giovedì 30 aprile 2020

POESIA = BERNARDO ROSSI

*
"Poesie dell’attesa"

*

Si ponga fine al gioco senza cura
si dica poco al bimbo stanza scura
l'eterno lo si lasci fluttuare
nel baratro domestico dormire.

**

Un dono per Enza,

Di cosa vuoi accusarmi in queste ore
se non vedo dove declina il sole
se perdo il senso già dal sonno vinto
mi limito strisciando i passi lenti
nell'animo a sorridere ma fingo.

***

Ad Anna

Sento piano il mio tempo andare lento
percepisco la corsa aspra del cuore
invece, che non placa il tuo timore
non siamo tutti perduti se ancora
la luce della luna ti consola
aspettiamo con calma insieme il giorno
sarà la vita e il sole e il tuo ritorno.

****

Gridare vorrei l'ingiustizia della
morte, ma la mestizia del mio tempo
ora mi assale non c'è più né bene
né male nell'elencare le pene
del quotidiano nell'osservare stanco
un luogo lontano nel riverbero
bianco del sole cammina la mente
vorrei cogliere viole a piedi nudi
e sul prato col mio cane seduti
aspettare declini dolcemente.

******

L'attesa

Come l'estate ora aspetto l'autunno
con i suoi tenui colori e il tepore
di un tardo sole, coloro che fummo,
non potremo discernere del cuore
il moto nuovo battiti diversi
non saprei più catturarli nei versi
manca l'azione alla vita sospesa
ed è l'unica emozione l'attesa.
A Salvatore.

*******

Stamane la nebbia nasconde il mare
non la cima al vulcano né la rabbia
questo inutile continuo aspettare,
su di me di nuovo scivola sabbia
e di nuovo attonito spento nudo
ritrovo il deserto solo seduto.
*
BERNARDO ROSSI

martedì 28 aprile 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA




"Alessia verso fiorevole maggio 2020"
Poi sul bordo del Mediterraneo
accende alla Vergine una candela
Alessia ragazza luce ad accenderle
l’anima e prega che Giovanni
non la lasci perché ne morirebbe.
Via Caracciolo nell’attesa del
4 maggio 2020 e vaghezza
del cielo che ha qualcosa
d’inespresso mentre i morti
non simulacri d’inesistenza
arrancano sul marciapiede
del mare. Tutta in un battere
ciglia la vita di Alessia
che non vuole che passi
e lacrime di sale di gioia
a sciogliere il rimmel.
*
Raffaele Piazza

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

*

“Ave Maria”
Sussurro mormorando la preghiera
che lacera i polmoni, le mie arterie,
nel tuo nome incandescente ed unico,
Maria, fanciulla dei vangeli.
Illumina l’alito innocente
che strappa con ardore il tuo mantello,
nell’illusione del celeste invito,
nella passione di un Cristo abbandonato
alla Croce, incenerita nell’ombra.
La ferita che ha ali di fuoco nella musica
rinnova il tuo candore nel cerchio del perdono,
per mille volte il segreto del tuo amore
divora i miei occhi nell’abbaglio.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = FRANCESCA LO BUE TRADUCE ANTONIO SPAGNUOLO

*
POESIA

Despertarse sin nungún rumor
y susurrarte que te quiero
mientras las nubes blancas
en el sol del otoño
tejen un escenario nuevo.
Y todo es nuevo para tu mirada:
inmutableses gemas en la fragancia del alba
cercanos candores cuando se estremece el corazón
por todas las palabras de amor,
por las caricias sin cesar
por los impúdicos besos
que tu cuerpo
bien esculpido en la desnudez
requiere al despertar.
Y todo es nuevo para tu sonrisa:
el conflicto que se disuelve
en un abrazo ardiente
y que invoca sueños
siempre callados
y quiere vida, íntimas sensaciones
íncreíbles sones
y deliquios
y multiformes vortices
y silencioso frenesí.
Y todo es nuevo a tu suspiro:
despertarte sin ningún sonido,
y decirte te amo.
*
(Traduzione di Francesca Lo Bue)

POESIA

Svegliarti senza alcun rumore
e sussurrarti t’amo,
mentre le nubi bianche
al sole dell’autunno
intrecciano uno scenario nuovo.
E tutto è nuovo al tuo sguardo:
immote gemme al profumo dell’alba,
vicini candori al trepidar del cuore
per tutte parole d’amore,
per le carezze senza posa,
per i baci inverecondi
che il tuo corpo,
ben modellato nelle nudità,
richiede al suo risveglio.
E tutto è nuovo al tuo sorriso:
il conflitto che si dissolve
in un amplesso caldo,
e che richiama sogni
sempre taciuti,
e chiede vita, intime sensazioni,
incredibili note,
e deliqui,
e multiformi gorghi,
e silenziosi fremiti.
E tutto è nuovo al tuo sospiro:
svegliarti senza alcun rumore,
e dirti t’amo.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 27 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICIA BUONOMO

*
Felicia Buonomo : “Cara catastrofe” – Ed. Miraggi 2020 – pagg. 96
“Esatta come il dolore dei pezzi
che perdo, sicura come le lacrime
che non comprendi. Non ho paura
di morire, lasciare questo corpo
soffrendo è il mio rifiuto. Se quel Dio
in cui credete fa la misericordia
che dite, anticipo i miei saluti.”
In chiusura di questa corposa raccolta ecco come la poetessa conclude il suo semplice sussurro. Un saluto delicato e nello stesso tempo dubbioso, per quella illusione che ogni essere umano traduce al redde rationem, possibilmente lontano dalla sofferenza ed illuminato da un tenue raggio che sfiora.
Allo stesso modo ella apre la silloge con parole dal tremore controllato, nell’incanto di suggestive variazioni tra il molo di Genova, il lungolago di Mantova, i lampioni di Milano, i vicoli di Napoli, posando il piede nelle ombre che circondano.
Ogni poesia ha il sapore della denuncia, per la “catastrofe” che continuamente aleggia tra i versi e sospinge a pensieri e ripensamenti variegati. Dall’attendere la burrasca nel tumulto del cielo, all’abbraccio “nella mia stanza di spine e petali rossi di te”, dal muro dove “inchiodare una farfalla”, alla evasione dal labirinto degli occhi, tutti passi che staccano l’armonia del dettato per affondare nelle incertezze che la realtà forgia a dispetto.
Lo “strano meccanismo che attiva il cuore” sarebbe allora il suggello che l’amore riesce a imprimere nella nostra palpitazione, e che accorcia i tempi come una corda che stringe intorno al collo, senza per altro soffocare, ma capace di avviare desideri.
Il brindisi ha tutte le angolature pungenti nella disperazione che annienta:
“Alza il bicchiere in brindisi anche per me.
Tu che sei così esperto nella pratica
dello stordimento da sostanza alcolica.
Brinda al Dio che tutto ti perdona.
Anche lo scempio a cui mi costringi,
mentre mi rinchiudi in questa stanza
sudicia, maleodorante, dove si consuma
lo stillicidio dei tuoi insulti.
Brinda al Dio tuo complice.
Che per tutto mi punisce.”
La “catastrofe” per la poetessa si annida in ogni angolo, il più remoto che sia, per avvinghiare e stordire senza pietà, dando una certa continuità alla diacronica vicenda della insofferenza umana, per ondulazione e duttilità degli stati emotivi.
Scrittura duttile, generosa, a tratti di polisemica significanza, educata ad un sussurro attivo, meditativo, liquido nelle espressioni e nelle figurazioni, che rivela un occhio attento a quel policromatico concerto di visioni ed emozioni che diventano schegge proiettate nella varietà degli imput.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 26 aprile 2020

RIVISTA = IL SARTO DI ULM



Esce il primo numero della rivista cartacea di poesia “Il sarto di Ulm”

“Il sarto di Ulm” è una nuova rivista cartacea di poesia edita da Macabor Editore. A dirigerla è lo scrittore Bonifacio Vincenzi e il responsabile è Silvano Trevisani.
In questo primo numero ampio spazio è dedicato al poeta pugliese Cristanziano Serricchio, scomparso nel 2012. A presentarlo è Silvano Trevisani. Altri interventi sulla poesia italiana del presente e del passato e sulla poesia straniera si potranno leggere in questo fascicolo: Luca Benassi ha parlato della poetessa macedone Nataša Sardzoska; Bonifacio Vincenzi della giovane poetessa Giorgia Esposito e a seguire poi della poesia di Franco Dionesalvi.
Importante il ricordo dei poeti scomparsi Dario Bellezza e Giuseppe Selvaggi presentati rispettivamente da Luigi Fontanella e Pino Corbo.
Si potranno leggere, inoltre, poesie di Claudio Alvigini, Lucia Gaddo Zanovello e Francesco S. Mangone.
Il fascicolo si chiude con la rubrica delle recensioni su libri di poesia e sulla poesia usciti negli ultimi due anni. In questo numero recensioni di Bonifacio Vincenzi, Antonio Spagnuolo, Franco Trifuoggi, Mariapia L. Crisafulli e Marta Celio. Per contattare la rivista scrivere a ilsartodiulm@libero.it

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

- Raffaele Piazza: "In limine alla rosa ----


Per chi conosce la produzione lirica di Raffaele Piazza è quasi irresistibile la tentazione di calarsi ancora nell’azzurrità del mondo epico di Alessia e Mirta, che tornano come sua prepotente cifra poetica nella seconda parte della nuova raccolta In limine alla rosa.
Una seconda parte od un vero continuum? Addentrandoci nell’opera, infatti, si individuano elementi di un’unità intrinseca, che già evidenziano i titoli dei singoli componimenti, talora in originale forma di poemetto breve: NATURA E TEMPO paiono le vere costanti, il cemento unificante.
Una Natura di luce, azzurro di cieli e mari solcati da nuvole di gioia e di meraviglia, quale si ritrova sempre negli occhi di Alessia e la identificano nella sua solarità (si veda Alessia e l’azzurra meraviglia). Una Natura che manifesta lo scorrere del tempo, ma che è fotografata nella stagione protagonista: la Primavera, spartiacque tra un passato (inverno) ed un futuro luminoso, forse, ma quasi mai accennato.
La primavera campeggia -dea salvifica- inchiodando piuttosto al tempo presente o meglio all’attimo/attimi del presente. In questa anima aurorale di primavere trasvolanti ( in La nostalgia del presente) dominano attimi limbali/che si ripetono ( in La costruzione dei giorni), si è nell’eterno presente azzurro e liquido ( in Il calendario).
L’idea del limbo, della sospensione, ricorre e galleggia sul cadavere del tempo (in La luce) e nutre una nostalgia innata, fisiologica nel poeta per qualcosa che deve ancora accadere, ma che scivolerà inesorabilmente via; da qui l’importanza dell’hic et nunc.
Il tempo appare come una costruzione a più piani ( giorni a più piani, uno sull’altro/forma di palazzo sorgiva/costrutto con i materiali dell’anima in La costruzione dei giorni); è un accostamento materico di cose, oggetti, pensieri, cimeli o segnali come conchiglie e fossili (Guidami, se un altro giorno si aggiunge/ alla collezione della vita, un altro segnacolo/(conchiglia o fossile) nelle teche dell’anima in Limbo di agosto) accatastati a darne la misura, ad aprire squarci di ricordi quasi il “varco” di montaliana memoria, come nota anche Ivan Fedeli nella prefazione alla raccolta.
Questa sorta di palazzo indistruttibile passa in "un rigo di pensiero” e per il poeta e il Tu, l’amata onnipresente, l’unica ancora di salvezza e di certezza esistenziale è il futuro della casa”, il ritorno: “Tu sogni il ritorno/al mare quotidiano sei satura di favola e salvezza (in Quaderno di Paestum).
Breve, infatti, lo spazio illusorio: solo la quotidianità “la costruzione del nostro giardino segreto è un magma inossidabile tra lo spazio naturale esterno ed il tempo intrinseco al susseguirsi stagionale e degli anni, che a loro volta si fossilizzano in un ambiente intimo come la stanza: La stanza è il terreno dove coltivare/il limbo della vita che rinasce dai posti di partenza/da dove pareva che si fossero fermati gli orologi/e invece, nel chiarore di candele solari/dopo i sogni lasciati nel letto e sui cuscini,/riprende il corso del fiume lunare e duale, fanciulla…(in Poemetto sulla natura quotidiana)
Il quotidiano sperimentarsi e viversi, anche intensamente passionale “il sinuoso senso del rito quotidiano e duale”, come Piazza dichiara nel testo cardine In Limine alla rosa, crea- per usare espressioni del poeta- un guscio familiare, una gioia domestica, “è un giocare al rifugio in noi” che alimenta e rinnova la poesia del vivere.
*
Valeria Borsa

venerdì 24 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE

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Francesca Lo Bue – Itinerari---Società Editrice Dante Alighieri – Roma – 2017 – pag. 153 - € 14,00

Francesca Lo Bue è nata a Lercara Friddi (PA); ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola; ha pubblicato una raccolta di poesie in lingua spagnola, 2009 e il romanzo di viaggio Pedro Marciano, 2009 oltre alle raccolte di poesia Il libro errante, Moiras e I canti del pilota.
Itinerari, la raccolta di poesie di Francesca Lo Bue che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’introduzione della stessa autrice e ogni componimento in italiano ha la traduzione in spagnolo a fronte.
Un senso di mistero e magia connota le composizioni di stile narrativo, nitido e affabulante.
Non mancano venature di un misticismo naturalistico e, anche per il fatto che il testo non è scandito, potrebbe essere considerato un poemetto nella sua complessa unitarietà.
Una vena neolirica tout – court caratterizza i testi e il tema della poesia nella poesia è presente nel terzo verso del componimento iniziale Casa antica: /un’elegia vibra, nella pelle di notte/ e la natura pare fare da sfondo evocativo ai versi di grande suggestione e bellezza.
In questo componimento viene nominato un Padre che intuitivamente potrebbe essere considerato il Signore nel verso di grande suggestione /fra dolmen abbattuti cerco il cippo del Padre/.
Del resto, cosa rara nel panorama letterario contemporaneo, la scrittura della Lo Bue si può definire anche elegiaca nella sua efficacia concentrata che include leggerezza e icasticità.
Predomina un ritmo sincopato associato alla narratività dei testi chiari e nitidi che produce musicalità e armonia nei dettati e la stessa casa antica potrebbe essere considerata il luogo dell’eterno ritorno.
In Il libro oscuro la poetessa si rivolge ad un tu imprecisato relazionandosi con lui come interlocutore nell’incipit e anche qui torna il tema mistico perché inoltrandoci in quella che a prima vista possiamo considerare una narrazione ma che invece è poesia scopriamo che il tu è sempre quel Padre, figura della quale nell’incipit è detto il libro oscuro che, visto il contesto, potrebbe essere considerato la Bibbia.
Fattore saliente dell’ordine del discorso del cammino dei testi pare essere quello di una commistione tra senso della natura e senso di Dio che non sembra essere spinoziano (deus sive natura) perché qui i due termini la natura stessa e Dio non costituiscono un’endiadi quanto piuttosto sono due entità, due ambiti separati tra loro nelle loro differenti essenze.
Sembra inoltrandoci nella linearità dell’incanto dei tessuti linguistici di essere pervasi da un sogno ad occhi aperti che è quello dell’autrice stessa che empaticamente si relaziona al creato elevandosi a persona nei sintagmi armonici, raffinati e ben cesellati che esprimono ottime immagini captate dalla cinepresa degli occhi e dei sensi della poetessa, che potrebbero essere considerati a loro volta mistici.
Ma al tema del bene (se Dio è sommo bene) si alterna anche quello del male.
Per esempio in La bugia viene detto con urgenza:/tutto è demone/ bestia ingloriosa e serpe…/
La poeta non può non dimenticare che il diavolo esiste e che come ha scritto Baudelaire la sua più grande astuzia è quella di far credere agli uomini che invece non esiste.
Comunque nella sintesi prevale l’ottimismo con la solarità, e l’io – poetante essenzialmente esprime la capacità di stupirsi, meravigliarsi e anche gioire.
Non manca una venatura di surrealismo nei versi che sono dei veri e propri itinerari come dal titolo, itinerari per le strade del mondo e fortunato il lettore che conosca anche lo spagnolo per cogliere il libro anche nella metafisica della traduzione,
*
Raffaele Piazza

giovedì 23 aprile 2020

POESIA = FRANCESCA LO BUE

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POESIE DI FRANCESCA LO BUE-
La poetessa affronta in queste poesie il grande tema della maschera. Tema che nei suoi componimenti poetici assume un significato del tutto particolare, poiché si lega a quello della parola in una produzione letteraria caratterizzata dalle due lingue poste in parallelo, quella italiana e quella spagnola. Così la parola esprime la soggettività come una maschera che nell’apparenza linguistica svela e rivela il mistero profondo di una comunicazione realizzata in modo allusivo attraverso le metafore. Del resto non possiamo dimenticare che la maschera, nel carnevale e nel teatro, manifesta il gioco dialettico della relazione tra realtà e apparenza. Si pensi agli esempi paradigmatici rappresentati da L. Pirandello nel suo Uno nessuno e centomila, nonché da R. Musil nel suo L’uomo senza qualità. In questi casi la soggettività nell’abisso semantico del suo enigma profondo si oggettiva in modo identitario entrando nella storia e rendendo possibile la comunicazione. Pertanto, la poesia permette in queste situazioni di travalicare il non dicibile in un pensiero che esprime la vita nella finitezza del tempo.
*
Aurelio Rizzacasa
*

"LA MASCHERA"

--…E Dio
disse
Profetizza al vento, al vento solo perché il vento solo darà ascolto…
T.S. Eliot “Mercoledì delle Ceneri”--

Ruggine sgoccia e non si vede,
si disfà il riverbero delle maschere al vento,
gridano il suo incubo senza memoria.
La maschera sogna la sua faccia di carne e lacrime,
nell’aria vana del fuoco che s’estingue,
aria vana di una pena profonda che cerca un viso.
Così il dolore se ne va,
stanco della sua maschera puntuta,
stanco della sua pianura di carne e dei fi umi come specchi.
Il dolore se ne va incalzato dalla nube esangue dell’oblio,
verso le contrade delle vitt ime del vento.
Se ne va, nella pianura dell’aria,
nella nube slavata del vento forte di specchi.
Salmastra acqua che cade nei tuffi del trascorrere,
carne senza qualità,
strappi di voci.

"LA MÁSCARA"

--Y Dios dijo
profetiza al viento, al viento solo porque
el viento solo oirá.
T.S. Eliot--

Herrumbre cuela y no se ve,
se deshace el resplandor de las máscaras al viento.
grita su pesadilla sin memoria.
La máscara sueña un rostro de carne y lágrima
¡el del aire suyo!
en el aire vano del fuego que se extingue,
el aire vano de una pena honda.
así el dolor se va yendo, cansado de su máscara
puntiaguda,
cansado de su llanura de carne
y de los ríos como espejos.
El dolor se va yendo acosado por la nube desleída
del olvido,
hacia las comarcas de las víctimas del viento.
Se va yendo, en la planicie del aire
en la nube desvaída del viento fuerte de espejos.
Salobre agua que cae en los flujos del transcurrir.
Carne sin cualidad,
desgarro de voces.

"MAYA"

Gli astri scendono con le maschere,
scintille di pena e solitudine,
affinché danzino tra noi.
Le inventarono per divertire,
con sguardi di zucchero portano messaggi arcani:
la ventura del sangue impetuoso.
Aspettano il forestiero della terra
per portarlo al tormento dell’illusione.
La vita chiama,
la tua carne, la carne che decade, aspetta giubilare,
ma tu devi portare il tuo silenzio
sopra fuochi assordanti.
È la storia della tristezza,
quando il sole arriva frettoloso a cercare la sua pace,
camminando tra i vetri infranti della pena
nella solitudine della luce frantumata.
Scorrono le visioni,
ingranaggio di parvenze,
si costruiscono realtà effimere per coltivare l’unicità.
Il tuo occhi vuoto,
lontano da pozzi fatui e spade tortuose,
arriverà alla baia bianca.
Lì,
né giochi di passione né bilance cieche,
né tempo né estensioni geografiche,
ma la quiete dei venti a dare pace
al guizzo del tuo cuore.

"LOS MAYAS"

Los astros descienden con las máscaras,
en chispas de pena y soledad,
a danzar entre nosotros.
Las inventaron para divertir,
con miradas de azúcar traen mensajes arcanos:
la aventura de la sangre impetuosa.
Esperan el forastero de la tierra
para llevarlo al tormento de la ilusión.
La vida llama,
tu carne, la carne que decae espera exaltarse,
pero tú debes llevar tu silencio
sobre fuegos ensordecedores.
Es la historia de la tristeza,
cuando el sol llega apurado a buscar su paz
caminando entre los vidrios rotos de la pena
en la soledad de la luz triturada.
Se recorren las visiones,
engranaje de apariciones,
se construyen realidades efímeras para cultivar la unicidad.
Tu ojo vacío,
lejos de pozos fatuos y de espadas tortuosas,
llegará a la bahía blanca.
Allí,
ni juegos de pasión ni balanzas ciegas,
ni tiempo ni extensiones geográficas,
sino la quietud de los vientos para dar paz
al corazón inquieto.
*
FRANCESCA LO BUE

SEGNALAZIONE VOLUMI = ILARIA GRASSO

*
Ilaria Grasso: “Epica quotidiana” – Ed. Macabor 2020 – pagg. 112 - € 12,00
Puntualmente si aggrega in queste pagine il dettato discorsivo, che rende la lettura piana e coinvolgente, unitamente ad una strana capacità di illustrare avvenimenti e fulminazioni del quotidiano. Dall’abuso degli atti di ufficio alla passione dei cani, dal garbuglio di monumenti e radiazioni ai malformati fanciulli dell’ILVA, dalla settimana bianca con idromassaggio ai pilastri nei quali nascondono i morti, dalla portiera che gestisce condomini al direttore generale disperso fra i padiglioni. Brevi interventi che hanno il sapore del racconto immergendo la creatività nella più che semplice energia del dettato. Suddiviso nei capitoli “Le gesta dei padri”, “In itinere”, “In-organico”, “Variazioni aziendali”, “Nello stato in cui siamo”, “Memento” il volume sviluppa un iter variopinto fra illuminazioni e figure, paesaggi d’interni, personaggi ed ombre. I “richiami” nella prima sezione sono numerosi con le dediche a Franco Fortini, Ottiero Ottieri, Rocco Scotellaro, Cristian Tito, Luigi Di Ruscio, Elio Pagliarani, Vladimir Majakovskij, coronate da alcune liriche profondamente incise. Ilaria gioca con le parole e con i pensieri, nel suo tuffo per la quotidianità. Il risveglio mattutino, l’abbaglio della esplosione solare, il tremore delle prime aspirazioni, il frastuono della strada e dei veicoli pubblici, le vicissitudini della fabbrica, le sorti della modella rimasta incinta e sola, le brighe di un evasore fiscale, avvenimenti multipli di uno scorrere inesorabile del tempo. Di particolare interesse la “ri/scrittura” di ben dodici articoli di una personale “costituzione”, con la quale si suggeriscono alcuni atteggiamenti che il nostro popolo dovrebbe assumere per la tutela di sopravvivenza. Scrittura solidamente forgiata, in versi dal ritmo variabile.
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 22 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALESSANDRO PERTOSA

Alessandro Pertosa – Biglietti con vista sulle crepe della storia-puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 97 - € 12,00

Biglietti con vista sulle crepe della storia, la raccolta di poesie di Alessandro Pertosa che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Antonio Alleva esauriente e ricca di acribia intitolata Un saluto all’autore e al lettore che esprime efficacemente le ragioni del testo.
Il volume si articola nelle seguenti parti: Preludio, I Abitare, II Generare, III Lavorare, IV Naufragare.
Il preludio pare essere una dichiarazione di poetica in versi e c’è da notare che, come in altri numerosi componimenti del libro il poeta al termine di ogni singolo verso non va a capo e così produce una struttura vagamente narrativa e affabulante pur rimanendo in modo incontrovertibile nell’alveo del genere della poesia stessa.
Si realizzano nel suddetto scritto il tema della voce che si fa parola e quello intrigante della poesia nella poesia nel suo ripiegarsi su sé stessa.
Da notare in questo scritto iniziale l’uso consapevole del procedimento anaforico con la ripetizione cadenzata delle parole Io sono la voce.
Nella prima scansione nella composizione Cartoline da lontano, che può essere letta e considerata come un poemetto, nell’incipit ritroviamo un tu al quale il poeta si rivolge, figura presumibilmente femminile.
Viene detta del suddetto tu appunto la sua ultima cartolina venuta da lontano e qui il poeta raggiunge, con una parola detta con urgenza, sospensione notevole e una vaga bellezza con un tono colloquiale e narrativo esiti veramente alti e si crea con grande efficacia da parte dell’io-poetante una rarefatta sintonia con quella che dovrebbe a lume essere la persona amata.
Da notare che in questa sequenza si alternano poesie senza l’a capo e componimenti nei quali Pertosa va a capo.
Questa alternanza produce effetti piacevoli per il lettore ed è è espressione della scaltrita coscienza letteraria di Alessandro.
Scorrendo il sommario del testo nei titoli delle varie sezioni possiamo ritrovare complessivamente una vena ontologica espressa dall’autore perché abitare, generare, lavorare e naufragare sono termini che possono essere associati tra loro nell’insieme delle parole che si riferiscono ai dati salienti dell’esperire umano e in questa sede sembrano essere tutti sottesi ad un’idea forte di abitare poeticamente la terra da parte dell’io-poetante.
Infatti l’ordine generale del discorso espresso da Alessandro Pertosa è permeato, nella sua poetica neolirica fino a sfiorare l’elegia, da una notevole linearità dell’incanto raggiunta con poesie composite e articolate nella forma che decollano con leggerezza sulla pagina fino al loro atterraggio nelle luminose chiuse.
Anche una natura rassicurante e idilliaca è spesso presente come sfondo nei testi ed è espressa come controcanto e controcampo delle vicende dell’io-poetante stesso nell’inverarsi del suo rapporto con l’amata che consiste soprattutto nell’effondersi soave della sua voce monologante.
Un poiein che provoca emozioni nel lettore lineare nella sua dolcezza e pacatezza espressione di una dizione che stordisce e genera stupore in modo veramente originale e proprio nell’originalità dei dettati e dei contenuti è la cifra saliente del libro.
*
Raffaele Piazza

martedì 21 aprile 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA (TRADUZIONE DI FRANCESCA LO BUE)

*
"Alessia e il 21/4/2020"

Attimo feritoia senza tempo
tra dolore e gioia
gemmante nel sorrisofarfalla
di ragazza Alessia
in limine alla sua storia
nell’inebriarsi del fresco
verde d’aprile nell’interanimarsi
con il sogno più soave.
E aprile è il più felice dei mesi
e va sul mare Alessia e
giunge al porto della gioia
perché le sono venute
e non è incinta.
Poi lui telefona
Alessia prima di dire pronto.
*
Raffaele Piazza
*
Alexia y el 21/4/ 2020

Momento, brecha sin tiempo
entre dolor y alegría
engarzadas en la sonrisa-mariposa
de muchacha Alexia
al principio de su historia
al embriagarse del primer
verde de abril cuando se reanima
con el sueño más suave.
Es abril el más feliz de los meses
y va al mar Alexia y
llega al puerto de la alegría
porque le ha venido
y no está encinta.
Después él llama por teléfono
Alexia antes de decir hola.
*
Traduzione di Francesca Lo Bue

SEGNALAZIONE VOLUMI = BONIFACIO VINCENZI


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Bonifacio Vincenzi (a cura di) : I poeti del centro Italia- volume terzo - Ed. Macabor – 2020 – pagg. 204- € 20,00 –
L’operazione culturale di notevole impegno avviata dal frenetico Bonifacio Vincenzi continua a stupirci per la precisione di impostazione e la severità di scelte. Un ampio e dettagliato ventaglio intorno ai poeti viventi nella nostra nazione. L’ultimo volume distribuito è dedicato a Mariella Bettarini , “il coraggio della coerenza”, ricco di interventi a firma di Davide Puccini, Giuliano Ladolfi, Luigi Fontanella, Michele Brancale, Rosaria Lo Russo, Franca Alaimo, Antonella Pierangeli, Roberto Maggiani, Giorgio Linguaglossa. La fluida alternanza di scrittura della Bettarini, poetessa dalla lunga militanza, si ritrova nella presente raccolta antologica di suoi testi, scelti dal 1966 al 2019, impregnati da quella cultura che rende la poesia profondamente immersa nella realtà, nel quotidiano, nel folgorare dei sentimenti. Il mondo esterno, il mondo interno, il bagaglio del sub conscio, si rivelano in un costante avvio alla ricerca della parola, che diviene discorso della poesia, passionalmente rivelato dalla composizione. Il volume si completa con i capitoli : “Voci dal silenzio”, nel ricordo di Elio Filippo Accrocca, Renato Pigliacampo, Attilio Lolini, Remo Pagnanelli , Giovanni Stefano Savino, e “poeti del centro Italia” con le poesie di Michele Brancale, Luca Benassi, Anna Buoninsegni, Franca Mancinelli, Alessio Alessandrini.
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 20 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = MICHELA ZANARELLA

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Michela Zanarella : “L’istino altrove” – Ed. Ladolfi – 2019 – pagg. 90 - € 10,00
“E come l’amore ci porta lontani e distanti dal mondo reale- scrive Dacia Maraini nella prefazione- per abbracciare quelle che credi essere o sono davvero le ragioni della nostra vita, così la poesia si concede la libertà di connessioni, digressioni, perdite di senso, perché qui sono le parole che si incontrano, si intrecciano in un gioco spesso senza senso apparente, non ci sono verità, ma solo, appunto, istinto e quando le parole prendono ad avere un senso compiuto è proprio allora che si allontanano di nuovo.” Parole che scorrono fluide e rincorrono il pensiero “da un silenzio a uno sguardo” per rimanere avvolti dalla luce dei sentimenti, anche quando “una stagione accorcia i giorni e cambia il colore alle foglie”.
“Se puoi avvicina l’aria che respiri
alle mie labbra
e fammi strada dentro il tuo corpo
fino a parlare il verbo
delle nuvole e delle stelle.”
L’atto etereo e sublime si avvera anche con il soffio leggero del “verbo”, del “simbolo” che vertiginosamente e senza punto ferire riesce a coagulare il contatto e l’amplesso, nelle figure incandescenti che sfiorano la pelle:
“L’amore che ho per te
fatto di luce e di pazienza
si moltiplica come fa la vita
quando arriva come pioggia improvvisa
a risvegliare l’erba o a riempire i pozzi.”
Il ritmo che la poetessa riesce a scandire con delicatezza si accompagna al battito irrequieto del cuore, in una connessione personale, che parte dal momento quotidiano e giunge alle intemperie dell’immaginario. La memoria incide nel “colore” del “dolore” vissuto nelle pieghe del sogno e della trasgressione, in semplici versi dalla musica in sordina.
La parola “silenzio” è per Michela Zanarella una chiave con la quale interpretare i momenti del vissuto, poesia dopo poesia, perché è proprio il silenzio l’atto capace di redimere, di sospendere, di ascoltare, di immaginare, di accarezzare, di illudere, per quella interruzione, specialmente filosofica, che si propone nella tematica esistenziale, nel suo valore positivo e nella proposizione contemplativa che si oppone all’inganno della realtà.
Anche il tepore dell’amore aleggia come farfalla “che si muove come luce per le stanze illuminate.” E timidamente accarezza la pelle con un alito leggero perché: “Preferisco che l’amore si alzi dal mio corpo / e sia aria calda/ che passa accanto alle cose./ Spero che arrivi anche a te/ in forma di sole o di pioggia/ mentre cammini per strada/ e guardi la vita in movimento.”
Si intreccia in queste poesie il movimento della pulsione, nitida e ben scolpita, con le vertigini del canto, in un tratteggio colorito e immateriale.
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANCARLO BARONI

Giancarlo Baroni – I nomi delle cose--puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 131 - € 15,00

I nomi delle cose, la corposa raccolta di poesie di Giancarlo Baroni che prendiamo in considerazione in questa sede, nella sua composita e articolata struttura architettonica, rivela le intenzioni consapevoli dell’autore nell’usare i suoi strumenti letterari sottesi ad un’avvertita coscienza letteraria.
Il titolo del libro è sicuramente programmatico se le cose divengono tali solo quando vengono nominate e si fanno parole per il correlativo oggettivo di montaliana memoria.
Una fertile fantasia creativa legata a quanto suddetto è l’etimo dell’ordine del discorso affrontato da Baroni.
Si tratta infatti di un libro intrigante anche perché non è monotematico e in esso sono affrontati molteplici aspetti dell’esperienza umana come la guerra, l’amore e l’arte, in particolare quella pittorica.
Non a caso il testo è scandito nelle seguenti sezioni: La polvere di cavalieri amici, Un seme tra le mani, La partenza del padre, Le arpie dei pesci, Siete voi che amiamo, Solo chi rasserena amo, L’amore ha la stessa verità e Le trappole di Rauschemberg.
Serpeggiano costantemente nei versi inquietudine, senso di morte e senso del mistero.
Il ritmo dei versi che si evidenziano inverandosi in tessuti linguistici chiari, luminosi, icastici e a tratti affabulanti, crea nel complesso un’eterea luminosità nei dettati spesso stringati e sempre concentratissimi.
Cifra essenziale della poetica del Nostro pare essere una vena antilirica che è connotata da un incontrovertibile intellettualismo che permea i componimenti e non è assente il tema del sacro.
Stabile pare essere una parvenza affabulante che raggiunge magia e sospensione nei sintagmi che diventano immagini di quelle che si potrebbero definire delle micro narrazioni in versi.
Programmatica la poesia che apre la raccolta intitolata I battesimi del conquistatore nella quale lo stesso protagonista battezza (cioè nomina) montagne, laghi e fiumi con i nomi della sua lingua.
È presente qui il tema del potere nel distico conclusivo: Da domani sarà proibito/ chiamare le cose in un altro modo.
Nella prima sezione si leggono poesie brevi e concentrate sul tema della guerra e del combattimento in atmosfere imbevute da un forte onirismo purgatoriale.
Si tratta di composizioni vaghe nella loro chiarezza e leggibilità ed è presente il tema del mistero.
Affascina il fatto che, se è vero che in poesia tutto è presunto, il lettore non ha la sensazione, la percezione della raffigurazione detta con urgenza di una delle tante guerre dei nostri giorni che rattristano nei telegiornali, quanto piuttosto di eventi bellici che riportano a contesti medievali e rinascimentali anche se in ogni epoca storica la guerra è sempre un pervicace male.
Si evidenzia nelle poesie la presenza di un bestiario attraverso molte specie animali che vengono nominate che sembrerebbero diventare simboli e a volte il poeta gioca con le rime alternate.
*
Raffaele Piazza

domenica 19 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA



LE FRAGOLE IN PIAZZA-- per ebook di Raffaele Piazza

Di Raffaele Piazza ritroviamo, in “Linea di poesia delle tue fragole” (e-book pubblicato su LaRecherche), un’ampia selezione di testi, che ancora una volta definiscono la fisionomia poetica e il percorso creativo dell’autore napoleta-no. Le prime poesie dell’e-book risalgono al 1996 e sono uscite in una raccol-ta del 1998, “Sul bordo della rosa”, edita da Amadeus; la poesia su Pasolini fu pubblicata sulla rivista cartacea "Capoverso" nel 2007. È un Pasolini definito, con originali espressioni e riflessioni, il romano amante di borgate, il “profeta sanguato dei giorni”, che però sapeva sorridere (in questo differenziandosi, nota l’Autore, da un altro grande autore, il Pavese musone langarolo).
La figura femminile di Alessia già è presente in “Camere per Internet”, appar-sa in apertura della silloge “Del sognato” (La Vita Felice, Milano 2009): “si chiama Alessia sta nel file segreto il / suo nome nelle tasche a fotografie / di quanti saranno i suoi figli / come le linee della sua mano portano ceste / di fortuna lineare lungo presagi di camminate vegetali da cliccare…”. Ecco le costanti dello stile di Raffaele Piazza: mistione di termini del lessico colloquia-le e di poetismi, decostruzione della sintassi canonica in favore del libero ac-costamento analogico, immagini che sgorgano da immagini, metafore ardite che generano metafore ancora più ardite, ma che sanno giustapporsi a con-cretissimi, leggibilissimi referenti reali.
Nell’e-book “Linea di poesia delle tue fragole” ritroviamo undici testi che hanno come tema Alessia e tre che riguardano Mirta Rem Picci. Sono poesie apparse in “Alessia e Mirta”, ultimo (per ora, dato che è in corso di stampa un nuovo libro di Raffaele) progetto editoriale cartaceo, edito da Ibiskos Ulivieri nel 2019. Si profila dunque un progetto poetico che viene da lontano ma che è pur sempre vivo: un progetto che ha risposto a personalissime urgenze liri-che, concretatesi in strategie compositive e in strumentazioni stilistiche sem-pre più efficacemente equilibrate fra grazia e scaltrezza, tra ben dissimulate astuzie di scrittura e apparente minimalismo diaristico.
“Una linea di poesia mi chiedevi, un chiaro / incontro oltre la chiave della nebbia”: è la linea delle sue (di lei) fragole, di un frutto che ha lo stesso sapore della bocca e del corpo dell’amata. Perché per Raffaele Piazza esiste una “se-duzione di fragola”: “frutto tipicamente di primavera, che, come l’eterna, gioiosa e dolente ragazza Alessia, profuma di una stagione di semi e di spe-ranza” (come fu detto benissimo).
Piazza coniuga il linguaggio di un’avventura (quella con/di Alessia) e l’avventura del linguaggio, in un processo d’invenzione, innovazione e ricerca formale: stravolge cronologia e principio di causa-effetto, abbandonandosi a una narrazione frammentata, ai capricci della mis-memoria, al fluire di un di-scorso poetico che abolisce ogni pretesa di verità unitaria e che di proposito si presenta disarticolato e polisemico. Così propone un convincente e fasci-noso ritratto di donna, privo di compiaciuti psicologismi e di manierismi liri-cheggianti.
Qui, come nella succitata raccolta cartacea “Alessia e Mirta”, Raffaele Piazza propone una nuova, diversa figura femminile, quella di un’amica morta suici-da. Una figura femminile che non soltanto rinvia a una traumatica esperienza, ma soprattutto inaugura una rinnovata poetica, uno stile nuovo perché meno “dolce”, rispetto alla precedente stilizzazione della storia quasi infinita di Alessia e del suo Giovanni. Nelle poesie dedicate a Mirta Rem Picci manca quest’alter ego dell’Io poetante che è Giovanni: qui è “io”, è Raffaele Piazza colui che ricorda e soffre in primissima persona: sono io ‒ dice Piazza ‒ che “affido al mare del web il messaggio / per te: ti voglio bene”. E fa andare tra le genti della rete, quasi immediatamente, le liriche effusioni del suo dolore. E così Mirta Rem Picci, che come creatura terrena tragicamente scompare, ri-sorge come Musa ispiratrice di nuova poesia, a rinnovata conferma di come i discorsi, i luoghi, gli oggetti e gli avvenimenti condivisi con quella “donna per amico” possano ingenerare poesia vivificante e consolatoria.
*
VINCENZO MORETTI

POESIA = MARCO ROMANO

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"ANNI VERDI"

-Per M. T.
alias fiorinda-

Quando nei nostri lontani anni verdi
seduti accanto in una modesta stanzetta
dell’istituto di filologia moderna
mi traducevi con femminile gentilezza
le preziose pagine anni ‘70 in francese
di una lunga intervista ad un cineasta tedesco
poco visto ma di sicuro valore
almeno una volta in quei ripetuti incontri
avrei desiderato poggiare la mano
sul tuo delicato piccolo seno.
Non riesco ad immaginare la reazione.
Azzardo solo che in un baleno
si sarebbe creato un brusco scompenso
un capovolgimento semantico inatteso
di difficile e dubbia interpretazione.
*
MARCO ROMANO

sabato 18 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = ENEA ROVERSI

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Enea Roversi – Coleoptera---puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 57 - € 12,00

Coleoptera, la raccolta di poesie di Enea Roversi che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Alessandra Paganardi intitolata Una poesia in presa diretta acuta e ricca di acribia e una nota dell’autore stesso.
Il testo composito e articolato a livello architettonico, contenutistico e semantico è scandito nelle seguenti sezioni: Presenze/ presente, Addizioni e sottrazioni e Il futuro del mondo.
Serpeggia un tono surreale connesso ad atmosfere di onirismo purgatoriale imbevute di forte inquietudine come se l’io-poetante provasse un diffuso disagio e si sentisse straniero alla terra.
Se abitare poeticamente la stessa terra è un’utopia e questo è un fatto che si accentua nella storia attuale globale in maniera notevolissima per la presenza della pandemia, non si deve mollare la presa e la realtà a livello privato, pubblico, politico, economico, sociale, tecnologico e scientifico, realtà liquida esplorata da Roversi in tutti suddetti ambiti, può diventare vivibile e degna di essere vissuta solo attraverso la parola salvifica e catartica della poesia.
E il poeta è perfettamente conscio di questo come esprime efficacemente nella sua densa nota.
Con immagini che sgorgano le une dalle altre riprese cinematograficamente con la perspicace telecamera degli occhi dalla vista lunga, il Nostro fa un full immersion nella parvenza dei nostri sofferti giorni parvenza che riguarda non solo lui ma tutta l’umanità dei cinque continenti.
La quotidianità urbana è l’efficace sfondo del teatro dove si recita la vita per usare una metafora teatrale.
Una vena quindi intellettualistica pervade l’opera e la cifra distintiva della poetica di Roversi è quella che si esprime con un poiein solipsistico nel riflettere dell’io-poetante nel suo ripiegarsi su sé stesso.
Incontrovertibilmente una vena anarchica pervade i tessuti linguistici e il tono è assertivo, epigrammatico, didascalico e gnomico.
Tutti i componimenti sono raffinati e ben cesellati e risolti in una sola strofa che procede in lunga ed ininterrotta sequenza in assenza quasi totale di punteggiatura.
Persiste e stordisce una complessità dell’ordine del discorso e le poesie e anche i loro titoli iniziano tutte con la lettera minuscola.
Nella ricerca del senso in Coleotteri, composizione tratta dalla terza scansione, il poeta afferma che (ovviamente a livello filosofico esistenzialistico) la soluzione potrebbe stare nel vivere come un coleottero, rifacendosi al titolo della raccolta stessa e qui pare aprirsi la porta alla comprensione con una chiave interpretativa che sottende tragicità ma anche speranza
E il tema dell’insetto non può che rievocare le atmosfere de La metamorfosi di Franz Kafka e del resto il libro e connotato da luci e ombre kafkiane.
Tema dominante pare essere quello ontologico, dell’essere e dell’esserci sotto specie umana in un continuo interrogarsi sull’esistenza se il tempo stesso non si può fermare. Un esercizio di conoscenza tout-court.
*
Raffaele Piazza

venerdì 17 aprile 2020

POESIA = GINO RAGO

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Poesia contemporanea = Gino Rago

Commenti di Miriam La Matina e di Giorgio Linguaglossa

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"Alla bellezza tutto si perdona"

Chi saprà dire alla Regina d’Ilio
la nuda verità su Elena di Sparta…

Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze
la fuga, il rapimento, gli amplessi

della spartana sul mare verso Troia?
Prima fra le prime accanto a Menelao,

venerata da Paride al pari di una dea.
Perdonata in patria da servi e da padroni.

La colpa cancellata,
il rispetto e l’onore riaffermati:

festa per Elena presso gli Spartani,
le donne vinte invece vegliano i cadaveri.

Noi siamo qui per Ecuba.
La sposa che mai accetterà gli scorni

di quelle dee beffarde, gelose
delle fattezze carnali di fanciulle

contese dai guerrieri a suon di lame.
La madre che tutto perde nell’inganno.

Lutti. Lamenti. Pugni battuti sulla terra.
Le bende strappate.

I ramoscelli sacri nelle fiamme.
La freccia e il dardo a insanguinare il cuore

della Regina d’Ilio in mezzo al fuoco?
È un’idea, soltanto una idea.

La stessa da quando a corte Elena le rubò il trono.
Vinca la cenere, periscano gli eroi.

Alla bellezza tutto si perdona.

*

da Gino Rago: "I platani sul Tevere diventano betulle", Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2020, pp. 176, E.12

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Commento di Miriam La Matina, III A- Liceo Classico “V. Alfieri”- Asti

“Chi saprà dire alla Regina d’Ilio la nuda verità su Elena di Sparta?"

Due donne si incontrano, due vite vengono unite da una tremenda circostanza, la guerra. Due destini si incrociano, ma in comune hanno poco. In questo testo il poeta contemporaneo Gino Rago presenta le due eroine mitiche, Elena ed Ecuba, e i loro percorsi dopo la fine della guerra. Elena, in accordo con il mito, è presentata divina per la sua bellezza, che le permette di non risultare mai vinta. In tutta la sua vita ha sempre primeggiato su tutti. La più bella, la regina, l'oggetto della contesa. Anche dopo la guerra non subisce l'onta della sconfitta, ma ritorna subito ad essere la più amata.

"Prima fra le prime accanto a Menelao. Venerata da Paride al pari di una dea."

Bella, così bella da essere comunque pura. Qualsiasi cosa accada, qualunque tremenda situazione lei possa creare, non viene mai corrotta da essa, non diventa mai vittima di rimprovero.

"Perdonata in patria da servi e da padroni. La colpa cancellata, il rispetto e l'onore riaffermati"

Elena è amata, perdonata, ma intorno a lei aleggia sempre una nebbia di mistero. Qual è il suo passato? Qual è la sua colpa? Come tutte le donne dalle capacità straordinarie lei è sia ammirata, sia invidiata. Come può difendersi una persona comune di fronte alla sua spettacolare bellezza se non calunniandola e costruendo su di lei tremende storie?

"Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze, la fuga, il rapimento, gli amplessi della spartana sul mare verso Troia"

Queste frasi sembrano riprodurre il tentativo degli antichi mitografi di “giustificare” Elena in molti modi, ritrovando la sua “innocenza” nella leggenda del “fantasma illusorio” creato dagli dei che sostituì la vera Elena a Troia. Tutte maldicenze quindi? O la leggenda del fantasma vorrebbe coprire e celare, in modo mitico, una donna realmente colpevole, col suo egoismo e la sua immoralità, di una guerra funesta? Forse la virtù più venerabile è proprio la bellezza, a cui tutto si perdona e in nome della quale gli uomini sono pronti a giustificare tutto. Sebbene la storia sembri affermare ciò, incoronando più i belli che i virtuosi, l'autore prende le distanze da questa concezione, dichiarando, sorprendentemente, la sua preferenza per la regina sconfitta e umiliata, Ecuba, vittima di una guerra ingiusta e meritevole della nostra pietà.

"Noi siamo qui per Ecuba"

E’ lei il simbolo della maternità, e sebbene abbia visto la sua famiglia decimata da un'assurda guerra, conserva la sua dignità pura. La sua forza consiste nell’opporsi alla morte, lei che è il simbolo della vita. Dopo la distruzione viene il tempo della rinascita.

"Vinca la cenere, periscano gli eroi"

Meglio un mondo senza eroi e senza falsi miti di un mondo che fa della menzogna la sua bandiera!

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Commento di Giorgio Linguaglossa

Trovo straordinaria questa poesia di Gino Rago.

Il poeta che vive tra la Calabria e Roma ormai fa poesia «mitica», non mitopoietica, mitica nel senso che ci parla del mito eterno che sta alla base del pensiero mitico dell'Occidente. Il mito della guerra di tremila anni fa, della guerra di Troia e delle guerre di oggi. Tutte atroci. Tutte menzogne. Dire che "Alla bellezza tutto si perdona" è un modo per rimproverare Omero di averci detto una menzogna sulla guerra decennale di Troia. E alzare il dito di accusa sulla falsa coscienza degli achei, di Sparta, di Tebe e delle altre città greche le quali, dopo i dieci anni di lutti e stragi, accolgono Elena come una eroina, mentendo a se stessi, raccontandoci una verità che non è la verità.

Il mentire a sé stessi è la più grande menzogna, quella menzogna che è e sarà il motore della Storia dell'Occidente e la causa di altri lutti, di altre guerre. Dire la Menzogna a se stessi come cuore della falsa coscienza dell'homo sapiens e della sua storia. Della storia dell'Occidente. E, allora, Gino

Rago da poeta coglie il centro della questione e dichiara apertamente di essere dalla parte di Ecuba, della donna vinta e fatta schiava.

Rago sta dalla parte dei vinti della Storia. Questo è il messaggio del poeta di Trebisacce avverso la menzogna degli Achei e della loro falsa coscienza. Oggi, come tremila anni fa, è la falsa coscienza il problema principe della civilizzazione, il mentire a se stessi. E il poeta non deve (questo ci dice tra le righe Gino Rago) assolutamente permettere che la sua parola venga macchiata dalla menzogna. I miei complimenti a Gino Rago, questa è una grande poesia. Gino Rago ha preso un frammento, una scheggia del nostro Occidente, il personaggio di Ecuba, la moglie di Priamo vinta e fatta schiava, non Elena, il trofeo della bellezza che gli Achei innalzano quale simbolo della loro vittoria. La guerra di Troia è vista al contrario, a ritroso, come una guerra che gli Achei hanno perso. E con loro abbiamo perso noi tutti che di quella prima guerra imperialistica siamo gli eredi testamentari. La nostra cultura, la cultura dell'Occidente è figlia di quella lontanissima guerra, e noi siamo i suoi figli. Gino Rago ribalta questa visione e dichiara apertamente che sta dalla parte di Ecuba, la regina fatta schiava, perché Omero ci ha mentito, ha creato il poema dei vincitori, perché Omero era un greco e non un troiano, città già orientale, al confine tra Oriente e Occidente.

Sì, Gino Rago ripete, con Omero, «alla bellezza tutto si perdona», ma lo dice per ribaltarne il significato e mostrarci l'altro lato della Verità, il suo lato oscuro, nascosto.

giovedì 16 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALENTINA NERI


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Valentina Neri – Nomadesimo---puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 87 - € 14,00

"Nomadesimo", la raccolta di poesie di Valentina Neri che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Mauro Macario intitolata Pelle d’inferno acuta e ricca di acribia.
Il volume non è scandito e per la sua unitarietà contenutistica, formale e semantica può essere letto e considerato come un poemetto.
Centrale pare essere il tema erotico – amoroso e per questo nella sua complessa totalità il volume può essere considerato un canzoniere d’amore estatico nella gioia dei sensi che risveglia nel lettore sensazioni e pensieri che non immaginava di avere provato nell’universalità dell’eros che sottende thanatos.
È presente in Bambola viva la descrizione empatica e vibrante di un amplesso dell’io-poetante giocata con toni sensuali e sinuosi.
L’amore mentale e fisico viene detto con urgenza in modo fortemente corporeo e sensuale come partita tra maschile e femminile che è bene che vada a finire patta tra due solitudini che si uniscono in una sola cosa.
L’amore stesso è anche intellettualizzato nell’incipit: /eccomi, ammanigliata/ in pronta consegna/ davanti al tuo mandato di cattura/ se sedurre dall’etimologia latina deriva da secum ducere, condurre con sé.
C’è una fortissima vena icastica nelle plastiche immagini elemento alto e costante che si sviluppa per tutto il testo e il tu per antonomasia invocato amatissimo e anche odiato non può che essere quello della persona amata.
Da notare che tutti i componimenti sono di grande estensione e non suddivisi in strofe.
Si tratta di un libro di vaga e notevolissima bellezza imbevuto da una forte connotazione intimistica e solipsistica.
È anche un’esaltazione della femminilità che si realizza nell’amore carnale: il tutto è un modo per giocare/ alla donna/ e con le dovute distanze il libro può essere accostato al veterotestamentario Cantico dei cantici.
I tessuti linguistici sono, come insolitamente avviene nel panorama contemporaneo della poesia italiana, connotati da grandissima chiarezza che si coniuga a luminosità e nitore.
Quella espressa dalla Neri è una poetica tout-court neolirica nella quale non manca una vena mistica quando vengono nominati Dio, il Signore e la preghiera stessa.
Del resto il misticismo e l’erotismo si coniugano efficacemente tra loro in una sintesi che sottende la vita in sé stessa.
Le immagini caleidoscopiche e fantasmagoriche sgorgano le une dalle altre sempre nuove e non si ripetono mai.
Non poteva mancare la tematica della dicotomia amore – morte in La morte sia con te, morte che sottende il contraltare della vita.
Il tema dell’attesa dell’amato è espresso con gioia tremante.
Il nomadesimo del titolo e del componimento eponimo simboleggia lo spostamento nel tempo e nello spazio che è quello del corpo stesso sotteso al suo sostrato psicologico.
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Raffaele Piazza

mercoledì 15 aprile 2020

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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DAL VOLUME "INFIBUL/AZIONE" 1988 ---

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

Raffaele Piazza - "Alessia"

L’irripetibile.

Il gesto da cui non si può tornare indietro. Mostrare il nome. Il nome proprio. Darlo a tutto. Darsi a tutto.

Questo il fuoco di Raffaele Piazza. Questa la materia di Alessia.
Raccolta fisica, corporea, carnale. Come di pelle può essere solo la vita, il sogno, l’idea e l’ideale. Pagina di verità nuda, scarnificata, rincorsa, tradotta in parola poetica. La poesia come tramite massimo per la realtà suprema. Quella che dona e toglie. Pagine indomabili. Perché così deve essere, non vi è alternativa. Quando la posta è talmente alta da prendersi la definizione di non aggettivabile.
Alessia è uno spartito, una sinfonia. È lirica alta, danza, pentagramma, note incise nella notte dei tempi. Musica trasfigurata. Etimo, sillaba, sostantivo. Una gestazione del sentimento. La sua forma di dura acqua. Liquida forma di ogni possibile.
Piazza si scava e ci scava. Prende sulle sue spalle un compito, un fare che ci rendi tutti umani. L’intimo che più diventa intimo più s’illumina di universale. Terra di noi. Nostra terra. La conquista del non conquistabile. Tutti i cerchi concentrici di un cosmo. Una sorta di risonanza magnetica dell’esistente. Di ciò che ci rende umani.

Impossibile, per me, menzionare passi, passaggi, versi, stralci, strofe. Quando l’inizio è già l’epifania. Una poesia dove tutto è luogo. Da esplorare. Per arrivare al nostro personale “febbraio 2014”. All’Albergo degli angeli, come dice Raffaele. La “camera n.8 attende”.
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Enrico Marià

martedì 14 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = MAURO MACARIO

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Mauro Macario – Le trame del disincanto--tutte le poesie 1990 – 2017- FORMAT puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2O17 – pag. 449 - € 25,00

Le trame del disincanto, il corposo volume composito di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’introduzione di Francesco De Nicola intitolata La poesia necessaria di Mario Macario e una nota critica di Emanuele A. Spano.
Il libro racchiude le seguenti raccolte dell’autore: Il destino dell’essere altrove, Il silenzio a occidente, La screanza, Metà di niente.
Cifra essenziale della poetica di Macario pare essere una parvenza di visionarietà che è il denominatore comune dei quattro libri che ovviamente segnano un percorso che si differenzia nel suo continuum nell’inevitabile evoluzione dello stile, della forma e delle tematiche proposte dal poeta.
In Il destino dell’essere altrove un dato saliente pare essere il procedere dei versi in lunga ed ininterrotta sequenza versi che hanno qualcosa di barocco o tormentato liberty anche per la completa assenza di punteggiatura.
Spesso si ha l’impressione di ritrovarsi dinanzi a tessuti linguistici al limite dell’alogico nella loro resa anarchica e per comprendere questa poesia oscura e intellettualistica non basta una sola lettura perché richiede un’immersione totale in essa nel suo provocare emozioni forti nel lettore tramite il dettato densissimo metaforicamente e a livello sinestesico e semantico con frequenti straniamenti e cortocircuiti.
È un poiein magmatico quello espresso dall’autore connotato da fulminanti accensioni e spegnimenti e da frequenti impennate vertiginose della scrittura concentratissima.
Notevole icasticità, dunque, come connotazione di questa scrittura affascinante che in ogni caso risulta raffinata e ben cesellata, luminosa nella sua numinosa bellezza che è carica di senso nel suo fluire come acque di un fiume in piena.
Le ali della jena prima sezione del primo libro costituisce un poemetto a sé stante; qui la jena diviene simbolo di qualcosa di misterioso e imprecisato che genera inquietudine nel bene e nel male in quanto non casualmente è detta con urgenza, con un’efficace sinestesia quasi un ossimoro angelo carnivoro.
Sospensione e vera plastica magia connotano i dettati e pare al lettore di affondare nella pagina nel sinuoso e inesorabile decollare e subitaneo planare delle parole in ogni singolo componimento.
Le poesie si dividono in due categorie: quelle descrittive e quelle nelle quali si effonde con forza l’io-poetante del tutto antilirico e anti elegiaco.
L’ordine del discorso è tutto un fluttuare tra luce e ombra in un efficace chiaroscuro morale che per un accostamento alla pittura potrebbe essere definito caravaggesco.
Sembra nella lettura di essere rapiti in una fantasmagoria di tinte e sensazioni conseguenti in un caleidoscopio d’immagini da onirismo purgatoriale nelle quali tutto pare sotteso a forze arcane.
Nell’impossibilità in questa sede di dare le compiute ragioni di un testo che per la sua mole dovrebbe essere studiato ed esaminato in sede saggistica si dà qui solo un’impressione di lettura in quella che non è altro che una recensione.
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Raffaele Piazza

POESIA = FRANCESCO PAPALLO


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NOLI ME TANGERE

Come quando m’impuntai sulla soglia
e m’aggrappai al sipario,
spaventato dal brulichio di voci
senza volto che fremevano al buio,
solo con te, di nuovo, sono stato
principiante trafitto nel mio poco da dire
e perenne ingoiare il groppo che rimane.
Fedele a un torsolo di pietre mangiate dall’erbaccia,
t’ho dato in pasto tonfi e scricchiolii
prima di riparare sottoterra
in una vena al vaglio del deserto.
Dio sa quant’era denso il mio sangue
di giorni inscatolati dentro un bunker.
E lo sapeva in fondo
che non è sempre fragile banchisa
il luogo dove gemmano le crepe.
Lo sguardo refluo al cielo della sera,
sciolto dalla ragnatela dei nostri raggi,
si rinselva di sciami di stelle.
Rimescoliamo i dadi arroventati
del nuovo firmamento:
capace dei suoi numeri
ci vuole questa primavera incolta.
Prendevi il grigio per nasconderti dal fuoco,
il bianco per lasciare solo inverno come indizio.
Ma le tracce che non hai lasciato
riposino nell’ombra
dei tuoi passi rampicanti.
Resta così, amore: sulla scogliera delle vertebre
le mie dita tarantolate devono stancarsi.
Questa volta posso scivolare
senza perdere pezzi.
L’ ultima – ero piccolo – fu la prima cicatrice;
squarcio senza dolore, puro grido
per lo sbalzo nel girone dei mortali.
Ora il tuo sonno slabbra il destino della carne;
l’aculeo velenoso diventa punta di diamante.
Per questo sopravvivo al trauma del silenzio.

***

A MIA MADRE

Quante volte l’hai detto
tante volte non l’ho capito, mamma.
Sono nato colpo assestato al centro,
punto zero inferto al tuo noviziato
tra dune di cera che ammorbidivano
i confini di un livido deserto.
Come te orfano di case sull’albero
adottato da jungle in bianco e nero
a distinguere il cibo dal veleno
con braccia tese a dire
ciò che non si può dire
ad occhi appena giunti
a sirene spiegate.
Figlio della tua infanzia che voleva
correre per un’altra scuderia,
di pomeriggi a piedi dentro casa
scortati per un po’ dalle tue storie,
disarcionati al limite
d’inferni e capogiri senza mentori
vicini, pronti col sale d’ammonio.
E di tante scorie murate vive
di feltro e solitudine
rimane la tua voce
incalzata dalla pioggia battente
e una prua rompighiaccio
che chiede al polo Nord
un’altra direzione.
Rimane la luce rubata al fuoco
ancora acceso fuori dalla grotta.
Ora so che non vista l’hai raccolta
nel mito del luogo che infligge al tempo
la ferita natale che ci adultera.

***

FISICA ELEMENTARE

Nessun ponte su cui arrischiare il passo.
Soltanto parole su questa sponda.
Aeroplani di carta che non servono
a traghettare l’anima sull’altra.
Tenti la traversata in solitaria?
L’equilibrio sulla terra ha il bastone;
in aria, camminando su una corda tesa,
ti aiuti con la pertica.
Ma un solo remo in barca
è la iattura di emulare il gorgo.
Gli elementi volentieri collaborano
quando non sono alle tue dipendenze.
La storia del fuoco che s’addomestica?
Il finale più trito della fiaba.
La fiamma incorna e scalcia imbizzarrita
e se abita ancora a casa nostra
è per illuminare
l’irreparabile marchio di adesso
come il sangue sempre fresco di Canterville
o l’oncia di prezzemolo tra i denti.

***

IL GATTO DOMESTICO
Incedi suadente, occhio di civetta
orecchio di pipistrello
e linea di serpente
nella trama d’un patto trinitario
notturno e velenoso
che veneriamo nostro malgrado
con fede snaturata.
Il tuo balzo pirotecnico taglia
la sintassi delle dimensioni:
lo spazio si squaderna,
il tempo ripiega
in un fazzoletto d’istanti
e nulla è come prima della tua agile carezza.
Vai a caccia di mosconi
che cozzano sui vetri
e li sgranocchi con somma goduria:
è l’imboscata che si merita
l’inutile furia di un esercito di occhi
impantanato nella trasparenza.
C’è una lezione da imparare
da questa tua zampata filosofica
che ha fatto impallidire
la morsa di un concetto.
Quante volte venir fuori significa
lasciare che non ci sia via di scampo.
Il topo lo capisce
quando si finge morto
nel tuo straziante gioco.
Ma so che l’attenzione
è meno generosa della noia.
Perduto lo sfizio del roditore,
lo sguardo subito rivolgi altrove.
Mi frega l’orgoglio del genitore
che vede il figlio cavarsela da sé,
eppure sono molto combattuto
e vorrei quasi frenare la tua foga
quando ti vedo sgambettare tutto impettito
con la fortuna in bocca:
povero piccolo geco!

***

QUANDO IMPARAVO A SCRIVERE

È che era duro traslocare
da quella vita già stratificata,
piegare stanze come fazzoletti
e tante dimensioni parallele
rinchiuderle in un piano cartesiano.
È che la penna era fredda come un bisturi
e il foglio sotto i gomiti
la prima lezione di anatomia.
È che i verbi mi strisciavano via
e da lontano non riuscivo a colpirli:
dovevo avvicinarmi al veleno,
con la forcella della fionda bloccarne la testa
impugnando il pericolo
appena sotto l’elsa.
È che non c’erano amici tra i nomi generici
a rassicurarmi che no,
non sarei scivolato sul ghiaccio,
non sarei caduto in pezzi
da amalgamare col cemento e con la ghisa
del più alto grattacielo: la pagina albina.
È che il nuovo strumento
passò dall’adozione alla simbiosi
e il vento, la fiamma,
l’ombra di una voce che si annuvola
rimisero il contrasto e il chiaroscuro
al peso ancora invalido del gesto.
*
FRANCESCO PAPALLO
*
Francesco Papallo è nato nel 1987 a Napoli, dove vive. Ha compiuto studi classici e orientalistici e si interessa di filosofia e di letteratura. Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati sulla rivista di Elio Pecora “Poeti e Poesia” e sulla Bottega di Poesia di Repubblica curata da Eugenio Lucrezi. Alcuni dei suoi articoli e racconti brevi sono apparsi sul “Manifesto” e sul “Mattino” di Napoli. Insieme ad amici appassionati ha fondato “L’inattuale”, blog di approfondimento culturale per cui scrive e traduce articoli.

lunedì 13 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = BONIFACIO VINCENZI

*
Bonifacio Vincenzi : “La vita della parola” – Ed. Macabor – 2020 – pagg. 70

“Un piccolo canzoniere sulla pienezza del verbo, alla ricerca dell’Essere, in una società, assente, che recita, decanta e insegue i “bagliori”, le “illusioni”, come valori, come dispersione, invece, di crescita. – scrive Rocco Salerno nella prefazione- L’universo, infatti, che si dispiega in questo testo, sin dalla prima sezione, è quello del dissidio tra l’apparire e il vivere, il blaterare e il parlare, il virtuale e il reale, come voragine generazionale, come ossimoro incolmabile. Un viaggio, come viatico, nel tempo della catarsi, della coscienza del risveglio, attraverso l’insegnamento del mondo orientale…” Ed è un avvio alla lettura molto interessante, perché apre vivacemente l’attenzione alla scrittura, in poesie che sono pienezza controllata di realtà quotidiane e maglie oniriche, incisioni di figure e illusioni plasmate dal ricordo. Una molteplicità di gradazioni tende a variegare la stesura, nella quale fanno capolino la originalità del dettato e la urgente necessità di sussurrare.
“Non è la voce che torna/ né altro che riusciremo a riscrivere/ in questo bisogno muto di ricordare./ Ma un gesto è pur sempre anelito/ di mistero nel cavo di un rimpianto/ appena smosso.”
L’alito riconosce se stesso nei versi di Montale, nella “religione dell’apparire”, nelle “mille strade già percorse”, nella ingenua domanda del “come mai si è vivi”, o ancora “da dove nasce il furore di questi anni/ la folle corsa su un binario sbagliato/ l’illusione pericolosa…”
Rincorrere metafore in un “parlato” di rara profondità speculativa, nel problema irresoluto del tempo e della sopravvivenza, del rapporto tra l’uomo e le cose, nel valore del sogno in contrapposizione della luce/buio, diventa tema tutto avvolto nella musicalità del verso, quasi sempre concepito oltre l’endecasillabo. Mentre il gioco delle circostanze improvvisamente ci avvia alla terza parte del volume “La memoria dell’assenza”, ricca di suggestive tessiture nel ricordo del padre, per una risonanza fluttuante, in cui l’affondo emozionale coesiste assieme ad un disvelamento labirintico, fonte di ansiosa ricerca, con la quale “Saperti in un posto inimmaginabile, vederti passare dove le querce mutano con le stagioni. Guardare la salita degli affanni, gli specchi dei cambiamenti”. Qui il verso è breve, non più adagiato al discorsivo, ma nell’urgenza di riacchiappare i momenti che non sono più palpabili. Il padre è presente anche nella sua provocante assenza e il poeta “finalmente lo ritrova dietro le parole mai dette”. Rovistare dentro le pieghe dei sentimenti, annaspare fra i riflessi del ricordo, interrogare il fato nell’illusione di un riscontro, risvegliarsi fra le convulsioni del sogno, coinvolgere l’inconscio in una specie di affinità che possa identificarsi con la percezione prima e con la conoscenza poi.
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

Raffaele Piazza, Alessia e Mirta

La raccolta di Raffaele Piazza è costituita da quaranta componimenti aventi come oggetto e come protagoniste, come esplicitato nettamente dal titolo, due antitetiche figure femminili. L’adolescente Alessia anima ben trentaquattro componimenti, mentre la donna adulta Mirta, ne ispira sei, posti al centro della raccolta.
Estremamente originale ed evocativa la poesia di Piazza nei componimenti dedicati ad Alessia, tutti in terza persona e presentati con uno stile estremamente asciutto, come descrizioni fotografiche, immagini, con elementi di dove e quando dettagliati in modo essenziale quasi di cronaca, a me rievocando echi di un vero e proprio verbale. La sintassi, la versificazione e le scelte lessicali sono anch’esse particolari, con echi della costruzione sintattica latina e relative inversioni, e neologismi di parole composite ed estremamente evocative specie nell’aggettivazione. Il risultato è la restituzione progressiva al lettore di una vita femminile complessa e ricca di emozione e del mistero della vita, reso ancora più vasto di possibilità dalla mancanza di esplicitazione dei legami biografici con l’autore, dalla terza persona e dalla dinamica del “detto-non detto”…
Al centro della primavera della ragazza Alessia l’autore colloca i sei componimenti di Mirta, in cui assistiamo a un ribaltamento di registro.
Il legame biografico tra l’autore e la figura femminile è esplicitato e descritto (“fiore raro l’amicizia tra un uomo e una donna”), i componimenti sono in prima persona e descritto esplicitamente il tragico epilogo della vita di lei, suicida, e il rapporto ancora vivo e ispirante nella vita e nella poesia dell’autore.
Lo stacco con l’atmosfera evocativa eterea del mondo di Alessia è nettissimo ed efficace, anche vista la delicatezza che Piazza conserva nel nuovo registro, pur esplicitando e versificando in prima persona di un dramma reale, esercitando nelle scelte lessicali un filtro poetico efficace e una forza evocativa che ci lascia intuire della centralità di Mirta nella vita, almeno poetica, dell’autore.
Dopo la sezione Mirta la raccolta riprende coi componimenti finali di Alessia che immediatamente ritornano al registro di cui detto sopra, trasportando il lettore in un breve ma intenso viaggio emotivo e ricco di immagini ed emozioni affrescate ma lasciando libera l’immaginazione del lettore di costruire il contesto, in particolare di una Napoli evocata e quasi magica, immaginaria e reale allo stesso tempo.
Rimane al lettore l’antitesi delle due figure nel rappresentarci il senso del mondo, ‘chè sono le donne a “creare il mondo”, la primavera sensuale della sedicenne, dei suoi timori speranze ed emozioni, e la maturità complessa e tragica della donna che pur oltre il limite della vita biologica continua a comunicare e ispirare con delicatezza in un rimando senza soluzione di continuità.
*
Pietro Cardona 13 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO DONADIO


Antonio Donadio : “Il senso vero della neve” – Ed. Morcelliana . 2019 – pagg.94 - € 10,00
L’intensità di una voce, che non viene dissolta nell’ombra, annota le lucide immagini in un lungo poemetto dalle pagine accurate e amorevolmente levigate. Suddiviso in due sezioni il volume offre simultaneamente due aspetti diversificati del “fare poesia”. Una prima parte ricca di testi brevi (quattro / sei righi) in espressione filosofica, scavata nelle visioni di attesa o di “nascosti vuoti d’aria”, ed una seconda parte “contrassegnata da versi e strofe ad aggregazione frammentata, dal ritmo spezzato e nervoso”, prodigiosamente spumeggiante di “scampoli” musicali.
“forse il darsi è nell’attesa
incessante senza prendersi mai
sortilegio d’antichi silenzi
sembianza d’assiderata neve
lungo i deserti bordi.”
Vita e sospensione, materia e spirito, conscio ed inconscio, in un avvicendamento che afferisce ad una pulsione visibile/invisibile, che il narratore cerca di levigare, attratto dal fantasma dell’immaginazione e dalla probabile soluzione di continuità fra quotidiano ed ignoto. Se la stagione attarda “col passo dell’ospite inatteso” possiamo anche timidamente accennare ad un sussurro di preghiera, ad una vertigine colorata che riaccende memorie, anche quando “tra ramaglie di luci/ guizzano stelle intorpidite/ al sorgere dell’improvviso/ ultimo sole.” Allora il poeta “parla” con il lettore, con la pagina bianca, con l’evanescente figura che piano piano precisa la sua sagoma e ritrae “la mano, tu scappi/sorridi felice, non schivi/ il leccio che traccia voli leggeri/ con code di cielo, sorridi:/ è nuovo/ bianco sentiero/ che viene, / e tu/ bosco smeraldo/ a pioggia e nuovi bastioni/ in cerca/ vedrai.” Una visione al di là del materialismo puro, che partecipa ad uno strano ipnotismo della “parola”, per indicare strategie comparative, in una nuova prospettiva psicofisiologica capace di coagulare astrazioni e ri/costruzioni della realtà.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 12 aprile 2020

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia festeggia la Pasqua 2020"

Risorge Alessia nel folto del piumone
scampanio a entrarle nell’anima
di ragazza nell’intensificarsi
della fisica gioia. Un pensiero
primevo per Mirta che era Amica
e ora non esiste oggi ma da quel nulla
una nuvola in più nella sorgiva
azzurrità e Alessia la chiama Mirta.
Poi condominiale giardino
e piante rare delle quali Alessia
non sa il nome e sono Mirta
pari al raro mirto e oggi
fa l’amore con Giovanni
nella cameretta-porto.
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Raffaele Piazza

RIVISTA = NUOVO CONTRAPPUNTO

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DOPO VENTOTTO ANNI LA RIVISTA "NUOVO CONTRAPPUNTO" CHIUDE.

sabato 11 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI = SAMUELE LISCIO


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Samuele Liscio : “Il negozio bianco” – Ed. Oedipus – 2019 – pagg. 72 - € 12,50 -
Intrecciare con paziente opera il vortice dei pensieri, che si accavallano ininterrottamente fra le circonvoluzioni cerebrali e le labbra, per diventare espressione poetica a tutto tondo, appare in queste pagine certosino scalpello di incisioni, nel dire e nell’immaginare. Ottima distribuzione testuale, per quei passaggi che offrono la parola come corpo dell’anima, del sub conscio che tende ad invadere gli spazi del dicibile. Immagini concretizzate nella fusione dei contrari, nel contrapporsi del reale al solubile, per riconsegnare le figure tra suoni e colori, angoli reconditi e imperscrutabilità. Il ritmo che vibra di partecipazioni rappresenta una strana tessitura tra la musica del verso, che si umanizza per offrire effetti visivi, e la polimorfa metaforicità, che rincorre il sogno o l’immaginifico, il memoriale o le urgenze quotidiane. Le ombre intraviste dal poeta sono leggerissime sfumature che “rompono le briglie” della nostalgia per incedere quale “fuga d’aria perfettamente verticale incontaminata/ da sembrare una colonna di fumo/ - combustione spontanea dell’eterno/ e tana del tempo:/ di questo groviglio di lacerazioni/ segno imprescindibile di una discontinuità necessaria alla realtà per darsi/ come luce matematica in pasto agli occhi e alla mente.” Più oltre Samuele Liscio scolpisce la figura umana tracciando pennellate sulla tela impreziosite dallo scorrere impietoso di un tempo che cospira le inquietudini, la melanconia, la nostalgia, le sottrazioni, le rievocazioni, tra le probabili fughe emotive per la gravità di uno sguardo o per la “convulsione primaverile sulle fronti”.
Segmentata in nove sezioni la raccolta appare come un lungo ed arioso commentario capace di trasformare in lirismo la cadenza fascinosa della utopia personale. In un fraseggio, che a tratti sfiora il colloquio, il poeta riesce a “chiacchierare” con un Tu che si alterna pagina dopo pagina tra le sue riflessioni, giochi di andate e ritorni, quasi per un “espanso” adatto a pizzicare le corde dell’etereo violino.
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 10 aprile 2020

SEGNALAZIONE VOLUMI= GABRIELE PEPE


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Gabriele Pepe – L’inferno del nostro portento--puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2020 – pag. 65 - € 12,00

L’inferno del nostro portento, la raccolta di poesie di Gabriele Pepe che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Plinio Perilli esauriente, sensibile, acuta e ricca di acribia.
Come scrive lo stesso Perilli nella nota intitolata Per Gabriele Pepe, il Nostro è un poeta insieme loico e fumigante, lucido e solforoso, nato a Roma nel 1957. Di libro in libro. tra uomini e ominidi mai progrediti, angeli e disangeli, si fa impennato, reboante cantore di questo dissennato presente ipermodernista, e dei suoi pessimi (quasi sempre) concittadini /Ricurvi/ sul torso della nota/ Condannati a vagare sulla soglia/ Transverberati dall’interno/ Sul fronte sconfinato dell’eterno/.
Con concittadini pessimi di questo dissennato presente ipermodernista il poeta pare riferirsi all’umanità intera che vive nella contemporaneità liquida e velocissima nella quale nel tran tran giornaliero di ognuno. gettato in quella ressa cristiana della quale parlava già nel Novecento Eugenio Montale, si perdono le coordinate spesso di una vita a misura d’uomo e di fusione con la natura in quanto siamo tutti indistintamente obbligati ad adeguarci al tempo della rivoluzione mediatica che ha anche molti aspetti notevolmente positivi.
Infatti un uso calibrato di internet, e-mail, sms e altro diviene salutare perché contrariamente alla televisione i suddetti media possono essere portatori di cultura e libertà.
Entrando nel merito dei versi di Gabriele Pepe pare indubbiamente che siano sottesi ad un vivo pessimismo perché se la realtà attuale è portentosa e spesso anche numinosa tale da essere definita un inferno c’è veramente ad un livello superficiale l’impressione che si sia persa ogni speranza per chi entra in questa dimensione e vengono in mente le parole all’entrata dell’inferno dantesco: perdete ogni speranza voi che entrate.
Ma il cantore della contemporaneità Pepe non si geme mai addosso e nei suoi versi nei quali si riscontrano illuminazioni e spegnimenti fulminanti, proprio attraverso l’uscita di sicurezza della poesia, nel dire il peggio possibile, trova la possibilità di una redenzione proprio perché la poesia è sempre vivissima e non è morta come avevano preconizzato Adorno e Celan dopo le guerre mondiali e l’Olocausto.
Se abitare poeticamente la terra è un’utopia tuttavia proprio la poesia non fine a sé stessa ma catartica innanzitutto per il poeta ma anche per il lettore può aprire varchi per arrivare al senso vero della vita e quindi alla felicità.
Cifra dominante della poetica di Gabriele pare essere una vena visionaria e vagamente surreale e se i tessuti linguistici non sono alogici tout-court sono permeati sicuramente da venature anarchiche.
Il testo è molto composito e articolato cosa che s’invera in una struttura architettonica veramente riuscita e il poeta è padrone di scaltriti strumenti e di un’avvertita coscienza letteraria.
A proposito della costruzione del volume va evidenziato che il titolo di ognuna delle tre sezioni è sottotitolato in corsivo e questo aumenta il fascino indiscusso dell’opera che ha anche una vena misticheggiante e nella quale è presente fortemente il tema del tempo.
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Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALESSANDRO DE SANTIS


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Alessandro De Santis : “Mura amiche” – ed. Transeuropa- 2019 –
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“Le mura amiche di Alessandro De Santis dipendono molto più dal divenire che dall’esserci, - scrive Andrea De Alberti nella post fazione - possiedono una dimensione che va in profondità, scopriamo che hanno una superficie, un fondo e una soglia che fissa un limite o più limiti. Di qua dal limite la sorgente della nostra vita, al di là il nostro sapere, le nostre possibilità d’incontro con l’altro.”
Una dimensione personale, che sfiora il verso per dettare quella musicalità necessaria all’illusione della dizione, a volte sussurrata, a volte decisamente sostenuta. Per accostare il pensiero creativo alla plasticità del ritmo incalzante, tra visioni colorate e figure tratteggiate con il pastello.
Il poeta parla, parla liberato dagli orpelli del dubbio con lo scorrere delle parole che come lampeggi incidono nella visione e nelle immagini.
“Alzi il brindisi
nel bicchiere di plastica
Una volta – pensi
era diverso
Di vetro era
il tuo brindare
e spesso eran frantumi
e lo rompevi
e lo rompevano
Il futuro era
raccogliere i pezzi
con le mani
e ti tagliavi
e si tagliavano…”
Il gioco è fatto! Il bicchiere frantumato, metafora dei giorni che scorrono inesorabilmente, lascia il segno nel sangue che gioiosamente si può detergere senza preoccupazione alcuna.
Così anche lo scintillio del mare, con il riflesso azzurro dei pesci, offre il suo fascino, tra il pensiero che vaga irrequieto fra le interminabili macchie rossastre della sponda e le familiari forme degli amici. Il tratteggio con mano esperta dei lineamenti di una madonna ritrovata fra le pagine di un libro, dimenticato e logoro, è un piccolo ritratto che cela elegantemente anche una storia da raccontare. Ed i fotogrammi li potremmo rivedere ad uno ad uno, trasportati da una quieta e paziente regola di solfeggio, capace di concretizzare stati emotivi in armoniosa e disponibile recitazione. Servendosi il poeta di una natura viva e colorita, nel consumarsi inderogabile del tempo a noi concesso in questo pianeta, riesce a concretizzare il sapore di effluvi, il vaneggiare del sogno, gli impulsi, il gioco dell’amore, il riaffiorare di un nirvana , con quegli sguardi quieti ed ammiccanti che soltanto la “poesia” riesce a donare.
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLO LIVIA

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Carlo Livia,” La Prigione celeste”, Progetto Cultura 2020, pp.140, euro 12.

Commento di Marina Petrillo.

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"Il Sogno del viaggiatore nel multiverso".

In questo libro di Carlo Livia, La Prigione Celeste, si palesa a traccia il Sogno dell’eterno viaggiatore nel multiverso. Approda a variazioni infinite, sconosciuto alla destinazione intrapresa. Il vaticinio lo accompagna tra voci diuturne interferenti ogni piano di realtà.

“Sono nel sogno sbagliato
perdo pensieri e cado
nell’universo che è la mia zona morta
no sono la mente del Dio oscurato dal programma
sguardo frantumato in miriadi di occhi che si allontanano
o la colpa di esistere nel cuore-tabernacolo
dell’ombra-fanciulla che simula l’essere

Segni di smisurata grandezza attraversano menti artificiali in cui il sacro intercede per sua stessa ammissione. Angeli ribelli rivelati alla luciferina costernazione dell’anima ai primordi dell’essere. Lo sterminio di dei, estingue forse l’antico oracolo in sillabario posto a codice supremo. Non appaiono antefatti alla Realtà. Si sprigionano apocalissi in quotidiana afasia della memoria.

Il ricordo dell’Eden tramortisce la coscienza in “bagagli di cenere” e “angeli disossati”. Nel luogo ove tutto è possibile, l’incesto magnifica l’estremo atto del perdersi. Corridoi bui in cui solo la Madre “varcherà l’istante che fugge. Senza tramonto”. L’Evento immobile, il signore rotto del tempo, ansima nell’azzurrità del male, assenza di bene. Ieratiche figure, Purgatorio del possibile, attraversano scene morte di un palcoscenico. Teatro dell’assurdo, Beckett atteso tra camere mortuarie del pensiero, luogo in cui gli interrogativi rimandano a metamorfiche assenze. Una piazza ri-creata da anima estatica , sovraesposta all’astratto. Il normale balugina tra scaglie di visioni quotidiane perse allo sguardo. Dickinson esiliata nella regale arte del Nulla Poetico disidratato a merce sacra invenduta . Pandemia celeste declinata a prigione. “L’assenza divina, sospirando si scopre fanciulla”. L’inquietudine non deterge il trauma, ripetuto in unica liturgia. Spoliazione dall’innocenza, tardiva, non salvifica, poiché nella coniazione di singole parole rivive il dramma di Sisifo. Infinito. “L’ultima volta, ma per sempre”.

Ogni frase è antitesi della precedente. Un rito impossibile e complesso, coitus interruptus dell’umano ingegno. Architettura dell’invisibile volta allo spasmo. Non lascia tregua il respiro. Si resta desti, insomnia costante visitata da entità, come in un “quadro da cui esce la morte all’indietro”. Tonfo. Ipotesi di vita relegata a supposizione. Se l’onirico, sottratto al suo martirio , è scenario da cui la morte esce all’indietro, istante cosmico denudato a evento della realtà, ogni accadimento trasfigura in liturgia del Presente. Ad esso prossimi e sconfinanti, in pastorale bulimica viviamo l’anarchia delle schiere celesti. Pietra d’angolo scartata e ricomposta in avversa Gerusalemme , popolata da Angeli caduti, rarefatta stella foriera di destini non del tutto umani.

Se mi baci l’angelo furioso scuote
i sigilli falsi della notte
Se mi trascini nella feritoia celeste
il profumo dell’abisso fa impazzire
gli oscuri guardiani dell’alba

Costringe a sonnambulia, la visione continuamente imposta. “Arancia Meccanica” dell’inconscio: l’uni-multi verso scorre su nastro immortale. Ogni evento sottende al silenzio e l’amore, frantuma in psicosi. Devianza, il volo dei Cherubini, tra guardiani della soglia, trickster, posti a sigillo di Chronos. L’amplesso fulgido di anime indecise sul restare o continuare ad amare. Non v’è traccia evidente dell’umano, eppure permane un lascito, dopo l’eternità del gesto. Luci sacrileghe interconnesse al processo duale: sesso o castità.

E’ forse una malattia l’Eterno. Quando si è in altra dimensione, la dualità perviene a poliformia e il punto di osservazione muta, per cui dalla morte si intravvede la vita. Dal sogno, la realtà. Dalla carnalità, l’estasi. Dall’angelo, il demonio. Metafisica dell’innocenza tra “belle fontane di musica blu”. “Fra cattedrali nude cerco l’istante in cui sono scomparso”.

“La chiara presenza ha una eternità di venti appesa al collo…un polline d’arcangelo svela “il grande amplesso”. Big bang iniziale ed iniziatico. Pantheon induista in cui muovono divinità assise ai loro troni. Santuario di insoluta trama. Indugiare marcescente verso l’altare del sonnecchiante custode. Alla fine dei giorni, dopo aver a lungo atteso, nulla verrà rivelato oltre la morte. Kafka muove rapido i suoi passi; indugia la lama nelle carni senza attesa della fine. Nella Colonia Penale del ristoro, ogni peccato imprime suo sigillo.

Un’Eternità nuda piange e rabbrividisce nel salone vacillante …
Dal mio cuore fioriscono creature dementi
che divorano la madrina del Paradiso;
ora è in un cielo immobile
accanto al trono vuoto

Fiorisce lo spasmo cognitivo volto ad affermare l’insondabile vuoto. Un trono giacente tra le Rose, a di-svelare la Madre divina in assenza del Figlio. Squarcio non tacitato ma nel sempre speso ad interpretare l’assenza di D_o, la Sua Morte. Nel nome del silenzio che tutto sovrasta, “non si può nascere ma si può restare innocenti “(Missa Romana- Cristina Campo). “Due mondi. E io vengo dall’altro” (Diario bizantino-Cristina Campo).
Si apre l’ottavo sigillo, in “Lacrime dall’acquasantiera”. L’apice visionario sposa l’Apocalisse di Giovanni.
La Vergine concepì il candore d’un altro universo, ma il Testimone lo imbrattò di sangue e di dolore
E’ rimando continuo ai Sacri Testi dal luogo in cui il poeta risiede, non identificabile se non per latitudine estrema. Ciò che permane divinizzato, si adegua alla descrizione del momento : “L’estasi ultramarina si perdeva in confutazioni”.
Quando scomparvi la mia ombra divenne divina,
invano

Lo scrivere trasmuta in un atto di innocenza violata, reiterarsi del rito ancestrale dell’incesto con la Grande Madre del Vuoto Assoluto, con l’aspirante incarnazione della necessità adeguata a virtù, mentre una cosmogonia di assoluta imperfezione non tralascia di esistere.

“…il pensiero sfuggito all’ordine” (Valse triste). Carlo Livia ricrea un nuovo impianto, un Teatro dell’Assurdo, divagazione del focus interiore sui temi centrali della sua poetica, amplificati sino alla dissolvenza. Svanisce ogni cosa su palcoscenico mobile, universo scaturito dalla summa di creature metafisiche interroganti e apostatiche. Di nuovo: cosmogonia trattenuta a stento da un pensiero che inciampa e riproduce sprazzi, tensioni oniriche, figure estinte che interloquiscono con oggetti surreali . Creazione di dei viventi in un Olimpo dell’ombra. Nella perdurante Ombra, la catabasi è “Madre (che) varcherà l’istante che fugge. Senza tramonto”.

E’ l’Evento immobile, il signore rotto del tempo

Per analogia, scosso il varco spazio temporale, si entra nell’immobile stasi della visione, come in Böohme, filosofo e mistico luterano, chiamati alla luce di D_o .

E la Madre varcherà l’istante che fugge
Senza tramonto

Il poeta varca ogni soglia. Si smarrisce e fa smarrire il viandante-lettore. Errabondi, si entra in ogni dove, come se tutto tornasse ineluttabilmente su una immagine o creatura- fanciulla angelo madre – in eterno, ma con una deviazione impercettibile che non consente agli eventi , per implacabile traslitterazione, di combaciare mai. Parallasse deviata di decimi di grado che, durante la lettura, incrementano, sino a determinare, nello spazio creatosi, universi paralleli in cui analoghe storie vengono narrate, con personaggi simili ma nominati ex novo in interspazi, sino a divenire irriconoscibili.
In questo tentativo, puramente folle e umile, di entrare, come fanciullo a piedi scalzi, nel limbo della ossessione, lì dove l’umano non scardina il divino e il divino nega l’esistenza all’umano, non si scorge attimo di stasi. Trasumananza, tra parole tronche, frasi de-private della punteggiatura, diluite dal solvente dell’eternità eppure, abbacinate da una invisibilità misteriosa che tradisce l’Impero del Sogno. Libro rosso dell’immaginazione attiva , presentimento del Sé creante. Il Sogno svela la realtà che l’idea si lascia molto indietro (l’amato Kafka, di nuovo).
*
Marina Petrillo