondeggiante di pensieri e di figurazioni dettate da una scrittura morbida e accattivante.
In modi diversi nei suoi versi si possono accarezzare illusioni, previsioni, frammenti di una complessità affascinante, confessioni sussurrate, cenni consolatori e impennate del fato.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 20 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

UN RICORDO DEGLI ANNI DELLO SCORSO SECOLO IN CUI ERO ALLA RICERCA DELLO SPERIMENTALISMO

domenica 16 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO

Antonio Spagnuolo: "Levigare il finale" , La Valle del Tempo, 2026 - pag. 88 - € 14,00
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E’ innegabile che l’ultimo libro di Antonio Spagnuolo costituisca una prova complessa, probabilmente una sintesi dei suoi temi, prima di tutto, l’amore.
Il sentimento eterno, che Maria Montessori definiva giustamente come “senso”, arricchendolo di una complessità maggiore, dà al poeta la possibilità di ribadire alcune sue considerazioni; l’amore è l’avventura di un esporsi del corpo nelle sue componenti plurime di pensiero, investimento emotivo e affettivo. Non per ultimo, forza travolgente dell’eros.
La reiterazione del tema denuncia uno stato di ansia e di eccitazione costante verso tutte le manifestazioni della vita, per cui l’eros è da intendersi come forza aggregante e disgregante, angosciosamente ripetitiva ma necessaria.
La complessità è da riferirsi anche agli esiti formali del libro: uno stile accattivante, sinceramente esposto nei suoi contenuti, spalleggia, in altre zone, una sintassi a volte rigogliosa, a volte geometrica, in cui l’ “ignoranza” palese dell’esperienza umana è fronteggiata dal tentativo di verificare l’utilità di formule alchemiche del pensiero, sunti, spiegazioni, illuminazioni:
"L’idea"
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Balena e rimbalza più volte nella mente
come incisioni di bisturi all’inconscio.
Nell’alveo vasto dell’eterno, rapita e contesa
come un astro divelto nel fiato corto dell’alba,
s’allontana rapida come folgore, ed ha lasciato
il tremito della mia mano, che non raggiungi più,
perché ti vedo fuggire dalla tua musica,
che frange ancora il cuore nella resa.
Nel tuo silenzio d’oro invano levigo parole
per fermare la corsa nel vuoto ultraterreno.
Invano accendo lo scintillio delle mie notti vigili,
mentre nell’ombra s’innalza Eros, fiero
che alla morte strappa un’ultima festa.
Provo sillabe accidentate per allontanare la falce
che incrina anche il tuo nome e nasce ancora Eros,
tardivo nume della tua assenza, nel gelo di campane
e immagini dal fiato breve.
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Se accogliamo del testo, la centralità della parola “assenza”, questa si significa sia per una questione privata, ma, tutto sommato, universale, dall’altra per l’impossibilità di sintetizzare in formule l’eros che rinasce, tutte le volte che il fiato si riaccende.
L’altro aspetto del libro riguarda una dicitura più immediata, che approda alla preghiera attraverso l’ammissione di un amore più grande, quello del dio verso la propria creatura. La centralità del tema è suggerita dal fatto che i primi testi della raccolta evocano il sacrificio del Crocifisso, verso cui il poeta non indulge passivamente ad esaltazione, ma ne riconsidera la grandezza in contrasto con la limitatezza umana. La memoria dilava; ardua è la salita della ragione perché comprenda, ma il gesto rimane, ed è un gesto che è possibile comprendere attraverso la prassi dell’amore: “Eppure è lì che respira, sulla Croce, / schiacciato dalle notti anche nel buio, / in attesa della mia preghiera”.
Così aveva chiosato nella citazione iniziale Spagnuolo: “L’amore non ha bisogno dell’eternità religiosa / per continuare ad avere realtà. / Esiste come esperienza vissuta, come traccia. / Anche se il destino finale è il silenzio / la traiettoria che lo precede può essere stata / luminosa e indelebile”.
L’amore esiste, dunque, nel mentre: “Troppo scomoda l’idea del dopo, troppe vertigini!”.
Scrive ancora Spagnuolo a proposito della conoscenza: “Forse l’eternità è solo questo: / un’attesa senza voce, senza passi, / senza gli impatti del quotidiano giogo / che rallegra il sapere”.
In altri testi Spagnuolo raggiunge momenti di generosa sincerità:
"Silenzi"
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Bruciare tutto!
Che non rimanga niente
di questo mio percorso.
Rabbia donare l’intelletto all’infinito
che segue inerme nel segno di sconfitte
oltre la morte.
Rigurgito le gelosie subite
aspettando la boa che segna fine,
per lasciarmi in disparte nel vagito
che ricama l’orlo di un amore passato.
Furia senza requie ride al senso
di un oscuro rancore.
Che vale un grido se eterno sarà il silenzio?
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Poesia senile. Poesia che ci dice cos’è la senilità: riassunto, languore, rimpianto, onore e perdita: “Nel mio peregrinare la luce è morta / anche se prima rivolta alle ferite ardenti”. “Ho bisogno di te! / Di quella gioventù che custodiva segreti / ormai incatenati nel crogiuolo delle rimembranze”. “Non voglio morire! / Anche se ho consumato tutte le parole / voglio ancora offrirti le idee, le memorie, / e rinnovare l’ardore che accogliesti da fanciulla”.
Molti testi nella prima parte del libro rimandano all’immagine del rosario, fino al grido della preghiera pura: “La croce” è, appunto, una preghiera di pura bellezza che riporto per intero.
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Che i miei miseri versi diventino preghiera
verso di Te trafitto sulla Croce,
tra la luce che propone spine
ed il sangue che tinge il fiume in rosso.
Sul legno alto nel cielo le stelle
tentano un ponte per tutto il creato,
ed io povero artista ho mani vuote,
sogni spezzati, livide illusioni.
Vorrei porti il segreto con verghe d’oro
e con le pietre, e con versi
che non spariranno in fretta,
ma le mie sillabe tremano di fede,
mimando voce al ladrone smarrito.
Tu accogli il mio muto oscillare,
il desiderio di riuscire a credere,
allontanando il dubbio che corrode
e le parole del mio fragile canto.
Lama di folgori la tua passione terrena
è la ferita per il mio eterno rincorrere.
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SEBASTIANO AGLIECO

sabato 15 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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Dalla silloge "Parola e pensiero"
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“Fornace”
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Chi avrebbe raccolto l’invisibile supremo fiato
dell’ironia del fato,
lo stupore che falcia ogni destro
sradicato dal cielo?
Conservi intatta le forme e nel sogno
compaiono le figure del passato
fuse nel piombo della nera solitudine.
L’ultimo tuo racconto è un conflitto
come carro armato sui binari,
tra scuri cespugli di carbonio.
Restano variegate schiere dell’assurdo,
una raffica che striscia per falciare l’aria
ormai sprovvista di sobborghi più alberati.
Confusa tra le ossa ed il metallo
racconti saggia ancora l’arida fornace.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 13 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CATIA SIMONE

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Catia Simone: “Momenti di necessarie necessità” – Ed. Chiare voci – 2026 – pag. 96 - € 13,00
La fantasia che si sprigiona in queste liriche ha la cadenza delle improvvisazioni per un singolare impegno delle presenze che dal disincanto fioccano divenendo pensieri.
A pagina 62 una poesia si apre con una constatazione apparentemente semplice, quasi cronachistica, ma subito attraversata da un sentimento di insofferenza: il luogo evocato è quello della folla turistica, dell’affollamento estivo, della socialità diventata consumo. Immagini pungenti e fortemente concrete, capaci di restituire in pochi tratti una realtà contemporanea dominata dal turismo di massa. Il termine “clan”, in particolare, suggerisce gruppi chiusi, rituali collettivi, appartenenze effimere; mentre l’espressione “svuotaturisti”, volutamente deformata, introduce una vena sarcastica che trasforma il traghetto in una sorta di macchina destinata a riversare masse di visitatori sul territorio.
Il poeta contrappone una serie di negazioni: “non un angolo di solitudine / non un attimo di quiete / non un attimo di sottrazione all’eccesso”. La ripetizione dell’“non” costruisce un ritmo incalzante e produce una progressiva sensazione di soffocamento. Non viene negata soltanto la solitudine, ma persino la possibilità di sottrarsi, per un momento, all’eccesso. È proprio questa “sottrazione” a costituire il nucleo più profondo del testo: la poesia sembra chiedere uno spazio appartato nel quale poter ascoltare il tempo, la memoria, ciò che la folla inevitabilmente copre. Il punto d'innesco della memoria: non è più soltanto una taglia o una misura, ma una cifra che mette in rapporto il presente con il passato. Dal dettaglio quotidiano si passa al numero degli abitanti della Terra, e infine a un’altra forma di numerazione, quella impossibile da calcolare delle persone scomparse dalla nostra vita e dalla nostra memoria affettiva. È un movimento molto efficace: dalla folla visibile dei vivi si giunge alla folla invisibile degli assenti. Si rivela così che dietro la denuncia del turismo, del rumore e dell’eccesso si nasconde una meditazione sul tempo e sulla perdita.
Catia Simone per la sua scrittura possiede una struttura narrativa essenziale e un linguaggio volutamente colloquiale, nel quale la dimensione poetica nasce soprattutto dal montaggio delle immagini e dal brusco passaggio dal quotidiano alla meditazione esistenziale. “A volte mi sveglio nel cuore della notte/ sempre che la notte abbia un cuore.” – “Oggi ho accontentato la parola/ poi un vento impetuoso ha zittito anche me.” – “Invidiare è un’inutile perdita di tempo/ sognare ci separa dalla notte.” – “Mi farò una coda cappio/ e mi appenderò al lampadario barocco.” – “Il novecento resiste/ penso -/mentre con il telefono riprendo le capriole di una folaga.” Tutte prospettive che scorrono improvvisamente e la poesia trova il proprio punto di forza nelle immagini capaci di rovesciare a volte anche i significati della folla aggregata nel sub conscio.
Il tessuto si ricama progressivamente con colorate immaginazione che scaturiscono dalla memoria e cedono all’incantamento della rappresentazione, o accostano equilibri di significanti tra l’amarezza della solitudine e la moltitudine delle inquietudini, o ancora nelle illimitate possibilità delle ore persiste come ironia del fato.
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ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 11 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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Dalla silloge "Parole e pensiero"
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“Nebbie”
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Ai tuoi piedi la mia ignoranza, il mio affogare
tra i flutti di un sospetto che ogni sera
torna ad interrogare penombre.
L’inganno è tra le parole di rito
dettate da sapienti architetture
che alimentano il credo di un possibile eterno.
Ho consumato parole tentando un’orazione
che sappia amalgamare ultime strofe
all’inquietante quesito.
Ma non sono riuscito, svanito nella nebbia.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 6 agosto 2026

POESIA = LUIGI TRISOLINO

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Dando l’addio, e l’a Dio, a Francesco Guccini voglio ricordare un suo brano cantato… “Stagioni”, dove in alcuni passi dedicati a Ernesto Che Guevara, detto Che, cantava:
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«Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
Che “Che” Guevara è morto, forse non tornerà
Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni
E voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni
-
Da qualche parte un giorno, dove non si saprà
Dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà»
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(Francesco Guccini)
*****
Vorrei rispondere a tale poesia cantata con alcuni semplici versi, sicuramente meno belli, ma semplicemente miei, di quest’oggi… di adesso… di ciò che magmaticamente sento che sta per venirmi in esplosione:
"Ah Guccìn Che…"
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E se Che Guevara è già tornato?
E se bande e bandiere rosse
ripudia e ha ripudiato,
e se
e se.
-
Sé, il suo sé, se quaggiù fosse
ancora e ancora,
magari non avrebbe barattato
l’illusione trotzkijsta
– e il suo mai al socialismo
in un Paese solo –
con l’utopia
vissuta, graffiata bendata
nella Baia de’ Porci, solinga
accecata di coraggio
-
suicida utopia chiusa in scatole
di storia e tragedie
eh, chissà.
-
E magari oggi è tornato,
ah Gucci’, un Che,
chissà se
in una María Corina
Machado,
che del Venezuela batte
e combatte quelli che
amandolo
al tempo che fu, l’han poi
tradito – quel Che –
vestendo – l’illusione –
di lacci contrari
sotto lo stesso
sanguineo segno,
rosso. Quelli. Che
han gettato ai porci
l’utopia ingenua
di
sogni e artate scienze
soltanto tenendo, del reo potere
il vessillo
-
con falci
popoli martellando.
-
Allor, Guccìn maestro,
presto: da lassù scruta
nudo l’orizzonte su ‘sta
Terra, viva e stanca. Ma
ancor qui. Qui ancoràta
ancora.
Vedi se come cantavi un giorno
da qualche parte
dove non lo aspettate
è tornato davvero,
-
invero dove nessuna massa
lo vede
mai.
Magari a destra, quella dove
libertà è popolo
e popolo è identità. Oggi.
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Mentre di Fulgencii Batistj
– ehinoj già –
ne son piene
rovine e fosse, mainstream.
***
ROMA, Presidenza del consiglio dei ministri, giovedì 6 agosto 2026,
LUIGI TRISOLINO

mercoledì 5 agosto 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIA PIA L. CRISAFULLI

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Mariapia L. Crisafulli: “Tacimento orizzontale” – Ed. Macabor 2025 – pag. 112 –
Corposa silloge che offre uno scorrere veloce e colorato di pensieri e tocchi lievi, che vanno dal mottetto composto da poche parole a note chiaramente svelate dalla quotidianità.
Molte poesie si configurano come un intenso monologo interiore nel quale il paesaggio urbano diventa specchio di una condizione esistenziale, o con personale ricamo l’esperienza soggettiva diviene esempio di un processo di identificazione. La città non è descritta attraverso i suoi elementi monumentali o paesaggistici, ma attraverso la percezione soggettiva di chi la attraversa. Altre illustrano il contrasto tra "il caos" che "travolge e sconvolge" e "la calma che ancora sonnecchia sui binari" introducendo una dialettica fra movimento e quiete, fra destino e possibilità. I binari assumono un valore simbolico: sono il luogo delle partenze e degli arrivi, delle occasioni colte o perdute, ma anche delle direzioni che la vita avrebbe potuto prendere.
Le metafore si alternano con lo stile corretto di chi ha bisogno di dichiarare, sussurrando, le valide frantumazioni del presente, attingendo molto spesso nel fondo della memoria o nei segreti multicolore del sub conscio. Non tutto ciò che si perde è una sconfitta: talvolta è proprio l'errore, il ritardo o la deviazione a consentire una più autentica consapevolezza di sé. La poesia approda così a una forma di accettazione matura, dove il destino non è più un limite, ma uno spazio da abitare.
Mariapia L. Crisafulli usa un linguaggio essenziale e fortemente evocativo, capace di fondere dimensione autobiografica e valori universali. L'alternanza fra immagini concrete (i binari, il traffico, il sole, la piazza, mani nude, carezze,) e riflessioni interiori (aver cura del silenzio, credere e ostentare cicatrici) costruisce una trama lirica di notevole intensità emotiva.
Il ritrovamento della persona amata coincide con un ritorno alle radici dell'esistenza, a quel luogo dell'anima in cui memoria, affetti e tempo si fondono in un'unica dimensione emotiva. La "casa del gelsomino" non rappresenta semplicemente un'abitazione, bensì il simbolo della dimora interiore, dello spazio in cui l'amore ha trovato il proprio compimento e continua a custodire la sua forza generatrice. Il gelsomino, con il suo profumo persistente e delicato, diviene emblema della memoria che non sfiorisce e della fedeltà ai sentimenti.
L'incontro annulla le distanze temporali e restituisce al poeta il calore delle "carezze antiche", rimaste intatte nonostante il trascorrere degli anni. La memoria non assume qui i toni malinconici del rimpianto, ma quelli della riconquista: il passato torna a vivere nel presente grazie alla permanenza dell'amore. La speranza supera la semplice nostalgia.
La scrittura si distingue per la limpidezza espressiva e per un linguaggio sobrio, capace di trasformare la memoria privata in esperienza universale. L'autrice evita ogni enfasi retorica, affidando l'emozione a immagini semplici ma fortemente evocative ricamo, i figli migratori, con il verso libero mantiene un ritmo naturale e raccolto, mentre la costruzione procede per progressive illuminazioni affettive.
Anna Maria Curci in prefazione sottolinea: “In Tacimento orizzontale il mondo del mito si fa incontro a chi legge fin dai titoli di alcuni testi, o gruppi di testi: Telemachie, Cassandra, L’epitaffio di Orfeo. Tra le Epifanie, inoltre, fa la sua comparsa Arianna, dal labirinto di Cnosso fino all’incontro con Dioniso, il «divino danzatore». Soffermarsi sui versi di quei testi permette di accedere a una originale rilettura del mito, che a sua volta si fa sia mitopoiesi, sia dichiarazione di poetica: «Per un consiglio non vorrei/ interrogare gli astri il mare/ il buco nero che mi avvolge/ senza assorbirmi mai// Con le parole/ hai costruito navi/ fabbricato telescopi/ il buco nero era radice/ l’inchiostro dentro ogni marea// E adesso io non so parlare» (Telemachie), «C’era solo uno sbaglio/ nel vederci giusto:/ assecondare la visione» (Cassandra), «La notte miraggia/ labirinti/ Tu li percorri/ assetato di spiragli// Ma Arianna adesso è calva/ adesso amata/ dal divino danzatore// Il suo filo era una chioma», «Non cercare qui le tue parole.// La poesia non è dei morti ma/ dei vivi:/ è la loro urgenza che mi abita» (L’epitaffio di Orfeo).
Qui una dialettica sempre fruttuosa, in perenne inseguimento di contorni in apparenza evanescenti, ma sempre in contatto con la realtà.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = MARIA EROVERETI

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"Non sappiamo…"
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Quando scivoleremo nell'ignoto
in un impenetrabile altrove
quando non saremo più carne
sarà il nulla
o una placida linfa nutritiva
diramante tra radici e fronde?
Forse migreremo nel cosmo
ondulanti fotoni
sciolti atomi primordiali
alla ricerca di una nuova stella.
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O invece torneremo
e "Quanti corpi
attraversiamo, in quante forme migriamo
braccati come lupi nella notte." -1
sempre con un cuore
implorante carezze?
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Non sappiamo…
-
(gennaio 2026)
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"Tornerò"
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tornerò polvere senza più luce
a quella terra inebriante
che ha scoccato la scintilla
e infuso il respiro dei gelsomini
il sospiro sensuale della zagara
sepolti nei recessi dell'anima
eppure ancora vibranti
tra gli azzurri della memoria.
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Tornerò
tra ceneri che han germinato vita
forse a cogliere per un istante ancora
l'ebbrezza della primavera
e lo sfolgorio della luce primigenia
"come mai si fossero spente..." -2
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(aprile 2026)
MARIA EROVERETI
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1 Lorenzo Pataro, “Amuleti”, Ensemble Edizioni, 2022, pag. 72
2- Ispirata al componimento di Emanuela Dalla Libera “Tornerò”, dalla raccolta Canto per voce sola, Macabor Editore.
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.Erovereti affronta con sobrietà ed intensità uno dei grandi interrogativi dell'esistenza: il destino dell'essere dopo la morte. Il dettato è limpido, essenziale, privo di enfasi retorica, e costruisce una progressione meditativa che alterna ipotesi metafisiche e immagini cosmiche. L'opposizione tra il "nulla", la "placida linfa nutritiva", la dispersione negli elementi primordiali e la possibile reincarnazione amplia il campo della riflessione senza mai pretendere di offrire una risposta definitiva. Di particolare efficacia è il ricorso al lessico della natura e dell'universo ("radici e fronde", "fotoni", "atomi primordiali"), che conferisce un respiro universale e suggerisce una continuità tra la vita umana e il cosmo. Si rafforza il senso dell'eterno migrare dell'anima, mentre si chiude il cerchio con una sospensione interrogativa di grande forza evocativa. Ne risulta una poesia di tono filosofico, capace di coniugare semplicità espressiva e profondità speculativa, lasciando al lettore il compito di abitare il mistero senza dissolverlo. (A.S.)

lunedì 3 agosto 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Tranello”
Sequenze visionarie lungo un versante inquieto,
al varco del non senso.
Da qui si può evadere inconsapevolmente
qual gioco del rovescio, dove l’immaginario
scivola e scava sè stesso.
In questo crogiuolo ecco l’incantesimo
della prigione dei sensi, oltre il nulla,
sino alla viva preghiera che palesa.
Con il pulsare delle voci un solitario
smembrare delle ombre
e dell’inganno inesorabilmente grave.
Notte dall’aura solenne, anzi stupore,
per il meditato tranello.
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ANTONIO SPAGNUOLO