sabato 21 marzo 2026

POESIA = MAURIZIO EVANGELISTA

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"1."
-
quando scrivi del Sud
prendine in prestito la terra
-
continua a crescere
e a fare ciò che fanno le piante
quando nutrono le creature
piccole e necessarie

ricorda lo strappo della portulaca
queste case
che la sera si abbracciano
e le madri
che si insegnano a spartire le ossa
come qualcosa di piacevole da toccare
come la luce nel cibo
come la bellezza più semplice
da respirare
******
"2."

i bambini di piazza dei Vecchi
a giocare tra le case finestra
somigliano a fantasmi
nelle foto dei turisti
-
basta stare fermi
avere una mano di speranza
-
per imparare dai muri il nascondiglio
-
e non farci trovare
***
MAURIZIO EVANGELISTA

venerdì 20 marzo 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


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"UN RAPIDO TOCCO DI SAGGISTICA"
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***
“Lunghe frequenze”
-
Come una macchia d’olio bollente
giaccio lungo la strada silenziosa,
casella fra le stoppie ingiallite e un capoverso.
Madre terra respira sotto i passi,
fragile come vetro all’alba,
e nel suo abbraccio verde racconta sogni,
trema nella preghiera silenziosa,
per raccontare una storia antica di rinunce,
ascoltando distratti le ingiurie del demonio,
scambiando gli strappi della nostra età.
Quando richiamo il tuo nome
nelle crepe del suolo cresce la bellezza,
tra pietre stanche, o segni ostinati di speranza.
Camminammo veloci ignari delle corrosioni,
tra le semplici tempeste delle ore
pronte a segnare il dorso delle mani,
i raggi del sole cadente,
il canto delle allodole ingannatrici,
senza chinare il capo, modellando il pudore.
*
ANTONIO SPAGNUOLO
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“Lunghe frequenze” si configura come una meditazione lirica sul rapporto tra l’essere umano, il tempo e la terra, attraversata da una tensione continua tra fragilità e resistenza. Fin dall’incipit, l’immagine della “macchia d’olio bollente” suggerisce una condizione di immobilità dolorosa e diffusa: il soggetto lirico “giace” lungo una “strada silenziosa”, come se fosse parte del paesaggio stesso, quasi dissolto in esso. L’accostamento tra “casella” e “capoverso” introduce una dimensione metapoetica: la vita appare come un testo frammentato, scandito da pause e segmenti, in cui l’individuo è al tempo stesso segno e contenuto.
La “madre terra” è figura centrale e ambivalente: da un lato accogliente e generativa (“nel suo abbraccio verde racconta sogni”), dall’altro fragile (“come vetro all’alba”) e attraversata da una sofferenza muta. Il suo “respiro” sotto i passi umani evoca una presenza viva ma vulnerabile, mentre la “preghiera silenziosa” allude a una dimensione sacrale, quasi religiosa, che tuttavia si scontra con la corruzione e il male (“le ingiurie del demonio”). L’umanità sembra incapace di ascoltare davvero, “distratta”, e tende a “scambiare” – cioè confondere o banalizzare – le ferite del tempo.
Il momento della nominazione (“Quando richiamo il tuo nome”) segna una svolta: la parola poetica diventa atto creativo, capace di generare bellezza anche “nelle crepe del suolo”. Qui emerge una speranza ostinata, radicata nelle “pietre stanche” e nei “segni” che resistono. Tuttavia, questa possibilità è inscritta in una memoria condivisa (“Camminammo veloci”), che richiama un passato di inconsapevolezza: l’uomo ha attraversato il tempo senza accorgersi delle “corrosioni” che lo segnavano. Memoria che vorrebbe riaccendere momenti emotivi ma non riesce col semplice eco della figura amata ormai sparita.
Le immagini finali condensano il senso del passaggio del tempo e della perdita dell’innocenza: le “tempeste delle ore” incidono il corpo (“il dorso delle mani”), mentre il sole che cala e il “canto delle allodole ingannatrici” suggeriscono una bellezza ambigua, forse illusoria. Nonostante ciò, il gesto di “non chinare il capo” e di “modellare il pudore” indica una forma di dignità resistente: l’uomo, pur nella sua fragilità, continua a dare forma a se stesso e al proprio senso morale.
La poesia si distingue per un linguaggio fortemente metaforico e stratificato, in cui elementi naturali e riferimenti metapoetici si intrecciano creando un tessuto denso e allusivo. L’andamento è libero, privo di una struttura metrica rigida, e privilegia l’accostamento analogico tra immagini, talvolta anche ardite, che richiedono una partecipazione attiva del lettore, pur conservando palesemente il ritmo cadenzato delle sillabe. Notevole è l’uso della personificazione della terra e la tensione tra dimensione sacrale e disincanto moderno. Il lessico oscilla tra concretezza (“stoppie”, “pietre”, “mani”) e astrazione (“rinunce”, “speranza”), contribuendo a costruire un equilibrio tra esperienza sensibile e riflessione esistenziale. Nel complesso, il testo si inserisce in una linea di poesia contemporanea attenta al tema della crisi del rapporto uomo-natura e alla funzione salvifica, seppur problematica, della parola poetica.
*
CARLO DI LIETO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia al fiume"
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Freddo azzurro dell’acqua,
Alessia vi immerge le mani
affilate in quell’estasi a
rigenerare il corpo e l’anima
in fusione con il vento di
frontiera limite tra prima e
dopo invisibile gioia ad
attraversarla, nell’entrare
nella Nissan verde petrolio
di Giovanni. Liquido bacio
nello scorgere il delta del fiume
a poco a poco a fendere la
campagna dell’oro delle
spighe fino a di sorgente un’epifania
con le mani a coppa beve
Alessia dopo la saliva.
È il 1984 Alessia e Giovanni
a fare l’amore nel profano
di grano campo,
urla la rondine: Attenzione!!!
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Raffaele Piazza

mercoledì 18 marzo 2026

POESIA = ROSSELLA SANTORO

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"Il mio cuore agitato"
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Il mio cuore completamente agitato
non può concedersi queste emozioni
rifletto ma poi mi mancano le cerco
come cose che non sapevo di volere
eseguo silenzi mentre immagino di parlarti
ti sogno ma non servirà
non ci sarà un contenitore che tenga
e non passerà.
*******
"Vibrazione residua"
Eppure, anche nel silenzio qualcosa vibra
una memoria sottile di ciò che non si è detto, di ciò che è rimasto sospeso
un brivido, un pensiero che torna senza chiedere permesso
resta l’eco di un battito che prima non c’era.
*******
"Risveglio e consapevolezza"
Non ho mai immaginato mai desiderato una cosa così
nel guardarti nel salutarti
sì, sicuramente carino ma l’idea non mi sfiorò neppure un attimo
poi ne ho sorriso banalizzando un’ipotesi che non poteva non poteva essere
addomesticata ai tuoi richiami risvegliai in me qualcosa di così nuovo
dove di nuovo non c'è più.
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Rossella Santoro

martedì 17 marzo 2026

POESIA = CRISTIANO CUTURI


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"Non sparami con il tuo fucile."

Non spararmi con il tuo fucile,
non ne ricaveresti che un uomo che muore.
Ma stringimi forte la mano.
Non spararmi con il tuo fucile,
non ne ricaveresti che la tua morte, oltre la mia.
Allungami la mano destra,
anche se non è quella del cuore,
così che io potrò salvarti.
Moriresti anche tu, come me;
se mi sparassi adesso, in questo momento,
per te niente più varrebbero i tuoi ricordi cari,
quei pomeriggi che accompagnato da tua madre
giocavi con i fili d’erba di un’aiuola piena di fiori azzurri,
quelle sere, durante le quali la voce di tuo padre
ti sembrava colorata di verde smeraldo,
di quel colore che non avrebbe potuto invecchiare mai.
Come potresti invece invecchiare tu stesso, adesso,
se mi sparassi con questo tuo fucile,
invecchieresti fino a morire,
e non ci metteresti di più di un attimo soltanto.
Ma stringimi la mano, te lo ripeto ancora, e stringimela forte,
e da uomo, guardami negli occhi.
Chi sceglie la via della pace al posto della guerra,
è perché ha capito che l’amore è l’unica cosa che veramente conta,
dopo aver conosciuto la bomba, che non perdona mai nessuno,
dopo aver perso per sempre le sue aiuole fiorite,
i suoi ricordi più belli di quando tanti anni fa era un bambino.
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"L’intelligenza del cuore."
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Io ti vendo queste mie povere parole
e tu mi ascolti, mi rispondi, magari non capendole.
Io ti leggo le mie poesie, ancora, perché so che in te
non sono esaurite la ragione e l’intelligenza del cuore.
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"A mia mamma."
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"Quello che mi dice mia madre tutte le mattine."
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Tutte le mattine, ma proprio tutte,
mia madre mi dice: “Apri le tende del balcone,
perché voglio guardare il cielo.
Anche se è nuvoloso, ho bisogno di guardarlo”.
Io riconosco in questo suo bisogno tanta di quella poesia,
che piango, ogni volta, anche se lacrime di fatto
non me ne scendono dagli occhi.
Lei ama molto guardare il cielo.
Questa è la forte preghiera che mia
madre fa tutte le mattine.
Questo forse è il suo bisogno di Dio.
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Cristiano Cuturi.

lunedì 16 marzo 2026

UN SAGGIO = VALENTINA MELONI


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"La lingua del duende – cante jondo e lingua materna nella poetica lorchiana.
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Il saggio, che ha vinto una menzione d’onore al Premio Isolario 2026 per saggi inediti, analizza il ruolo fondamentale del cante jondo nella formazione poetica di Federico García Lorca, interpretandolo come una vera e propria “lingua originaria” che alimenta la sua visione della poesia. Lorca stesso afferma che «il cante jondo è il canto più antico d’Europa», sottolineando come la poesia nasca prima di tutto come voce e canto, prima ancora che come parola scritta. In questa dimensione primordiale, in cui ritmo, respiro e parola sono ancora uniti, il poeta riconosce una delle radici più profonde della propria poetica.
Il saggio ricostruisce inizialmente la formazione musicale di Lorca. Fin dall’infanzia egli fu introdotto alla musica grazie alla madre e alla zia Isabel, che lo avviarono allo studio della chitarra. Successivamente l’incontro con il maestro Antonio Segura Mesa a Granada consolidò il suo interesse per la musica popolare. Sotto la guida del maestro, Lorca studiò con passione il repertorio folclorico spagnolo, arrivando a interpretare al pianoforte numerose canzoni tradizionali. Il suo talento musicale era tale che Segura ipotizzò per lui una possibile carriera da musicista professionista. Tuttavia la morte del maestro nel 1916 e l’opposizione della famiglia interruppero questa strada.
Questo momento di svolta coincide simbolicamente con l’inizio della vocazione poetica di Lorca. Sotto l’influenza del suo professore universitario Martín Domínguez Berrueta, Lorca iniziò a scrivere i primi versi e nel 1918 pubblicò la sua prima opera, Impresiones y paisajes. Anche se il libro passò quasi inosservato, esso rappresentò il suo ingresso nell’ambiente culturale spagnolo e segnò l’inizio di un percorso artistico destinato a intrecciare profondamente poesia, musica e tradizione popolare.
Il cuore del saggio è l’analisi del rapporto tra la poetica lorchiana e il cante jondo, forma musicale e poetica radicata nella cultura andalusa. Questo canto, caratterizzato da un’espressività intensa e da una struttura essenziale, rappresenta per Lorca una manifestazione autentica dello spirito popolare. Il cante jondo non è solo una forma musicale, ma un linguaggio ancestrale in cui si conservano le memorie, i dolori e le passioni di una comunità.
In questa prospettiva il saggio mette in evidenza come Lorca percepisca il cante jondo come una lingua materna poetica, una forma di espressione che precede e supera la scrittura letteraria. La sua poesia cerca infatti di recuperare quella dimensione originaria della parola in cui canto, ritmo e sentimento sono inseparabili. La tradizione orale diventa così per Lorca una fonte di autenticità e un modello di intensità espressiva.
Un momento centrale nella riflessione di Lorca su questo tema è la celebre conferenza dedicata al cante jondo, nella quale il poeta analizza le caratteristiche di questo canto e il suo valore culturale. Lorca interpreta il cante jondo come un patrimonio spirituale profondamente radicato nella storia dell’Andalusia, dove si intrecciano influenze culturali diverse — arabe, gitane, ebraiche e cristiane — che nel corso dei secoli hanno contribuito a formare una tradizione musicale unica.
Il saggio sottolinea inoltre il ruolo svolto dal compositore Manuel de Falla, con cui Lorca collaborò alla valorizzazione del cante jondo. Insieme promuoveranno iniziative culturali volte a preservare e diffondere questa tradizione musicale, considerata un patrimonio autentico della cultura andalusa. In questo contesto il cante jondo viene riconosciuto come una forma d’arte capace di esprimere una profondità emotiva rara, legata alla dimensione tragica dell’esistenza.
Un concetto fondamentale per comprendere la poetica lorchiana è quello di duende, che il saggio interpreta come una forza creativa oscura e vitale che attraversa l’arte autentica. Il duende non è semplicemente ispirazione, ma una presenza misteriosa che nasce dal contatto con le radici profonde della vita e della morte. Nel cante jondo questa forza si manifesta nella voce del cantante, nella tensione emotiva del canto e nella sua capacità di trasformare il dolore in espressione artistica.
Lorca riconosce nel duende una qualità essenziale della grande arte, capace di dare alla parola poetica una intensità quasi rituale. La poesia, come il canto, diventa allora un’esperienza incarnata, che coinvolge il corpo, la voce e la memoria collettiva. Il poeta non si limita a descrivere la realtà, ma la attraversa con una partecipazione emotiva che rende la parola viva e vibrante.
Il saggio evidenzia come questa concezione influenzi profondamente la scrittura di Lorca, in particolare nelle raccolte poetiche e nelle opere teatrali in cui emergono immagini, ritmi e simboli legati alla cultura popolare andalusa. Il linguaggio poetico di Lorca cerca di recuperare la forza originaria del canto, privilegiando immagini essenziali, ritmi musicali e una forte dimensione simbolica.
In questo senso la poesia lorchiana può essere interpretata come un tentativo di creare una sorta di “canto generale andaluso”, capace di raccogliere e trasformare la tradizione orale in una nuova forma poetica. Lorca non si limita a imitare il folklore, ma lo rielabora attraverso una sensibilità moderna, trasformando il patrimonio popolare in una poesia di grande intensità estetica.
Il saggio sottolinea inoltre come la lingua poetica di Lorca sia profondamente radicata nella dimensione sonora della parola. Il ritmo, l’intonazione e la musicalità diventano elementi fondamentali della sua scrittura, che conserva sempre una forte componente orale. La poesia ritorna così alla sua origine di canto condiviso, dove la parola non è solo significato ma anche suono e respiro. In conclusione, il lavoro interpreta la poetica di Lorca come un dialogo continuo tra tradizione popolare e creazione artistica. Il cante jondo rappresenta per il poeta non soltanto una fonte di ispirazione musicale, ma una vera e propria lingua dell’anima, capace di esprimere le emozioni più profonde dell’esperienza umana. Attraverso questa tradizione Lorca riscopre la dimensione originaria della poesia come canto e come memoria collettiva.
La lingua del duende diventa quindi la lingua di una poesia che nasce dal contatto con la terra, con la voce del popolo e con le radici più antiche della cultura. In questa prospettiva la poesia di Lorca appare come una forma di ascolto profondo: un tentativo di restituirebr /> alla parola poetica quella intensità originaria che apparteneva al canto primordiale.
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Valentina Meloni, è nata a Roma nel 1976. Scrive poesie, saggi, aforismi e racconti da diversi anni. Vive in Valdichiana dal 2007 e conduce una vita ritirata a contatto con la natura. Scrive fiabe e storie per bambini, si dedica alla poesia, alla traduzione. Ha pubblicato per la poesia: Le regole del controdolore (Temperino Rosso, 2016), la raccolta di haiku uscita in allegato alla rivista statunitense Otata nanita (Otata’s Bookshelf, 2017), l’autoantologia di eco-poesia profonda Alambic (Progetto Cultura, 2018), la raccolta poetico-fotografica sul femminicidio e la violenza di genere Eva (NOSM, 2018) con fotografie di Annalisa Marino, con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato - epistolario poetico (La Vita Felice, 2018), Enso, Haiku Yoti (Nausicaa, 2019), Snails, ebook (Le lumachine, 2018), L’evidenza del vuoto (Ensemble, 2022), La Tessitrice vincitrice del Premio Scriptura (Yod Edizioni, 2022), Usei- il suono della pioggia (La Ruota Edizioni, 2023). Inoltre ha dato alle stampe le plaquette numerate: Nei giardini di Suzhou (FusibiliaLibri, 2015), Il fiore della luna-Leggenda di Rosaspina (La Linea dell’Equatore, 2018) illustrate dall'artista Santo Previtera, Suite della solitudine (Haiku, Katauta, 2020) illustrata dall'artista Rosario Morra e con Massimo Govetto Una rosa per Emily (Komorebi ni nureru, 2019). Nel 2017 ha pubblicato, inoltre, le fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e il ragno Alvaro, Nanuk e l’albero dei desideri (Temperino Rosso). L’albo illustrato Briciole di haiku (AG book Publishing, 2021). La raccolta di prose brevi e haibun Ippocampo - Prose poetiche e Reminiscenze (ilmiolibro 2020). Altre poesie, racconti, saggi sono pubblicati in riviste di settore e raccolte antologiche. Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali. Ha curato e tradotto dall’inglese, per i tipi di Musicaos Editore, nella Collana Fogli di Via, Dendrarium del poeta bulgaro Alexander Shurbanov. Nel 2010 fonda e tuttora cura il blog Poesie sull’albero un’antologia online tematica su alberi e natura. Nel 2017 ha fondato Komorebi ni nureru Italian Journal, una rivista aperiodica di Haikai in traduzione. Redattrice per Diwali – rivista contaminata delle rubriche di saggistica e recensioni. Contatti: www.valentinameloni.com

sabato 14 marzo 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


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“Fuga”
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Rubo le ore aggrappato alle sfere
nel vano tentativo di fermarle.
Ormai vecchio, il mattino chiama ancora,
con dita sottili e poca luce alle palpebre.
Contro Thanatos, ritento con la spada,
ma con respiro ostinato,
per carpire semplici guizzi di memorie
e stringendo contro vento le cartelle
dell’ultima fascinazione.
Il tempo ha inciso il mio nome nella polvere,
tra versi incontrollati e possibili metriche,
eppure il cuore non ha imparato a tacere.
Dentro di me arde una brace sfrenata,
una parola che chiede nuovamente di nascere
per incidere il tuo nome nell’eterno.
Le mie mani tremano, sì,
ma sanno ancora accarezzare la carne.
Anche oggi ogni foglio è una frontiera,
ogni verso una piccola rivolta, che brucia
l’intelletto ed i pensieri.
Non ho finito di amare la terra,
né gli occhi che incontro per strada.
Cerco ancora pane caldo nella sera,
che scurisce i silenzi, e ti nomino invano
per ripetere insieme le splendide fughe dell’amore.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIER LUIGI GUERRINI


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Pier Luigi Guerrini: “L’amnistia del silenzio” – Ed. Bertoni 2025 – pag. 60 - € 15,00
In prefazione Rita Bonetti scrive: “Il viaggio tra queste pagine colme di vita, sofferenza, gioia, visione e immaginazione poetica, non è da me definitivamente archiviato come un ricordo tra i ricordi. È, anzi, un punto di partenza per il seguito di quell’esplorazione dei sentieri complessi della vita che non deve essere mai interrotto. Nell’opera di Guerrini, infatti, sembrerebbe affiorare l’insistenza con la quale ogni mistero della natura umana debba essere indagato, in questo caso con l’uso della parola più adeguata e con l’uso di un cuore pronto ad alzare il sipario al mondo e sul mondo.”
L’emozione che suscita la poesia allora è come una trafittura piacevole che cerca di risvegliare sentimenti e interrogativi, o ancora meraviglie e illusioni, o ancora memorie e desideri.
In questo panorama multicolore ecco anche il gioco acrobatico della parola:
FUORI POSTO
prova parvo privo di voce
trova torva trave di croce
selva valse troppe illusioni
rupe ch’attende acque pure.
Pasqua si prende il silenzio
tutto per sé.
traverso di fango
mi chino e piango.
rivolto nel sangue
pietà grondanti
e il cielo non è disposto
a rincorrere
il mio esser fuori posto.
nel mare di burrasche,
tante navi fuori porto.
*
Un breve ma intenso percorso emotivo che ruota intorno al sentimento di estraneità e di disarmonia dell’io rispetto al mondo. Fin dai primi versi si avverte una tensione sonora e semantica: “prova parvo privo di voce / trova torva trave di croce”. L’accumulo di allitterazioni e assonanze (soprattutto con le consonanti p, t e v) crea un effetto quasi martellante, che restituisce la fatica dell’espressione e la difficoltà del soggetto poetico a trovare una voce autentica. Il riferimento alla “trave di croce” introduce un’immagine di peso e di sofferenza che richiama implicitamente una dimensione sacrificale.
Anche il paesaggio naturale assume un valore simbolico: la “selva”, la “rupe” e le “acque pure” delineano un ambiente aspro, quasi primordiale, in cui l’illusione si dissolve e rimane soltanto l’attesa di una possibile purificazione. Il verso “Pasqua si prende il silenzio / tutto per sé” suggerisce una sospensione sacrale: la Pasqua, momento di rinascita nella tradizione cristiana, qui appare invece come un tempo di silenzio assoluto, quasi sottratto all’uomo. Il soggetto resta dunque escluso anche dalla promessa di redenzione. L’io poetico entra in scena in modo diretto: “traverso di fango / mi chino e piango”. Il fango è simbolo di caduta e di umiliazione, ma anche di una condizione terrena da cui non si riesce a sollevarsi. Il sangue e la “pietà grondante” evocano ancora un immaginario cristologico, accentuando la dimensione dolorosa dell’esperienza. Tuttavia il cielo “non è disposto / a rincorrere” l’uomo: il divino rimane distante, indifferente alla condizione umana.br />< In tutta la silloge Guerrini si distingue per una scrittura fortemente fonica e concentrata, in cui il lavoro sulle allitterazioni e sulle rime interne svolge un ruolo fondamentale nella costruzione del senso. Le immagini naturali e religiose si intrecciano in un breve percorso simbolico che conduce dalla metafora alla vertigine esistenziale, dal mistero alla incredulità. La sua scrittura appare così come una meditazione sull’inadeguatezza dell’uomo contemporaneo, sospeso tra desiderio di redenzione e la consapevolezza di una irriducibile distanza dal sacro, sospeso tra il sacrificio per il lavoro fisico ed il divertimento sotteso alle frasi.
“il freddo dirada le parole
come il passero in cerca di sole.
i pensieri accavallati
s’inseguono, si trovano,
si scontrano, s’illudono,
si scontano ai saldi di stagione.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 13 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIANCARLO BARONI


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Giancarlo Baroni: “Brevi Brevissime” – Ed. Bertoni – 2025 – pag. 90 - € 15,00
Giancarlo Baroni (1953) continua a sciorinare il suo bagaglio culturale con alcune composizioni che attualmente si distinguono tutte per una “brevità” di compilazione la quale fa balzare di volta in volta tra la sorpresa e l’indagine, tra il fulmineo e il pittoresco, tra l’adagio e lo speculativo. Forse il poeta tenta di ricucire decine e decine di fotogrammi per realizzare una corposa corona di folgorazioni in un’antologia che racchiude poesie brevi e brevissime, come annuncia il titolo, composte in trentacinque anni e che procede senza riferimenti temporali. La divisione in capitoli si basa sulla loro lunghezza, iniziando da 8, con liriche di otto versi, fino ad arrivare a 2, le brevissime appunto.
Nella nota al termine del libro l’autore afferma: «Queste poesie tentano di raggiungere il lettore rapidamente ma senza fretta. In parte inedite e in parte no; alcune sono frammenti di poesie più ampie».
Appaiono gli animali, la Storia e i suoi personaggi, l’arte e gli artisti, l’osservazione del mondo e delle cose, le figure mitologiche e i demoni, molte volte con il tocco di una sottile ironia che giova al ritmo serrato delle sillabe. Mi piace leggerne insieme una a caso per centellinare gli stratagemmi della scrittura.
“Veleni”
Stremato dalla difficoltà del compito
alla fine si riposò. D’altronde Atlante
si era affaticato per molto meno. Allora
come un aspirante mattatore
che sfrutta l’infortunio del collega
per levagli la parte emerge il Disordine
sciorinando nella scena i suoi veleni.
Una poesia che mette in scena, in forma allegorica, il momento in cui l’ordine del mondo vacilla a causa della stanchezza di chi lo sostiene. Una figura che, sopraffatta dalla difficoltà del compito, è costretta a fermarsi e a riposare. Il riferimento ad Atlante, il titano della mitologia greca condannato a sorreggere la volta celeste, introduce subito una dimensione simbolica: se persino Atlante si era affaticato “per molto meno”, allora il peso che grava sul protagonista appare ancora più gravoso, trasformando la fatica individuale in metafora della responsabilità di mantenere equilibrio e ordine.
Nel momento in cui questa forza ordinatrice cede, anche solo temporaneamente, entra in scena il “Disordine”. La sua comparsa è descritta con un paragone teatrale: come un aspirante attore che approfitta dell’infortunio di un collega per sottrargli la parte, il Disordine si inserisce nello spazio lasciato libero. Il mondo diventa così una sorta di palcoscenico in cui le forze opposte – ordine e caos – si contendono il ruolo principale. L’immagine del “mattatore” accentua l’idea di opportunismo e di spettacolarizzazione: il disordine non arriva con violenza improvvisa, ma con una sorta di esibizione, quasi compiaciuta.
L’ultimo verso, con l’espressione “sciorinando nella scena i suoi veleni”, rafforza questa visione teatrale e suggerisce che il disordine si diffonde lentamente ma in modo pervasivo. I “veleni” sono le conseguenze della perdita di equilibrio: confusione, degradazione, crisi. Nel complesso, la poesia riflette sulla fragilità dell’ordine e sulla facilità con cui il caos può prendere il sopravvento quando chi lo sostiene viene meno. Bastano una pausa, una stanchezza, una distrazione perché il disordine trovi spazio e si imponga come protagonista.
E l’esempio proposto avverte che l’atmosfera di tutta la silloge si sviluppa con la densità simbolica e con l’efficace fusione di registri culturali diversi. Lo strumento del poeta accresce la gratificazione e l’interezza dell’elaborato diviene in fine un agile saltellare tra dimensioni variabili e affreschi pittorici di notevole spessore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 12 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ADRIANA MASTROPASQUA


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Adriana Mastropasqua: "Sinestesia in divenire" - Ed. La valle del tempo 2026 - pag.56 - € 12,00
Primo premio al concorso "L'assedio della poesia 2025"
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– La poesia nasce spesso dall’incontro fortuito tra emozioni, immagini e parole. Tuttavia, il vero poeta non si affida ciecamente al caso: lo sfida, lo piega, lo trasforma. Attraverso l’arte della scelta e della forma, la poesia riesce ad aggirare l’imprevedibile, creando ordine dal caos. Ogni verso, pur nato magari da un’intuizione casuale, viene cesellato con cura, guidato da un’intelligenza emotiva che sa cogliere il senso nascosto dietro l’apparente disordine. In questo modo, la poesia si fa alchimia: trasforma l’accidentale in necessario, l’effimero in eterno. E’ possibile con la poesia offrire quel mistero incontrollabile che si propone quotidianamente come un abbraccio universale che traccia sospensione cromata dei sentimenti e tenerezze di una melodia. La casualità diventa così materia prima, non ostacolo, e il poeta, come un artigiano paziente, sa ascoltare il caso senza esserne schiavo, piegandolo a una visione più alta e consapevole.
*- Le poesie qui raccolte si impongono all’attenzione della critica per la loro capacità di coniugare limpidezza espressiva e profondità simbolica, in un dialogo costante tra elemento naturale e tensione interiore. La parola poetica si muove con passo lieve ma consapevole, facendo della natura non un semplice scenario, bensì un organismo vivo, specchio e misura dell’umano.
Non mancano richiami di figure classiche e mitologiche, ma l’autrice costruisce un raffinato contrappunto tra realtà quotidiana e colorazione dell’immaginazione, tra aria e mare, tra palpabile e sussurrabile. L’aria, elemento della leggerezza e dell’aspirazione, viene interrogata nei suoi limiti: “non sai interpretare i rivoli di schiuma”, “non sai contare il passo delle onde”. È una sottrazione sapiente, quasi una pedagogia del vuoto. L’aria, simbolo di libertà e spiritualità, non possiede il linguaggio profondo dell’acqua, non sa “strappare parola al fondale”. L’immagine del “cefalo affamato” che non può essere salvato con l’aria introduce un improvviso scarto etico: la poesia non è evasione, ma confronto con la realtà concreta, talvolta crudele.
Eppure, proprio nella leggerezza si annida la speranza. La coccinella che “si arma” e “spira leggiadra” diviene emblema di una forza minuta ma invincibile. Qui la scrittura si fa quasi epifania: la levità non è superficialità, bensì capacità di elevarsi sopra il peso del mondo. La speranza non è declamata, ma affidata a un’immagine essenziale, pura, che vibra di silenzio e luce.
In un secondo testo, il motivo del viaggio amplia l’orizzonte simbolico. Il confine di Ventimiglia si apre a una dimensione europea e culturale, evocando la pittura moderna attraverso le “bagnanti” di Paul Cézanne e la circolarità armonica di Henri Matisse. Il dialogo con l’arte figurativa non è citazione ornamentale, ma immersione: la voce poetica entra nel quadro, danza, forma un cerchio. La perfezione diventa gesto condiviso, esperienza comunitaria. Il “Mistral” che bussa alle porte introduce un vento mitico, battezzato “Eolo Ciclope”: una fusione di mito classico e immaginazione personale. Il vento si fa forza di trasformazione, “ondate nuove di ribellione”. La poesia assume allora una dimensione civile: il viaggio non è soltanto geografico o estetico, ma interiore e storico. Perdersi “al centro del mondo” significa attraversare crisi e smarrimenti per approdare a una consapevolezza più ampia.
Per il premio assegnato le motivazioni sono molteplici, in special modo se teniamo presente i vari tentativi di sperimentalismo che vengono giocati in questi ultimi anni nel panorama culturale, che ci avvolge e che molto spesso travolge, dimenticando la genuinità dell’espressione poetica che ha sempre bisogno di ritmo e musicalità, di scansione delle sillabe, di scioglimento di quel groviglio interiore che corrode inaspettatamente le nostre circonvoluzioni cerebrali.
La cifra stilistica dell’autrice si distingue per l’uso calibrato dell’enjambement, per la musicalità sobria e per la densità iconica delle immagini. Ogni verso appare scavato, essenziale, privo di ridondanze. L’elemento naturale — aria, acqua, vento — si intreccia con il mito e con l’arte, componendo un tessuto poetico che unisce memoria culturale e tensione contemporanea.
Per la capacità di fondere leggerezza e profondità, visione estetica e interrogazione morale; per l’originalità con cui il paesaggio naturale si trasfigura in simbolo universale; per la maturità stilistica che coniuga limpidezza e suggestione, quest’opera merita pienamente un riconoscimento. La sua voce, insieme delicata e ferma, sa portare “nuova speranza”, anche se purtroppo tutti noi ci illudiamo di ritrovare una pace universale nel panorama civile e morale contemporaneo.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 8 marzo 2026

POESIA = CINZIA ROTA


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"IL PASSO TRATTENUTO"
-
Sull’orlo del tramonto il vento scioglie il mio nome,
alcune rose cadono lente in un vuoto d’aria,
il bianco indossato vibra, come l’onda del suono
tra voli obliqui di gabbiani fusi alla memoria.
Rimango ferma, eppure in me, tutto migra,
come se il passo trattenuto fosse già un ritorno,
e l’onda che mi sfiora, aprisse la soglia più integra
e il silenzio s’allunga, mi chiama nel suo giorno.
Così ti lascio andare, lieve, all’orizzonte che inclina,
mentre un petalo sospeso impara a non cadere
e la brezza m’incanta, mentre nel suo respiro t’avvicina,
come un destino che s’apre, senza chiedere misura.
****
"VELLUTO
-
Avanzo,
l’incedere tatuato dalla memoria.
Sono stata ferma qualche tempo,
ma non ho dimenticato nulla.
La quiete non mi ha spento:
ha cesellato solo la mia carne,
il giusto intervallo necessario.
Non vedo più la gente,
scivola ai margini, sfocata
in un affresco, intravisto lontano.
Il mio respiro m’avvolge, mi parla,
la sua voce è vera come una parola.
Ciò che sono stata, adesso sono.
Non cerco musica negli altri,
sono intera.
Non mi spaventa più la folla:
resta fuori, come un rumore.
Sono qui, con me,
respiro solitudine di velluto…
E qui, comincia la mia storia:
Sono tornata.
****
"IL BACIO"

L’aria cede alla notte,
vede più di quanto dice,
lieve, s’apre la soglia.
Tra pelle e parola
trema un segreto.
Si slaccia alla bocca,
un filo d’acqua
che inciampa nella luce.
Tace, poi piano piano
risale, un segreto,
un’ombra sulle labbra
ch’evapora, al sole.
*
©𝐂𝐢𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐑𝐨𝐭𝐚 * 𝐂𝐨𝐩𝐲𝐫𝐢𝐠𝐡𝐭
Legge sulla proprietà intellettuale. n. 633 del 22.04.1941

sabato 7 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = LAURA CHIARINA


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Laura Chiarina: “Cercando il senso” – Ed. Divina follia – 2025 – pag. 70 - € 14,00
Una raccolta di poesie intensa e sorprendentemente attuale, sia per i contenuti policromatici, sia per la maniera di disporre i versi sul foglio. Già dal titolo emerge il cuore del libro: la continua, ostinata ricerca di un significato che dia direzione all’esistenza. Capacità di unire la profondità del pensiero alla immediatezza dei fotogrammi che scatta pagina dopo pagina. L’indagine del fremito interiore, dei piccoli gesti quotidiani, delle immagini familiari, delle appassionanti visioni è il ventaglio di un racconto, nell’esplosione dei sentimenti, ed invita alla ricognizione tra limpido e ombroso, tra suggestioni e dubbi, tra essenziale ed arcano. C’è anche una vena critica verso la società contemporanea, segnata da consumismo e alienazione, ma anche un filo di speranza che corre tra i testi.
La natura, fiumi, papaveri, stagioni, non è semplice sfondo, bensì voce guida che indica la via verso alla pari del tremore dei sentimenti “dall’inesprimibile sapore/ come semi dell’uva”.
“Non rimane che resistere
in bilico sull’antinomia
-poiché man mano
frammenti
d’un ragionamento cristallino-
confermano che nulla
si può conoscere
è come un soffio
la percezione
dell’Oltre
che fa di noi Verità
assieme al fiore che dura
la sua fragranza nel deserto
al pasto macabro
della iena
al breve volo della farfalla
al sovrastare dell’aquila
quale Verità Altra
se non un immaginario
-percepito
Incompleto infinito-
(vano tentativo di circoscriverlo)
In una parola
accade si risolvano enigmi
in un solo sillogismo
incrociando l’Oltre
nello sguardo nuovo
e arcaico di un bimbo.”
*
La poesia si sviluppa come una riflessione filosofica sul limite della conoscenza umana e sulla tensione continua tra razionalità e mistero. Fin dai primi versi emerge l’immagine dell’uomo “in bilico sull’antinomia”, cioè sospeso tra opposti che non possono essere facilmente conciliati. Il poeta sembra suggerire che, nonostante i tentativi della ragione – evocati nei “frammenti d’un ragionamento cristallino” – la realtà ultima rimane inafferrabile, poiché “nulla si può conoscere” in modo definitivo. Tuttavia questa constatazione non genera disperazione, ma apre piuttosto a una dimensione più ampia della percezione. L’“Oltre” appare come un’intuizione lieve e improvvisa, “come un soffio”, che attraversa l’esperienza del mondo naturale. Le immagini del fiore nel deserto, della iena, della farfalla e dell’aquila delineano un mosaico di vita in cui bellezza, crudeltà, fragilità e potenza convivono. In questa varietà si manifesta una “Verità Altra”, non completamente definibile dalla mente umana, ma percepibile come un infinito incompleto, che sfugge a ogni tentativo di essere racchiuso in formule.
Particolarmente efficace è il finale, dove la soluzione degli enigmi non avviene attraverso una complessa costruzione logica, ma nell’incontro con lo sguardo “nuovo e arcaico di un bimbo”. L’infanzia diventa così simbolo di una conoscenza intuitiva e originaria, capace di accogliere il mistero senza ridurlo.
La poesia si distingue per la sua densità concettuale e per l’intreccio armonioso tra pensiero e immagine, offrendo una meditazione profonda che invita il lettore a riconoscere la bellezza dell’incompiuto e dell’indefinibile.
La molteplicità delle incisioni poetiche dettate da Laura Chiarina sono così evidenti in tutta la stesura, tali da lasciare aperta ogni indagine, quasi un corpo a corpo con il modo che ci avvolge, quasi come il sasso lanciato in uno stagno che genera onde di precisa fattura e stacca frammenti di sospensione speculativa.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

TRADUZIONE = ANTONIO SPAGNUOLO

"LA TUA "FORMA"
Ogni giorno il tuo profilo sparisce,
anzi dissolve:
non posso credere che il nulla
sia la tua forma.
Ho parlato alle stanze mentre il vuoto
corrode la mia rassegnazione,
declinando preghiere inaspettate,
rincorrendo tratteggi colorati,
ma non ritrovo.
Il mio respiro ha gli angoli del muro,
ha il taglio lontano di memoria,
nel freddo che discioglie le dita.
Il ritorno non è più promessa
inchiodata alle macchie di una inutile speranza.
**
“FIINȚA TA”
Cu fiecare zi profilul tău se șterge
ba chiar se mistuie:
nu pot să cred c-acest neant
e chiar ființa ta.
Am stat de vorbă cu încăperile în timp ce vidul
îmi corodează resemnarea,
asfințind rugăciuni neașteptate,
luând urma unor hașuri colorate,
dar n-o regăsesc.
Răsuflarea mea are muchiile zidului,
are tăișul depărtat al memoriei,
în frigul ce dizolvă degetele.
Întoarcerea nu mai e făgăduință
țintuită de petele unei zadarnice speranțe.
*
Versisone romena di GEO VASILE

venerdì 6 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SALVATORE OROFINO


Salvatore Orofino: “Ciao, sono Luca” – Ed. Zona 2025 – pag. 166 - € 20,00
(prefazione di Plinio Perilli)
Una silloge corposa che si presenta apertamente come “prosa poetica”, ricca com’è di pagine che raccontano e ricamano, sussurrano o declamano, affondano tra le pieghe della memoria o scavano con arguzia nel sub conscio, non impiegando mai il ritmo del verso classico.
Mi piace focalizzare la mia indagine prendendo spunto da una delle prime composizioni: “Da quanto tempo segui la strada laterale, la sua faccia mentre chiude la porta o quando l’aspetti con il cappotto ripiegato sul braccio e pensi di non avere il fiato lucido ma un respiro corto./ Così doppi le stanze con questa misura molecolare di desiderio, com’è doppio l’amore che provi per lei nelle sale d’attesa; anche il dolore all’ingiù a volte è doppio, esattissimo./ È la nostra storia vera fin nei minimi particolari./ La passione incendiata in pochi metri, che riesce longeva verso la finestra, le finestre alte, respira tanti chilometri di vestiti bruciati tra le tue ginocchia.”
La pagina costruisce un piccolo teatro dell’attesa e del desiderio attraverso immagini quotidiane e insieme estremamente concentrate. Fin dal primo verso — “Da quanto tempo segui la strada laterale” — si avverte un movimento marginale, quasi nascosto: la “strada laterale” suggerisce una relazione che procede ai bordi dell’esistenza ordinaria, in uno spazio discreto e appartato. L’immagine della “faccia mentre chiude la porta” o dell’attesa con “il cappotto ripiegato sul braccio” restituisce una scena precisa, domestica, ma attraversata da un’emozione trattenuta. Il soggetto sente di non avere “il fiato lucido”, ma “un respiro corto”: l’amore non è qui un’illuminazione limpida, bensì un’esperienza fisica, quasi affannosa, che modifica il ritmo stesso del corpo. Compare una delle immagini più originali: la “misura molecolare di desiderio”. Espressione che introduce una dimensione scientifica, minima, quasi invisibile, per descrivere qualcosa di intensamente emotivo. Il desiderio non è rappresentato come slancio grandioso, ma come una sostanza che permea lo spazio stanza dopo stanza, come se ogni gesto e ogni attesa fossero unità infinitesimali di una stessa energia affettiva. Anche l’amore è “doppio”, così come “doppio” può essere il dolore: questa duplicazione suggerisce una relazione complessa, fatta di intensità parallele, di felicità e sofferenza che si rispecchiano con una precisione quasi matematica (“esattissimo”). Raccontare attraverso i minimi gesti, con a volte precisione dei particolari e dove l’immaginario diventa apertura dell’intimità.
Così rigo dopo rigo Salvatore Orofino riesce a tessere per tutte le strofe un’intensità metaforica che fonde registri diversi ed immagini molto spesso fortemente sensoriali e corporee, con scrittura controllata, evitando agilmente impatti che potrebbero lasciare indecisioni.
“Attende cose sparite con la corda delle dita, le pieghe delle unghie all’infinito in gola. / Lei è davanti a lui gli entra nel fiato, il respiro stinge/ una sola forma lineata, poi si commuove.”
Figure che giungono fulminando, tratteggi che stordiscono, ombre e luci avvolte nella memoria, stanze scelte per il tempo minimo, pensieri che volteggiano, illusioni che affogano, desideri che potrebbero essere doni.
Ma: “Anche l’amore muore in un cassetto o in una curva perfetta di velluto rosso” per ricordare al lettore la fugacità dell’esistenza.
Capitoli in progress, elegantemente introdotti dalle foto di scacchi, che danno sobrietà ed equilibrio alla scrittura, tutta tesa in guizzi di sapienza, di cultura, di emozioni, tra formule sapienziali e turbamenti, tra atti di fede o improvvise cessioni.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


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ANTONIO SPAGNUOLO, Dissolvenze e sussurri, La Valle del Tempo, Napoli, 2025 - pag. 60 - € 14,00
Il tempo e la memoria costituiscono il sotteso filo conduttore dell’ultima raccolta di poesie che Antonio Spagnuolo propone ai lettori. Non è casuale la scelta del titolo che affida, a mio avviso, la dissolvenza allo scorrere inesorabile del tempo, mentre la memoria tiene accesa la fiamma del ricordo che a volte è colmo di rimpianto o di malinconia, altre invece di vita fatta di carne e desiderio nel ricordo della persona amata. Non è un caso che la poesia che apre la raccolta così concluda: «In ogni dissolvenza c’è la traccia / di quella gioia che sorvola fantasie (Bluesky/word)», anche se il poeta è consapevole che solo la realtà virtuale può restituirgli oggi il senso di quella che un tempo era vita. È il piccolo mouse «che tallona ogni linea / incisa nella memoria», mentre il fantasticare fa rivivere frammenti che consentono di «tuffarsi verso fiamme che destano memorie», trasformando «i sussurri in un prodigio / che sconvolge le cose comuni», come si legge in Hardback.
È la stessa dissolvenza che ferma in un ricordo preciso «le misure di un cipiglio / ormai avvolto nelle trasparenze», mentre i pensieri diventano il riflesso confuso di una realtà che ormai non esiste più. «Tutto è precipitato nel racconto / di un alito di vento» dirà il poeta nella poesia Racconto. È il vento che apre ai ricordi e solleva polvere dalla storia intrisa di sangue sulla città di Gerusalemme, dove solo il sogno «di un bimbo che ammira le stelle / e chiede smarrito il silenzio» può costituire un seme che apre alla speranza.
Con i ricordi giunge anche la consapevolezza che la vecchiaia alleggerisce l’urgenza della passione che ormai non brucia più e anche il dolore, che penetrava come spine nel corpo e nell’anima, si attenua «Etereo ma più vero / perché cammina lentamente», come si legge in Vecchiaia. Ed è proprio questo scorrere silenzioso del tempo che trasforma «la carne in memoria» e, al di là dei mutamenti inevitabili del corpo, il desiderio si fa strada e riporta lontano, ad altre età, nonostante l’attesa sia ormai “fuori tempo”. Tutto si scioglie, dice il poeta, in una polvere sottile che cancella i contorni e confonde fantasia e realtà.
Spagnuolo è un poeta che riesce sempre a collegare il proprio personale dolore a quello di questa triste umanità che conosce solo odio e guerre, e, anche se cerca la libertà, il tragico coglie lo sguardo di chi muore, quello di una «fanciulla dagli occhi di sole» che non capisce chi possa avere scagliato la pietra che copre di sangue i suoi capelli. Da qui la domanda accorata che si legge in Egli tace, che è quella dell’uomo che si sente abbandonato da Dio, di cui invano invoca un intervento riparatore che metta fine a tanta crudeltà.
Preparata dalla poesia che ha per titolo Tramonto rosso, una delle più belle della raccolta, «così la vita china il capo, non vinta, / ma riconciliata all’imprevisto», quasi in chiusura torna la voce della donna amata e quello «stupore sfilacciato di ricordi» che vince il silenzio della morte. Poesie come Memoria, Malinconie, Baudelaire, ci riportano l’immagine della donna nella sua bellezza e nella sua vitalità, anche se il poeta deve ammettere che ormai avverte, giorno dopo giorno, «l’incalzare dello sgretolarsi / che consuma inesorabilmente / quel che resta del mio angolo oscuro / per tormenti» (Timori).
Vorrei concludere citando una poesia in cui tutto è racchiuso: il senso della parola che oscilla fra realtà e sogno, un’eco che si infrange nel silenzio e il senso della eterna attesa.
"Tremore del suono"
-
Si disfa la parola, simbolo che sparisce
e poi ritorna
nel margine obliquo del ricordo
come neve sul vetro d’estate.
-
Hai lasciato un frammento, da svelare,
una sillaba spenta che si adatta
tra le ciglia del giorno.
-
Non resta che il suono tra le note
di un’eco ritrosa,
che inciampa nel silenzio
e si fa eternità dubbiosa.
***
(Arezzo, 5 marzo 2026)
*
Fernanda Caprilli

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia a Ischia"
-
Poi, in quel sembiante di Ischia Porto,
dove tutto accade nel verde, a ridestare
trame infinite della vita, vede venire
Giovanni dove sta l’albero
cavo in esatta gioia e trasale
nella selva dei pensieri a dipanarsi
in un giocare all’esistere, tra la rugiada
scesa dai sempreverdi ad angolo retto
con le tende nella mente, nel trasmigrare
in volontà di bellezza nel levigarsi al vento.
È il 1984, costeggia la127 una scia di strada
la vita nelle nuvole fiorite, a forma
di pesce o di giraffa
e ci sarà raccolto.
*
Raffaele Piazza

mercoledì 4 marzo 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CAROLINA ANNA FALBO


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Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili” Ed. Centroluna – 2025 – pag. 82 – € 14,00
* “Il gusto confettato della parola ‘confezione’/ risale nei seni paranasali/ accendendo compiacimento irriflesso. / Una confezione inferente mi è stata ingerente. / Volevo legarmela al dito, /ma non avvertivo la mano/e l’aria di famiglia, /tra la mano/ e il mondo fuori.”
Sembra poter toccare, con polpastrelli intinti nello iodio, la sostanza plasmabile delle parole. Un attraversamento tra la lingua individuale e una caratteristica ricomposizione del pensiero, dell’immaginato, della irrequietezza del nostro sub conscio.
Carolina Anna Falbo cerca di intrecciare la parola simbolo con le realtà del quotidiano tentando di conservare una specie di liturgia tra avanzamenti ed indietreggiamenti di un obiettivo fotografico.
La poesia si muove in uno spazio di rarefazione linguistica e affettiva, dove la parola appare insieme necessaria e colpevole. Fin dall’incipit di alcuni testi il linguaggio è percepito come strumento di potere e di esclusione: nominare significa togliere autorità, ridurre l’altro a oggetto discorsivo. L’espressione “per noia di replicazione” suggerisce un logoramento del senso, una ripetizione sterile che svuota la comunicazione e impedisce un vero “giro”, un rinnovamento dell’incontro. In questo contesto, “Scrivere non evoca / nel tempo dei gigli di clausura”: l’immagine dei gigli – simboli di purezza ma anche di isolamento – rimanda a una chiusura monastica del sentimento; la scrittura non riesce più a far fiorire presenze, resta segregata in un tempo immobile.
La sua scrittura insiste su una tensione irrisolta, “la fatica di tenere lo iato”: lo iato è distanza, scarto tra significante e significato, tra carezza e pugno, tra amore e silenzio. L’equivalenza paradossale di “Carezze e pugni senza differenza” esprime l’ottundimento emotivo di chi non riesce più a distinguere il gesto affettivo dalla violenza, tanto è grande lo sforzo di mantenere aperta la frattura. Gli “oblii profondi” che “divengon mutazioni (due volte)” suggeriscono una trasformazione lenta e irreversibile: la dimenticanza non cancella, ma altera, deforma l’identità.
Molte le immagini felici, anche se in tutto l’elaborato gravita una non celata soddisfazione di saper scrivere ribellandosi alle intimazioni della poesia classica. Anche l’amore non manca nei suoi versi e affonda nelle intimità più ombrose lasciando il soggetto “colpito da tutte le apparenze” dentro frammenti della sensualità, tra dimensioni di autoanalisi e gesti che evocano un presente stagnante.
La lingua è aspra ma controllata, capace di accostamenti audaci (“sillaba di silenzio”, “sapore del rovescio dell’evidenza”) che aprono varchi interpretativi senza chiuderli in un significato univoco. La frammentazione sintattica rispecchia la crisi tematizzata, trasformando la difficoltà del dire in forma poetica.
È un testo esigente, che chiede al lettore di abitare lo iato anziché colmarlo, e proprio in questa tensione trova la sua forza: una poesia che non consola, ma illumina con precisione il disagio contemporaneo della parola e dell’amore.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 3 marzo 2026

POESIA = ROSSELLA SANTORO


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"L'Amore"
Ad ogni buon modo,
quel tempo è andato.
Mi accorgo stranamente
che non sei mai sparito
nel mio cuore,
ne riconosco il battito
emotivo.
Quell’emozione così
intensa, così vera.
Quell’attimo nascente
che accende l’innamoramento.
Oh le piccole nostalgiche passioni,
di pochi gesti , un biglietto ,un fiore
Rendevano così felici
Di un amore.
***
"2"
Si incontravano
A fine estate ,
In un periodico tempo.
-
Dove bastava
si vedessero,
Per dirsi si .
Brevi istanti
Poi sparivano.
-
Disegno insolito
Per nessun destino,
Dove pero’ un sorriso
Rimase custodito
In un bacio e Basta.
***
Senza più tempo"
Da quando sei andato via
nessun oggetto è stato più come prima.
L' orologio della cucina
ha smesso di vivere per un po',
non erano le pile ad essere andate
lui oggi ha deciso di tornare al suo tempo.
-
La luce pure se elettrica ha sentito il bisogno
di trovare la sua esistenza a prescindere
dalla mia volontà.
Insieme seguono frequenze
che cerco di capire.
Prima di uscire, guardo l’ orologio,
indica un orario:
sorrido,
non è di questo tempo ordinario.
Spengo la luce ,
che ritrovo luminosa al mio ritorno,
sembra aspettarmi.
Da quando sei andato via
così , velocemente,
niente è più come prima.
E’ in questo dopo
che cerco di comprendere di più
ogni cosa.
Come se le cose, dopo di te,
avessero una loro ribelle esistenza:
si governano come gli pare.
Perché questo tempo disordinato,
disorientato,
non appartiene più a nessuno.
Ora che sei andato via
la tua presenza nell’ assenza:
Resta.
ROSSELLA SANTORO

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALERIA SEROFILLI


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Valeria Serofilli: “Il cappello a fiori” – Ed. Leonida – 2026 – pag. 104 - € 14,00
Una scrittura rapida e decisa che alimenta il dialogo quotidiano, intriso di interrogativi, di fulminee pennellate, di figure ondeggianti, di panorami illusori. Tra la natura intima del dettato personale e le metafore che vengono a galla pagina dopo pagina le numerose poesie che Valeria Serofilli raccoglie con il sottotitolo “Appointment in Samarra” si inseguono con un battito alternante e variegato, tra l’endecasillabo di classica fattura e il verso breve degli “Haiku delle quattro stagioni”, tra il ritmo cadenzato delle poesie “mitologiche” e la musicalità di “carezze con lunghe dita affusolate”.
Il suo appuntamento nell’antica città dell’Iraq, uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio degli sciiti, dall’architettura storica e lo splendore delle rovine artistiche, forse incide nel suo vagare in un tempo trascorso e difficilmente recuperabile con la semplice memoria.
“Tanta vita è passata/e me ne accorgo/solo adesso- che ne consumo/ il ricordo/ Dell’antico/ traguardo/ del mai risolto/ dell’ancora atteso/ dell’eterno ritorno.” E lei stessa sottolinea: “Il titolo Il cappello a fiori (Appointment in Samarra) richiama consapevolmente il racconto morale mediorientale di Samarra/Samarcanda e il romanzo di John O’Hara. In quella tradizione la morte è destino, incontro inevitabile. La poesia eponima nasce dalla stessa intuizione, ma ne rovescia l’iconografia: la morte non è lugubre, non è impersonale, non è muta: è femminile, chiede il permesso di entrare, ha capelli biondi, occhi azzurri e... un cappello a fiori.”
Un fascio luminoso di poesie che ricamano pensieri filosofici sopiti o pronti a stimolare continuamente nuove fulminazioni. Poesie che plasmano programmi semplici di varie stagioni, di colori evocativi e suggestivi, di appelli a volte sussurrati nell’orecchio e a volte declamati con musicalità, di tocchi policromatici inseriti tra il mitologico e la fugacità dell’esistenza, di ritmi delicati e incisioni traumatiche.
“O mia Aretusa/a breve- lasciata Pisa/ m’insinuerò al di sotto delle onde/per venire da te ad Ortigia/ Là- una volta riemerso dal mare/in sapida mescolanza/ mi unirò a te/ mia fonte d’amore e/ ispirazione mia sposa eternamente novella/ io- sposo di una notte, gitano da una vita/ per farne un’acqua sola!”
Scrittura che nasce dalla variopinta ricchezza culturale che distingue Valeria Serofilli per la sua quotidiana immersione nella creatività e nella capacità di rinsaldare il sociale alla cifra delle immagini poetiche.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONELLO DI GRAZIA


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“Declinazioni umane” di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. “Declinazioni umane” registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali.
Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta.
La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.
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Rita Bompadre -
*
Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/ ********************************************
TESTI ESCELTI
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"DOPO CENA"
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Devastanti bufere al tramonto
pieno inverno
macerie di morti
in un fioco lume, indistinto.
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Cerco negli abissi profondi
mari languidi
il tuo riso diverso.
-
Inesausto silenzio,
greve discesa,
buia Siberia.
***
"CAPODANNO"
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Nel giro silenzioso
d'uno sgomento di festa
nostalgia dei tuoi occhi
fugaci, intesa d'un meriggio
lontano.
E lieve si presenta
il sentiero percorso
e gravida l'insipienza
di questa certa abitudine
di urla dimenticanze giorni sottili
inverni
che non sfioravano la schiena.
****
"SENZA SOFFI DI VENTO"
-
Senza soffi di vento
l'emiciclo di stelle inestese
nello spazio nel tempo
smemora.
E resto a contemplare
la distesa operosa
di un mare che soffoca
le grida
di assordanti cicale.
Questa notte non ha
un prima né conduce
a domani: vaghiamo
svuotati e felici.
****
"A MEZZOGIORNO"
-
Gli anni avviluppati
in una scorza faticosa battono
ad ore inconsuete
chiedendo il conto.
Ma resta soltanto il tornare
lieve
dal mare al tramonto,
e svanire,
abisso di fuga
e celato candore,
in sghembi sentieri e vicoli ciechi.
****
"MOTO DI ROTAZIONE"
-
Nei giorni sparsi di brina
ancorati a doveri inesausti
di un'umanità tumultuosa
sembrava la terra girare
in spente chiose.
-
Non più sogni,
separazione di anima
e corpo, destavano
viali di stelle avvenire:
il tempo gravitava intorno
a giudizi poco globali.
*

domenica 1 marzo 2026

POESIA = GENNARO CASTALDO

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"VOCI"
Tacciono le voci
dell’umana specie,
zittite da orridi scempi
che innumerevoli uomini,
hanno inferto al seno,
della prolifera Madre.
La vana cupidigia,
la bramata ricchezza,
il prostrarsi a un dio
duro e senza anima,
hanno reso avida e ingorda
la tua sete di sangue.
Velenosi rifiuti,
frutto della tua malvagità,
hai disseminato
nel ventre di Gea.
Ora, non più partorisce
nettare e ambrosia,
per la tua esistenza,
ma frutti che celano,
un pestifero e crudele morbo.
Osservi la tua semenza
nascere giù morta.
Le hai negato l’unico attimo
d’illusoria felicità.
Le hai troncato le ali
prima che spiccasse il volo,
regalandole un mondo
carico di apocalittiche visioni.
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"Sogno"
Non oso alzare lo sguardo
per non naufragare nei tuoi occhi.
Ho tanto bisogno di te!
per sorreggere le arcate
della mia misera esistenza.
Sei l’oppio ristoratore
per i travagli inconsueti
dei miei nevralgici pensieri.
Inoltro l’assurdo di un sogno
su un percorso irreale,
sento, il peso della tua presenza
fiorire sull’aridità del mio cuore.
Origlio con cautela sull’uscio.
Aspetto! Dammi un cenno,
un piccolo cenno,
aprirò con impeto una falla.
Irromperà, di sicuro la tua essenza
a placare i bollori di un amante
perso, nella scia di un desiderio
abortito e mai nato.
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"Messaggio"
Solo una voce,
risponderà al tuo messaggio,
urlato forte,
affidato al vento.
Ascoltala,
sembra venire
da molto lontano,
da remote regioni,
da monti scoscesi,
da gole profonde,
da orridi abissi.
Invece quella voce,
così diversa, così intensa
non è altro che la voce
della tua coscienza.
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GENNARO CASTALDO